Una breve analisi sulla natura della tampon tax e su come il tema viene affrontato in Italia e nel mondo

 

Cos’è la tampon tax?

La tampon tax è l’imposta sul valore aggiunto[1] (IVA) applicata su assorbenti, tamponi e coppette mestruali – considerati dal nostro sistema come beni di lusso[2]. In Italia, quando un prodotto viene considerato un bene di lusso è tassato del 22% rispetto al suo prezzo originale.

Per rendere meglio l’idea: questo significa che, per esempio, una bene che costa 12,2 euro e viene tassato al 22%, comprende un valore di 10 euro che riguarda le varie fasi di realizzazione e scambio (quindi che andranno ai vari attori della catena produttiva) e oltre a questi il consumatore, ovvero ogni cittadino, dovrà pagare anche 2,2 euro che vanno nelle casse dello Stato, che poi teoricamente, li reinveste in servizi per tutti i cittadini.

 

Perché è stata definita un’imposta ingiusta?

In tutti i Paesi, compreso l’Italia, esiste un elenco di prodotti considerati di prima necessità: quelli fondamentali per poter sostenere una vita dignitosa. Questi prodotti sono tassati meno, così facendo il prezzo per acquistarli è un po’ più basso, e più persone potranno permetterseli. Così, giusto per citare alcuni beni:

  • Sono considerati beni di prima necessità alcuni farmaci e prodotti alimentari come il pane il latte, i libri e i manifesti per le campagne elettorali.
  • Sono considerati beni di lusso invece beni come i computer, i “gratta e vinci” e le sigarette, oppure alimenti come alcoolici, biscotti, caffè e cioccolato.

 

Un particolare curioso: i rasoi maschili sono considerati beni di prima necessità e sono tassati in quanto tali.

Oggi nel nostro paese i prodotti igienici femminili, come anche i pannolini per i neonati, sono sottoposti all’aliquota ordinaria del 22 % perché non sono considerati beni di prima necessità. Proprio per questo motivo la tampon tax è considerata da molti un’imposta ingiusta: gli assorbenti nel nostro Paese sono tassati come beni di lusso, il massimo previsto dal sistema fiscale italiano. Da ciò nasce il famoso slogan “Il ciclo non è un lusso” utilizzato per combattere questo sistema di tassazione da molti attivisti. Questa imposta resiste dal 1973, quando fu introdotta per la prima volta con aliquota al 12%. Al pari di altri beni, su tamponi e assorbenti l’IVA è stata costantemente aumentata fino a diventare oggetto di una battaglia economico-sociale.

 

Necessario eliminare quella che è stata definita una discriminazione fiscale di genere: tentativi in Italia

La Camera dei deputati ha approvato nel 2019 un emendamento al decreto fiscale che abbasserà l’IVA dal 22 al 5 per cento, ma solo per gli assorbenti biodegradabili e compostabili. Questi rappresentano una minima parte dei prodotti in commercio e non sono comunemente usati dalle donne. La decisione, arrivata dopo la bocciatura della proposta di abbassare l’IVA al 10 per cento su tutti i prodotti igienici femminili, sembra più dettata da valutazioni ambientali e di sostenibilità che diretta a eliminare una disparità di genere.

Con l’approvazione dell’ultima legge di bilancio viene confermata anche per il 2021 dunque la tampon tax con l’IVA al 22% sugli assorbenti. La richiesta, che era stata portata avanti in Parlamento con un emendamento firmato da Laura Boldrini e online tramite il movimento Onde Rosa e la petizione su Change.org, era quella di abbassare l’aliquota al 5% per tutti gli assorbenti e non solo quelli compostabili[3]. Una delle obiezioni che viene fatta all’uso degli assorbenti è che questi sono prodotti in plastica che inquinano, che sono trattati chimicamente e sono difficili da smaltire.

Osservazioni giuste ma che non fanno i conti con la realtà dei fatti: molte persone non sono al corrente dei prodotti mestruali alternativi che sono in vendita, alcune donne non si sentono a loro agio nell’utilizzarli, altre semplicemente non vogliono. Ancora una volta è in gioco la libertà delle donne di poter scegliere e decidere autonomamente ciò che riguarda il proprio corpo[4]. «Stante l’impossibilità, per una donna, di fare a meno di prodotti igienico-sanitari durante il ciclo mestruale – scrivevano i deputati nella proposta per abbassare l’aliquota – appare evidente che l’attuale aliquota dell’IVA sugli assorbenti igienici è ingiusta e discriminatoria in relazione al genere».

Come sottolineavano nella proposta di legge, l’aliquota al 22% grava in particolar modo sulle donne con basso reddito «per le quali, in alcuni casi, essa può addirittura risultare un limite alla piena e libera partecipazione alla vita sociale e pubblica, con pesanti conseguenze sulla salute sia fisica che psicologica». Una presa di posizione istituzionale, questa, che si allinea con le battaglie portate avanti da associazioni e movimenti femministi in tutto il mondo, che da anni ormai chiedono di riconsiderare questo tipo di tassazione attraverso accese proteste e petizioni.

 

Iniziative ribelli – The tampon book

L’idea di cui si dirà è di The Female Company una start up tedesca che ha l’obiettivo «di rompere i tabù e assicurarsi che ogni donna abbia tamponi ovunque, in qualsiasi momento». La start up ha infatti lanciato sul mercato “The tampon book” un libro di protesta contro la tassazione tedesca che prevede un’IVA ordinaria del 19% su diversi prodotti di consumo, tra cui gli assorbenti. In Germania, però, esiste anche una tassazione del 7% per prodotti alimentari di prima necessità, per libri e giornali, per opere d’arte e oggetti da collezione, per i biglietti dei mezzi pubblici oltre che per molti altri prodotti.

Ed è così che la start up è riuscita ad aggirare l’IVA del 19% sugli assorbenti, creando un libro contenente «storie divertenti e sorprendenti sulle mestruazioni» e che al suo interno contiene anche 15 tamponi. Il prezzo del volume è di 3,11 euro e sin dal momento della sua uscita ha venduto oltre 10.000 copie, registrando il sold out in un solo giorno. L’iniziativa insieme alle tante proteste sembra aver funzionato, infatti, dal 2020 in Germania l’IVA sugli assorbenti è stata abbassata dal 19 al 7%[5].

 

La tampon tax in Europa  

Dal 2007 le normative europee consentono agli stati membri di ridurre la cosiddetta tampon tax al minimo previsto per i beni di prima necessità.

La maggior parte dei paesi europei negli ultimi anni ha quindi deciso di abbassare l’IVA su questi beni: Spagna, Grecia e Austria rientrano tra questi, con un’aliquota del 10 per cento o leggermente superiore. Fanno parte di questo elenco anche la Francia con il 5,5 per cento e l’Irlanda con lo 0 per cento.

In particolare, l’Irlanda costituisce un’eccezione: la detassazione degli assorbenti era stata infatti decisa prima dell’entrata in vigore della direttiva europea sulla riduzione e l’esenzione dall’IVA, e quindi l’Irlanda non è tenuta ad applicare l’aliquota minima del 5 per cento. Il Belgio dal 2018 è passato dal 21 al 6% e in Germania l’aliquota dal 2020 è passata dal 19 al 7%. L’Inghilterra in particolare, da sempre in primo piano per questa battaglia aveva già abbassato nel 2000 al minimo previsto dall’Unione l’aliquota sugli assorbenti, e adesso, con l’uscita definitiva dall’Ue, Londra dice addio definitivamente alla “tampon tax”, prevedendo per il 2021 l’abolizione totale dell’IVA sui prodotti igienici. Tuttavia, in molti altri Paesi, tra cui l’Italia, l’aliquota supera ancora oggi il 20%.

 

La tampon tax nel mondo

“A livello globale, solo una manciata di Paesi del mondo non impone tasse aggiunte ai prodotti sanitari destinati alle donne, tra cui Canada, India, Australia, Kenya e diversi stati degli Stati Uniti.”[6].

In particolare:

  • Il Canada ha scelto di abolire la tassazione nel 2015
  • La stessa cosa è accaduta nello stato di New York
  • Così come in Australia dove dal 2018 si è passati da un’aliquota del 10% all’abolizione totale dell’imposta
  • Negli USA le imposizioni fiscali sui prodotti per le mestruazioni variano da stato a stato, ma negli anni recenti anche Maryland, Massachusetts, Minnesota, New Jersey e Pennsylvania hanno abolito la tampon tax
  • Il Kenya nel 2004 è stato il primo Paese a diminuire la tassazione dei prodotti igienici femminili e dal 2011 ha attuato un progetto per distribuire gratuitamente assorbenti nelle scuole
  • A seguito di proteste e manifestazioni, infine, anche l’India dal 2018 ha completamente abolito la tampon tax che fino ad allora prevedeva un’aliquota del 12%

 

Conclusione

Insomma, i Paesi da cui prendere esempio non mancano. La battaglia su questo tema non è solo una questione femminile ma coinvolge tutti perché ha a che fare con la dignità degli individui e quindi con la qualità delle nostre democrazie.

Informazioni

[1] L’IVA è un’imposta introdotta dalla legislazione europea all’inizio degli anni ’70. In Italia il riferimento normativo fondamentale è il d.p.r. 633/1972. L’IVA, inoltre, è un’imposta proporzionale perché il suo ammontare dipende dal prezzo del bene moltiplicato per l’aliquota di riferimento. L’imposta in questione colpisce il valore aggiunto che si produce nel sistema economico per effetto degli scambi di beni e servizi. Serve dunque a prelevare una piccola quantità di ricchezza a ciascun cittadino per finanziare i servizi pubblici generali (istruzione, sanità, trasporti ecc.).

[2] 22% – aliquota ordinaria – per l’IVA da applicare in tutti i casi non rientranti nelle prime tre aliquote. Le prime 3 aliquote sono: 4% – aliquota minima – per l’IVA sui generi di prima necessità; 5% – aliquota ridotta – per l’IVA su prestazioni sociali, sanitarie ed educative delle cooperative sociali; 10% – aliquota ridotta – per l’IVA su servizi turistici, alimentari ed edili.

[3] La repubblica – “Via la Tampon tax in Inghilterra ma non in Italia, inizia bene – ma non per noi – il 2021 dei diritti delle donne”

[4] Cfr. Diregiovani

[5] Cfr. Il salvagente – The tampon book, il libro-protesta tedesco contro la tassa sugli assorbenti

[6] Cit. Repubblica – “Via la Tampon tax in Inghilterra ma non in Italia, inizia bene – ma non per noi – il 2021 dei diritti delle donne”