Tra i molteplici meccanismi posti a tutela della struttura repubblicana dello Stato italiano, i padri costituenti hanno previsto, all’articolo 139 della Costituzione, una norma fondamentale per la tutela ultima della stabilità nazionale

 

Contesto storico

L’analisi normativa che viene proposta sull’articolo 139 della Costituzione richiede un breve excursus storico che consegna al lettore il necessario contesto in cui è stata adottata la Costituzione italiana.

La prima forma di Stato sperimentata nel territorio italiano, ovvero il Regno d’Italia, già era dotata di una costituzione nella forma dello Statuto Albertino. Adottato nel 1848, durante la cosiddetta primavera dei popoli[1], lo Statuto Albertino era una carta che risentiva moltissimo delle prime esperienze costituzionali che andavano man mano affermandosi in Europa e nel mondo. Già la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America del 1776, con cui le tredici colonie si auto-proclamarono indipendenti dall’Impero di Gran Bretagna, aveva posto le basi concettuali che caratterizzeranno le costituzioni europee (benché non si trattasse di una costituzione vera e propria): l’idea di una carta fondamentale, sovraordinata, quantomeno concettualmente, a qualsiasi altra norma dell’ordinamento, che sancisce o almeno menziona per la prima volta i diritti degli individui che compongono lo Stato in tipico stile giusnaturalista.

Alla rivoluzione americana seguirono i tumulti nel regno di Francia, che portarono alla deposizione di Luigi XVI, allora sovrano, e che causarono lo scoppio della Rivoluzione francese del 1789. Anche in quella circostanza i moti rivoluzionari erano sorti dal malcontento del popolo nei confronti della monarchia e dalla rivendicazione del potere e dei diritti nei confronti di Versailles.

Quanto premesso, lungi dall’essere strettamente attinente al tema oggetto del presente articolo, permette di comprendere come già nell’Ottocento vari stati si erano impegnati nella definizione e promulgazione delle prime costituzioni intese come leggi fondamentali. Si trattava, fisiologicamente, di testi tutt’altro che articolati, che contenevano quasi esclusivamente norme di principio.

Nel caso italiano, lo Statuto Albertino fu promulgato su iniziativa del sovrano del Regno Sabaudo, il Re Carlo Alberto, il 5 marzo 1848 e rimase formalmente in vigore sino al 1° gennaio 1948, data in cui la Costituzione italiana entrò in vigore.

 

La Costituzione: i primi passi

L’idea di adottare un testo fondamentale che potesse fungere da base del futuro Stato italiano era diffusa già all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale: una norma che potesse fornire degli argini chiari alle derive totalitarie che l’Italia aveva sperimentato durante il conflitto e che bandisse con ogni strumento moti estremisti di qualsivoglia corrente politica.

Come è noto, la guerra terminò formalmente nell’agosto 1945, quando lo sgancio degli unici due ordigni nucleari mai utilizzati per fini bellici dimostrò al mondo l’orrore che la tecnica e la scienza avevano raggiunto[2].

La fine del 1945 sancisce, dunque, l’inizio della ricostruzione che interessò maggiormente – e per ovvie ragioni – gli Stati che da quel conflitto erano usciti sconfitti[3]. Anche l’Italia usciva dal conflitto in condizioni complicate, e non soltanto da un punto di vista meramente economico e sociale.

Il belpaese aveva vissuto gli orrori del segregazionismo nazi-fascista ed era stato protagonista di una deriva totalitaria che al suo apice aveva comportato la mercificazione dell’uomo e la sua riduzione a oggetto di scambio e mezzo di produzione. Era necessario, dunque, ricostruire il paese dalle fondamenta e ciò portò al referendum del 2 giugno 1946, data fondamentale nella storia italiana. Oltre a sancire la nascita della Repubblica Italiana, con la maggioranza dei cittadini che espresse una preferenza per un regime democratico in luogo dell’alternativa monarchica, il referendum del ’46 segnò la prima volta in cui anche le donne furono chiamate al voto nella storia italiana[4].

Scelta la forma di stato che avrebbe caratterizzato l’Italia, era necessario dotarla di una carta fondamentale che, come già ampiamente indicato nelle premesse sopra esposte, fungesse da garante ultima dei diritti dei cittadini e della stabilità della Nazione. La stesura del testo fu affidata all’Assemblea Costituente, le cui sedute si svolsero tra il 25 giugno 1946 e il 31 gennaio 1948. La composizione della Costituente fu per scelta eterogenea, consentendo a tutte le frange politiche di dare un proprio contributo alla stesura della Costituzione.

 

La forma di governo repubblicana: tra principi fondamentali e democrazia partecipativa

Memore della terribile esperienza vissuta con il regime mussoliniano, la Costituente bandì sin da subito qualsivoglia riproposizione dell’esperienza fascista. E così recita la famosa XII disposizione transitoria e finale[5], secondo cui “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”.

Un altro punto essenziale era porre l’accento sulla natura democratica e repubblicana del neonato Stato italiano. I primi articoli sono a questo dedicati, a partire dall’articolo 1, secondo cui “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Seguono, a questa norma, una serie di disposizioni tradizionalmente indicate come articoli fondamentali e che giungono sino all’articolo 12. Questa sezione è dedicata al riconoscimento dei diritti dei cittadini (per la prima volta definiti come “inviolabili”), alla cristallizzazione del principio di uguaglianza (tanto formale quanto sostanziale), e al tema della sovranità, che molto si ricollega all’articolo 139, oggetto di questo scritto.

Secondo l’articolo 1 della Costituzione, difatti, “la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il secondo capoverso della disposizione con cui esordisce la Costituzione è particolarmente rilevante, sotto diversi punti di vista. In primis, ancora una volta, adotta, nella stesura del testo, un approccio giusnaturalista. La scelta della perifrasi secondo cui la sovranità appartiene al popolo non è casuale. Il legislatore intese adottare il concetto di appartenenza al fine di rovesciare la concezione hobbesiana secondo cui il popolo, per garantire la coesistenza degli uomini, delega i diritti ed i poteri ad una figura astratta, il Leviatano, l’incarnazione dello stato assoluto in senso moderno, il quale è responsabile della gestione della vita sociale dello stato medesimo. L’articolo 1, diversamente, affida quel potere al popolo che ne diventa esso stesso amministratore e responsabile.

Particolarmente importante è poi il periodo che conclude questo articolo. Il popolo, difatti, è chiamato ad esercitare la sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione. Ancora una volta, dunque, la Costituente intese, con un raffinato gioco linguistico, limitare i poteri stessi dello Stato, che possono essere esercitati solamente secondo i crismi indicati nella carta fondamentale. Questa diventa, dunque, contemporaneamente norma generatrice e norma limitatrice di quegli stessi poteri. Questa concezione è senz’altro figlia di un’altra opera fondamentale sulla moderna teoria della separazione dei poteri secondo cui “Chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva sin dove non trova limiti […]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere[6].

 

L’articolo 139 della Costituzione, in dettaglio

Giungiamo, così, alla prescrizione protagonista di questo elaborato.

L’articolo 139 è strutturalmente l’ultima norma della Costituzione ma, a dispetto della sua collocazione, è la disposizione più importante. “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Questa norma funge da chiusura della Costituzione e si erge a tutela ultima di tutti i diritti che sono ivi enucleati.

Come abbiamo avuto modo di vedere, difatti, gli articoli fondamentali della Costituzione sono riconosciuti in virtù della forma di Stato che viene palesata nella Costituzione stessa, ovvero la Repubblica (cfr. articolo 1). L’articolo 139 si ricollega alla prima disposizione affermando che, non soltanto l’Italia è una repubblica, ma che la forma repubblicana non può essere modificata mediante gli strumenti messi a disposizione dall’ordinamento.

La Costituzione, ideata come carta rigida e lunga[7], tollera modifiche al suo testo (che sono, invero, soggette ad una procedura complessa che richiede maggioranze consistenti)[8], ma le possibilità di alterarne il contenuto non possono riguardare l’articolo 139. I diritti esistono nel nostro ordinamento in quanto repubblica e l’immutabilità della natura democratica della nazione è affidata all’articolo 139. Per questi motivi, esso si erge a vera norma fondamentale della Costituzione e a disposizione essenziale dell’ordinamento.

Sia chiaro, questo ragionamento non tollera obiezioni se ci si muove all’interno dei meccanismi della legalità. È ovvio che la forma repubblicana dello stato è immutabile secondo le leggi dello stato stesso, ma non lo è in assoluto. Laddove si consumasse una rivoluzione destinata a soverchiare la struttura dello stato, nulla impedirebbe ai suoi promotori di imporre, per esempio, un regime totalitario o una dittatura e a nulla potrebbe, nei fatti, servire la previsione dell’articolo 139. In un caso (distopico, verrebbe da dire) come questo, però, non avrebbe neppure senso chiamare in causa questa norma. La forza di una regola, difatti, non le appartiene in assoluto, ma dipende dal grado di autorevolezza che i consociati, destinatari di quella stessa regola, le attribuiscono.

 

Conclusioni

Alcune riflessioni finali sul tema. L’articolo 139 è una norma di chiusura che presidia non soltanto i diritti e gli obblighi riconosciuti all’interno della Costituzione, ma l’intero sistema giuridico, sociale ed economico dello Stato.

La Repubblica Italiana non potrebbe esistere in assenza di una norma come quella in rubrica e neppure i suoi cittadini. A colpo d’occhio si comprende la centralità di questa disposizione, che paradossalmente quasi mai è oggetto di studi o approfondimenti neppure da parte degli specialisti del settore.

Informazioni

Inserisci qui la bibliografia

[1] Con primavera dei popoli si fa riferimento ai moti rivoluzionari del 1848, rivolte di natura liberale e democratica che avevano l’obiettivo di sostituire le vecchie strutture monarchiche con la creazione di stati-nazione indipendenti.

[2] Little Boy e Fat Man[2] – questi i nomi in codice, rispettivamente, della bomba Mk. 1 e Mk. 2. Little Boy fu detonata il 6 agosto 1945 su Hiroshima, mentre Fat Man fu fatta esplodere sopra i cieli di Nagasaki il 9 agosto 1945 – costrinsero l’Impero nipponico, già in sofferenza a causa di un conflitto lungo e dispendioso per le risorse giapponesi, alla resa incondizionata che fu firmata ai termini dettati dagli Stati Uniti d’America a bordo della nave da battaglia statunitense USS Missouri il 2 settembre 1945.

[3] La Germania fu divisa in zone d’influenza che determinarono la costituzione dei blocchi – USA e URSS – destinati ad essere protagonisti di quella che da allora in poi prenderà il nome di guerra fredda.

[4] Sebbene, a onore del vero, è necessario precisare che le prime elezioni a svolgersi con suffragio universale furono le amministrative del 1946, che si celebrarono a partire dal 10 marzo dello stesso anno.

[5] Il fine ultimo delle disposizioni transitori e finali era quello di gestire il passaggio dal precedente ordinamento a quello repubblicano.

[6] Trattasi del capolavoro del filosofo francese Montesquieu “Lo spirito delle leggi” in cui data per la prima volta forma alla teoria sulla separazione dei poteri dello Stato.

[7] Queste sono le caratteristiche principali che distinguono le costituzioni moderne dai testi ottocenteschi menzionati all’apice di questo testo. Le costituzioni recenti sono rigide, ovvero non possono essere modificate per mezzo di leggi ordinarie, ma solamente da leggi di revisione costituzionale. Esse sono, poi, lunghe, non limitandosi a disporre l’organizzazione dello stato e a garantire le libertà civili, ma riconoscendo i diritti degli individui.

[8] Per un approfondimento sulla procedura di revisione costituzionale in Italia si consiglia la lettura del seguente scritto: La revisione costituzionale: tra procedimento e limiti – DirittoConsenso.