Da modalità di lavoro alternativa a soluzione emergenziale per salvare la produttività del sistema lavorativo italiano dalle conseguenze economiche derivanti dalla pandemia da Covid-19: che ne sarà del lavoro agile?

 

Concetto di lavoro agile

A causa dell’emergenza pandemica dovuta al Covid-19, uno dei temi di maggior dibattito nel nostro Paese è il ricorso al lavoro agile, conosciuto anche col termine smart working.

Il termine è stato coniato da pochi anni per indicare “un modello di lavoro che usa le nuove tecnologie e lo sviluppo di quelle esistenti per migliorare le prestazioni e la soddisfazione che si ottiene dal lavoro”[1].

L’autentica concezione di smart working prevede l’utilizzo rafforzato della tecnologia nel lavoro in modo da migliorarne le prestazioni, tramite webinar, video call, cloud computing e data mining (estrazione di dati).

Analizzando il problema in prospettiva internazionale, l’home working (lavoro da casa) e il remote working (lavoro da remoto, in luoghi diversi da quello di lavoro) fanno parte del più ampio concetto di smart working. Il fine è, comunque, quello di incrementare la produttività, favorendo un punto d’incontro tra vita privata e orari professionali[2].

È ovvio che questo strumento nasca con fini prettamente sociali, volti a migliorare l’ambiente lavorativo e lo stile di vita del dipendente, permettendogli di conciliare il proprio impiego con le esigenze personali.

Nel 2019, Paesi Bassi e Finlandia erano in cima alla classifica degli stati UE che utilizzavano maggiormente il lavoro da remoto, seguiti da Lussemburgo e Austria; nelle ultime posizioni si trovava l’Italia, insieme a Cipro, Bulgaria e Romania.

Prima della pandemia solo il 7% dei lavoratori accedeva in misura stabile o occasionale al lavoro da remoto, accrescendo la propria rilevanza e utilizzo con l’inasprirsi delle condizioni sociali derivanti dal lockdown. Non può quindi che parlarsi di un vero e proprio “smart working emergenziale”, la cui necessità è stata sottolineata dal legislatore in vari decreti[3].

Il lavoro agile è stato ammesso nel nostro ordinamento con legge n°81/2017 ma, a differenza di vari paesi del Nord Europa in cui tale modalità è ormai preferita al lavoro tradizionale, nella nostra nazione non si era presa in considerazione tale possibilità fino a quando questa non è diventata una vera e propria necessità.

 

Lavoro agile durante la pandemia

Di fatto, l’Italia si è realmente approcciata per la prima volta al lavoro agile il 23 febbraio 2020, con l’approvazione del primo decreto legge che, per rispondere alla grave situazione sanitaria, aveva reso automatico il ricorso allo smart working per tutte le aziende che si trovavano nelle zone a rischio e che potevano svolgere attività lavorativa senza recarsi sul posto di lavoro.

Con l’inasprirsi della crisi economica derivata dalla pandemia, il ricorso a questa soluzione temporanea è stata recepita dalle aziende come l’unica modalità possibile per continuare a mantenere viva la propria produttività. Da quanto emerso da una ricerca Microsoft, infatti, la quota di imprese italiane che ha adottato il lavoro flessibile è passata dal 15% del 2019 al 77% nel 2020[4].

Più nello specifico, secondo il report ISTAT “situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19”[5], il lavoro agile è stato uno degli strumenti maggiormente utilizzati per contenere gli effetti negativi dell’emergenza, soprattutto tra le medie e le grandi imprese.

Nei mesi immediatamente precedenti al lockdown la quota di lavoratori impiegati in lavoro agile si attestava attorno al 1,2%, mentre tra marzo e aprile saliva verso l’8,8%, risultando particolarmente significativo per le medie e grandi imprese.

L’Istat ha sottolineato che l’aumento del numero di impiegati in smart working è primariamente collegato alla dimensione delle aziende: le organizzazioni medie e grandi hanno infatti registrato un importante incremento nell’utilizzo di questo strumento.

Dal punto di vista settoriale, il lavoro agile ha interessato maggiormente servizi di comunicazione, informazione e informatica, attività professionali scientifiche e tecniche, istruzione e fornitura di energia elettrica e gas.

Le caratteristiche generali di questi ambiti, già intrinsecamente vicini ad un approccio tecnologico del lavoro, hanno permesso di avvicinarsi facilmente allo strumento del lavoro a distanza: le strategie messe in capo dalle aziende soggette alla chiusura dell’attività sono state incentrate sulla riorganizzazione degli spazi di lavoro, modifica e ampliamento dei canali di vendita e dei metodi di fornitura dei servizi. Altrettanta rilevanza ha rivestito la transizione digitale, un meccanismo col quale è stato accentuato l’utilizzo della connessione virtuale interna ed esterna al luogo di lavoro.

È automatico dedurre che, oggi, le aziende che dimostrano maggiore confidenza con lo smart working sono giganti della tecnologia come Amazon, che ha esteso la policy per il lavoro da casa a tutti i dipendenti corporate fino al 2021.

Differente la situazione per le piccole imprese: non tutte le attività lavorative, per propria struttura, sono apparse idonee a garantire lo svolgimento del lavoro da casa; inoltre, l’approccio ad un tipo di impiego completamente diverso rispetto a quello tradizionale è ancora di difficile comprensione per gli impiegati più anziani, per i quali l’utilizzo della tecnologia risulta ancora ostico.

Nonostante la difficile situazione sanitaria e sociale, che ha portato ad un’ingente perdita di posti di lavoro (si contano oggi più di 600 mila unità lavorative rimaste senza impiego), possiamo comunque sottolineare che il lavoro agile sia oggi diventato una vera e propria risorsa utile non solo per mantenere alti i livelli di produttività, ma anche per proteggere i lavoratori da eventuali perdite di retribuzione o licenziamenti.

Allo stesso tempo non bisogna sottovalutare il fatto che il sistema lavorativo italiano, particolarmente statico, non era pronto per un cambiamento così radicale. Questo non ha potuto che portare a interrogativi riguardo l’impatto sulla realtà aziendale di questo modello organizzativo di flessibilità.

Lo smart working richiede infatti di instaurare uno stretto legame tra prestazione e obiettivi da raggiungere: di fatto, l’organizzazione interna finisce per rivestire un ruolo fondamentale.

L’Italia, nonostante la buona risposta a questa esigenza, continua a vedere il lavoro agile come un rimedio temporaneo a causa delle problematiche che ne derivano.

Le aziende, in un momento di grave crisi economica, si ritrovano a dover provvedere anche ad investimenti sulla formazione dei lavoratori, educando di fatto una platea di dipendenti che nella maggior parte dei casi prima della pandemia non era solita utilizzare in modo così ampio la tecnologia.

 

Prospettive sul lavoro agile dopo la pandemia

Il DPCM del 25 ottobre ha apportato alcune novità in materia di lavoro agile per i dipendenti del settore privato. Diversamente, per i lavoratori del settore pubblico è stato introdotto un decreto ad hoc (risalente al 19 ottobre ed emesso dal Ministero della Funzione Pubblica).

Per quanto riguarda il settore privato, il testo oggi in vigore concede un ampio margine di operatività ai datori di lavoro, poiché il decreto ha fornito indicazioni sotto forma di raccomandazione.

Nonostante la fine dell’emergenza sanitaria appaia oggi ancora lontana, la prospettiva del lavoro agile a lungo termine pone già numerosi interrogativi.

Secondo un’indagine condotta dall’Associazione dei direttori del personale (AIDP)[6], le aziende hanno individuato i maggiori vantaggi connessi allo smart working in:

  • Maggiore soddisfazione dei dipendenti e miglioramento della vita in termini di work-life balance (64%)
  • Aumento della responsabilità individuale (46%)
  • Risparmio di tempo e costi di spostamento per i dipendenti (69%).

 

Di contro, i rischi sarebbero:

  • La perdita delle relazioni sociali tra colleghi (62%)
  • L’unione tra ambiente lavorativo e domestico (32%)
  • Rischio di sovraccarico di lavoro (21%).

 

Di fatto, ci si chiede se lo smart working sarà in grado di migliorare le condizioni di lavoro e la qualità di vita individuale oppure se avrà gravi conseguenze sulla collaborazione fisica e diretta tra colleghi, con automatiche conseguenze sul livello di produttività dell’azienda.

A lungo termine, la soluzione affinché questo strumento non venga più visto come un rimedio d’emergenza ma un mezzo utilizzabile al fine di migliorare il sistema lavorativo italiano appare il bilanciamento tra le problematiche, concentrandosi su una tutela non strettamente lavoristica, ma tenendo conto anche delle esigenze psicologiche e sociali del lavoratore.

Le imprese dovranno infatti fornire risorse per consentire l’utilizzo di impianti tecnologici all’avanguardia (computer e connessioni rete), con conseguente potenziamento della formazione del proprio personale, cercando di mantenere il più possibile un contatto diretto e dinamico con i dipendenti.

L’aspetto più rilevante è senza dubbio il diverso stile di vita e approccio al lavoro che ne deriverebbe per il dipendente: nonostante gli aspetti riguardanti l’isolamento ed il necessario confronto diretto tra colleghi e superiori, non si può negare che il lavoro agile sia oggi lo strumento migliore al fine di garantire un giusto equilibrio tra orari di lavoro ed esigenze personali, nello specifico quelle familiari.

Si auspica, da questo punto di vista, l’adozione di un sistema occupazionale simile ai modelli già presenti in Nord Europa, in cui la crescente flessibilità delle prestazioni lavorative ha portato ad un evidente miglioramento dello stile di vita per i dipendenti in cui, in automatico, vengono ridotte anche le conseguenze psicologiche legate all’ambiente lavorativo.

Secondo l’indagine CGIL/Fondazione Di Vittorio[7], il 60% dei lavoratori italiani intervistati gradirebbe proseguire l’esperienza di smart working anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria, il che dimostra come questa impostazione venga apprezzata dalla platea di dipendenti.

L’unico modo affinchè il lavoro agile migliori le condizioni lavorative e, di seguito, anche la produttività, è una precisa regolamentazione dello stesso. Per questo motivo i sindacati sottolineano già la necessità di ragionare sulle conseguenze di questa modalità lavorativa sulla regolamentazione contrattuale e sulle tutele che ne derivano anche a livello previdenziale.

In definitiva, l’Italia, a causa di una necessità emergenziale sanitaria, ha dovuto sperimentare nuove modalità di occupazione che difficilmente avrebbe volontariamente adottato.

Questo ha portato, inaspettatamente, ad una buona reazione da parte delle aziende e degli stessi dipendenti, rendendo di fatto possibile che in futuro ci si possa adeguare ad un sistema lavorativo misto e più duttile, in cui le prestazioni tradizionali (che in alcun modo devono essere eliminate) vengano affiancate ad una gestione responsabile e regolamentata del lavoro agile, risorsa ormai indispensabile per migliorare la produttività e la flessibilità di un mondo del lavoro ormai troppo statico.

Informazioni

[1] Definizione Treccani

[2] “Lo smart working, normativa, diritti e doveri”, www.dirittoconsenso.it

[3] “Smart Working: l’Italia è ultima in Europa”, www.greatplacetowork.it

[4] “Ricerca Microsoft: il lavoro da remoto rende più produttivi, ma attenzione all’isolamento”, www.lastampa.it

[5] https://www.istat.it/it/archivio/244378

[6] “Lavoro, 2 aziende su 3 in smart working anche dopo l’emergenza”, www.ilsole24ore.it

[7] www.cgil.it/…/uploads/2020/05/Indagine_Cgil-Fdv_Smart_working.pdf