La forma di governo britannica è una monarchia costituzionale parlamentare: Corona, Parlamento ed Esecutivo della potenza insulare europea

 

Parlamentarismo e modello Westminster

Per definizione, la forma di governo britannica è di tipo parlamentare[1].

Il Parlamento si struttura con un modello bicamerale non simmetrico: un’assise più simbolica quale la Camera dei Lords – la House of Lords, oggi di 800 membri – e un’assemblea legislativa vera e propria, con ampi poteri, che è la Camera dei Comuni – la House of Commons, 650 membri eletti ogni quinquennio.

La “House of Lords[2] non dispone della possibilità di revocare la fiducia al governo, né di discutere provvedimenti di natura finanziaria, mentre  interviene nel procedimento legislativo discutendo e riesaminando le proposte di legge presentate all’altra Camera e gode comunque della possibilità di dare avvio lei stessa all’iter legislativo. Materialmente, la Camera Alta si limita però ad approvare emendamenti o esercitare il veto sospensivo che fa ritardare l’entrata in vigore di un provvedimento. Rispetto al governo, i Lords esercitano collettivamente un’’attività di controllo promuovendo discussioni e interrogazioni, ma fattivamente non hanno un potere né di indirizzo né intrusivo nella vita istituzionale del governo medesimo. I suoi componenti si organizzano in maggioranza per partiti, come nella Camera Bassa, ma con la sostanziale differenza di non rappresentare collegi e di poter anche esercitare le proprie funzioni da indipendenti, ”Crossbencher”, non facente capo a schieramenti politici precisi, pur con ciò rappresentando l’interesse generale del popolo britannico. La composizione non è fissa, data la presenza di rappresentanti vescovi e arcivescovi, “Lords spirituali”, in numero oggi pari a 26, 92 “pari ereditari o Lord temporali” e 630 “pari a vita”: non c’è alcuna elezione, le differenze riguardano più la trasmissibilità del titolo che non la nomina in senso stretto.

Concentrazione di poteri maggiore è riconosciuto invece per la “House of Commons”. I suoi membri sono eletti con sistema elettorale maggioritario a turno unico sulla base della divisione in collegi: nonostante questa organizzazione sia continuo oggetto di discussione, data la accusata sproporzione nella divisione dei seggi e l’attribuzione” privilegiata” degli stessi sempre ai due partiti maggiori, “Labourist”/Laburisti e “Tory”/Conservatori, si può dire che si creano precise condizioni garanti di una stabilità politica perdurante.

 

Il Primo ministro inglese

Consuetudine vuole che il leader del partito vincente sia nominato Primo ministro, figura centrale nella forma di governo britannica.

Senza passare per un preventivo voto di fiducia alla Camera, ma solo per la nomina reale, il Prime Minister[3] sceglie autonomamente i ministri del suo gabinetto e i vertici delle amministrazioni statali.

L’iniziativa legislativa è quasi sempre esercitata da membri del suo governo, ed essendo lui il leader della maggioranza parlamentare risultata dalle elezioni, nella sola sua figura si concentrano le prerogative di capo di partito, capo del governo e della maggioranza parlamentare appunto.

Le sue sono funzioni che formalmente spettano alla corona, la quale le esercita per mezzo del Capo del governo appunto: “on the advice”, su consiglio del sovrano.

Il governo cade solo con l’approvazione di una mozione di sfiducia alla Camera dei Comuni, cosa assai rara se dalle elezioni risulta un vincitore preciso[4].

Il Primo ministro è evidente sia una figura assolutamente centrale, tant’è che molti storici e studiosi ricostruiscono la storia del Regno Unito proprio elencando e analizzando la successione dei Primi ministri in carica, da Lloyd George a Churchill, dalla Thatcher a Blair, fino a Theresa May, ultimo predecessore dell’attualmente in carica Boris Johnson.

Le funzioni e i poteri che si vanno a cumulare attorno a questa figura sono sempre più crescenti, al punto che gli studiosi parlino di un mutamento lento ma notabile della forma di governo britannica, non più cioè puramente parlamentare.

 

La monarchia

God save the Queen”: in una espressione si racchiude tutto il profondo spirito di amore e devozione che gli inglesi nutrono nei confronti del loro sovrano. Quella britannica è una forma di governo parlamentare, ma non senza essere anche una monarchia costituzionale.

La corona riveste oggi un ruolo puramente formale e rappresentativo[5], dopo un lungo processo di costituzionalizzazione e democratizzazione del governo britannico che rintraccia le sue origini , sotto questo profilo, a partire dalla “Gloriosa rivoluzione” del 1628 e la successiva approvazione del “Bill of Rights” nel 1689.

Il sovrano ha diritto ad essere consultato, ha diritto a consigliare e mettere in guardia: in altre parole, le prerogative del monarca si esercitano secondo schemi di equilibrio e ponderatezza.

Nomina tra i cittadini inglesi il Primo ministro, anche se la consuetudine costituzionale di cui si è discusso prima vuole che questo sia il leader del partito vincitore delle elezioni alla Camera dei Comuni; esercita il ruolo di Capo di Stato, sanziona le leggi approvate dall’assemblea parlamentare ove minacciassero la libertà e la sicurezza degli inglesi[6], è comandante in Capo delle forze Armate e capo della Chiesa Anglicana, nomina i giudici delle Corti penali su indicazione di commissioni permanenti competenti alle selezioni di giudici.

Nel complesso le sue funzioni formalmente maggiori si esercitano per lo più “in suo nome”, da quella esecutiva a quella giudiziaria.

È un modello insomma che si articola in un sistema di piani formali e sostanziali: è capo della Chiesa Anglicana, nomina vescovi e arcivescovi, sebbene le reali funzione di controllo e direzione della Chiesa stessa siano esercitate dall’arcivescovo di Canterbury; essendo capo delle Forze Armate, dichiara l’apertura dei conflitti bellici come la loro conclusione, ma materialmente sono questioni su cui decidono Primo Ministro e Camera dei Comuni, e così per quasi tutti i suoi riconoscimenti.

Il suo ruolo istituzionale quindi, si svolge in modo totalmente autonomo e concreto laddove si tratti di rappresentanza del Regno Unito, conducendo le cerimonie ufficiali, presenziando ad eventi di importanza nazionale e internazionale.

 

La Regina d’ Inghilterra: “Her Majesty Elizabeth the second

Come è noto, oggi la corona del Regno unito e dei reami del Commonwealth[7] poggia sul capo di Elisabetta II di Windsor dal 1939, anno dell’abdicazione di Re Edoardo VIII, fratello del padre di Elisabetta II, Re Giorgio VI.

Diventata regina all’età di 25 anni, sposa il principe Filippo Mountbatten nel 1947, e detiene il primato del regno più longevo nella storia della monarchia britannica, avendo da qualche anno superato la sua antenata, la regina Vittoria (63 anni di regno).

La dinastia Windsor si lega ad una storia densa di tradizioni, forse più di ogni altro casato europeo, già a partire dal suo stesso nome. “Windsor” è il nome del casato reale su decisione di Re Giorgio V, che lo fece sostituire a quello originario tedesco della famiglia, Sassonia-Coburgo-Gotha. In piena Prima Guerra mondiale, Re Giorgio V volle che ufficialmente il nome del suo casato cambiasse, per non attirare su di sé i correnti sentimenti antitedeschi che molti inglesi provavano, essendo loro nemici sul campo di battaglia. E così nasce ufficialmente il casato dei Windsor, che gli eredi di Giorgio V, a partire dal figlio Giorgio VI continuano a portare ancora oggi.

Al matrimonio di Elisabetta II, il casato reale prende il nome di Mountbatten-Windsor e, per espressa decisione della Corona, chiunque ascenda al trono potrà rinunziarvi e sceglierne un altro.

Alla morte di Elisabetta II, saliranno al trono suo figlio Carlo, principe di Galles, accompagnato dalla futura regina consorte, sua moglie Camilla, duchessa della Cornovaglia.

 

La costituzione non scritta: “Constitutional Documents

Il Regno Unito non ha una Costituzione, se per tale deve intendersi una Carta fondamentale scritta.

Infatti, la Costituzione inglese esiste ma non è una di tipo scritto, bensì un complesso di atti normativi di “rango” costituzionali, il cui primo in ordine cronologico può addirittura essere considerato la Magna Charta libertatum del 1215, convenzioni costituzionali e prerogative reali.

Contrariamente alle tendenze politiche assolutistiche europee, durante il XVII secolo l’Inghilterra si avvia a diventare una monarchia costituzionale con la Gloriosa Rivoluzione iniziata nel 1628 e conclusa nel 1688-89, passando per la decapitazione del Re Carlo I e una brevissima parentesi repubblicana.

All’adozione del Bill of Rights nel 1689 si fa risalire la nascita appunto della monarchia costituzionale inglese, con l’inizio del regno di Guglielmo III d’Orange, sotto il quale quel documento che fissa le fondamenta per una prima e innovativa separazione dei poteri dello Stato, insieme ad un primo decalogo di diritti civili e politici, viene ad essere concesso.

E’ una successione non rapida di atti del Sovrani e del Parlamento a permettere questa stratificazione documentale che nell’insieme si considera comunemente costituzione inglese: l’Act of Settlement del 1701, che consolida i risultati “costituzionali” della Gloriosa rivoluzione, l’Act of Union del 1707 con cui si sancisce la nascita del Regno Unito[8], il Great Reform Act del 1832, prima grande riforma elettorale, fino ai meno risalenti Human Rights Act, con il quale si formalizza l’ingresso nell’ordinamento inglese della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo e House of Lords Act del 1999, che avvia l’eliminazione dell’ereditarietà del titolo di Lord.

Nessuno di essi è la Costituzione, ma ciascuno contiene disposizioni e norme capaci di rinnovare profondamente l’assetto giuridico e politico nelle sue fondamenta e regole principali nel Regno Unito, e perciò sostanzialmente costituzionali.

Informazioni

[1] Sul punto più approfonditamente: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/10/le-varie-forme-di-governo-parlamentare/

[2] Sul punto: https://www.parliament.uk/globalassets/documents/lords-information-office/hoflbgitalian.pdf

[3] Oggi Boris Johnson, leader del Partito Conservatori dei Tory.

[4] Sono pochi i casi in cui i numeri degli eletti dei diversi partiti sono ravvicinati al punto da doversi creare accordi di governo tra forza diverse. Infatti, è proprio questo il rischio che il sistema elettorale maggioritario vuole evitare che si concretizzi.

[5] Anche in Svezia, stato in cui è presente la monarchia, Il Sovrano ha un ruolo di natura sostanzialmente cerimoniale, pur essendogli attribuita la prerogativa dell’immunità penale e processuale, nonché la presidenza del Consiglio consultivo per gli affari esteri.

[6] L’ultima volta che ciò accadde fu con la Regina Anna nel 1708, che negò, mediante sanzione regia, l’invio dell’esercito in Scozia.

[7] Si assimila ad un’organizzazione intergovernativa di tutti quei paesi che in passato si riunivano sotto l’impero britannico e di cui il Commonwealth ne rappresenta uno sviluppo volontario. Oggi rappresenta un’importante rete di connessione economica e commerciale tra gli stati che ne fanno parte.

[8] Con il Regno di Giacomo I Stuart nasce il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord.