Le migrazioni rappresentano un’opportunità o una sfida per la Comunità internazionale?

 

Introduzione: il dibattito politico sulle migrazioni

La gestione delle migrazioni rappresenta una grande sfida per la comunità internazionale, che ha più volte cercato di regolamentare il fenomeno e fornire linee guida ai governi nazionali. Oggigiorno il dibattito politico appare sempre più polarizzato tra coloro che esaltano gli aspetti positivi delle migrazioni e coloro che ne strumentalizzano i rischi, dividendosi tra “pro” e “contro” immigrazione.

In realtà, il fenomeno migratorio è altamente complesso ed una visione oggettiva richiede di valutarne sia opportunità che sfide.

Pertanto, il fine di questo articolo è quello di offrire un’analisi il quanto più possibile comprensiva del fenomeno, che cerca di capire quali siano sia i vantaggi che gli svantaggi delle migrazioni. Inoltre, visto che si tratta di un fenomeno di portata internazionale, appare opportuno analizzare anche l’approccio della Comunità internazionale, attraverso lo studio dei principali accordi in materia.

 

Opportunità e rischi delle migrazioni

La migrazione è un fenomeno complesso, da tempo analizzato e oggetto di intenso dibattito politico in relazione alle opportunità e ai rischi che comporta.

Innanzitutto, occorre sfatare un mito radicato nelle nostre società. Contrariamente a quanto sostenuto da numerosi politici, l’immigrazione, se ben regolamentata e gestita, può avere un impatto positivo sullo sviluppo dei Paesi di destinazione, contribuendo alla crescita sociale ed economica. Infatti, secondo una ricerca condotta da Stefania Gabriele (2012), il contributo fiscale dei migranti presenti in Italia contribuisce al mantenimento del sistema pensionistico italiano. Analogamente, uno studio condotto in Germania da Bonin (2014) ha dimostrato che nel 2012 i 6.6 milioni di migranti presenti in Germania hanno generato un guadagno netto di 22 miliardi per lo Stato tedesco, dimostrando che nel lungo termine i migranti contribuisco al benessere economico dello Stato ospitante. La migrazione ha infatti un ruolo fondamentale soprattutto nel mercato del lavoro, dove contribuisce a ridurre il declino dell’età lavorativa nei Paesi più sviluppati, come in Europa e negli Stati Uniti. Ovviamente, questo dato dipende molto anche dalla capacità dei Paesi ospitanti di integrare i migranti nel mercato del lavoro, offrendo loro opportunità e rendendoli consapevoli dei loro diritti, per evitare episodi di sfruttamento.

Da un lato diametralmente opposto, si nota come la migrazione risulti positiva anche per i Paesi di partenza, grazie ai trasferimenti di denaro che i migranti mandano alle proprie famiglie di origine. Inoltre, dal lato prettamente umano, è indubbio che l’interazione tra culture diverse favorisca l’intera comunità internazionale, contribuendo allo sviluppo sociale e tecnologico, grazie allo scambio di conoscenze. Basti pensare, per esempio, agli Stati Uniti d’America, un Paese fondato interamente sull’immigrazione e che proprio su questo ha costruito la sua grandezza.

Tuttavia, nonostante questi aspetti positivi, ci sono anche degli svantaggi. Nel breve periodo, infatti, l’immigrazione comporta notevoli costi, dovuti al sistema di welfare[1] per accogliere e integrare i migranti nella comunità ospitante. Ciò nonostante, come accennato in precedenza, nel lungo termine questi costi verrebbero ripagati dagli stessi migranti che, pagando le tasse, contribuiscono al benessere socio-economico del Paese ospitante. Un rischio più grave è invece il cosiddetto fenomeno di social dumping, spesso riscontrato nei Paesi di destinazione. I migranti possono infatti trovare impiego in quei settori dove la popolazione locale si rifiuta spesso di lavorare, ma allo stesso tempo la loro manodopera – spesso sottopagata – può essere utilizzata per abbassare i salari. In questo caso, è necessario un forte intervento statale, per prevenire un fenomeno che rischia di compromettere i diritti di tutti i lavoratori del settore.

Sul lato dei Paesi di origine, la migrazione può avere invece un impatto negativo a causa del cosiddetto fenomeno di brain drain, per cui i lavoratori più qualificati lasciano il proprio Paese per cercare migliori opportunità di vita, lasciando il proprio Paese senza una classe dirigente effettiva.

Presi in considerazione tutti questi aspetti, la comunità internazionale è chiamata dunque a massimizzare i benefici delle migrazioni, minimizzandone contemporaneamente i costi, sociali ed economici.

 

Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2030: “non lasciare nessuno indietro”

Le migrazioni, come già accennato in precedenza, offrono numerose opportunità per lo sviluppo della società umana, ma portano con sé anche numerosi rischi, che necessitano di essere presi in grande considerazione non solo dai singoli Stati nazionali, ma anche dall’intera Comunità internazionale.

Per queste ragioni, le Nazioni Unite hanno inserito le migrazioni tra gli obiettivi primari del piano di sviluppo della Comunità internazionale. In particolare, “non lasciare nessuno indietro” rappresenta il fulcro dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Con questo principio l’Agenda 2030 sottolinea l’importanza di proteggere ogni singolo individuo, migranti inclusi. La migrazione è infatti una questione trasversale, che riguarda tutti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile – Sustainable Development Goals –; in particolare 11 dei 17 SDGs contengono obiettivi ed indicatori relativi proprio alla migrazione o allo spostamento di persone, con un riferimento specifico ai flussi migratori[2] nel target 10.7: “facilitare la migrazione e la mobilità delle persone in modo ordinato, sicuro, regolare e responsabile, anche attraverso l’implementazione di politiche migratorie pianificate e ben organizzate” (UN, SDG 10.7).

In particolare, gli SDGs e l’integrativa Agenda d’Azione di Addis Abeba forniscono i mezzi per gestire la migrazione, proponendo strumenti efficaci attraverso i quali affrontarne le cause profonde, inclusi sotto-sviluppo economico ed ineguaglianze. La comunità internazionale dovrebbe infatti offrire la possibilità di decidere quando emigrare o restare nel proprio Paese d’origine. A tal fine, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sottolineano la necessità di ridurre le deprivazioni sociali ed economiche, promuovere una crescita inclusiva e creare le condizioni favorevoli al lavoro e all’educazione scolastica.

Inoltre, gli SDGs mettono in evidenza come uno sviluppo sostenibile, basato su istituzioni inclusive e buona governance, possa contribuire a rendere le comunità più resilienti, diminuendo così i conflitti. Pace e sviluppo sono infatti essenzialmente interdipendenti, per cui politiche inclusive che “non lasciano indietro nessuno” costituiscono la misura più efficace per prevenire i conflitti.

Nell’Agenda 2030 si fa riferimento anche al cambiamento climatico. Oggigiorno, infatti, eventi climatici estremi, siccità, degradazione del terreno e desertificazione rappresentano le principali cause di emigrazione[3]. Pertanto, per ridurre la vulnerabilità dei migranti e prevenire un’unitile perdita di vite umane, risulta essenziale fornire risposte di lungo termine al cambiamento climatico.

 

I Global Compacts on Migration and on Refugees del 2018: verso una migliore gestione delle migrazioni

Oltre all’Agenda 2030, la Comunità internazionale ha anche affrontato la tematica migratoria in specifici incontri svolti grazie al supporto delle Nazioni Unite. A spingere verso accordi internazionali esaustivi hanno contribuito in particolar modo la crisi migratoria del 2015 e i crescenti flussi migratori, che oggigiorno includono 25,9 milioni di rifugiati (UNHCR).

Nel settembre 2016 i 193 membri delle Nazioni Unite hanno così adottato la Dichiarazione di New York su Rifugiati e Migranti, fornendo finalmente un approccio comprensivo sulle migrazioni. Riconoscendo il contributo positivo delle migrazioni allo sviluppo sostenibile, la Dichiarazione ha mandato un forte messaggio politico. I capi di Stato e Governo dei membri ONU si sono infatti impegnati a proteggere i diritti umani e la libertà di ogni singolo migrante o rifugiato, a prescindere dal loro status. In particolare, questo impegno include due aspetti fondamentali, in relazione alla protezione dei rifugiati e alla gestione dei flussi migratori. Innanzitutto, si stabiliscono infatti misure chiare ed effettive per affrontare grandi flussi di rifugiati, in modo da proteggere sia i rifugiati che le comunità ospitanti. Inoltre, gli Stati membri si impegnano a negoziare un accordo globale su migranti e rifugiati.

Adottati nel 2018, i Global Compacts on Migration and on Refugees hanno l’obiettivo di assicurare che i diritti umani siano sempre rispettati e che i benefici della migrazione siano il più possibile visibili. In particolare, offrono alla comunità internazionale i principi cardine su cui costruire politiche migratorie efficaci e costruttive.

Innanzitutto, mettono in luce l’importanza di raccogliere dati affidabili sui flussi migratori e condividerli con la comunità internazionale, al fine di fornire un quadro più completo della situazione. La raccolta di dati risulta infatti fondamentale nel comprendere i fattori che spingono le persone ad emigrare, così come le difficoltà maggiori riscontrare dai migranti. Per esempio, condividere informazioni sui network di trafficanti di esseri umani, così come sul  loro modus operandi, può aiutare gli Stati a neutralizzare queste organizzazioni criminali. Oltre alla condivisione di dati tra Stati, risulta poi fondamentale anche la cooperazione con attori non statali, al fine di garantire la sicurezza delle persone a rischio.

In secondo luogo, offrono pratiche efficaci su come ridurre la vulnerabilità dei migranti, spesso messi a rischio da trafficanti che lucrano sulle difficoltà altrui. A questo riguardo risulta essenziale migliorare la cooperazione trans-frontaliera, tra forze di polizia e autorità giuridiche. Visto che il traffico di esseri umani è un crimine transnazionale di crescente complessità, questo richiede una forte collaborazione nel processo di investigazione, prevenzione e persecuzione dei trafficanti, che non può limitarsi ai soli controlli di frontiera.

In terzo luogo, sottolineano come gli Stati dovrebbero sempre rispettare la dignità di migranti e rifugiati, supportandoli nel divenire autosufficienti. A tal fine, i Paesi di destinazione dovrebbero sviluppare politiche in grado di massimizzare il potenziale dei migranti[4], rendendoli parte integrante del tessuto sociale del Paese di destinazione. Inoltre, specialmente nel caso dei rifugiati, lo Stato dovrebbe supportarli con servizi assistenziali adeguati, affinchè possano eventualmente ritornare nel proprio Paese di origine. A questo riguardo, il Global Compact on Refugees riafferma anche il sacro principio internazionale di non-refoulement – diritto di non essere rimpatriati verso un Paese considerato non sicuro –, adottato dalla comunità internazionale nel 1951, con la Convezione sui Rifugiati, e riaffermato nel 1967 con il relativo Protocollo.

Infine, i Global Compacts evidenziano la necessità di adottare un approccio olistico relativamente ai fattori che spingono le persone ad emigrare. In particolare, la comunità internazionale è chiamata a combattere le cause profonde della migrazione, tra cui povertà, conflitti e ineguaglianze. Gli Stati dovrebbero pertanto sempre applicare il principio dell’Agenda 2030, “non lasciare nessuno indietro”, promuovendo una crescita sostenibile[5] e inclusiva.

Tutti questi principi, inclusi nei Global Compacts del 2018, rappresentano un passo in avanti per una gestione condivisa del fenomeno migratorio. Il Global Compact on Refugees ha rafforzato la protezione dei migranti a livello internazionale, anche grazie all’introduzione di un Forum Globale sui Rifugiati, in cui i ministri dei Pasi membri ONU si riuniscono per discutere sulla tematica ogni quattro anni. Dall’altro lato, il Global Compact on Migration ha rappresentato il primo accordo internazionale con un approccio olistico sulla tematica migratoria.

Ciò nonostante, mentre sui rifugiati è stato possibile trovare un accordo condiviso anche a livello nazionale, sui migranti la comunità internazionale è apparsa più frammentata, mancando di supporto politico da parte di Paesi chiave. Infatti, nonostante la natura non vincolante dell’accordo, l’amministrazione Trump ha deciso di sospendere il supporto statunitense, affermando che il Compact on Migration metterebbe a repentaglio la sovranità degli USA: “our decisions on immigration policies must always be made by Americans and Americans alone”. Allo stesso modo, alcuni Paesi europei tra cui Austria, Polonia, Ungheria e Italia, hanno condiviso la visione americana, non sostenendo così l’accordo internazionale.

 

Conclusioni

I flussi migratori rappresentano una sfida globale, che richiede una forte cooperazione transnazionale per poterne massimizzare i benefici, minimizzandone i costi. I Sustainable Development Goals e la relativa Agenda d’Azione di Addis Abeba, insieme ai Global Compacts on Refugees and Migration, forniscono un approccio esaustivo sui flussi migratori e consigli d’azione per i Paesi di origine, transito e destinazione.

Contrariamente alla propaganda nazionalistica di molti Paesi occidentali, la migrazione offre opportunità anche per i Paesi di destinazione, che devono però avere la lungimiranza di guardare al lungo termine e non solo ai costi immediati. Una politica di integrazione efficace può infatti beneficiare l’intera comunità, non solo i migranti.

La comunità internazionale, dal canto suo, dovrebbe utilizzare i consigli d’azione degli SDGs e dei Global Compact per prevenire e ridurre le cause profonde dei flussi migratori, al fine di offrire a tutti la possibilità di scegliere se rimanere nel proprio Paese di origine o emigrare.

Informazioni

Bonin H., The contribution of foreigners and future immigration to the German national budget, Centre for European Economic Research, 2014

Collier Paul, Exodus: How Migration is Changing Our World, Oxford University Press, New York, 2013

Gabriele Stefania, Dare e avere: migrazioni, bilancio pubblico e sostenibilità, in Ronchetti Laura, “I diritti di cittadinanza dei migranti, Il ruolo delle Regioni”, Giuffrè, pp. 301‒327, Milano, 2012

IOM, Addressing drivers of migration, including adverse effects of climate change, natural disasters and human-made crisis through protection and assistance, sustainable development, poverty eradication, conflict prevention and resolution, New York, 2017

IOM, Migration and Climate Change, IOM Migration Research Series, No. 31, Geneva, 2008

UN, Addis Ababa Action Agenda, Addis Ababa, 2015

UN, Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration, Morocco, 2018

UN, Global Compact on Refugees, New York, 2018

UN, New York Declaration for Refugees and Migrants, New York, 2016

UN, Sustainable Development Goals, https://www.un.org/sustainabledevelopment/

UNDP, Human Development Report 2009, Overcoming Barriers: Human Mobility and development, Palgrave Macmillan, New York, 2009

[1] Per esempio corsi di lingua, controlli medici, assistenza psicologica

[2] Scita Rossana (2020), “I flussi migratori: comprendere il fenomeno”, DirittoConsenso, https://www.dirittoconsenso.it/2020/07/06/flussi-migratori-comprendere-il-fenomeno/

[3] Borsato Silvia (2019), “Migranti climatici e protezione dei diritti umani”, DirittoConsenso, https://www.dirittoconsenso.it/2019/03/25/migranti-climatici-e-protezione-dei-diritti-umani/

[4] Attraverso strategie di brain gain e possibilità di mobilità sociale, riconoscendo l’impatto positivo dei migranti sulla crescita economica dello Stato

[5] Questo include fornire risposte rapide al cambiamento climatico, fattore spesso determinante nei flussi migratori