Di questi tempi stiamo assistendo a una vera e propria evoluzione della proprietà intellettuale che non riveste più esclusivamente una funzione difensiva dei redditi aziendali, ma al contrario deve essere analizzata al fine di individuare nuove possibilità di generare ricchezza. Al tradizionale approccio legale o difensivo, si affianca, quindi, un approccio c.d. business-oriented nelle modalità di valutazione della proprietà industriale e del diritto d’autore, intesi come strumenti competitivi e finanziari.

 

Introduzione

Nell’ era dell’economia della conoscenza, il concetto di valore si concentra nello sfuggente territorio delle idee. Si compra, si produce, si desidera il significato che si attribuisce a determinati prodotti molto più di quanto non si compri, non si produca e non si desideri quei prodotti stessi. È essenziale quindi, nel passaggio verso una economia ad alto contenuto immateriale, fermarsi a riflettere sul ruolo determinante di specialità industriali quali sono i marchi, i brevetti ed il diritto d’autore, per il decisivo sviluppo delle imprese italiane, che per lungo tempo hanno sottovalutato il potenziale di questi asset dormienti.

I beni intangibili di un’azienda sono i motori fondamentali della sua crescita nel medio-lungo periodo e della sua creazione di valore, pertanto, misurare e valorizzare tali beni sono attività fondamentali per la gestione sempre più consapevole del patrimonio strategico aziendale. Accade sempre più spesso, ad esempio, che i consumatori preferiscano un prodotto ad un altro prendendo in considerazione il suo aspetto estetico: si pensi al caso Apple. Altre volte i consumatori sono richiamati dal marchio di un prodotto, come avviene ad esempio per i prodotti di largo consumo, si veda il caso Coca-cola nel mercato di cibi e bevande o come avviene nel mercato della moda, in cui marchi come Dolce&Gabbana, Gucci, Versace e tutti gli altri marchi protagonisti dell’Italian Fashion possiedono quote rilevanti di mercato anche sulla base della reputazione che le rispettive aziende sono riuscite a creare e conservare sui propri marchi. In altri casi, i fattori che definiscono il successo di un’impresa sono le idee innovative e le innovazioni tecnologiche: basti pensare allo sviluppo spropositato di Google o anche al successo di Facebook e degli altri social network. Si tratta solo di alcuni esempi dei tantissimi casi in cui, grazie ad un’adeguata valorizzazione del proprio patrimonio di intangibles, le imprese hanno guadagnato enormi vantaggi competitivi sul mercato.

 

Di cosa stiamo parlando?

I beni di proprietà intellettuale, che comprendono le creazioni intellettuali e le opere dell’ingegno, sono risorse intangibili alle quali è accordata un espressa tutela legale che protegge tali beni come espressione originale della personalità umana[1]. Al concetto di Proprietà Intellettuale fanno capo due grandi aree del diritto: il diritto dei brevetti e dei marchi[2], racchiuso principalmente nel codice della proprietà  industriale, a cui si aggiunge il diritto d’autore, disciplinato separatamente dalla L. 633/1941.

Ai sensi dell’art 2575 c.c., sono oggetto della legge sul diritto d’autore le opere dell’ingegno di carattere creativo appartenenti “alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro e alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione. Il Diritto d’autore svela una doppia anima, racchiude infatti due caratteri: quello morale e quello patrimoniale. Sotto il profilo patrimoniale, il diritto d’autore è designato come un diritto esclusivo e temporaneo di pubblicazione nonché di utilizzazione economica dell’opera. All’ interno di questa ampia formula possono essere poi individuati altri diritti più specifici quali quello di riproduzione, trascrizione, traduzione, distribuzione, esecuzione, e comunicazione al pubblico. Tali c.d. diritti di utilizzazione economica sono validi generalmente per settanta anni dalla morte dell’autore. A questi sono affiancati i c.d. diritti morali, caratterizzati dal fatto di essere inalienabili, irrinunciabili, imprescrittibili e perpetui.

La disciplina vigente poi riconosce anche i c.d. diritti connessi, ossia tutti quei diritti non facenti capo all’autore ma intimamente legati alla diffusione delle opere protette, come ad esempio quelli attinenti alle attività imprenditoriali di gestione dei diritti d’autore[3]. Contrariamente a quanto avviene per il diritto d’autore, la costituzione di diritti di proprietà industriale necessita di un espresso provvedimento di concessione dell’autorità competente, all’esito del procedimento di esame della relativa domanda[4]. In mancanza di tale provvedimento, e quindi in maniera del tutto indipendente dal reale valore dell’innovazione o della creazione, non sorge alcun diritto (che quindi non potrà essere oggetto di trasferimento o valorizzazione), prevalendo anzi il principio della libera circolazione e utilizzazione delle idee.

Parlando più specificamente di beni immateriali di impresa, si fa riferimento a quel complesso di risorse che si basano sulla nozione di informazione intesa in senso lato e che sono formate dal patrimonio di know-how tecnologico, di marketing, produttivo, finanziario e manageriale compreso all’interno dell’azienda, e dalla stima, credibilità e reputazione che gli stakeholders ripongono nell’impresa stessa[5]. Per tali motivi, le imprese più strutturate e finanziariamente stabili, si sono affrettate in una corsa alla registrazione di marchi e brevetti, come si nota dalle ultime stime dell’Ufficio Brevetti Europeo. Può dunque sicuramente affermarsi che non siamo difronte a una “moda” manageriale che si dissolverà nei prossimi anni, ma assistiamo a una vera e propria rivoluzione del modo stesso di pensare l’impresa, non più radicata sui classici fattori di capitale e lavoro, ma al contrario, fondata sulle persone e sulle loro capacità intellettuali[6]. La continua innovazione, l’evoluzione e la tutela della proprietà intellettuale, una visione globale dei mercati e delle opportunità esistenti sono gli elementi di forza oggi necessari per lo sviluppo della propria impresa.

Oggi in realtà con l’affermarsi di un sistema in cui vige il principio di libertà di iniziativa economica e la conseguente tendenza alla libera disponibilità dei mezzi adibiti alla produzione e alla commercializzazione dei beni, il riconoscimento di diritti esclusivi[7] accordati alla tutela della proprietà intellettuale appare quasi anomalo. Tuttavia, questa sopravvivenza di riserve di tipo monopolistico si giustifica entro i limiti in cui questi diritti siano conformi a una funzione economico-sociale individuata dal legislatore. La stessa circostanza che il bene immateriale rappresenta un’astrazione non desunta in maniera diretta dalla realtà fa sì che la sua qualità di “bene giuridico”, e pertanto di possibile oggetto di diritti, sia sempre il risultato di una valutazione di opportunità compiuta dal legislatore, sulla base della specifica ratio che egli intende perseguire[8].

 

Le caratteristiche dei diritti IP nell’era dell’economia della conoscenza e le problematiche che fino ad oggi ne hanno impedito lo sviluppo

Il successo delle aziende è oggi prevalentemente determinato dalla dotazione di beni intangibili, tra cui appunto gli asset di proprietà intellettuale. Il Capitale intellettuale, è lo stock di intangibili interno[9] ed esterno[10]di proprietà e a disposizione di un’impresa, che le consente di trasformare un insieme di risorse materiali, finanziarie e umane in un sistema capace di creare valore per gli stakeholders mediante il raggiungimento di vantaggi competitivi. Tradizionalmente le imprese non prestano la dovuta attenzione ai propri beni immateriali, e tantomeno considerano indispensabile una attenta pianificazione strategica dei propri asset di proprietà intellettuale che sia coerente con le scelte e le strategie commerciali e finanziarie dell’impresa. Tuttavia, negli ultimi anni è maturata la consapevolezza della funzione strategica della proprietà intellettuale e del fatto che essa possa ricoprire non soltanto un ruolo esclusivamente difensivo e di protezione dei segreti e della conoscenza delle imprese, ma anche un ruolo di sostegno alla competitività delle stesse, attraendo nuove forme di finanziamento. Cresce dunque l’importanza del patrimonio di conoscenze dell’impresa, della cultura aziendale, delle norme e dei processi organizzativi[11], ma, nonostante ciò, i beni intangibili che sostengono l’intera realtà operativa dell’impresa, sono risorse che ancora non risultano adeguatamente valorizzate dai tipici sistemi di monitoraggio e reporting, sebbene siano sempre più rilevanti per competere.

La determinazione del valore dei beni di proprietà intellettuale è di estrema importanza per contrastare l’incertezza che oggi contraddistingue l’investimento in intangibles. Da tale incertezza deriva inoltre un aumento dei costi d’agenzia, ovvero quei costi connessi all’indagine sull’esistenza di possibili conflitti di interesse, e che si traducono nella richiesta di un tasso d’interesse più elevato sui finanziamenti che scoraggia le imprese dall’avvalersi di tali strumenti. Tale situazione determina una serie di conseguenze avverse sia rispetto al rapporto con la banca e gli investitori, sia nell’allocazione delle risorse interne. La scarsa disponibilità a fornire finanziamenti a causa del divario informativo e della possibile sussistenza di conflitti d’interesse, finisce per rendere non concretizzabili, dal punto di vista finanziario, investimenti redditizi ma decisamente troppo rischiosi.

Un’adeguata protezione dei diritti di proprietà intellettuale può costituire la base per lo sviluppo di portafogli di titoli in grado di funzionare tanto come elemento di attrazione verso capitali di rischio, quanto come criterio di preferenza (tra altri) rispetto ad altre imprese concorrenti per l’eleggibilità e l’accesso a fondi pubblici (nazionali e comunitari) e finanziamenti bancari. Gli innovativi strumenti di IP Finance attivati su portafogli di diritti di proprietà intellettuale di una certa consistenza potranno consentire alle imprese che detengono diritti di proprietà intellettuale di accedere a fonti speciali di finanziamento[12]. Nell’era dell’economia della conoscenza, sviluppare il capitale intellettuale è un imperativo gestionale e strategico per un’impresa, anche se di piccole dimensioni.

Gli asset tangibili (in pratica quelli fisici e finanziari) sono in grado di generare un modesto ritorno sugli investimenti, dal momento che rappresentano forme di capitale comuni e facilmente imitabili. Soltanto risorse rare, di valore, difficilmente imitabili, consolidate nel tempo grazie a meccanismi di apprendimento evolutivo, consentono un differenziale positivo rispetto ai concorrenti. Le risorse intangibili presentano queste caratteristiche e aggiungono valore agli asset materiali dell’impresa, garantendo a talune imprese periodi di profitti e di crescita straordinari, superiori alla norma, frutto di posizioni di vantaggio competitivo transitorie e di monopoli temporanei. Gli attuali scenari competitivi si sono come biforcati in due mondi, per quanto interrelati tra loro, rispondenti a regole di creazione del valore differenti: il primo basato sulla trasformazione delle risorse tangibili, il secondo sulla gestione e lo sviluppo di forme di capitale intellettuale e immateriale. Ed è proprio l’importanza crescente degli intangibili che sta portando, in questi ultimi anni, ad una profonda rivisitazione delle tradizionali metodologie valutative, mediante le quali si cerca di stimare il valore d’impresa. Il valore del capitale intangibile, infatti, è fondamentalmente invisibile in bilancio e sfugge alle lenti delle analisi valutative tradizionali: questo perché risponde a regole profondamente differenti rispetto a quelle che presiedono la dinamica degli asset materiali[13]. Dunque, nonostante la loro sempre più rilevante importanza e gli enormi sviluppi che hanno interessato questo settore negli ultimi anni, gli intangibili rappresentano ancora un elemento del business che la maggior parte delle aziende non gestisce, non misura e non pubblicizza, spesso a causa della mancanza delle conoscenze adeguate.

Nello scenario economico attuale dunque, tutto ciò costituisce un ostacolo allo sviluppo dell’economia, dato che, come abbiamo evidenziato, le possibilità di crescita delle imprese sono sempre più legate alla disponibilità di un patrimonio di intangibles che consenta loro di affrontare la competizione e di operare con successo nei mercati internazionali. Per fare ciò, è fondamentale sviluppare una piena coscienza del valore dei diritti di privativa intellettuale e del loro potenziale sfruttamento per la creazione di valore aziendale, poiché – in una knowledge-based economy, come quella attuale – il bene più prezioso è rappresentato dalla conoscenza intesa in tutte le sue forme[14].

 

 

Federica Della Monica

Informazioni

BUONOCORE – Manuale di diritto commerciale.

GIORGIO GIANNONE CODIGLIONE in “Opere dell’ingegno e modelli di tutela, regole proprietarie e soluzioni convenzionali”, GIAPPICHELLI EDITORE

VICARI S., “‘Invisible asset’ e comportamento incrementale”, in “Finanza, Marketing e Produzione”, n.2, 1989

FEDERICA DELLA MONICA “Le garanzie sui diritti IP: La valorizzazione della proprietà intellettuale nei finanziamenti alle imprese”

FRANCO D’EGIDIO – “Intangibles; gestione, valutazione e reporting delle risorse intangibili delle aziende”, ETAS, 2003

“Come sfruttare efficacemente la P.I. – Guida operativa al sistema della proprietà intellettuale in Italia, Ministero dello sviluppo economico, dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione, direzione generale per la lotta alla contraffazione – Ufficio italiano brevetti e marchi.

FULVIO BARTOLI – “GLI INTANGIBILI: IL PATRIMONIO INVISIBILE”

LORENZO FACCINCANI – come sfruttare efficacemente la proprietà intellettuale d’impresa nel corporate lending

[1] Cfr. BUONOCORE – Manuale di diritto commerciale.

[2] In riferimento ai quali si parla più correttamente di diritto industriale.

[3] Cfr. GIORGIO GIANNONE CODIGLIONE in “Opere dell’ingegno e modelli di tutela, regole proprietarie e soluzioni convenzionali”, GIAPPICHELLI EDITORE – Torino, pag. 52 e ss.

[4] Che sarà una domanda di brevettazione per i brevetti, o una domanda di registrazione per i marchi.

[5] Cfr. VICARI S., “‘Invisible asset’ e comportamento incrementale”, in “Finanza, Marketing e Produzione”, n.2, 1989, p.69.

[6] Cfr. FRANCO D’EGIDIO, in “Intangibles; gestione, valutazione e reporting delle risorse intangibili delle aziende”, ETAS, 2003;

[7] In realtà veri e propri monopoli

[8] Cfr. “Come sfruttare efficacemente la P.I. – Guida operativa al sistema della proprietà intellettuale in Italia”, Ministero dello sviluppo economico, dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione, direzione generale per la lotta alla contraffazione – Ufficio italiano brevetti e marchi.

[9] Competenze, skills, capacità, ecc.

[10] Immagine, marchi, customer satisfaction, ecc.

[11] C.d patrimonio strategico d’impresa.

[12] Cit. “Come sfruttare efficacemente la P.I. – Guida operativa al sistema della proprietà intellettuale in Italia”, Ministero dello sviluppo economico, dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione, direzione generale per la lotta alla contraffazione – Ufficio italiano brevetti e marchi

[13] Cfr. FULVIO BARTOLI in “GLI INTANGIBILI: IL PATRIMONIO INVISIBILE”

[14] Cfr. Il valore dei diritti di proprietà intellettuale in “Come sfruttare efficacemente la P.I. – Guida operativa al sistema della proprietà intellettuale in Italia”, Ministero dello sviluppo economico, dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione, direzione generale per la lotta alla contraffazione – Ufficio italiano brevetti e marchi e con LORENZO FACCINCANI, come sfruttare efficacemente la proprietà intellettuale d’impresa nel corporate lending, pag.5