Il termine fair play è entrato con prepotenza nella nostra vita quotidiana, divenendo principio invalso nei più disparati ambiti della società odierna. Studiamone il significato nell’ambito dell’economia dello sport e come si sia evoluto nel concetto di fair play finanziario

 

Il concetto di Fair Play

Tutti noi, al giorno d’oggi, siamo avvezzi ad utilizzare un’espressione che è entrata a pieno diritto nel dizionario italiano ed il cui significato, nonostante la diversa lingua di riferimento, non necessita di grandi spiegazioni. Partendo da un’analisi cara ai linguisti, la traduzione letterale dell’idioma inglese trova il suo corrispondente italiano nel “gioco leale”. Si badi bene: questa espressione, lungi dal trovare applicazione, è il caso di dirlo, nel solo “perimetro di gioco” che è l’ambito sportivo, fa, invece, riferimento ad un’etica comportamentale, potendosi applicare ai più disparati contesti, dall’economia alla politica e sociologia.

Non si devono trascurare, tuttavia, le spartane origini dell’idioma, che esordisce proprio in ambito sportivo, muovendo i primi passi nei campi di calcio e di tennis. Queste ultime, come è noto, sono tipicamente discipline care alla Gran Bretagna, loro nazione genitrice. È nell’Inghilterra ottocentesca, difatti, che prende forma l’etica del fair play, inteso come un comportamento leale ed onesto, che si oppone a condotte irrispettose adottate nei confronti dell’avversario.

Nel corso degli anni, questo baluardo di cultura sportiva ha faticato ad imporsi, specie tra le tifoserie che animano gli stadi, le quali si sono macchiate, nel corso del tempo, di condotte violente e anti-sportive. Proprio i reiterati episodi di razzismo e gli scontri armati per i quali si sono distinte le frange più estreme del tifo organizzato hanno contribuito a dipingere, nell’immaginario collettivo, l’idea di stadi e palazzetti sportivi come luoghi pericolosi e da evitare[1].

 

Dal Fair Play giocato al Fair Play Finanziario

La categoria del Fair Play, benché comune a svariati sport giocati, si è sempre più sviluppata in una dimensione calcio-centrica. Ad oggi, è proprio il football (come insegnano gli inglesi) a rivendicarne un uso quasi monopolistico. Le massime autorità istituite nel contesto calcistico, tra le quali si annoverano la UEFA[2], a livello europeo, e la FIFA[3], a livello mondiale, hanno sempre più spinto affinché le squadre dei massimi tornei nazionali combattessero i pericoli causati da tifoserie estremiste.

Nell’ultimo decennio, a questo proposito, gli investimenti sopportati da parte dei club di massima divisione sono stati votati proprio al fine di rendere gli stadi luoghi sicuri e vivibili persino per le famiglie.

Benché fossero state principalmente le istituzioni a spingere per interventi di tal natura, le spese tramite le quali finanziare siffatte politiche sono state sostenute in gran parte dalle stesse società.

Come è ben noto, tuttavia, anche il mondo dello sport rappresenta un business e come tale è regolato dalle stesse leggi economiche che trovano applicazione anche ad altre (e più canoniche) attività commerciali.

Il ricorso all’indebitamento è aumentato notevolmente nel decennio 2000-2010, a tutto vantaggio dei club più grandi ed organizzati che, in quanto tali, godono di maggior credito presso le banche e, di conseguenza, riescono ad ottenere prestiti e finanziamenti in maniera più agile.

Si badi bene: grande parte dell’indebitamento al quale ancor oggi ricorrono i club più importanti, lungi dall’essere interamente destinato alla civilizzazione degli stadi, è stato indirizzato al sostentamento di campagne acquisti faraoniche con al centro i più forti giocatori sul mercato, oltre che a sopportare il maestoso monte ingaggi che rappresenta, ad oggi, il problema che più fra tutti fa tremare le casse delle società sportive.

Un sistema che doveva, in principio, basarsi sul rispetto e sulla parità delle armi, ha finito per risultare in un mercato drogato da forze di potere che giovano esclusivamente a pochi player sulla piazza. Una tale situazione, chiaramente, non ha fatto altro che soffocare i c.d. piccoli club, squadre meno blasonate che non possono vantare una potenza economica paragonabile a quella dei grandi team (i quali possono, inoltre, contare sul notevole volume di denaro generato dal proprio merchandising[4]).

Di conseguenza, proprio la UEFA, a partire dal settembre del 2009, ha introdotto la politica del c.d. Fair Play Finanziario[5]. Si tratta di un regolamento che mira a far estinguere i debiti delle società calcistiche, inducendo al contempo i club ad intraprendere politiche di auto-sostentamento.

Con buona probabilità, la reazione della UEFA è stata scatenata dalla sfarzosa campagna acquisti lanciata dal Real Madrid CF tra il 2009 e il 2010. Il club è noto per aver acquistato il primo giocatore per un valore prossimo ai 100 milioni di euro (Cristiano Ronaldo) e, non contento, ha concluso un’altra trattativa affinché Gareth Bale, stella gallese, raggiungesse i Galacticos l’anno successivo (stavolta sì per la cifra monstre di 100 milioni di euro, prezzo del cartellino)[6].

 

Oneri e obiettivi del Fair play finanziario

Sin dalla sua introduzione, il Fair play finanziario ha imposto regole rigide tramite le quali ricondurre le trattative tra club entro canoni di razionalità. Il soddisfacimento dei parametri imposti dalla UEFA è prerequisito essenziale per la partecipazione a competizioni internazionali di alta rilevanza (UEFA Champions League, tra le altre) e il comitato UEFA può contare su un ampio arsenale di sanzioni a tal proposito. Si annoverano:

  • semplici sanzioni amministrative pecuniarie,
  • penalizzazione di punti in classifica,
  • trattenuta di una percentuale dei premi Uefa,
  • divieto di iscrizione di giocatori nelle liste Uefa,
  • riduzione delle liste UEFA (meno di 25 giocatori),
  • squalifica della competizione in corso e l’esclusione da future competizioni.

 

Gli oneri che gravano sui club in termini di Fair Play Finanziario non sono pochi e prevedono il rispetto dei seguenti parametri:

  • continuità aziendale[7],
  • equilibrio tra costi e ricavi e azzeramento di debiti verso altri club, giocatori o autorità sociali e fiscali.

 

In particolare, la break even rule, introdotta nel 2013, declina come i club non possano spendere più di quanto guadagnano. Ciò significa che, al fine di effettuare investimenti corposi in cartellini di giocatori e loro stipendi, il club possa spendere solamente somme pari ai relativi introiti riferibili ai periodi fiscali precedenti.

La UEFA, nello specifico, conta al suo interno l’Organo di Controllo Finanziario del Club indipendente (CFCB), il quale analizza ogni anno i tre bilanci annuali precedenti, per tutti i club partecipanti alle competizioni UEFA. Le sanzioni per i club non in regola con i requisiti di break-even sono arrivate dopo il primo controllo nel maggio 2014. Le condizioni sono diventate effettive però dalla stagione 2014/15.

Esiste, tuttavia, un meccanismo contemplato dallo stesso FFP che ammette perdite di bilancio contenute nel singolo esercizio: si parla perdite fino a 5 milioni di euro più altre deroghe speciali fino al 2018 per perdite da 45 a 30 milioni, se ripianate tempestivamente dagli azionisti di riferimento con eventuali aumenti di capitale sociale. Ciò al fine di permettere ai club un ricorso all’indebitamento anche al fine di affrontare crisi imprevedibili derivanti da cause esogene.

 

L’ingresso in campo di un fattore extracalcistico: il Covid-19

È innegabile, d’altronde, che, con lo scoppio della pandemia da Covid-19, il settore del calcio sia stato uno tra i più penalizzati. Dopo aver inizialmente disposto lo stop delle competizioni, la UEFA ha concesso che le partite fossero nuovamente disputate, ma ad un caro prezzo: al fine di evitare l’aumento dei contagi, difatti, l’intero settore dello sport ha dovuto convivere per circa un anno con severe norme che vietano in maniera assoluta l’accesso a stadi e altri luoghi in cui si svolgono competizioni agonistiche.

Il venire meno degli introiti derivanti dalla vendita dei biglietti ha sferrato un duro colpo ai vari club a livello internazionale. Le conseguenze della pandemia sono a dir poco catastrofiche: basti pensare che i mancati introiti riguardanti tanto il calcio professionistico quanto il calcio amatoriale ammontano, nel solo biennio 2019-2020, a circa 20 miliardi di euro.

Di recente, il presidente della UEFA Aleksander Ceferin ha posto l’accento sull’urgenza di riformare le regole del fair play finanziario, consentendo ai club (quantomeno nel breve periodo) di ricorrere all’indebitamento per poter affrontare le conseguenze della pandemia.

Le parole di Ceferin, inoltre, rappresentano un tentativo delle istituzioni di mantenere il controllo su un mercato, quello del calcio, sempre più irrequieto alla luce delle perdite subite. Inizialmente, difatti, i club avevano cercato di reagire alla crisi mediante la creazione, in via del tutto spontanea, di una nuova competizione (c.d. Superlega[8]), proprio al fine di aumentare le entrate nelle casse dei club partecipanti e risanare le casse martoriate di questi ultimi.

Forte è stata la risposta della UEFA, la quale ha prontamente promesso dure sanzioni contro i club partecipanti ed è riuscita a stroncare sul nascere una iniziativa che minacciava gli equilibri del potere costituito. Tuttavia, questa è soltanto l’ultima di una serie di eventi che palesano la necessità di una riforma del fair play finanziario, essendosi, i club, mostrati pronti a superare le istituzioni in caso di una loro condotta passiva e inerte.

 

In conclusione: il FFP ha raggiunto i suoi obiettivi?

A quasi un decennio dall’introduzione del FFP i tempi sono maturi per cogliere i frutti di questa vera e propria rivoluzione. A dire il vero, in molti guardano a tali regole con scetticismo, sostenendo come l’introduzione di questi parametri abbia ancor più aumentato le differenze tra club ricchi e piccole società.

Da ultimo si segnala quella che passerà a pieno diritto come una delle campagne acquisti più importanti del secolo, appena conclusa dalla società calcistica PSG (Paris Saint-Germain), la quale ha portato all’acquisto, tra gli altri, di campioni del calibro di Messi e Sergio Ramos. Se da un lato è vero che la società è riuscita furbamente ad acquistare vari giocatori a “parametro zero”, dall’altro il PSG sopporta il monte ingaggi più alto tra i vari club. La bilancia dei salari, infatti, si ferma a 160 milioni di euro l’anno tra stipendi base e bonus.

Questa è la testimonianza di come il FFP necessiti una celere riforma che, da una parte, permetta ai club di risollevarsi dalla crisi imposta dalla pandemia e, dall’altra, riesca in via definitiva a combattere lo strapotere di talune società che, ancor oggi, riescono a corrompere l’ideale principe su cui si fonda lo sport, il fair play.

Informazioni

Diritto Commerciale G. F. Campobasso, 9ª Edizione, UTET Editore

IlSole24Ore.it

SkySport24.it

uefa.com

[1] Guardando alla cronaca nostrana, tra gli svariati precedenti che si possono menzionare, è stata di recente confermata la condanna di un supporter di una squadra meneghina per omicidio stradale, avendo, costui, causato la morte di un tifoso rivale investendolo con un’automobile nel dicembre del 2018.

[2] La Union of European Football Associations è una società, costituita e registrata nel 1954, con sede principale a Nyon, Svizzera. La stessa gestisce il calcio e il calcio a 5 a livello europeo. In ciascun continente, da questo punto di vista, è possibile individuare una istituzione di riferimento: CONCACAF (Nord America), CONMEBOL (Sud America), CAF (Africa), AFC (Asia), OFC (Australia e Oceania).

[3] La FIFA (o Fédération Internationale de Football Association) è la più antica federazione internazionale che si occupa di calcio, calcio a 5 e beach soccer. Fondata nel 1904, è competente per la realizzazione dei principali eventi internazionali, tra i quali si annovera il Campionato del Mondo FIFA. Anch’essa, come la UEFA, ha sede in Svizzera e, più precisamente, a Zurigo. Dal 2016 si trova sotto la direzione dell’italiano Gianni Infatino, che ne è presidente.

[4] A tal proposito, si fa riferimento ad un articolo pubblicato su DirittoConsenso proprio in tema di “merchandising”: https://www.dirittoconsenso.it/2021/01/09/contratto-di-merchandising/.

[5] Anche noto come Fair play finanziario o, più semplicemente, FFP.

[6] Per sottolineare il problema dell’inflazione nel mondo del calcio, basti menzionare il trasferimento record effettuato nel 2018 che ha visto il Paris Saint-Germain, prima squadra parigina, acquistare il cartellino del giocatore Neymar Jr per 222 milioni di euro. Il club transalpino ha stipulato un contratto che, come rinnovato ad oggi, prevede la corresponsione di circa 36 milioni di euro l’anno. Ciò è stato possibile grazie alla pressoché infinta disponibilità di denaro del presidente Nasser Al-Khelaïfi e del fondo proprietario, Qatar Sport Investments.

[7] Con ciò, per definizione, si intende il presupposto in base al quale, nella redazione del bilancio, l’impresa viene normalmente considerata in grado di continuare a svolgere la propria attività in un prevedibile futuro.

[8] Quello della Superlega è un progetto sorto nel 2021 e che ha contato, tra i membri fondatori, le seguenti squadre: Milan AC, Arsenal, Atlético Madrid, Chelsea, Barcellona, Inter, Juventus, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Real Madrid e Tottenham. L’iniziativa prevedeva la creazione di una lega giocata dai club più blasonati e che avrebbe promesso guadagni di gran lunga maggiori rispetto ai premi posti in palio dalla UEFA nelle competizioni internazionali. Le gravi sanzioni minacciate da quest’ultima (maxi-multa a cui si accompagnava l’esclusione dalle competizioni europee) hanno spinto la maggior parte dei club a desistere, sebbene l’iniziativa non sia ancora totalmente naufragata.