Ministri con e senza portafoglio

Ministri con e senza portafoglio

Quali sono le differenze tra i ministri con e senza portafoglio? E qual è l’origine del termine “portafoglio”?

 

Origini del termine “portafoglio”

La figura del ministro senza portafoglio esisteva già nell’Ottocento. Probabilmente il termine “portafoglio” faceva riferimento alla cartella che i ministri del Re utilizzavano per trasportare i documenti, le pratiche e i soldi necessari per esercitare le loro funzioni. Nei documenti di allora si legge di frequente “portafoglio del ministero degli Affari esteri” o “portafoglio del ministero della Guerra”, a dimostrazione del fatto che la parola “portafoglio” veniva adoperata come sinonimo di “ministro”.

Il linguaggio e il diritto sono fenomeni dinamici. Il linguaggio giuridico si modifica con il modificarsi del diritto. Basti pensare all’art. 587 c.p. (delitto d’onore) che fino a quarantuno anni fa considerava un’esimente importante della colpevolezza del reo ciò che oggi viene bandito come sinonimo di barbarie.

E, così, quando oggi si parla di ministro con o senza portafoglio, quest’ultimo termine fa riferimento al dicastero di riferimento e non più alla persona del ministro.

I ministeri sono delle articolazioni fondamentali dello Stato. Sono composti da strutture amministrative complesse, formate da molteplici uffici, operanti in settori di intervento omogenei.

La Costituzione non fornisce alcuna indicazione in ordine al numero di ministeri, ma rimette la questione a una legge ordinaria (art. 95, c. 3 Cost.). È questa la ragione per cui nel corso dell’esperienza repubblicana il numero dei ministri è sempre stato variabile. Dagli originari otto ministeri previsti nella legge 1483/1853 si è arrivati a governi con un numero di ministri anche quattro volte superiore.

Il d. lgs. 300/1999 ha tentato di ridare ordine alla materia, fissando in dodici il numero dei ministeri. Tuttavia, la regola è stata più volte aggirata, utilizzando un decreto legge. Attualmente i dicasteri sono quindici.

 

Differenze principali tra ministro con e senza portafoglio

I ministri costituiscono una componente essenziale del governo perché concorrono, insieme al Presidente del Consiglio, a formarne l’organo di vertice, il Consiglio dei ministri.

I poteri dei ministri senza portafoglio sono analoghi a quelli dei ministri con portafoglio, quindi entrambi contribuiscono nella stessa misura alle decisioni prese dal Governo.

I ministri con portafoglio sono dei componenti del Governo a capo di un dicastero, cioè di un apparato amministrativo gerarchicamente ordinato, corrispondente a un determinato settore della pubblica amministrazione.

I loro poteri di gestione amministrativa sono più ampi rispetto a quelli attribuiti ai ministri senza portafoglio. I ministeri più importanti sono con portafoglio.

I ministri senza portafoglio, invece, pur facendo parte del Governo, non sono a capo di un ministero e non dispongono di uffici alle loro dipendenze.

Secondo la legge 400/1988 il loro compito è quello di svolgere “le funzioni loro delegate dal Presidente del Consiglio dei ministri sentito il Consiglio dei ministri”.  Esercitano, quindi, solo le funzioni a loro delegate dal Presidente del Consiglio o attribuite loro per legge.

Contribuiscono, così, a dare l’indirizzo politico del governo, all’interno dell’area di competenza affidatagli dal Presidente. Le deleghe dei ministri senza portafoglio riflettono gli orientamenti politici della maggioranza e cambiano leggermente tra un governo e l’altro.

In qualità di ministri partecipano al Consiglio dei ministri, a differenza dei viceministri e dei sottosegretari, e concorrono alle deliberazioni dell’organo collegiale al pari dei loro colleghi con portafoglio.

I ministri non lavorano da soli! Sono coadiuvati dai sottosegretari, nominati con decreto del Presidente della Repubblica[1], su proposta del Presidente del Consiglio, di concerto con il ministro interessato e sentito il Consiglio dei ministri.

I sottosegretari possono intervenire nei lavori parlamentari in rappresentanza del Governo, ma non possono partecipare al Consiglio dei ministri (ad eccezione del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri).

In virtù della legge 81/2001, non più di dieci sottosegretari possono essere nominati viceministri. Questi possono partecipare alle sedute del Consiglio dei ministri, ma sono privi di diritto di voto.

 

Perché i ministri senza portafoglio sono utili?

Il numero di ministeri con portafoglio è stato progressivamente ridotto. Pensiamo al Ministero dell’Economia e delle Finanze: fino agli anni ’90 le sue funzioni erano svolte dal Ministero del Bilancio, da quello delle Finanze e da quello del Tesoro, mentre oggi si ha un dicastero unico.

Il numero di ministri senza portafoglio è quindi cresciuto.

L’esigenza di un aumento di queste ultime figure nasce, in primo luogo, dalla necessità di garantire rappresentanza in Consiglio dei Ministri anche ai partiti minori di una coalizione di governo. Grazie alla figura del ministro senza portafoglio, anche le forze più piccole di una coalizione possono garantirsi un ruolo nelle decisioni collegiali dell’esecutivo.

Un secondo motivo per la nomina di un ministro senza portafoglio è la possibilità di inviare un chiaro messaggio all’opinione pubblica circa il programma del governo che entra in carica. La creazione del ministro per la disabilità è un esempio in questo senso.

Infine, nominare un ministro senza portafoglio può essere il primo passo per la creazione di un nuovo ministero con portafoglio. Con il Governo Prodi II, per esempio, Alessandro Bianchi fu inizialmente nominato ministro senza portafoglio e il giorno successivo alla formazione del Governo divenne ministro con portafoglio di un ministero di nuova costituzione, quello dei trasporti (che nacque dalla scissione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti).

 

Che cos’è il Consiglio dei ministri?

Arrivati a questo punto, sapete che sia i ministri con portafoglio che quelli senza portafoglio partecipano al Consiglio dei ministri. Ma che cos’è questo Consiglio? E a che cosa serve?

Si tratta di un organo collegiale del Governo, presieduto dal Presidente del Consiglio. In caso di suo impedimento temporaneo, le riunioni del Consiglio sono presiedute dal Vicepresidente e, qualora, vi siano più Vicepresidenti, dal più anziano d’età. Visto che la figura del Vicepresidente è eventuale nella composizione del Governo, se non viene nominato, tali funzioni sono svolte dal ministro più anziano per età.

Le riunioni non sono pubbliche, a differenza delle sedute del Parlamento. La verbalizzazione delle riunioni è curata dal Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, designato a svolgere le funzioni di Segretario. Egli ha anche il compito di conservare il registro delle deliberazioni.

I Presidenti delle regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige) e delle due province autonome (Trento e Bolzano) possono partecipare alle sedute, con voto consultivo, nel caso in cui siano trattate materie di loro interesse.

Al Consiglio dei ministri sono conferite le attribuzioni costituzionalmente e politicamente più rilevanti del potere esecutivo:

  • deliberazioni sui disegni di legge di iniziativa governativa ex art. 71 Cost.;
  • risoluzione dei conflitti tra i singoli ministri;
  • adozione degli atti aventi forza di legge ex artt. 76 e 77 Cost. (decreti legge e decreti legislativi) e dei regolamenti governativi;
  • decisione di agire in giudizio nei conflitti di attribuzione e nel giudizio in via principale di fronte alla Corte Costituzionale;
  • decisione di impugnare gli Statuti regionali ex art. 123 Cost.;
  • nomina dei più alti funzionari dell’apparato civile e militare (ambasciatori, prefetti, capi di stato maggiore ecc.).

 

Il caso del Ministero del Turismo

Agli inizi della storia repubblicana, il d. lgs. 941/1947 attribuì la competenza in materia di turismo a un commissario istituito presso la presidenza del consiglio.

Nel 1959, con il secondo Governo Segni, nacque una struttura dedicata esclusivamente a tale materia e prese il nome di ministero del Turismo e dello Spettacolo. Quest’ultimo settore era stato gestito fino ad allora dalla presidenza del consiglio.

Nel 1993 il ministero fu abolito a seguito di un referendum popolare. Negli anni successivi il settore turistico passò sotto la competenza di varie amministrazioni, quali la presidenza del Consiglio, il ministero delle Politiche agricole e il ministero dei Beni culturali.

Dato che, a causa della pandemia da coronavirus, il settore turistico è stato colpito da una grave crisi, il governo Draghi ha deciso di ricostituire il ministero del Turismo (Mitur) con portafoglio.

È nato, quindi, il nuovo ministero a guida di Massimo Garavaglia.

Informazioni

Costituzione

M. Dogliani, I. Massa Pinto, Elementi di diritto costituzionale, Torino, Giappichelli, (ult. ed.)

L. Gianniti, N. Lupo, Corso di diritto parlamentare, II Mulino, Bologna (ult. ed.)


Spray al peperoncino

Lo spray al peperoncino è legale?

Come e quando si può utilizzare lo spray al peperoncino? Può essere considerato uno strumento di difesa, anche quando si visita uno Stato estero?

 

Quando si può usare lo spray al peperoncino?

A seguito dell’aumento di furti, violenze sessuali e rapine, sempre più persone, donne e uomini, hanno acquistato lo spray al peperoncino.

Si tratta di un dispositivo nebulizzatore che in Italia è considerato uno strumento di difesa e può essere acquistato liberamente al supermercato o in farmacia, purché siano rispettati i requisiti normativi.

La questione è complessa. Il fatto che si tratti di un prodotto acquistabile liberamente, anche online, non significa che se ne possa fare un uso incontrollato, non soggetto a regole. Vi sono, infatti, dei limiti oltrepassati i quali l’utilizzo dello spray non è legale.

I prodotti a base di peperoncino da utilizzare per l’autodifesa sono stati legalizzati in Italia con il Decreto Ministeriale n. 103 del 12 maggio 2011 per le forze dell’ordine e per chiunque abbia più di sedici anni. Il testo chiarisce che l’utilizzo è giustificato solo dalla necessità di difendersi da aggressioni o minacce all’incolumità personale. Nel caso in cui lo si adoperi per aggredire un’altra persona sarà configurabile il reato di “Porto di armi od oggetti atti ad offendere” di cui all’art. 4, L. 110/1975. Anche la Corte di Cassazione ha confermato che lo spray non deve in alcun modo recare offesa alle persone, ma può essere utilizzato per legittima difesa solo in caso di pericolo. Vale la regola dell’extrema ratio, quindi può essere adoperato solo quando sono falliti tutti gli altri tentativi di sottrarsi all’aggressione.

 

Uso difensivo

Posto che lo spray al peperoncino viene venduto per “uso difensivo”, si rende necessario esaminare che cosa si intenda con tale espressione.

Alla base della legittima difesa[1] come causa di giustificazione vi è il principio del bilanciamento di interessi, che fa prevalere l’esigenza di tutelare l’interesse di chi viene aggredito, rispetto a quello dell’aggressore.

Secondo l’art. 52 c.p., il pericolo deve essere attuale, l’offesa ingiusta e la difesa “proporzionata all’offesa”. Per valutare se si è in presenza di legittima difesa oppure no è necessario, quindi, valutare il rapporto tra mezzi difensivi e mezzi offensivi.

La proporzionalità sussiste ogniqualvolta il male provocato dall’aggredito risulta essere inferiore, uguale o superiore, in modo tollerabile, a quello subìto.

Per comprendere meglio i possibili scenari, prendiamo ad esempio un caso pratico. Si immagini l’ipotesi di un tentativo di violenza sessuale in cui l’aggressore non faccia uso di armi. La vittima, cercando di divincolarsi, estrae dalla sua tasca lo spray al peperoncino e ne dirige lo spruzzo verso gli occhi dell’uomo. Questi, infastidito dal bruciore provocato dalla sostanza nebulizzata, lascia la presa e si porta le mani agli occhi. Una volta utilizzato lo spray, a fronte della desistenza del malintenzionato, la vittima dovrà smettere di utilizzarlo e fuggire.  Questo è il comportamento che la legge richiede affinché non si incorra in sanzioni penali dovute all’uso non corretto di uno strumento di difesa.

Il Legislatore consente alla vittima di difendersi, ma al contempo le chiede di non realizzare un evento più grave di quello che bastava produrre perché trovasse applicazione una scriminante.

Si può concludere dicendo che ciò che non è permesso è superare colposamente i limiti del comportamento consentito dall’articolo 52 c.p.

 

Quando uno spray al peperoncino è considerato legale?

Lo spray al peperoncino può rivelarsi estremamente utile contro potenziali aggressori, basti pensare che è sufficiente un singolo spruzzo ben direzionato per neutralizzare l’aggressore. Ma per risultare legale deve rispettare una serie di caratteristiche indicate nel regolamento entrato in vigore l’8 gennaio 2012.

Ecco l’elenco tassativo dei requisiti che gli spray al peperoncino devono possedere:

  • la bomboletta non deve superare i 20 ml di liquido;
  • il getto non deve superare i 3 metri;
  • la miscela nebulizzante deve essere a base di Oleoresin Capsicum (sostanza urticante ricavata dalla pianta Cayenna);
  • la concentrazione massima di sostanza urticante non deve essere superiore al 2,5%;
  • la bomboletta deve essere sigillata al momento della vendita;
  • l’etichetta deve contenere l’indicazione degli effetti del prodotto e segnalare che la vendita è consentita esclusivamente a persone maggiori di 16 anni;
  • la miscela non deve contenere sostanze infiammabili, corrosive, tossiche, cancerogene e aggressivi chimici.

 

Tali indicazioni sono fondamentali in quanto qualora uno spray al peperoncino non a norma provocasse danni a una persona, l’utilizzatore potrebbe essere accusato di “getto pericoloso di cose” ex art. 674 c.p. o di “lesioni personali” ex art. 582 c.p.

Discorso analogo deve essere fatto per chi utilizzi lo spray al peperoncino per offendere e non per difendersi.

 

Come si utilizza lo spray al peperoncino?

Oltre alla classica bomboletta, oggi esistono diversi modelli di spray. Alcuni sono racchiusi all’interno di tubi metallici da utilizzare come portachiavi, altri sono nascosti all’interno di un’apparente penna.

Prima di acquistare lo spray, però, è utile conoscere le indicazioni per il suo corretto ed efficace utilizzo. L’effetto per l’aggressore è devastante, tuttavia è temporaneo (dura tra i 20 e i 30 minuti). Gli studi hanno dimostrato che diversi spruzzi brevi della durata di 1-2 secondi rivolti verso il volto dell’aggressore sono più efficaci rispetto a un unico getto continuo, in quanto permettono di aggiustare la mira senza esaurire prematuramente il prodotto.

La bomboletta deve essere impugnata con la mano più forte. Il pollice deve essere saldamente posizionato sul pulsante erogatore e le altre quattro dita devono essere avvolte al corpo dello spray.

Le penne spray o le bombolette di misura ridotta, invece, devono essere impugnate lasciando libero l’indice che in questo caso sarà impiegato per premere sul pulsante erogatore.

Dopo ogni getto, è necessario spostarsi lateralmente o diagonalmente sia per non essere investiti da eventuali vapori dispersi nell’aria sia per evitare che l’aggressore, nonostante il bruciore agli occhi e l’irritazione alle vie respiratorie, si scagli comunque nella direzione da cui proviene il getto che l’ha colpito.

 

Che cosa dice la legge nel resto del mondo?

Quello che in Italia è considerato un normale strumento di autodifesa, in Belgio viene considerato un’arma mortale, concessa solo ai poliziotti. Nel marzo dell’anno scorso, durante una diretta televisiva, Tom Van Grieken, deputato fiammingo a capo di una formazione politica di estrema destra, ha estratto dal taschino della giacca una bomboletta di spray per sostenerne la legalizzazione e la consegna a tutte le donne belghe. A seguito di questo gesto, il pubblico ministero di Anversa ha chiesto alla polizia di presentare una denuncia nei confronti del politico.

Anche a Honk Kong utilizzare lo spray è reato perché si tratta di un prodotto considerato una vera e propria arma.

L’elenco dei Paesi in cui lo spray è considerato illegale comprende anche: l’Inghilterra, la Norvegia, la Danimarca, il Lussemburgo, l’Olanda, la Turchia, l’Islanda, la Grecia, l’Irlanda, Malta, il Bangladesh, la Cina, l’Iran, il Vietnam, il Canada, il Brasile, il Nuovo Galles del Sud e Singapore. In tutti questi Stati il possesso, l’uso e il trasporto dello spray al peperoncino da parte dei civili sono illegali. Solo le forze dell’ordine posso utilizzarlo.

In altri Paesi l’uso dello spray è consentito nel rispetto di determinate condizioni.

In Finlandia il possesso dello spray è concesso esclusivamente a chi detiene il porto d’armi e il suo utilizzo è previsto solo per la difesa personale o come arma da utilizzare nell’ambio lavorativo (es. vigilanza, forze dell’ordine).

Il Portogallo autorizza tutti i cittadini a usarlo, purché abbiano la fedina penale pulita e la concentrazione di OC non superi il 5%.

Anche in Ungheria c’è un limite simile: il volume di agente lacrimogeno non deve superare i 20 grammi.

La Germania, invece, non equipara lo spray a un’arma, ma ne limita l’uso alla difesa dall’attacco di animali.

La Svezia, la Svizzera e la Nuova Zelanda ne consentono l’uso solo dietro specifica licenza.

La Romania è il Paese in cui gli spray sono vietati solo durante gli eventi sportivi e culturali, le occasioni di intrattenimento e sui mezzi di trasporto pubblici. Un regime simile vige in Thailandia.

Gli USA demandano a ogni singolo Stato la regolamentazione in materia.

Tra i Paesi tolleranti che consentono l’uso dello spray per autodifesa, oltre all’Italia, ci sono l’Austria, la Repubblica Ceca, la Russia, la Corea del Sud, Israele, il Taiwan, l’Arabia Saudita, la Spagna, la Slovacchia, la Lettonia, la Mongolia, le Filippine, la Serbia, la Colombia, la Polonia e la Francia.

La Lettonia e la Serbia applicano la stessa regola italiana e quindi consentono l’uso dello spray al peperoncino ai cittadini che abbiano compiuto i 16 anni. La Colombia lo autorizza ai maggiori di 14 anni. Gli altri, invece, richiedono il compimento della maggiore età.

La Slovacchia e l’Austria incoraggiano addirittura l’utilizzo dello spray per le categorie considerate più vulnerabili, ovvero donne e anziani. La stessa esortazione vige in Repubblica Ceca dove, però, si viene arrestati se lo si porta a manifestazioni pubbliche o dentro le aule giudiziarie.

 

Conclusione

Quelle riportate fin qui sono delle indicazioni generali utili per avere una conoscenza d’insieme della normativa, rivolgendo lo sguardo anche al resto del mondo.

La comparazione può rivelarsi utile per comprendere le soluzioni adottate anche da Paesi geograficamente molto lontani da noi. Tuttavia, a coloro che intendono recarsi in un Paese estero e desiderano portare con loro lo spray al peperoncino consiglio di rivolgersi alle autorità di frontiera o all’ambasciata del Paese di destinazione per sapere se il possesso e l’uso dello strumento è consentito e, eventualmente, quali sono i limiti previsti.

Informazioni

Codice penale aggiornato

C. F. Grosso, M. Pelissero, D. Pertini, P. Pisa, Manuale di diritto penale, Giuffrè, 2020

R. Bartoli, M. Pelissero, S. Seminara, Diritto penale. Lineamenti di parte speciale, Giappichelli, 2021


Presidente della Camera

Il Presidente della Camera nell'ordinamento italiano

Parlamento, bicameralismo e Presidenti. Uno sguardo d’insieme sull’organo principale del potere legislativo ed in particolare sul Presidente della Camera

 

Parlamento, Camere e ping pong

Nella storia costituzionale inglese la parola “Parlamento” indicava la riunione nella quale il Re e i baroni del Regno “parlamentavano” per decidere sulle questioni politiche essenziali.

Il Parlamento è il luogo in cui si esercita il massimo potere politico, basti pensare che tutta la storia costituzionale è la storia della lotta per la conquista del Parlamento, ossia del potere sovrano, come potere rappresentativo.

Nel linguaggio comune tale termine viene adoperato per riferirsi a una specifica attività: quella di parlare e di decidere votando. La definizione di “parlaménto” che si legge sul Vocabolario Treccani è “l’atto, il fatto di parlare, e quindi conversazione, discorso in genere”.

Ma, com’è noto, il Parlamento è soprattutto uno specifico organo costituzionale composto dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica (art. 55 Cost.). Si tratta di un istituto unitario con forma bicamerale, che si riunisce in seduta comune per discutere delle questioni più rilevanti.

Le due Camere hanno gli stessi poteri (proporre, discutere e approvare le leggi) e si trovano su un piano di assoluta parità. È per questo che si può assistere a una sorta di “ping pong” prima che un disegno di legge venga approvato da entrambi i rami del Parlamento. Se viene presentata una proposta di legge dalla Camera, questa passa al Senato che ha la facoltà di apportarvi delle modifiche. In questo caso, il disegno di legge dovrà tornare alla Camera, affinché quest’ultima approvi le variazioni e così, in una sorta di “ping pong” in cui la pallina è il disegno di legge, fino a quanto il testo sarà approvato definitivamente da entrambi i rami. Per descrivere questo meccanismo si parla di bicameralismo perfetto o paritario.

Le uniche differenze esistenti tra le due Camere riguardano:

  • la composizione: al momento i componenti della Camera sono 630, quelli del Senato sono 315. L’Italia è il Paese europeo con il più alto numero di parlamentari direttamente eletti dal popolo. Ma la legge costituzionale 19 ottobre 2020, n. 1, ha previsto la riduzione da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori elettivi. In questo modo, il nostro Paese si allineerà al resto d’Europa. La riduzione del numero entrerà in vigore all’inizio della prossima Legislatura;
  • le caratteristiche dell’elettorato attivo e passivo: ad oggi per eleggere i deputati occorre aver compiuto 18 anni e per essere eletti deputati occorre aver compiuto 25 anni; per eleggere i senatori occorre aver compiuto 25 anni e per essere eletti senatori occorre averne almeno 40 (art. 58 Cost.). Il Costituente pensava che l’età più elevata sarebbe stata indice di maggior maturità, tanto negli elettori quanto negli eletti. Ma le cose cambieranno presto. La legge costituzionale 18 ottobre 2021, n. 1, ha modificato l’articolo 58 della Costituzione e, così, a decorrere dalle prossime elezioni politiche l’età minima per poter votare per il Senato della Repubblica sarà uguale a quella richiesta per eleggere i deputati: 18 anni e non più 25;
  • l’elezione a base regionale del Senato: i sistemi elettorali delle due Camere sono diversi, infatti i senatori vengono eletti su base regionale (art. 57 c. 1 Cost.).

 

Le ragioni del bicameralismo

“Essendo paritario, non avrebbe ragione di esistere” sostengono alcuni da molto tempo. Effettivamente, nella tradizione del costituzionalismo rivoluzionario francese, l’Assemblea nazionale era monocamerale, proprio in quanto espressione dell’unica Nazione. Anche le nostre Camere sono espressione del medesimo e unico popolo sovrano.

Abbiamo visto finora che il bicameralismo perfetto consente, durante l’iter di approvazione delle leggi, di tornare sui testi dei disegni e dei progetti di legge approvati da una Camera per apportarvi dei miglioramenti, per correggere eventuali errori e per consentire dei ripensamenti.

La ragione originaria che spinse l’Assemblea Costituente ad adottare il bicameralismo paritario fu l’opportunità di verificare gli orientamenti politici del corpo elettorale in momenti diversi. Inizialmente, infatti, l’articolo 60 Cost. prevedeva che la Camera dei deputati fosse eletta per cinque anni e il Senato della Repubblica per sei. Questa differenza iniziale di un anno sarebbe aumentata di legislatura in legislatura e, dunque, le due Camere avrebbero rappresentato orientamenti politici del corpo elettorale colti in due momenti diversi.

Nel 1963 l’articolo fu modificato e venne deciso che il Senato sarebbe stato sciolto ogni cinque anni, facendo così venire meno il motivo primario alla base della scelta bicamerale.

La limitazione di durata della legislatura è una garanzia di democrazia: gli elettori possono confermare con il loro voto i partiti che hanno governato, oppure votarne altri.

Le discussioni circa il superamento del bicameralismo paritario si accendono periodicamente. Nel 2005 il Parlamento approvò a maggioranza assoluta una riforma costituzionale in materia, proposta dal Governo Berlusconi III, sottoposta a referendum confermativo nel giugno 2006, non confermata dal voto popolare. La stessa situazione si verificò nel 2016 con la riforma costituzionale proposta dal governo Renzi: dopo l’approvazione delle Camere a maggioranza assoluta, fu sottoposta a referendum confermativo nel dicembre 2016, ma venne respinta dal voto popolare.

 

Il Presidente e l’Ufficio di Presidenza

Ciascuna Camera elegge fra i suoi componenti un Presidente (art. 63 Cost.). Egli è coadiuvato nelle sue attività da un Ufficio di Presidenza. Quest’ultimo è composto da quattro vicepresidenti (che lo sostituiscono in caso di assenza e, in generale, collaborano con lui), tre questori (che sovraintendono all’ordine e all’organizzazione materiale interna) e dai Segretari, il cui numero varia a seconda dei gruppi parlamentari (che assistono il Presidente durante i lavori Parlamentari). Anche i membri dell’Ufficio di Presidenza sono eletti dai parlamentari.

L’elezione avviene a scrutinio segreto ed è diretta da un soggetto chiamato a ricoprire provvisoriamente la posizione di Presidente. Alla Camera viene scelto il più anziano di elezione tra i vicepresidenti delle precedenti legislature; al Senato il più anziano tra i presenti alla seduta.

I Presidenti dei due rami parlamentari svolgono un ruolo imparziale e, pertanto, devono tutelare anche le forze non vittoriose. Fino al 1944 era diffusa la prassi di sceglierne uno nella maggioranza e uno nella minoranza parlamentare. Oggi, invece, entrambi i Presidenti sono espressione della maggioranza.

Quando il Parlamento si riunisce in seduta comune, il Presidente e l’Ufficio di presidenza sono quelli della Camera dei Deputati, e anche il regolamento utilizzato è quello della Camera. Questa scelta è dovuta al fatto che il Presidente del Senato è già chiamato a esercitare le funzioni del Presidente della Repubblica[1], qualora egli non possa adempierle temporaneamente (art. 86 Cost.). Si è voluto evitare, quindi, che egli assumesse troppe cariche, anche perché la seduta comune delle Camere può avere ad oggetto proprio la figura del Capo dello Stato (artt. 90, 91 Cost.).

Poiché le funzioni dei Presidenti devono ispirarsi al principio d’imparzialità e di garanzia dell’istituzione parlamentare nel suo complesso, per consuetudine, non prendono parte alle votazioni.

 

Il Presidente della Camera: nomina e funzioni

Il Presidente della Camera è eletto dall’Assemblea nella prima seduta della legislatura. Al primo scrutinio è richiesta la maggioranza dei due terzi dei membri della Camera. Se nessuno viene eletto alla prima votazione, al secondo e al terzo scrutinio il quorum si abbassa a due terzi dei votanti (le schede bianche contano come voti validi). Se anche in questo caso nessuno viene eletto, dal quarto scrutinio in poi è sufficiente la maggioranza assoluta dei voti, e il voto va avanti a oltranza.

Egli rappresenta la Camera e assicura il buon andamento dei suoi lavori. Tra i suoi compiti rientra quello di far osservare il Regolamento e l’Amministrazione interna, diretta dal Segretario generale, che ne risponde nei suoi riguardi.

Le sue molteplici funzioni sono:

  • dirigere e moderare la discussione, mantenendo l’ordine;
  • dare la parola ai deputati;
  • curare l’organizzazione dei lavori della Camera, convocando la Conferenza dei presidenti di gruppo e predisponendo, in caso di mancato raggiungimento della maggioranza prescritta dal regolamento, il programma e il calendario;
  • porre le questioni;
  • stabilire l’ordine delle votazioni;
  • presiedere l’Assemblea e gli organi collegiali preposti alle funzioni di organizzazione dei lavori e direzione generale della Camera che vengono da lui convocati ogniqualvolta lo ritenga opportuno (Ufficio di Presidenza, Conferenza dei Presidenti di gruppo, Giunta per il regolamento);
  • chiarire il significato delle votazioni e annunciarne l’esito;
  • nominare i componenti degli organi interni di garanzia istituzionale (Giunta per il regolamento, Giunta delle elezioni, Giunta per le autorizzazioni richieste ai sensi dell’art. 68 Cost.);
  • decidere dell’ammissibilità dei progetti di legge, degli emendamenti, degli ordini del giorno, delle mozioni, delle interrogazioni, delle interpellanze.

Informazioni

L. Gianniti e N. Lupo, Corso di diritto parlamentare, Il Mulino, Bologna (ult. ed.)

S. Curreri, Riforme regolamentari e futuro del Parlamento, in Quaderni costituzionali, 2008

C. de Fiores, Prospettive di riforma del bicameralismo in Italia, in Politica del Diritto, 2007

[1] Per maggiori informazioni sul Presidente della Repubblica: Il Presidente della Repubblica – DirittoConsenso


Diritto di voto

Il diritto di voto

Storia del diritto di voto, analisi dell’articolo 48 della Costituzione e modalità di votazione per i detenuti

 

Un po’ di storia

1861. È da qui che inizia il viaggio del diritto di voto. Dal 27 gennaio al 3 febbraio di quell’anno, ricordato anche dagli studenti meno diligenti per l’Unità d’Italia, si votò per la prima legislatura del Regno d’Italia.

La nascita di tale diritto fu accompagnata da condizioni, vincoli e barriere. In origine, la facoltà di votare era riconosciuta solo agli uomini alfabeti di età superiore a venticinque anni, che pagavano un certo ammontare di tasse ogni anno.

Nel 1882 qualcosa cambiò: il Parlamento estese il diritto di voto anche alla media borghesia e il limite di età fu abbassato a ventuno anni.

Qualche tempo dopo, la legge 666/1912, approvata dal quarto governo Giolitti, sostituì la legge Zanardelli del 1882 e introdusse il suffragio universale maschile. Furono introdotte delle differenze tra maggiori e minori di trent’anni. I primi potevano votare senza dover dimostrare il rispetto di alcuna condizione. I ragazzi maggiorenni (cioè che avevano compiuto i ventuno anni), ma di età inferiore a trenta, invece, potevano esercitare il diritto solo se dimostravano di:

  • aver conseguito la licenza elementare inferiore;
  • aver prestato il servizio militare;
  • aver pagato un’imposta diretta annuale di almeno 19,80 lire.

 

209 contrari, 48 favorevoli, 6 astenuti: con questi numeri la Camera respinse con votazione per appello nominale la concessione del voto alle donne.

Durante il governo Orlando venne approvata la legge n. 1985/1918 che estese il suffragio a tutti i cittadini maschi di età superiore a ventuno anni e a tutti coloro che avessero prestato il servizio militare durante la Prima guerra mondiale, purché avessero compiuto il diciottesimo anno di età. Inoltre, con la legge 1401/1919 venne introdotto il sistema proporzionale, fortemente voluto dalle forze politiche d’ispirazione socialista e cattolica.

 

E le donne?

Donne tutte sorgete! Il vostro primo dovere in questo momento è di chiedere il voto politico” scriveva la pedagogista Maria Montessori nel 1906.

Il 10 marzo di quarant’anni dopo, a seguito della pressione da parte di Togliatti e di De Gasperi, le donne italiane vennero chiamate alle urne per la prima volta, in occasione delle prime elezioni amministrative in 436 comuni del centro-nord. Furono così investite di una responsabilità sino ad allora estranea e iniziarono a costruirsi un futuro nuovo, emancipato. Restavano escluse solo le minori di ventuno anni e le prostitute.

A partire dall’anno successivo, ebbero la possibilità di essere elette, oltre che di eleggere.

Poi arrivò il 2 giugno 1946, la data in cui tutti i cittadini italiani furono chiamati a scegliere quale forma dare allo Stato nascente sulle macerie della guerra e del fascismo e ad eleggere l’Assemblea Costituente. Il voto del 2 giugno è ricordato come “il voto senza rossetto”.

Al seggio meglio andare senza rossetto alle labbra. Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po’ di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto. Dunque, il rossetto lo si porti con sé per ravvivare le labbra fuori dal seggio” fu la raccomandazione apparsa sul Corriere della Sera.

E così, senza alcuna tinta sulle labbra e con l’abito delle grandi occasioni, milioni di donne in tutta la penisola, nelle grandi città industriali del nord come in quelle del sud, nei piccoli centri agricoli e nelle comunità montane, si recarono ai seggi desiderose di lasciare il loro segno, quella crocetta sulla scheda che stringevano come fosse un biglietto d’amore, e di colloquiare con gli uomini con un tono diverso, finalmente alla pari.

 

Dalla Nuova Zelanda all’Arabia Saudita

Oggi vi propongo una legge che dovrebbe permettere alle donne di votare e di essere elette in questo Parlamento”. Furono queste le parole pronunciate dalla ventiquattrenne Meri Mangakahia il 18 maggio 1893 davanti al Parlamento degli indigeni maori in Nuova Zelanda. E fu grazie a queste parole che, poche settimane dopo, questo divenne il primo Paese al mondo a introdurre il suffragio femminile.

Alla Nuova Zelanda seguirono, l’Australia, la Finlandia, la Norvegia, fino al più grande e potente Stato arabo dell’Asia occidentale, l’Arabia Saudita, che ha concesso il diritto di voto alle donne solo nel 2015.

Ma la strada da percorrere per giungere ad una vera uguaglianza in tutto il mondo è ancora molto lunga.

Allah mette al bando l’alcool ma non la schiavitù: evidentemente ha le sue priorità” è la frase che è stata pubblicata nel dicembre 2020 dall’account Twitter “Free from religion”.  La schiavitù a cui allude è quella delle donne. In Arabia Saudita il voto per il gentil sesso non è un diritto, è una corsa ad ostacoli, è una strada impervia. Per votare è necessario essere accompagnate al seggio da un uomo, per cui basta l’indisponibilità dei maschi della famiglia per rendere impossibile esercitare il diritto. Anche per il rilascio del documento necessario per votare serve il benestare dei familiari di sesso maschile. Ed è a causa di queste regole insensate che nel 2015 solo meno del 10% dell’intero corpo elettorale femminile si registrò agli uffici per votare.

 

L’articolo 48 della nostra Costituzione

L’articolo 48 della Costituzione italiana sancisce il suffragio universale, un principio fondamentale dell’ordinamento italiano, ovvero il diritto a partecipare alle elezioni conferito a tutti i cittadini maggiorenni, uomini e donne, che ha segnato il passaggio dallo Stato liberale alla moderna democrazia costituzionale.

I due requisiti positivi per l’esercizio del diritto di voto, quindi, sono:

  • la cittadinanza italiana[1]: sono perciò esclusi gli apolidi e gli stranieri, ma è consentito ai cittadini dell’UE residenti in Italia di votare per le elezioni amministrative e per quelle del Parlamento europeo, purché presentino l’espressa richiesta in comune al fine di essere iscritti nell’apposita lista elettorale aggiuntiva;
  • la maggiore età: grazie alla legge costituzionale 1/2021 l’elettorato attivo per il Senato della Repubblica è stato uniformato a quello già previsto per la Camera dei deputati (art. 56 Cost.), eliminando così l’unica differenza che intercorreva tra i due rami parlamentari.

 

Il diritto di voto è un “dovere civico”, come sottolineato dal comma 2, cioè un dovere di chi vuol essere un buon cittadino e partecipare alle sorti del Paese, ma comunque, libero nell’esercizio. Pertanto, la scelta di non recarsi alle urne non è sanzionata. L’astensionismo è ammesso e ogni cittadino ha la facoltà di decidere se votare o no, se lasciare la scheda in bianco oppure esprimere la sua preferenza.

La disposizione esclude il voto per procura, cioè la possibilità che un individuo deleghi a un altro il suo esercizio, e il voto plurimo, ovvero l’eventualità che il voto di un soggetto abbia un valore numerico superiore a quello di un altro in virtù dei suoi requisiti soggettivi.

Il comma 2 dell’articolo 48 Cost., afferma che il voto è:

  • personale: deve, quindi, essere espresso in prima persona. I non vedenti possono farsi assistere da un accompagnatore preferibilmente scelto tra i propri familiari; gli italiani residenti all’estero, invece, possono esercitare il diritto di voto per corrispondenza;
  • eguale: tutti i voti espressi hanno uguale peso e valore, anche quello degli ex delinquenti o di chi persegue i propri interessi;
  • libero: nessuno può costringere o corrompere una persona a votare per un determinato candidato;
  • segreto: il voto è davvero libero quando nessuno può venirne a conoscenza. Non è consentito portare il cellulare con sé nell’urna elettorale, nella quale non possono entrare altre persone oltre l’elettore. Le schede elettorali sulle quali è presente un segno di riconoscimento verranno annullate.

 

Limitazioni al diritto di voto

Ogni cittadino italiano maggiorenne è titolare del diritto di voto, purché non si trovi in una delle situazioni di incapacità elettorale previste dalla legge.

L’ultimo comma dell’art. 48 Cost. dispone che tale diritto possa essere limitato:

  • per incapacità civile: la legge 180/1878, però, ha eliminato dal nostro ordinamento ogni residua causa di limitazione del diritto di voto in tal senso; in precedenza erano esclusi dall’elettorato attivo i soggetti interdetti e gli inabilitati per infermità di mente. Il riconoscimento dei diritti politici anche alle persone con disabilità psichiche ha rappresentato un momento di maturazione e di progresso democratico e civile;
  • per effetto di sentenza penale irrevocabile: quando il giudice penale condanna un imputato con sentenza definitiva, cioè non più appellabile o ricorribile per Cassazione, egli potrebbe perdere il diritto di voto. Il codice penale regola la disciplina in maniera più analitica. Tutto dipende dalla gravità del reato commesso;
  • nei casi di indegnità morale indicati nella legge: si tratta di coloro che sono sottoposti a misure di prevenzione o di sicurezza detentive oppure condannati a una pena che importi l’interdizione dai pubblici uffici perpetua o temporanea, per tutto il tempo della sua durata.

 

I detenuti possono votare?

La risposta a tale quesito, come accade molto spesso quando si pone una domanda inerente al diritto, è “dipende”.

Alcune leggi elettorali, come quella inglese, escludono indiscriminatamente tutti i detenuti dall’esercizio del diritto di voto, senza distinzioni basate sulla durata dell’esecuzione della pena, sulla gravità del reato o sul tipo di pena da scontare. Nel nostro Paese, però, non è così. Tutto dipende dalla gravità del reato commesso e dall’entità della pena comminata.

Solo i condannati all’ergastolo o ad una pena superiore a cinque anni perdono definitivamente il diritto di voto.

Per i condannati ad una pena non inferiore a tre anni, invece, il diritto di voto è solo sospeso per cinque anni a partire dal momento del passaggio in giudicato della sentenza.

Inoltre, l’interdizione dai pubblici uffici, da cui deriva la privazione dell’elettorato attivo e passivo può essere comminata, indipendentemente dal quantum della pena, per specifici delitti individuati da disposizioni di parte speciale, tra i quali i crimini contro la pubblica amministrazione e contro l’amministrazione dello Stato.

Tutti coloro che si trovano in stato di custodia cautelare o la cui sentenza non è ancora definitiva, invece, non perdono il diritto di votare.

La macchina amministrativa, però, è decisamente lenta e così l’Associazione Antigone, che salvaguardia i diritti dei detenuti, denuncia che solo un detenuto su dieci riesce effettivamente a votare.

Tutti coloro che desiderano esercitare tale diritto devono esprimere la loro volontà al comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, non oltre il terzo giorno antecedente alla data della votazione, avvalendosi del supporto dell’Ufficio matricola del carcere. La dichiarazione deve indicare il numero della sezione alla quale l’elettore è assegnato, deve recare in calce l’attestazione del direttore dell’istituto comprovante la detenzione dell’elettore, e sarà onere del direttore inoltrarla al comune di destinazione. Una volta ricevuta la richiesta, il sindaco provvede a includere i nomi dei richiedenti in appositi elenchi che saranno consegnati, all’atto della costituzione del seggio, al presidente di ciascuna sezione, il quale prende nota sulla lista elettorale sezionale. Dopodiché, il sindaco deve procede al rilascio dell’attestazione di avvenuta inclusione negli elenchi.  Sarà onere del sindaco inviare al carcerato la sua tessera elettorale.

Gli artt. 8 e 9 della l. 23 aprile 1976, n. 136, prevedono la costituzione di un seggio elettorale speciale nel luogo di detenzione.

Informazioni

G. Zagrebelsky, V. Marcenò, Lineamenti di diritto costituzionale, Le Monnier Università, Milano, 2019 (terza edizione)

Pisaneschi, Diritto costituzionale, Giappichelli, Torino, 2018

[1] Qui qualche curiosità in materia: La doppia cittadinanza – DirittoConsenso


Overbooking aereo

Cosa fare in caso di overbooking aereo?

Come evitare che l’overbooking aereo rovini le vacanze

 

Overbooking aereo: di che cosa si tratta?

Che cos’è quella cosa che spegne il sorriso anche al viaggiatore più ottimista? L’overbooking aereo.

Ma di che cosa si tratta?

Le compagnie aeree hanno il diritto di vendere più biglietti rispetto agli effettivi posti a sedere, utilizzando i dati statistici per calcolare quanti venderne al fine di trarre un profitto elevato da ogni volo ed evitare di ritrovarsi con numerose disdette e troppe poche persone a bordo. La ratio di tale regola risiede nel cosiddetto “no show” dei passeggeri: c’è chi non si presenta perché ha bucato una ruota all’ultimo e non è riuscito ad arrivare in tempo in aeroporto, c’è chi non si è alzato in orario perché la sveglia non ha suonato – come è accaduto alla famiglia McCallister nel film natalizio per eccellenza (attenzione, però, a non dimenticare un minore in soffitta, perché altrimenti vi toccherà leggere la sezione “Diritto penale” di DirittoConsenso) – poi c’è chi ha perso la coincidenza a causa del ritardo del volo precedente, e chi ha deciso scientemente di non partire per qualsivoglia ragione.

Si tratta, in ogni caso, di persone che hanno acquistato regolarmente il biglietto, ma non si sono imbarcate sul volo. Secondo le statistiche, la percentuale di passeggeri che non si presentano al gate è compresa tra il 5 e il 15%.

Solo l’operazione di check-in e la corrispettiva emissione della carta d’imbarco assicurano che il posto venga assegnato definitivamente. Ecco perché è sempre meglio fare il check-in online, anziché aspettare di arrivare in aeroporto.

La prenotazione del volo, infatti, non assicura la disponibilità del posto al cento per cento.

C’è chi viaggia per piacere, chi per lavoro, chi per salute, chi per lutto. E non è mai piacevole sentirsi dire: “Mi dispiace, signorina, ma siamo in overbooking”.

Vediamo, quindi, che cosa fare nel caso in cui ciò accada.

 

Appello ai volontari

La prima cosa che la compagnia aerea è tenuta a fare in caso di negato imbarco di un passeggero è un appello ai “volontari disposti a rinunciare alla prenotazione in cambio di benefici da concordare tra il passeggero interessato e il vettore aereo operativo” ai sensi dell’art. 4 del Reg. CE 261/2004.

I diritti riconosciuti dal regolamento europeo[1], però, valgono soltanto per i voli decollati dall’Unione europea (operati da qualsiasi compagnia aerea) e/o atterrati in UE (solo se con compagnie aeree con sede nell’UE) e se l’imbarco non è stato negato per una responsabilità del passeggero (per esempio perché è arrivato in ritardo al gate o perché non ha i documenti necessari per partire).

Tuttavia, anche alcuni Stati extracomunitari devono sottostare al regolamento CE 261/2004. Si tratta della Norvegia, della Svizzera e dell’Islanda. Quando si tratta di disservizi aerei, quindi, questi tre Paesi sono considerati alla pari delle nazioni dell’UE.

Se non si trovano volontari, il viaggiatore rimasto a terra avrà diritto ad una compensazione pecuniaria, il cui ammontare dipende dalla tratta aerea e dalla distanza chilometrica percorsa dal volo ai sensi dell’art. 7 del regolamento sopra citato.

Se la tratta aerea è intracomunitaria e la distanza è pari o inferiore a 1.500 km si ha diritto a una compensazione pari a 250 euro. Se, invece, la distanza è maggiore, la compensazione massima sarà di 400 euro.

Le stesse regole valgono per le tratte extracomunitarie, ma in questo caso, se la distanza supera i 3.500 km la compensazione sarà di 600 euro.

Tale compensazione può essere ridotta del 50% se il vettore aereo offre al passeggero la possibilità di raggiungere la destinazione finale imbarcandosi su un volo alternativo, il cui orario di arrivo non supera:

  • di due ore, per tutte le tratte aeree pari o inferiori a 1.500 km;
  • di tre ore per tutte le tratte aeree intracomunitarie superiori a 1.500 km e per tutte le altre tratte aeree comprese tra 1.500 e 3.500 km;
  • di quattro ore per tutte le tratte aeree che non rientrano nei casi precedenti

l’orario di arrivo previsto del volo originariamente prenotato.

In aggiunta, il passeggero rimasto a terra può scegliere di imbarcarsi su un volo alternativo verso la destinazione finale:

  • non appena possibile in condizioni di trasporto comparabili a quelle scelte inizialmente, oppure
  • anche in una data successiva di suo gradimento a seconda della disponibilità dei posti,

oppure

  • può richiedere il rimborso del biglietto, allo stesso prezzo al quale è stato acquistato, per la parte di viaggio non effettuata.

 

The Terminal

Nel caso di overbooking aereo, il film che balza alla mente quando si è in piedi con lo zaino sulle spalle, un piccolo trolley a fianco e una hostess che spiega la situazione dietro il bancone è The Terminal. Quello che non bisogna assolutamente fare è lasciarsi andare allo sconforto. Non dovrete arrangiarvi con i cracker e le salsine distribuite gratuitamente, oppure sperare di poter guadagnare qualche soldo risistemando i carrelli per poi acquistare del cibo al ristorante dell’aeroporto, o, ancora, trovare un addetto alla mensa di nome Enrique che vi offri del cibo in cambio di informazioni sull’agente Torres come è accaduto a Viktor, il protagonista interpretato da Tom Hanks, perché l’articolo 9 del regolamento europeo che ha istituito regole comuni in materia di compensazione e assistenza ai passeggeri in caso di negato imbarco verrà in vostro soccorso, assicurandovi pasti e bevande in base alla durata dell’attesa.

Nel caso in cui si rendano necessari uno o più pernottamenti in attesa del volo successivo sarete ospitati in un albergo e potrete giovare del trasferimento dall’aeroporto all’hotel e di “due chiamate telefoniche i messaggi via telefax, fax o posta elettronica”.

 

È possibile presentare un reclamo?

Sì, in caso di overbooking aereo, i passeggeri hanno la possibilità di presentare un reclamo entro due anni dalla data del volo o dalla data in cui questo avrebbe dovuto essere effettuato.

Per conoscere la procedura da seguire, sarà necessario attenersi alle indicazioni fornite dalla compagnia aerea coinvolta.

L’Unione Europea ha messo a disposizione un “modulo di reclamo per negato imbarco, sistemazione in classe inferiore, cancellazione o ritardo prolungato del volo”, in versione italiana e inglese, da poter utilizzare nell’ipotesi in cui manchino specifiche indicazioni.

In Italia, l’organismo responsabile dell’applicazione del Regolamento (CE) 261/2004 negli aeroporti nazionali è l’ENAC. Esso ha il potere di irrogare sanzioni amministrative nei confronti dei soggetti inadempienti.

Il reclamo può essere presentato gratuitamente e personalmente, quindi senza la necessaria assistenza di un legale, utilizzando il modulo dedicato che è facilmente reperibile online.

Se il disservizio coinvolge più persone, appartenenti a uno stesso nucleo familiare è sufficiente inviare un unico reclamo.

Di seguito i casi in cui è possibile presentare il reclamo all’ENAC affinché accerti un’eventuale violazione del Regolamento (CE) 261/2004:

  • quando la compagnia aerea, trascorse sei settimane dalla data di ricezione del reclamo del passeggero, non fornisce alcuna risposta;
  • quando la compagnia aerea fornisce una risposta ritenuta non soddisfacente rispetto a quanto previsto dal Regolamento (CE) 261/2004.

 

È possibile rivolgersi all’ENAC solo se il disservizio è relativo:

  • a un volo prenotato con una compagnia aerea di qualsiasi nazionalità (UE o extra UE) in partenza da un aeroporto italiano;
  • a un volo prenotato con una compagnia aerea UE, in partenza da un Paese Terzo (extra UE) e in arrivo in un aeroporto italiano.

 

Una volta completato l’accertamento, l’ENAC comunica al passeggero l’archiviazione del reclamo oppure l’avvio del procedimento sanzionatorio. Tale organismo, infatti, non fornisce assistenza legale o servizi di consulenza e non può soddisfare in alcun modo le richieste risarcitorie dei passeggeri. Pertanto, lo step successivo vedrà il passeggero avvalersi delle ordinarie vie legali dinanzi all’Autorità Giudiziaria competente. Un rimedio che, in alcuni casi, può rivelarsi conveniente è quello della risoluzione alternative delle controversie, introdotto con il d. lgs. 130/2015, recependo la direttiva UE 2013/11.

 

Ancora qualche precisazione!

Tutti i voli operati da compagnie aeree extra comunitarie, anche se hanno come destinazione un aeroporto situato nel territorio UE, non rientrano nell’ambito di applicazione del regolamento europeo. Se, invece, il disservizio riguarda un volo organizzato da una compagnia aerea di qualsiasi nazionalità in partenza da uno Stato UE e che ha come destinazione un aeroporto situato sul territorio dell’UE, il reclamo potrà essere presentato all’Organismo nazionale responsabile dello Stato UE da cui il volo è partito.

Infine, per i voli in partenza da Stati extra UE con destinazione aeroporti UE, il reclamo dovrà essere presentato all’Organismo responsabile dello Stato in cui il volo è atterrato, ma solo se la compagnia aerea è comunitaria.

 

Volo in code sharing

Il code sharing (lett. codice condiviso) consiste in un accordo tra due parti che sono:

  • l’OPE (operating carrier), che è la compagnia aerea che effettua il servizio;
  • la Marketing Airline, ovvero la compagnia che vende il biglietto.

 

In questi casi, il passeggero acquista un biglietto con una compagnia aerea, ma dal ticket si evince che si volerà con una compagnia diversa. Questa procedura consente ai vettori di offrire un servizio verso destinazioni che non rientrano tra le rotte operate e ai viaggiatori di avere a disposizione un ventaglio più ampio di destinazioni.

In caso di volo in code sharing le regole che si applicano sono quelle della compagnia con cui effettivamente si volerà. Quindi bisognerà fare riferimento a quest’ultima per tutto ciò che riguarda il trasporto di animali domestici, i bagagli, il check-in, l’imbarco…

Per capire con quale compagnia aerea si volerà effettivamente è sufficiente leggere attentamente il ticket acquistato. Se, oltre alla sigla della compagnia che ha venduto il servizio, c’è la dicitura “operato da” significa che ci si imbarcherà con quest’ultimo vettore.

Il volo in code sharing presenta un grande vantaggio per i passeggeri che devono effettuare un viaggio che prevede più scali. Infatti, in questi casi si avrà la possibilità di effettuare un unico check-in e, quindi, risparmiare tempo e denaro e, soprattutto, avere la comodità di poter ritirare il bagaglio direttamente alla fine del viaggio.


Adozione

Adozione e single. Due parole, tante domande, infinite storie

In Italia è possibile intraprendere la strada dell’adozione senza matrimonio?

 

Di che cosa ha bisogno un bambino per essere felice? La risposta della legge italiana

Per essere felice, un bambino ha bisogno di una mamma e di un papà sposati da almeno tre anni. È questo che dice la legge italiana. È questo ciò di cui sono convinte alcune associazioni che si occupano di adozione. Ma è davvero così?

Sono quindici i Paesi che ammettono all’adozione solo le coppie unite in matrimonio. L’Italia è uno di questi.

L’art. 6 della legge 184/83, come modificata dalla legge 149/2001, recita:

L’adozione è permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni, o che raggiungano tale periodo sommando alla durata del matrimonio il periodo di convivenza prematrimoniale, e tra i quali non sussista separazione personale neppure di fatto e che siano idonei ad educare, istruire ed in grado di mantenere i minori che intendano adottare”.

 

C’è un altro vincolo che le coppie devono rispettare: quello che riguarda la differenza di età tra loro e l’adottato.

Tra adottante e adottato non può esserci una differenza di età superiore a 45 anni per uno dei coniugi e 55 per l’altro. C’è, però, una deroga che opera se si adottano due o più fratelli, oppure se si ha già un figlio minorenne naturale o adottivo.

La differenza minima, invece, è di 18 anni.

La ratio di tali limiti è quella di garantire all’adottato dei genitori che siano in grado di seguirlo fino all’età adulta, “in una condizione analoga a quella di una genitorialità naturale” si legge sul sito della Commissione per le Adozioni Internazionali.

Insomma, in Italia senza matrimonio non è possibile neanche pensare all’adozione. Gli aspiranti genitori vengono sottoposti ad una serie di accertamenti legali, sanitari, sociali e psicologici per comprendere se possano essere ritenuti idonei a soddisfare i bisogni fisici e psichici di un bambino, a mantenerlo, ad accogliere un figlio nella loro vita e ad affrontare le eventuali difficoltà di inserimento.  Al primo posto c’è sempre il bene del minore.

 

Le parole di Papa Francesco e la proposta di “rivoluzione culturale” di Aibi-Amici dei Bambini

Nella prima udienza generale del 2022, Papa Francesco ha parlato di adozione e di animali domestici. Ma quelle che qui ci interessano sono le parole che ha speso sulle procedure di adozione.

Parola d’ordine: snellire. E così, Aibi-Amici dei Bambini, l’organizzazione non governativa costituita da un movimento di famiglie adottive e affidatarie che dal 1986 lavora al fianco dei bimbi ospiti degli istituti di tutto il mondo per combattere l’emergenza abbandono, ha avanzato una proposta: eliminare il passaggio dal Tribunale dei minorenni per concedere l’idoneità all’adozione internazionale.

Il motivo che sta alla base di questa richiesta è molto semplice: i Tribunali prendono le decisioni dopo aver ascoltato e letto quanto riportato dai servizi socio-assistenziali da loro stessi incaricati. Quindi, perché non far sì che l’idoneità all’adozione sia rilasciata con un provvedimento amministrativo da parte di quegli stessi servizi che vengono incaricati dai Tribunali?

Al momento sono solo due i Paesi europei che hanno mantenuto il passaggio dal Tribunale dei minorenni: il Belgio e l’Italia. Tutti gli altri hanno sostituito l’idoneità giudiziaria con quella amministrativa.

 

Adozione consentita ai single italiani: quando e perché?

Ci sono dei casi particolari in cui è consentito anche ai single italiani di adottare un minore. Ciò può accadere nelle seguenti ipotesi:

  • quando un bimbo ha perso entrambi i genitori e una persona particolarmente legata a lui per rapporti di parentela o amicizia si rende disponibile ad adottarlo;
  • quando un minore non ha più i genitori ed è affetto da una disabilità fisica o psichica: in questi casi trovare una coppia che si senta pronta ad affrontare la condizione di disabilità risulta particolarmente difficile;
  • quando si è nella condizione della cd. continuità affettiva. Ciò può accadere a seguito dell’affido. I single, infatti, possono essere affidatari[1]. Nel caso in cui i genitori si trovino in un momento di difficoltà che i servizi sociali pensano possa essere superato, il minore viene dato in affido. Cessate le problematiche del nucleo familiare, il minore rientra a casa. Se, però, le difficoltà diventano irreversibili, il minore viene dichiarato adottabile ed è questo il caso in cui per non traumatizzarlo è possibile che venga adottato proprio dall’affidatario con il quale ha condiviso alcuni mesi della sua vita e a cui si è legato affettivamente.

 

Dei centosessanta Paesi al mondo in cui è prevista l’adozione sono cento quelli che consentono di intraprende questo percorso anche alle persone non sposate.

Ma alt! Non pensate che sia sufficiente trasferirsi in uno di questi cento per aggirare la normativa italiana. Le procedure dell’adozione internazionale sono svolte in base alle leggi del Paese in cui il richiedente ha la residenza. Quindi non è possibile per un italiano residente in Italia adottare altrove al fine di aggirare i divieti previsti.

Quello che è possibile fare, però, è il cambio di residenza. Infatti, per un cittadino italiano residente all’estero da almeno due anni, l’iter da seguire è quello del Paese di nuova residenza. Una volta rientrati in Italia, sarà necessario chiedere al Tribunale dei minori il riconoscimento della decisione presa dallo Stato estero al fine di legittimare l’adozione. In questi casi, come in tutti quelli che riguardano l’adozione di minori da parte di una persona non coniugata, è necessaria l’approvazione come “adozione in casi particolari”.

 

Alba

Alla luce di quanto fin qui esposto, è legittima una domanda: se la legge italiana dice che un bambino sano per essere felice ha bisogno di una mamma e di un papà sposati da almeno tre anni, perché la stessa regola non vale per i bimbi che, purtroppo, sono affetti da disabilità?

Perché in questi casi è più difficile – a volte impossibile – trovare delle coppie disposte ad adottare. Questa è la risposta.

Riassumendo, si arriva alla conclusione che i bimbi in buona salute hanno l’assoluta necessità di avere due genitori coniugati, mentre quelli più sfortunati, i bimbi “difettati” – così li definiscono alcuni – si devono poter accontentare di un genitore single perché è arduo trovare delle coppie disposte ad accoglierli nella loro vita. Ma niente paura, come direbbe Ligabue. Perché i bimbi affetti da disabilità che entrano a far parte di una microfamiglia sono circondanti dallo stesso affetto degli altri. Anzi, a volte anche di più. Perché chi non ha trovato l’altra metà della mela può comunque essere avvolto da una nuvola di amore dentro la quale far entrare un altro piccolo essere umano.

Basti pensare ad Alba, la figlia di Luca Trapanese, l’uomo che alcuni definiscono un eroe.

Questa meravigliosa bimba bionda con un sorriso luminoso come il sole è stata abbandonata dai genitori alla nascita e poi ha rischiato di rimanere in ospedale ed entrare in istituto a causa dei rifiuti delle coppie candidate all’adozione. Il motivo dei “no” era sempre lo stesso: la paura. Alba è affetta dalla sindrome di down, il che significa che è bellissima, gioiosa, ama giocare, chiacchierare, adora la musica. Ah, c’è anche un’altra cosa! Ha un cromosoma in più. Ed è proprio questo cromosoma in più che colpiva le future potenziali mamme e i futuri potenziali papà prima ancora dei suoi dolci occhi. Ed è giusto che chi non si è sentito all’altezza, chi non desiderava diventare la mamma o il papà di Alba abbia avuto la possibilità di rifiutare. Così come è giusto che Luca abbia avuto la possibilità di dire “sì”.

Ciò che ha spaventato i potenziali genitori ha reso felice Luca e Alba. Tra l’altro questo è il nome perfetto per un’entusiasta della vita come lei!

 

Che cosa dice la legge nel resto del mondo?

Paese che vai, adozione che trovi! Ogni Paese ha il proprio elenco di requisiti che gli aspiranti single parents devono possedere per candidarsi come genitori adottivi. Alcuni hanno delle preferenze religiose, altri richiedono il rispetto di limiti d’età.

Nel Paese della Torre Eiffel, per esempio, l’adozione da parte dei single è consentita, purché abbiano più di trent’anni.

In quello del Big Ben, invece, si richiede che l’adottante abbia un’età maggiore di ventuno anni.

Nella terra della Sagrada Familia e nello stato della Porta di Brandeburgo l’aspirante genitore non coniugato deve aver compiuto venticinque anni.

In India sia le donne che gli uomini possono adottare come genitori single, ma le coppie coniugate hanno la precedenza (come in Vietnam), i minori devono avere almeno cinque anni, gli uomini possono adottare solo minori di sesso maschile.

In Cina, invece, solo le donne single sono autorizzate ad adottare come single parent.

E poi ci sono le Filippine, dove solo le donne single di età pari o superiore a ventisette anni possono adottare, ma con delle limitazioni: i bambini devono avere un’età compresa tra i nove e i quindici anni, oppure essere bambini “con bisogni speciali”. Anche qui le coppie sposate hanno la precedenza.

E in Colombia? Il paese delle empanadas, che nulla hanno da inviare ai nostri panzerotti, consente l’adozione sia alle mamme single che ai papà single.

E poi ci sono la Costa Rica, il Perù, il Brasile, l’Ecuador, la Repubblica Ceca, gli Stati Uniti… tanti Paesi, ognuno con le sue regole, con i suoi limiti, con dei single parents che desiderano accogliere nella loro vita un bimbo a cui donare amore.

Esistono tante storie su questo tema, come quella del compianto attore Willie Garson – l’amico di Carrie Bradshaw in Sex and The City – che, dopo una storia ventennale con una donna che non voleva figli, ha deciso di adottare Nathen da padre single, e come quella di Sandra Bullock, che a seguito del naufragio della storia d’amore a causa del tradimento del suo ex marito Jesse G. James, ha continuato da sola a perseguire il suo sogno diventando la mamma di Louis e Laila, e che solo in seguito ha trovato l’altra metà della mela, il fotografo Bryan Randall. E poi c’è Charlize Theron, mamma single di Jackson e August.

Negli orfanotrofi ci sono tanti bambini che non piangono più, perché sanno che piangere o no è la stessa cosa: nessuno li andrà a consolare, nessuno correrà da loro. E quindi, alla luce di quanto ho raccontato fin qui, concludo imprimendo su questa pagina bianca un augurio a tutti i piccoli esseri umani del mondo: spero che piangiate a pieni polmoni – d’altronde il nostro viaggio in questa vita inizia proprio così.

Informazioni

https://www.aibi.it/ita/

http://www.commissioneadozioni.it

F. Ruscello, Diritto di famiglia, Pacini Giuridica, 2020

L. Lenti, Diritto di famiglia e servizi sociali, Giappichelli, ult. edizione


Doppia cittadinanza

La doppia cittadinanza

Che cos’è la doppia cittadinanza? Come si può ottenere? Quali sono i vantaggi e gli svantaggi?

 

Modi di acquisto della cittadinanza italiana

Prima di parlare della doppia cittadinanza, è bene introdurre l’argomento partendo dalla cittadinanza italiana e di come questa si acquisti.

La cittadinanza[1] indica il rapporto tra un individuo e lo Stato. In Italia la disciplina in materia di cittadinanza fa capo principalmente alla legge 91/1992.

Nel nostro Paese è possibile acquistare la cittadinanza italiana jure sanguinis oppure jus soli. L’acquisizione della cittadinanza jure sanguinis avviene nel caso in cui almeno uno dei genitori biologici o adottivi sia cittadino italiano. Però, qualora l’adozione sia revocata per fatto dell’adottato, questi perde la cittadinanza italiana, sempre che sia in possesso di altra cittadinanza o la riacquisti. Negli altri casi di revoca, invece, l’adottato conserva la cittadinanza italiana.

L’acquisizione della cittadinanza secondo il criterio alternativo dello jus soli, invece, è prevista per:

  • coloro che nascono nel territorio italiano e non possono acquistare la cittadinanza dei genitori in quanto la legge dello Stato di origine dei genitori stessi esclude che il figlio nato all’estero possa acquisire la loro cittadinanza;
  • coloro che nascono in Italia da genitori ignoti o apolidi, cioè privi di qualsiasi cittadinanza;
  • coloro che sono figli di persone ignote e che vengono trovati, a seguito di abbandono, nel territorio italiano, e per i quali non può essere dimostrato, da parte di qualunque soggetto interessato, il possesso di un’altra cittadinanza.

 

L’art. 2 della legge sopra citata prevede un altro modo di acquisto della cittadinanza italiana: il riconoscimento o la dichiarazione giudiziale della filiazione (da parte del padre o della madre che siano cittadini italiani) durante la minore età del figlio. Nel caso in cui tale riconoscimento o dichiarazione avvenga durante la maggiore età del figlio, invece, quest’ultimo può conservare la propria cittadinanza oppure eleggere quella determinata dalla filiazione con un’apposita dichiarazione da rendere entro dodici mesi dal riconoscimento o dalla dichiarazione giudiziale della filiazione, o dalla dichiarazione di efficacia in Italia del provvedimento straniero nel caso in cui l’accertamento della filiazione sia avvenuto all’estero.

Le persone straniere o apolidi che hanno un’origine italiana, cioè un discendente fino al secondo grado che sia un cittadino italiano per nascita, possono acquisire la cittadinanza italiana a condizione che facciano un’espressa dichiarazione di volontà e posseggano almeno uno dei seguenti requisiti:

  • prestazione di effettivo servizio militare per lo Stato italiano e dichiarazione preventiva di voler acquistare la cittadinanza italiana;
  • esercizio di pubblico impiego alle dipendenze dello Stato, anche all’estero, e dichiarazione di voler acquistare la cittadinanza italiana.

 

Un’altra modalità di acquisto della cittadinanza italiana è quella riguardante lo straniero nato in Italia che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino alla maggiore età, nel caso in cui dichiari di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data.

Possono chiedere la cittadinanza italiana anche gli stranieri che risiedono in Italia da almeno 10 anni e dimostrino di avere redditi sufficienti al sostentamento, di non avere precedenti penali, di non essere in possesso di motivi ostativi per la sicurezza della Repubblica.

Ai sensi dell’art. 5 l. 91/1992, il coniuge, straniero o apolide, di cittadino italiano acquista la cittadinanza italiana quando risiede legalmente da almeno sei mesi nel territorio della Repubblica, ovvero dopo tre anni dalla data del matrimonio, se non vi è stato scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili e se non sussiste separazione legale.

I requisiti per l’acquisto di cittadinanza per matrimonio sono stati modificati dal cd. Pacchetto Sicurezza (l. 94/2009). La legge del 2009 ha raddoppiato la durata minima di residenza necessaria all’acquisto della cittadinanza da parte del coniuge straniero residente in Italia in caso di matrimonio con prole (dai sei mesi a un anno) e l’ha quadruplicata nel caso di matrimonio senza prole (da sei mesi a due anni). Invece, nel caso in cui il coniuge di un cittadino italiano risieda all’estero, la durata minima del matrimonio senza prole rimane pari a 3 anni e subisce un dimezzamento in caso di matrimonio con prole (da 3 anni a 18 mesi).

 

Doppia cittadinanza: quando è possibile?

Una volta chiariti la definizione di cittadinanza e i modi di acquisto di quella italiana, vediamo come ottenere la doppia cittadinanza.

In alcuni casi è possibile ottenere la cittadinanza del Paese in cui si emigra mantenendo anche quella italiana. È questa l’ipotesi della cd. doppia cittadinanza. La legge italiana 91/1992, infatti, consente di essere cittadini di più Stati.

Tale assunto vale sia per i cittadini italiani che si trasferiscono all’estero in modo stabile e desiderano ottenere anche la cittadinanza del Paese in cui vivono, sia per coloro che giungono in Italia e decidono di viverci senza rinunciare a essere cittadini del loro Paese di origine.

I cittadini italiani divenuti cittadini di Paesi esteri perdono la cittadinanza italiana solo per espressa rinuncia, che può essere volontaria o imposta dalla legge del Paese estero del quale intendono acquisire la cittadinanza.

Ottenere la doppia cittadinanza non è sempre possibile. Alcuni Stati, come l’Ucraina, l’India e la Cina, non la ammettono. Sono queste le ipotesi nelle quali in caso di ottenimento di una nuova cittadinanza estera si perde la cittadinanza del Paese di origine.

La normativa varia da Stato a Stato e può anche dipendere da accordi internazionali tra i Paesi. Alcuni consentono di avere la doppia cittadinanza solo quando la seconda derivi da matrimonio, altri prevedono la perdita automatica della cittadinanza nel caso in cui la persona acquisti quella di un altro Stato. Altri Paesi ancora riconoscono la doppia cittadinanza, ma con dei limiti all’esercizio di alcuni diritti, come quello di voto.

Se state pensando di trasferirvi all’estero o vivete già all’estero da un po’ di tempo e desiderate conoscere le regole di quel Paese vi consiglio di consultare il sito del Consolato o dell’Ambasciata.

Numerosi Stati, anche extraeuropei, non consentono di mantenere la cittadinanza del Paese d’origine quando si fa domanda di cittadinanza verso il Paese in cui si risiede[2].

In tutti questi casi, mancano degli accordi con l’Italia e quindi se i loro cittadini acquisiscono la cittadinanza italiana, perdono quella propria. Allo stesso modo, se un cittadino italiano acquista la cittadinanza di uno di questi Paesi, cessa di essere italiano.

Naturalmente, la cittadinanza di origine si può riprendere tornando nella patria natia e rinunciando a quella italiana.

L’elenco è in continua evoluzione.

 

Le relazioni tra Italia e Spagna: una possibile cittadinanza italo-spagnola

La Spagna, per esempio, potrebbe presto scomparire dalla lista. Il Ministero degli affari esteri, infatti, vede con interesse la possibilità di stipulare un accordo bilaterale con il Paese di Dalì e di Picasso che riconosca agli italiani residenti nel Paese iberico lo status della doppia cittadinanza italo-spagnola.

Nel mese di luglio 2021 l’Italia ha aperto un dialogo sull’argomento con Juan Gonzales Barba, Segretario di Stato Spagnolo, il quale, prendendo “buona nota” della proposta italiana, ha precisato inoltre che ove l’opzione dell’accordo bilaterale non dovesse risultare praticabile da parte del suo Paese, si potranno studiare, comunque, possibili miglioramenti della legislazione spagnola esistente, ad esempio a partire dai diritti previsti dalla cittadinanza europea.

La doppia cittadinanza permetterebbe di usufruire di tutti i diritti garantiti dai due Stati senza subire una discriminazione fra “stranieri” e “cittadini”. Ad esempio, oggi gli italiani residenti in Spagna (empadronados) devono pagare le tasse e possono usufruire di tutti i servizi erogati dalle autorità pubbliche spagnole, ma non possono votare né candidarsi alle elezioni generali né a quelle regionali (cd. autonomiche), cioè le istituzioni politiche più importanti della vita politica del Paese. Possono farlo, in base ai Trattati europei, soltanto alle elezioni municipali e a quelle per il Parlamento Europeo.

L’accordo italo-spagnolo consentirebbe agli italiani residenti in Spagna di non dovere scegliere fra passaporto italiano e spagnolo.

L’acquisizione della cittadinanza spagnola porterebbe all’eliminazione delle fastidiose procedure burocratiche e, soprattutto, consentirebbe di poter partecipare pienamente alla vita politica spagnola. Inoltre sarebbe un segnale, ancorché simbolico, dell’amicizia fra i due Paesi – soprattutto da parte spagnola, perché l’Italia riconosce già la doppia cittadinanza.

 

Vantaggi e svantaggi della doppia cittadinanza

Uno dei principali vantaggi della doppia cittadinanza è la possibilità di vivere e lavorare liberamente nei due Paesi senza un permesso di lavoro o un visto, quindi con relativa facilità. Inoltre questa consente di votare in entrambi i Paesi e di avere due passaporti, eliminando così la necessità di visti di lunga permanenza.

Se ci si trasferisce in un altro Paese, inoltre, bisogna tenere a mente che in alcuni casi essere un cittadino straniero comporta l’impossibilità di svolgere alcune funzioni, di esercitare alcuni diritti o di partecipare a bandi e concorsi. Inoltre, può rendere più faticoso e lungo ottenere i documenti per avviare un’attività.

Per chi si trasferisce all’estero, ma non intende recidere il cordone ombelicale con la madre Patria, anche in vista di un futuro ritorno, è consigliabile prende in considerazione la doppia cittadinanza.

Se ve lo state chiedendo, sì. Avere la doppia cittadinanza può comportare un piccolo svantaggio. Si è vincolati dalle leggi di entrambi i Paesi e si è soggetti alle imposte di entrambi per i redditi guadagnati. Quest’ultimo inconveniente è però limitato da alcuni trattati tra Stati. Gli USA e la Nuova Zelanda, ad esempio, hanno firmato un trattato al fine di evitare la doppia imposizione!

Informazioni

B. Conforti, Diritto internazionale, Editoriale scientifica, XI edizione

F. Marella, D. Coarreau, Giuffrè, 2018

https://www.interno.gov.it

[1] http://www.dirittoconsenso.it/2020/02/20/costituzione-e-cittadinanza-italiana-europea/

[2] Questi Stati sono i seguenti: Spagna, Norvegia, Irlanda, Bielorussia, Bosnia Erzegovina, Estonia, Georgia, Kazakistan,  Ucraina, Andorra, Bolivia, Botswana, Burundi, Camerun, Capo Verde, Repubblica Popolare Cinese, Repubblica Democratica del Congo, Congo francese, Corea del Sud, Costa d’Avorio, Cuba, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Filippine, Gabon, Ghana, Giappone, Gibuti, Haiti, Honduras, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kenya, Kuwait, Liberia, Madagascar, Malesia, Mali, Mauritania, Mauritius, Messico, Mozambico, Nepal, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Panama, Paraguay, Ruanda, Senegal, Somalia, Sri Lanka, Sudafrica, Tanzania, Tonga, Trinidad e Tobago, Tunisia, Uganda, Venezuela, Zambia.


Il fatto non sussiste

Il fatto non sussiste: che cosa significa?

Qual è la formula assolutoria più vantaggiosa per l’imputato? Le assoluzioni sono tutte uguali? Analisi della formula “il fatto non sussiste”

 

Il fatto non sussiste: i principi di base e l’art. 530 comma 1 c.p.p.

Il procedimento penale ha inizio con le indagini preliminari e termina con la sentenza emessa dal giudice. Se quest’ultima è favorevole all’imputato si parla di sentenza di assoluzione. Nell’ipotesi contraria, invece, si ha la sentenza di condanna. Quando una persona viene assolta è riconosciuta come innocente in virtù di una sentenza con cui il giudice ritiene non fondata la responsabilità dell’imputato. Ma non tutte le assoluzioni sono uguali!

Se è vero che per un penalista e per i suoi clienti è fondamentale raggiungere l’obiettivo dell’assoluzione, è anche vero che altrettanto fondamentale è la formula con cui la condanna è stata evitata.

L’art. 530, co. 1, c.p.p., rubricato “Sentenza di assoluzione”, recita:

Se il fatto non sussiste, se l’imputato non lo ha commesso, se il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato ovvero se il reato è stato commesso da persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione, il giudice pronuncia sentenza di assoluzione indicandone la causa nel dispositivo”.

 

Il legislatore ha esposto le formule assolutorie secondo un ordine logico: dalla più favorevole all’imputato a quella meno favorevole. La più vantaggiosa è, quindi, quella che riconosce l’insussistenza del fatto.

Il criterio utilizzato è quello del pregiudizio morale che può derivare all’imputato.

Il principio che si applica è quello del favor rei.

Ciò significa che quando è possibile applicare più formule, il giudice deve pronunciare la formula più ampiamente liberatoria.

La formula “il fatto non sussiste” nega il presupposto storico dell’accusa. Pertanto, rappresenta l’assoluzione più ampia.

 

Appellabilità della sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste

Per le sentenze di proscioglimento[1] è prevista la generale impugnabilità da parte dell’imputato e del pubblico ministero. Tuttavia, sono previste delle eccezioni.

L’eccezione relativa all’argomento di questo articolo è quella che prevede la non impugnabilità delle sentenze di assoluzione perché il fatto non sussiste o l’imputato non lo ha commesso.

Di seguito un passo di una sentenza della Cassazione penale che chiarisce il motivo di tale eccezione:

Non sussiste l’interesse dell’imputato a proporre impugnazione avverso la sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste, pronunciata ex art. 530, comma 2 – per mancanza, insufficienza o contraddittorietà della prova – in quanto tale formulazione non comporta una minore pregnanza della pronuncia assolutoria né segnala residue perplessità sull’innocenza dell’imputato, né spiega minore valenza con riferimento ai giudizi civili, come comprovato dal tenore letterale degli art. 652 e 654; pertanto, essa non può in alcun modo essere equiparata all’assoluzione per insufficienza di prove prevista dal previgente codice di rito” (Sez. V, 49580/2014).

 

Esempi pratici

Di seguito illustro degli esempi in cui un soggetto, che nel nostro caso si chiamerà Tizio, potrebbe essere assolto con formula piena:

  • Tizio viene accusato di aver ucciso Caio. Dal dibattimento, però, risulta che Caio è morto per cause naturali;
  • Tizio viene accusato del furto di un rubino. In seguito si scopre che, in realtà, la pietra non è stata rubata, ma è andata smarrita.

 

In entrambi i casi Tizio verrà assolto perché il fatto non sussiste. La condotta criminosa ascritta all’imputato non è mai esistita, cioè non è mai stata compiuta da alcuno. Tizio è, quindi, estraneo a un fatto che non è neanche avvenuto.

Quando il giudice utilizza questa formula assolutoria presuppone che nessuno degli elementi integrativi della fattispecie criminosa contestata risulti provato.

La formula assolutoria più favorevole all’imputato deve essere adottata quando il fatto di reato addebitato nell’imputazione non trova conforto nelle risultanze processuali, cioè quando mancano gli elementi oggettivi che dovrebbero integrare la condotta, l’evento o il rapporto di causalità.

Informazioni

Codice di procedura penale (edizione aggiornato)

Conso, Grevi, Bargis, Compendio di procedura penale, Cedam, 2020

Lozzi, Lezioni di procedura penale, 2020

[1] Per un approfondimento sulle sentenze di assoluzione si rinvia a: __


Sentenze di assoluzione

Le sentenze di assoluzione

Quando è prevista l’assoluzione? La tipologia delle sentenze di assoluzione previste nel diritto processuale penale italiano

 

Le sentenze di proscioglimento: sentenze di assoluzione e sentenze di non doversi procedere

Nel diritto processuale penale si definisce “sentenza di proscioglimento”:

  • quella di assoluzione o
  • quella di non doversi procedere.

 

Quest’ultima non contiene un accertamento del fatto storico, ma si limita a statuire su aspetti processuali che impediscono tale accertamento. Si tratta, quindi, di una sentenza meramente processuale. Con la sentenza di assoluzione, invece, il giudice sviluppa un vero e proprio accertamento nel merito sulla base del materiale probatorio. L’assoluzione nel merito è più vantaggiosa per l’imputato rispetto alla sentenza di non doversi procedere.

Entrambe le tipologie di sentenze di proscioglimento contengono una formula conclusiva che riassume la motivazione della decisione che il giudice pronuncia[1].

Tali formule sono indicate tassativamente dalla legge e devono essere precisate dal giudice nel dispositivo.

 

Le formule conclusive

Le formule conclusive della sentenza di non doversi procedere sono:

  • sentenza di non doversi procedere perché l’azione penale non doveva essere iniziata o non deve essere proseguita (per esempio per carenza della condizione di procedibilità prevista dalla legge per quella determinata fattispecie incriminatrice oppure per mancanza, insufficienza o contraddittorietà della relativa prova). In mancanza di una condizione di procedibilità o proseguibilità dell’azione penale, quest’ultima perde la propria ragion d’essere.
  • sentenza di non doversi procedere per estinzione del reato (amnistia, morte del reo ecc.). Nel caso in cui il giudice abbia un mero dubbio circa l’esistenza di una causa di estinzione del reato emana la sentenza di non doversi procedere, in applicazione del principio del favor rei.

 

Le formule terminative delle sentenze di assoluzione sono:

  • assoluzione perché il fatto non sussiste: in questo caso manca l’elemento oggettivo del reato (condotta, evento, nesso di causalità);
  • assoluzione perché l’imputato non ha commesso il fatto: il fatto sussiste sotto il profilo oggettivo, però è stato commesso da una persona diversa dall’imputato;
  • assoluzione perché il fatto non costituisce reato: in quest’ipotesi il fatto sussiste nei suoi elementi oggettivi ed è stato commesso dall’imputato, ma non integra un illecito penale per mancanza dell’elemento soggettivo, oppure per la sussistenza di una causa di giustificazione;
  • assoluzione perché il fatto non è previsto dalla legge come reato: questo è il caso in cui la vicenda storica non rientra in alcuna fattispecie incriminatrice né sotto il profilo oggettivo, né sotto quello soggettivo;
  • assoluzione perché il reato è stato commesso da una persona non imputabile o non punibile per un’altra ragione: il fatto è stato commesso ed è penalmente rilevante, ma l’imputato non è punibile in concreto (per es. perché minore degli anni 14, per infermità ecc.).

 

Queste formule assolutorie vengono applicate quando manca la prova circa la colpevolezza dell’imputato oppure quando le prove sono insufficienti o contraddittorie.

 

Quando avviene l’assoluzione piena?

Le formule di cui all’art. 530, co. 1, c.p.p. che portano a un’assoluzione piena sono:

  • il fatto non sussiste
  • l’imputato non lo ha commesso

 

Entrambe riconoscono la totale estraneità dell’imputato al crimine per cui si procede. Pertanto, il giudice ordina la liberazione dell’imputato in stato di custodia cautelare e dichiara la cessazione delle altre misure cautelari personali eventualmente disposte.

In tutti gli altri casi, invece, il reato è comunque riconducibile alla persona sottoposta a procedimento.

In caso di assoluzione per un reato perseguibile a querela con le formule “il fatto non sussiste” oppure “l’imputato non lo ha commesso” le conseguenze sono le seguenti:

  • il querelante deve sostenere le spese del procedimento anticipate dallo Stato;
  • il querelante viene condannato al risarcimento del danno a favore dell’imputato assolto e dell’eventuale responsabile civile.

 

Quando si assolve?

Prima di comprendere quando il giudice assolve l’imputato è necessario chiarire il contrario, ovvero quando deve condannarlo.

La Cassazione penale ha chiarito la questione con la sentenza n. 2548/2015, affermando che la regola di giudizio racchiusa nella formula “al di là di ogni ragionevole dubbio” impone di pronunciare la condanna a condizione che il dato probatorio acquisito lasci fuori soltanto eventualità remote, pur astrattamente formulabili e prospettabili, ma la cui effettiva realizzazione, nella fattispecie concreta, si pone al di fuori “dell’ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana”.

Si deve quindi concludere che, anche quando residui una sola eventualità ritenuta probabile, il codice di rito impone al giudice di pronunciare la sentenza di assoluzione e di utilizzare una delle formule precedentemente illustrate.

Informazioni

Codice di procedura penale (edizione aggiornata)

Conso, Grevi, Bargis, Compendio di procedura penale, Cedam, 2020

Lozzi, Lezioni di procedura penale, 2020

[1] La sentenza rappresenta il momento finale del processo penale. Per un approfondimento sull’iter processuale si rimanda allo specifico articolo su DirittoConsenso: http://www.dirittoconsenso.it/2020/12/17/uno-schema-pratico-del-processo-penale/


Parto cesareo

Il diritto al parto cesareo

Il parto cesareo è un diritto? È possibile programmare la nascita per timore del parto naturale? Che cos’è il diritto al parto senza dolore?

 

Introduzione

Conoscere il proprio bimbo, dopo averlo portato in grembo per nove mesi, è una delle esperienze più emozionanti della vita di una donna.

In Italia la regola generale è quella del parto naturale, che prevede che la natura faccia il suo corso, senza alcuna ingerenza da parte del ginecologo.

Il 40% delle nascite italiane avviene, però, con il parto cesareo che, secondo le linee guida internazionali, non dovrebbe essere praticato in più del 20% dei casi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sconsiglia l’intervento chirurgico. La ratio di tale disciplina risiede negli elevati pericoli del cesareo. Quest’ultimo, infatti, rappresenta la soluzione più rischiosa per la donna. La futura madre, in questo caso, dovrà sottoporsi ad un’anestesia, subirà un’incisione profonda, dovrà trascorrere un periodo di degenza post operatoria e sarà soggetta ai rischi degli imprevedibili errori umani. Nonostante ciò, il nostro è il primo Paese europeo nell’adozione di tale operazione.

L’articolo fornisce delle risposte a tutte le donne che si chiedono se sia possibile richiedere il cesareo per timore del parto naturale, programmando così la nascita.

 

È possibile “prenotare” il parto cesareo?

Il momento finale della gravidanza terrorizza alcune donne. In tali casi si parla di tocofobia, un termine di origine greca che indica la paura incontrollata delle contrazioni e del parto.

Solitamente queste future madri chiedono al proprio ginecologo di anticipare la data presunta della nascita in modo da potersi sottoporre al cesareo. In questo caso, il medico deve esporre tutti i benefici del parto naturale e tutti i rischi del cesareo. Dopodiché, è tenuto ad indagare circa le motivazioni che giustificano la scelta della donna. L’intero percorso decisionale dovrà essere inserito all’interno della cartella clinica, la quale conterrà anche il consenso informato sottoscritto dalla paziente.

Se, invece, la donna vuole optare per il parto naturale, evitando però il dolore del travaglio, il ginecologo dovrà garantirle la possibilità di un’anestesia spinale.

Come ha sottolineato Natasha Pearlman, direttrice di Elle UK nel 2018, il cui travaglio è durato trentatré ore, molto spesso le donne che optano per il cesareo sono etichettate come “too posh to push”, ovvero troppo raffinate per spingere. Ma Clare Wilson, giornalista britannica del New Scientist, la pensa diversamente. La Wilson sostiene la necessità di “salvare la memoria del parto”, consentendo alla donna di scegliere il cesareo quando la sofferenza supera il suo livello sopportabilità.

Anche il parto naturale, comunque, non è privo di rischi, ma questi sono ridotti al minimo, sia per la mamma che per il bimbo, se ci si affida a mani esperte. Inoltre, nel caso in cui dovessero registrarsi delle anomalie, gli operatori potranno intervenire con un cesareo di emergenza.

 

Che cosa prevede la legge italiana?

Ci sono due principi legali opposti che entrano in gioco quando si tratta tale tematica.

L’art. 5 c.c. vieta gli atti di disposizione del proprio corpo quando cagionino una diminuzione permanente dell’integrità fisica o quando siano contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume. La norma sottolinea, quindi, il divieto di disporre del proprio corpo quando ciò provochi una menomazione irreversibile (ad esempio, è vietato il trapianto di cornea di persona vivente, perché ciò comprometterebbe irrimediabilmente la funzione della vista, mentre il trapianto di rene tra persone viventi è consentito).

L’art. 50 c.p., invece, dice che non è punibile colui che lede o pone in pericolo un diritto (in questo caso alla vita o all’integrità fisica) con il consenso della persona che può validamente disporne.

Quale dei due prevale? L’interpretazione giuridica ritiene che il parto cesareo sia lecito e che tale richiesta sia un diritto della futura mamma.

Nel nostro Paese, quindi, la futura mamma ha la possibilità di scegliere se partorire in modo naturale oppure richiedere il cesareo. Tale facoltà è sostenuta dal principio di autodeterminazione di ognuno di noi nei riguardi della propria salute fisica e psichica. La giurisprudenza sostiene che questo tipo di intervento chirurgico non comporta una diminuzione permanente dell’integrità fisica, pertanto non va contro la tutela del diritto alla salute garantito dalla Costituzione.

In assenza di un’appropriata indicazione clinica, però, il medico ha il diritto di rifiutare una richiesta di taglio cesareo programmato. Il dottore, infatti, può rifiutarsi per non correre il rischio di essere chiamato a rispondere di un eventuale danno conseguente ad un intervento non necessario[1]. Le statistiche dimostrano che il rischio di mortalità è più alto nel caso di parto cesareo rispetto al parto spontaneo.

Le linee guida del Ministero della Salute indicano che, in assenza di controindicazioni, il parto naturale è preferibile al cesareo sia per il benessere della donna che del bambino.

Di solito, il cesareo si esegue se il bimbo è podalico, in caso di insufficienza cardiaca o respiratoria della madre o del nascituro e in tutte le circostanze in cui il parto naturale sarebbe particolarmente pericoloso.

Solitamente le strutture pubbliche tendono a scoraggiare il ricorso all’intervento a causa degli elevati costi. La decisione della donna è maggiormente assecondata nelle strutture private.

 

Maternity scandal

L’approccio inglese al tema delle nascite è cambiato dopo il “maternity scandal”. Le indicazioni contenute nel National Maternity Review sottolineavano l’importanza di ridurre la medicalizzazione del parto, di incentivare le nascite in casa e di puntare sull’assistenza delle ostetriche. I casi di bambini nati morti o con gravi disabilità a causa di errori medici sono oltre 900 a partire dagli anni ’70.

Come ha sottolineato Clare Wilson, il problema principale era la mancanza di un medico. Se la donna era sana e giovane era molto probabile che, durante il parto, non vedesse un medico, ma solo l’ostetrica.

La situazione è completamente diversa negli Stati Uniti d’America, dove ogni donna è sotto la supervisione di un ginecologo.

La Wilson ha dichiarato: «La verità è che non c’è una scelta giusta o sbagliata: è una scelta individuale personale. Io dico semplicemente che se scelgo una modalità di parto devo poterla portare avanti».

Oggi in Inghilterra, durante una delle ultime visite prima del parto, la midwife chiede alla donna di compilare il birth plan. La futura mamma dovrà rispondere ad una serie di domanda che consentiranno ai medici e alle ostetriche di conoscere i suoi desideri. Bisognerà indicare quali forme di antidolorifico si vogliono utilizzare, se si intende allattare oppure no, quali persone si vogliono al proprio fianco (in caso di parto naturale sono ammesse due persone, in caso di cesareo, invece, solo una), dove si vuole partorire (a casa, nella midwife unit dell’ospedale, nel reparto maternità del nosocomio). Esiste anche la possibilità di richiedere esplicitamente che non venga adoperata nel corso del parto naturale la pratica che prevede l’utilizzo di forcipi e ventose, comunemente usata in Inghilterra, e ormai desueta in Italia perché particolarmente pericolosa. Inoltre, è possibile chiedere il cesareo.

Solitamente, i medici inglesi consigliano il parto naturale, a meno che ci siano dei rischi per la mamma e/o il bebè. Tuttavia, alle donne è riconosciuto un vero e proprio diritto al parto cesareo programmato. Pertanto, è possibile rifiutare il parto naturale, dopo il colloquio con il medico che è tenuto ad illustrare gli svantaggi dell’operazione e a suggerire un supporto psicologico, qualora necessario.

 

Diritto al parto senza dolore

Nel 2018, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sancito il diritto al parto senza dolore, occupandosi dell’analgesia nel momento del travaglio. Nel documento si parla espressamene del controllo del dolore durante il parto naturale. L’impatto di tale decisione è stato forte in Italia, perché nel nostro Paese questa pratica è meno diffusa rispetto ad altri Stati europei e nord americani.

Nonostante sulla carta venga riconosciuto il diritto all’epidurale a chiunque ne faccia richiesta, molte donne sono costrette a rinunciarvi per problemi organizzativi e carenza di medici anestesisti durante il parto.

Al momento, l’Italia è in fondo alla classifica relativa alla diffusione dell’epidurale per alleviare il dolore di chi dà alla luce un figlio con il 18%. La Francia è al 75%, gli Usa al 65%, la Spagna al 60%.

 

Conclusioni

La libertà di scelta in tema di parto cesareo è un tema delicato e molto dibattuto in tutto il mondo.

In Italia, in assenza di un’appropriata indicazione clinica, il medico ha diritto di rifiutare una richiesta di taglio cesareo programmato. Non tutti gli specialisti, però, sono d’accordo. Il professor Belli, membro del Comitato di Indirizzo e Controllo dell’agenzia Regionale di Sanità toscana, ad esempio, ritiene che le indicazioni ISS «non hanno nessun fondamento giuridico perché nessuna legge dello Stato lo vieta». Inoltre, secondo Belli: «se la paziente si fa refertare dal suo ginecologo curante, dal suo medico di famiglia o da uno psicologo che per motivi psicologici è necessario per la salute psico-fisica della donna fare un taglio cesareo, il medico non si può rifiutare per legge».

Negli Stati Uniti la futura mamma può chiedere di essere sottoposta al taglio cesareo dopo la trentanovesima settimana. In Inghilterra è riconosciuto un vero e proprio diritto al parto cesareo programmato.

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