Nel Green Deal europeo il ‘right to repair’ è una delle misure volte a contrastare l’inquinamento e a favorire lo sviluppo dell’economia circolare

 

Perché abbiamo bisogno del “Right to repair”?

Quante volte ti sarà capitato di dover riparare il tuo “nuovo” smartphone?  Forse potrebbe non essere tutta colpa della tua maldestria, molto spesso ciò accade per la scarsa resilienza di cui sono dotati i nostri dispositivi che è in parte dovuta alla c.d. obsolescenza programmata, ovvero il processo per cui un dispositivo elettronico (smartphone, computer, tablet, elettrodomestico) dopo un paio di anni dall’acquisto o dal lancio sul mercato diventa inutilizzabile o molto semplicemente si rompe[1]. Fortunatamente ci sono buoni motivi per credere che presto tutto ciò possa cambiare in favore dei consumatori. A questo problema l’Unione Europea intende raggiungere l’obiettivo di porre le basi di un’economia moderna, efficiente e soprattutto sostenibile. Tra questi principi vi è la regola del “right to repair”.

È bene fare una piccola premessa. Probabilmente fra trent’anni l’umanità consumerà risorse come se avessimo a disposizione tre pianeti Terra e la produzione di rifiuti a livello globale aumenterà spropositatamente. Nonostante uno scenario simile, oggi soltanto il 12% dei materiali viene reintrodotto nel ciclo produttivo. Tra questi particolare attenzione è da tempo posta sui rifiuti elettronici (c.d. RAEE) che, se non correttamente smaltiti o riciclati, sono tra i più dannosi per l’ambiente[2]. Un’inversione di tendenza dinnanzi a questi dati si rivela assolutamente imprescindibile, ed è in quest’ottica che l’UE mira a rendere la norma uno stile di produzione sostenibile attraverso una serie di iniziative che dovrebbero concretizzarsi nel 2021.

Oggi gran parte dei dispositivi elettronici viene riparata esclusivamente dalle imprese che li producono o da negozi autorizzati. Rivolgersi a punti vendita non autorizzati dai produttori durante il periodo di garanzia la rende invalida perché nella maggior parte dei casi le parti di ricambio che vengono utilizzate non sono ufficiali, sebbene il prezzo dell’intervento di riparazione in quest’ultimo caso sia decisamente più basso.

 

Cos’è il Diritto alla Riparazione?

Il “diritto alla riparazione” parte di un più ampio pacchetto di politiche noto come “Green Deal[3]” introdotto nel mese di Marzo 2020, è l’ultimo esempio delle ambizioni dell’Unione europea di promuovere una crescita economica più sostenibile e prevenire gli sprechi. Come? Nel modo più semplice e trasparente possibile: imponendo con norme da approvare nei singoli Stati una produzione più sostenibile.

In Europa si stima che meno del 40% dei rifiuti elettronici venga correttamente riciclato e per tentare di aumentare questa percentuale sono attualmente in discussione diverse proposte, anche in risposta alle accuse degli ambientalisti verso la Commissione guidata dalla Von Der Leyen sul non aver ancora tentato sufficientemente di ridurre i consumi[4]. Al Green Deal lavoreranno sia la Commissione – l’organo esecutivo dell’Unione – sia il Parlamento e il Consiglio, che invece detengono il potere legislativo. Le misure saranno di natura legislativa diversa: le più importanti saranno le direttive e i regolamenti, cioè leggi europee vincolanti per gli Stati membri[5].

L’UE ha già introdotto, per il momento, il “Right to repair” che sarà in vigore dal 2021 limitandolo, però, ai soli elettrodomestici: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e apparecchi per l’illuminazione evitando così di farli finire in discarica.

In estrema sintesi, le aziende produttrici dovranno per legge rendere disponibili i pezzi di ricambio per 7 anni dalla commercializzazione di ogni nuovo elettrodomestico, che salgono a 10 anni per le lavatrici. I benefici saranno sia di carattere ecologico, sia finanziario per chi possiede questi prodotti. L’iter legislativo non è ancora concluso, manca il voto del Parlamento Europeo, poi da aprile 2021 le misure dovranno essere adottate dai Paesi membri. Prima di cantare vittoria però è bene fare qualche precisazione, perché la norma che si vede all’orizzonte favorisce solo i centri professionali autorizzati.

I manuali (insieme ai pezzi di ricambio) non saranno disponibili pubblicamente ma saranno distribuiti solo ai riparatori professionisti. Insomma, non si potranno fare interventi “fai da te”. Non è chiaro invece se verrà istituito o meno un registro con l’elenco dei centri autorizzati. In caso contrario, spetterà singolarmente ai centri di riparazione dimostrare di essere autorizzati a effettuare l’intervento, e quindi di avere diritto a ricevere ricambi e manuali[6]. Un secondo aspetto importante della nuova normativa sugli elettrodomestici riguarda i consumi energetici, che fino ad ora non prevedono un sistema di misura adeguato a distinguere quali elettrodomestici sono effettivamente più ecologici. Dal 2021, quindi, le aziende dovranno offrire ai consumatori ulteriori alternative per rispettare il diritto di riparazione, come ad esempio la possibilità di intervenire con attrezzi convenzionali utilizzando dei comuni pezzi di ricambio che non danneggino l’apparecchio. Il diritto previsto dall’Unione europea si applica però solo sugli elettrodomestici più abituali, evitando di far finire in discarica frigoriferi e lavastoviglie, restano fuori – almeno per ora – altri dispositivi come gli smartphone[7]. Per quanto riguarda questi ultimi invece la Commissione sta prendendo in considerazione un regime a livello UE che consentirebbe ai consumatori di riparare vendere o restituire vecchi telefoni, tablet e caricabatterie. La legge dovrà essere concordata dagli Stati membri dell’Unione e dal Parlamento Europeo[8].

 

“Vogliamo trasformare questi settori in sistemi circolari in cui i rifiuti vengono ridotti al minimo. Se i rifiuti non possono essere evitati, allora bisogna trasformarli in una risorsa preziosa.”[9]. Tra l’altro, dato che l’Europa non è ricca di risorse naturali, un ulteriore vantaggio dell’attuare un piano per sostenere l’economia circolare sarebbe quello di rafforzare l’immunità della nostra economia dalle sfide geopolitiche, riuscendo così a creare nuove opportunità commerciali nell’UE e oltre, a beneficio dei cittadini[10].

 

Un focus sui rapporti con il Regno Unito

L’UE vuole che il Regno Unito si adegui agli standard europei in materia di tutela dell’ambiente e dei consumatori. Senza menzionarlo direttamente, il piano di riciclaggio afferma che Bruxelles “assicurerà” che i futuri accordi di libero scambio “riflettano gli obiettivi rafforzati dell’economia circolare”[11]. Almeno alcune delle nuove misure previste si applicheranno anche al Regno Unito, in quanto risulta difficile credere che le società tecnologiche produrranno merci con standard diversi per il più piccolo mercato britannico. Mentre sono in corso negoziati tra l’UE e il Regno Unito su un accordo di libero scambio, non è dunque ancora chiaro se questo seguirà tutti gli standard prescritti dall’UE.

 

Il nuovo commissario UE all’ambiente e agli oceani e il Piano d’azione per l’economia circolare

Virginijus Sinkevičius è il più giovane commissario della storia dell’Unione europea. Ventotto anni, lituano, è nato il 4 novembre 1990. La carriera politica di Sinkevičius inizia con l’entrata in Parlamento nel 2016, a soli 26 anni, ottenendo nell’anno seguente la carica di ministro dell’Economia e dell’Innovazione. È membro della Seimas, il parlamento monocamerale che lo ha indicato in agosto come il nome giusto da spendere a Bruxelles.[12] Oggi è commissario europeo all’Ambiente e agli Oceani, posizione fondamentale visti i principali obiettivi dichiarati dalla presidente della Commissione, Ursula Von Der Leyen, che vede l’ambiente come uno dei primissimi punti del suo programma. Nel 2018 Apolitical lo ha inserito tra i 100 leader del futuro[13].

“Il modello di crescita lineare del take-make-use-discard ha raggiunto i suoi limiti, vogliamo assicurarci che qualsiasi prodotto immesso sul mercato E.U. sia progettato per durare più a lungo, per essere più facile da riparare e aggiornare, più facile da riciclare e più facile da riutilizzare ” dichiara Sinkevičius, ai giornalisti a Bruxelles presentando il “Piano d’azione per l’economia circolare”. Il nuovo piano prevede numerose azioni e aree di intervento concentrandosi sui settori che utilizzano la maggior parte delle risorse, quelle aree in cui la circolarità avrà il massimo effetto. Include elettronica e ICT, materie plastiche, veicoli, costruzioni ed edifici, cibo, acqua e sostanze nutritive. La nuova strategia prevede anche misure per introdurre finalmente un caricabatterie universale per smartphone (risultato che l’Unione Europea cerca da tempo di raggiungere attraverso raccomandazioni non vincolanti rivolte ai produttori, fino ad oggi con scarso successo) obiettivi per ridurre gli imballaggi e un nuovo quadro per riciclare batterie e tessuti.

Grande promotore delle politiche sull’economia circolare, sostiene infatti che questa sia il sentiero da percorrere verso un uso più sostenibile delle risorse, promuovendo una produzione e un consumo più sostenibili e una migliore gestione dei rifiuti. Il nuovo piano d’azione per l’economia circolare da lui recentemente promosso è stato pensato fissando tre obiettivi principali: rafforzare la competitività dell’industria europea, dare maggior potere ai consumatori e proteggere l’ambiente allo stesso tempo. Sinkevičius ha concluso il discorso di presentazione del piano dicendo: “Sono fiducioso che tali azioni miglioreranno molti aspetti della nostra vita, creeranno numerose opportunità commerciali e avranno un impatto positivo sull’ambiente.”.

 

Il punto di vista dei consumatori

Monique Goyens, direttrice generale dell’Organizzazione europea dei consumatori, sostiene che questo piano d’azione è cruciale per rendere la green-transition realtà. “Se vogliamo che i consumatori facciano la loro parte, dovrebbe essere facile, conveniente ed economico per loro comprare in maniera sostenibile, il che è molto lontano da ciò che accade oggi.” L’obiettivo è rendere i consumatori più potenti attraverso una migliore informazione sui prodotti e servizi offerti. Quando le informazioni sono precise e affidabili evitare il “Green-washing”[14] diviene molto più semplice.

Informazioni

[1] Per saperne di più “L’obsolescenza programmata” di Roberto Giuliani su DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2019/08/13/lobsolescenza-programmata/

[2] Ce ne parla anche Roberto Giuliani nel suo articolo “I Raee” su DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2019/02/01/i-raee/

[3] Si tratta di un accordo tra i Paesi Eu che prevede di adoperarsi attraverso un piano d’azione per essere il primo continente a impatto zero sul clima. Concretamente, il Green Deal europeo sarà una «strategia», cioè una serie di misure di diversa natura – fra cui soprattutto nuove leggi e investimenti – che saranno realizzate nei prossimi trent’anni. (Per saperne di più vedi: https://www.ilpost.it/2020/02/02/green-deal-europeo/)

[4] Cfr. Elian Peltier – Europe Wants a ‘Right to Repair’ Smartphones and GadgetsNew York Times 12/03/2020

[5] Cit. Luca Masculin “Il Green Deal europeo, spiegato bene” – Il Post 02/02/2020

[6] Tom’s Hardware per il fatto – Il fatto quotidiano

[7] Carlos Arija Garcia su “La legge per tutti”

[8] Cfr. Press statement by Commissioner Virginijus Sinkevičius on the new Circular Economy Action Plan; 11/03/2020 BRUSSELS

[9] Cit. Sinkevičius

[10] Cfr. Press statement by Commissioner Virginijus Sinkevičius on the new Circular Economy Action Plan; 11/03/2020 BRUSSELS

[11] The Guardian – “EU brings in right to repair“ (11-03-2020)

[12] Cit. Alessandro Di Stefano – “Sinkevičius, a 28 anni Commissario UE Ambiente con un passato nel mondo startup” su STARTUPITALIA

[13] https://apolitical.co/lists/100-government-leaders/

[14] Sotto la categoria di Greenwashing rientrano tutti i tentativi di aziende o brand di mostrarsi pubblicamente più attenti, sensibili, attivamente impegnati in questioni ambientali di quanto lo siano effettivamente. In Italia uno dei primi provvedimenti emessi in tema greenwashing è quello dell’ Autorità garante della concorrenza e del mercato che  ha disposto il 15 gennaio 2020 una multa di 5 milioni di euro nei confronti di Eni, il colosso energetico italiano a prevalente capitale pubblico, per “pratica commerciale ingannevole” in merito alla pubblicità “ENIdiesel+” (articolo completo su https://www.legambiente.it/maxi-multa-per-eni-ha-ingannato-i-consumatori-sul-green-diesel/)