L’articolo permette un’analisi critica di quella che sarà la legge di revisione costituzionale approvata dal Parlamento in data 8 ottobre 2019, recante disposizioni in materia di riduzione del numero dei parlamentari. Ivi saranno indicati gli aspetti favorevoli e quelli contrari, che rispecchiano le posizioni degli autori del presente articolo

 

Premessa sulla legge costituzionale

Precedentemente ed a seguito dell’approvazione della legge costituzionale sul taglio dei parlamentari, sono nate delle opinioni diverse e discordanti, divergenze di vedute che hanno aperto un lungo dibattito in materia.

Il numero dei parlamentari previsto dalla Costituente è pari a 945 parlamentari, di cui 630 deputati e 315 senatori (artt. 56 e 57 Cost.). La riforma costituzionale riduce notevolmente il numero dei parlamentari, portandoli ad un totale di 600: 400 deputati e 200 senatori.

Le forze politiche in seno al Parlamento, promotori della riforma, l’hanno giustificata in diversi termini, ma i costituzionalisti muovono critiche nei confronti di essa, per i motivi che vedremo di seguito.

 

Il concetto di rappresentanza parlamentare

Nel nostro sistema costituzionale e politico i cittadini non eleggono direttamente il Governo, ma questo è espressione della maggioranza formatasi in Parlamento a seguito delle elezioni. Infatti, il Presidente del Consiglio dei Ministri viene nominato dal Presidente della Repubblica, di prassi traendolo dalla persona proposta dai partiti di maggioranza nelle consultazioni: pertanto, il Presidente del Consiglio, e quindi, il Governo, è frutto della maggioranza risultante in Parlamento, e non potrebbe essere altrimenti. Il Governo deve ottenere la fiducia, entro 10 giorni dalla sua formazione, da entrambe le Camere, e ovviamente la fiducia viene data dalla maggioranza: un Governo tratto da un partito di minoranza difficilmente (o meglio, è impossibile che) riceva la maggioranza per esercitare le sue funzioni.

Dunque, il popolo non elegge direttamente il Governo, l’Esecutivo, che ha il compito di portare avanti la linea politica del Paese, ma i componenti del Parlamento. Infatti, questi ultimi, rappresentano la Nazione (art. 67 Cost.), e quindi esercitano il loro mandato nell’interesse dei cittadini: i parlamentari, per usare il linguaggio tipico del diritto civile, agiscono in nome e per conto dei cittadini (rappresentanza politica, rappresentanza parlamentare).

L’elezione diretta dei parlamentari, e quindi dei nostri rappresentanti, è manifestazione della sovranità popolare ex art. 1 Cost. Quest’ultimo, infatti, stabilisce che la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione: l’elezione diretta dei nostri rappresentanti è una di queste forme stabilite dalla Costituzione.

 

Aspetti favorevoli della riforma costituzionale (a cura di Francesco Cristofaro)

L’approvazione della legge sopra citata, non deve essere letta in chiave pericolosa e minatoria per la democrazia italiana. L’ordinamento giuridico prevede un sistema di “pesi e contrappesi”, che pongono limiti a leggi che potrebbero travolgere l’intero assetto costituzionale. Al tempo stesso, con la presente legge, non si riduce la rappresentanza dei cittadini che vivono in piccole Regioni, poiché questi saranno rappresentati ugualmente all’interno del Parlamento, l’organo deputato dalla Costituzione a legiferare in tutela dei loro interessi.

Negli ultimi anni, si è assistito ad un vero e proprio svilimento del ruolo del Parlamento; il precedente Esecutivo a maggioranza giallo-verde ha paralizzato lo stesso organo, a causa del gran numero di decreti-legge emanati e che difettavano del carattere di necessità ed urgenza. Inoltre, la regola che il parlamentare è espressione del proprio territorio non regge più. Basti pensare che l’ex Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, è stato eletto con un gran numero di voti in Calabria[1], così come per Maria Elena Boschi in Trentino[2].

La riforma costituzionale deve essere accompagnata da una legge elettorale che miri a ridisegnare le circoscrizioni, consentendo uguale rappresentanza a tutti i cittadini delle Regioni italiane. Il numero minore dei parlamentari consente, inoltre, in sede elettorale, una maggiore competizione tra i candidati, permettendo agli elettori che voteranno di capire meglio da chi potranno essere rappresentati. La quantità abnorme del numero di parlamentari previsti dalla Costituzione (artt. 56 e 57), non è sempre simbolo della qualità degli stessi.

Quanto al risparmio economico, seppur rappresenta un minimo tassello per colmare il deficit pubblico italiano, è segnale per i cittadini di una politica che non è solo casta.

La maggioranza dei cittadini è favorevole alla legge sul taglio dei parlamentari[3], preferendo un Parlamento che sia efficace ed efficiente, e riacquisti la sua posizione originaria assegnatagli dalla Costituzione.

I vari Esecutivi che si formeranno a seguito della riforma, saranno espressione della maggioranza scaturita dalle urne, che garantisce anche maggiore stabilità per permettere di realizzare con un più ampio orizzonte temporale il programma di Governo.

 

Posizioni contrarie alla riforma costituzionale (a cura di Gennaro De Lucia)

La riforma costituzionale è stata giustificata dalle forze politiche in seno al Parlamento soprattutto in termini economici. Infatti, i promotori principali della riforma hanno affermato che con la riduzione dei parlamentari si potrà risparmiare fino a 1 miliardo di euro, oltre ad essere stato affermato che il risparmio è di 300.000 euro al giorno[4]. Tuttavia, i calcoli sono sbagliati: infatti, la reale spesa che ogni famiglia italiana risparmierà è di circa 2-3 euro all’anno[5], e quindi una cifra nettamente inferiore e decisamente esigua rispetto alle cifre prospettate. Pertanto, la giustificazione della riforma in termini economici non regge.

Ulteriore punto critico della riduzione dei parlamentari si presenta in termini di rappresentatività. Il Parlamento è, infatti, l’organo rappresentativo dei cittadini, del popolo italiano. Attraverso il voto, espressione della sovranità popolare ex art. 1 Cost., i cittadini eleggono coloro i quali dovranno rappresentarli in Parlamento. È evidente, pertanto, come la riduzione del numero di parlamentari riduce anche la rappresentatività popolare: non vi saranno più 945 rappresentanti del popolo, ma appena 600. Tale problema potrebbe essere arginato, ma non risolto, dall’emanazione di una nuova legge elettorale, che ridisegni le circoscrizioni elettorali.

Altro problema riguarda il Governo: riducendo il numero dei membri del Parlamento si riduce, naturalmente, anche la maggioranza sufficiente per la formazione e la durata in carica dell’Esecutivo. L’Esecutivo, infatti, vive grazie alla fiducia del Parlamento, fiducia che viene espressa dalla maggioranza politica presente in seno ad esso. Con la diminuzione dei parlamentari sarà sufficiente una maggioranza esigua, dando vita quindi a Governi legittimati da maggioranze risicate. Ciò potrebbe anche risolvere i problemi di stabilità dei Governi, che hanno afflitto il nostro Paese negli ultimi anni. Tuttavia, il problema potrebbe essere risolto solo a metà dato che le crisi di Governo negli ultimi anni sono state tutte crisi extra-parlamentari, ossia crisi derivanti da fratture interne alla compagine governativa stessa. In queste crisi, pertanto, la maggioranza parlamentare non gioca alcun ruolo fondamentale per le crisi stesse, dato che il Governo rassegna autonomamente le dimissioni, senza che sia approvata una mozione di sfiducia dalla maggioranza. Quindi, giustificare la riforma costituzionale in termini di stabilità è in parte corretto, ma – come si è appena detto – non completamente.

Pertanto, per le ragioni sopra esposte, la legge di revisione costituzionale potrebbe comportare delle conseguenze non di poco rilievo, e si auspica che il legislatore sappia già come ovviare ad esse.