La Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo è uno dei più recenti trattati internazionali per la tutela dei beni culturali. Cosa prevede?

 

Perchè la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo è importante?

La Convenzione più recente in tema di protezione dei beni culturali è la Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo del 2001[1]. È anche nota come Convenzione UNESCO del 2001 e conta 35 articoli e un Allegato. L’Italia ha dato esecuzione alla Convenzione con legge 23 ottobre 2009, n. 157[2].

In ragione appunto della specificità del patrimonio culturale subacqueo, la comunità internazionale ha avvertito la necessità di adottare criteri uniformi di regolamentazione a tutela di questi beni. Nel Preambolo della Convenzione si sottolinea la crescente importanza del patrimonio culturale subacqueo.

L’interesse mostrato verso tale patrimonio però non è solo di tipo educativo e culturale ma riguarda soprattutto l’interesse che la criminalità[3] ha verso tali beni. Per poter garantire la protezione e la conservazione del patrimonio culturale subacqueo è necessario adottare misure più forti contro le attività non autorizzate[4] che riguardano soprattutto la vendita, l’acquisto e il baratto di questo patrimonio.

 

La definizione di patrimonio culturale subacqueo

L’articolo 1 della Convenzione include alcune definizioni usate nel trattato, tra cui si sottolinea quella di “underwater cultural heritage”:

(a) “patrimonio culturale subacqueo”: tutte le tracce dell’esistenza umana di carattere culturale, storico o archeologico che sono state parzialmente o totalmente sott’acqua, periodicamente o continuamente, per almeno 100 anni, come ad esempio:
 (i) siti, strutture, edifici, manufatti e resti umani, insieme al loro contesto archeologico e naturale;
 (ii) navi, aeromobili, altri veicoli o parti di essi, il loro carico o altro contenuto, insieme al loro contesto archeologico e naturale; e
 (iii) oggetti di carattere preistorico.

(b) Le condutture e i cavi collocati sul fondo marino non sono considerati beni culturali subacquei.
(c) Gli impianti diversi dalle condutture e dai cavi, collocati sul fondo marino e ancora in uso, non sono considerati beni culturali subacquei.”.

 

Il rapporto con la Convenzione UNCLOS del 1982 sul diritto del mare

È sorprendente vedere che agli inizi di un trattato vi sia una norma che richiami la relazione con un altro trattato internazionale. All’articolo 4 infatti si legge:

Nessuna disposizione della presente Convenzione pregiudica i diritti, la giurisdizione e i doveri degli Stati ai sensi del diritto internazionale, compresa la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare. La presente Convenzione sarà interpretata e applicata nel contesto e in modo coerente con il diritto internazionale, compresa la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare.”.

 

L’articolo 4 invece include un tema delicato sul recupero dei beni culturali subacquei che si trovino in tutte quelle zone (zone contigue di 24 miglia marine) in cui si applica la “law of salvage or law of finds”.

L’articolo prevede che:

Qualsiasi attività relativa al patrimonio culturale subacqueo a cui si applica la presente Convenzione non è soggetta alla legge sul salvataggio o alla legge sui ritrovamenti, a meno che:

  • sia autorizzata dalle autorità competenti,
  • sia pienamente conforme alla presente Convenzione, e
  • garantisca che qualsiasi recupero del patrimonio culturale subacqueo raggiunga la sua massima protezione.”.

 

Bisogna ricordare che la zona contigua coincide con l’area archeologica e che il patrimonio culturale subacqueo situato all’interno delle acque interne marine è soggetto alla giurisdizione dello Stato costiero.

Il problema della “law of salvage or law of finds” è che nell’attuale sistema di diritto internazionale la tutela dei beni culturali è imperfetta perché c’è la possibilità concreta della regola “primo arrivato, meglio servito” ai danni degli interessi dello Stato costiero e dello Stato di origine dei beni ove questi non coincidano. Purtroppo infatti il pericolo che ci siano attività incontrollate è concreto poiché l’articolo 303, par. 3, della Convenzione UNCLOS stabilisce che:

Nessuna disposizione del presente articolo pregiudica i diritti dei proprietari identificabili, il diritto di salvataggio o altre norme di ammiragliato, o le leggi e le pratiche relative agli scambi culturali.”.

 

Altre disposizioni per la tutela del patrimonio culturale subacqueo

In base all’articolo 7 gli Stati membri, nell’esercizio della loro sovranità nelle loro acque interne, hanno il diritto esclusivo di regolare e autorizzare le attività dirette al patrimonio culturale subacqueo. L’articolo 8 invece dà la possibilità agli Stati membri di regolare e autorizzare attività dirette al patrimonio culturale subacqueo all’interno della loro zona contigua nel rispetto degli articoli 9 e 10.

L’articolo 9 prevede che tutti gli Stati Parte hanno la responsabilità di proteggere il patrimonio culturale subacqueo nella zona economica esclusiva e sulla piattaforma continentale tanto che ogni Stato deve essere avvisato per qualsiasi attività riguardante il patrimonio culturale nelle proprie acque e che qualora sia un altro Stato a scoprire qualcosa nella zona economica esclusiva o sulla piattaforma continentale di un altro Stato deve comunicare la scoperta fatta e, se fatta un’attività, presentare un documento rapidamente. Al paragrafo 5 è stabilito un principio di collaborazione poco efficace: ogni Stato membro infatti può dichiarare (may declare) allo Stato Parte nella cui zona economica esclusiva o sulla cui piattaforma continentale si trova il patrimonio culturale subacqueo di essere consultato su come garantire l’efficace protezione di quel patrimonio culturale subacqueo.

La disposizione inoltre precisa che la dichiarazione deve basarsi su un collegamento verificabile, in particolare un collegamento culturale, storico o archeologico, con il patrimonio culturale subacqueo interessato ma non offre una sufficiente tutela nelle parole che ho riportato in parentesi sopra. La possibilità non porta alcun obbligo.

L’articolo 10 dispone che uno Stato parte può proibire o autorizzare qualsiasi attività nei confronti dei beni culturali subacquei che si trovino nella sua zona economica esclusiva o sulla sua piattaforma continentale nel rispetto della giurisdizione stabilita dalla Convenzione UNCLOS.

Infatti, qualora uno Stato scopra del patrimonio culturale subacqueo dovrà:

  1. consultare tutti gli altri Stati parte che hanno dichiarato un interesse ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 5, su come proteggere al meglio il patrimonio culturale subacqueo;
  2. coordinare tali consultazioni come “Stato coordinatore”, a meno che non dichiari espressamente di non volerlo fare, nel qual caso gli Stati Parte che hanno dichiarato un interesse ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 5, nomineranno uno Stato coordinatore.

 

Lo Stato coordinatore infatti adotta misure per tutelare il patrimonio scoperto e per condurre ricerche preliminari purché tutti gli Stati consultori (cioè quelli che hanno dichiarato l’interesse ex. articolo 9, paragrafo 5) siano d’accordo.

 

Le misure che gli Stati possono adottare

In base all’articolo 14, gli Stati adottano misure per impedire l’ingresso nel loro territorio, nonché il commercio o il possesso di beni culturali subacquei esportati e/o recuperati illecitamente.

L’articolo 17 invece chiede agli Stati parte di adottare sanzioni e che queste siano adeguate in termini di gravità per poter essere considerate efficaci nel garantire la conformità con la Convenzione e per poter scoraggiare le violazioni ovunque si verifichino. Inoltre le sanzioni devono privare i trasgressori dei benefici derivanti dalle loro attività illegali. Questa norma è legata all’articolo 18, in base al quale si dispone che gli Stati devono adottare le misure necessarie per il sequestro nel loro territorio del patrimonio culturale subacqueo che sia stato recuperato in maniera non conforme alla Convenzione.

I beni così recuperati sono soggetti a un regime speciale in nome del “public benefit, prendendo in considerazione il bisogno di conservazione e di ricerca, di ricomposizione di una collezione perduta e di un legame verificabile con un altro Stato. In nome di tale tutela, risponde appieno l’articolo 19. Tale articolo stabilisce che lo scambio di informazioni sia di assoluta importanza per la condivisione di fattori che possano aiutare alla tutela e allo studio del patrimonio culturale subacqueo. La Convenzione poi procede sottolineando sia il dovuto coinvolgimento dell’opinione pubblica sia della cooperazione nell’addestramento e nella formazione in archeologia sottomarina.

Di notevole impatto, almeno in teoria, è la volontà di sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore e l’importanza del patrimonio culturale subacqueo. Con la Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo si punta anche a questo.

Informazioni

[1] UNESCO Convention on the Protection of the Underwater Cultural Heritage

[2] Ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, con Allegato, adottata a Parigi il 2 novembre 2001, e norme di adeguamento dell’ordinamento interno, in GU n. 262 del 10 novembre 2009

[3] In tema di criminalità si veda: http://www.dirittoconsenso.it/2020/03/05/il-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[4] Attività di recupero dei beni culturali sono favorite anche da organizzazioni di polizia oltre che da trattati tra Stati. Ho parlato quindi in un altro articolo dell’Interpol e della cooperazione nella lotta al traffico illecito dei beni culturali: http://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/linterpol-nella-lotta-al-traffico-illecito-di-beni-culturali/