La giustizia penale minorile trova nelle comunità per minori una delle più valide alternative al carcere. Come funziona quest’istituto?

 

Introduzione

Il carcere è l’unica pena possibile? A questa domanda si può rispondere in un solo modo: no, ma è decisamente la pena “preferita” dal nostro ordinamento. Tuttavia, se volgiamo lo sguardo alla giustizia penale minorile ci si presenta una realtà totalmente diversa: qui il legislatore ha scelto di abbandonare la sua visone carcero-centrica per prediligere altre sanzioni e altre misure diverse dal carcere, ma altrettanto efficaci. Un esempio? Le comunità per minori.

 

La natura “aperta” delle comunità

Le comunità per i minori sono strumenti di intervento che, nell’ambito della giustizia penale minorile, rappresentano delle valide alternative al carcere e, in quanto tali, presentano delle caratteristiche molto diverse.

La realtà carceraria è, più o meno, nota a tutti: il carcere è un’istituzione chiusa che ha come finalità principali il trattamento educativo degli ospiti e la sicurezza interna; troppo spesso, però, la necessità di assicurare la sicurezza ha inevitabilmente portato a sacrificare il trattamento educativo che, in assenza di adeguate risorse e strumenti, assume, ormai, un ruolo quasi secondario. Con la nascita delle comunità il legislatore penale minorile ha voluto introdurre qualcosa che fosse alternativo e il più distante possibile dal carcere.

Cerchiamo però di capire quali sono, nel concreto, le caratteristiche delle comunità e, soprattutto, quali sono gli elementi che le rendono così diverse dal carcere.

Le comunità sono, diversamente dagli istituti penitenziari, delle istituzioni aperte all’interno delle quali gli ospiti hanno la possibilità di usufruire di risorse e di servizi che sono in grado di aiutarli a gestire e a migliorare le loro relazioni problematiche; insomma, le comunità possono essere considerate a tutti gli effetti degli strumenti di intervento che erogano un servizio che può assumere natura educativa o sanitaria in base alle specifiche necessità del minore.

Uno degli elementi più importati, che ricopre un ruolo sorprendentemente fondamentale, è rappresentato dal luogo nel quale la comunità viene costruita: le comunità possono essere costruite, di fatto, ovunque, come in appartamenti o all’interno di cascine, ma la scelta del luogo influenza notevolmente il tipo di lavoro e, di conseguenza, il tipo di sevizi e di attività che vengono erogate all’interno di una specifica comunità. Facciamo un esempio pratico per fare un po’ di chiarezza: se la comunità viene costruita all’interno di una cascina allora sarà molto probabile che al suo interno vengano svolte attività lavorative all’aperto o esperienze di vita che permettano agli ospiti di avere un rapporto più o meno costante con la natura e con gli animali. Sia nel caso in cui venga costruita in un appartamento sia nel caso in cui sia collocata all’interno di una cascina, la comunità, generalmente, non può accogliere più di 10 ospiti e la ragione è piuttosto semplice: la comunità è organizzata in modo da ricordare il modello familiare e in modo da agevolare la creazione di relazioni personali tra gli ospiti[1].

 

Le comunità per minori: regole e utenza

Come già anticipato, le comunità sono delle istituzioni aperte il che significa che gli ospiti possono uscire e rientrare nella comunità per porre in essere quelle attività che vengono normalmente svolte da chiunque; in altri termini, il ragazzo o la ragazza che si trova in comunità deve poter condurre una vita molto simile a quella che vene svolta da un coetaneo e, per questo motivo, deve poter uscire per frequentare la scuola, praticare sport e incontrare gli amici[2].

Oltre a ciò, la comunità apre le sue porte anche a coloro che sono esterni, come ad esempio i genitori dei ragazzi, gli amici o persone con cui hanno un legame d’affetto, per dare loro la possibilità di mantenere un costante rapporto con il minore. Dobbiamo però avere chiaro sin da subito che i minori presenti nella comunità possono avere alle spalle storie molto diverse tra di loro e, di conseguenza, possono essere destinatari di misure differenti: un minore può finire in comunità per eseguire una misura amministrativa di rieducazione, un misura cautelare, una misura precautelare, la messa alla prova[3], il riformatorio giudiziario, una misura alternativa alla pena o perché destinatario di provvedimenti civili[4].

Sicuramente l’utenza rappresenta uno degli elementi centrali, ma anche uno dei principali elementi di differenziazione di ogni comunità; infatti, le comunità vengono distinte in base alla fascia d’età degli ospiti e in base al genere, perciò ci avremo delle comunità maschili e delle comunità femminili. Esistono poi delle comunità che ospitano vittime di reato e altre che, invece, accolgono gli autori di reato; queste ultime, per legge, devono necessariamente ospitare al loro interno, oltre agli autori di reato, anche dei minori non autori di reato per dare la possibilità ai ragazzi di condividere le diverse esperienze vissute, per confrontarsi tra di loro poiché è proprio grazie al confronto e alla condivisione che i ragazzi si aiutano, si sostengono e arricchiscono l’uno con l’altro.

 

L’importanza del “sentirsi come a casa”

Da un punto di vista puramente strutturale, le comunità ricordano una vera e propria casa nella quale vengono ospitati al massimo 10 ragazzi seguiti dagli educatori; occorre però fare una precisazione: la dimensione familiare della comunità non deve essere intesa come sostituzione dei legami con la propria famiglia di origine, ma è sempre necessario cercare di coinvolgere il nucleo famigliare d’origine.

All’interno della comunità ci sono delle camere da letto, singole o doppie in base alle necessità del ragazzo, una cucina, un bagno e, talvolta, degli spazi esterni, il tutto arredato in modo da ricreare un ambiente accogliente in cui i ragazzi possano sentirsi protetti come a casa[5]. In altri termini, il setting deve ricreare un ambiente familiare[6] e quotidiano in grado di favorire lo sviluppo di relazioni personali, le quali, all’interno della comunità, diventano un vero e proprio strumento di lavoro; infatti, è attraverso le relazioni, costantemente monitorate dagli educatori, che il minore acquisisce l’autonomia e impara il rispetto verso gli altri. Tuttavia, l’aspetto relazionale si colloca tra due momenti molto importanti che il minore attraversa necessariamente, ossia l’ingresso del ragazzo in comunità e le sue dimissioni.

L’ingresso in comunità rappresenta un momento molto delicato, poiché è fondamentale, in questa prima fase, spiegare al minore le ragioni per cui si trova lì e, soprattutto, deve conoscere il progetto educativo che dovrà seguire, le regole che dovranno essere rispettate, gli eventuali divieti previsti e gli obbiettivi che bisogna perseguire.

L’educatore è certamente uno dei soggetti più importanti che entrano in gioco in questa fase così complessa: egli legge e apprende la storia passata del minore e della sua famiglia, entra a conoscenza delle problematiche del ragazzo emerse dalle informazioni che gli sono state trasmesse dai servizi sociali e integra queste informazioni con le proprie osservazioni definendo, così, un intervento educativo che risulti essere il più personalizzato possibile. Accanto all’ingesso in comunità, un altro momento altrettanto delicato è quello delle dimissioni; è necessario, in questa fase, che l’educatore parli con il ragazzo della conclusione del percorso e lo prepari al rientro in famiglia. Nello specifico, l’educatore deve ripercorrere con il minore il l’esperienza vissuta in comunità mettendo in luce i successi, i fallimenti, le difficoltà affrontate, gli ostacoli che sono stati superati e gli obbiettivi che sono stati perseguiti.

 

Le comunità: un’arma a doppio taglio

La realtà delle comunità si è rivelata più funzionale ed efficace del carcere, ma purtroppo non è esente da problematiche. Sicuramente uno dei principali problemi risiede nel tipo di gestione delle comunità e, soprattutto, nel numero di comunità presenti sul nostro territorio. Mi spiego meglio: le comunità possono essere gestite sia da enti pubblici che dal privato sociale; tuttavia, la maggior parte delle comunità sono private mentre quelle pubbliche sono veramente pochissime e di conseguenza la presenza delle comunità non è garantita su tutto il territorio nazionale in modo uniforme e omogeneo. E questo cosa comporta? Essendo così poca la disponibilità di comunità sul nostro territorio ciò che, purtroppo, accade è che i minori vengono indirizzati nella prima comunità che ha posti liberi, senza domandarsi se la comunità prescelta sia quella più giusta e più adatta alle necessità educative del giovane. Non dobbiamo dimenticare che ogni comunità ha modelli di lavoro e di intervento diversi e perciò, idealmente, ogni minore dovrebbe essere indirizzato in una comunità che adotti strumenti e modelli di lavoro che siano il più adeguati possibile alle sue necessità e ai suoi bisogni educativi; purtroppo, però, la scarsa disponibilità di comunità sul territorio italiano non consente di soddisfare questo fondamentale requisito.

Informazioni

G. Zara, La psicologia criminale minorile, Carocci editore, Roma, 2013

G. Gabrielli e M. F. Marchesini, Le comunità per minori: contesti educativi e familiari, in Minori Giustizia, 2006, I Trimestre

L. Palareti, C. Berti e P. Bastianoni, Valutare le comunità residenziali per minori: la costruzione di un modello ecologico, in Psicologia della salute, 2006, I

www.garanteinfanzia.org

[1] L. Palareti, C. Berti e P. Bastianoni, Valutare le comunità residenziali per minori: la costruzione di un modello ecologico, in Psicologia della salute, 2006, I, p.124.

[2] G. Zara, La psicologia criminale minorile, Carocci editore, Roma, 2013, p.132.

[3] Su questo argomento leggi inoltre: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/14/la-sospensione-del-processo-con-messa-alla-prova/

[4] Sul punto si veda www.garanteinfanzia.org.

[5] G. Gabrielli e M. F. Marchesini, Le comunità per minori: contesti educativi e familiari, in Minori Giustizia, 2006, I Trimestre, p.144.

[6] G. Zara, La psicologia criminale minorile, Carocci editore, Roma, 2013, p.132.