Un approfondimento sul patrimonio culturale della Polonia: riconoscimento internazionale, patrimoni difficili e questioni attuali
Prime osservazioni sul patrimonio culturale della Polonia: identità e cultura nella Costituzione
La Polonia è uno Stato dell’Europa centrale dalla storia affascinante. Nel corso dei secoli, all’interno dei suoi confini si sono intrecciate diverse identità sociali e culturali: oltre ai polacchi, vi convivono da tempo popolazioni storicamente radicate come tedeschi, ucraini e bielorussi, alcune delle quali ufficialmente riconosciute, altre meno visibili ma comunque parte integrante del tessuto sociale. Il patrimonio culturale della Polonia è il risultato di un percorso storico unico, profondamente segnato dagli eventi europei e dalla posizione geografica del Paese. Questo patrimonio ampio e diversificato gode di riconoscimento internazionale ed è oggetto di tutela, conservazione e valorizzazione della normativa nazionale e dalla ratifica di diversi trattati internazionali.
La Polonia è una repubblica parlamentare ed è membro dell’Unione Europea dal 1 maggio 2004. È già nel preambolo dell’attuale Costituzione, adottata nell’aprile 1997 ed entrata in vigore il 17 ottobre dello stesso anno, che si fa riferimento alla cultura[1].
La cultura è menzionata per la prima volta all’articolo 6:
“La Repubblica di Polonia fornirà le condizioni per un accesso paritario del popolo ai prodotti della cultura che sono la fonte dell’identità, della continuità e dello sviluppo della Nazione.
La Repubblica di Polonia fornirà assistenza ai polacchi che vivono all’estero per mantenere i loro legami con il patrimonio culturale nazionale.”.
Tuttavia l’articolo 5 è altrettanto importante pur non menzionando la cultura:
“La Repubblica Polacca custodirà l’indipendenza e l’inviolabilità del proprio territorio, garantirà la libertà e i diritti umani e civili nonché la sicurezza dei cittadini, custodirà l’eredità nazionale e garantirà la difesa dell’ambiente, mossa dal principio di un equilibrato progresso.”.
Altrettanto importante è il riconoscimento delle altre culture e delle minoranze come affermato all’articolo 35:
“La Repubblica di Polonia garantirà ai cittadini polacchi appartenenti a minoranze nazionali o etniche la libertà di mantenere e sviluppare la propria lingua, di mantenere costumi e tradizioni e di sviluppare la propria cultura.
Le minoranze nazionali ed etniche avranno il diritto di creare istituzioni educative e culturali, istituzioni volte a proteggere l’identità religiosa, nonché di partecipare alla risoluzione di questioni legate alla loro identità culturale.”[2].
Infine l’articolo 73 stabilisce che:
“La libertà di creazione artistica e di ricerca scientifica e la diffusione dei suoi frutti, la libertà di insegnare e di godere dei prodotti della cultura devono essere garantite a tutti.”.
Vediamo ora il patrimonio culturale della Polonia riconosciuto a livello internazionale.
I siti culturali e naturali iscritti nella Lista del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO
Il patrimonio culturale della Polonia iscritto nella Lista del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO conta 17 siti, 15 culturali e 2 naturali. Ecco quali sono in ordine di riconoscimento cronologico da parte del Comitato del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO secondo le regole fissate dalla Convenzione del 1972[3]:
- Auschwitz Birkenau (1979)
- La Foresta di Białowieża, primo sito naturale, tra Polonia e Bielorussia (1979)
- Il centro storico di Varsavia (1980)
- La Città vecchia di Zamość, costruita secondo l’idea rinascimentale di “città ideale” (1992)
- Il Castello dell’Ordine Teutonico di Malbork (1997)
- La Città medievale di Toruń dove si trova dagli edifici storici la casa di Nicolò Copernico (1997)
- Kalwaria Zebrzydowska: il complesso architettonico e paesaggistico manierista ed il parco di pellegrinaggio (1999)
- Le Chiese della pace a Jawor e Świdnica, i più grandi edifici religiosi a graticcio d’Europa (2001)
- Le Chiese in legno della Małopolska meridionale (2003)
- Il Parco Muskauer / Parco Mużakowski (2004)
- La Sala del Centenario a Breslavia (2006)
- Le foreste di faggi antichi e primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa, secondo sito naturale
- La miniera di piombo-argento-zinco di Tarnowskie Góry ed il sistema di gestione delle acque sotterranee (2017)
- Le chiese di legno della regione dei Carpazi in Polonia e Ucraina (2013)[4]
- La regione mineraria preistorica di selce striata di Krzemionki (2019).
Il patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’UNESCO
Per quanto riguarda il patrimonio culturale immateriale, dal 2011, anno in cui la Polonia ha ratificato la Convenzione sulla Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale del 2003, nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità ci sono 6 pratiche:
- La tradizione del presepe della Natività (szopka) a Cracovia
- La cultura dell’apicoltura arborea, pratica culturale condivisa con la Bielorussia
- La tradizione dei tappeti di fiori per le processioni del Corpus Domini
- La falconeria, una pratica condivisa con tanti altri Stati[5]
- La navigazione fluviale con lavorazione del legno e produzione delle zattere[6]
- La danza tradizionale polacca di origine popolare ‘Polonaise’.
La legislazione nazionale in tema di patrimonio culturale
La normativa nazionale più rilevante sull’argomento è la seguente:
- L’ordinanza del 1963 sulle procedure di tenuta del registro dei monumenti e dell’elenco centrale dei monumenti
- L’ordinanza del 1976 n. 42 relativo alle dichiarazioni di origine dei beni culturali nei contratti di compravendita di questi beni
- La legge del 1983 sulle risorse archivistiche nazionali e sugli archivi di Stato (che ha modificato
- La Legge del 7 luglio 1994 (la nota Legge sull’edilizia, più volte modificata)
- La Legge del 21 novembre 1996 sui musei
- La legge del 6 giugno 1997 che modifica il codice penale
- La legge del 27 giugno 1997 sulle biblioteche
- La Legge del 7 maggio 1999 sulla protezione dei luoghi in precedenza campi di sterminio nazisti
- La Legge del 27 marzo 2003 sulla pianificazione e lo sviluppo del territorio (più volte modificata)
- La Legge del 23 luglio 2003 sulla protezione e tutela dei monumenti (che modifica la legge della protezione del 1956)
- La Legge del 16 aprile 2004 sulla tutela ambientale
- La Legge del 3 ottobre 2008 sulla fornitura di informazioni sull’ambiente e la sua protezione, sulla partecipazione del pubblico alla protezione dell’ambiente e sulle valutazioni di impatto ambientale.
- La Legge del 25 maggio 2017 sulla restituzione dei beni culturali nazionali[7] (nota anche con la sigla URNDK)
Lo stato polacco ha fondato nel tempo diverse istituzioni. Il Narodowy Instytut Dziedzictwa, NID, traducibile in Istituto Nazionale del Patrimonio Culturale della Polonia è responsabile del processo di raccolta e gestione delle risorse di documentazione del patrimonio nazionale con precise informazioni raccolte in schede[8]. All’importanza della documentazione si è aggiunta anche la digitalizzazione, attiva dal 2007 con progetti finanziati dal Ministero della Cultura e che ha poi portato nel 2011 al lancio dell’Annual Program Kultura+ e alla digitalizzazione dello stesso Ministero della Cultura della Polonia. Il NID ha inoltre sul proprio sito un’apposita pagina “L’Alfabeto del Patrimonio”[9] con l’obiettivo di rendere più accessibili le questioni più complesse della terminologia in tema di patrimonio culturale.
Istituti altrettanto importanti sono l’Istituto Adam Mickiewicz, il Centro Culturale Internazionale, il Consiglio Nazionale del Patrimonio della Polonia, l’Istituto Nazionale per i Musei e le Collezioni Pubbliche, l’Istituto del Libro, l’Istituto Nazionale Audio-visuale, l’Istituto del Teatro Zbigniew Raszewski, l’Istituto di Musica e Danza, l’Istituto del Film Polacco, l’Istituto Nazionale di Frederic Chopin.
Alcune riflessioni finali
Il patrimonio culturale della Polonia è tanto affascinante quanto al centro di dibattiti e di politiche. Come indicato prima, gode di un riconoscimento a livello internazionale anche presso le Liste dell’UNESCO avvicinando i siti polacchi al sistema di valutazione e preservazione usati dall’UNESCO[10]. Al tempo stesso, i segni della Seconda Guerra Mondiale si fanno ancora sentire nel rapporto che i polacchi hanno con il patrimonio per un forte senso di identità nazionale. Possiamo per esempio citare da una parte la Città Vecchia di Varsavia. Quasi completamente distrutto venne ricostruito al termine del conflitto: senza i lavori realizzati dalla Facoltà dell’Università Tecnica di Varsavia realizzati prima della guerra che avevano documentato il patrimonio architettonico, oggi non saremmo in grado di visitare la città vecchia di Varsavia; dall’altra il delicato problema della restituzione dei beni culturali polacchi[11] dopo la Seconda Guerra Mondiale che sono al centro da trent’anni sia di studi scientifici[12] che di trattative con diversi Stati, in particolare con Federazione Russa, Germania e Ucraina.
Infine merita menzionare Auschwitz-Birkenau: per antonomasia luogo che rappresenta episodi dolorosi per intere comunità, è un sito culturale – iscritto nella Lista del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO – dal 1976. Da allora sono nate discussioni sull’iscrizione e riconoscimento di siti considerati difficili e che contrastano con l’idea che un sito culturale iscritto nella Lista del Patrimonio dell’Umanità debba rappresentare un’affascinante costruzione del passato o un genio creativo dell’umanità. Così il lato crudele della storia appare[13] e la concezione di sito culturale diventa più malleabile nel nome di un riconoscimento internazionale o forse più semplicemente nel nome del dovere di ricordare eventi tragici che non devono ripetersi.
Informazioni
Ministry of Culture and National Heritage – Portal gov.pl.
Jakubowski, A. (2014) “Territoriality and state succession in cultural heritage,” International Journal of Cultural Property, 21(4), pp. 375–396.
Tomasz Landmann (2020) “Entry in the register of monuments as a form of administrative and legal protection of cultural heritage in Poland – legal and practical aspects,” Scientific Journal of the Military University of Land Forces, 197(3), pp. 574–586.
Tomasz Landmann (2020) “Restitution of Polish cultural property – de lege lata remarks and basis for system evaluation. Contribution to the discussion,” Scientific Journal of the Military University of Land Forces, 198(4), pp. 820–831.
Katarzyna Smyk (2024) “The Polish system for the safeguarding of intangible cultural heritage AD 2023 – achievements and challenges,” Łódzkie Studia Etnograficzne, 63.
Restitution of cultural property – Ministry of Culture and National Heritage – Portal Gov.pl.
[1] Per la precisione, ad un riconoscimento “ai nostri antenati per le loro fatiche, per la loro lotta all’indipendenza ottenuta con grandi sacrifici, per la nostra cultura radicata nell’eredità cristiana della Nazione e nei valori umani universali” – parte virgolettata tradotta dalla Costituzione polacca disponibile in lingua inglese qui: sejm.gov.pl/prawo/konst/angielski/kon1.htm.
[2] In Polonia esistono tre categorie di minoranze riconosciute: nove minoranze nazionali (bielorussi, cechi, lituani, tedeschi, armeni, russi, slovacchi, ucraini ed ebrei), quattro minoranze etniche (karaiti, lemkos, rom e tatari) e la minoranza linguistica regionale kashubiana.
[3] Ufficialmente, Convention Concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage.
[4] Questo è un sito in comune con l’Ucraina riportato anche nell’approfondimento sul patrimonio culturale dell’Ucraina: Il patrimonio culturale ucraino – DirittoConsenso.
[5] Emirati Arabi Uniti, Austria, Belgio, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Italia, Kazakistan, Repubblica di Corea, Kirghizistan, Mongolia, Marocco, Paesi Bassi, Pakistan, Portogallo, Qatar, Arabia Saudita, Slovacchia, Spagna, Siria.
[6] Una pratica condivisa con Austria, Germania, Lettonia, Repubblica Ceca e Spagna.
[7] È molto interessante in questa legge la disposizione dell’articolo 2 paragrafo 2 contenente la definizione di restituzione di beni culturali condotta dallo Stato polacco. Il termine identifica “l’azione intrapresa dalle autorità statali o da altre unità del settore finanziario pubblico per il recupero, compresa la restituzione, di un bene culturale perso da un cittadino polacco, da una persona giuridica o da un’unità organizzativa con sede nel territorio della Repubblica di Polonia, o da un’entità stabilita dalla legge di un paese straniero che svolge attività nel campo della protezione o della diffusione del patrimonio nazionale polacco, o un bene culturale che si trova sul territorio della Repubblica di Polonia al momento della perdita o in una data successiva, e la cui restituzione la Polonia ha diritto di reclamare in base al diritto internazionale, al diritto dell’Unione Europea o al diritto nazionale di un Paese straniero, o un bene culturale che è stato rimosso dal territorio della Repubblica di Polonia in violazione della legge.”.
[8] Questi dati contengono date amministrative, indirizzo, contesto storico e descrizione dell’oggetto, fotografie, mappe e planimetrie, spesso dati d’archivio anche precedenti all’istituzione dell’Istituto. Ci sono schede di evidenza architettonica – schede bianche e verdi, schede di monumenti non iscritti al registro, schede di evidenza del verde storico, schede di registrazione dei cimiteri, schede di patrimonio mobile, schede di patrimonio tecnico, schede di siti archeologici, schede di indirizzo dei monumenti.
[9] In polacco, “Alfabet dziedzictwa”. Link: Narodowy Instytut Dziedzictwa | Edukacja.
[10] I sistemi UNESCO sono basati su 3 elementi di valutazione: quella comparativa di un bene culturale, quella della qualità di un bene culturale e quella del sistema di conservazione. Questo sistema di valutazione deve allinearsi ad un piano di gestione adeguato che renda chiaro come preservare e promuovere il sito.
[11] Ci sono poi elementi storici specifici della Polonia – in particolare le spartizioni del territorio polacco avvenute tra il 1772 ed il 1795 – che avevano già portato alla restituzione di beni culturali come nel caso del recupero di beni del Castello Reale di Varsavia. Per un approfondimento: Restitution of Polish treasures – what Bolsheviks gave back after „Miracle on the Vistula” – Sovereignty.pl.
[12] Per esempio anche i beni culturali tedeschi rimasti in Polonia dopo la guerra: Public international law in the context of post-German cultural property held within Poland’s borders. A complicated situation or simply a resolution? | Leiden Journal of International Law | Cambridge Core.
[13] Questo avviene non solo in Polonia con Auschwitz: si veda per esempio Robben Island in Sud Africa, iscritta nella Lista UNESCO del Patrimonio dell’Umanità.
Lorenzo Venezia
Ciao, sono Lorenzo. Ho ottenuto la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca con una tesi sul recupero dei beni culturali nel diritto internazionale e sul ruolo dell'INTERPOL e poi ho completato il master "Cultural property protection in crisis response" all'Università degli Studi di Torino. Ho studiato la tutela dei beni culturali nel diritto internazionale ed il traffico illecito di beni culturali e oggi approfondisco il ruolo delle organizzazioni culturali.



