Un nuovo inizio con il Patto europeo sull’immigrazione per un’integrazione delle politiche tra responsabilità e solidarietà

 

Il nuovo Patto europeo sull’immigrazione: principi cardine

La Commissione Europea ha proposto mercoledì 23 settembre 2020 un nuovo Patto in risposta ad una situazione insostenibile che vede un’Europa sempre più divisa. È necessario affrontare la questione della migrazione ricostruendo la fiducia tra gli Stati membri e creando, di conseguenza, una politica condivisa chiara e responsabile. La proposta del Patto europeo sull’immigrazione prevede interventi in una prospettiva multidimensionale: accordi con i paesi di origine e transito, screening pre-ingresso alla frontiera, rimpatrio rapido e opzioni flessibili riguardo alla partecipazione dei Paesi.

L’obiettivo è integrare le politiche europee in materia di controlli di frontiera[1], asilo e immigrazione in un “quadro comune” attraverso la (nuova) procedura di screening cui segue l’esame della domanda di protezione internazionale e il rimpatrio. Tale iter è applicabile a coloro che sono sbarcati a seguito di un’operazione di salvataggio e a coloro che, dopo un primo momento in cui si sono sottratti ai controlli di frontiera, sono stati identificati in un Paese europeo. Si procede dunque con il rilevamento delle impronte digitali e con la registrazione nel database EURODAC. Non è più solamente una banca dati al servizio dell’applicazione del Regolamento Dublino, ma diventa uno strumento essenziale delle politiche di asilo e immigrazione nel loro complesso, garantendo così interoperabilità con altri database.

Viene, inoltre, rafforzata la cooperazione con i Paesi terzi per contrastare in primo luogo il traffico di migranti e creare nuovi percorsi di ingresso legale per profughi, ma anche per “talenti”, capitale umano prezioso per l’Europa.

Solidarietà e responsabilità sono i principi cardine di questa nuova riforma. Solidarietà obbligatoria, ma, allo stesso tempo, flessibile, in quanto gli Stati membri hanno la possibilità di scegliere se farsi carico di accogliere migranti in situazioni difficili o la “sponsorizzazione” di rimpatri.

Quest’ultima dinamica prevede che il migrante rimanga nel Paese di primo approdo, ma è un secondo Stato ad occuparsi della procedura entro otto mesi, superati i quali si attiva il trasferimento nello Stato sponsor.

Tuttavia, emerge uno squilibrio. Rimangono oneri non indifferenti per Paesi di primo approdo come l’Italia, che dovrà non solo farsi carico di identificazione e registrazione, ma anche dei controlli sanitari e di sicurezza.

Per comprendere al meglio la visione su cui si inserisce tale riforma riportiamo le parole della Commissaria Europea per gli Affari Interni, Ylva Johansson, secondo la quale la nuova riforma “non consiste nel trovare una soluzione perfetta, ma una soluzione accettabile per tutti […] Spero però di avere 27 Stati membri che dicono che è un approccio equilibrato, su cui poter lavorare… Si tratta di capire che abbiamo un problema comune e che dobbiamo gestirlo insieme”[2].

Come possiamo immaginare si tratta dunque di una gestione della migrazione fatta di compromessi.

 

Oltre la Convenzione di Dublino

La Convenzione Dublino può essere vista come il punto di inizio da cui sono scaturiti tutti i mali che opprimono la politica europea in tema di asilo. Con il Patto 2020 si intende revisionare il vecchio regolamento del 1997, che stabilisce quale sia lo Stato dell’Unione Europea competente per la valutazione della richiesta di asilo da parte di persone che arrivano via mare, i cosiddetti “sbarcati”. Ma non solo.

Siccome il vaglio della richiesta dura due anni, il Paese reputato idoneo deve anche far fronte alla gestione dell’accoglienza del richiedente asilo e degli eventuali spostamenti futuri.

La procedura del regolamento Dublino, modificato più volte, si basa su diversi e precisi criteri, come il legame familiare del richiedente asilo con persone in Europa. Di fatto, esiste un criterio residuale secondo il quale lo Stato responsabile è identificato con lo stato di primo ingresso, ovvero dove si è sbarcati. Negli anni è diventato il criterio più importante in quanto è molto difficile che il migrante riesca a dimostrare di avere un significativo legame con un paese europeo.

Inoltre, emerge un’ulteriore complicazione. Secondo le norme Dublino se una persona decide di spostarsi dal Paese di primo arrivo in un altro Stato membro, compiendo dunque “un movimento secondario”, è obbligato a tornare indietro.

Per esaminare questa dinamica prendiamo come esempio la situazione che ha visto coinvolta la Germania in primo piano. Nel 2017 hanno richiesto asilo 180 mila persone, che, a detta del governo tedesco, erano entrate prima in Italia e in altri paesi, dai quali si sono spostate in Germania. Dovevano pertanto essere mandate indietro. A fronte delle 60 mila “richieste Dublino”, l’Italia ha accolto 4 mila persone.

Il punto cruciale di queste norme è l’enorme peso asimmetrico posto su quei paesi di primo ingresso come Spagna, Italia, Grecia, che sono, non a caso, a favore del nuovo Patto europeo sull’immigrazione. Ma emerge anche la questione opposta: i Paesi di secondo ingresso come la Germania e la Svezia non riescono a mandare indietro i migranti.

L’episodio riportato non ha fatto altro che generare forti tensioni all’interno dell’Unione ponendo l’attenzione su maggiori controlli alle frontiere e all’autoredistribuzione.

Oggi, dunque, non è più pensabile affidare unicamente la responsabilità, gli oneri in termini economici e la gestione delle procedure di accoglienza al Paese di primo approdo. È necessaria la creazione di un nuovo meccanismo di governance che preveda una equa ripartizione dei richiedenti asilo fra i 27 stati dell’Unione. L’obiettivo è ridistribuire il peso dei flussi migratori in una prospettiva “al cui centro c’è l’impegno per un sistema più europeo”, secondo le parole della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Tuttavia, come ci saremmo aspettati, sono emersi interessi contrapposti ed egoismi nazionali.

Volgiamo lo sguardo alle politiche dei paesi di Visegrad – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – ma ultimamente anche Austria e Slovenia che hanno rifiutato l’idea di un ricollocamento obbligatorio e alcuni di loro si sono fermamente opposti alla richiesta di solidarietà dell’Europa meridionale[3].

 

I dubbi di fondo

Nonostante molti disaccordi, possiamo evidenziare alcuni punti condivisi. In particolare, il nuovo Patto europeo sull’immigrazione punta ad un miglioramento dell’efficacia dei rimpatri, per il quale è necessario stabilire un sistema europeo e rinforzare le relazioni con i Paesi terzi sempre in materia di rimpatri.

Tuttavia, c’è il rischio di trovarsi in una situazione in cui regnano meccanismi sempre più complessi e onerosi da implementare.

Ma quale destino sarà riservato all’obiettivo di “offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un paese terzo che necessita di protezione internazionale e […] garantire il rispetto del principio di non respingimento?”[4] sancito dal Common European Asylum System (CEAS)?

Informazioni

Del Re G., (2020), Bruxelles. Migranti, ecco il nuovo Patto della Ue: ricollocamenti e rimpatri. Disponibile online sul sito https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ue-trattato-dublino-riformamigranti-ursula-von-der-leyen.

Il nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo presentato dalla Commissione europea. L’analisi di Asilo in Europa. Disponibile online sul sito http://www.asiloineuropa.it/wpcontent/uploads/2020/10/Analisi-nuovo-patto-ue-immigrazione-easilo.pdf.

Il nuovo patto per l’immigrazione e asilo: scontentare tutti per accontentare tutti. Disponibile online sul sito Eurojus.it.

Iorio V., (2020), Patto Ue sui migranti: i ricollocamenti non saranno obbligatori. Previsti “rimpatri sponsorizzati”. Disponibile online sul sito https://euractiv.it/section/ migrazioni/news/patto-ue-sui-migranti-i-ricollocamenti-non-saranno-obbligatori-previsti-rimpatrisponsorizzati/.

ISPI Online Pubblications, (2020), Europa e migrazioni: a che punto siamo? Disponibile online sul sito https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/europa-e-migrazioni-che-punto-siamo-27333. Okyay S.

A., Barana L., (2020), The European Commission’s Mission to Reform EU Migration Policy: Will Member States Play Ball? Disponibile online sul sito https://www.iai.it/en/pubblicazioni/european-commissions-mission-reform-eu-migration-policywill-member-states-play-ball.

[1] Per approfondire la questione dei controlli delle frontiere rimando alla lettura dell’articolo “FRONTEX”, https://www.dirittoconsenso.it/2020/09/07/frontex/

[2] Da Euractiv

[3] Da Euractive

[4] Art. 78 Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea