Il traffico illecito di beni culturali: una visione del fenomeno in Italia

 

Traffico illecito di beni culturali: come si calcola?

I beni culturali rappresentano beni di estremo interesse per l’umanità. Si tratta di beni che dimostrano meglio di qualsiasi discorso politico ideologico la cultura, la storia, le origini di uno Stato, di una comunità o di un popolo, presente oppure scomparso. Il traffico illecito di beni culturali è contraddistinto da un elemento che ho già sottolineato in un altro articolo[1].

Tale traffico si muove su una geografia particolare che collega gli Stati di produzione/origine dei beni culturali agli Stati di arrivo/destinazione di tali beni. Si tratta di un traffico in cui sono presenti interlocutori e figure molto diverse tra loro: tombaroli, ricettatori, commercianti, intermediari, restauratori, trasportatori, esperti, curatori di musei, collezionisti. È quindi un fenomeno molto complesso, globale, e particolarmente lucroso. Nell’articolo vediamo il perché.

In generale bisogna dire che vi è un serio impedimento a una quantificazione del commercio illegale dei beni culturali. Questo avviene perché gran parte delle condotte offensive si svolge al di fuori dei dati ufficiali che derivano dalle denunce dei beni andati perduti o rubati e dai dati relativi all’individuazione dei beni. La valutazione quindi dell’estensione dei crimini contro i beni culturali si presenta estremamente problematica sotto vari profili. La maggior parte dei crimini rimane inosservata proprio perché non denunciata alle autorità. È un problema serio perché non è facile creare un approccio sistematico alla raccolta di statistiche criminali: senza dati, o con dati parziali, si ottengono risposte limitate.

Inoltre bisogna tenere a mente che nel mercato dei beni culturali i furti sono spesso non denunciati oppure sono sconosciuti fino a quando un bene non riappare sul mercato. Sul problema dell’entità del valore del traffico illecito di beni culturali, l’UNESCO ha stimato che il commercio di antichità valga 2,2 miliardi di dollari all’anno[2]; tuttavia, la portata finanziaria del commercio illecito è in definitiva inconoscibile in quanto le statistiche del mercato nero sono notoriamente difficili da accertare. Natali afferma[3] che:

La valutazione dell’estensione dei crimini contro i beni culturali si presenta, dunque, estremamente problematica sotto vari profili. La maggior parte di tali crimini passa inosservata, in quanto non dichiarata alle autorità. Vi sono, poi, ulteriori impedimenti a un’adeguata misurazione dell’entità di tale mercato, come per esempio il fatto che il valore monetario degli oggetti d’arte non è mai stabile.

 

L’Italia e il traffico illecito di beni culturali

Per quanto riguarda l’Italia, il nostro paese è notoriamente uno Stato di origine di beni culturali. Ciò non significa che non avvenga il transito o che non sia un punto di arrivo, ma dal punto di vista del numero di reati collegati ai beni culturali, l’Italia è uno Stato ricco di luoghi la cui grandezza del patrimonio artistico e culturale è nota a tutti e ciò la rende una nazione che subisce grossi danni. I furti di opere d’arte o la rimozione di beni archeologici da siti storici rappresentano due facce della stessa medaglia: è il problema del traffico illecito di beni culturali.

Chi non conosce Pompei ed Ercolano? Sembrerà ovvio per la grandezza di questi siti ma il problema più grande non è solamente quello degli scavi noti ma soprattutto quello degli scavi sconosciuti, ossia quei luoghi in cui non è stato possibile studiare un contesto compiendo delle analisi archeologiche. Qui i beni culturali non sono registrati o catalogati da alcuna autorità: con la rimozione o la distruzione di beni archeologici il danno diventa incalcolabile.

In Italia vi sono dei soggetti molto noti che operano “sul campo”. Si tratta dei tombaroli: sono coloro che razziano scavi archeologici distruggendo o danneggiando irreparabilmente tali contesti dell’antichità. I beni archeologici scavati illecitamente e immessi sul mercato costituiscono una fetta di mercato importante e molto vantaggiosa per gli operatori disonesti del settore. Tra i beni archeologici scavati illecitamente in Italia[4] (proprio da alcuni tombaroli) vi è il celeberrimo Vaso di Eufronio. Si tratta di un vaso usato per mescolare acqua e vino risalente al V secolo a.C. e che fu esposto al pubblico per la prima volta nel 1972 al Metropolitan Museum di New York. Come è possibile che un vaso greco, firmato dal ceramografo ateniese Eufronio, sia magicamente apparso nel 1972 in uno dei più grandi musei al mondo senza che prima non vi fosse alcuna notizia in merito all’esistenza di questo vaso?

Dietro la storia di questo vaso, conosciuto anche come Cratere di Eufronio, vi è una complicata ricostruzione di un trafficante di antiquari italiani. Il vaso era stato scavato clandestinamente nel 1971 a Cerveteri ed esportato dall’Italia alla Svizzera illegalmente e infine dalla Svizzera agli Stati Uniti. È ovvio quindi che la rete di persone coinvolta non comprende solo criminali ma anche persone all’apparenza rispettabilissime e accademicamente formate. Il Ministero dei Beni Culturali ha scritto[5] in merito a tale bene di inestimabile valore:

Una complessa attività di indagine, alla quale ha partecipato attivamente la Soprintendenza per i Beni archeologici dell’Etruria meridionale a fianco della Procura della Repubblica di Roma e del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, una serie di trattative con il Metropolitan Museum e accordi diplomatici con gli Stati Uniti hanno consentito il rientro in Italia del cratere nel 2008. A distanza di circa 40 anni dal suo ritrovamento, il cratere torna finalmente a Cerveteri, nel luogo dove venne sottratto, accanto a un altro capolavoro di Eufronio, la coppa che racconta la caduta di Troia, restituita all’Italia dal J. P. Getty Museum di Malibu (California) nel 1999 e proveniente, con molta probabilità, dal santuario di Ercole di località S. Antonio di Cerveteri.

 

Il caso del Vaso di Eufronio è emblematico. Tanti altri beni sono scomparsi o scavati illegalmente. L’Italia però, se consideriamo il contesto europeo, non è la sola tra gli Stati di origine. Anche la Grecia rappresenta da sempre un bacino enorme da cui è possibile appropriarsi di beni di grande valore. In Beltrametti si legge[6] il perché il traffico illecito sia un’attività da cui trarre ottimi guadagni:

In paesi di origine come l’Italia, ma anche la Grecia, che nella maggior parte dei casi richiedono il possesso di un permesso prima che un oggetto possa varcare la frontiera, i trafficanti di beni culturali sono incoraggiati al contrabbando dagli scarsi incentivi economici derivanti dall’annuncio di ritrovamento alle autorità, soprattutto se confrontati con l’alta redditività degli stessi oggetti sul mercato nero. Di conseguenza le normative non promuovono un sistema che motiva gli esportatori a dichiarare il passaggio di beni culturali alla dogana.

 

È quindi auspicabile un serio impegno sul controllo dei luoghi di interesse culturale, dei musei, delle pinacoteche e di tutti quei luoghi in cui siano presenti beni culturali così come negli scavi archeologici non ancora scoperti. Perché, per dirla tutta, possiamo anche ritenerci fortunati: in Siria ed in Iraq, per le condizioni di grave instabilità nell’ultimo decennio, il furto di beni culturali e la vendita sul mercato nero di moltissimi beni è stato significativo e ha raggiunto dimensioni preoccupanti durante l’occupazione statunitense dell’Iraq e con la presenza dell’ISIS tanto che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato varie risoluzioni sul fenomeno.

 

La raccolta di dati

A livello nazionale, il Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) dispone di una banca dati: si tratta di un polo di informazioni e analisi dei reati perpetrati in danno del patrimonio culturale italiano. Inoltre le statistiche dell’ISTAT possono essere utili per cercare di inquadrare alcuni elementi del mercato illecito dei beni culturali.

In aggiunta a questi, è possibile prendere visione dello Stolen Works of Art Database dell’Interpol. Si tratta di una banca dati particolarmente utile per il riconoscimento di opere d’arte.

 

Che strumenti adottare quindi?

Il fenomeno di cui si parla è internazionale. L’Italia non può ottenere grandi risultati da sola. I crimini che hanno per oggetto beni artistici e antichità implicano, dunque, una dimensione transnazionale legata al funzionamento dei mercati illegali dove la domanda di questi beni si incontra con la corrispondente offerta. La transnazionalità stessa del traffico illecito di beni culturali offre la necessità di occultare la provenienza illecita dei beni proprio per il passaggio da uno Stato ad un altro: è in questo percorso che avviene il processo di reinserimento del bene nell’economia legale.

Per questo motivo si deve dare maggiore applicazione alla cooperazione giuridica internazionale, più volte presente nei testi delle Convenzioni internazionali, per raggiungere una maggiore incidenza sul fenomeno del traffico illecito di beni culturali.

Informazioni

Manacorda and Chappell, Crime in the art and antiquities world : illegal trafficking in cultural property. New York, 2011

International flows of selected cultural goods and services, 1994-2003: defining and capturing the flows of global cultural trade

Natali, Patrimonio culturale e immaginazione criminologica. Panorami teorici e metodologici, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale : un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015

Beltrametti, Dati e analisi sul traffico illecito dei beni culturali, in Aedon, 2013

Scovazzi, La restituzione dei beni culturali rimossi con particolare riguardo alla pratica italiana, Milano, 2014

[1] Qui l’articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/linterpol-nella-lotta-al-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[2] International flows of selected cultural goods and services, 1994-2003: defining and capturing the flows of global cultural trade, p. 37

[3] Natali, Patrimonio culturale e immaginazione criminologica. Panorami teorici e metodologici, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale: un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015, p. 37

[4] Se fosse possibile costruire un elenco di questi beni sarebbe di per sé un successo straordinario

[5] https://www.beniculturali.it/mibac/multimedia/MiBAC/documents/1418903243087_2.pdf

[6] Beltrametti, Dati e analisi sul traffico illecito dei beni culturali, in Aedon, 2013, p. 61