In nome della tutela dell’ambiente c’è una nuova direttiva UE sui crimini ambientali. Vediamo i principi ed il contenuto

 

Introduzione: la Direttiva UE sui crimini ambientali e i suoi obiettivi

È in procinto di entrare in vigore[1] una Direttiva[2] del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla tutela penale dell’ambiente i cui considerando sono illuminanti per la comprensione del valore che viene attribuito a questa entità.

La Direttiva UE sui crimini ambientali non si limita infatti a perseguire espressamente la sua salvaguardia e il miglioramento della sua qualità: la transizione verde è ritenuta un obiettivo fondamentale anche in considerazione delle sue implicazioni intergenerazionali e i reati ambientali sono concepiti come pregiudizievoli anche socialmente.

Tale peculiare rilievo sociale attribuito alla tutela ambientale si riflette su interessanti disposizioni, quali la necessità di fornire protezione ai c.d. informatori, cioè persone che denunciano questo tipo di illecito e che possono temere ritorsioni, oppure la possibilità per i membri del “pubblico interessato“ di agire per conto dell’ambiente in quanto bene pubblico, ad esempio con lo strumento processuale della costituzione di parte civile nel processo penale (istituto che permette di far valere pretese risarcitorie per danni da reato direttamente in sede penale).

In merito all’approccio di intervento, la Direttiva UE sui crimini ambientali dichiara di avvalersi dei principi di:

  • precauzione,
  • azione preventiva,
  • correzione alla fonte dei danni causati all’ambiente e
  • responsabilità per chi inquina.

 

Il provvedimento prevede la necessità di sanzioni dissuasive, deterrenti, effettive e proporzionate e chiede espressamente che siano penali anche in quanto portatrici di maggiore riprovevolezza sociale rispetto alle sanzioni amministrative.

Esso stabilisce altresì che l’Unione Europea possa intervenire sulla base del principio di sussidiarietà previsto dall’articolo 5 del Trattato sull’Unione Europea, cioè in supporto ai singoli Stati nelle materie non di esclusiva competenza UE, in quanto gli obiettivi di definire comunemente i reati ambientali e prevedere sanzioni penali possono essere meglio perseguiti a livello di Unione piuttosto che dai singoli membri, anche in ragione della condotta transfrontaliera di questo tipo di illecito[3].

 

Gli elementi costitutivi del reato ambientale

In merito a quegli elementi di fatto che identificano il reato, la Direttiva UE sui crimini ambientali fornisce alcuni parametri di riferimento: l’equiparazione tra condotte attive e omissive, la perseguibilità di reati commessi grazie al possesso delle prescritte autorizzazioni ottenute tuttavia con corruzione, estorsione o coercizione; la punibilità anche di istigazione, favoreggiamento, concorso nel reato, tentativo.

Tra gli autori dei reati, ai fini dell’applicazione della Direttiva, sono esclusi gli Stati, le istituzioni pubbliche e le organizzazioni internazionali pubbliche, ma i singoli ordinamenti nazionali possono adottare proprie norme, anche più rigorose, per la responsabilità di tali soggetti.

La definizione di reato ambientale è molto ampia e omnicomprensiva, riguardando qualsivoglia violazione di quelle norme del diritto dell’Unione che contribuiscono al perseguimento di politiche in materia ambientale. La Direttiva contiene un elenco alquanto prolisso, ma i singoli Stati saranno poi chiamati a definire in maniera tassativamente precisa ed esatta i singoli reati.

Il provvedimento attribuisce rilevanza al criterio della soglia quantitativa o qualitativa di danno, superata la quale si ha rilevanza penale. Proprio a proposito del danno, coerentemente con la concezione del reato ambientale come pregiudizievole sia per l’uomo che per la natura, esso può prodursi anche sull’essere umano sottoforma di decesso o lesioni gravi, intendendosi per lesione un qualsiasi tipo di danno fisico, anche temporaneo, ad eccezione della salute mentale, mentre sui danni all’ambiente rilevano quelli alla qualità dell’aria, dell’acqua o del suolo, a un ecosistema, a fauna o flora, agli habitat, alle comunità di piante, animali, funghi, microrganismi, ai loro meccanismi di interazione, oppure ai c.d. servizi ecosistemici, attraverso cui un ecosistema contribuisce direttamente o indirettamente al benessere umano.

La Direttiva tratta inoltre l’elemento soggettivo, cioè dello stato psicologico che deve accompagnare il reo nel momento in cui commette il reato affinché il suo comportamento sia penalmente rilevante. Si richiede la punizione non solo a titolo di dolo, quindi di piena rappresentazione e volontà del fatto, ma anche per grave negligenza nonché per il c.d. dolo eventuale, cioè il caso in cui il reo si rappresenti la possibilità che la propria condotta possa causare l’evento di danno ma accetti comunque questo rischio, pur non volendolo in senso stretto (dunque, un dolo che si caratterizza per un elemento volitivo meno intenso).

 

Le circostanze del reato ambientale

La Direttiva UE sui crimini ambientali prevede altresì, agli articoli 8 e 9, l’introduzione, negli ordinamenti degli Stati membri, di circostanze sia aggravanti che attenuanti, vale a dire la valorizzazione di eventi o fatti diversi rispetto al reato in sé che sono idonei ad aggravare o ad attenuare la pena applicabile.

Tra le circostanze aggravanti, ad esempio, ci sono la distruzione o la produzione di danni rilevanti, duraturi o irreversibili a un ecosistema, la commissione del reato da parte di un‘organizzazione criminale o da un funzionario pubblico nell’esercizio delle sue funzioni, la commissione attraverso l’uso di documenti falsi o contraffatti, la condanna definitiva precedente per reati della stessa indole, l’aver commesso il fatto per ottenere benefici finanziari o per evitare spese rilevanti, la distruzione di prove o la minaccia a testimoni o a denuncianti.

Tra le circostanze attenuanti, ad esempio, ci sono il ripristino dell‘ambiente, l’adozione di misure riduttive dell’impatto al minimo o che pongano rimedio al danno causato, la denuncia all’Autorità di informazioni, che altrimenti non sarebbero state reperibili, utili per identificare correi o per acquisire elementi di prova.

 

Le sanzioni

La Direttiva UE sui crimini ambientali fornisce indicazioni puntuali sulle sanzioni da comminare sia alle persone fisiche che alle persone giuridiche.

In particolare, per le persone fisiche richiede di stabilire i livelli minimi per la reclusione massima, avvalendosi già dei reati di omicidio (nelle sue varie accezioni: dolose, dunque connotate da intenzionalità, o colpose, dunque connotate da negligenza, imprudenza o imperizia) ove il reato ambientale comporti lo stesso effetto.

Tale livello minimo di reclusione massima è specificamente quantificato dalla stessa Direttiva, all’articolo 5: in base al tipo di reato e alla produzione o meno dell’evento morte, tale limite può essere di dieci, otto, cinque o tre anni, oltre alla possibilità di applicare sanzioni accessorie.

Per le persone giuridiche, sono punibili non solo condotte attive commesse da chi ha la rappresentanza dell’ente, poteri decisionali o di controllo, ma anche le negligenze di sorveglianza e tale responsabilità, ascrivibile all’ente, non esclude la parallela responsabilità personale. L’articolo 7 della Direttiva UE sui crimini ambientali quantifica la sanzione per l’ente in base al tipo di reati, avvalendosi in alternativa o di una percentuale del fatturato totale mondiale dell’ente o di una specifica cifra in euro (da € 24.000.000,00 a € 40.000.000,00).

Per le persone giuridiche, inoltre, il provvedimento UE focalizza l’attenzione sulle sanzioni accessorie, quali ad esempio l’obbligo di ripristino dei luoghi, l’esclusione dall’accesso a finanziamenti, gare o sovvenzioni e i ritiri di permessi, anche in quanto ritenute più efficaci di quelle puramente economiche.

Le suddette sanzioni non integrano un elenco tassativo: la Direttiva prevede che possano essere più severe in caso di effetti più gravi, ammettendo l’introduzione negli Stati della condotta di c.d. ecocidio, già vigente in alcuni ordinamenti.

Infine, essa prescrive l’uso dei beni confiscati per finanziare il ripristino dell’ambiente o riparare i danni cagionati con il reato.

 

La prescrizione

La Direttiva UE sui crimini ambientali si preoccupa altresì di determinare i termini di prescrizione per i reati ambientali, all’articolo 11.

Vengono individuati due parametri per il dies a quo, cioè il giorno da cui il termine di prescrizione inizia a decorrere; poi, per ciascuno di essi, si determina la durata in base sia alla pena in concreto comminata, sia a quella astrattamente prevista dalla norma per il reato considerato.

Un metodo alquanto articolato, riassumibile in questi termini:

  • almeno 10 anni dal tempus commissi delicti, cioè dal momento in cui il reato si è consumato, per i reati punibili con pena massima pari ad almeno 10 anni di reclusione;
  • almeno 5 anni dal tempus commissi delicti per i reati punibili con la pena massima di almeno 5 anni di reclusione;
  • almeno 3 anni dal tempus commissi delicti per i reati punibili con la pena massima pari ad almeno 3 anni di reclusione.

Oppure:

  • almeno 10 anni dalla data della sentenza definitiva nei seguenti, alternativi, casi:
  • pena detentiva superiore ai 5 anni di reclusione, oppure
  • reato per cui è prevista la pena detentiva massima di almeno 10 anni di reclusione;
  • almeno 5 anni dalla data della sentenza definitiva nei seguenti, alternativi, casi:
  • pena detentiva superiore a un anno di reclusione, oppure
  • reato per cui è prevista la pena massima di almeno 5 anni di reclusione;
  • almeno 3 anni dalla data della sentenza definitiva nei seguenti, alternativi, casi:
  • pena detentiva fino a un anno di reclusione, oppure
  • reato per cui è prevista la pena massima di almeno 3 anni di reclusione.

 

Gli Stati, in deroga a queste disposizioni, possono prevedere un termine di durata tra i 5 e i 10 anni, purché possa essere interrotto o sospeso tramite atti specifici.

Con l’interruzione, al verificarsi del fatto che la produce il termine riprende a decorrere da capo, mentre con la sospensione il termine, venuta meno la causa sospensiva, riprende a decorrere da dove si era interrotto.

In entrambi i casi si produce un allungamento del termine di prescrizione; per questo motivo la Direttiva prevede che gli Stati possano disciplinare una durata derogatoria rispetto a quella prevista solo a questa condizione: per garantire quanto più possibile l’effettiva punizione di questi reati ed evitare che il procedimento penale si concluda con un proscioglimento per intervenuta prescrizione.

 

Riflessioni conclusive

Dal sintetico, non esaustivo, quadro sopra delineato emerge un intervento dell’Unione Europea molto pregnante se posto in rapporto alla materia di cui si occupa, ovvero il diritto penale.

Questa branca del diritto, infatti, è più di altre connessa sensibilmente all’ordinamento nazionale: considerando che può comportare anche, a titolo di sanzione, la reclusione o comunque forme di limitazione della libertà personale (ad esempio misure cautelari personali), ha come scopo il bilanciamento tra i diritti fondamentali dell’individuo e la pretesa punitiva e coercitiva dello Stato, secondo la sensibilità e il sistema di valori del consesso sociale cui questo diritto si rivolge, cioè ciascuno Stato nazionale.

Una normativa sovranazionale che impone dall’alto addirittura la durata della pena della reclusione e della prescrizione manifesta una volontà di intervento molto incisivo negli ordinamenti di tutta l’Unione, nonostante possano esservi, sul tema, sensibilità diverse nei vari Stati membri in punto di disvalore sociale dei reati ambientali, anche perché nella parte dei considerando la Direttiva valorizza espressamente le diversità delle regioni europee.

Il sistema di determinazione degli intervalli di pena detentiva e di durata della prescrizione è intricato: probabilmente si è voluto intervenire sensibilmente ma senza peccare di “invasione di sovranità“, critica prevedibile nel caso in cui i suddetti termini fossero stati fissati in maniera certa direttamente dall’Unione Europea. Insomma, la Direttiva UE ha cercato di mantenere un delicato equilibrio.

Trattandosi poi di una Direttiva, necessiterà di un decreto attuativo nel nostro ordinamento: sarà interessante vedere come si definirà il “pubblico interessato” legittimato a costituirsi parte civile nei procedimenti penali. Personalmente ritengo che questa espressione possa legittimare i c.d. “danneggiati da reato”, cioè soggetti non destinatari diretti dell’evento di danno previsto dalla norma (non, quindi, persone offese) ma che comunque hanno subìto un pregiudizio dalla condotta criminosa. Ad esempio, un reato ambientale può cagionare lesioni a un soggetto e legittimare tutti gli abitanti della medesima zona, in quanto anche loro esposti al medesimo rischio. Non ritengo possa legittimare altri soggetti giuridici che intervengono sul tema, come le associazioni ambientaliste.

L’esclusione delle malattie mentali tra le lesioni rilevanti come danno da reato ambientale potrebbe altresì verosimilmente escludere dai legittimati a costituirsi parte civile quelle persone che, in televisione o in occasioni pubbliche, hanno denunciato la c.d. ecoansia, stato psicologico comunque non riconducibile alla malattia mentale.

Si aggiunga che, in merito alle circostanze aggravanti e attenuanti, alcune sono simili, se non proprio coincidenti, a norme già esistenti nel nostro ordinamento: il precedente per reato della stessa indole è la nostra recidiva prevista dall’art. 99 del Codice Penale, l’adozione di misure che riducono il danno è riconducibile alla circostanza attenuante già prevista all’art. 62 n. 6 del Codice Penale.

Le disposizioni sulla protezione dei c.d. informatori ricordano molto quelle relative ai c.d. whistleblowers, soggetti che denunciano illeciti lesivi di interessi pubblici nelle società e/o negli enti pubblici. La normativa già prevista in materia di whistleblowing[4] potrebbe trovare attuazione anche in questa materia.

Insomma, il legislatore italiano è chiamato ad un’importante verifica di compatibilità e coordinamento tra le disposizioni della Direttiva UE sui crimini ambientali e le norme già esistenti, nel (personale) auspicio che il legislatore intervenga direttamente sul già esistente Testo Unico Ambiente, il Decreto Legislativo n. 152/2006 e non introduca nuovi riferimenti normativi che complicherebbero il sistema delle fonti del diritto.

Infine, vale sempre la pena di ricordare l’importanza dei considerando, valorizzati nel primo paragrafo del presente contributo: essi delineano la ratio delle disposizioni che verranno introdotte nel nostro ordinamento, costituendo dunque un valido criterio ermeneutico (cioè, di interpretazione) in casi di dubbi sul significato tecnico-letterale delle norme attuative.

Informazioni

Direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio del 13/03/2024;

Codice Penale;

Decreto Legislativo n. 152/2006;

Il whistleblowing: la nuova normativa”, Lara Gallarati, DirittoConsenso.it, 12/06/2023: https://www.dirittoconsenso.it/2023/06/12/il-whistleblowing-la-nuova-normativa/

[1] Il Parlamento Europeo ha approvato il testo in data 27/02/2024, il Consiglio, al 21/03/2024, ancora non ha deliberato.

[2] La Direttiva è un atto dell’Unione Europea che vincola gli Stati membri al perseguimento di determinati obiettivi, che i singoli devono attuare nel proprio ordinamento attraverso l’emanazione di decreti attuativi. Diversamente, il Regolamento è self-executing, cioè direttamente applicabile in ogni Stato membro senza necessità di alcuna legge di attuazione.

[3] L’Irlanda e la Danimarca non hanno adottato tale Direttiva, dunque non ne sono vincolate e non sono soggette alla sua applicazione.

[4] Per gli elementi essenziali di questa disciplina: “Il whistleblowing: la nuova normativa”, Lara Gallarati, DirittoConsenso.it, 12/06/2023: https://www.dirittoconsenso.it/2023/06/12/il-whistleblowing-la-nuova-normativa/.