L’informazione libera è il presupposto di un’opinione pubblica aggiornata e consapevole ma il proliferare dei media spesso è sinonimo di disinformazione. La nuova sfida per i social è la gestione dei flussi informativi a tutela della correttezza e della veridicità delle notizie

 

Infodemia e disinformazione

Numerosi sono gli sconvolgimenti che la pandemia in corso ha portato alle nostre vite. Fra questi c’è senz’altro il dilagare di un’inquietante corrispondenza tra virologia e viralità: gli aggiornamenti medici sul Covid-19 sono stati accompagnati da un eccesso di informazioni spesso sbagliate o infondate. Così, soprattutto sui social network, la disinformazione ha contribuito a far crescere l’onda della paura. Un fenomeno singolare di cui si è occupata persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha definito la pandemia come una vera e propria “infodemia di proporzioni planetarie”[1] in cui la disinformazione turbina in mezzo ai contagi come uno dei principali motori della diffusione del virus.

La disinformazione è diversa dalla misinformazione, che è costituita da “informazioni false che vengono diffuse, indipendentemente dall’intento di fuorviare”[2] ma è altrettanto pericolosa perché può diventare disinformazione. Ne è convinta la giornalista Claire Wardle[3] che sostiene che l’informazione classica non esiste più perché è sostituita da disinformazione e misinformazione. La prima è la deliberata creazione di notizie false per scopi politici o commerciali, la seconda è la diffusione involontaria di informazioni false.

Sono soprattutto i social network, infatti, a offrire uno spazio fertile per la misinformazione in quanto ampiamente utilizzati come fonti primarie di notizie[4]. Perciò è proprio qui che la disinformazione è ampiamente documentata[5]: i fatti sono spesso manipolati e le teorie ancora da dimostrare vengono fatte passare come scoperte rivoluzionarie, sfruttando le incertezze scientifiche esistenti. Secondo un’analisi del Reuters Institute[6] su un campione di contenuti falsi sul Covid-19, il 59% si basa in una certa misura su informazioni vere che sono state manipolate, mentre il 38% è interamente inventato. Le aziende tecnologiche, perciò, si sono difese dalla disinformazione introducendo politiche di moderazione dei contenuti.

Oggetto di questa riflessione saranno le sfide chiave nell’attuazione di tali politiche, le strategie di moderazione prescelte, i criteri di trasparenza adottati al fine di sollecitare la fiducia del pubblico e migliorare la qualità delle informazioni.

 

La risposta dei social network

Inizialmente le società dei social media si sono opposte all’intervento nel discorso pubblico perché preferivano presentarsi come canali imparziali di conversazioni piuttosto che come curatori di contenuti.

Sui social media, infatti, la moderazione dei contenuti è in genere un processo automatizzato basato sul machine learning e sugli algoritmi caratterizzati da una limitata interazione umana. La conseguenza è stata una sorta di informazione selvaggia, indifferente all’idea “che moderare i contenuti significa utilizzare un meccanismo di governance per strutturare la partecipazione della comunità al fine di facilitare la cooperazione e la civiltà[7].

Solo di recente, nel tentativo di aumentare la fiducia del pubblico ed evitare la supervisione governativa, le società tecnologiche hanno collaborato con i governi e le agenzie sanitarie per combattere congiuntamente sia la frode che la disinformazione sul virus.

Facebook, ad esempio, ha adottato un sistema di invio notifiche alle persone che hanno interagito con le fake news e ha attivato un Covid-19 Information Center che include articoli verificati dai partner fact-checkers al fine di garantire agli utenti un’informazione corretta e completa. Lo scorso settembre, inoltre, seguendo le orme di WhatsApp, la prima creatura di Zuckerberg si è avvalsa di un ulteriore strumento che limita l’inoltro simultaneo di messaggi sulle chat, in modo che gli utenti possano condividerne solo cinque per volta.

Twitter, dal canto suo, ha agito su più fronti: dopo aver messo al bando, a metà marzo, i tweet contro le misure anticontagio, ha fatto lo stesso con quelli volti a collegare la pandemia aI 5G, a negare fatti scientifici riguardanti la trasmissione del virus o a sostenere teorie complottiste.

Anche Instagram non è rimasto indietro: da un lato, i primi risultati che compaiono facendo ricerche sul Covid-19 sono quelli di fonti ufficiali, dall’altro, sono state rimosse le pubblicità ingannevoli riferite al Covid-19 nonché gli annunci di forniture mediche. Inoltre, una specifica sezione per il Covid-19 permette di identificare rapidamente le organizzazioni no-profit da sostenere.

Infine, Google ha investito 3 milioni di dollari per combattere la disinformazione: il COVID-19 Vaccine Counter-Misinformation Open Fund ha lo scopo di sostenere le verifiche sulla disinformazione con una concentrazione sui progetti che mirano a raggiungere quel pubblico che ne è la vittima maggiore.

Inoltre, agiscono anche numerose attività di censura che variano a seconda del Paese di riferimento: ad esempio, è noto che in Cina la libertà di espressione è fortemente limitata, al punto che le pene per aver diffuso dei contenuti illeciti possono arrivare anche a 7 anni.

 

Un caso emblematico

Sorge il problema della libertà di espressione: fino a che punto una piattaforma può censurare una notizia se questa comunque è espressione della libertà di informazione e di espressione?

Recentemente Facebook che ha censurato il post di un professore di Oxford che riportava i dati di una ricerca scientifica danese pubblicata negli Annals of Internal Medicine[8], in cui si confrontava il livello di protezione di un gruppo di utilizzatori di mascherine con un altro che non le utilizzava. Le conclusioni sono state che nel gruppo che portava le mascherine si è ammalato l’1,8% delle persone, mentre nel gruppo che non le indossava si è ammalato il 2,1%. Da una lettura affrettata di questo post si sarebbe potuto concludere che l’uso della mascherina fosse inefficace. Invece uno sguardo più attento fa emergere che la ricerca è parziale perché ha preso in esame l’efficacia della mascherina soltanto per chi la porta ma non la sua utilità nella difesa degli altri dal contagio.

Ne consegue che, applicando la censura dei contenuti in questo caso, Facebook ha ignorato il metodo scientifico che si fonda sul dubbio: la discussione di una ricerca è infatti alla base della scienza. Nessuno può permettersi di ergersi a supremo giudice. La difficoltà consiste nell’individuare qual è il limite fra anarchia e censura delle informazioni, disinformazione e informazione corretta ma controcorrente.

 

La responsabilizzazione degli intermediari: USA vs EU

La libertà d’espressione nell’ambito della cultura giuridica americana diverge per diversi aspetti da quella europea. La tolleranza costituzionale verso la circolazione delle idee e delle espressioni è un retaggio che affonda le sue radici nel Primo Emendamento e nella sezione 230 del Communication Decency Act: non è tollerata alcuna interferenza dei poteri pubblici sull’esercizio della libertà di espressione e non si prevedono limitazioni sui contenuti o sulle modalità con cui si manifestano.

Per queste ragioni, ogni forma di responsabilizzazione degli intermediari digitali, soprattutto nel caso in cui preveda il ricorso a tecniche di filtraggio preventivo dei contenuti, è guardata con sospetto in quanto potrebbe dare luogo a forme di collateral censorship[9].

L’atteggiamento Europeo è invece diverso grazie alle due norme a protezione della libertà di espressione: l’art. 10 della CEDU e l’art.11 CDFUE. Il primo ammette limiti e sanzioni qualora le informazioni inficino la sicurezza nazionale, l’integrità territoriale o la pubblica sicurezza, la difesa dell’ordine e la prevenzione dei reati, la protezione della salute o della morale, della reputazione o dei diritti altrui. Il secondo si appella genericamente al rispetto della libertà e del pluralismo dei media. Secondo L’approccio europeo, dunque, la Rete andrebbe regolamentata più rigidamente.

Fino ad oggi, invece, Internet è stato anarchia pura: da subito, uno spazio transnazionale e sovranazionale, alla portata di tutti.  Ciò ne ha permesso l’espansione ampia e immediata ma ha evidenziato una serie di criticità che possono essere superate soltanto con l’individuazione di regole globali. È importante che queste trovino il giusto equilibrio tra libertà di espressione e diritti. Infatti, la peculiarità di Internet richiede controlli diversi rispetto a quelli prescritti per gli altri mass media: occorrono regole specifiche e assolutamente necessarie[10].

Segnali positivi in tal senso sono senz’altro da considerarsi gli atteggiamenti virtuosi adottati dai principali social proprio in occasione della pandemia. Questi segnano la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova fase dello sviluppo della rete. Le piattaforme che si sono autoregolate hanno modificato gli orizzonti delle riforme che incidono sull’assetto del mercato digitale. È tuttavia auspicabile che, da una spontanea assunzione di responsabilità, si passi a una vera e propria normazione della responsabilità. Occorre una nuova strategia globale volta a intervenire sui media digitali senza ridurne la libertà di espressione ma che non sia inerte rispetto alla tossicità di certi ambienti mediatici. Occorre visione e competenza. La strada di una nuova forma di intervento sembra essersi aperta.

Informazioni

World Health Organization, Managing the COVID-19 infodemic: Promoting healthy behaviours and mitigating the harm from misinformation and disinformation, 2020.

C. Wardle, H Derakhshan, Information Disorder Toward an interdisciplinary framework for research and policymaking, Council of Europe report DGI(2017)09.

C. Wardle, First Draft News (2015), agenzia no-profit dedicata alle sfide che l’era digitale pone in termini di fiducia e veridicità.

A. Mitchell, J. Gottfried, M. Barthel, & E. Shearer, The Modern News Consumer. Pew Research Center’s Journalism Project. (2016).

R. K Garrett, Social media’s contribution to political misperceptions in U.S. Presidential elections, 2019.

Reuters Institute Digital News Report 2020, University of Oxford, 2020.

James Grimmelmann, The Virtues of Moderation, 17 Yale J.L. & Tech, 2015.

Henning Bundgaard, Annals of Internal Medicine, Effectiveness of Adding a Mask Recommendation to Other Public Health Measures to Prevent SARS-CoV-2 Infection in Danish Mask Wearers, 2020.

J. M. Balkin, Old School/New School Speech Regulation, 2014.

Serena Greco, Libertà di espressione su internet: fra anarchia e censura, DirittoConsenso, 2020.

[1] World Health Organization, Managing the COVID-19 infodemic: Promoting healthy behaviours and mitigating the harm from misinformation and disinformation, 2020.

[2] C. Wardle, H Derakhshan, Information Disorder Toward an interdisciplinary framework for research and policymaking, Council of Europe report DGI(2017)09.

[3] C. Wardle, First Draft News (2015), agenzia no-profit dedicata alle sfide che l’era digitale pone in termini di fiducia e veridicità.

[4] A. Mitchell, J. Gottfried, M. Barthel, & E. Shearer, The Modern News ConsumerPew Research Center’s Journalism Project. (2016).

[5] R. K Garrett , Social media’s contribution to political misperceptions in U.S. Presidential elections, 2019.

[6] Reuters Institute Digital News Report 2020, University of Oxford, 2020.

[7] James Grimmelmann, The Virtues of Moderation, 17 Yale J.L. & Tech, 2015.

[8] Henning Bundgaard, Annals of Internal Medicine, Effectiveness of Adding a Mask Recommendation to Other Public Health Measures to Prevent SARS-CoV-2 Infection in Danish Mask Wearers, 2020.

[9] J. M. Balkin, Old School/New School Speech Regulation, 2014.

[10] Serena Greco, Libertà di espressione su internet: fra anarchia e censura, DirittoConsenso, 2020. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/11/11/liberta-di-espressione-su-internet-fra-anarchia-e-censura/