Stupro come arma di guerra

Lo stupro come arma di guerra

Un’analisi del fenomeno del c.d. “stupro come arma di guerra” nel corso della storia e delle previsioni giuridiche nel diritto penale internazionale volte alla sua prevenzione

 

Cos’è lo “stupro di guerra”? Approfondimento della nozione ed episodi storici

Secondo quanto affermato dall’Osservatorio Diritti, quello che d’ora in poi definiremo “lo stupro come arma di guerra” è “(…) uno dei crimini di guerra meno riconosciuti della storia[1]. Eppure, i numerosi e sanguinosi eventi che scuotono l’equilibrio della pace internazionale ci impone di guardare quale sia stato ed è il destino riservato a donne, ragazze e bambine che si trovano coinvolte in conflitti armati.

In fondo, non è forse vero che intuiamo il destino ad esse riservato sin dai banchi di scuola?

Lo impariamo mentre ascoltiamo le parole scritte da Euripide nella sua tragedia: Le Troiane, o, Le Troiadi. La guerra di Troia è giunta al suo termine: a seguito di saccheggi, violenze e morte arriva il momento di abbandonare lo spettro di una città distrutta da un brutale conflitto. Con sé, la partenza delle navi porta la ripartizione delle donne troiane superstiti come schiave: il premio finale dei vincitori.

Ma non soffermiamoci solo sulla letteratura. Spostiamo il nostro sguardo anche sulla storia.

Nella storia dell’umanità ci sono molteplici esempi di guerre o conflitti in cui è stato realizzato lo stupro ai danni delle donne come arma di guerra.

Sin dal sorgere delle prime forme di società civile, ci vengono offerte numerose evidenze di quanto affermato fino ad ora: pensiamo al racconto de Il Ratto delle Sabine.

Ricordiamoci anche degli stupri di massa più recenti. Per esempio, quelli di cui si è macchiata l’Armata Rossa, tra il 1944 ed il 1945. Siamo in Germania, e le truppe dei soldati sovietici che hanno invaso lo Stato tedesco usano violenza sessuale su quasi due milioni di donne in un’escalation di violenza incontenibile e senza precedenti. Si parla, probabilmente per la prima volta, di “violenza sessuale di massa”.

Pensiamo al genocidio consumatosi in Rwanda, nel 1994, mosso dall’odio razziale riposto verso la minoranza etnica dei Tutsi e degli Hutu moderati. Durante il compiersi di uno degli eventi più violenti che ha segnato la storia dell’umanità, alle donne è stato riservato – probabilmente – un destino peggiore della morte: separate dal resto del villaggio, e condotte lontane dal consumarsi di uccisioni a dir poco brutali, hanno subito stupri, torture e mutilazioni.

E guardiamo anche alla Siria. Attraverso la ricerca condotta da Marie Forestier[2], la giornalista propone un’analisi del regime di Bashar al Assad in Siria, svelandoci come nei contesti di guerra il ricorso ad ogni tipo di tattica e strategia è possibile ed indiscriminato: persino lo stupro è diventata una vera e propria arma presente nell’arsenale a disposizione del corpo militare, al pari di fucili e bombe.

La giornalista ci descrive la violenza sessuale come “(…) un’arma per stroncare l’opposizione moderata in Siria nei primi anni della rivoluzione[3], un mezzo sfruttato per giungere a confessioni o mirato alla raccolta di informazioni attraverso l’umiliazione ed il furto della dignità. Infatti, l’autrice afferma “In Siria, le forze pro-regime hanno fatto ricorso allo stupro come tattica e come arma per attaccare direttamente e indebolire l’opposizione.[4].

In un’inchiesta condotta dal New York Times, durata circa due mesi, ci sono stati raccontati gli orrori di violenze sessuali, mutilazioni e torture perpetrate ai danni delle donne israeliane durante gli attacchi di Hamas nei primi giorni del mese di ottobre 2023 nel sud di Israele. Le testimonianze giunte sino al noto quotidiano attraverso video e fotografie, nonché le interviste condotte con superstiti o i testimoni di tale carneficina, hanno dato vita ad un articolo denuncia che suggerisce il compiersi di brutali violenze riprese e raccontate in seguito anche da testate italiane ed il resto del mondo. Nonostante Hamas neghi con forza le accuse di violenza sessuale rivolte contro i suoi soldati, gli espliciti racconti dei brutali femminicidi consumatisi solo qualche mese fa hanno diffuso nel resto degli Stati della comunità internazionale la consapevolezza che un rave militare si è trasformato in un massacro.

Possiamo concludere, da questa disamina storica, che frequentemente durante i conflitti armati si verificano episodi di violenza sessuale ai danni delle donne. L’aggressione sessuale, possiamo ormai affermarlo con sicurezza, é intesa come un mezzo funzionale a creare un clima di terrore infliggendo trattamenti degradanti alla donna ed alla sua dignità con una brutalità che neanche le armi più sofisticate potrebbero eguagliare.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite considera la violenza sessuale una tattica di guerra quando viene utilizzata per “umiliare, dominare, incutere paura, disperdere e/o trasferire con la forza i membri civili di una comunità o di un gruppo etnico”.[5].

Lo stupro è la subdola arma per piegare il nemico, estorcere confessioni, umiliare una società trascinando in ginocchio i suoi membri svilendoli spazzando via ogni traccia di umanità. Ma da quali volti? La particolarità di questi crimini, che definisce lo stupro come arma utilizzata nei conflitti armati, è che i carnefici a cui attribuiamo le violenze sono soldati, combattenti e civili che ricorrono allo stupro nel corso di un conflitto armato, una guerra o un’occupazione militare.

Possiamo analizzare la storia, l’epica, la letteratura…potremmo tornare indietro di decenni, secoli persino, per giungere ad una comune conclusione: i corpi delle donne, ieri come oggi, mutilati dal lutto della guerra diventano campi di battaglia e conquista.

Ma com’è regolata questa pratica nei conflitti armati, dal diritto?

 

L’affermarsi del diritto penale internazionale

Nel paragrafo precedente abbiamo realizzato una breve analisi che ci ha permesso di stabilire con una certa sicurezza cosa significhi il concetto di “stupro come arma di guerra” attingendo a case studies di rilevanza storica che caratterizzano questo fenomeno.

Questo ci permette di constatare la metamorfosi della violenza carnale in strumento di guerra, realizzando un chiaro quadro di violazioni dei più basilari diritti garantiti dal diritto internazionale ovvero quella branca del diritto che si prefigge lo scopo di disciplinare la violazione di norme sostanziali per la comunità internazionale, i c.d. crimini internazionali.

Qual è stato, infatti, il ruolo del diritto internazionale davanti al dispiegarsi di queste vicende? La comunità internazionale è rimasta inerme davanti a tali violazioni dei diritti umani?

Il diritto internazionale ha realizzato, nel corso del tempo, un significativo processo di sviluppo stimolato dalle manifeste esigenze di tutela dei diritti e della libertà fondamentali dell’individuo, il cui riaffermarsi si è reso necessario a causa dagli eventi storici che ne hanno scosso le fondamenta rendendo necessaria l’introduzione di strumenti effettivi che ne tutelassero e garantissero la sopravvivenza ed il rispetto anche durante i conflitti armati.

Possiamo individuare il momento esatto in cui gli Stati membri della comunità internazionale riconoscono all’essere umano in quanto tale maggiori tutele e diritti: il secondo dopoguerra. Vengono infatti alla luce la Dichiarazione Universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali, sorgono le Nazioni Unite ed è introdotto lo strumento della “cooperazione internazionale”: un insieme di risposte alle impietose violazioni realizzate nel corso della Seconda guerra mondiale.

È dallo Statuto dell’ONU che ricaviamo una prima indicazione di rilevante interesse per la nostra trattazione: uno degli scopi che l’organizzazione persegue è, infatti, rendere effettiva la tutela internazionale dei diritti umani in caso di violazioni commesse in tempo di guerra o nell’ambito dei conflitti armati, non solo accertando le responsabilità dei crimini commessi ma anche con l’applicazione di sanzioni penali.

Seguendo l’orientamento tracciato dalla parabola evolutiva di cui è stato soggetto il diritto internazionale, nel 1945 le potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale danno vita ad una nuova e significativa nozione: il “crimine contro l’umanità”. Questo principio affonda le sue radici nella previsione di tre fattispecie criminose, i c.d. core crimes: i crimini di guerra, contro la pace e contro l’umanità.

Si tratta di nozioni originate dagli eventi più significativi che hanno caratterizzato la storia bellica internazionale, la stessa che abbiamo solo in parte sbirciato nel paragrafo precedente: queste fattispecie di reato impongono la necessità di osservare il bene giuridico leso nel corso del conflitto militare e valutare altresì la condotta criminosa adottata con il fine di comminare la pena più conforme. Ad oggi è la Corte penale internazionale a perseguire l’obiettivo di tutelare e promuovere i diritti fondamentali degli individui coinvolti nei conflitti bellici[6], ma prima di giungere alla stabile istituzione della CPI le prime esperienze di Tribunali penali internazionali furono incarnate dai Tribunali di Norimberga e Tokyo (1945), nei quali furono giudicati i criminali di guerra nazisti e giapponesi. Nonostante le testimonianze dei reati di natura sessuale consumatisi durante il corso di tali conflitti, non furono emesse sentenze che considerassero anche le violenze carnali perpetrate.

Possiamo rintracciare una delle possibili motivazioni nel fatto che, all’epoca, non esisteva una normativa che disciplinasse nel contesto giuridico internazionale il reato dello stupro consumato nei contesti bellici. Eppure, gli organi giudicanti avrebbero potuto includerlo tra i “crimini di guerra” che, come sancito nei rispetti Statuti, questi erano chiamati a giudicare: ma ciò non avvenne. Non deve sorprenderci. Un’ottica sociale e di genere ci può fornire ulteriore motivazione.

Vigeva infatti un clima di sostanziale disinteresse nei confronti di questa particolare fattispecie di reato, a cui non era riservata la stessa attenzione e sensibilità che gli è, in parte, accordata oggi: non suscitava particolare rilevanza giuridica la tutela di un genere che era abitualmente destinatario di scarse tutele nonché ignorato dalla società.

Quando, in seguito, tra il 1993 ed il 1994, scoppiarono i conflitti nella ex-Jugoslavia ed in Rwanda l’atrocità dei crimini commessi durante il compiersi delle ostilità imposero l’intervento del diritto penale internazionale. Vennero così creati dei Tribunali penali ad hoc per giudicare i crimini commessi e dissuadere l’intera comunità internazionale dal reiterare simili violazioni.

I processi celebrati presso i c.d. Tribunali speciali hanno inteso perseguire il crimine di genocidio e contro l’umanità[7], tra cui vi era – beninteso – la previsione del reato di stupro.

Con il fine di condannare i crimini commessi nell’ex-Jugoslavia a partire dal 1991, nel maggio del 1993 venne istituito un Tribunale Penale Internazionale ad hoc: l’International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia, d’ora in poi indicato come ICTY.

Davanti alle testimonianze dei diffusi stupri delle donne nella ex-Jugoslavia, con una storica sentenza, l’ICTY condannò tre soldati ritenuti colpevoli di aver commesso – anche per via degli stupri consumati – crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Successivamente, nel 1993, fu istituito il Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda, l’International Criminal Tribunal for Rwanda, d’ora in poi ICTR.

Con carattere di assoluta novità, nel 1998 l’ICTR dichiarò lo stupro reato di genocidio: fu l’introduzione di un cambiamento non solo giuridico, ma sociale, di genere e storico. In questa circostanza, infatti, le violenze sessuali perpetrate alle donne Tutsi furono giudicate anche funzionali all’eliminazione di un’etnia.

È così che, a partire dalla fine del XX secolo, si giunse a muovere i primi passi verso il riconoscimento della violenza sessuale come violazione dei diritti umani delle donne.

 

Parliamo di diritti: un approfondimento sugli strumenti giuridici del diritto internazionale volti a definire lo stupro come crimine di guerra e contro l’umanità

È la Convenzione di Ginevra del 1949 a definire per la prima volta “crimini contro l’umanità” tutti gli atti commessi nel corso di un attacco contro le popolazioni civili, includendovi gli stupri e la tortura; con “crimini di guerra”, invece, la stessa Convenzione afferma ci si riferisca a violazioni del diritto bellico internazionale, in cui rientra anche la fattispecie dello stupro di massa.

Un ulteriore passo avanti nel riconoscimento dello stupro nei contesti bellici si realizza nel Primo Protocollo aggiuntivo alla Convenzione di Ginevra del 1977, all’art. 27 comma I. Viene qui affermato che:

“[…] Le donne saranno specialmente protette contro qualsiasi offesa al loro onore e, in particolare, contro lo stupro, la coercizione alla prostituzione e qualsiasi offesa al loro pudore.”.

 

All’art. 76, comma I del Protocollo è invece così sancito:

Le donne saranno oggetto di un particolare rispetto e saranno protette, specialmente contro la violenza carnale, la prostituzione forzata e ogni altra forma di offesa al pudore.”.

 

Come anticipato brevemente nel paragrafo precedente, nel 1998 assistiamo alla prima pronuncia che condanna lo stupro come crimine contro l’umanità: è il Tribunale penale internazionale per il Rwanda ad emettere la sentenza. Da questa pronuncia, lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale entrato in vigore dal 1° luglio 2022 (al raggiungimento delle ratifiche indispensabili) ascrive gli stupri tra i crimini contro l’umanità ed i crimini di guerra agli artt. 7, lettera g) ed art. 8, lettera b), comma xxii).

Questi articoli possiedono inoltre la qualità di annoverare tra le forme di violenza sessuale anche la prostituzione forzata, la sterilizzazione forzata o “altre forme di violenza sessuale di analoga gravità[8].

Il 23 aprile 2019 viene poi riconosciuta dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite[9] la violenza sessuale come tattica di guerra e terrorismo, una dichiarazione che porterà alla Risoluzione 2467 (2019).

Nonostante la giurisprudenza dei Tribunali penali internazionali avesse già riconosciuto la violenza sessuale come strumento di guerra, forse per la prima volta viene percepita l’urgenza di adottare misure idonee a contrastare il fenomeno e perseguire i responsabili, riconoscendo innanzitutto in capo ai singoli Stati la responsabilità di tutelare i soggetti vulnerabili.

Parallelamente, si è realizzata l’adozione di nuove misure volte a perseguire e condannare il fenomeno qui analizzato da parte degli organismi internazionali.

Con l’obiettivo di dare vita a nuovi sistemi di prevenzione e controllo delle violenze sessuali nei contesti di guerra, all’interno delle Nazioni Unite nasce nel 2007 la UN Action Against Sexual Violence in Conflict: lo scopo che si prefigge è realizzato attraverso “[…] una rete di 24 entità delle Nazioni Unite, unite dall’obiettivo di porre fine alla violenza sessuale durante e dopo i conflitti armati.[10].

Nel 2008, invece, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta la Risoluzione “Donne, pace e sicurezza”[11] incontrando il sostegno degli Stati membri del Consiglio di Sicurezza e delle Nazioni Unite: lo scopo della Risoluzione è condannare le violenze sessuali nelle zone in cui si realizza un conflitto armato, chiedendone la cessazione.

In occasione dell’anniversario dell’adozione della Risoluzione 2467 (2019)[12], che esprime l’urgenza di fornire una risposta globale al dilagare dell’utilizzo della violenza sessuale come tattica di guerra e come strumento utilizzato nel contesto del terrorismo internazionale, le Nazioni Unite mostrano un quadro generale del fenomeno dello stupro nei contesti di guerra, stilando il Report of the United Nations secretary-general on Conflict-related sexual violence[13] di cui possiamo consultare quello relativo all’anno 2022.

Il Report analizza il periodo incluso tra gennaio e dicembre 2022, focalizzandosi su 20 Paesi: 14 sono coinvolti in un conflitto armato, 3 sono in fase post-conflitto ed altrettanti si trovano in una “situazione di preoccupazione”.

Le statistiche riportate sono drammatiche. Circa il 94% di donne e ragazze in contesto bellico sono state vittime di violenza sessuale legata al conflitto (conflict-related sexual violence): in 787 casi riportati, le vittime erano bambini. 766 erano bambine.

 

Le donne e la guerra

Il tema è estremamente contemporaneo. Non si è limitato ad attraversare i secoli ed affievolirsi, ma si è radicato in una prassi.

Oggi assistiamo a “dirette”, leggiamo “post”, sfogliamo articoli di cronaca ed inchieste scorrendo il dito su uno schermo, permettendoci di avere dolorose testimonianze di violenze ancora oggi difficili da debellare per il diritto penale internazionale.

Abbiamo constatato attraverso approfondimenti della giurisprudenza internazionale la fatica di attribuire al fenomeno la classificazione di reato e, conseguentemente, la complessità e la lungaggine del percorso che ha permesso di giungere alla previsione e applicazione di tutele internazionali verso violazioni così manifeste.

Cosa possiamo concludere da questo approfondimento?

Oggi, soprattutto in quelle aree attraversate da conflitti politici e sociali in cui la militarizzazione e la circolazione di armi è diffusa, il ricorso allo stupro come arma di guerra è una prassi estesa.

Non siamo ancora in possesso delle statistiche relative all’anno 2023, in cui abbiamo assistito ai conflitti tra Russa ed Ucraina, Palestina e Israele, ma possiamo immaginare cosa ci direbbero.

Forse non è giusto parlare di “stupro come arma di guerra”, alimentando così la narrativa di una violenza sessuale al pari di uno strumento, un oggetto senza anima e coscienza. Invece, si dovrebbe parlare più diffusamente di “stupro come crimine di guerra e contro l’umanità”.

Informazioni

Forestier M., “You want freedom? This is your freedom rape as a tactic of the Assad regime”, Peace and Security Working Paper Series, 3/2017, LSE Women, London.

Marrazzo A., “Stupro di guerra: storia dell’uso della violenza sessuale come arma nei conflitti”, Osservatorio diritti, 5 Maggio 2023.

Statuti dei Tribunali speciali.

Statuto di Roma.

https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N19/118/28/PDF/N1911828.pdf?OpenElement

https://www.un.org/sexualviolenceinconflict/about-us/un-action/

https://www.osservatoriodiritti.it/2017/04/04/lo-stupro-come-arma-di-guerra/

https://www.un.org/sexualviolenceinconflict/wp-content/uploads/2023/07/factsheet2022-2.pdf

[1] Marrazzo A., “Stupro di guerra: storia dell’uso della violenza sessuale come arma nei conflitti”, Osservatorio diritti, 5 Maggio 2023.

[2] Forestier M., “You want freedom? This is your freedom rape as a tactic of the Assad regime”, Peace and Security Working Paper Series, 3/2017, LSE Women, London. Paper consultabile al sito https://www.academia.edu/92755259/You_want_freedom_This_is_your_freedom_rape_as_a_tactic_of_the_Assad_regime

[3] Vedi nota 1.

[4] Cit. Forestier M., “You want freedom? This is your freedom rape as a tactic of the Assad regime”, Peace and Security Working Paper Series, 3/2017, LSE Women, London., p. 9.

[5] Op. cit.

[6] La CPI, a cui è riconosciuta giurisdizione sovranazionale, persegue individui presunti responsabili di crimi di guerra, contro la pace e l’umanità, il genocidio e l’aggressione, istruendo processi secondo principi d’imparzialità ed indipendenza. Per un approfondimento sul tema si rinvia a questo articolo pubblicato su DirittoConsenso: La Corte Penale Internazionale – DirittoConsenso.

[7] Cfr. Statuti dei Tribunali speciali.

[8] Cfr. art. 7 Statuto di Roma.

[9] Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – DirittoConsenso.

[10] https://www.un.org/sexualviolenceinconflict/about-us/un-action/

[11] La Risoluzione sottolinea che lo stupro o altre forme di  violenze sessuale costituiscono crimine di guerra, crimine contro l’umanità o un elemento costitutivo del crimine di genocidio.

[12] https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/N19/118/28/PDF/N1911828.pdf?OpenElement

[13] https://www.un.org/sexualviolenceinconflict/wp-content/uploads/2023/07/factsheet2022-2.pdf


Responsabilità della struttura sanitaria

La responsabilità della struttura sanitaria, in breve

La responsabilità della struttura sanitaria e gli obblighi che si configurano in capo ad essa

 

Cosa si intende per responsabilità della struttura sanitaria?

La responsabilità della struttura sanitaria viene a configurarsi nel momento in cui un/una paziente subisce un danno riconducibile agli obblighi pendenti sulla struttura stessa.

A lungo dottrina e giurisprudenza sono state divise in merito a come definire la natura di suddetta responsabilità, che – come accennato – discende dal legame instaurato tra paziente e struttura che l’accoglie.

Il fulcro di tale dibattito risiedeva nella collocazione di questa: si trattava, infatti, di una responsabilità in ambito contrattuale o extracontrattuale[1]? Quindi, si configura una responsabilità per cui chi non esegue correttamente la prestazione è – in date circostanze – tenuto/a al risarcimento del danno o una responsabilità per cui tra il soggetto che cagiona un danno e l’individuo che patisce l’offesa non è ravvisabile un’obbligazione contrattuale?

Nel tentativo di dirimere le accennate controversie, originatesi in tale ramo del diritto, la giurisprudenza ha inizialmente optato per un orientamento che riconosceva in capo alla struttura una responsabilità di natura contrattuale (cfr. Cass. Civ., Sez. III, 24 Marzo 1979, n. 1716) fondata su quello che definiamo un contratto di spedalità.

Restando fermi su una generica e risaputa concezione di quanto una struttura ospedaliera s’impegna ad offrire al/alla paziente, la fattispecie del sopracitato contratto occorre a definire “ (…) quanto la struttura sanitaria è tenuta a rendere: sia le specifiche cure mediche e chirurgiche, sia ulteriori prestazioni di natura accessoria, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e paramedico, di medicinali, di attrezzature tecniche e latu sensu alberghiere (…).”[2].

Qualora suddette opere siano disattese, ecco che viene a configurarsi la responsabilità della struttura ospedaliera.

Quando pensiamo all’origine della responsabilità riconosciuta in capo alla struttura ospedaliera, è bene tenere a mente l’atipicità che caratterizza questa fattispecie di contratto: questo viene a sussistere in un momento molto particolare, ovvero quello in cui un/una paziente si sottopone ad una qualsivoglia tipologia di prestazione (strumentale, operatoria…) presso la struttura erogatrice e non solo, o necessariamente, con la stipulazione di un documento scritto. Sicuramente una situazione peculiare, per cui un generico orientamento non basta a definire la complessità dell’oggetto che stiamo qui analizzando.

Per questo, all’introduzione della c.d. Legge Gelli-Bianco (n. 24/2017) è riconosciuto un necessario intervento chiarificatore.

 

La Legge Gelli e la normativa italiana

La c.d. Legge Gelli ha la qualità di aver specializzato la materia della responsabilità in ambito sanitario. Come?

Quanto sancito dalla Legge Gelli è la previsione, e conseguente distinzione, della figura del medico e della struttura sanitaria. Viene così data vita ad una responsabilità definita a doppio binario[3]:

  • Al medico viene attribuita una responsabilità di tipo extracontrattuale a cui si affianca
  • la responsabilità contrattuale della struttura sanitaria, pubblica o privata che sia.

 

Cosa significa?

Secondo le statistiche riportate dall’articolo “Malasanità: qual è la situazione in Italia?”[4] della Rivista Diritto e Finanza, sono circa 300.000 le cause mosse ogni anno contro medici e strutture sanitarie, pubbliche o private.

La Legge Gelli sancisce che sulla struttura sanitaria grava l’obbligo di stipulare un’assicurazione “(…) da un lato per la responsabilità civile verso i terzi, sia per errori commessi propriamente dalla struttura, come quelli derivanti da carenze organizzative e o strutturali, sia per la malpractice dei propri medici, (…) e dall’altro per la responsabilità extracontrattuale degli esercenti la professione sanitaria. (…)”[5].

Per quanto il sanitario debba, in virtù della responsabilità extracontrattuale in cui può incorrere, stipulare privatamente un’assicurazione è la struttura sanitaria che in base all’articolo 7 ‘responsabilità professionale del personale sanitario’ della Legge Gelli a rispondere ed è responsabile dell’operato dei suoi ausiliari

1. La struttura sanitaria o sociosanitaria pubblica o privata che, nell’adempimento della propria obbligazione, si avvalga dell’opera di esercenti la professione sanitaria, anche se scelti dal paziente e ancorché non dipendenti della struttura stessa, risponde, ai sensi degli articoli 1218 e 1228 del codice civile, delle loro condotte dolose o colpose.”.

 

Riassumendo

Ricordando quanto anticipato in precedenza riusciamo a cogliere i tratti dell’evoluzione giurisprudenziale, qui semplificata e tratteggiata, circa la responsabilità della struttura sanitaria.

Se inizialmente l’orientamento della giurisprudenza prevedeva che la struttura sanitaria rispondesse esclusivamente degli obblighi di cui investita (attrezzature, sicurezza delle cure, organizzazione…) con l’introduzione della Legge Gelli, la giurisprudenza in tema si è affinata e specializzata con l’introduzione della “responsabilità a doppio binario” secondo la quale dell’operato degli ausiliari è responsabile in solido la struttura sanitaria.

Possiamo quindi affermare che si tratta, sì, dell’introduzione di una normativa ad hoc ma altresì di un ampliamento di quanto riscontriamo essere ricompreso nel cappello della responsabilità della struttura sanitaria.

Informazioni

Carvelli L. – Luchettu L. – Macrì E. – Mencarelli R. – Petrocelli F. – Salzano A. – Tuccillo R., “La responsabilità delle strutture e degli operatori della sanità.”, ed. I., Nel diritto editore, 2020, p. 25.

Corte d’Appello di Milano, Sentenza n. 3367/2021, 18 novembre 2021.

Medicina legale per i Corsi di Laurea ad orientamento Giuridico e triennali”, Idelson-Gnocchi, 2020, Napoli, p. 147.

[1] Per un approfondimento: Fatto illecito e responsabilità extracontrattuale in breve – DirittoConsenso

[2] Carvelli L. – Luchettu L. – Macrì E. – Mencarelli R. – Petrocelli F. – Salzano A. – Tuccillo R., “La responsabilità delle strutture e degli operatori della sanità.”, ed. I., Nel diritto editore, 2020, p. 25.

[3] Corte d’Appello di Milano, Sentenza n. 3367/2021, 18 novembre 2021.

[4] http://www.dirittoefinanza.it/diritto/malasanita-qual-e-la-situazione-in-italia/

[5]Medicina legale per i Corsi di Laurea ad orientamento Giuridico e triennali”, Idelson-Gnocchi, 2020, Napoli, p. 147.


Interruzione volontaria di gravidanza

L'interruzione volontaria di gravidanza: da reato a diritto

Come si è giunti a riconoscere il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza? Una breve panoramica sul percorso che ha condotto alla L. 194/1978

 

L’interruzione volontaria di gravidanza come illecito

Con l’acronimo IVG ci si riferisce all’interruzione volontaria di gravidanza prima che questa giunga naturalmente al suo termine[1], un diritto che in Italia è riconosciuto dalla Legge 22 Maggio 1978, n. 194.

Ma prima di capire meglio cosa prevede questa legge così dibattuta, facciamo un salto indietro nel tempo.

Come spiega chiaramente Antonio Paglius[2] nel suo articolo, l’aborto ha radici antichissime: secondo l’autore la sua più antica testimonianza risale a dodici secoli prima di Cristo ed era una pratica comunemente utilizzata ed accettata tra gli antichi greci ed i romani. Con la caduta dell’Impero romano d’occidente ed il buio periodo storico che seguì, sappiamo che il tema dell’aborto tornò alla luce con Papa Sisto V che condannò la pratica definendola niente di meno che un omicidio: fu così che, a partire dal Cinquecento, nacque la concezione di aborto come pratica associata ad un reato.

Questa rappresentazione dell’interruzione della gravidanza si diffuse largamente nelle società, in particolare quella Italiana che è qui oggetto d’analisi. Nel 1930 nello Stato italiano vigeva il Codice Rocco (da Arturo Rocco, il giurista a cui è attribuita la paternità della redazione di suddetto Codice penale ed in seguito altresì del Codice di Procedura penale) che si contraddistingue per il suo carattere spiccatamente autoritario, riflesso dell’epoca storica in cui venne promulgato. Suddetto Codice detta nel Libro secondo, Titolo X, quelli che vengono definiti “Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe” i quali disciplinano rigidamente la materia dell’aborto.

Prima del 1978, infatti, l’interruzione volontaria di gravidanza o l’aborto cagionato da terzi senza il consenso della donna erano considerati un illecito severamente punito con la reclusione, pena comminata sia a colui il quale eseguiva, l’allora, fatto criminoso ed altresì alla donna consenziente che si sottoponeva alla pratica. Era unicamente la c.d. “causa di onore” (art. 551 Codice Rocco) a prevedere una riduzione della pena: nella circostanza in cui l’interruzione di gravidanza era compiuta per “[…] salvare l’onore proprio o quello di un prossimo congiunto [c.p. 307] le pene ivi stabilite sono diminuite [c.p. 63] della metà ai due terzi.” (art. 551 Codice Rocco).

Si dovrà aspettare sino all’inizio degli anni sessanta per assistere ad un cambiamento: questo prese avvio in Italia con un’accesa discussione in materia di aborto, figlia del dibattito che accese i movimenti femministi e dell’antiproibizionismo, eredità delle lotte che presero avvio in diversi Stati (per esempio, l’America e la Francia) ma che influenzeranno inevitabilmente anche l’Italia e porterà all’abrogazione del Titolo X c.p.

La strada che avrebbe condotto alla Legge n. 194 iniziava così ad essere percorsa.

 

Verso la L. 194/1978: la sentenza della Corte Costituzione n. 27/1975

I mutamenti sociali a cui si stava assistendo, come abbiamo accennato, e le stime circa i ricorsi all’aborto c.d. clandestino furono decisivi nella conduzione di una determinata lotta verso la legalizzazione dell’aborto, che avrebbe garantito non solo il diritto all’aborto ma anche l’accesso ad una procedura medica sicura. Non solo le pratiche clandestine erano alquanto brutali (ad esempio, la spremitura dell’addome o l’inserimento di mezzi meccanici nel cavo uterino) ma le conseguenze lesive potevano essere così severe da condurre anche alla morte della donna.

La trasformazione della disciplina dell’interruzione volontaria della gravidanza iniziò con una storica sentenza della Corte Costituzionale, che il 18 Febbraio 1975 sancì l’incostituzionalità dell’art. 546 del codice penale (“aborto di donna consenziente”).

Le ragioni che mossero il giudizio della Corte soggiacciono nel fatto che suddetto articolo non prevedeva l’ipotesi del c.d. aborto terapeutico se non in stato di necessità: infatti secondo quanto puntualmente disposto dall’art. 54 c.p. la punibilità della pratica abortiva era esclusa solo nella circostanza in cui si fosse realizzata una situazione di pericolo attuale che consisteva nel “grave danno alla persona [… ] che assumeva la caratteristica della grave o permanente menomazione dell’integrità fisica o della minaccia per la vita stessa[3].

La sentenza del 1975 afferma infatti che “[…] il c.d. aborto terapeutico ricorre soltanto quando sussiste la inevitabilità e l’attualità del pericolo di un grave danno alla persona, mentre l’aborto praticato a scopo medico per evitare che la donna subisca aggravamenti di preesistenti alterazioni fisiche, rimane sanzionato penalmente.”.

Dunque ciò che la Corte rileva è un doppio limite dell’art. 54 c.p.: questo circoscrive all’attualità del grave danno a cui la donna è esposta il ricorso alla pratica abortiva e nel contempo esclude il rischio potenziale, considerato una mera possibilità, che questa potrebbe trovarsi ad affrontare come ragione sufficiente per il ricorso all’aborto terapeutico.

La sentenza infatti continua così: “[…] La condizione della donna gestante è del tutto particolare e non trova adeguata tutela in una norma di carattere generale come l’art. 54 c.p. che esige non soltanto la gravità e l’assoluta inevitabilità del danno o del pericolo, ma anche la sua attualità, mentre il danno o pericolo conseguente al protrarsi di una gravidanza può essere previsto, ma non è sempre immediato.”.

E, ancora, viene criticato l’orientamento dettato dall’art. 54 c.p. poiché “[…] (l)a scriminante dell’art. 54 c.p. si fonda sul presupposto d’una equivalenza del bene offeso dal fatto dell’autore rispetto all’altro bene che col fatto stesso si vuole salvare. Ora non esiste equivalenza fra il diritto non solo alla vita ma anche alla salute proprio di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione che persona deve ancora diventare.”. La Corte si riferisce, qui, alla inevitabile conseguenza che la disposizione di suddetto articolo comporta, ovvero una mancanza di considerazione verso i beni della vita e della salute della donna rispetto ad una vita che deve ancora realizzarsi compiutamente: con questa sentenza si afferma la prevalenza della vita e della salute della donna rispetto al feto, anticipando il rilievo di elementi quali la salute psicologica e le circostanze sociali ed economiche previste dalla L. 194/1978.

Seguendo le orme di questa sentenza che abbiamo brevemente analizzato, il passo verso l’approvazione della legge 194/1978 fu assai breve.

Il Parlamento giunse alla ratifica della regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza stabilendone le condizioni che tutt’oggi legittimano al suo ricorso.

 

La Legge 194/1978

Il nostro Ministero della Salute definisce la legge come la possibilità riconosciuta ad ogni donna di richiedere l’interruzione della gravidanza, secondo le procedure puntualmente descritte dal Testo di legge.

La legge 194 si propone come una forma di dialogo tra i diritti della donna e l’interesse alla vita del concepito, mantenendo tuttavia come fondamento la prevalenza della salute fisica e psicologica della donna. È così legittimata l’interruzione volontaria di gravidanza in caso di “serio pericolo” poiché, secondo quanto chiaramente stabilito dall’art. 1 l.194/1978, l’impiego della pratica abortiva non è considerato un mezzo per controllare le nascite.

Cosa s’intende con “serio pericolo”, dunque?

In base allo stato di avanzamento della gravidanza – stabilendo così, come anticipato, un equilibrio tra i diritti della donna e del concepito – l’interruzione della gravidanza è ammessa per motivazioni diverse, che possiamo così riassumere

  • 4: interruzione volontaria entro i primi 90 giorni; le ragioni di pericolo nel c.d. primo trimestre sono connesse alla salute fisica e psichica della donna, ad anomalie e malformazioni del concepito nonché a motivazioni non necessariamente d’ordine medico ma economico e sociale. Secondo quanto stabilito da suddetto articolo, il procedimento da seguire in questo frangente è:
    • La valutazione, con il medico competente, delle motivazioni che spingono la donna a tale richiesta e delle forme di sostegno di cui ella può eventualmente avvalersi[4] per portare a termine la gravidanza;
    • La redazione di un documento compilato dal medico competente insieme alla donna, e firmato da entrambi, che attesti “[…] lo stato di gravidanza, l’epoca della gravidanza e l’avvenuta richiesta della sua interruzione[5] come previsto dall’art. 5 194/1978. Sempre secondo quanto stabilito da suddetto articolo se non è riscontrato un caso d’urgenza, il medico invita la donna a soprassedere per 7 giorni: trascorsi questi, ella potrà recarsi con il documento presso le strutture accreditate per ottenere l’interruzione della gravidanza.
  • 6: interruzione della gravidanza oltre i 90 giorni; l’interruzione della gravidanza oltre il primo trimestre è prevista unicamente nei casi in cui vi è un accertato stato di grave pericolo per la salute della donna od “[…] anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”. In questa circostanza l’IVG è consentita solo presso il reparto ove opera lo specialista che ha redatto il certificato di cui abbiamo approfondito sopra.

 

Secondo quanto prescritto dall’art. 12, la richiesta di IVG dev’essere fatta personalmente e volontariamente dalla donna: durante l’intero percorso dev’esserle garantito l’anonimato e il rispetto della sua dignità.

Qualora la richiesta di interruzione di gravidanza riguardi una minore, si ritiene necessaria l’autorizzazione di entrambi gli esercenti la responsabilità genitoriale o di chi eserciti su di essa la tutela. Al Giudice tutelare spetta concedere l’autorizzazione definitiva a procedere, una volta sentita la minore. A rendere lecito l’intervento prescindendo le autorizzazioni, è solo un accertato stato di imminente pericolo per la vita della minore di qualsiasi età.

L’art. 13 riconosce, invece, alla donna interdetta la facoltà di poter decidere rispetto alla prosecuzione della gravidanza: ella può personalmente richiedere l’interruzione e se questa è avanzata dal tutore o dal marito, dev’essere confermata dalla donna. In ogni caso, l’autorizzazione a procedere è accordata esclusivamente dal giudice tutelare.

Informazioni

Pagliuso A., “La storia dell’aborto: dall’antichità fino alla legge n 194.”, Vanilla Magazione.

Cicognani A., Fallani m., Pelotti S., “Medicina legale.”, Casa Editrice Esculapio, Bologna, 2019.

Medicina legale per i corsi di laurea ad orientamento Giuridico e Triennali”, Edizioni Idelson – Gnocchi, Napoli, 2020.

[1] Quando questa giunge al termine è possibile di conseguenza capire un altro diritto, quello del parto cesareo. Per un approfondimento si rinvia all’articolo di Beatrice Alba per DirittoConsenso: Il diritto al parto cesareo – DirittoConsenso.

[2] Pagliuso A., “La storia dell’aborto: dall’antichità fino alla legge n 194.”, Vanilla Magazione. L’articolo è consultabile al sito https://www.vanillamagazine.it/la-storia-dellaborto-dallantichita-fino-alla-legge-n194/

[3] Cicognani A., Fallani m., Pelotti S., “Medicina legale.”, Casa Editrice Esculapio, 2019, Bologna, p. 169.

[4]Medicina legale per i corsi di laurea ad orientamento Giuridico e Triennali”, Edizioni Idelson – Gnocchi, Napoli, 2020, p. 422.

[5] Cicognani A., Fallani m., Pelotti S., “Medicina legale.”, Casa Editrice Esculapio, 2019, Bologna, p. 174.