Quali sono le criticità messe in luce dal Coronavirus in Medio Oriente, una regione notoriamente fragile e instabile?

 

Medio Oriente e Covid-19: nuovi ostacoli, vecchi problemi

Il Medio Oriente, una regione tradizionalmente turbolenta dal punto di vista politico, sociale ed economico, non è stato risparmiato dalla pandemia di Covid-19. Nonostante le casistiche non raggiungano vette elevatissime, il numero di contagi ha ormai superato gli 880.000 casi. Il Golfo Persico rimane l’area più colpita: l’Iran contribuisce da solo per più di 200.000 casi, mentre nel mondo arabo il paese più danneggiato è l’Arabia Saudita.

L’Iran è stato il primo centro di diffusione del Coronavirus, nella città di Qom dallo scorso febbraio, probabilmente diffuso da commercianti che avevano precedentemente viaggiato in Cina. Ciò non deve sorprendere se si considera che l’Iran si rivolge spesso al colosso cinese per un supporto economico a causa dell’embargo di buona parte della comunità occidentale. Da allora si è rapidamente diffuso, dapprima tra gli stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo, e in particolare Arabia Saudita, Kuwait e Qatar, e in seguito nel Nord Africa. Al momento l’Egitto è il terzo paese per numero di contagi, e precede l’Iraq.

Le problematiche principali per quanto riguarda il monitoraggio sono le statistiche rese pubbliche dai governi, ritenute spesso inaffidabili, e la difficoltà di somministrare tamponi e test in zone ad alto rischio a causa di conflitti preesistenti, a cui si aggiungono migliaia di rifugiati e sfollati che vivono in condizioni di insalubrità. Inoltre, non bisogna dimenticare tutta una serie di usanze culturali e religiose locali che di norma non prevedono alcun distanziamento sociale. Emblematico, in questo senso, è stato il mese del Ramadan in questo 2020, per la prima volta non all’insegna della condivisione, che ha visto sospesi i pellegrinaggi alla Mecca, un caso senza precedenti, e mostrato la Ka’ba completamente deserta.

Ma se è vero che il Coronavirus ha avuto il potere di far emergere le criticità persino delle democrazie più solide, analizziamo nel dettaglio le problematiche emerse in un’area manifestamente instabile.

 

L’oro nero in caduta libera

I paesi del Golfo sono stati duramente colpiti dal Coronavirus, non tanto in termini di crisi sanitaria, per la quale le strategie di contenimento e monitoraggio del contagio si sono rivelate abbastanza efficienti, seppur abbiano sofferto ritardi per mancanza di coordinazione tra singoli paesi, ma soprattutto per quanto riguarda l’industria petrolifera. Il repentino calo della domanda ha indotto a predisporre ingenti tagli alla produzione giornaliera (circa il 10% mondiale)[1] per cercare di contrastare lo squilibrio di mercato generatosi. Più di ogni altra cosa, il prezzo al barile ha subito un crollo consistente che ha allarmato buona parte della comunità occidentale poiché, se prolungato nel tempo, può finire per danneggiare alcune strutture estrattive in maniera permanente.

Inoltre, i paesi del Golfo rappresentano un importante snodo aereo e commerciale, due componenti che sono stati altresì severamente colpiti. Il settore dei trasporti appare infatti in crisi, in particolare le compagnie aeree Emirates e Etihad. Arabia Saudita, Qatar e UAE hanno annunciato sostanziosi pacchetti di finanziamenti per stimolare l’economia, ma si vedrà se saranno sufficienti a compensare la diminuzione delle esportazioni di petrolio e, soprattutto, se queste circostanze eccezionali genereranno un effetto più profondo nei precari equilibri regionali.

 

Protezione umanitaria: una crisi nella crisi

Come evidenzia l’ultimo rapporto di Refugees International[2], la situazione diventa drammatica se i soggetti interessati sono cittadini sfollati, profughi, rifugiati. All’interno dei campi le condizioni di vita insalubri, l’eccessiva densità di popolazione, la condivisione forzata di spazi e utensili, nonché la scarsità di risorse disponibili fanno sì che il contagio sia specialmente celere. Oltre a ciò, spesso sono presenti malattie preesistenti dovute all’ambiente malsano come tubercolosi o malnutrizione, il che li rende ancora più esposti al contagio. In un simile contesto, avere accesso a servizi sanitari basilari per il trattamento dei sintomi è molto difficoltoso, così come risulta ostico anche fare i tamponi e dunque avere un’idea precisa dell’estensione del contagio.

Questa situazione non rappresenta una circostanza eccezionale ed isolata, ma è bensì una realtà quotidiana per diversi territori: in primis lo Yemen, che ancora prima dell’emergenza sanitaria stava attraversando la crisi umanitaria più grave degli ultimi decenni, e altri paesi come Libia, Siria e Iraq, devastati da anni di conflitti prolungati e intenti a ricostruire infrastrutture e il tessuto politico-sociale. Inoltre, paesi come la Giordania, il Libano e la Turchia si trovano a dover affrontare scenari similari in quanto paesi ospitanti di un grande numero di rifugiati e richiedenti asilo.

Le misure adottate fino ad ora sono state lacunose: sono state distribuite mascherine e gel sanificante, ma nulla di più. Al contrario, Human Rights Watch[3] ha riportato episodi in cui la pandemia viene sfruttata dai governi centrali per aumentare l’isolamento e la ghettizzazione di queste categorie di persone.

 

La grande sfida alla società civile

Quando i governi hanno vietato gli assembramenti, includendo fra questi le manifestazioni di piazza, queste misure sono sembrate ragionevoli se non necessarie per tutelare la salute dei cittadini, come ad esempio è stato disposto in Algeria lo scorso marzo, a un anno di distanza dall’inizio delle proteste pacifiche organizzate dal movimento pro-democrazia Hirak che erano riuscite a sovvertire il regime precedente. Tuttavia, la reazione alle manifestazioni da parte della polizia poco prima del lockdown è stata esemplarmente severa, con un singolare dispiegamento di forze armate per fermare i dimostranti. Se a ciò si aggiunge il fatto che le misure restrittive previste (coprifuoco, multe e detenzioni brevi per i trasgressori) si applicano anche ai giornalisti, pur venendo ricondotte sempre al contenimento del contagio, non stupisce dunque che queste modalità siano state accolte con scetticismo, fino ad arrivare a parlare di “confinamento dei mass media”[4].

Un simile scenario si è profilato in Libano, dove, oltre alla gravissima crisi economica (il paese ha infatti dichiarato default finanziario lo scorso marzo[5]) si aggiunge l’elevata quantità di profughi provenienti dal confine siriano, il cui conflitto è un ulteriore fattore destabilizzante per la tenuta politica e sociale, e responsabile di tensioni interne significative.

L’Egitto si trova nella medesima situazione, aggravata dal fatto che si trovi ad affrontare problematiche ulteriori come le condizioni impietose dei centri di detenzione dovute al sovraffollamento, alla scarsità di igienizzanti e spesso al rifiuto di concedere assistenza medica di base ai detenuti. Si ricorda, inoltre, che la già fragile economia egiziana è fortemente dipendente dal settore del turismo, che ogni anno impiega migliaia di lavoratori stagionali, locali e stranieri, settore che quest’anno ha visto i propri introiti calare bruscamente.

L’Iraq è l’ennesimo esempio che mostra come un governo in piena crisi di consenso abbia sfruttato il Covid-19 come pretesto per impedire alle proteste di proseguire ulteriormente, proteste mirate ad opporsi ai livelli di corruzione dell’anzidetto e alla negligenza con cui è stata gestita la pandemia. L’Iraq è un paese che stenta a riprendersi da decenni di conflitto prolungato e lacerante, dove tutt’ora mancano servizi sanitari basilari e forniture adeguate. Un ulteriore fattore di instabilità è rappresentato dal fenomeno dei lavoratori migranti, provenienti soprattutto dalle zone più povere del Bangladesh, che durante la pandemia si sono ritrovati senza la possibilità di rientrare e senza la prospettiva di poter lavorare nuovamente. Ultimo ma non per importanza, l’Iraq è il sesto al mondo per produzione di petrolio, il secondo tra i paesi OPEC, e subisce tutte le ripercussioni economiche del crollo del prezzo del petrolio.

 

La geopolitica sempre più instabile

In Libia, il generale Haftar ha approfittato del fatto che il resto del mondo fosse momentaneamente distratto dal diffondersi incontrollato della pandemia per portare avanti il loro massiccio assalto a Tripoli, che di fatto procede dall’aprile 2019, con una serie di bombardamenti mirati. L’escalation di violenza rende praticamente impossibile affrontare la crisi sanitaria in modo efficace, le infrastrutture sono compromesse da anni di conflitto, e l’accesso alle risorse è eccezionalmente limitato. Le misure adottate dal governo per contenere il contagio sono deboli e inefficienti, quarantene e coprifuoco finiscono per intrappolare i cittadini delle città poi bersagliate da Haftar. Questa peculiare combinazione di virus e guerra si sta rivelando particolarmente nociva per la già ingente porzione di profughi, ora più vulnerabili che mai.

Sono passati leggermente meno inosservati, sebbene l’opposizione sia stata flebile, i piani di annessione da parte di Israele di circa il 30% di territorio della Cisgiordania, in cambio di finanziamenti ingenti promessi ai palestinesi. Era inizialmente prevista per luglio ma, al momento dell’articolo, non ancora cominciata per molteplici motivi: primo il Covid-19, che ha sorpreso anche un sistema sanitario relativamente efficiente come quello israeliano, e in secundis le controversie suscitate dalla natura del piano, giudicato illegittimo persino dall’Onu[6], e accolto con distacco dalle monarchie petrolifere, hanno imposto una riflessione ulteriore a Netanyahu.

Nel mentre, i Territori Palestinesi sono stati incapaci di far fronte alla crisi sanitaria nel contesto di occupazione. Tuttavia, ciò che inquieta maggiormente è il quadro economico, per il quale è prevista una contrazione importante dovuta anche all’impossibilità per molti palestinesi di attraversare i checkpoint per poter lavorare e che rischia di raddoppiare il tasso di povertà che si attesta ora intorno al 14%, secondo la Banca Mondiale.

 

La sfida del Covid-19: una catastrofe oppure un’opportunità?

Senza dubbio, la crisi provocata dal Coronavirus – una crisi prima sanitaria, poi economica, poi sociale – ha accentuato le fragilità e accelerato dinamiche che erano nondimeno già in corso, sottolineando la profonda crisi che la regione attraversa da almeno un decennio.

La crisi sanitaria è stata fin da subito evidente, sia per quanto riguarda paesi già comprendenti estreme complessità interne e conflitti in corso come Siria e Yemen[7] che hanno stentato a fornire anche i servizi sanitari più basilari, che per quanto riguarda i paesi in difficoltà economica come Libano e Algeria dove sono invero emerse criticità profondamente radicate a livello politico e sociale ed è stata sostanzialmente resa evidente l’inadeguatezza dei suddetti governi a gestire fattori di crisi.

Ma la crisi sanitaria ha presto lasciato il passo alla crisi economica e petrolifera, il cui bilancio appare più preoccupante sia nel breve che nel lungo termine, in particolare per quanto riguarda le monarchie del Golfo, per le quali il repentino e drastico calo del prezzo del petrolio, unito ad una conseguente diminuzione degli investimenti nel settore energetico e dei consumi dei privati, se prolungato nel tempo, porterà inevitabilmente all’instaurarsi di nuovi meccanismi e sviluppi di carattere geopolitico. Un altro fattore che è ormai dato per certo sarà la crescita importante del tasso di disoccupazione, in particolare quella giovanile.

Ciò che preoccupa maggiormente sono tuttavia le ripercussioni che le economie al collasso, il disagio e l’emergenza sociale, il calo occupazionale e l’accentramento di poteri portato avanti da quei governi disfunzionali che hanno deciso di sfruttare le circostanze eccezionali in questo senso avranno sulla società civile nel lungo periodo. In questa regione, l’instabilità sembra essere contagiosa almeno quanto il Covid-19. Come si è visto, il virus colpisce anche la libertà di pensiero, di stampa, di manifestazione e, con esse, la speranza per una democrazia compiuta e completa. Evidenzia la necessità di riformulare il contratto sociale e i modelli di democrazia che, allo stato attuale, sono oltremodo fallaci.

Ciò nonostante, si può auspicare che la pandemia, questo momento di pausa forzata, possa costituire un’opportunità per i governi e per le società civili di occuparsi delle criticità rese lampanti dalla veemenza del Coronavirus, di ripensare i modelli di welfare esistenti o di implementarne di nuovi, di promuovere un sistema sanitario più equo, di prevedere politiche più inclusive e misure a tutela della popolazione al di sotto della soglia di povertà, marginalizzata, discriminata.

Informazioni

Dacrema E., Talbot V. (2020). The Mena Region vs. Covid-19: One Challenge, Common Strategies? ISPI Dossier. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/mena-region-vs-covid-19-one-challenge-common-strategies-25649

Refugees International Report, Covid-19 and the displaced: Addressing the threat of the novel Coronavirus in humanitarian emergencies, Refugees International, March 30, 2020 https://www.refugeesinternational.org/reports/2020/3/29/covid-19-and-the-displaced-addressing-the-threat-of-the-novel-coronavirus-in-humanitarian-emergencies

Malek, C., Will Coronavirus pandemic intensify of defuse Middle Eastern conflicts?, Arab News, 09/06/2020. Ultimo accesso 05/07/2020 https://arab.news/vny2z

Aissani, L., Aboelkhir S., Saudi E., Rachidi I., Cherif Y., Coronavirus threatens Freedom in North Africa, Carnegie Endowment for International Peace, 2020. Ultimo accesso 5/07/2020 https://carnegieendowment.org/2020/04/24/coronavirus-threatens-freedom-in-north-africa-pub-81625#comments

Samrani, A., Coronavirus au Moyen-Orient : le calme avant la tempête ?, L’Orient-Le-Jour, May 15, 2020. Ultimo accesso 03/07/2020 https://www.lorientlejour.com/article/1218116/coronavirus-au-moyen-orient-le-calme-avant-la-tempete-.html

International Finance Corporation, Covid-19 Economic Impact: Middle East and North Africa, May 2020

Bongiorni, R., Libano, ecco come la “Svizzera del Medio Oriente” è finite in default, IlSole24Ore, 11 marzo 2020. Ultimo accesso 05/07/2020 https://www.ilsole24ore.com/art/libano-ecco-come-svizzera-medio-oriente-e-finita-default-ADx1P3B

Human Rights Watch, Lebanon: Refugees at Risk in COVID-19 Response, April 2, 2020. Ultimo accesso 05/07/2020 https://www.hrw.org/news/2020/04/02/lebanon-refugees-risk-covid-19-response

Massolo, G., Israele: l’annessione dipenderà dal prezzo politico che pagherà Netanyahu, ISPI, 03/07/2020. Ultimo accesso 06/07/20 https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-lannessione-dipendera-dal-prezzo-politico-che-paghera-netanyahu-26833

UN Chief urges Israel to back away from West Bank Annexion, Associated Press, The Guardian, 24/06/2020. Ultimo accesso 06/07/20 https://www.theguardian.com/world/2020/jun/24/un-chief-urges-israel-to-back-away-from-west-bank-annexation

Franza, L. Il petrolio al tempo del coronavirus, AffarInternazionali, Istituto Affari Internazionali (IAI), Aprile 2020. Ultimo accesso 07/07/2020 https://www.affarinternazionali.it/2020/04/i-negoziati-sul-petrolio/

[1] Franza, L. Il petrolio al tempo del coronavirus, AffarInternazionali, Istituto Affari Internazionali (IAI), aprile 2020. Ultimo accesso 07/07/2020 https://www.affarinternazionali.it/2020/04/i-negoziati-sul-petrolio/

[2] Refugees International Report, Covid-19 and the displaced: Addressing the threat of the novel Coronavirus in humanitarian emergencies, Refugees International, March 30, 2020

[3] Human Rights Watch, Lebanon: Refugees at Risk in COVID-19 Response, April 2, 2020. Ultimo accesso 05/07/2020 https://www.hrw.org/news/2020/04/02/lebanon-refugees-risk-covid-19-response

[4] Dacrema E., Talbot V. (2020). The Mena Region vs. Covid-19: One Challenge, Common Strategies? ISPI Dossier

[5] Bongiorni, R., Libano, ecco come la “Svizzera del Medio Oriente” è finite in default, IlSole24Ore, 11 marzo 2020. Ultimo accesso 05/07/2020 https://www.ilsole24ore.com/art/libano-ecco-come-svizzera-medio-oriente-e-finita-default-ADx1P3B

[6] UN Chief urges Israel to back away from West Bank Annexion, Associated Press, The Guardian, 24/06/2020. Ultimo accesso 06/07/20 https://www.theguardian.com/world/2020/jun/24/un-chief-urges-israel-to-back-away-from-west-bank-annexation

[7] Dello Yemen se ne è parlato in merito alle attività del Consiglio di Sicurezza nel pieno della diffusione del Covid in Europa: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/25/consiglio-di-sicurezza-e-covid-19/