Moudawana: la riforma della giustizia famigliare in Marocco
La riforma della Moudawana affronta tensioni tra modernizzazione e religione, cercando un equilibrio inclusivo tra tradizione e diritti
Cos’è la Moudawana?
La riforma della Moudawana, il Codice della Famiglia marocchino, si appresta a giungere ad una conclusione. Dall’inizio del processo di riforma, nel 2022, il testo sarà discusso in parlamento durante la sessione di primavera e ci si aspetta che sia ufficializzato prima della prossima Festa del Trono, nel luglio 2025.
La Moudawana, accettata come codice legale ufficiale in Marocco nel 1958, fu firmata durante il regno di Mohammed V. Questa prima versione, spesso vista come un simbolo dell’identità islamica che sostituisce le tradizioni, è stata fin dall’inizio discussa dai teorici in quanto riflette un modello patriarcale, che rende l’élite maschile dominante.
Il testo è stato pensato inizialmente in aderenza i principi della sharia. Tuttavia, l’influenza dei movimenti sociali e la mobilitazione delle donne a favore dell’uguaglianza hanno fin da subito criticato, mostrando una tendenza della popolazione marocchina a pretendere leggi più moderne e più laiche, fin dalla pubblicazione del Codice, creando uno spazio favorevole alle richieste di cambiamento o di riforma in modo che il testo riflettesse pienamente la società contemporanea.
Le riforme
La Moudawana, ha costituito per decenni la base giuridica che regolava le relazioni familiari in Marocco. La normativa ha per lungo tempo sancito una visione tradizionale e gerarchica della famiglia, con l’uomo come capo e principale detentore dell’autorità. Le modifiche apportate nel 1993 hanno introdotto alcuni miglioramenti, ma è stata la riforma del 2004, voluta da re Mohammed VI[1], a rappresentare una svolta più significativa. Tuttavia, nonostante i progressi, molte disposizioni sono rimaste discriminatorie, in particolare per le donne e i minori.
La discrezionalità lasciata ai giudici nell’applicazione delle norme ha generato una giustizia diseguale, spesso influenzata dal contesto locale. Nelle aree rurali, la limitata diffusione delle nuove norme e l’alto tasso di analfabetismo hanno ostacolato la consapevolezza dei diritti sanciti dalla legge. In questo contesto, la necessità di una nuova riforma si è fatta sempre più urgente, alimentata dalle istanze della società civile, delle associazioni femministe e da un cambiamento sociale che chiede maggiore equità e inclusività.
Il processo di riforma in corso
Nel luglio 2022, in occasione della festa nazionale, il re Mohammed VI ha annunciato una nuova riforma, sorprendendo sia la sfera politica sia quella civile, soprattutto in quanto arrivava da una pura iniziativa reale e non da una pressione dell’opinione pubblica. Il processo è stato formalmente avviato nel dicembre 2023, con il conferimento di un mandato ufficiale al Primo Ministro Aziz Akhannouch, al Ministro della Giustizia Abdellatif Ouahbi e ad altri attori istituzionali chiave. La riforma è stata pensata come un processo partecipativo, con una serie di consultazioni nazionali che hanno coinvolto oltre 1.500 associazioni della società civile, esperti di diritto, accademici e rappresentanti religiosi.
Dopo una prima proposta di modifiche, a partire dal giugno 2024, il Re ha convocato il Consiglio Superiore degli Ulemà, istituzione avente lo scopo di sostenere la politica religiosa musulmana del Marocco. Secondo l’articolo 41 della Costituzione, questo passaggio è fondamentale con l’obiettivo di costruire un consenso ampio attorno a un nuovo modello di giustizia familiare, capace di conciliare i valori religiosi con i principi di uguaglianza, equità e dignità sanciti dalla Costituzione marocchina del 2011.
Il parere espresso dal Consiglio Superiore degli Ulemà, sebbene consultivo, ha un peso significativo nelle decisioni del Re: chiarisce i nodi interpretativi e impone ai fedeli il rispetto delle sue indicazioni. Questo riflette la profonda religiosità che permea la società marocchina, dove la fede continua a scandire la vita quotidiana e collettiva.
In questo contesto, Re Mohammed VI si confronta con la complessa sfida di mantenere la sua legittimità religiosa promuovendo al contempo i diritti delle donne, spesso strumentalizzati nel dibattito politico. I partiti islamisti, come il PJD, vedono nella riforma una minaccia alla loro autorità morale e si presentano come difensori dei valori islamici, opponendosi alle spinte modernizzatrici percepite come influenze occidentali. I gruppi radicali, come Al Adl wal-Ihsan, rifiutano ogni modifica che si discosti dalla dottrina religiosa, aggravando le difficoltà del processo. Anche l’Associazione marocchina per i diritti umani ha criticato l’accentramento monarchico, sottolineando come tradizioni e religione continuino a ostacolare un cambiamento pienamente emancipatorio.
A differenza del 2004, l’attuale processo di riforma adotta un approccio più inclusivo, volto a evitare fratture sociali, dando spazio a tutte le voci, indipendentemente dal loro orientamento ideologico.
I principali punti di riforma
Gli emendamenti principali riguardano il diritto femminile nella vita familiare, rinforzandolo in materia di divorzio, successione, tutela dei figli e poligamia.
Una delle raccomandazioni più significative è stata quella di innalzare l’età legale del matrimonio a 18 anni. Sebbene già la legge marocchina stabilisca l’età minima per il matrimonio a 18 anni, l’articolo 20 del Codice della Famiglia consente ai giudici di autorizzare eccezioni, permettendo così la celebrazione di numerosi matrimoni precoci. Nel 2020 sono state concesse oltre 13.000 deroghe su quasi 20.000 richieste, a cui si aggiungono i matrimoni consuetudinari, diffusi soprattutto nelle zone rurali. Per porre fine a questa pratica, il comitato incaricato della riforma della Moudawana ha raccomandato la criminalizzazione del matrimonio minorile, fissando in modo inequivocabile l’età minima a 18 anni.
In materia di divorzio, viene introdotta la possibilità di separarsi consensualmente senza dover ricorrere al tribunale, semplificando così le procedure e riducendo i tempi. Nei casi di divorzio giudiziale, il processo dovrà concludersi entro sei mesi.
Una svolta importante riguarda l’affidamento dei figli. La nuova riforma riconosce esplicitamente la responsabilità condivisa dei genitori, superando il principio secondo cui il padre era l’unico tutore legale. Inoltre, le madri divorziate potranno mantenere la custodia anche in caso di nuovo matrimonio, a meno che non vi siano prove concrete di inadeguatezza o pericolo per il minore.
La poligamia, pur non abolita, viene ulteriormente limitata. Sarà possibile solo in casi eccezionali, come la sterilità della prima moglie, e previa autorizzazione giudiziaria. La donna potrà inoltre inserire nel contratto matrimoniale una clausola di opposizione alla poligamia. Sul piano dell’eredità, la riforma mantiene la divisione secondo la legge islamica, che prevede quote differenti per uomini e donne. Tuttavia, si prevede la possibilità di utilizzare strumenti legali come testamenti e donazioni per attribuire parte del patrimonio a figlie o coniugi non musulmani.
Viene inoltre introdotto il diritto per il coniuge superstite di continuare a vivere nella casa coniugale, evitando situazioni di sfratto.
Un’altra innovazione significativa riguarda il riconoscimento del lavoro domestico svolto dalla moglie durante il matrimonio. Questo verrà valorizzato economicamente nella divisione dei beni coniugali in caso di separazione.
Infine, per facilitare l’accesso alla giustizia e migliorare la consapevolezza dei diritti, verranno istituiti sportelli dedicati all’interno dei tribunali della famiglia. Inoltre, i futuri coniugi dovranno partecipare a sessioni informative sui rispettivi diritti e doveri prima di contrarre matrimonio, con l’obiettivo di prevenire conflitti e promuovere relazioni più equilibrate.
Sviluppi più recenti
Il Consiglio Supremo degli Ulemà ha approvato solo parzialmente la proposta di riforma della Moudawana, opponendosi in particolare all’eguaglianza in materia di eredità e al riconoscimento dei diritti successori ai figli di fede diversa. Tale rifiuto, motivato dall’impossibilità di reinterpretare i testi religiosi in questo ambito, evidenzia il conflitto ancora irrisolto tra le esigenze religiose e quelle sociali. Nonostante ciò, la riforma rappresenta un primo passo importante verso l’adattamento del diritto formale alla realtà sociale, con un potenziale valore educativo per le future generazioni in termini di diritti delle donne e relazioni familiari.
Conclusione
La riforma della Moudawana rappresenta un passaggio cruciale per il Marocco, nel tentativo di costruire una giustizia familiare più equa, inclusiva e coerente con l’evoluzione della società. Se approvata dal Parlamento entro la fine del 2025, come auspicato, essa potrà costituire un modello innovativo di equilibrio tra modernità e tradizione, tra diritto positivo e valori religiosi. Le sfide non mancano, ma il percorso avviato appare promettente: un segnale importante verso il riconoscimento dei diritti delle donne, la tutela dell’infanzia e la promozione di una cultura giuridica fondata sul rispetto e sull’uguaglianza.
Informazioni
Sbai, S. (2024, April 17). Mudawana: il processo di riforma in Marocco. L’Opinione Delle Libertà. https://opinione.it/esteri/2024/04/17/souad-sbai-mudawana-processo-riforma-marocco/
Maresca, M. (2025, February 26). Marocco, ultimata la riforma della Moudawana: bilanciamento tra religione e progresso. Il Caffè Geopolitico APS. https://ilcaffegeopolitico.net/994126/il-marocco-ultima-la-riforma-della-moudawana-bilanciamento-tra-religione-e-progresso
Chraibi, S. (2025, February 5). [Moudawana] Behind the scenes of a reform. Telquel.ma. https://telquel.ma/2025/02/05/moudawana-behind-the-scenes-of-a-reform_1915898
Hilal Y. (2024) Évolution et réformes potentielles du code de la famille de la Moudawana au Maroc — Arabe. https://cle.ens-lyon.fr/arabe/civilisation/monde-arabe/evolution-et-reformes-potentielles-du-code-de-la-famille-de-la-moudawana-au-maroc
Rédaction, L. (2023b, September 29). Moudawana : L’ensemble du pouvoir judicaire se réunit pour accélérer la réforme. Telquel.ma. https://telquel.ma/instant-t/2023/09/29/moudawana-lensemble-du-pouvoir-judicaire-se-reunit-pour-accelerer-la-reforme_1833642/
El Ouardighi, S. (2025, April 8). Reforme de la Mouawana: le exte probablement adopté à la session parlamentaire du printemps. Medias24. https://medias24.com/2025/04/08/reforme-de-la-moudawana-le-texte-probablement-adopte-a-la-session-parlementaire-du-printemps-sources-politiques/
[1] Mohammed VI è stato incoronato nel 1999 su base ereditaria. Per un approfondimento sulle origini della monarchia e della forma di governo del Marocco invito a leggere: La forma di governo del Marocco: tra tradizione islamica e democrazia occidentale – DirittoConsenso.
Il governo Barnier e l'articolo 49.3 della Costituzione francese
Un’analisi della confluenza tra politica e legge: il caso della caduta del Governo Barnier e l’articolo 49.3 della Costituzione francese
La caduta del governo Barnier
«Ognuno è responsabile di tutti. Ognuno da solo è responsabile. Ognuno è solo responsabile di tutti.» Con queste parole di Antoine de Saint-Exupéry, Michel Barnier, ex Primo ministro francese, ha rassegnato le dimissioni lo scorso dicembre, a seguito della mozione di sfiducia presentata contro il suo governo. Un evento che non si verificava dal 1962, quando il governo Pompidou cadde dopo la controversa riforma del metodo di elezione del Presidente della Repubblica.
All’origine della crisi politica più recente vi è l’invocazione dell’articolo 49, comma 3 della Costituzione francese. Introdotto con la riforma costituzionale del 1958, questo articolo consente al governo di approvare una legge senza il voto dell’Assemblea Nazionale. Tuttavia, il ricorso al 49.3[1] è spesso percepito come una forzatura, poiché riduce il dibattito parlamentare e limita il ruolo dell’Assemblea come espressione della volontà popolare.
La mozione di sfiducia al governo non è stata solo una risposta all’uso forzato dell’articolo 49.3, ma anche il segnale di una profonda instabilità politica. Ha evidenziato la mancanza di un solido sostegno all’esecutivo, portando alle dimissioni di Barnier in un contesto di crisi istituzionale per la Francia.
L’articolo 49.3 e il suo funzionamento
Secondo la procedura stabilita dalla Costituzione francese, il Primo ministro può dichiarare una legge approvata senza un voto parlamentare. In particolare, può impegnare la responsabilità del Governo dinanzi all’Assemblea Nazionale sul voto di un progetto di legge finanziaria o di finanziamento della sicurezza sociale, previa deliberazione del Consiglio dei ministri. In questo caso, il progetto di legge è considerato adottato, a meno che entro ventiquattro ore non venga presentata una mozione di sfiducia, che può essere votata solo dopo quarantotto ore dalla sua presentazione. La mozione è approvata solo se ottiene la maggioranza assoluta dei componenti dell’Assemblea Nazionale. Se invece non viene presentata alcuna mozione di censura, o se questa non ottiene la maggioranza necessaria, la legge è considerata adottata in prima lettura e prosegue il suo iter legislativo al Senato. Tornando successivamente all’Assemblea Nazionale per la seconda lettura, il governo può nuovamente attivare l’articolo 49.3 alle stesse condizioni.
L’uso del 49.3 è spesso oggetto di critiche, soprattutto quando viene invocato su leggi particolarmente divisive. Il principale argomento contro il suo utilizzo è che indebolisce il ruolo del Parlamento, compromettendo il principio democratico della deliberazione e dell’approvazione legislativa. Inoltre, un ricorso eccessivo a questa procedura rischia di acuire le tensioni tra governo e opposizione, alimentando un clima di sfiducia nelle istituzioni. Il pericolo è che il 49.3 venga percepito come un mezzo per aggirare il normale iter legislativo, riducendo la trasparenza del processo decisionale e limitando le possibilità di partecipazione dei cittadini. In determinati contesti, il suo utilizzo può persino apparire come una minaccia alla democrazia stessa, rafforzando la polarizzazione politica e il distacco tra governanti e governati.
Dal 1958, l’articolo 49.3 è stato attivato oltre 100 volte[2]. L’uso di questo strumento è stato talmente frequente durante la Quinta Repubblica che, nel 2008, si è deciso di limitarlo ai testi finanziari, come nel caso del governo Barnier. Oggi, l’articolo 49.3 può essere utilizzato senza restrizioni solo per le leggi di bilancio e i testi di finanziamento della previdenza sociale. Per tutte le altre proposte di legge, il suo impiego è limitato a un solo utilizzo per sessione parlamentare ordinaria (da settembre a giugno) e a uno per sessione straordinaria estiva.
Sebbene i gruppi di opposizione abbiano spesso risposto al 49.3 con una mozione di censura, nessuna di queste procedure aveva mai portato alla caduta di un governo. Il caso del governo Barnier segna dunque una svolta storica nella Quinta Repubblica[3].
Contesto del Caso Barnier
Fin dalla sua nomina, avvenuta durante i Giochi Olimpici del 2024 dopo le dimissioni di Gabriel Attal, il governo Barnier sembrava destinato a incontrare difficoltà. Ancor prima della sua prima riunione, era già oggetto di critiche: la coalizione contava solo 235 deputati, lontani dalla maggioranza assoluta, pur superando numericamente il Rassemblement National e il PNF.
Le proteste di piazza hanno evidenziato il malcontento di una parte della popolazione, contraria alla scelta di nominare un primo ministro di destra dopo le elezioni legislative di luglio, che avevano già segnato una profonda divisione nel Paese. La sinistra, in particolare La France Insoumise, ha interpretato la formazione conservatrice di Barnier come un tradimento della volontà popolare, alimentando ulteriormente la tensione politica.
L’insediamento del nuovo premier a Matignon aveva un obiettivo chiaro: ridurre il debito pubblico per evitare il rischio di una crisi finanziaria nella seconda economia della zona euro. Il suo piano prevedeva tagli alla spesa per 40 miliardi di euro e aumenti fiscali per 20 miliardi. Tuttavia, il tentativo di far approvare il bilancio 2025, necessario per contenere il deficit pubblico dal 6,1% al 7%, è fallito.
Lo scontro con la sinistra, che era riuscita a far passare numerosi emendamenti in Assemblée, ha reso insostenibile la posizione del governo. A ciò si è aggiunta la decisione di Marine Le Pen di far cadere l’esecutivo, nonostante le concessioni ottenute e il consolidamento del ruolo del Rassemblement National come attore centrale della politica francese. Piuttosto che rivelarne l’inaffidabilità, questa strategia ha rafforzato l’immagine del partito come king maker, permettendo alla sua leader di accrescere la propria influenza politica. L’obiettivo sembrava essere quello di indebolire ulteriormente la Quinta Repubblica e la figura del presidente Macron, considerato sempre più vulnerabile.
La possibilità che il Rassemblement National fosse determinante per la maggioranza ha conferito al partito un enorme potere negoziale. Il governo ha cercato di ottenere l’appoggio della destra offrendo concessioni su tasse, elettricità e assistenza sanitaria, ma non è bastato. La vera resa è avvenuta quando il premier ha dovuto cedere alla richiesta di Le Pen di non sospendere temporaneamente la rivalutazione delle pensioni.
Alla fine, è stato proprio il Rassemblement National a presentare una delle due mozioni di sfiducia, in seguito all’uso dell’articolo 49.3. Con 331 voti favorevoli su 577 deputati, la mozione è stata approvata. A presentarla sono state le forze di sinistra riunite nel Nouveau Front Populaire (NFP), che per l’occasione hanno ricevuto il sostegno dei deputati di estrema destra del Rassemblement National e dei loro alleati. La bocciatura del bilancio ha portato alla caduta del governo e costretto Barnier a rassegnare le dimissioni all’Eliseo.
Secondo gli analisti, l’intento dell’opposizione era chiaro fin dall’inizio: spingere il governo al limite per farlo cadere e indebolire Macron, già in difficoltà. Quando l’esecutivo ha tentato di resistere, l’opposizione ne ha approfittato per portare a termine il proprio piano.
Valutazione politico-legislativa
L’utilizzo dell’articolo 49.3 mette in luce i delicati equilibri del sistema costituzionale francese, evidenziando il tentativo di bilanciare i poteri tra esecutivo e legislativo. Nonostante le modifiche costituzionali introdotte nel tempo per rafforzare il ruolo del Parlamento, quest’ultimo rimane relativamente debole nel quadro della Quinta Repubblica. L’architettura istituzionale francese ha infatti consolidato la supremazia dell’esecutivo, a vantaggio del governo e del Presidente della Repubblica, spesso a scapito dell’Assemblea Nazionale.
L’articolo 49.3 è uno strumento altamente controverso:
- per alcuni, rappresenta una misura di buon senso, necessaria per ristabilire l’ordine in un Parlamento spesso disorganizzato.
- Per altri, è il simbolo di una “monarchia repubblicana”, se non addirittura di una deriva autoritaria.
La realtà probabilmente si colloca in una via di mezzo: pur rimanendo all’interno di uno Stato di diritto, il 49.3 resta una procedura brutale, poiché priva i parlamentari della possibilità di deliberare, emendare e votare.
L’uso del 49.3, tuttavia si è dimostrato vantaggioso per diversi gruppi parlamentari, come in questo caso. Infatti, dà la possibilità di evitare di esporsi su provvedimenti impopolari senza doverli approvare esplicitamente.
Attualmente la Francia si trova in una situazione politica inedita, che non rientra né nella logica della coabitazione né in quella di una vera coalizione. Piuttosto, si assiste a una “coesistenza conflittuale”, frutto di circostanze contingenti più che di un’intesa solida tra le forze politiche. Il governo Barnier, pur dipendendo in larga misura dalla maggioranza uscente, era sin dal principio il risultato di un compromesso forzato, costruito in tempi rapidi e con fragili equilibri interni.
Le tensioni emerse fin dalle prime settimane di governo, in particolare sulle questioni di bilancio e sulla gestione dell’immigrazione, hanno riflettuto la fragilità di una alleanza, che non ha retto. I repubblicani, che fino a poco tempo prima si opponevano al macronismo, dovevano ora coesistere con i loro attuali alleati, nonostante le divergenze ideologiche e le rivalità ancora vive tra i rispettivi leader.
Per concludere
La crisi che ha portato alla caduta del governo Barnier rappresenta un punto di svolta significativo nella politica della Quinta Repubblica. L’uso dell’articolo 49.3, sebbene previsto dalla Costituzione, ha suscitato reazioni contrastanti, mettendo in evidenza le profonde divisioni politiche e la crescente sfiducia nei confronti del governo. La sua invocazione, specialmente in un contesto già segnato da fragili alleanze e tensioni interne, ha reso ancora più evidente la difficoltà di governare in un sistema istituzionale che, pur garantendo un esecutivo forte, limita la possibilità di un vero dialogo parlamentare.
La caduta del governo Barnier, quindi, non è solo un evento politico di rilievo, ma un segnale di un sistema che, pur essendo costruito per evitare l’instabilità, rischia di alimentare una crescente frattura tra l’esecutivo e il Parlamento, nonché tra le istituzioni e la popolazione. La Francia, oggi più che mai, si trova ad affrontare una sfida cruciale: trovare un equilibrio tra il rafforzamento delle istituzioni democratiche e la necessità di un governo stabile, capace di rispondere alle crescenti esigenze del paese senza sacrificare la partecipazione e la trasparenza democratica.
Informazioni
Geslin, Laurent, and Laurent Geslin. 2024. “La Gauche Et Le Rassemblement National Font Tomber Le Gouvernement Barnier.” Www.Euractiv.Fr, December 5, 2024. https://www.euractiv.fr/section/politique/news/la-gauche-et-le-rassemblement-national-font-tomber-le-gouvernement-barnier/.
“Francia: Governo Censurato | ISPI.” 2024. ISPI. December 4, 2024. https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/francia-governo-censurato-193593.
Mosna-Savoye, Géraldine, and Cyril Marchan. 2023. “Pourquoi Avoir Inventé Le 49.3 ?” France Culture, January 23, 2023. https://www.radiofrance.fr/franceculture/podcasts/sans-oser-le-demander/pourquoi-avoir-invente-le-49-3-3639264.
Les Décodeurs, 2023. “French Constitution: How Does Article 49.3 Allow a Bill to Be Passed Without a Vote?” Le Monde.Fr, March 16, 2023. https://www.lemonde.fr/en/france/article/2022/10/19/france-how-does-article-49-3-allow-a-bill-to-be-passed-without-a-vote_6001019_7.html.
Demorand, Nicolas, and Léa Salamé. 2025. “Budget : ‘Nous Avons Choisi De Ne Pas Pratiquer La Politique Du Pire’, Justifie Olivier Faure Qui Écarte La Censure.” France Inter, February 4, 2025. https://www.radiofrance.fr/franceinter/podcasts/l-invite-de-8h20-le-grand-entretien/l-invite-de-8h20-le-grand-entretien-du-mardi-04-fevrier-2025-7551585.
David, Romain. 2024. “Le Gouvernement De Michel Barnier Renversé Après L’adoption De La Motion De Censure Du NFP.” Public Sénat, December 5, 2024. https://www.publicsenat.fr/actualites/parlementaire/le-gouvernement-de-michel-barnier-renverse-apres-ladoption-de-la-motion-de-censure-du-nfp.
[1] L’origine di questo meccanismo risale alla fondazione della Quinta Repubblica. Dopo la Seconda guerra mondiale, molti Paesi europei hanno cercato di limitare il potere del Parlamento, che nel XIX secolo aveva assunto un ruolo predominante a seguito delle rivoluzioni democratiche. Questo fenomeno, noto come “parlamentarismo razionalizzato”, mirava a evitare l’instabilità politica e a garantire all’esecutivo la capacità di governare. Quando Charles de Gaulle redasse la Costituzione del 1958, volle prevenire il rischio di un Parlamento troppo invadente, che potesse paralizzare l’azione del governo.
[2] Tra i suoi principali utilizzatori vi è stata la Prima ministra Elisabeth Borne (2022-2024), che ne ha fatto ricorso in 23 occasioni. Il record assoluto appartiene tuttavia a Michel Rocard, che tra il 1988 e il 1991 lo ha impiegato 28 volte, in un’epoca in cui non esistevano limiti al suo utilizzo. Al contrario, diversi primi ministri non ne hanno mai fatto uso, generalmente grazie a una solida maggioranza parlamentare.
[3] Per un approfondimento sul concetto di Quinta Repubblica invito a leggere: La Quinta Repubblica francese: un’evoluzione dello Stato – DirittoConsenso.
La Politica Europea di Vicinato nel Mediterraneo meridionale
Un’analisi della Politica Europea di Vicinato nel Mediterraneo, in particolare in Africa settentrionale e Medio Oriente, attraverso evoluzione e sfide future
Cos’è la Politica Europea di Vicinato?
Lanciata nel marzo 2004, la Politica Europea di Vicinato (PEV) ha avuto, sin dall’inizio, l’obiettivo di solidificare le relazioni tra Unione Europea (UE) e i Paesi confinanti, mirando a creare un’area pacificata e favorevole al commercio fuori dai confini geografici, anche con fini politici e securitari interni. Promuove i valori europei di democrazia e stato del diritto attraverso politiche che però non prevedono la prospettiva di diventare parte dell’Unione[1]. L’articolo 8 del TUE, al primo paragrafo, afferma che:
“L’Unione sviluppa con i Paesi limitrofi relazioni privilegiate al fine di creare uno spazio di prosperità e buon vicinato fondato sui valori dell’Unione e caratterizzato da relazioni strette e pacifiche basate sulla cooperazione”.
La PEV è strutturata da accordi che costituiscono la base giuridica delle relazioni bilaterali tra l’Unione e il Paese interessato. Le azioni, specifiche per ciascun Paese partner, non si limitano alla politica estera, ma possono riguardare anche la politica commerciale ed economica, lo sviluppo e la finanza.
Alcune considerazioni storico-politiche
A partire dalle Primavere Arabe nel 2011, queste politiche hanno interessato maggiormente i Paesi dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente, con lo scopo di supportare la transizione democratica ed incentivare il proseguimento lungo la strada delle riforme. In questo contesto, l’insieme di politiche bilaterali riguarda i dieci paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo: Algeria, Egitto, Israele, Giordania, Libano, Libia, Marocco, Palestina, Siria e Tunisia. A vent’anni dalla creazione di questo strumento legale e diplomatico, ci si chiede se l’azione dell’Unione Europea sia ancora efficace, in particolare in luce dei conflitti esacerbati negli ultimi mesi e alle sfide sul piano geopolitico rappresentate da questi Stati.
In origine, i Paesi dell’Africa Settentrionale e Medio-orientali non erano centrali nella Politica Europea di Vicinato, che si concentrava soprattutto sugli Stati post-sovietici e sui Balcani, in risposta alla dissoluzione dell’URSS e alla prospettiva di allargamento dell’UE. La strategia europea prevedeva l’assegnazione di fondi condizionati ai progressi in termini di riforme, governance e rafforzamento dello Stato di diritto.
L’evoluzione delle Politiche Europee di Vicinato nel Mediterraneo negli ultimi 30 anni
Nell’area nord-africana, la PEV si sviluppa come evoluzione del Processo di Barcellona (1995), che mirava a creare un’area di pace, stabilità e prosperità nel Mediterraneo tramite un approccio multilaterale, promuovendo dialogo politico e progetti condivisi tra Europa e Paesi mediterranei. Tuttavia, questo modello si è rivelato fragile, poiché i singoli Stati dell’Unione hanno continuato a privilegiare le relazioni bilaterali con i singoli Partner, rispetto a dare precedenza alla strategia comunitaria. Paesi come Italia e Francia, in particolare, hanno consolidato rapporti economici ed energetici con le élite nordafricane, assumendo un ruolo di interlocutori privilegiati decenni dopo il colonialismo.
La metà degli anni 2000 segna un progressivo abbandono dell’approccio regionale del Processo di Barcellona a favore di una riorganizzazione della politica estera comunitaria. La caduta del regime di Gheddafi nel 2011 ha evidenziato i limiti della strategia regionale, dimostrando l’incapacità dell’UE di stabilire canali diplomatici efficaci per affrontare le crisi politiche estere. Di fronte a queste sfide, le istituzioni europee hanno riformato la strategia per il Nord Africa e Medio Oriente, cercando di migliorare il coordinamento tra Stati membri e di rafforzare la dimensione politica della PEV, coinvolgendo anche attori regionali influenti. L’inclusione di tali Paesi riflette, dunque, la volontà di stabilire l’Unione Europea come interlocutore principale, mirando anche a garantire stabilità lungo i confini dell’UE. Questo cambiamento risponde a sfide come instabilità politica, migrazioni e terrorismo, conferendo a questa politica un ruolo cruciale per la gestione delle relazioni con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo.
Obiettivi
La PEV mira a promuovere sviluppo sostenibile, incentivando riforme politiche ed economiche attraverso il principio della condizionalità politica. Basata su un approccio incentivante (incentive-based approach), premia i Paesi che adottano principi di democrazia, buon governo, stato di diritto e rispetto dei diritti umani, stimolandoli ad avvicinarsi agli standard europei senza prospettiva di adesione all’UE.
L’economia è centrale: la PEV promuove lo sviluppo sostenibile attraverso accordi di libero scambio, finanziamenti per infrastrutture e innovazione, e progetti per migliorare la competitività delle imprese. Questi interventi sono cruciali per l’Africa Settentrionale, dove l’UE cerca di affrontare anche le pressioni migratorie.
La politica ha anche come obiettivo di bilanciare la sicurezza e la mobilità legale e sicura, collaborando con i Paesi partner per contrastare immigrazione irregolare e traffico di esseri umani, e proteggere i rifugiati. Gli strumenti chiave includono i Country Reports, che analizzano relazioni bilaterali e contesti socioeconomici, e i Piani di Azione, documenti congiunti che definiscono gli obiettivi e gli indicatori di progresso, specifici per ciascun Paese. Questi sono fondamentali anche per l’erogazione dei fondi, che è regolata dal principio more for more (più per più). Maggiore è il progresso socioeconomico raggiunto, maggiore sarà il finanziamento erogato. Il fondo di sostegno finanziario per il periodo 2021-2027 è rappresentato dal Neighbourhood, Development and International Cooperation Instrument (NDCI, lo strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale). L’approccio prevede una combinazione di sovvenzioni erogate dalle istituzioni europee e di prestiti da istituzioni finanziarie internazionali.
Per l’area dell’Africa Settentrionale e medio-orientale, lo stanziamento ha previsto 79,5 miliardi di euro, somma incrementata rispetto al periodo precedente, a rappresentare l’interesse per la regione e per le sfide geopolitiche che rappresenta. I finanziamenti supplementari hanno l’obiettivo di colmare le sempre più crescenti disuguaglianze sociali all’interno dei paesi, ridurre la povertà e promuovere i diritti umani.
L’incoraggiamento alle riforme istituzionali di rafforzamento dello stato di diritto e il supporto economico è mirato a creare una regione più stabile e resiliente, anche in luce securitaria verso l’Europa. La definizione di una strategia dedicata deriva dalla consapevolezza della permeabilità geopolitica dell’area del Mediterraneo orientale e meridionale. Infatti, le reti criminali e terroristiche del Maghreb hanno dimostrato di avere propri hub logistici nel deserto e di trarre la propria forza e le proprie risorse dal controllo esercitato su territori in cui lo Stato non ha una reale autorità. L’esempio migliore di questa interconnessa dualità tra regioni costiere ed entroterra desertico si concretizza nel transito di migranti illegali favorito da associazioni criminali tramite le aree porose dei confini libici. In questo modo, l’azione della PEV mira anche a rafforzare l’autorità statale per contrastare queste reti criminali.
Dunque, in questo senso, la stabilizzazione dell’area è apparsa indispensabile per tutelare gli interessi politici, economici e securitari europei nella regione e all’interno dei propri confini attraverso la stabilizzazione degli Stati. Un esempio di strategia sono le riforme e il rafforzamento del settore della sicurezza in Libano. Oppure, più concretamente, l’organizzazione di corsi di formazione specializzata per le unità che si occupano dell’applicazione della legge in materia in Tunisia.
Per concludere
In conclusione, le politiche di vicinato europee nei confronti dell’Africa Settentrionale e del Medio Oriente rappresentano un pilastro fondamentale della strategia dell’Unione per garantire stabilità, sicurezza e prosperità nella sua periferia meridionale. Tuttavia, ad oltre un decennio dalla sua espansione verso i Paesi dell’Africa Settentrionale, la Politica Europea mostra diverse debolezze, accentuate dai conflitti che si sono riaccesi, riorientando le priorità geopolitiche dell’UE verso la frontiera orientale. Questo ha marginalizzato l’Africa settentrionale, nonostante il suo ruolo strategico in ambiti come migrazione, sicurezza e approvvigionamento energetico.
La percezione di abbandono da parte dei Paesi nordafricani ha alimentato tensioni e avvicinamenti a potenze rivali come Cina e Russia, mentre le crisi alimentare ed energetica, aggravate dal conflitto ucraino, hanno messo ulteriormente sotto pressione la regione.
L’UE, pur cercando nuove partnership energetiche con Paesi come Algeria, Egitto e Libia, è stata criticata per un approccio percepito come sfruttatore e per il mancato supporto a sfide strutturali come disuguaglianze e disoccupazione giovanile. Questa disparità tra le priorità orientali e meridionali rischia di minare la credibilità dell’Unione come attore globale, evidenziando la necessità di un approccio più bilanciato per rafforzare i legami con i Paesi che si affacciano sul Bacino del Mediterraneo e affrontare le sfide globali in modo più efficace. Solo attraverso un impegno autentico e duraturo sarà possibile costruire un partenariato che non si limiti alla gestione delle crisi, ma che promuova uno sviluppo condiviso e sostenibile per tutte le sponde del Mediterraneo.
Informazioni
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Decisione N. 1/2016 del Consiglio di Associazione UE-Libano dell’11 novembre 2016 recante accordo in merito alle priorità del partenariato UE-Libano [2016/2368], L 350/114
Risoluzione del Parlamento europeo del 14 marzo 2024 sull’adozione della misura speciale a favore della Tunisia per il 2023 (2024/2573(RSP))
[1] Per comprendere come funziona l’allargamento dell’Unione Europea invito a leggere: La politica di allargamento dell’Unione Europea – DirittoConsenso.



