Dal 2016 ad oggi si parla molto di Brexit. Cosa succede invece in caso contrario cioè con l’adesione di un nuovo Stato? Quali sono le prospettive di allargamento dell’Unione Europea?

 

Il processo di allargamento dell’Unione fino al 2016

L’Unione Europea è il prodotto di un lungo processo che ha coinvolto in primis sei Stati: Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. Sarebbe però irrispettoso non tenere a mente grandi figure politiche, capi di governo e tante personalità[1] che hanno contribuito a far nascere un ideale europeo grazie a scritti e memorie di inestimabile valore per ogni cittadino europeo. Sin dagli inizi quindi le possibilità di allargamento delle Comunità Europee prima e della Comunità Europea dopo e ancora dell’Unione Europea erano di grande impatto per poter dare concretezza alla cooperazione economica e al rispetto dei principi fondamentali. L’allargamento quindi è stato un processo necessario, quasi scontato. Fino al 1972 gli Stati membri sono solo i sei fondatori e questi nel frattempo raggiungono importanti risultati perfezionando alcuni meccanismi della Comunità. Nel 1973 entrano Regno Unito, Irlanda e Danimarca. Più tardi, e prima dell’Atto Unico Europeo, Grecia e Spagna e Portogallo, rispettivamente 1981 e 1986. In pochi anni quindi il numero raddoppia e sorgono i primi problemi in tema di coordinamento e rappresentazione all’interno delle istituzioni europee. Nel 1995 entrano Austria, Finlandia e Svezia. Poi con il Trattato di adesione firmato ad Atene nel 2003 entrano ben 10 Stati: Repubblica Ceca, Estonia, Cipro, Lettonia, Lituania, Ungheria, Malta, Polonia, Slovenia, Repubblica Slovacca. Un ulteriore Trattato di adesione del 2005 sancisce l’entrata per il 2007 di Bulgaria e Romania. Per ultimo, nel 2013 si assiste all’ingresso della Croazia come ventottesimo Stato membro.

L’allargamento dell’Unione Europea a ben vedere è stato segnato anche da importanti eventi storici per alcuni Stati. La Grecia è entrata nel 1981 dopo lunghi periodi di instabilità e di grandi capovolgimenti politici. Spagna e Portogallo entrarono a far parte dell’Unione Europea con la fine delle dittature e dopo anni di transizione verso sistemi democratici. E poi altri eventi fondamentali della storia: la caduta del muro di Berlino nel 1989, lo scioglimento dell’URSS, la dissoluzione della Iugoslavia e la guerra nei Balcani. Con questi ultimi eventi si assiste alla cosiddetta “apertura ad est” dell’Unione, data la dissoluzione del blocco sovietico e all’ingresso di ben 8 paesi di quell’area. La partecipazione di questi Stati risulta fondamentale per comprendere non solo l’integrazione politica ma anche economica perché anche nei loro confronti si aprono spazi enormi per persone, beni, servizi e capitali. Ma nel 2016 si assiste ad una battuta d’arresto. L’allargamento dell’Unione Europea sembra fare un passo indietro.

 

Dal recesso del Regno Unito verso l’allargamento?

Il 23 giugno 2016 è una data storica, ma non per l’allargamento. È il giorno dell’esito positivo del referendum relativo all’uscita del Regno Unito. La Brexit è la conferma che la possibilità di recedere dall’Unione non è più un miraggio al contrario di tante altre posizioni interne ad altri Stati[2] che vorrebbero segnare le politiche antieuropeiste ma all’interno delle quali non c’è una componente forte come quella del leave britannico. La Brexit è realtà e già il 29 giugno 2016 il Consiglio europeo si riunisce senza la partecipazione del Regno Unito. In tale riunione è stato sollecitato al governo britannico a notificare al più presto la decisione di recedere dall’Unione al fine di avviare i negoziati per definire le modalità di recesso. Infatti le modalità di recesso hanno segnato il dibattito politico nel Regno Unito. Con il referendum indetto dal governo conservatore di Cameron, l’attuale primo ministro Theresa May ha il compito[3] di portare il Regno Unito del tutto fuori dall’Unione e il deal raggiunto è di pochi giorni fa[4]. La May dovrà adesso presentare al Parliament l’accordo che ha ottenuto con Bruxelles dopo due anni di estenuanti trattative come il meglio che si potesse ottenere[5]. Contemporaneamente il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker si è ritenuto soddisfatto dell’accordo raggiunto tra gli ormai 27 Stati membri e il Regno Unito[6].

Cosa succederà con l’uscita di uno stato così importante dall’Unione? In primo luogo la Brexit determinerà grosse conseguenze giuridiche non solo per il Regno Unito ma anche per l’Europa. Bilancio dell’Unione, ponderazioni del voto e composizione degli organi saranno oggetto di revisione. L’Italia ad esempio l’anno scorso si è battuta per far sì che la nuova sede dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) fosse Milano e non Amsterdam perché con la Brexit l’Agenzia dovrà abbandonare Londra e rientrare in suolo europeo. Lascio poi all’attenzione e alla curiosità del lettore le analisi economiche e gli effetti post-Brexit tanto per la Gran Bretagna quanto per l’Unione Europea.

Effetti contrari a quanto descritto finora sorgono ovviamente in caso di entrata nell’Unione di un nuovo Stato. Gli obiettivi dell’allargamento dell’Unione sono portati avanti con il fine di:

  • promuovere la pace e la stabilità nelle regioni vicine ai confini dell’UE;
  • contribuire a migliorare la qualità della vita delle persone attraverso l’integrazione e la cooperazione transfrontaliera;
  • aumentare la prosperità e le opportunità per le imprese e i cittadini europei;
  • guidare, sostenere e monitorare i cambiamenti nei paesi che desiderano aderire all’Unione europea in linea con i valori, le leggi e le norme dell’UE.

 

Stabilito ciò, l’art. 49 TUE regola le condizioni e la procedura di ammissibilità. Per quanto riguarda le condizioni, lo Stato richiedente deve soddisfare il requisito geografico anche tenendo in considerazione aspetti storici e culturali[7] e poi deve dimostrare di rispettare e promuovere i diritti fondamentali sanciti dall’art. 2 TUE. Per quanto riguarda la procedura invece, di solito si assiste ad una pre-adesione piuttosto lunga perché è in questa fase che lo Stato richiedente deve prepararsi soddisfacendo criteri giuridici, economici e politici. In questo caso l’Unione parla di screening, cioè di un’osservazione basata sul livello che lo Stato richiedente può offrire per rispettare l’acquis comunitario. La richiesta vera e propria di adesione viene inoltrata al Consiglio e comunicata al Parlamento Europeo che si pronuncia a maggioranza dei membri. In più deve aggiungersi l’accordo di tutti gli Stati membri. Lo Stato richiedente riceve la concessione dello status di candidato a seguito di un parere favorevole della Commissione che deve essere confermato dal Consiglio europeo. Se ammesso, si procede ad un accordo di adesione in cui si stabiliscono le condizioni e le precisazioni per l’ammissione con ciò che ne deriva con gli altri Stati membri. L’ingresso dello Stato richiedente nell’Unione avviene solo alla data dell’entrata in vigore dell’accordo di adesione.

Ecco gli Stati candidati:

  • Albania, dal 2014
  • Repubblica di Macedonia, dal 2005
  • Montenegro, dal 2010
  • Serbia, dal 2012
  • Turchia, dal 1997

 

Questi i potenziali candidati:

  • Bosnia Erzegovina
  • Kosovo

 

L’Unione quindi continua a rappresentare un partner di assoluta rilevanza agli occhi della comunità internazionale perché la stabilità garantita attraverso il rispetto dei diritti fondamentali. La cooperazione tra gli Stati membri garantisce una comunità che, tra alti e bassi, costituisce, secondo me, uno degli aspetti più interessanti dello sviluppo del diritto internazionale. La Corte di Giustizia, il sistema del mercato unico, il coordinamento attraverso il metodo intergovernativo della Politica Estera e di Sicurezza Comune sono tra i fattori più caratteristici dell’esperimento europeo che tanto appare diverso dai trattati delle Comunità degli albori del progetto europeo.