Negli ultimi decenni la “questione del velo islamico” ha provocato un acceso dibattito. Siamo sicuri che limitandone l’uso si tutelino i diritti delle donne musulmane?

 

Il dibattito sul velo islamico

Negli ultimi trent’anni si è discusso molto sull’uso del velo islamico, provocando intensi dibattiti sia in Italia che in altri Paesi europei. In società multiculturali come quelle odierne, promuovere un dibattito oggettivo su questa pratica appare di importanza fondamentale, sia per tutelare i diritti delle donne musulmane che per promuovere una maggiore uguaglianza tra i sessi.

A partire dal 1989, quando tre ragazze marocchine furono espulse da una scuola del nord della Francia per aver indossato l’hijab, la controversia sul diritto delle donne musulmane di indossare il velo islamico è andata aumentando. Attualmente, in Europa, sono in atto limitazioni sull’uso del velo in Francia, Danimarca, Austria, Bulgaria, Belgio e Paesi Bassi, e molti altri Paesi europei, tra cui Italia, Svizzera e Norvegia, stanno discutendo di una sua possibile introduzione. Sempre di più, numerosi politici e media nazionali associano il velo all’integralismo islamico, dipingendo le donne musulmane sia come oppresse, prive di una qualunque volontà individuale, che come agenti del terrorismo, ignorando così i molteplici significati del velo islamico e compromettendo ulteriormente i diritti delle donne.

In questo articolo dimostrerò come le leggi che limitano l’uso del velo islamico, presenti in molti Paesi europei con l’obiettivo di emancipare le donne musulmane, abbiano l’effetto inverso di minare i loro diritti. L’articolo mostrerà come queste leggi siano in realtà il sintomo di un orientalismo che riduce l’Islam ad una religione barbara, sintomatico di una cultura occidentale che non è ancora riuscita a fare i conti con il proprio passato coloniale.

 

L’influenza del discorso neo-coloniale

In un mondo post 11 settembre la crescente paura del fondamentalismo islamico ha rafforzato il discorso sullo “scontro di civiltà”, accrescendo ulteriormente la paura per tutto ciò che ricorda l’Islam, velo islamico incluso.

La rivoluzione iraniana, le guerre del Golfo e i conflitti mediorientali hanno incrementato il supporto per coloro che vedono nell’Islam una minaccia ai valori occidentali. A partire dagli attacchi alle Torri Gemelle, numerosi Paesi occidentali hanno infatti sviluppato un processo di forte securitizzazione, che ha preso di mira principalmente gli immigrati di religione musulmana, portando ad una crescente Islamofobia e a conseguenti discriminazioni nei confronti dei musulmani, tra cui anche la componente femminile. In questo contesto, in cui “l’altro” viene percepito come il nemico, si inserisce “la questione del velo islamico”, che rientra nel più ampio dibattito sul multiculturalismo e la necessità, secondo alcuni, di promuovere politiche più assimilazioniste. Da costoro, le donne musulmane vengono paradossalmente rappresentate sia come terroriste, che minacciano i valori della democrazia liberale, sia come vittime, sottoposte al sistema patriarcale tipico dell’Islam.

Nei media francesi, il velo viene raffigurato “come simbolico della dicotomia di genere che si sta rafforzando tra le donne occidentali liberate e le loro sorelle musulmane oppresse” (Freedman 2007: 30).

 

La pratica dello “svelamento” nella narrativa Orientalista

Questo tipo di narrativa, che considera la disuguaglianza di genere come insita nella religione islamica, trae le proprie origini da ciò che Edward Said teorizzò come “Orientalismo”, ovvero da una rappresentazione paternalistica dell’Oriente, caratteristica del periodo coloniale.

Secondo questa visione, l’Occidente avrebbe il dovere morale di conquistare e civilizzare le “razze” inferiori, per poterle elevare ai valori di un Occidente illuminato. In questa prospettiva, il velo viene percepito come uno dei principali simboli dell’inferiorità islamica. Per questo motivo, le potenze coloniali europee promossero la pratica dello “svelamento”, come simbolo dell’affermazione dei valori occidentali in Medio Oriente. In Algeria, per esempio, le donne “svelate” divennero il simbolo della conquista francese del Paese. Ed è per questo motivo che, durante la guerra d’indipendenza algerina, il velo islamico divenne il simbolo della lotta contro il dominio coloniale francese. Allo stesso modo, durante gli anni ’70 e ’80, numerose donne musulmane ricominciarono ad indossare il velo per rivendicare la propria identità islamica ed opporsi all’interventismo occidentale in Medio Oriente, legato in particolar modo al conflitto arabo-israeliano.

Come dimostrato, durante il periodo coloniale, l’uguaglianza di genere venne usata per giustificare la necessità di conquistare quelle regioni. Allo stesso modo, nell’era contemporanea, parte della critica sostiene che le donne musulmane possano scegliere di abbandonare le loro tradizioni arretrate, sinonimo di una cultura barbara, e assimilarsi ai valori occidentali attraverso la pratica del “togliersi il velo”. Da questa prospettiva, il femminismo appare più come una scusa per proclamare la superiorità dei valori europei, che non come un reale impegno per promuovere l’uguaglianza di genere.

 

Il caso francese e il velo islamico

L’idea che il velo islamico possa costituire una minaccia ai valori occidentali è perfettamente esemplificata nel caso francese. Come illustrato in precedenza, la “questione del velo” ebbe inizio durante il periodo coloniale, quando la Francia, così come altri Paesi europei, promossero la pratica dello “svelamento” come una forma di modernizzazione e civilizzazione. Tuttavia il dibattito su un possibile divieto del velo islamico ebbe inizio ufficialmente solo nel 1989, quando in Francia, il Paese della laicità per eccellenza, tre ragazze marocchine furono escluse dalle lezioni scolastiche poiché indossavano l’hijab. Secondo Ernest Chénière, il preside della scuola, il velo islamico rappresentava una minaccia al secolarismo, valore fondamentale della Repubblica francese. Questa decisione, che obbligò Leila, Fatima e Samira a “svelarsi” per poter riprendere le normali attività scolastiche, provocò un acceso dibattito, che continua fino ai giorni nostri.

Come sostiene lo storico francese Gastaut, il crescente supporto per leggi che vietino il velo, che nel 1994 condusse il Ministero dell’Educazione francese a proibire tutti i simboli religiosi nelle scuole, può essere compreso solo alla luce del più ampio dibattito sull’immigrazione maghrebina nel Paese, che portò la Francia ad abbandonare il multiculturalismo per politiche sempre più restrittive nei confronti delle minoranze musulmane. L’assimilazione venne dunque percepita come la via più facilmente percorribile, al fine di emancipare le donne islamiche e portarle ad abbracciare i valori della Repubblica. Nel 2004, il Presidente francese Chirac, nell’annunciare una nuova legge contro l’uso dei simboli religiosi nelle scuole, affermò che “non possiamo accettare che alcune persone si nascondano dietro ad una concezione aberrante di libertà religiosa per mettere in dubbio i principi fondamentali di una società moderna, tra cui l’uguaglianza di genere e la dignità della donna” (Freedman 2007: 36).

 

La marginalizzazione delle donne musulmane nelle società europee

Nelle società europee le donne musulmane sono spesso vittime di atti di razzismo e violenza. Per questo motivo, numerosi Paesi hanno giustificato le leggi che limitano l’uso del velo Islamico sulla base del fatto che, non indossando più il velo, queste donne sarebbero meno esposte ad atti di razzismo. Anche per questo motivo, la legge del 2004, così come la successiva legge, che nel 2010 vietò di indossare il burqa e il niqab negli spazi pubblici della Repubblica di Francia, furono appoggiate da varie organizzazioni anti-razziste e pro-immigrazione. Inoltre, furono sostenute anche da un numeroso gruppo di rinomate femministe che, partendo da una concezione neo-liberale di società, consideravano il velo Islamico il simbolo più manifesto della dominazione maschile nel mondo islamico. La prospettiva Orientalista era talmente radicata nella società francese che apparse normale avanzare proposte assimilazioniste. Proprio per questa ragione il legame tra le donne che vivevano sotto regimi oppressivi e le immigrate musulmane venne costantemente rimarcato, per promuovere la necessità di una “Guerra al Terrore” anche all’interno dei confini nazionali.

Furono poche le femministe che si opposero a questa visione di società e, tra loro, è da notare la forte critica di Christine Delphy. La sociologa francese dimostrò come le leggi che limitano l’uso del velo islamico avessero in realtà l’effetto contrario a quello sperato, ovvero avrebbero escluso ulteriormente le donne musulmane dalla partecipazione alla vita pubblica. In effetti, come dimostrato da uno studio condotto da Open Society Justice Initiative, la legge francese ha impattato negativamente sulla vita delle donne musulmane. Mentre non ha infatti ridotto il numero di coloro che indossano il velo, le ha invece marginalizzate ulteriormente, riducendo le loro interazioni con la società civile francese e rendendole più vulnerabili ad eventuali soprusi all’interno della sfera privata.

Uno dei punti più controversi di questo tipo di legge è infatti rappresentato dal fatto che i Paesi europei, mentre supportano misure discriminatorie nei confronti delle donne che indossano il velo, al contempo non puniscono efficacemente quegli uomini accusati di violenza domestica all’interno di queste comunità. Anziché assicurare la certezza della pena per coloro che forzano, anche attraverso la violenza, le donne musulmane ad obbedire alle regole imposte dai loro padri e mariti, questi Paesi usano “le donne come un terreno di scontro per il controllo culturale” (Evans 2006: 73). Se la reale preoccupazione delle società europee fosse la violenza contro le donne musulmane, allora sarebbero molto più efficaci leggi contro violenze di questo genere, anziché leggi che colpiscono le “vittime”. Il divieto di indossare il velo islamico non ha infatti alcun effetto sul sistema patriarcale all’interno delle mura domestiche, al contrario rischia di danneggiare quelle donne che liberamente scelgono di indossare il velo. Il problema del corrente dibattito è che, anche quando le donne scelgono di indossarlo per una volontà personale, questa non viene considerata realmente libera. Sostenere che le donne musulmane non comprendano gli effetti discriminatori del velo e che siano semplicemente succubi di una cultura retrograda, ha l’unico l’effetto di vittimizzarle ulteriormente, riducendo la libera volontà di queste donne a semplici decisioni inconsce.

La narrativa Orientalista, che ha costruito l’immagine di donne oppresse, soggiogate ad una religione aggressiva, ha rinforzato il discorso neo-coloniale che riduce l’Islam ad una serie di stereotipi, sempre più collegati al discorso su terrorismo ed immigrazione. Questa visione non può che distorcere un dibattito oggettivo sul velo islamico, sempre più percepito come una minaccia ai valori della democrazia liberale.

 

Conclusione

Come dimostrato in questo articolo, parte della critica  sembra incapace di abbandonare il discorso neo-coloniale, imperniato sulla prospettiva Orientalista. Proiettando questa visione sulle donne musulmane, parte della società europea, inclusi vari gruppi femministi, si limita ad invocare l’uguaglianza di genere senza investigare i molteplici significati che il velo islamico può assumere. Certamente il velo, in alcuni contesti, simboleggia la sottomissione della donna al sistema patriarcale, ma può anche divenire l’emblema della presa di coscienza femminile: l’accezione del velo cambia infatti a seconda del significato che le donne stesse vogliono attribuirgli.  Limitare l’uso del velo ha l’unico effetto di minare ulteriormente la partecipazione delle donne alla sfera pubblica. Inoltre, questa narrativa impedisce ai Paesi europei di focalizzarsi sulle reali forme di disuguaglianza di genere presenti all’interno delle loro stesse società.

Informazioni

Amer Sahar (2014), “What is Veiling?”, University of North Carolina Press

Beriss David (1990), “Scarves, Schools, and Segregation: The Foulard Affair”, French Politics and Society, Vol. 8, No. 1, pp. 1-13, Berghahn Books

Evans Carolyn (2006), “The Islamic Scarf in the European Court of Human Rights”, Melbourne

Freedman Jane (2007), “Women, Islam and Rights in Europe: Beyond a Universalist/Culturalist Dichotomy”, Review of International Studies, Vol. 33, No. 1, pp. 29-44, Cambridge University Press

Gastaut Yvan (2000), “L’Immigration et l’Opinion en France sous la Ve République”, XXe siècle, Seuil

Mancini Susanna (2019), “European Law and the Veil. Muslim Women from Victims to Emblems of the Enemy”, A. Melloni, F. Cadeddu (eds.), “Religious Literacy, Law and History”, Routledge

Mancini Susanna (2011), “Patriarchy as the exclusive domain of the other: The veil controversy, false projection and cultural racism”, International Journal of Constitutional Law (I•CON), 2012, Vol. 10 No.2, 411–428, Oxford University Press and New York University School of Law

Open Society Justice Initiative (2013), “After the Ban: The Experiences of 35 Women of the Full-Face Veil in France”, https://www.justiceinitiative.org/uploads/86f41710-a2a5-4ae0-a3e7-37cd66f9001d/after-the-ban-experience-full-face-veil-france-20140210.pdf

Said Edward W. (1978), “Orientalism”, New York, Penguin Press

Shirazi Faegheh (2003), “The Veil Unveiled: The Hijab in Modern Culture”, University Press of Florida

Diritto consenso ha anche parlato di diritti di ogni uomo, in questo articolo.