Il termine smart cities, nato a livello mondiale a Rio de Janeiro nel 2010, oggi non corrisponde più solo all’idea di città digitale

 

Definizione della nozione di smart cities

È necessario innanzitutto fornire una definizione di smart cities perchè nell’ultimo decennio del secolo scorso sono stati numerosi i tentativi di coniare definizioni in grado di rappresentare in maniera adeguata un concetto così complesso e sfaccettato. In tutte si ritrova un elemento comune: una città intelligente è una città per l’uomo e l’intelligenza risiede nella capacità di conciliare le esigenze della collettività con quelle del singolo.

Il professore Roberto Pagani propone una suddivisione, basata su vantaggi e svantaggi che le città possono garantire, in quattro categorie:

  • Città “dannose”, la categoria peggiore da un punto di vista qualitativo, poiché realizza contemporaneamente il danno per la collettività e lo svantaggio individuale;
  • Città “pirata”, dove persiste il danno alla collettività ma è presente un vantaggio individuale per un ristretto gruppo di abitanti;
  • Città “pioniera” dove è presente un vantaggio per la collettività a discapito di uno svantaggio individuale;
  • Città “smart”, dove si realizza al tempo stesso un vantaggio individuale e uno collettivo.

 

Si tratta in ogni caso di “idealtipi”: nessuna città reale è in alcun modo riconducibile a uno solo di questi modelli.

Al di là di questa classificazione, non c’è univocità nella determinazione dei fattori che caratterizzano le smart cities sia per la continua evoluzione delle innovazioni tecnologiche, sia per le diverse concezioni sulla qualità della vita: la smart city non è un obiettivo da raggiungere, ma un processo in divenire. In altre parole si tratta di un concetto che presuppone un’evoluzione e una graduale trasformazione.

 

Smart people e smart governance

Il concetto di smart people implica la valorizzazione del capitale umano, attraverso uno stimolo alla crescita professionale, alla creatività e al cosmopolitismo. In questo senso nella smart city il cittadino individua un incentivo ad una maggior consapevolezza e partecipazione alla vita pubblica.

La smart governance è caratterizzata dalla valorizzazione, all’interno del contesto della città intelligente, del rapporto tra istituzioni e cittadino, rinnovandolo e rendendolo più stimolante. Un ruolo chiave in questo processo è rivestito dalla visione strategica dell’amministrazione smart che pone al centro la digitalizzazione, con le relative innovazioni tecnologiche, rendendo le procedure amministrative più snelle e rapide e più partecipe la cittadinanza a questioni di rilevanza per le smart cities. Una governance intelligente è lo strumento per concretizzare procedure di governo trasparenti e incoraggiare l’utilizzo degli open data, cioè flussi di dati condivisi e aperti.

 

Gli obiettivi dell’Unione Europea sulle smart cities

Nei documenti dell’Unione Europea, nella forma di raccomandazioni e linee guida, le previsioni di sviluppo urbano sostengono che queste siano riconducibili agli elementi fondanti delle smart cities.

Più precisamente lo sviluppo urbano sostenibile è supportato dal Fondo europeo di sviluppo regionale. Analizzando le finalità di investimento di tale fondo, si ritrovano obiettivi fondamentali comuni alla smart city, come l’alto tasso di digitalizzazione, gli investimenti in ricerca e innovazione, l’inclusione sociale e l’occupazione, gli investimenti connessi all’adattamento al cambiamento climatico e al trasporto urbano nel rispetto della sostenibilità.

L’Agenda Digitale, uno dei sette pilastri della Strategia Europa 2020, individua un futuro per le città dell’Unione Europea incentrato sullo sviluppo del potenziale sociale ed economico delle Information and Communication Technologies (ICTs). Gli obiettivi individuati sono perseguiti dal miglioramento della qualità di vita dei cittadini e delle condizioni economiche delle aziende tramite un ambiente più pulito, un sistema di trasporti più sicuro, una migliore assistenza sanitaria, un accesso più semplice ai contenuti culturali e ai servizi pubblici e più in generale a importanti opportunità di comunicazione.

 

Le amministrazioni civiche nella governance delle smart cities

Si possono trovare due approcci predominanti concernenti lo sviluppo della smart cities:

  • il modello top-down, che prevede la pianificazione, la progettazione e lo sviluppo della città intelligente basati su alcuni blueprints; e
  • il modello bottom-up, che comporta l’ammodernamento, tramite funzioni intelligenti, di città in cui gli abitanti siano agenti di cambiamento nel processo che le porta a divenire smart.

 

Si possono individuare tre principi generali per indirizzare le agende della città intelligente:

  1. il primo è costituito da un focus pragmatico sulla massa di investimenti stanziati per progetti che siano finanziariamente praticabili e realizzabili;
  2. il secondo da un’integrazione tra lo sviluppo economico e i piani di distribuzione di servizio pubblico;
  3. Il terzo è caratterizzato dalla partecipazione dei rappresentanti delle comunità, dei residenti e delle aziende locali per garantire che i progetti siano significativi rispetto alle sfide e alle opportunità della città.

 

Per l’attuazione di tali principi le amministrazioni devono adoperare le ICT (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) atte al miglioramento della partecipazione politica, alla fornitura dei servizi del settore pubblico e all’implementazione delle politiche pubbliche. Così facendo, le aspettative e le modalità di coinvolgimento dei cittadini nel governo civico subiranno un cambiamento.

Da ciò consegue che il metodo attuale di lavoro, caratterizzato da settori rigidamente distinti, deve venire ripensato nel senso di un’integrazione istituzionale più larga possibile, che sia sorvegliata e pianificata da soggetti cui è stato dato chiaramente un mandato adeguato.

 

Smart city “aperta” e “chiusa”

Il sociologo statunitense Richard Sennett, autore del saggio “Costruire e abitare”, ha individuato due categorie di smart cities:

  • “aperta”, che incoraggia i cittadini a pensare;
  • “chiusa”, che ne abbassa il livello cognitivo.

 

In relazione alla smart city chiusa gli urbanisti Maarten Hajer e Ton Dassen ritengono che le tecnologie urbane renderanno la città più sicura e soprattutto più efficiente. Le smart cities riusciranno a percepire i comportamenti attraverso l’ingente serie di dati sviluppati fondamentali alla creazione di servizi urbani dinamici.

Un tipico esempio di città intelligenza chiusa è la sudcoreana Songdo, costruita recentemente con l’idea di «incoraggiare le multinazionali a compiere le operazioni asiatiche a Songdo […] con tasse più basse e meno regole»[1]. I progettisti per questa smart city hanno ideato un centro di controllo chiamato “cabina di pilotaggio”, termine che evidenzia l’aspirazione a creare un modello basato sull’intenzione di guidare una città allo stesso modo in cui si pilota un aereo. Al suo interno sono presenti schermi giganti che mostrano varie situazioni in città, dalla qualità dell’aria al flusso del traffico, passando per l’utilizzo dell’elettricità.

Diversamente, la smart city definita “aperta” si basa su un uso della tecnologia per coordinare e non per controllare, rivolta agli individui non per come dovrebbero essere, ma per come sono davvero. Questo tipo di città è caratterizzato da reti aperte, si differenzia dalle chiuse sotto il profilo del feedback: nel primo caso i cittadini o i gruppi hanno un certo controllo su di esso, mentre nelle reti chiuse il feedback è involontario. Infine i dati vengono preparati attraverso progetti urbani trasparenti, rendendo le potenzialità ben visibili agli occhi degli utenti, consentendo loro di prendere decisioni.

 

Le innovazioni tecnologiche nelle smart cities

Bas Boorsma, nell’opera “Un New Deal Digitale”, analizza gli effetti positivi attesi dall’innovazione tecnologica[2] nelle smart cities.

Egli ritiene fondamentale una pianificazione “a livello morale” per fornire un inquadramento al prossimo cambiamento tecnologico. Un’importante corrente di pensiero reputa la tecnologia “eticamente neutrale” e l’adesione a tale paradigma, secondo Boorsma, avrebbe la conseguenza che l’avvento delle nuove tecnologie si realizzerà in assenza di valori, escludendo totalmente l’etica. L’autore sostiene che la digitalizzazione non comporta la distruzione del mondo dal punto di vista etico, ma solo una modifica di esso. Una sfida da affrontare è il cambiamento dei valori e della cultura portati della tecnologia che sono molto più lenti del cambiamento della tecnologia.

La popolazione smart deve contenere i divari, frequentemente molto profondi, introdotti dal progresso digitale, affrontando la transizione con completezza e urgenza. Altrettanto importante è il riconoscimento della necessità di elasticità, evitando l’imposizione di modelli etici rigidi e conservatori su un arco temporale considerevole.

Boorsma affronta poi il tema dell’interfaccia delle tecnologie e della necessità di capire le dinamiche essenziali dell’intelligenza artificiale. Egli conclude sottolineando l’esigenza di considerare l’origine dei dati, senza ignorare la forma che potrebbero assumere in ottica di variabilità, dinamicità e imprevedibilità. Tali aspetti potrebbero condizionare la scelta di quali dati rendere liberi e quali al contrario pubblicare, bloccare o addirittura distruggere.

Una focalizzazione sull’impatto della tecnologia è offerta nella Copenhagen Letter (2017), elaborata dagli imprenditori del settore tecnologico Charles Adler e Peter Sunde, che si pone come obiettivo la centralità dell’essere umano nella riflessione e la riaffermazione della tecnologia come strumento da “costruire” sulle esigenze dell’uomo.

Tali questioni stanno trovando riscontro nelle politiche di più stringente attualità a livello europeo: l’Unione Europea si sta dotando di un codice etico sull’intelligenza artificiale che si rivolge ai soggetti e alle imprese che operano negli Stati membri. Punto chiave è il riferimento alla Carta Europea dei Diritti e la salvaguardia della dignità umana che non potrà mai essere danneggiata dall’utilizzo dell’AI (Artificial Intelligence), ossia dall’abilità di un sistema tecnologico di risolvere problemi o svolgere compiti e attività tipici della mente umana.

 

Le problematiche dell’intelligenza artificiale e big data

Secondo il sociologo Morozov, l’implementazione dei servizi di intelligenza artificiale dà vita ad un circolo vizioso: al fine di ottenere tagli nei costi, le città adottano politiche ispirate alla logica di austerità e privatizzazioni, finendo alle dipendenze delle grandi compagnie hi-tech, le quali frequentemente si presentano all’opinione pubblica quali contraltari, attori creativi e capaci di crescere anche in momenti di scarsa innovazione. Queste grandi compagnie hi-tech attraggono a sé le amministrazioni civiche con prodotti digitali per indurle a privatizzare servizi e infrastrutture. Si assiste a una massiccia automatizzazione che permette alle aziende di immagazzinare un numero di dati tale da sviluppare esponenzialmente l’intelligenza artificiale, a scapito degli apparati statali e degli occupati.

Nelle amministrazioni cittadine, la gestione dei big data acquista una posizione estremamente critica con lo sviluppo dei sistemi cloud. Da una parte si ha un problema di carattere giurisdizionale, visto che quando i server verranno spostati dalle sedi municipali al cloud i dati importanti delle città e l’infrastruttura digitale saranno spesso riallocati in luoghi che potrebbero essere fuori dal controllo legale delle amministrazioni. Un’altra questione è l’assenza di standard per il tipo di servizio offerto: le smart cities necessitano consapevolezza circa dati e infrastruttura di servizio possedute e di cosa lasciano all’interno dei cloud a favore degli interessi privati.

L’esperto di smart city, Anthony M. Townsend porta alla luce il problema della scarsa trasparenza dei software che la governano, a causa di una scarsa attenzione da parte di settore pubblico e privato, con il solo mondo accademico ad occuparsi di tale problematica etica. I modelli di software dovrebbero essere sezionati e messi in mostra allo stesso modo, consentendo l’educazione del pubblico riguardo le condizioni della città e agli strumenti e ai metodi usati per un suo miglioramento.

 

Un esempio concreto: le iniziative di Barcellona

Con l’elezione a sindaco di Barcellona nel 2011, Xavier Trias si è posto come obiettivo il posizionamento della città tra le smart cities più all’avanguardia a livello globale, con numerose iniziative di autopromozione all’interno del programma Smart City. In particolare Barcellona si impegna negli Open Data, attraverso una politica a quadruplice obiettivo:

  1. dare avvio a un maggiore trasparenza verso imprese, cittadini e pubblica amministrazione a riguardo di «parte dell’informazione raccolta dal consiglio municipale rispetto alla città»;
  2. rilevare il bisogno degli Open Data di altri stakeholders e tentativo di soddisfarlo;
  3. rinforzare il movimento in appoggio agli Open Data e incoraggiare il riutilizzo dei dati disponibili;
  4. rinforzare il settore economico fornendo nuove occasioni per realizzare affari.

 

I cittadini di Barcellona, in qualità o di utenti dei servizi forniti o di lavoratori nei settori coinvolti, possono qualificarsi come beneficiari “passivi” delle innovazioni della smart city. Le iniziative che sono nate “dal basso” vengono trascurate a favore delle proposte degli imprenditori tecnologici. In questo senso sotto l’amministrazione Trias si sviluppa un approccio top-down, che ha permesso a Barcellona di diventare una delle città europee con il più alto numero di “laboratori”.

Informazioni

Barcelona City Council (2016), “Barcelona Ciutat Digital: A Roadmap Toward Technological Sovereignty”, http://ajuntament.barcelona.cat/estaregiadigital/upload_Digital.pdf [Ultimo accesso il 17 Marzo 2019].

Barcelona City Council (2016), Barcelona Digital Plan, 2017-2020: Transition to Technological Sovereignty, Commission for Technology and Digital Innovation, Barcellona.

Boorsma B. (2018), Un New Deal Digitale, Rainmaking Pubblications.

Commissione Europea (2010), Comunicazione dalla Commissione al Parlamento Europeo, “A Digital Agenda for Europe”, Bruxelles.

Commissione Europea (2011), “Integrated Sustainable Urban Development”, in Politica di Coesione 2014-2020.

Sennett R. (2018), Costruire e abitare. Etica per la città, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano.

Townsend A. (2014), Smart Cities. Big data, civic hackers, and the quest for a new utopia, W. W. Norton & Company, New York.

[1] M. Townsend, Smart Cities. Big data, civic hackers, and the quest for a new utopia, W. W. Norton & Company, New York 2014, p. 145

[2] L’intelligenza artificiale è priorità dell’UE la quale ha istituito una commissione per esaminare l’impatto della tecnologia. Per approfondimenti si rimanda all’articolo di Ginevra Brighina: https://www.dirittoconsenso.it/2021/06/16/intelligenza-artificiale-uno-sguardo-alla-regolamentazione-europea/