La riaffermazione del principio gerarchico delle fonti giuridiche: l’importanza della sentenza Factortame per il diritto dell’Unione Europea

 

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea e gli effetti del diritto dell’UE sugli ordinamenti interni degli Stati Membri

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) è uno dei principali organi dell’Unione e ne riveste il ruolo di garante circa l’uniforme interpretazione e applicazione del diritto dell’UE sia da parte degli Stati Membri, sia da parte delle sue istituzioni. Inoltre, essa ha il compito fondamentale di risolvere le controversie giuridiche tra governi nazionali e organi dell’Unione su una questione di diritto europeo o sull’interazione di quest’ultimo con il diritto internazionale e con gli ordinamenti giuridici dei singoli Stati Membri.

In alcuni casi, singoli cittadini, imprese o organizzazioni possono rivolgersi alla Corte allo scopo di intraprendere un’azione legale contro un’istituzione dell’UE qualora ritengano che abbia in qualche modo violato i loro diritti.

Il procedimento interno alla Corte nella trattazione dei casi prevede due fasi:

  • Durante la fase scritta, le parti presentano i propri fascicoli documentali alla Corte, in cui sono raccolte le osservazioni e le istanze di ciascuna; in seguito, tali atti vengono assegnati ad un giudice relatore, che ha il compito di indicare il collegio di giudici (3, 5 o 15) che si occuperanno della fattispecie e di indicare se sia necessaria un’audizione orale.
  • Durante la fase orale, che si concretizza tramite un’audizione pubblica, i difensori delle parti vengono ascoltati dal collegio giudicante e possono interagire con gli avvocati generali della Corte, i quali possono porre domande. Se il collegio ritiene necessario il parere dell’avvocato generale, la sentenza viene emessa tenendolo in considerazione.

 

La competenza della Corte, nonché la ratio del suo agire, si basano sui principi del trasferimento di competenze dagli Stati Membri all’Unione Europea, e sul primato del diritto dell’Unione sulle norme di diritto interno contrastanti, precedenti e successive, quale ne sia il rango, anche costituzionale. La preminenza del diritto dell’UE non è tuttavia concepita come sempre produttiva di effetti assoluti e diretti nell’ordinamento interno, nel senso tale che essa renderebbe nullo o abrogato il diritto interno in contrasto con il diritto europeo. Quando infatti la norma europea non è direttamente applicabile né produce effetti diretti, la norma interna contrastante deve essere interpretata dall’ordinamento interno in modo da renderla conforme a quella europea. Nell’ipotesi in cui tale contrasto non fosse superabile in via interpretativa, ciascuno Stato Membro ha il compito di dar luce ad un nuovo strumento legislativo che superi il contrasto. Fintanto che ciò non avviene, il diritto dell’UE rende esperibile il procedimento di infrazione davanti alla CGUE e l’azione davanti ai giudici nazionali per far valere la responsabilità dello Stato Membro inadempiente.

Nell’ordinamento italiano, il principio della conformità dell’attività legislativa statale e regionale agli obblighi dell’Unione è stato contenuto nell’articolo 117, co. 1, della Costituzione nella sentenza Granital del 1984 della Corte Costituzionale. Con questa sentenza viene affermato che il diritto interno e il diritto comunitario devono coordinarsi secondo la ripartizione di competenza voluta dai Trattati istitutivi dell’Unione, nel senso di assicurare la prevalenza degli atti di diritto secondario dell’Unione direttamente applicabili. Le successive pronunce costituzionali hanno ampliato questo nucleo iniziale: ad esempio, tale principio si applica anche ai giudicati dalle sentenze interpretative della CGUE (sentenza 113/23 aprile 1985), alle sentenze di inadempimento, alle norme dei Trattati istitutivi alle quali deve riconoscersi efficacia diretta (sentenza 389/11 luglio 1989) e, infine, alle direttive aventi effetti diretti (sentenza 64/2 febbraio 1990).

 

I fatti della sentenza Factortame

Tramite il dispositivo della sentenza Factortame fu riaffermato il principio del primato del diritto comunitario sulle disposizioni legislative nazionali.

La fattispecie ha preso il via delle rimostranze dell’agenzia britannica Factortame Ltd, che gestiva alcune imbarcazioni possedute da compagnie spagnole, ed invocava una revisione del British Merchant Shipping Act (1988) in merito alle modalità di iscrizione ai registri marittimi inglesi. Di fatto, la legislazione britannica, relativa ai battelli per l’esercizio della pesca, ai fini dell’immatricolazione richiedeva che i proprietari, armatori o utilizzatori del battello, fossero cittadini britannici oppure società costituite in Gran Bretagna.

Tale norma di legge si poneva in aperto contrasto con il principio di uguaglianza del trattamento nazionale previsto dall’art. 43 del Trattato CE in tema di diritto di stabilimento. I ricorrenti basarono la propria argomentazione sulla natura discriminatoria del testo di legge per le navi non inglesi e, dunque, affermavano la lesione del loro diritto di stabilimento, sancito dal trattato istitutivo dell’allora Comunità Europea.

Rivolgendosi alle autorità nazionali, essi richiedevano la sospensione della norma di legge britannica e l’adozione di provvedimenti provvisori in attesa della soluzione del caso. Tale richiesta, accettata dalla sezione dinanzi alla quale era stato sollevato il caso, fu rigettata dalla Corte d’Appello e dalla Camera dei Lords, i quali sostenevano invece l’impossibilità di sospendere norme nazionali per applicare norme temporanee che tutelassero diritti sanciti dal trattato.

L’Alta Corte di Giustizia inglese emanò un provvedimento provvisorio che aveva provveduto a disapplicare la normativa nazionale in attesa della soluzione fornita dalla Corte di Giustizia delle Comunità europee in merito alla controversia.

 

La sentenza

Ribadendo i principi fondanti della sentenza Francovich, la CGUE all’interno della sentenza Factortame ha sottolineato che su ogni Stato Membro grava un obbligo di controllo concernente l’applicazione del diritto dell’Unione, su tutti i soggetti che esercitano poteri pubblicistici quali le Regioni, P.A., funzionari e dirigenti amministrativi e privati muniti di poteri pubblici. Inoltre, lo Stato centrale è chiamato a rispondere nel merito delle azioni di tali soggetti in alcune circostanze specifiche:

  • Se la norma europea attribuisca un diritto in capo al singolo;
  • Se sia riscontrata la grave manifesta violazione del diritto UE;
  • Se sussista un nesso di causalità tra la condotta del soggetto esercente la potestà pubblica e la violazione del diritto in capo al privato.

 

In aggiunta, la CGUE ha precisato anche la portata applicativa di tali concetti.

In primo luogo, rispetto al requisito dell’attribuzione del diritto, è stato sottolineato che non conta la natura diretta o indiretta della norma comunitaria, poiché ciò che è rilevante è che questa attribuisca in maniera incontrovertibile un diritto ai consociati. Invece, il concetto di grave e manifesta violazione riguarda la chiarezza e la precisione della norma violata e l’assenza di un potere discrezionale in capo allo Stato sull’an (cioè se), quid (cioè sull’azione che fa), quomodo (cioè sul modo con cui la fa) dell’attribuzione del diritto. Infine, la Corte ha evidenziato che, ai fini risarcitori in caso di inadempimento del diritto dell’Unione, è sufficiente per il privato dimostrare il nesso causale tra la condotta attiva\omissiva dello Stato e la manifestazione del danno, poiché il grado della colpa di questi non rileva ai fini dell’an ma solo sul quantum del danno risarcibile.

 

Conclusioni

La sentenza Factortame ha costituito un momento fondamentale nella riaffermazione del principio gerarchico delle fonti giuridiche, a cui uno Stato deve necessariamente sottostare. Costituisce dunque un momento decisivo nel processo di integrazione europea[1]. In base a ciò, gli Stati Membri dell’Unione Europea devono far in modo, da un punto di vista legislativo, di mettere in campo tutte le misure affinché non vi sia contrasto tra le norme di diritto dell’Unione e il sistema giuridico proprio di ciascun Membro. Pertanto, è stata aperta la strada ad una maggiore armonizzazione delle legislazioni nazionali, che ha avuto anche risvolti positivi di unità anche in campo politico e sociale nei territori dell’Unione.

Informazioni

Alemanno A., Enriques L., “The Factortame Case and the Development of European Community Law”, The Law Teacher, 2003

Calamia A.M., Vigiak V., Diritto dell’Unione europea, Manuale breve, Giuffrè, 2017

CGUE website: https://curia.europa.eu/jcms/jcms/j_6/it/

CAUSA C-213/89, Sentenza della CGUE del 19 giugno 1990 https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:ff8d6d63-022c-4f23-9cea-4e79f37ca53f.0005.03/DOC_2&format=PDF

EUR – Lex, Sentenza della Corte del 19 giugno 1990. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/ALL/?uri=CELEX:61989CJ0213

[1] Per un approfondimento storico sul tema: I trattati di Roma – DirittoConsenso