Regolamentazione italiana in tema di aborto: quali sono i limiti e le procedure da seguire?

 

Introduzione al tema dell’aborto

Il legislatore italiano ha disciplinato l’interruzione volontaria di gravidanza con la l. 194/1978, che abrogò l’art. 546 c.p., il quale puniva sia la donna che abortiva che il medico che l’aiutava.  Aver introdotto questa disciplina, però, non significa non aver tenuto conto della condizione del concepito.

Il concepito ha diritto a nascere? Esistono dei diritti che possono essere riconosciuti ai soggetti non ancora nati? Quando, come e perchè è possibile abortire? Queste sono alcune delle domande più frequenti in tema di interruzione volontaria di gravidanza.

È importante comprendere se e quali siano i limiti che il legislatore ha posto e quale sia la posizione della Corte Costituzionale italiana. In questo modo sarà possibile avere un quadro chiaro dell’attuale situazione nel nostro Paese.

 

Condizione giuridica del concepito

Con la l. 194/1978 il legislatore ha posto dei limiti all’interruzione volontaria della gravidanza. È possibile dire, quindi, che l’ordinamento giuridico italiano non equipari il concepito ad una cosa, né tantomeno lo consideri come una mera parte del corpo della madre. Se così fosse, perché porre delle condizioni e dei limiti alla sua eliminazione?

Il concepito, però, non è titolare della capacità giuridica, che possiamo definire come l’attitudine ad essere titolari di diritti e di doveri. Questa capacità è disciplinata dall’art. 1 c.c. Ogni persona fisica acquista la capacità giuridica al momento della nascita. Quindi, il neonato, a differenza del concepito, è sicuramente titolare di diritti e può essere titolare di doveri.

La nascita ha un’importanza cruciale perché è la condizione necessaria per l’azionabilità in giudizio dei diritti.

La posizione del neonato è molto diversa da quella del concepito. Se il neonato, dopo essere venuto al mondo, viene ferito e muore dopo poche settimane per cause del tutto indipendenti, acquista il diritto al risarcimento del danno e lo trasmette ai suoi eredi. Se, invece, è il concepito ad essere danneggiato, nel caso in cui si verifichi un aborto spontaneo per cause del tutto indipendenti, non sopravvive alcuna pretesa risarcitoria.

Nonostante non si possa parlare di diritti del concepito in senso tecnico – giuridico, il legislatore italiano ne ha riconosciuti alcuni a favore del soggetto non ancora nato.

L’art. 462 c.c. afferma “sono capaci di succedere tutti coloro che sono nati o concepiti al tempo dell’apertura della successione”. L’art. 784 c.c. recita “La donazione può essere fatta anche a favore di chi è soltanto concepito”.

È necessario, a questo punto, fare un’importante precisazione: l’art. 1 c. 2 c.c. afferma “I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”. Questo significa che qualora il concepito non nasca, per l’ordinamento giuridico italiano sarebbe come se non fosse mai venuto ad esistenza.

 

Aborto e obiezione di coscienza

La legge 194/1978 disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza. Nell’art. 1 si legge “lo Stato tutela la vita umana fin dal suo inizio” e “l’interruzione volontaria di gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite”.

Da queste due declamazioni appare chiaro che l’obiettivo dello Stato sia quello di tutelare la madre. Ci sono situazioni, infatti, in cui la prosecuzione della gravidanza potrebbe rappresentare un serio pericolo per la donna. Sono proprio questi alcuni dei casi in cui il legislatore italiano ha deciso di consentire l’aborto.

La legge distingue due ipotesi:

  • l’interruzione volontaria di gravidanza prima dei 90 giorni
  • l’interruzione volontaria di gravidanza dopo i 90 giorni

 

  • L’interruzione volontaria di gravidanza prima dei 90 giorni

Nel primo caso, la donna può abortire in presenza di circostanze “per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”.

Se si vuole interrompere la gravidanza entro i primi 90 giorni, quindi, è sufficiente la presenza di problemi familiari, sociali o economici. Si parla di aborto cd. volontario, in quanto questi motivi sono “non medici”. Per poter procedere all’aborto è richiesta la decisione volontaria della donna, che può essere basata su fattori soggettivi.

 

  • L’interruzione di gravidanza dopo i 90 giorni

Nel secondo caso, invece, l’art. 6 della legge afferma che è possibile procedere con l’interruzione di gravidanza solo nel caso in cui la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna, oppure quando ci sia l’accertamento di processi patologici che determinano un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.  In questo secondo caso tra i “processi patologici” di cui parla l’articolo rientrano quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro.

Questo è il cd. aborto terapeutico, basato su fattori oggettivi.

Questa possibilità è giustificata dal fatto che l’amniocentesi può essere effettuata solo dopo la diciottesima settimana. I risultati arrivano intono alla ventesima settimana. Nel caso in cui la donna scoprisse che il feto è affetto da malformazioni o malattie avrebbe circa quattro settimane per decidere se praticare o meno l’aborto terapeutico.  L’interruzione terapeutica, infatti, può essere effettuata entro il 180° giorno.

 

I processi patologici di cui sopra, la cui esistenza consente l’aborto, devono essere accertati da un medico che lavora nell’ospedale in cui dovrà praticarsi l’intervento. Il medico potrà avvalersi della collaborazione di specialisti e dovrà fornire la documentazione sul caso al direttore sanitario dell’ospedale nella circostanza in cui sia necessario praticare l’intervento immediatamente.

Il medico, tuttavia, non è obbligato dalla legge ad effettuare questa tipologia di interventi nel caso in cui sollevi obiezione di coscienza. Quest’ultima, però, non lo esonera dall’assistenza antecedente e conseguente all’intervento.

C’è solo un caso in cui l’obiezione di coscienza non può essere invocata: quando l’intervento del medico è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo.

 

A chi rivolgersi se si vuole abortire?

La richiesta di interruzione della gravidanza deve essere fatta personalmente dalla donna, la quale dovrà rivolgersi ad un consultorio o ad una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o ancora, ad un medico di sua fiducia. Se la donna ha un’età inferiore ai diciotto anni è necessario l’assenso della persona che esercita sulla stessa la potestà o la tutela.

Se sussistono seri motivi che impediscono o sconsigliano la consultazione delle persone esercenti la potestà o la tutela sulla donna minorenne, oppure se queste, interpellate, rifiutano il loro assenso o esprimono pareri tra loro difformi, il consultorio o la struttura socio-sanitaria o il medico di fiducia, dovrà redigere una relazione da trasmettere al giudice tutelare. Quest’ultimo sentirà la donna entro cinque giorni e terrà conto della sua volontà, autorizzandola, eventualmente, ad interrompere volontariamente la gravidanza.

L’assenso di chi esercita la potestà o la tutela sulla donna minorenne non è necessario qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della stessa.

Se, invece, la donna è interdetta per infermità di mente, la richiesta può essere presentata da lei personalmente, dal tutore o dal marito non tutore, che non sia legalmente separato. La richiesta presentata dal tutore o dal marito deve essere confermata dalla donna.

Dovrà comunque essere sentito il parere del tutore nel caso in cui la richiesta sia presentata dagli altri due soggetti.

 

Rapporto tra diritto alla vita e diritto all’aborto

La posizione del concepito è tutelata dalla Costituzione italiana, che all’art. 2 “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”. Questa posizione è pacificamente accolta dalla Corte Costituzionale che, tuttavia, riconosce che l’interesse costituzionalmente protetto del concepito possa entrare in contrasto con il diritto alla salute della madre.

Con la sent. 35/1997 la Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile una richiesta di referendum popolare che mirava a liberalizzare il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza.

In questa sentenza si trova un’espressione su cui è necessario porre l’accento: “diritto del concepito alla vita”. La Corte ha utilizzato questa locuzione così forte per sottolineare il fatto che esso possa essere sacrificato solo se rapportato ai diritti inviolabili della madre alla salute e alla vita.

Parlando espressamente di “diritto del concepito alla vita”, la Corte Costituzionale ha riconosciuto la sua capacità giuridica? La risposta deve essere negativa. La Corte ha riconosciuto il concepito come titolare di diritti inviolabili dell’uomo che siano compatibili con le sue caratteristiche.

A questo punto si deve affrontare la questione della soggettività giuridica del concepito.

Capiamo, innanzitutto, che cosa si intende con questa locuzione. Quando si parla di soggetto di diritti si fa riferimento ad un soggetto che è portatore di interessi giuridicamente tutelati.

La soggettività giuridica del concepito è stata riconosciuta da una sola sentenza della Corte di Cassazione, la n° 10741/2009. Questa pronuncia è rimasta isolata, in quanto la Corte ha mutato il suo orientamento nelle successive pronunce.

Nella sent. 25767/2015, infatti, la Corte di Cassazione ha affermato che per proteggere una certa entità non è indispensabile qualificarla come soggetto di diritto. La questione centrale era la legittimazione del figlio disabile a chiedere il risarcimento del danno per cause collocabili in epoca anteriore alla nascita stessa.

 

Conclusioni

Riassumendo, la disciplina italiana in tema di aborto distingue l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni e quella effettuata tra i 90 e i 180 giorni (cd. aborto terapeutico).

La disciplina della materia è stata adottata per tutelare, oltre alla donna, il concepito. Quest’ultimo non ha la capacità giuridica, ma all’interno del codice civile italiano sono presenti alcuni diritti a lui riconosciuti. Tuttavia, essi sono subordinati all’evento della nascita.

I limiti che la legge pone all’interruzione volontaria di gravidanza, indicano la volontà del legislatore di tutelare anche il concepito, il quale non è paragonato ad una “cosa”, nonostante si trovi in una posizione totalmente differente rispetto a quella del neonato.

I medici contrari alla pratica dell’aborto possono sollevare obiezione di coscienza, ma questo non li esonera dal prestare assistenza alla donna prima e dopo l’intervento. Non sarà invece possibile rifiutarsi di aiutare la donna ad abortire nel caso in cui l’intervento sia assolutamente necessario per salvare la vita della madre.

L’aborto è un diritto delle donne che dovrebbe essere presente in tutti i paesi civilizzati[1] per consentire ad ognuna di noi di autodeterminarsi. Si tratta di una scelta molto delicata, una scelta non facile per chi la prende, ma che a volte si rivela necessaria.

Informazioni

[1] A questo link è possibile trovare un approfondimento circa la regolamentazione dell’aborto in Polonia: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/06/aborto-in-polonia/