Il reato di violazione di domicilio: previsto dal Codice penale, bisogna spiegare cosa sono domicilio, abitazione e appartenenze e quando c’è violazione aggravata

 

La violazione di domicilio: l’articolo 614 c.p.

La violazione di domicilio è il reato previsto dall’art. 614 del Codice penale, il quale recita:

Chiunque s’introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi s’introduce clandestinamente o con l’inganno, è punito con la reclusione da uno a quattro anni.

Alla stessa pena soggiace chi si trattiene nei detti luoghi contro l’espressa volontà di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi si trattiene clandestinamente o con inganno.

La pena è da due a sei anni se il fatto è commesso con violenza sulle cose, o alle persone, ovvero se il colpevole è palesemente armato.

Il delitto è punibile a querela della persona offesa. Si procede, tuttavia, d’ufficio quando il fatto è commesso con violenza alle persone, ovvero se il colpevole è palesemente armato o se il fatto è commesso con violenza sulle cose nei confronti di persona incapace, per età o per infermità.”.

 

Ai sensi dell’articolo, è violazione di domicilio quando:

  • ci s’introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, oppure ci s’introduce clandestinamente o con l’inganno;
  • ci si trattiene nei suddetti luoghi contro l’espressa volontà di chi ha il diritto di escluderlo, oppure ci si trattiene clandestinamente o con inganno.

 

Si individua così l’elemento oggettivo del reato che consiste nell’introdursi o trattenersi in uno dei luoghi previsti dalla norma. L’introduzione deve aver luogo con l’intero corpo umano non essendo sufficiente l’introduzione con una sola parte di esso. Il trattenersi significa sostare in uno dei suddetti luoghi.

Entrambe le condotte devono avvenire:

  • contro la volontà di chi ha il diritto di escludere altri, il quale può manifestare il dissenso espressamente con moniti scritti, verbali o avvertimenti gestuali oppure tacitamente;
  • oppure in modo clandestino o con inganno. Cercando dunque di non essere visto oppure tenendo un comportamento che toglie completamente valore ad un consenso eventualmente dato (imbroglio).

 

Dottrina e giurisprudenza non ritengono sufficiente un dissenso presunto, cioè quello che si deduce per fatti concludenti, ai fini dell’integrazione del reato.

 

La nozione di domicilio

Per affrontare la tematica relativa alla violazione di domicilio è necessario fare una precisazione circa l’utilizzo ed il significato che il termine di domicilio ha in ambito civilistico e penalistico.

Nel primo caso, il domicilio è inteso come il luogo nel quale la persona ha stabilito la sede principale dei suoi affari ed interessi art. 43 c.c. il quale prevede “Il domicilio di una persona è nel luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi”.

Nel secondo caso, per domicilio si intende l’abitazione, il luogo di privata dimora oppure un’appartenenza di essi art. 614 c.p. il quale recita “Chiunque s’introduce nell’abitazione altrui, o in un altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di essi, contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo, ovvero vi s’introduce clandestinamente o con l’inganno, è punito con la reclusione da uno a quattro anni”. Lo stesso vale per il reato previsto nella norma successiva, l’art. 615 c.p. per cui commette reato di violazione di domicilio “Il pubblico ufficiale, che, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni, s’introduce o si trattiene nei luoghi indicati nell’articolo precedente…”.

Da ciò si evince come, al fine della configurazione del reato relativo alla violazione di domicilio per l’art. 614 e 615 c.p., sia necessario considerare il domicilio in tre modi diversi:

  • abitazione
  • luogo di privata dimora
  • appartenenze

 

Vediamo più in dettaglio queste parti.

L’abitazione

Per tale si intende qualsiasi luogo che la persona adibisce, in modo temporaneo o definitivo, ad uso domestico per se stessa o in condivisione con altri ma dalla quale può esclude chiunque altro. Non rileva ai fini della suddetta qualificazione la natura, la forma, le dimensioni o altre caratteristiche esteriori del bene mobile o immobile che la persona utilizza come tale. Ciò che rileva è l’attualità di utilizzo del bene anche in modo non continuativa: il reato si configura nel momento in cui una persona terza rispetto al titolare di tale diritto, si introduce all’interno di essa senza che vi sia stato consenso, tacito oppure espresso. Si configura tale reato anche nel caso in cui gli occupanti non siano presenti nel momento in cui il reato è consumato.

Non integra reato di violazione di domicilio l’introdursi o il trattenersi presso un’abitazione abbandonata o sfitta. Ai fini del reato in esame è necessaria l’attualità dell’uso del bene mentre non rileva la continuità dell’utilizzo. Si è pronunciata in merito la Cassazione con sentenza n. 23579/2018 affermando che “A proposito dell’irrilevanza della saltuarietà dell’uso dell’appartamento, va richiamato il principio di diritto affermato da Sez. 5, n. 48528 del 06/10/2011, B., Rv. 252116, secondo cui integra il delitto di violazione di domicilio la condotta del soggetto che si introduca, contro la volontà di chi ha il diritto di escluderlo, in un locale di pertinenza di un’abitazione, regolarmente chiuso a chiave e saltuariamente visitato e sorvegliato da chi ne abbia la disponibilità, in quanto l’attualità dell’uso non implica la sua continuità e non viene meno in ragione dell’assenza, più o meno prolungata nel tempo, dell’avente diritto”.

 

Il luogo di privata dimora

Si tratta in questo caso di un concetto più ampio di abitazione in quanto il luogo di privata dimora si individua in qualsiasi posto utilizzato da un soggetto per svolgere un’attività per lo più non domestica. Per citare un esempio si pensi all’ufficio dove il soggetto svolge un’attività professionale piuttosto che alla camera d’hotel dove lo stesso alloggia qualche notte. Si ritiene, dunque, possa coincidere con la privata dimora anche la camera d’albergo e pertanto l’introduzione in essa senza il consenso dell’alloggiante può integrare reato di violazione di domicilio.

Una precisazione ulteriore è necessaria: il luogo di privata dimora non coincide con la residenza privata. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione nella sentenza n. 53438 del 2017. In tale giudizio sono stati inoltre definiti i criteri per individuare il luogo di privata dimora ovvero:

a) utilizzazione del luogo per lo svolgimento di manifestazioni della vita privata (riposo, svago, alimentazione, studio, attività professionale e di lavoro in genere), in modo riservato ed al riparo da intrusioni esterne; b) durata apprezzabile del rapporto tra il luogo e la persona, in modo che tale rapporto sia caratterizzato da una certa stabilità e non da mera occasionalità; c) non accessibilità del luogo, da parte di terzi, senza il consenso del titolare”.

Si considera luogo di privata dimora anche l’immobile utilizzato dal comodatario se “esiste una situazione di fatto che collega in maniera sufficientemente stabile il soggetto allo spazio fisico in cui si esplica la sua personalità”. Lo ha affermato la Corte di Cassazione nella sentenza n. 24448 del 2019 ritenendo che in tal caso al comodatario venga attribuito il diritto allo ius excludendi. Il proprietario dell’immobile che si introduce o si trattiene nella sua proprietà senza il consenso del comodatario può essere accusato di reato di violazione di domicilio ed essere tenuto a risarcire il danno al comodatario.

 

Le appartenenze

Sono i locali accessori ai luoghi di privata dimora che consentono un miglior godimento degli stessi. È sufficiente che si individui un rapporto di dipendenza di tali locali al luogo di privata dimora senza che ci sia una diretta comunicazione fra i due. Rientrano pertanto in tale significato ad esempio il giardino, il cortile, l’orto, il balcone.

Con una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 10508/2018, i giudici, respingendo il ricorso di un soggetto accusato di violazione di domicilio per aver sostato sul pianerottolo del condominio dello studio legale del proprio avvocato contro la sua volontà, hanno confermato che il pianerottolo è un’appartenenza di un luogo di privata dimora.

 

Lo ius excludendi

Lo ius excludendi ovvero il diritto di escludere altri dalla propria abitazione o dimora spetta al soggetto che legittimamente ed attualmente vi abiti o vi dimori, quindi in misura uguale tanto al marito quanto alla moglie, con la conseguenza che il dissenso dell’uno è in grado di neutralizzare il consenso dell’altro, mentre spetta al legale rappresentante nel caso delle persone giuridiche, o in sua vece dai funzionari, dagli impiegati e dal personale incaricato della sorveglianza.

In generale, l’opinione prevalente sostiene che il titolare del diritto di esclusione è il soggetto che ha stabilito la propria abitazione o dimora in modo legittimo ed attuale in un determinato luogo oppure un suo rappresentante nel caso tale soggetto fosse temporaneamente impedito.

La giurisprudenza costituzionale, calando la fattispecie nell’ambito della famiglia, ha attribuito parità al marito e alla moglie nell’esercizio del diritto di escludere. Il dissenso di uno dei coniugi pertanto vale a neutralizzare il consenso dell’altro. Se il soggetto titolare ad escludere altri è una persona giuridica invece la volontà di escludere rilevante è quella del titolare del potere di direzione.

 

Il dolo

L’agente del reato di violazione di domicilio è punito con la pena della reclusione da uno a quattro anni: si tratta pertanto di un delitto in cui l’elemento psicologico è costituito dal dolo.

Nell’attuare la condotta, infatti, l’agente si introduce o si trattiene all’interno di un’abitazione o in un luogo di privata dimora ovvero in una sua appartenenza ed è consapevole di realizzare ciò contro la volontà del titolare di tale diritto.

 

La violazione di domicilio aggravata

Il reato di violazione di domicilio, ai sensi del primo comma dell’articolo 614 del Codice penale, è punito con la reclusione da uno a quattro anni nell’ipotesi non aggravata.

Le circostanze aggravanti del reato sono previste al quarto comma e precisamente si sostanziano quando il fatto è realizzato:

  • con violenza sulle cose o persone;
  • essendo manifestatamente armati.

 

In tali casi la pena prevista è la reclusione da due a sei anni.

Si segnala fra le altre cose che il contenuto delle pene previste per l’ipotesi semplice e aggravata è stato di recente modificato dalla legge n. 36/2019. Prima di tale intervento normativo la reclusione era da sei mesi a tre anni nell’ipotesi semplice e da uno a cinque anni nell’ipotesi aggravata.

 

Aspetti procedurali

Il terzo comma dell’articolo 614 del Codice penale afferma espressamente che “Il delitto è punibile a querela della persona offesa”. L’ordinamento pertanto mette a disposizione lo strumento della querela[1] per denunciare il reato in esame. Essendo essa una condizione di procedibilità, il reato può essere o meno perseguito a seconda che la persona offesa decida o meno di denunciarlo utilizzando tale strumento. Il diritto di procedere mediante querela spetta al titolare dello jus excludendi.

Quando invece ci si trova nell’ipotesi di violazione di domicilio aggravata il reato viene perseguito d’ufficio. L’espressione reato perseguibile d’ufficio si riferisce a tutti quei reati per i quali in Italia lo Stato tutela la vittima a prescindere dalla sua volontà, procedendo in modo diretto contro il responsabile del reato stesso.

In altri termini, anche se la vittima non sporge querela o non ha intenzione di far condannare il colpevole di una lesione, lo Stato interviene in suo sostegno.

 

La violazione di domicilio commessa da un pubblico ufficiale: l’art. 615 c.p.

Ai sensi dell’articolo 615 del Codice penale:

“Il pubblico ufficiale, che, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni, s’introduce o si trattiene nei luoghi indicati nell’articolo precedente, è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

Se l’abuso consiste nell’introdursi nei detti luoghi senza l’osservanza delle formalità prescritte dalla legge, la pena è della reclusione fino a un anno.

Nel caso previsto dal secondo comma il delitto è punibile a querela della persona offesa”.

 

A differenza della fattispecie comune di violazione di domicilio in questo caso è irrilevante l’introduzione o l’intrattenimento contro il dissenso del titolare dello jus excludendi. Rilevano invece i seguenti elementi:

  • la qualità di pubblico ufficiale dell’agente;
  • l’abuso di poteri inerenti alle funzioni di quest’ultimo;
  • il dolo nel realizzare la condotta ovvero la coscienza di stare abusando dei propri poteri per introdursi o trattenersi presso quel luogo.

 

Il secondo comma dell’articolo 615 c.p. prevede una circostanza attenuante: quando “l’abuso consiste nell’introdursi nei detti luoghi senza l’osservanza delle formalità prescritte dalla legge…” la pena è ridotta.

Quando la violazione di domicilio è commessa da un pubblico ufficiale il reato è procedibile d’ufficio. Mentre in origine entrambe le ipotesi previste dalla norma erano procedibili d’ufficio, con il decreto legislativo n. 36/2018 l’ipotesi attenuata del reato è stata resa procedibile a querela. In questo modo, il reato è segnalabile dalla vittima a cui viene affidata la valutazione di opportunità se procedere o meno e, quindi, se attivarsi per far giudicare il reato, entro un termine perentorio.

Informazioni

Manuale di Diritto Penale, Fiandanca Musco Parta Generale

Cassazione, sentenza n. 23579/2018

Cassazione, sentenza n. 53438 del 2017

Cassazione, sentenza n. 24448/2019

Cassazione, sentenza n. 10508/2018

D. Lgs. n. 36/2018

[1] Per un approfondimento sulla querela invito a leggere: La querela – DirittoConsenso.