Internet è una realtà senza confini e senza regole vissuta come luogo di espressione libera da ogni condizionamento. Proviamo a capire cos’è la libertà di espressione su Internet

 

Che cosa si intende per libertà di espressione su Internet

“Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione” lo dichiara l’articolo 21 della Costituzione, considerato dalla giurisprudenza costituzionale come la “pietra angolare dell’ordine democratico” in quanto esplica lo sviluppo della vita del Paese nel suo aspetto culturale, politico e sociale. Il suo ruolo si amplia con l’attuazione della libertà di dare e divulgare notizie, opinioni e commenti, di conseguenza nella libertà di manifestazione del pensiero non rientra solo la libertà di opinione, ma anche la libertà di cronaca che consiste nel diritto all’informazione.

Tale diritto va qui inteso in riferimento sia alla libertà di esprimere le proprie opinioni sia alla libertà di informazione, cioè di informare e di essere informati. Perciò viene preso in considerazione non soltanto l’uso della parola e dello scritto, ma anche “ogni altro mezzo di diffusione” quale la radio, la televisione, il cinema, le riproduzioni audiovisive e, per estensione, internet.

Grazie alla rete, l’individuo si ritrova ad essere parte attiva dell’informazione perché non solo si ritrova al centro di intensi flussi di notizie ma è diventato egli stesso fonte delle medesime.

Tutti gli ordinamenti democratici prevedono la libertà di espressione e di informazione, addirittura la maggior parte di questi la garantiscono esplicitamente. Ne consegue che la libertà di espressione su internet risulta essere ampliata in forma così illimitata che è necessario un bilanciamento anche con altri diritti fondamentali, quali il diritto alla privacy, alla trasparenza delle fonti di informazione e alla protezione dai reati informatici.

 

Pluralismo in rete

Molte volte capita che, nonostante sia garantita la libertà di espressione, di fatto non si presenti un accesso reale ed effettivo all’informazione pubblica, impedendo così al cittadino il pieno esercizio dei propri diritti democratici. Dunque, non è sufficiente l’esistenza di una normativa a riguardo, se non vi sono politiche nazionali chiare, volte a garantire un’adeguata partecipazione del cittadino alla vita dello Stato.

Il concetto di pluralismo, che in epoca liberale svolgeva un ruolo centrale nel processo di formazione dell’opinione pubblica, è stato messo in crisi dagli algoritmi: questi vengono impiegati da motori di ricerca e internet service providers per creare una gerarchia di contenuti visualizzabili dall’utente tramite filtri che mirano ad intercettarne le particolari preferenze. Così i social networks, e con essi l’incontrollabilità di flussi di informazione organizzati con tecniche algoritmiche sembrano porsi in rotta di collisione con lo stesso principio di democrazia, perché le informazioni sono solo apparentemente diffuse ma in realtà programmate dalla loro origine.

Introdurre a priori filtri o blocchi su base unilaterale si rivela alla fine un metodo inefficace, ciò che potrebbe aiutare, ai fini di un’efficiente gestione di internet, è un criterio di auto-regolamentazione, con relativo approccio “bottom up”[1], piuttosto che una regolamentazione operata con il “tradizionale” approccio “top down”[2]. Questo nuovo modo di gestire le relazioni e le possibili dispute “online” trova già alcuni riscontri, seppure con intensità diverse, in vari Paesi e viene stimolato dalla sempre più diffusa convinzione che venga effettuata una sorta di “self restriction” , soprattutto per evitare dispute giudiziarie, e quindi si effettua un controllo prima di introdurre contenuti illeciti o comunque suscettibili di provocare reazioni da parte di altri utenti, così da creare un approccio preventivo in tal senso.

 

Diffusione dell’hate speech

Siamo passati da uno schema in cui vi era un unico emittente e molteplici ricettori di informazioni, ad uno in cui gli emittenti e i ricettori sono molteplici e in continuo dialogo tra di loro. Oggi chiunque può attivare sofisticati meccanismi di comunicazione con l’utilizzo sempre più semplice dei social network, così la manifestazione delle opinioni acquisisce carattere permanente autoalimentandosi e moltiplicandosi all’infinito e divenendo cruciale per la creazione di nuove idee. La libertà di espressione su Internet rappresenta ormai un punto di svolta nella società. Ignorare o riconoscere solo parzialmente tale realtà sarebbe non solo anacronistico, ma soprattutto nocivo.

La questione diviene ancor più complessa in riferimento al fenomeno dell’hate speech. L’orientamento della CEDU propende per la limitazione eccezionale della libertà garantita dall’art. 10 della Convenzione con condanna a pena detentiva solo «qualora siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza».

Risulta difficile però individuare un mezzo efficace di contrasto all’hate speech che non contraddica l’esigenza di protezione di una libertà fondamentale.

La veloce trasmissione di messaggi di odio è facilitata dall’anonimato degli autori dei contenuti, dalla permanenza di questi nel web e dalla loro capacità di diffondersi velocemente in piattaforme ed ambienti virtuali differenti da quelli della prima pubblicazione. D’altronde l’odio, nella sua versione online, non cambia forma rispetto alla sua tradizionale nozione, ma internet ha offerto per la prima volta la possibilità di creare messaggi e trasmetterli senza alcuno sforzo, riuscendo a portarli su larga scala.

Rispetto all’atteggiamento da tenere per contrastare le manifestazioni di odio online, si fronteggiano due visioni opposte:

  • L’approccio europeo, secondo cui la rete andrebbe regolamentata più rigidamente, per ostacolare la diffusione di opinioni discriminatorie e non rispettose del principio della dignità umana.
  • L’approccio americano, che invece sostiene che regolamentare la libertà di espressione su Internet non servirebbe a tale scopoma, al contrario, avrebbe come conseguenza quella di alterare non solo il sistema di protezione della libertà di manifestazione del pensiero, ma anche le strategie commerciali dei grandi player dell’economia digitale.

 

L’Europa e il suo Codice di condotta

L’hate speech è considerato sicuramente una forma di discriminazione vietata dall’articolo 14 della CEDU, Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, in cui si stigmatizzano quelle discriminazioni «fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione”. Nell’esperienza comune, possiamo infatti dire che l’odio scaturisce spesso dalle condizioni di diversità, così come elencate nell’articolo 14 della CEDU.

Lo stesso principio è tutelato, in ambito europeo, dall’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali.
Con l’avvento della tecnologia e dei social network, il controllo di questo fenomeno diffuso è divenuto più complesso in quanto cozza apertamente con il principio di libertà di espressione su Internet.

Il 31 maggio 2016, per far fronte al proliferare dell’incitamento all’odio razzista e xenofobo online, la Commissione europea e quattro colossi dell’informatica –  Facebook, Microsoft, Twitter e YouTube con l’adesione successiva di Instagram, Google+, Snapchat, Dailymotion e Jeuxvideo.com – hanno presentato un codice di condotta per contrastare l’illecito incitamento all’odio online.

Parliamo del “Codice di condotta per contrastare l’illecito incitamento all’odio online” (CoCEN) che si fonda su una stretta cooperazione tra la Commissione Europea, le piattaforme informatiche, le organizzazioni della società civile e le autorità nazionali. Tutti i portatori di interessi si incontrano periodicamente sotto la protezione del gruppo ad alto livello sulla lotta contro il razzismo e la xenofobia al fine di discutere difficoltà da affrontare e progressi compiuti.

L’iniziativa della Commissione produce risultati positivi:

  • il 90 % dei contenuti segnalati è stato valutato dalle piattaforme entro 24 ore, mentre la percentuale registrata nel 2016 era solo del 40 %;
  • nel 2020 è stato rimosso il 71 % dei contenuti ritenuti un illecito incitamento all’odio, contro il 28 % del 2016;
  • il tasso medio di rimozione, analogo a quello registrato nelle valutazioni precedenti, dimostra che le piattaforme continuano a rispettare la libertà di espressione ed evitano di rimuovere contenuti non necessariamente classificabili come illecito incitamento all’odio;
  • le piattaforme hanno risposto e hanno fornito un feedback al 67,1 % delle segnalazioni ricevute. Si tratta di una percentuale più elevata rispetto al precedente esercizio di monitoraggio (65,4 %).

 

Come progetti futuri la Commissione esaminerà possibili modalità per indurre tutte le piattaforme che si occupano di illecito incitamento all’odio a istituire sistemi efficaci di notifica e intervento.

 

Il web contro l’odio

YouTube, come tanti altri big del settore digitale, ha stabilito diversi limiti alla libertà di espressione su Internet. Le regole vengono aggiornate continuamente in relazione all’esigenza di evitare la diffusione di video che propugnano odio, suprematismo ed estremismo violento. In un post pubblico, YouTube ha spiegato che le nuove norme “proibiscono in modo specifico i video che sostengono la superiorità di un gruppo per giustificare discriminazioni, segregazioni o esclusioni basate su età, sesso, razza, casta, religione, orientamento sessuale”.

Facebook, già da qualche anno, ha attivato una funzionalità che consente a ciascun utente di bannare, cioè nascondere, specifiche parole o frasi, ma anche emoji, dai commenti della propria bacheca, laddove considerati offensivi.

Recentemente la pandemia ha scatenato il web che è diventato il principale diffusore di informazioni distorte. È per questo che  Facebook ha deciso di potenziare i propri servizi di contrasto alle fake news[3] sul Coronavirus, rimuovendo dalla piattaforma tutti i gruppi e gli eventi che esortano le persone a non rispettare il distanziamento sociale imposto in tutto il mondo per ridurre il rischio di diffusione del Covid-19.

Secondo i dati forniti da Facebook, sono stati “centinaia di migliaia” i post eliminati. Non si tratta solo di censura ma anche la possibilità di dare un’informazione corretta e di creare opinioni consapevoli. Vediamo infatti che, chiunque abbia interagito con questo tipo di contenuti ha ricevuto sulla propria bacheca un avviso con un link al sito dell’Oms, in particolare alla sezione chiamata Myth busters, nella quale le bufale sul coronavirus vengono smontate una ad una. In questo modo Facebook tende a far aumentare la consapevolezza negli utenti, aiutandoli a diventare essi stessi cacciatori di notizie false all’interno della propria cerchia, delle chat, dei gruppi. Questo progetto, che si avvale di partner esterni, in Italia è stato realizzato con la collaborazione di Avaaz.

 

L’approccio USA alla libertà di espressione su internet

Sul versante nordamericano, il primo emendamento della Costituzione, come è noto, non tollera alcuna interferenza dei poteri pubblici nell’esercizio della libertà di espressione e non prevede limitazioni con riguardo ai contenuti espressi o alle modalità con cui si manifesta. Anche i messaggi più discutibili, impopolari e scabrosi, dunque, possono essere diffusi perché si presuppone che si arrivi a una corretta informazione solo attraverso il libero confronto fra idee contrastanti.

Per queste ragioni, ogni forma di responsabilizzazione degli intermediari digitali, soprattutto nel caso in cui preveda il ricorso a tecniche di filtraggio preventivo dei contenuti, è guardata con sospetto perché potrebbe dare luogo a forme di collateral censorship. Il vigente art. 230 del Communication Decency Act (sect. c, 1), infatti, esclude categoricamente che il fornitore o l’utilizzatore di servizi interattivi digitali possa essere considerato responsabile, alla stregua di un editore (publisher), dei contenuti informativi prodotti da altri. Proprio per questo motivo, recentemente alcuni giudici americani hanno respinto i ricorsi presentati dai parenti di alcune delle vittime di attentati terroristici di matrice islamica contro Twitter e altri social network, accusati di aver permesso l’apertura di account attraverso cui i fiancheggiatori dell’Isis potevano fare propaganda e reclutare nuovi adepti. Per i giudici americani, infatti, il gestore della piattaforma di social networking non poteva in alcun caso essere considerato responsabile dei contenuti prodotti e diffusi dagli utenti del servizio. Eppure, dinanzi alla diffusione quella particolare – e particolarmente pericolosa – forma di hate speech attraverso i social network rappresentata dalla propaganda jihadista, anche negli Stati Uniti si sta levando qualche voce negli ambienti accademici a sostegno della necessità di regolamentare il diritto alla libertà di espressione su Internet. Si fa strada l’idea di modificare il Communication Decency Act al fine di prevedere l’obbligo per i provider, in seguito a segnalazioni ricevute dagli utenti, di rendere inaccessibili i contenuti riferibili alla propaganda terroristica.

 

Prospettive

Le problematiche sulla libertà di espressione su Internet appena evidenziate mostrano la necessità di predisporre forme di regolamentazione del flusso delle informazioni attraverso i nuovi mezzi di comunicazione.

Talvolta, ci si imbatte in meccanismi che, dietro il pretesto di proteggere taluni diritti, danno vita a vere e proprie forme di “censura” e limitano in forma inaccettabile la libertà di espressione. È difficile quindi bilanciare i diversi interessi e i contestuali diritti dandone una regolamentazione specifica.

Fino ad oggi Internet è stato anarchia pura: dalla sua nascita, infatti, è uno spazio transnazionale e sovranazionale, alla portata di tutti, in qualsiasi luogo del globo in cui ognuno poteva dire e fare ciò che voleva. Inizialmente il fatto che ci fossero poche regole ha consentito a Internet di crescere e farlo diventare quello che è: una grandissima opportunità. Questa ampia espansione ha evidenziato però una serie di criticità che possono essere superate soltanto con la creazione di regole globali. È importante che queste regole trovino il giusto equilibrio tra libertà di espressione e tutela della sicurezza e che siano anche adatte all’ambito che vanno a regolamentare.  La peculiarità di Internet richiede controlli diversi rispetto a quelli prescritti per gli altri mass media.  C’è bisogno di regole, sì adatte al mezzo ma assolutamente necessarie.

Informazioni

J.M. Balkin, Old School/New School Speech Regulation, 2014.

Code of Conduct on countering illegal hate speech online – European Commission, 22 Giugno 2020, Bruxelles.

C.KADUSHIN, Understanding Social Networks: Theories, Concepts, and Findings, Oxford University Press, 2012.

P.E. ROZO SORDINI, La libertà di espressione nell’era digitale: disciplina internazionale e problematiche, Working Paper . 52, Ottobre 2013.

P.SEMERARO, L’esercizio di un diritto, Giuffrè Editore, Milano, 2009.L

L.SIEGEL, Homo interneticus – Restare umani nell’era dell’ossessione digitale, Edizioni Piano B, Prato 2011.

[1] Con la progettazione bottom-up le parti del sistema sono specificate nel dettaglio e successivamente connesse tra loro in modo da formare componenti più grandi, si crea un’interconnessione fino a realizzare un sistema completo

[2] Nel modello top-down si formula inizialmente una visione generale del sistema, in un primo momento se ne descrive la finalità principale senza scendere nel dettaglio delle sue parti. Successivamente ogni parte del sistema è rifinita aggiungendo maggiori dettagli della progettazione. Ogni nuova parte che si ottiene può quindi essere nuovamente rifinita, specificando ulteriori dettagli, finché la specifica completa è sufficientemente dettagliata da validare il modello

[3] Carlotta Pellecchia (2020), “Fake news: astuzia non fa rima con informazione”, DIRITTOCONSENSO, https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/27/fake-news-informazione/