Il principio di irretroattività della legge penale garantisce certezza e garanzia, tratti essenziali di uno Stato di diritto

 

Che cosa significa irretroattività della legge penale?

Per comprendere al meglio il principio dell’irretroattività della legge penale è bene fare anzitutto un po’ di ordine. Si tratta in realtà di un sotto principio, cioè qualcosa che deriva da un principio più ampio: il principio di legalità. Questo afferma che un precetto penale deve essere previsto dalla legge. Secondo il principio di irretroattività della legge penale, infatti, per essere puniti il fatto deve essere preveduto come reato al tempo della sua commissione. Non è pensabile incriminare un soggetto sulla base di una legge entrata in vigore dopo il fatto commesso. Ed ecco che da questa prospettiva emerge subito la ratio di questo principio, che si concretizza in due elementi: garanzia e certezza. Il primo consente di evitare abusi da parte del potere politico, mentre il secondo attiene alla conoscibilità delle leggi.

Le basi del principio dell’irretroattività della legge penale sono numerose, a partite dalla Costituzione, che all’art. 25, II° comma, recita: “Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso …”. E ancora, in modo più specifico, il Codice penale all’art.2: “Nessuno può essere punito per un fatto che, secondo la legge del tempo in cui fu commesso, non costituiva reato”. Il medesimo fine ha poi l’art. 11 delle disposizioni sulla legge in generale: “La legge non dispone che per l’avvenire: essa non ha effetto retroattivo”.

Un esempio per capire meglio: un soggetto non potrà essere accusato di omicidio se quando lo ha commesso nessuna legge lo vietava (indipendentemente dai motivi). E questo perché al momento del fatto il soggetto non poteva conoscere della rilevanza penale del fatto, e non già perché egli la ignorasse (in tal caso opererebbe l’art.5 c.p.), ma per il semplice fatto che la legge non c’era in quel momento.

Occorre ora fare una distinzione tra leggi in materia civile e leggi in materia penale: nel primo caso, infatti, il divieto di irretroattività è sancito da una legge ordinaria, che potrebbe essere abrogata da un giorno all’altro da altra legge ordinaria. È il caso delle cd. “leggi di interpretazione autentica”, con le quali si chiarisce il significato di disposizione precedenti senza intaccarne il nucleo. In ambito penale il legislatore ha fatto ben di più: tale principio gode di una copertura costituzionale, al già citato art. 25 Cost. In materia penale, dunque, non è ammessa l’applicazione retroattiva in malam partem[1]. Vediamo meglio cosa significhi.

 

Ci sono delle eccezioni al principio di irretroattività?

Come spesso accade nel mondo del diritto anche in questo caso ci sono delle eccezioni, ma è bene partire da una domanda per comprendere meglio. Sarebbe giusto se, a seguito della modifica di una legge, un soggetto fosse tratto in modo diverso rispetto ad un soggetto che abbia commesso il medesimo fatto tempo addietro?

Seguendo la logica del principio di irretroattività non ci sarebbero problemi, proprio perché chi ha commesso un fatto prima che fosse modificata la norma incriminatrice non potrebbe vedersi commisurare la nuova pena introdotta dalla riforma. Ebbene, il nostro Codice penale, all’art. 2 comma IV, prevede che si applichi la norma più favorevole al reo in questi casi. Questa regola trova il suo fondamento nel principio di uguaglianza: non sarebbe giusto punire diversamente due soggetti che abbiano commesso il medesimo fatto, seppur in tempi diversi. E questo è tanto più vero quando nel corso del tempo cambiano i beni meritevoli di tutela, e un fatto che tempo prima poteva ledere un bene è possibile che oggi non sia più punito per scelte di politica criminale.

Ci si potrebbe chiedere, a questo punto, se valga lo stesso principio nell’ipotesi in cui la norma incriminatrice venga abrogata: che cosa accadrebbe se dopo aver commesso un furto venisse approvata una legge che abroga il reato di furto? Per rispondere è sufficiente guardare al comma II dell’art.2 c.p., dove viene esplicitato che “nessuno può essere punito per un fatto che, secondo una legge posteriore, non costituisce reato”. La ratio di questa disposizione risiede nel fatto che l’ordinamento non ritiene più meritevole di tutela un determinato bene, e dunque sarebbe illogico punire chi lo abbia leso. Infatti sempre il comma II specifica: “se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”.

Queste due situazioni descritte prendono il nome di “successione di leggi penali nel tempo” e “abolitio criminis”. Nel primo caso il reato è ancora presente nell’ordinamento, ma è stato modificato (ad esempio con un abbassamento della pena). Nel secondo caso, invece, facciamo riferimento a tutte quelle situazioni in cui un determinato reato sia stato abrogato.

 

Successione di leggi penali e abrogazione di reato, in dettaglio

Ecco allora che emerge uno stretto collegamento tra il principio di irretroattività della legge penale e l’abrogazione. Per essere chiari: l’effetto dell’abrogazione non è la rimozione di una norma dall’ordinamento giuridico, bensì la limitazione della sua efficacia temporale. Essa infatti continuerà ad operare fino alla data di entrata in vigore della nuova norma che l’ha abrogata. Si tratta di una successione di leggi (poste sullo stesso piano come importanza) dove la legge più recente prevale su quella meno recente. Ed ecco il punto centrale: l’abrogazione opera solo per il futuro, si dice cioè che abbia efficacia ex-nunc (da ora): questo garantisce certezza ai rapporti giuridici di modo che un soggetto possa conoscere in anticipo la qualificazione giuridica che l’ordinamento da al suo comportamento.

Ecco allora una delle prime attività che deve svolgere il giudice per rispettare il principio dell’irretroattività della legge penale: ricercare quella norma che fosse in vigore al momento della commissione del fatto: solo così si potrà rispettare il principio di irretroattività della legge penale. Pertanto, se l’entrata in vigore di una legge abroga un reato precedente, dovranno cessare gli effetti penali e l’esecuzione della sentenza di chi sia già stato condannato. E attenzione: anche se la sentenza è passata in giudicato, cioè non più impugnabile.

Al fine di accertare se si trattati di abolitio criminis o di successione di leggi nel tempo il giudice dovrà chiedersi se ci sia una “continuità del tipo di illecito”. In caso positivo (cioè quando il fatto è ancora preveduto come reato) opererà la successione di leggi nel tempo. Un caso particolare è rappresentato poi dall’abolitio criminis parziale, cioè l’ipotesi in cui solo una parte di una norma venga abrogata.

Appurato che non ci si trovi in un’ipotesi di abolitio criminis, il giudice considererà tutte le leggi che regolano il caso specifico che siano entrate in vigore tra il tempus commissi delicti[2] e il tempo del giudizio. Non è detto che applicherà la legge che coincide con uno dei due momenti, potrà anche essere una legge in vigore medio tempore. Questo è stato previsto dal nostro legislatore proprio per evitare che le lungaggini dei tempi processuali possano influire negativamente sul soggetto attivo del reato.

È importante notare come, a differenza dell’abolitio criminis, una sentenza passata in giudicato rappresenti un limite invalicabile in questo caso: l’unica via ancora percorribile si apre nel momento in cui una nuova legge preveda la conversione della pena da detentiva a pecuniaria. In questo caso la stessa potrà essere convertita, ma in generale vige il principio di intangibilità del giudicato.

A rigor di logica si può infine ricordare che le regole per le due ipotesi descritte non trovano applicazione in presenza di leggi eccezionali o temporanee. Il perché è molto semplice: nel primo caso (fatti straordinari) e nel secondo (situazioni peculiari) vi è una durata che limita l’operatività della legge proprio per far fronte a quella situazione specifica che non durerà per sempre.

 

Il caso: la vicenda Taricco

Una delle vicende che meglio può far capire come operi il principio dell’irretroattività della legge penale è il “caso Taricco”[3]. Questo è conosciuto per la sua complessità e il suo impatto giurisprudenziale, soprattutto perché è intervenuta la Corte di giustizia europea su un aspetto molto delicato.

La vicenda si aprì circa l’art. 325 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) che, tra le altre cose, faceva riferimento alle frodi in materia fiscale. Ora, nel diritto dell’Unione Europea, vige l’importante principio di assimilazione, per il quale gli Stati debbono orientare le proprie scelte normative in modo da essere coerenti con gli obiettivi dell’Unione. L’art. 325 del TFUE prevede che gli Stati debbano adottare misure dissuasive al fine di contrastare i reati in materia fiscale.

Il punto critico era proprio l’Italia, che aveva una disciplina blanda in materia di contrasto alle frodi sull’IVA, di modo che molti reati rimanevano pressoché impuniti a causa dei rapidi tempi di prescrizione. La legge in materia, dal nome “ex-Cirielli”, andava quindi in contro tendenza rispetto all’obiettivo europeo, tant’è che parte del gettito dell’IVA finisce nelle risorse proprie dell’UE, e dunque entrava nel bilancio con dei rischi significativi. E qui il punto delicato che ci permette di arrivare al principio di irretroattività: l’art. 325 TFUE è una norma chiara, precisa e incondizionata, tutti requisiti che avrebbero permesso di applicarla direttamente in Italia, disapplicando la legge interna in contrasto con questa.

Il tutto però si è complicato quando la Corte costituzionale ha minacciato di usare (per la prima volta) i cosiddetti “contro-limiti”, cioè uno strumento che consente ad un paese membro UE di non applicare una norma comunitaria se questa vada in contrasto con i principi supremi dell’ordinamento (e tra questi rientra certamente il principio di irretroattività in materia penale). Il rischio derivante dall’applicazione del 325 TFUE, infatti, sarebbe stato quello di applicare sanzioni più severe a chi avesse commesso i fatti in oggetto anche in un tempo precedente. Questo viola il principio di irretroattività, e quindi si è sviluppata una complessa vicenda giurisprudenziale, dove la Corte di Giustizia ha pressoché ribadito la preminenza del diritto dell’Unione rispetto al diritto degli Stati membri[4]. Sotto la minaccia dell’utilizzo dei controlimiti la Corte, in quella che sarebbe poi divenuta “sentenza Taricco II”, ha infine limitato l’operatività temporale della “regola Taricco” ai fatti successivi la prima sentenza. A questo punto la nostra Corte costituzionale ha riletto il caso ribadendo il divieto di retroattività in malam partem della legge penale.

 

Conclusioni

La vicenda riportata dimostra come norme apparentemente astratte abbiano una vasta ricaduta sul piano pratico, soprattutto al fine di tutelare quelli che sono i principi cardine di un moderno ordinamento giuridico, o meglio, i pilastri di uno Stato di diritto. L’aver costituzionalizzato il principio di irretroattività significa dotarsi di un importante strumento di protezione da possibili abusi del potere politico e giudiziario, e questo è tanto più vero in ambito penale, dove entra in gioco la delicata questione della limitazione delle libertà personale della persona.

Informazioni

Lineamenti di diritto costituzionale, G.Zagrebelsky, V.Marcenò. F.Pallante, 2019 (terza edizione), Le Monnier

Fonti del diritto, R.Bin, G.Pitruzzella, 2019 (terza edizione), Giappichelli

Manuale di diritto penale, parte generale, C.F.Grosso, M.Pelissero, D.Petrini, P.Pisa. 2023 (quarta edizione)

Le fonti del diritto in Italia – DirittoConsenso

La riserva di legge: forma di garanzia dello Stato di diritto – DirittoConsenso

[1] Si definisce in malam partem l’ipotesi in cui, dall’applicazione di una norma penale, derivi un un trattamento sanzionatorio più sfavorevole al reo

[2] Con tempus commissi delicti si fa riferimento al momento in cui il reo tiene la condotta tipica, cioè quando commette il reato; si distingue quindi dal momento del giudizio.

[3] Vicenda “Taricco I”: sentenza Corte giustizia 08/09/2015 (C-105/14); vicenda “Taricco II”: 05/12/2017 (C-42/17).