Analisi giuridica dell’origine e funzionamento dell’Alleanza e della clausola di difesa del Trattato NATO

 

Le origini del Trattato Nord Atlantico per comprendere la clausola di difesa

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il 4 aprile 1949, l’Europea occidentale e gli alleati di oltreoceano siglarono un accordo di alleanza politica e di difesa, che determinasse anche la loro lontananza ideologica rispetto all’Unione Sovietica. Tale accordo è racchiuso all’interno del cosiddetto Trattato Nord Atlantico (North Atlantic Treaty), che inizialmente ha visto come stati firmatari Belgio, Canada, Danimarca, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito e Stati Uniti. Ad oggi, a seguito di un processo di allargamento che ha visto nuovi ingressi negli anni 50, 90, primi 2000, e i recentissimi di Finlandia (2023) e Svezia (2024), la NATO conta 32 paesi membri.

Lo scopo principale di questa alleanza era quello di garantire la sicurezza e la collaborazione collettive tra le due sponde dell’oceano Atlantico, in virtù degli albori della guerra fredda e della divisione della Germania in due stati diversi. Anche se la NATO non intervenne mai nella guerra fredda, la sua presenza fu considerata come un deterrente per le mire espansionistiche dell’Unione Sovietica e garantì la stabilità di un equilibrio precario.

Così come affermato nel preambolo e dagli articoli 1,2 del Trattato, in collaborazione con le Nazioni Unite, la NATO intende promuovere i valori democratici di pace e libertà e di risoluzione pacifica delle controversie internazionali. Tuttavia, in caso di fallimento di tali sforzi diplomatici, la NATO si riserva il potere di intraprendere operazioni militari nella gestione di crisi internazionali, che dovranno essere condotte in base al dettato dell’articolo 5 del Trattato o dietro mandato delle Nazioni Unite, autonomamente o in collaborazione con altre organizzazioni internazionali.

La NATO fin da subito si dotò di un organo decisionale, che orientasse le scelte fondamentali per l’organizzazione: il Consiglio del Nord Atlantico. L’articolo 9 del Trattato, infatti, ne istituisce le caratteristiche fondamentali. La sua funzione principale è quella di sovraintendere il processo politico e militare relativo alle questioni di sicurezza, priorità dell’Alleanza. All’interno del Consiglio, siedono i rappresentanti dei paesi membri al fine di discutere delle questioni politiche o operative care all’Alleanza, costituendo così un forum di consultazione per i suoi membri.

 

Le funzioni dell’organizzazione e la clausola di difesa del Trattato NATO

La NATO è tenuta a seguire il principio di difesa collettiva, secondo il quale un’aggressione a uno dei suoi membri è equivalente a un’aggressione alla totalità.

Tale principio è racchiuso all’interno dell’articolo 5 del Trattato:

Le parti convengono che un attacco armato contro una o più di esse in Europa o nell’America settentrionale sarà considerato come un attacco diretto contro tutte le parti, e di conseguenza convengono che se un tale attacco si producesse, ciascuna di esse, nell’esercizio del diritto di legittima difesa, individuale o collettiva, riconosciuto dall’art. 51 dello Statuto delle Nazioni Unite, assisterà la parte o le parti così attaccate intraprendendo immediatamente, individualmente e di concerto con le altre parti, l’azione che giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata, per ristabilire e mantenere la sicurezza nella regione dell’Atlantico settentrionale. Ogni attacco armato di questo genere e tutte le misure prese in conseguenza di esso saranno immediatamente portate a conoscenza del Consiglio di Sicurezza. Queste misure termineranno allorché il Consiglio di Sicurezza avrà preso le misure necessarie per ristabilire e mantenere la pace e la sicurezza internazionali.”

 

L’art. 51 della Carta ONU del 1945 afferma il principio di autodifesa[1], individuale o collettiva, come diritto naturale nel caso di attacco armato, nel mentre dei lavori del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale.

È utile a questo punto fare riferimento alla definizione di attacco armato, fornita dall’art. 6 del Trattato Nord Atlantico[2]. In particolare, il testo fa riferimento a due diverse ipotesi: un attacco contro il territorio dei paesi membri e contro le forze di terra, navali o aeree dei paesi membri, che si trovino nei rispettivi territori.

 

L’applicazione dell’articolo 5: l’esperienza in Afghanistan e le diverse missioni

Finora l’articolo 5 è stato invocato solo una volta, nel 2001, in occasione degli attacchi terroristici dell’11 settembre negli Stati Uniti.

Il giorno successivo agli eventi dell’11 settembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò la risoluzione 1368, nel cui preambolo si riconosceva il diritto di legittima difesa individuale e collettiva riconosciuto agli Stati Uniti[3].

Per di più, lo stesso 12 settembre 2001, il Consiglio Atlantico della NATO adottò una determinazione nella quale veniva dichiarato che, qualora fosse stata accertata l’origine esterna degli attacchi terroristici, avrebbe trovato applicazione l’articolo 5 del Trattato NATO, ai sensi del quale un attacco armato contro un membro dell’Alleanza deve essere considerato come un attacco contro tutti i suoi membri.

Le operazioni militari sono proseguite provocando la caduta del regime talebano in Afghanistan e la costituzione, a seguito della Conferenza di Bonn del 5 dicembre, di un governo ad interim, con il compito di governare il Paese per i primi sei mesi del 2002.

La missione ISAF (International Security Assistance Force) ha svolto attività di supporto al Governo afghano nel mantenimento della sicurezza. Attraverso la conduzione di operazioni militari secondo il mandato ricevuto, ha prestato il proprio contributo ad azioni umanitarie e di ricostruzione (peace-enforcement) in cooperazione con le altre forze internazionali[4]. La missione è stata costituita a seguito della risoluzione autorizzativa 1386 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che, attribuiva alla missione, in base al dettato del Capitolo VII della Carta, la possibilità di “take all necessary measures”.

Il disimpegno delle truppe internazionali dalle operazioni sul campo e il progressivo ridispiegamento dei contingenti, di fatto, hanno messo in evidenza le difficoltà che le Forze di sicurezza afghane – le Afghan National Security Forces (ANSF) – riscontrarono nel garantire la sicurezza sul territorio. Il moltiplicarsi dei fronti di combattimento, da un lato, e il sostegno prestato alle forze ribelli in molte aree, dall’altro, determinarono la necessità di un nuovo assetto all’intera missione. E dunque, a seguito della conclusione della missione ISAF, la NATO diede vita alla missione Resolute Support (RS) a partire dal gennaio 2015.

Dal 2020, la NATO ha abbandonato l’Afghanistan a seguito dell’accordo di Doha tra l’amministrazione Trump, le forze talebane e il governo di Kabul. Il 15 agosto 2021 i Talebani hanno nuovamente attuato il proprio regime, occupando militarmente la capitale afghana Kabul e instaurando l’Emirato Islamico dell’Afghanistan.

 

Conclusioni

La NATO costituisce una delle barriere difensive principali del mondo Occidentale e fonda il suo interno funzionamento sul dettato dell’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico.

Tale articolo, infatti, autorizza i membri dell’Alleanza all’uso della forza e alla difesa dei suoi stati, nel caso di attacco armato contro uno degli stessi. Tuttavia, all’interno del testo del trattato, viene esplicitamente richiamato da un alto la totale conformità rispetto ai principi di pace e sicurezza internazionale enunciati nella Carta dell’ONU, dall’altro la rivendicazione del diritto di autodifesa degli stati.

Soltanto una volta nella storia dell’esistenza dell’organizzazione, l’articolo 5 è divenuto operativo: l’11 settembre 2001. La NATO, su autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, ha poi lanciato una missione in Afghanistan, che lottasse contro il terrorismo e ricostruisse le fondamenta di un nuovo stato afghano. Tale missione, dapprima sotto il nome di ISAF e poi divenuta Resolute Support, ha visto il dispiegarsi di contingenti internazionali per circa 20 anni sul territorio afghano. Dal 2020, tuttavia, il Paese è caduto di nuovo sotto il controllo delle forze talebane, dopo l’abbandono totale dell’Occidente di questi territori.

Informazioni

Camera dei Deputati, Servizio Studi – Dipartimento difesa, Informazioni sulla missione italiana in Afghanistan (Estratto, con aggiornamenti, dal dossier La Missione italiana in Afghanistan 30 marzo 2010) n. 144, 18 maggio 2010.

Carta delle Nazioni Unite (1945).

Corte Internazionale di Giustizia, caso Nicaragua vs Stati Uniti (1986).

F. Manenti, P. Barberini, Afghanistan 2001-2021: il futuro del paese tra disimpegno internazionale e processo di riconciliazione inter-afghano, in Osservatorio di Politica Internazionale, CeSI, maggio 2021.

NATO Website: https://www.nato.int/.

North Atlantic Treaty (1949).

Osservatorio di politica internazionale, Le incognite per l’Afghanistan nel passaggio da ISAF a Resolute Support, settembre 2015.

Parlamento italiano: https://leg16.camera.it/561?appro=769.

UN Doc. S/RES/1368, 12 settembre 2001.

[1] Per un approfondimento sull’autodifesa nel diritto internazionale: L’autodifesa nel diritto internazionale – DirittoConsenso.

[2] Anche la giurisprudenza internazionale si è espressa sull’argomento. Infatti, la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), nel caso Nicaragua v. Stati Uniti del 1986, ha stabilito che un attacco armato, per essere considerato tale, deve raggiungere una certa “scala ed effetto” e costituire “la forma più grave dell’uso della forza“, senza però approfondire i dettagli e le spiegazioni del significato delle parole “forma grave dell’uso della forza“.

[3] All’interno del testo l’attacco in questione viene definito come “threat to international peace and security” e il Consiglio si definisce pronto “to take all necessary steps to respond and to combat all forms of terrorism, in accordance with its responsibilities under the Charter of the United Nations”.

[4] Lo svolgimento della missione ISAF è articolato in cinque fasi: la prima fase ha riguardato attività di analisi e preparazione; la seconda ha avuto l’obiettivo di realizzarne l’espansione sull’intero territorio afgano, in 4 distinti stages; la terza fase volta a realizzare la stabilizzazione del Paese; la quarta fase riguarda il periodo di transizione; la quinta fase ha previsto il rischieramento dei contingenti.