I flussi migratori sono una tematica al centro del dibattito politico odierno, ma quanto ne sappiamo davvero?

 

I flussi migratori: alcuni numeri

I flussi migratori possono essere definiti come “lo spostamento delle persone dal loro luogo di residenza, attraverso un confine internazionale o all’interno di uno Stato” (OIM 2019: 135).

Le migrazioni hanno da sempre caratterizzato la storia umana, contribuendo a plasmare nuove società e a promuovere lo sviluppo della civiltà umana. Ciò nonostante, oggi più che mai, le persone si spostano, per motivi vari, in Paesi diversi da quello di origine. Infatti, secondo varie ricerche condotte dalle Nazioni Unite, nel 2019 il numero di migranti ha raggiunto il picco di 272 milioni, un aumento enorme se paragonato ai 173 milioni del 2000 e ai 102 milioni del 1980.

Questa notevole crescita, dovuta in gran parte ad una sempre maggiore globalizzazione, ha comportato numerose sfide. Infatti, mentre alcuni migranti decidono di trasferirsi in un altro Stato per propria libera scelta, molti altri ne sono costretti. In particolare, stando ai numeri dell’UNHCR, nel 2018 il numero di persone costrette a lasciare il proprio luogo di origine per cause di forza maggiore ha raggiunto i 70.8 milioni, un ammontare destinato a crescere ulteriormente, secondo le previsioni di autorevoli studiosi in materia.

 

Categorie di flussi migratori

I flussi migratori rappresentano un fenomeno complesso, che deve pertanto essere analizzato in profondità, al fine di costruire politiche migratorie efficaci. Molto spesso, oggigiorno, gli organi d’informazione tendono a confondere i termini e a parlare di migrazione come di un fenomeno unico. Questo tipo di narrativa, giuridicamente e politicamente imprecisa, non fa altro che confondere il cittadino su una tematica altamente scottante, portando così ad un’interpretazione errata del fenomeno stesso.

Appare dunque di grande importanza fare chiarezza su cosa vuol dire migrazione e su quali sono le principali categorie di flussi migratori.

Generalmente, i principali organi internazionali che si occupano di migrazioni, come l’UNHCR e l’OIM, dividono i flussi migratori in base alle ragioni che spingono le persone ad emigrare. Secondo questa divisione, vi sono tre principali categorie:

  • migrazione volontaria,
  • migrazione forzata, e
  • migrazione mista.

 

La migrazione volontaria fa riferimento a quei migranti che decidono di spostarsi per una libera scelta personale, per cercare migliori condizioni di vita sia sul piano sociale che su quello economico. Questi migranti, spesso denominati anche migranti economici, includono per esempio 164 milioni di persone che si spostano per motivi di lavoro (ILO 2017), così come 4.8 milioni di studenti internazionali (ILO 2016).

Su un piano diametralmente opposto si trova invece la migrazione forzata, che include coloro che sono costretti a emigrare per cause di forza maggiore, come per esempio guerre, persecuzioni, carestie e disastri naturali. Secondo i dati dell’UNHCR, i migranti appartenenti a questa categoria, inclusi rifugiati, richiedenti asilo e sfollati all’interno del loro stesso Paese di origine, è aumentata notevolmente negli ultimi anni.

Infine, la categoria più diffusa, la migrazione mista, fa riferimento a quei migranti che si spostano insieme, attraverso le stesse rotte, per ragioni differenti. Questa categoria include infatti le due precedenti e vi si possono trovare sia rifugiati che migranti economici. Inoltre, un dato rilevante, è che la migrazione mista spesso avviene in modo irregolare, senza la documentazione necessaria, e può includere il traffico di esseri umani  (IOM).

Ovviamente, tutte queste categorie possono anche includere sotto-categorie[1], divise in base al modo in cui i migranti si spostano. Per esempio, è possibile distinguere tra migranti regolari e irregolari, in base alle modalità con cui arrivano nel Paese ospitante.

Tuttavia, appare fondamentale precisare che queste divisioni non sono categorie giuridiche, e che solo alcune categorie di migranti sono legalmente riconosciute e protette a livello internazionale. Ai giorni nostri, caratterizzati da crescenti flussi migratori e conseguenti dibattiti su come gestirli, assegnare ad ogni categoria il suo nome specifico è di vitale importanza, per non confondere l’opinione pubblica su quali migranti sono titolari di diritti specifici e su come ci si debba comportare in determinate circostanze. Per esempio, confondere i termini “rifugiato” e “migrante”, come spesso accade nei mezzi di informazione, può compromettere il supporto popolare per l’istituzione del diritto d’asilo, in un periodo in cui sempre più rifugiati necessitano di tale protezione (UNHCR 2016).

 

La comunità internazionale: perché i flussi migratori sono in aumento

Come già accennato, i flussi migratori possono essere divisi in varie categorie, le quali godono ciascuna di diversi gradi di protezione internazionale. Tutti i migranti sono infatti protetti dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma all’interno di questa macro-categoria, alcune sono protette da specifici accordi internazionali.

Per esempio, i rifugiati godono di speciali diritti, grazie alla Convezione sullo Status dei Rifugiati del 1951 e il relativo Protocollo del 1967. Anche le persone senza nazionalità – stateless people – hanno  particolari diritti, definiti dalla Convention on the Reduction of Statelessness del 1961. Al contrario, le persone sfollate all’interno del loro stesso Paeseinternally displaced personsrimangono sotto la protezione del loro governo, anche nei casi in cui queste siano costrette a fuggire proprio a causa dello stesso. Ciò nonostante, vi sono alcuni accordi regionali sulla protezione degli IDPs, come la Convenzione di Kampala del 2009, in vigore tra i membri dell’Unione Africana.

Le categorie sopra menzionate rientrano tutte nella migrazione forzata, che ha visto un notevole incremento nell’ultimo decennio. Questo dato allarmante è dovuto principalmente a lunghi conflitti, che obbligano le persone a scappare, in cerca di un posto sicuro. In particolare, la guerra civile siriana ha prodotto 6.7 milioni di rifugiati e 6.2 milioni di internally displaced persons, diventando uno dei conflitti con il maggior numero di sfollati al mondo. Le misure oppressive del regime siriano, deliberatamente disegnate per colpire i civili, e il fallimento della comunità internazionale a trovare una soluzione condivisa, sono i principali motivi che impediscono la fine di un conflitto tanto brutale quanto sanguinario. Eppure la guerra in Siria non è che la manifestazione di una più vasta tendenza globale, in cui i conflitti armati si protraggono per molti anni, e in cui i civili sono il bersaglio principale, utile al fine di conquistare o mantenere il potere.

Questa tendenza generale è visibile anche nella guerra in Afghanistan, che ha causato 2.7 milioni di rifugiati, così come nella guerra civile nel Sudan del Sud (conclusasi nel giugno del 2018), con i suoi 2.3 milioni di rifugiati. Vi è poi la crisi venezuelana, che ha contribuito notevolmente ad aumentare i flussi migratori in Sud America, in particolare verso i Paesi confinati, come la Colombia.

Infine, non solo i conflitti armati, ma anche il cambiamento climatico ha giocato un ruolo di primo piano nell’aumentare il numero di persone a rischio. Infatti, specialmente quando il cambiamento climatico impatta regioni già colpite da conflitti armati, questo agisce come un accelerante di instabilità. Per esempio, la siccità e le carestie che hanno colpito la Somalia hanno anche aggravato il conflitto armato contro al-Shabaab, costringendo molte persone a fuggire verso il Kenya e l’Etiopia. Allo stesso modo, la scarsità di acqua nella zona del lago Chad ha causato sanguinose dispute per il controllo delle acque, costringendo così milioni di persone a lasciare le proprie case.

Il fallimento della comunità internazionale nel prevenire i conflitti e trovare soluzioni effettive per contrastare i cambiamenti climatici ha avuto un impatto drammatico sui flussi migratori, che sono destinati ad aumentare notevolmente nei prossimi anni. Anche la cosiddetta migrazione volontaria è infatti spesso legata a situazioni di sotto-sviluppo e mancanza di opportunità di crescita sul piano socio-economico. Infatti, nonostante vari Paesi in via di sviluppo siano caratterizzati da crescita economica, non sempre questo progresso si lega ad un concreto miglioramento delle condizioni di vita. La mancanza di opportunità lavorative e salari adeguati, insieme a sempre crescenti disuguaglianze, prevengono la mobilità sociale, spingendo molti giovani ad emigrare in cerca di opportunità di vita migliori.

 

Prospettive future

Nei prossimi anni i flussi migratori saranno influenzati da numerosi aspetti. Nel breve termine, giocheranno sicuramente un ruolo fondamentale la capacità di risolvere conflitti esistenti e le politiche migratorie adottate dagli Stati. Come precedentemente accennato, i conflitti armati sono tra le principali cause di migrazione forzata. Pertanto, porvi fine attraverso accordi di pace duraturi e ricostruire quelle zone devastate da lunghe guerre intestine consentirebbe a quelle persone di restare nelle loro case, così come permetterebbe ai tanti rifugiati di far ritorno presso il proprio Paese di origine[2].

Oltre a porre fine a questi protratti conflitti, sarebbe anche necessario disegnare politiche migratorie efficaci e di largo respiro. Adottare una prospettiva umanitaria avrebbe infatti un impatto immediato sulle vite di milioni di migranti, contribuendo ad un’effettiva integrazione nei Paesi ospitanti. Inoltre, la comunità internazionale dovrebbe condividere le responsabilità a livello regionale[3], favorendo un processo armonioso di accoglimento dei migranti.

Nel lungo termine, invece, i flussi migratori saranno influenzati principalmente da tre fattori: globalizzazione, cambiamento climatico e sviluppo socio-economico.

La globalizzazione e le tecnologie hanno infatti impattato fortemente i flussi migratori, favorendo il movimento delle persone, e sono destinate a continuare in questa direzione. Secondo alcuni studi, entro il 2030, internet sarà il mezzo più utilizzato per favorire la migrazione, sia legale che illegale (Hellgren, Hoorens, Yaqub, Khodyakov, Kobzar, 2015).

In second luogo, il cambiamento climatico ridisegnerà la mappa delle zone abitabili sulla Terra, accrescendo così il numero delle persone forzatamente sfollate. A riprova di ciò, basti pensare che tra il 2008 e il 2016 i disastri naturali hanno provocato lo sfollamento di 25.3 milioni di persone all’anno (Internal Displacement Monitoring Center 2017) e che, secondo l’OIM, entro il 2050 ci saranno all’incirca 200 milioni di sfollati per cause naturali[4].

Infine, l’altro fattore determinante, è sicuramente lo sviluppo socio-economico. In questo caso, la relazione tra reddito e migrazione segue una forma ad U. Infatti, le persone estremamente povere non hanno i mezzi necessari per spostarsi, mentre con lo sviluppo economico la loro possibilità di emigrare accresce di conseguenza. Una volta raggiunto un certo reddito, la relazione si rovescia e le persone preferiscono rimanere piuttosto che emigrare. Considerando questo dato, è possibile predire che lo sviluppo economico favorirà le migrazioni, specialmente in quei Paesi con un’economia in via di sviluppo, dove milioni di persone stanno uscendo dallo stato di povertà. Allo stesso modo, si suppone che una volta che questi Paesi abbiano raggiunto un certo livello di benessere economico, i loro cittadini preferiranno rimanervi.

 

Conclusioni

Come illustrato in questo articolo, i flussi migratori sono un fenomeno complesso, che richiede altrettante esaustive politiche in materia. Distinguere tra i vari tipi di migrazione è essenziale in un mondo che, come dimostrato da vari studi, sarà sempre più plasmato dallo spostamento delle persone.

Detto ciò, l’obiettivo primario della comunità internazionale dovrebbe essere non quello di fermare i flussi migratori, bensì quello di offrire le possibilità per poter restare nel proprio Paese natale, così come spostarsi in totale sicurezza.

A livello di giurisdizione internazionale, tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite dovrebbero rispettare il Diritto Internazionale Umanitario e il diritto dei conflitti armati, codificato nella Convezione di Ginevra del 1949 e il relativo Protocollo del 1977.

Nonostante alcuni conflitti armati siano infatti inevitabili, è comunque possibile ridurre il loro impatto sui civili, mantenendo un approccio “umanitario” anche durante gli attacchi armati. Come sottolineato dall’Alto Commissario per i Rifugiati Sadako Ogata, le persone hanno il “diritto a restare”, e i governi hanno la responsabilità di salvaguardare questo diritto fondamentale, anche durante azioni di guerra. Il compito della comunità internazionale rimane pertanto quello di supervisionare, affinchè questo diritto non venga mai meno, prevenendo i conflitti, promuovendo la cooperazione transnazionale e punendo coloro che violano i diritti umani.

Informazioni

Collier Paul, “Exodus: How Migration is Changing Our World”, Oxford University Press, New York, 2013

Gabriele Stefania, “Dare e avere: migrazioni, bilancio pubblico e sostenibilità”, in Ronchetti Laura, “I diritti di cittadinanza dei migranti, Il ruolo delle Regioni”, Giuffrè, pp. 301‒327, Milano, 2012

Geneva Convention of 1949, Geneva, 12 August 1949

Hellgren Tess, Hoorens Stijn, Yaqub Ohid, Khodyakov Dmitry, Kobzar Svitlana, “Evolving patterns and impacts of migration”, Global societal trends to 2030: Thematic report 4, Rand Corporation, 2015

UN, Addis Ababa Action Agenda, Addis Ababa, 2015

ILO, Migration Data Portal, https://migrationdataportal.org/?i=stock_abs_&t=2019

Internal Displacement Monitoring Center, Global Report on Internal Displacement, 2017 http://www.internal-displacement.org/global-report/grid2017/

IOM, “Addressing drivers of migration, including adverse effects of climate change, natural disasters and human-made crisis through protection and assistance, sustainable development, poverty eradication, conflict prevention and resolution”, New York, 2017

IOM, “Migration and Climate Change”, IOM Migration Research Series, No. 31, Geneva, 2008

IOM, Mixed Migration, https://rodakar.iom.int/mixed-migration

IOM, Glossary on Migration, IML Series No. 34, 2019

UNHCR, Global Trends Report: Forced Displacement in 2018, Geneva, June 2019

UNHCR, UNHCR viewpoint: ‘Refugee’ or ‘migrant’, 2016

https://www.unhcr.org/news/latest/2016/7/55df0e556/unhcr-viewpoint-refugee-migrant-right.html

[1] Venezia Lorenzo (2018), “Alcune precisazioni sull’immigrazione”, DirittoConsenso, https://www.dirittoconsenso.it/2018/11/12/alcune-precisazioni-sull-immigrazione/

[2] In relazione a ciò, sarebbero essenziali un accordo di pace sulla guerra civile in Siria, una risoluzione politica alla crisi venezuelana e una pace duratura, unita ad una ricostruzione del Paese, in Afghanistan.

[3] Per esempio, un accordo tra gli Stati membri dell’UE  potrebbe offrire maggiori garanzie di assistenza ai migranti, supportando economicamente quegli Stati che ospitano il maggior numero di migranti.

[4] Relativamente allo sfollamento per cause naturali è fondamentale fare una distinzione tra disastri naturali improvvisi e cambiamenti climatici di lungo termine. Mentre infatti i primi causano lo sfollamento di persone per un periodo limitato di tempo, i secondi producono effetti a lungo termine, inducendo intere comunità ad emigrare senza possibilità di ritorno. Il cambiamento climatico, contribuendo alla scarsezza di cibo e acqua, minaccia direttamente le popolazioni locali, provocando tensioni per il controllo delle poche risorse rimaste.