Collocato tra le fattispecie di durata, il reato abituale permette di evitare il cumulo di pene per più reati commessi. Cosa significa?

 

Le origini del concetto di reato abituale e come è inteso oggi

Per poter comprendere la natura giuridica del reato abituale è utile analizzare le sue origini e la sua collocazione nell’attuale sistema penale.

Già con il Codice penale Zanardelli questa particolare tipologia di reato creava non pochi problemi sotto diversi aspetti. Una prima questione atteneva proprio ad una sua definizione; questa non era contenuta nel codice, ma le spiegazioni più esaustive è possibile rintracciarle grazie alla letteratura giuridica[1]. Tra i tanti, Carrara aveva proposto una prima distinzione tra i cosiddetti “reati individuali” e “reati collettivi”. Ebbene, proprio questi ultimi sarebbero stati caratterizzati da una serie di azioni ripetute che, insieme, fondavano la criminosità del fatto. Ciò significa che quegli stessi fatti, se considerati individualmente, non avrebbero configurato reato. Campus, sempre in merito a questo aspetto, scriveva: “un fatto, per sé stesso non illecito penalmente, lo diventa per la sua commissione abituale”. Ecco allora che il reato abituale veniva a formarsi proprio grazie alla reiterazione di alcune condotte.

Con l’entrata in vigore del codice Rocco nel 1930, e il conseguente aumento delle fattispecie, il diritto penale era ancora più confusionario sul tema del reato abituale. Basti pensare al rischio di sovrapposizione con ipotesi radicalmente diverse, come l’ubriachezza abituale. Questa è infatti un’aggravante che nulla ha a che vedere con il concetto di “abitualità” di cui si sta discutendo.

Meglio quindi procedere ad illustrare le differenze con altri reati proprio per evitare incomprensioni. Si parla infatti di:

  • reati istantanei: ove il reato si consuma immediatamente con la condotta;
  • reati permanenti: vi è una protrazione nel tempo della condotta criminosa, come nel caso del sequestro di persone;
  • reati abituali: cioè quelli nei quali vi è la reiterazione di più condotte dal punto di vista naturalistico, ma che sotto il profilo giuridico vengono considerati come una soltanto.

 

All’interno del reato abituale è poi necessario fare una distinzione tra “reato abituale proprio” e “reato abituale improprio”.

Il primo caso, nonché il più frequente, si verifica ogni qualvolta le singole condotte non costituiscano di per sé reato, vale a dire che non sono punibili se considerate da sole. Il tipico esempio è fornito dalla fattispecie di maltrattamenti in famiglia. Il secondo caso emerge invece allorquando le singole condotte integrino già di per sé reato (come la relazione incestuosa dove si reitera il delitto di incesto).

A questo punto ci si potrebbe chiedere quale sia la ragione per la quale il legislatore ha introdotto il reato abituale. Per rispondere è sufficiente pensare a quali potrebbero essere le conseguenze se questa figura non ci fosse nella seconda ipotesi prospettata. Detto in modo più semplice: se si considerassero i singoli reati come tali senza farli confluire in un reato abituale, ne deriverebbe un trattamento sanzionatorio eccessivamente alto. Vi sarebbe infatti un concorso materiale di reati e dunque un cumulo di pene molto elevato.

 

Il quantum ai fini consumativi e il tempus commissi delicti

Si è detto come il reato abituale necessiti di una pluralità di condotte ai fini della sua consumazione; c’è ora da chiedersi da quale momento sorge l’ambito penalmente rilevante. Possono esserci casi in cui non sia configurabile il reato abituale nonostante ci siano state anche più di due condotte? In altre parole, è di primaria importanza individuare il quantum[2] ai fini della consumazione.

Affinché si possa parlare di reato abituale è necessaria la “reiterazione”; ciò significa che in concreto il giudice non dovrà accertare la semplice somma di più condotte. È invece richiesto un approfondimento dell’offesa in modo da dilatarla qualitativamente, come se si innescasse un meccanismo di stratificazione. Da un singolo atto nasce così una dinamica progressiva che porta ad un pregiudizio ulteriore, più profondo, da valutare qualitativamente e non già quantitativamente. Quindi ai fini della consumazione è necessario che si verifichi quel minimum[3] tale da far scattare la soglia del penalmente rilevante; ciò accade ogni qualvolta un atto si unisce ad un altro che lo precede intensificando il disvalore della condotta.

Un altro aspetto delicato riguarda l’individuazione del tempus commissi delicti[4], vale a dire il momento in cui si può considerare il reato come consumato. Questo è infatti fondamentale per determinare la legge applicabile al caso concreto, vuoi per rispettare il princio del favor rei[5], vuoi per fronteggiare le ipotesi di successione di leggi nel tempo. Come detto, infatti, il reato abituale necessita di più condotte reiterate che potrebbero ben verificarsi in momenti diversi: quale sarebbe allora quello da prendere in considerazione?

Per capire l’entità di questo dubbio interpretativo è utile richiamare una vicenda sulla quale si sono espresse le Sezioni Unite[6]. Il caso di specie riguardava un delitto relativo alla circolazione stradale ove la verificazione dell’evento (omicidio) era stata successiva alla condotta (violazione colposa di una norma). In questo caso emergeva il cosiddetto “reato ad evento differito”, dove per l’appunto non vi è coincidenza temporale tra la condotta tenuta dall’agente e la verificazione dell’evento. Partendo da questo caso la dottrina e la giurisprudenza, in casi successivi, hanno optato per l’individuazione del tempus commissi delicti al momento del primo atto. Così, anche per i reati abituali, la norma applicabile sarebbe stata quella vigente nel momento in cui il soggetto aveva compiuto il primo degli atti poi reiterati. Questa soluzione si ispirava sicuramente a quella che è la ratio del principio di legalità o, meglio, del principio di irretroattività della legge penale[7]. Detto in modo più semplice: il soggetto deve rispondere per il fatto commesso proprio perché era consapevole del disvalore dello stesso, cioè, era a conoscenza della legge incriminatrice.

A questa tesi è però possibile formulare una critica: se si considerasse solo il primo atto, non si perderebbe l’essenza del reato abituale? Non si rischierebbe, cioè, di perdere di vista la considerazione unitaria di più condotte reiterate? In sostanza tutte le condotte successive alla prima sarebbero considerate alla stregua di un post factum[8] non punibile. Ecco allora che nel 1992, ben prima del caso esaminato, la Commissione Pagliaro aveva già proposto una soluzione in un’ottica di revisione del Codice penale (poi non attuata). La Commissione aveva ideato il seguente meccanismo: la legge da considerare non sarebbe quella riferita al primo atto bensì all’ultimo, ma si applicherebbe solo a partire dai quindici giorni successivi alla condotta. Questo consentirebbe una “sospensione” della legge, come una vacatio legis[9], al fine di concedere all’autore la possibilità di valutare se persistere o meno nella reiterazione. Ad oggi, dunque, permane il dibattito circa il tempus commissi delicit: a chi propone di considerare il momento del primo atto si contrappone chi conferisce rilevanza all’ultimo.

 

La configurabilità del tentativo

L’aspetto più complesso sul quale si è dibattuto in dottrina attiene alla configurabilità del tentativo nel reato abituale. Il delitto tentato, ai sensi dell’art. 56 c.p., è un reato non consumato, vale a dire che la norma prevista in astratto non si è poi concretizzata[10]. Così, ad esempio, l’omicidio è solo tentato a causa della mancata verificazione dell’evento morte. Per poter analizzare il tentativo è bene anzitutto precisare il momento consumativo in relazione ai diversi tipi di reato:

  • reati istantanei: si consumano al compimento dell’ultimo atto (come nell’impossessamento nel caso del furto);
  • reati permanenti: con la cessazione della condotta;
  • reati abituali: al compimento dell’ultimo atto così come descritto nel paragrafo precedente.

 

La configurabilità del tentativo nei reati abituali era certamente difficile con la vigenza del codice Zanardelli del 1889. Infatti il tentativo punibile richiedeva quanto meno l’azione tipica, quindi si riferiva ad una fase “esecutiva” del reato. In questo periodo si faceva poi la distinzione tra atti preparatori ed atti esecutivi, dove i primi non era punibili. Ecco allora che il reato abituale non era pensabile nella forma tentata: il verificarsi di quel minimum di cui si diceva sopra avrebbe integrato già di per sé la fattispecie consumata. In sostanza non rimaneva spazio alcuno per il tentativo proprio perché il reato era già perfetto essendosi verificato il quantum necessario (ad esempio due condotte reiterate).

Superata questa impostazione grazie al codice Rocco del 1930, ad oggi il tentativo punibile richiede il compimento di “atti idonei e non equivoci. La dottrina è oggi tutto sommato d’accordo nel ritenere possibile il tentativo nei reati abituali. Semplificando: il soggetto agente dovrebbe essere cosciente che il proprio atto dia origine a quella “stratificazione” di cui si diceva sopra, un atto che, cioè, si inserisce ad altri in un percorso causale. Il tutto con un’annotazione però: l’atto non deve sedimentarsi in modo da creare l’offesa abituale, giacché in questo caso ci sarebbe l’ipotesi consumata e non già tentata. Quindi analizzando gli elementi materiali emergerebbe che il soggetto dovrebbe essere consapevole che il suo atto, ancorché inoffensivo singolarmente, si innesca ad altri atti.

 

I maltrattamenti in famiglia e il reato abituale oggi

Per provare a rendere più tangibile la struttura del reato abituale si affronteranno di seguito due esempi: i maltrattamenti in famiglia e un caso particolare in cui rileva l’abitualità del reato.

La fattispecie di maltrattamenti contro famigliari e conviventi è regolata all’art. 572 c.p. Questa punisce chi maltratti un famigliare o ancora una persona a lui affidata per ragioni di cura, istruzione o per l’esercizio di una professione o un’arte. È, cioè una norma molto ampia che ha trovato la sua applicazione recente anche in contesti lavorativi. Il termine “famiglia” è dunque da intendersi in termini estensivi: non è necessaria la convivenza o il matrimonio; così, ad esempio, è stato applicato l’art. 572 in un caso di due soggetti che, seppur separati, avevano obblighi reciproci di assistenza e mantenimento.

La norma rappresenta un ottimo esempio di reato abituale proprio perché, ai fini della sua configurabilità, non è sufficiente un singolo atto di maltrattamento. Al contrario la vittima deve essere sottoposta ad un continuo stato di vessazione, come l’umiliazione, il senso di vergogna e anche la violenza di tipo fisico. Ecco allora che il giudice dovrà accertare la reiterazione di determinate condotte che si siano susseguite nel corso tempo. Il termine maltrattamento è certamente ampio e comprende sia quello fisico che quello emozionale, che spesso è di difficile individuazione.

Tale fattispecie è aggravata in alcuni casi: quando commessa ai danni di una donna incinta, di minori[11], disabili e in generale nelle ipotesi di violenza assistita. Sono poi previste delle circostanze aggravanti speciali (che, cioè, fissano una cornice di pena autonoma) quando dal fatto derivi una lesione personale grave, gravissima o addirittura la morte. Le pene previste sono, rispettivamente, di nove, quindici e ventiquattro anni nel massimo in riferimento alla morte.

L’aver commesso un reato abituale costituisce anche un importante indice ai fini della valutazione della cosiddetta “pericolosità generica”. Questo aspetto viene in rilievo, ad esempio, ai fini dell’applicazione della cosiddetta “confisca di presunzione”. Questa tipologia di confisca prescinde dall’emissione di una sentenza di condanna e può essere disposta dal giudice sulla sola base indiziaria. Pertanto ci si può riferire a reati specifici (pericolosità specifica) o meno (pericolosità generica). Con riferimento a quest’ultima si vanno a valutare due elementi in particolare: il reddito del soggetto e la commissione di reati abituali. Il primo elemento consiste nell’andare a provare, in concreto, che i beni provenienti da altro reato costituiscano quanto meno la fonte principale di reddito del soggetto.   Si pensi ad autori di reati che si mantengono proprio con il denaro sottratto ad altri. Il secondo elemento ai fini di valutare la pericolosità generica è rappresentato dalla commissione di reati abituali. Da questa previsione si evince dunque il peso che il legislatore ha voluto dare a questa tipologia di reati.

Da quanto detto fin qui è possibile effettuare alcune considerazioni sul reato abituale. Innanzitutto, questo va tenuto distinto da altre ipotesi che, ancorché simili come nomenclatura, sono profondamente diverse. Ad oggi si può dire che il reato abituale sia una figura complessa e che pone molti interrogativi su diversi punti. Primi fra tutti l’individuazione del tempus commissi delicti, del quantum, ma anche in termini di prescrizione e di concorso con altri reati. Ciò che è certo è che il reato abituale consente di incidere in modo rilevante sul trattamento sanzionatorio. Se questa figura non esistesse, per molti reati commessi l’unica soluzione sarebbe il cumulo materiale e dunque una somma delle diverse pene previste. Nonostante il disvalore insito nella sua natura, però, offre importanti spunti di riflessione per quanto riguarda la funzione preventiva della pena. Tra le fattispecie di durata, il reato abituale viene addirittura definito in dottrina come “eclettico, rarefatto ma insopprimibile”.

Informazioni

Il reato abituale, F. Bellagamba, Giappichelli, 2023

Diritto penale, lineamenti di parte speciale, R. Bartoli, M. Pelissero, S. Seminara, seconda ed.

Manuale di diritto penale, parte generale, C.F. Grosso, M. Pelissero, D. Petrini, P. Pisa, quarta ed.

[1] F. CARRARA, Programma del corso di diritto penale, Lucca, 1871. P. CAMPUS, Reato permanente, Sassari, 1902

[2] Con il termine quantum, in diritto, s’intende quanto necessario per la consumazione di un reato, cioè che cosa deve accadere per far sì che quel reato si sia in concreto realizzato.

[3] Quella soglia sotto la quale il fatto non sarebbe penalmente rilevante.

[4] Il tempus commissi delicti, in diritto, rappresenta il momento in cui il reato si è consumato e, di conseguenza, la legge applicabile al caso concreto. È infatti possibile che al momento del giudizio sia cambiata la normativa di riferimento.

[5] Il favor rei consiste nell’applicare il trattamento più favorevole al soggetto autore di reato, come una norma che preveda una pena più bassa.

[6] Sez.un., 19 luglio 2018, n. 40986.

[7] Si tratta di uno dei principi cardini del diritto penale. Per comprendere meglio questo importante baluardo del diritto rimando al seguente articolo: L’irretroattività della legge penale – DirittoConsenso.

[8] Ciò che si verifica dopo l’aver commesso il fatto di reato, e in quanto tale non punibile.

[9] Il periodo intercorrente tra la pubblicazione di una norma e la sua effettiva entrata in vigore.

[10] Rinvio per maggiori informazioni al seguente articolo: Il tentativo – DirittoConsenso.

[11] Per un approfondimento sul reato di maltrattamenti su minori, rinvio a quest’altro articolo su DirittoConsenso: Maltrattamenti sui minori – DirittoConsenso.