Corte costituzionale russa

I "controlimiti" secondo la Corte Costituzionale Russa

Il difficile bilanciamento tra inviolabilità dei principi costituzionali e adempimento degli obblighi assunti in sede internazionale secondo la Corte costituzionale russa in un recente caso

 

Corti contro Corti: quando la Costituzione viene prima

L’intangibilità dei principi costituzionali è certamente esigenza fondamentale ma lo è anche assicurare la proficua interazione fra l’ordinamento nazionale e quelli sovranazionali a cui lo Stato ha scelto di aderire. È possibile infatti che da tale appartenenza possano scaturire degli obblighi per lo Stato che, se ottemperati, potrebbero tradursi in una lesione di principi supremi su cui si regge l’architettura costituzionale. È cosa nota. In tempi recenti la Corte costituzionale italiana, con le sentt. nn. 238/2014 e 115/2018 ha invocato, rispettivamente, i principi supremi della inviolabilità del diritto di difesa (24 Cost.) e della legalità penale (25 Cost.) quali “scudi” per bloccare, rispettivamente, l’esecuzione di una sentenza della CIG, pronunciata nel 2012, e una lettura costituzionalmente incompatibile dell’art. 325 TFUE[1].

Nell’ordinamento italiano non esiste, però, una norma che, a chiare lettere, positivizzi questo “divieto di transito” per sentenze pronunciate da organi giurisdizionali sovranazionali quando il loro contenuto contrasti con i principi costituzionali. A monte, lo stesso concetto di “principio supremo” non è positivizzato: la Consulta lo ha infatti ricostruito in via pretoria, tratteggiandolo a partire dalla (storica) sent. n. 1146/1988[2].

Vale un discorso in parte differente per la Corte costituzionale Russa. Il 14 dicembre 2015 è stato modificato l’art. 104 della legge costituzionale (ФКЗ – 1/21-07-1994) sulla Corte costituzionale, finalizzata ad autorizzare il Giudice delle leggi (su proposta, in questo caso, del Ministro della Giustizia) a dichiarare “l’impossibile esecuzione” di una sentenza (o comunque di un provvedimento giurisdizionale) reso da un organo sovranazionale deputato alla tutela dei diritti fondamentali qualora il contenuto di tale decisione si sostanzi in una interpretazione di norme internazionali, formulata dall’organo giudicante, contrastante con la Costituzione della Federazione Russa. La norma in questione non riguarda solamente le sentenze della Corte di Strasburgo, ma può potenzialmente bloccare il passo a qualsiasi decisione resa da un organo internazionale, incluse quelle, per esempio, del Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite.

C’è da preoccuparsi? In realtà non molto, a prestar fede alle dichiarazioni del delegato russo rese al Comitato di Venezia[3]. Se, in effetti, una sentenza è contraria alla Costituzione, il fine della norma è quello di riservare alla Corte costituzionale, che ha il monopolio dell’interpretazione della Carta fondamentale, il compito di ravvisare l’incompatibilità. Tralasciando il profilo di responsabilità dello Stato russo, a fronte dell’inadempienza dell’obbligo di eseguire una sentenza internazionale, giova rilevare che, per altro verso, se l’accertato contrasto è risolvibile soltanto tramite un emendamento costituzionale, la Corte non può ovviamente provvedere a comporre l’incompatibilità, ma può soltanto dichiararla. In qualsiasi ordinamento la revisione costituzionale è, a ben vedere, una strada non semplice, che richiede maggioranze elevate e, a monte, l’effettiva volontà delle forze politiche (non solo di maggioranza) di adeguare l’ordinamento nazionale per renderlo compatibile con le statuizioni adottate in sede internazionale. Il rischio è che le considerazioni testé effettuate possano tradursi in un alibi per rinviare sine die il problema. Ciò nonostante, in altri Paesi è talora accaduto che il legislatore abbia messo mano alle Carte costituzionali per renderle rispettose di norme internazionali come interpretate dagli organi giurisdizionali a ciò deputati[4].

La sentenza del 19 aprile 2016 (12-П/2016) segna la prima applicazione della nuova norma e riguarda l’esecuzione di una decisione della Corte di Strasburgo. Comprendere meglio i termini della questione originaria aiuterà, però, a cogliere gli sviluppi conseguenti.

 

Il caso Anchugov e Gladkov v. Russia 

L’art. 32, par. 3, della Costituzione russa del 1993 preclude l’esercizio del diritto di voto per tutti coloro che si trovino in stato di privazione della libertà per effetto di una sentenza pronunciata da una corte. Si tratta di una scelta effettuata dai costituenti che esclude così tutti i detenuti dal diritto di esprimere la propria volontà politica. Come noto, la Russia ha aderito alla Cedu nel 1998. L’art. 3 del I Protocollo addizionale impegna gli Stati aderenti a rendere effettivo il diritto di voto per i loro cittadini, tramite l’organizzazione periodica di libere elezioni a scrutinio segreto.

Nel caso Anchugov e Gladkov v. Russia del 2013 la Corte Edu ha ritenuto che la formulazione della norma costituzionale testé richiamata fosse contrastante con l’art. 3 del Protocollo, configurando così una violazione del diritto internazionale per la quale la Russia è stata condannata. Le indicazioni dei giudici di Strasburgo sono quelle di dare adeguata effettività al principio di proporzionalità in relazione a tale restrizione, limitando la portata del divieto soltanto per i condannati per reati gravi, consentendo, per converso, l’esercizio del diritto di voto per i detenuti ristretti per reati meno gravi. La sentenza della Corte costituzionale Russa è però chiara nello statuire che la previsione della sua Carta fondamentale impedisce di dar seguito ai contenuti della sentenza europea[5].

Il giudice delle leggi ammette che il legislatore potrà intervenire in futuro, magari identificando categorie di detenuti condannati per reati di non particolare gravità per i quali la privazione potrebbe venir meno. Ma questo non potrebbe che avvenire attraverso una revisione del testo costituzionale che temperasse il rigore del principio espresso dall’art. 32, par. 3, Cost. russa.

Ciò nonostante, il legislatore russo ha in qualche modo dato seguito alle rimostranze contenute nella sentenza del 2013. Infatti, poco meno di un anno fa, nel giugno 2019, il Codice penale è stato modificato attraverso l’introduzione di una nuova pena extracarceraria, i “lavori collettivi”[6] che si applicherebbe ai condannati per reati di particolare tenuità o di non eccessiva gravità ovvero nei casi di delitti gravi commessi da soggetto incensurato. Sottoposto a tale misura il condannato può così esercitare il suo diritto di voto.

Secondo il legislatore russo, le modifiche legislative apportate sarebbero sufficienti per dare esecuzione al giudicato europeo. Ad avviso di chi scrive, ciò è in buona misura corretto: il testo della Costituzione russa si riferisce testualmente a <<местах лишения свободы>> (luoghi di privazione della libertà personale) tra i quali possono rientrare le carceri, ma anche luoghi esecutivi di altre pene che, in ogni caso, sono comunque “privazioni della libertà personale” a prescindere dalla struttura dove si svolge la fase esecutiva della sanzione principale. Se è vero che la condanna dei giudici di Strasburgo era dipesa dalla esclusione totale dei soggetti ristretti dall’esercizio dei diritti politici, allora l’auspicio della Corte Edu sarebbe stato ascoltato e la portata assoluta del bando costituzionale sarebbe stata pro parte attenuata. Sicché l’incompatibilità tra la Cedu e l’ordinamento russo sarebbe stata in parte ricomposta tramite l’azione del legislatore ordinario. Viene però da interrogarsi sulla compatibilità di una deroga apportata in via legislativa a fronte di una norma costituzionale immodificata: forse agire sulla Carta fondamentale avrebbe “cementificato” meglio il risultato?

È stato osservato[7], però, che la sentenza si sarebbe dovuta intendere nel senso che viola l’art. 3, I Prot. addiz., la privazione, indifferenziata in base al tipo di reato, del diritto di voto per i condannati alla pena della reclusione, rispetto ai quali la privazione continua in toto ad operare. Il fatto cioè che a coloro a cui è garantita la pena extramuraria possano esercitare i propri diritti politici non soddisferebbe per nulla le richieste della Corte Edu. A fronte di ciò, inoltre, è stato segnalato che la scelta dei “lavori collettivi” è discrezionalmente rimessa al giudice e che tale pena verrebbe concessa di rado[8]. Data la sua recente introduzione, parrebbe però affrettato azzardare pronostici di natura statistica sulla sua incidenza.

 

La posizione della Corte costituzionale russa

A prescindere dalla querelle rispetto al seguito del giudicato europeo, giova soffermarsi sulle motivazioni che la Corte costituzionale Russa ha addotto per invocare il (nuovo) art. 104 della legge sulla Corte costituzionale, introdotto nel 2015[9]. Come osservato in apertura, la disposizione consente di “bloccare” gli effetti (interni) della sentenza internazionale in quanto incompatibili con la Costituzione. Ciò ha però come conseguenza la responsabilità dello Stato inadempiente, che rifiuta di dare esecuzione al giudicato. La Corte nel caso di specie ha ritenuto che il merito della decisione violasse la natura intangibile dell’art. 32, par. 3, della Costituzione. Sicché, sulla base del combinato disposto fra gli artt. 15, parr. 1 e 4 della Costituzione e 104 della legge sulla Corte costituzionale, ha statuito che l’interpretazione data dalla Corte Edu all’art. 3 del I Protocollo addizionale, in quanto contraria alla Carta fondamentale del Paese, non potesse ricevere alcuna implementazione, poiché avrebbe determinato l’ingresso nell’ordinamento russo di effetti testualmente contrari al precetto costituzionale violato. Servendosi così della norma richiamata, azionata dal Ministro della Giustizia per sollecitare la pronuncia in esame, è stata bloccata l’efficacia interna della sentenza Anchugov e Gladkov v. Russia.

È interessante notare come nella (di poco precedente) sentenza 14-П/2015 la Corte costituzionale Russa avesse “bloccato” un’altra sentenza della Corte Edu. Dato che all’epoca non esisteva ancora la norma impiegata nel caso Anchugov, il giudice di San Pietroburgo ha ritenuto di fondare su tre argomentazioni la propria chiusura rispetto alla decisione della Corte di Strasburgo.

  1. In primo luogo, invocando gli artt. 26 e 31 della Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati del 1969. In forza del primo, uno Stato non sarebbe tenuto ad adeguarsi alle previsioni di una sentenza europea laddove l’interpretazione di una o più norme sia <<contraria all’ordinario senso dei termini impiegati nella Convenzione e al loro significato alla luce dell’oggetto e dello scopo delle norme medesime>>[10].
  2. Inoltre, le decisioni della Corte Edu non potrebbero trovare esecuzione laddove contrastassero con principi che, secondo la Corte costituzionale Russa, sarebbero ius cogens, come quello del rispetto della parità fra Stati e quello di non interferenza negli affari interni.
  3. Da ultimo, l’argomentazione forse più decisiva riguarderebbe l’art. 46, par. 1, per la quale il consenso prestato dalla Federazione Russa aderendo alla Cedu non la renderebbe vincolata allorché gli effetti di quel consenso comportassero la lesione di una <<norma di fondamentale importanza del [proprio] diritto interno>>.

 

È stato osservato[11] però che, contrariamente a quanto asserito, l’art. 27 della Convenzione di Vienna impedirebbe alla Federazione Russa di invocare una sentenza della Corte costituzionale per sottrarsi alla esecuzione di una sentenza del giudice europeo o di altro provvedimento internazionale[12].

Ciò posto, non stupisce che a seguito di tali argomentazioni il legislatore russo abbia scelto di “positivizzare” questi controlimiti attraverso il potere della Corte costituzionale di dichiarare l’inefficacia interna di una sentenza della Corte Edu (o di un altro organo giurisdizionale per la tutela dei diritti fondamentali).

 

La reazione del Consiglio d’Europa e qualche considerazione finale

La reazione del Consiglio d’Europa, prevedibilmente, non poteva che essere allarmata. Nell’apposito rapporto del giugno del 2016[13] esprime preoccupazione per gli effetti a lungo termine della scelta normativa compiuta dal legislatore russo nel 2015, che, però, pare non essere nulla di così innovativo, quanto piuttosto la positivizzazione di qualcosa già praticato.

Dalla adesione della Russia nel 1998 alla Cedu, la Corte di Strasburgo è intervenuta più volte riscontrando incompatibilità nell’ordinamento russo e provvedendo in più occasioni a tutelare i diritti dei suoi cittadini. E’ stato osservato[14], però, è che la norma in questione potrebbe potenzialmente essere impiegata per impedire l’adeguamento della legislazione russa al decisum del giudice europeo, privando le relative sentenze di portata obbligatoria e demandando al legislatore la scelta circa il quando e il quomodo della armonizzazione, ma soprattutto, in definitiva, quella sul “se” conformarsi o meno.

Allo stato attuale, tuttavia, il seguito dato all’auspicio della Corte costituzionale Russa nella sentenza 12-П/2016 ha mostrato comunque la volontà del legislatore russo di porre, per quanto possibile, un primo rimedio rispetto alle criticità segnalate dalla Corte Edu: nel 2012, rilevavano i giudici di Strasburgo, nessuno dei circa 734.000 detenuti russi poteva infatti esercitare il proprio diritto di voto[15]. Al 2019, con l’implementazione della pena extramuraria, un certo numero di condannati potrà esercitare i propri diritti politici. Forse non saranno moltissimi, ma un certo numero potrà farlo.

È un inizio, ed il legislatore ha comunque mostrato di non desiderare una chiusura totale, ma un adeguamento alle sue condizioni. Per quanto questo diritto internazionale “à la carte”[16] possa apparire strano, non bisogna dimenticare che, bene o male, molti altri Stati europei hanno talvolta ritenuto opportuno invocare l’integrità dei propri ordinamenti costituzionali per “bloccare” l’accesso agli effetti derivanti da provvedimenti giurisdizionali pronunciati da Corti sovranazionali, Italia in primis. La supremazia della Costituzione (e dei suoi principi supremi) è irrinunciabile; la tutela dei diritti fondamentali, anche. Quale via sceglierà per il futuro la Russia?

Informazioni

M. AKSENOVA, Anchugov and Gladkov is not Enforceable: the Russian Constitutional Court Opines in its First ECtHR Implementation Case, in , 25 aprile 2016.

G. BOGUSH – A. PADSKOCIMAITE, Case closed, but what aboute the execution of the judgement? The closure of Anchugov and Gladkov v. Russia, in European Journal of Internationl Law, 30 ottobre 2019.

N. CHAEVA, The Russian Constitutional Court and its Actual Control over the ECtHR Judgement in Anchugov and Gladkov, in European Journal of Internationl Law, 26 aprile 2016.

P. PUSTORINO, Russian Constitutional Court and the execution ‘à la carte’ of ECtHR judgments, in QIL, Zoom-in 32 (2016), 5-18

Il testo della sentenza del 19 aprile 2016 può essere letto (in inglese) a questo link: 2016_April_19_12-P.pdf (ksrf.ru) 

Costituzione della Federazione Russa (testo in italiano): www.art3.it/Costituzioni/cost RUSSA.pdf

Legge sulla Corte costituzionale russa (Federalnij Konstitutionalnij Zakon o Konstituzionnije Sude Rossiskoi Fedratsii) testo in inglese reperibile a questo link: http://www.ksrf.ru/en/Info/LegalBases/FCL/Documents/Law.pdf

A. ACCORDATI, La libera manifestazione del pensiero in Russia e la storia, in DirittoConsenso, 2 marzo 2021. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2021/03/02/libera-manifestazione-del-pensiero-in-russia-storia/

G. CASAVECCHIA, L’ergastolo ostativo nella giurisprudenza CEDU, in DirittoConsenso, 28 febbraio 2020. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/28/ergastolo-ostativo-cedu/

R. GIORLI, Il nullum crimen europeo, in DirittoConsenso, 17 febbraio 2021. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2021/02/17/il-nullum-crimen-europeo/

[1] I riferimenti riguardano, rispettivamente, l’esecuzione della sentenza della CIG pronunciata nel caso Italia v. Germania nel 2012 e alla (complessa) vicenda nota come “saga Taricco”, originata dal rinvio pregiudiziale avente ad oggetto la compatibilità con l’art. 325 del TFUE della normativa italiana in materia di prescrizione.

[2] Nella sentenza in questione, la Corte costituzionale ha statuito che: <<la Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali>>.

[3] RUUSSIAN FEDERATION FINAL OPINION ON THE AMENDMENTS TO THE FEDERAL CONSTITUTIONAL LAW ON THE CONSTITUTIONAL COURT (Adopted by the Venice Commission at its 107th Plenary Session, Venice, 10-11 June 2016), cit., p. 7 ss. www.venice.coe.int/webforms/documents/default.aspx?pdffile=CDL-AD(2016)

[4] Ivi, cit., p. 5.

[5] Sent. n. 12-П/2016, par. 4.1, (traduzione non ufficiale in inglese) a proposito delle richieste della Corte Edu di differenziare il trattamento in relazione alla gravità del reato. Una soluzione di questo tipo: <<do not accord with the indicated constitutional imperative, unconditionally extending to all convicted persons serving penalty in places of deprivation of liberty under a court sentence>>.

[6] In inglese, nella versione originale del contributo, la denominazione è “community works”  che si sostanziano in << (the) placement in correctional centres for community work and may be imposed for committing a small or medium gravity offence or in case of a grave offence is committed for the first time>>, G. BOGUSH – A. PADSKOCIMAITE, Case closed, but what aboute the execution of the judgement? The closure of Anchugov and Gladkov v. Russia, in European Journal of Internationl Law, 30 ottobre 2019, cit., p. 3.

[7] Ivi, cit., p. 4.

[8] Ibidem.

[9] Il testo della norma può essere letto, in inglese, a questo link: www.venice.coe.int/webforms/documents/default.aspx?pdffile=CDL-REF(2016)006-e

[10] R. LUZZATTO – F. POCAR, Codice di diritto internazionale pubblico, VII ed., Giappichelli, Torino, 2016. Convenzione di Vienna sul diritto dei Trattati del 1969, cit.

[11] N. CHAEVA, The Russian Constitutional Court and its Actual Control over the ECtHR Judgement in Anchugov and Gladkov, in European Journal of Internationl Law, 26 aprile 2016, cit., p. 3 ss.

[12] Ibidem.

[13] COE, RUUSSIAN FEDERATION FINAL OPINION, p. 1 ss. Consultabile per intero al link: www.venice.coe.int/webforms/documents/default.aspx?pdffile=CDL-AD(2016)

[14] N. CHAEVA, The Russian Constitutional Court, cit., p. 4.

[15] Corte Edu, Anchugov e Gladkov v. Russia, 4 luglio 2013, par. 104.

[16] P. PUSTORINO, Russian Constitutional Court and the execution ‘à la carte’ of ECtHR judgments, in QIL, Zoom-in 32 (2016), 5-18, cit., p. 1.


Corte costituzionale russa

La corte costituzionale russa

Qualche riflessione sulle origini della corte costituzionale russa e sulle modalità di accesso al sindacato di costituzionalità

 

Dal Comitato di supervisione costituzionale dell’URSS alla Corte costituzionale Russa

Nel 1988, a pochi anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, che era stata definita il “grande malato del XX secolo”[1], Gorbačёv (in piena perestrojka e nel clima della glasnost’) ritenne opportuno dotare lo Stato sovietico di un organo deputato al controllo di costituzionalità sulle leggi federali dell’URSS. Va detto, in apertura, che una forma di controllo sulla conformità degli atti legislativi del Soviet Supremo alla Costituzione era già previsto dall’art. 124 della Costituzione dell’Unione Sovietica del 1977. Tuttavia, dalla sua adozione, poche volte la norma in questione aveva trovato applicazione. Il 1 febbraio 1988, l’istituzione del Comitato di supervisione costituzionale dell’URSS[2] poneva le basi per lo sviluppo della giustizia costituzionale nell’esperienza giuridica sovietica (e, successivamente, russa).

Le ragioni per cui l’URSS, nei settant’anni della sua esistenza, non si era mai dotata di una Corte costituzionale, modellata sulle omologhe esistenti in Europa occidentale, sono complesse ed articolate, ma in buona misura riconducili ad un postulato. La teoria marxista – leninista del diritto assume come incompatibile la coesistenza, nello stesso ordinamento, di un organo legislativo, che è espressione dei Soviet popolari – quindi legislatore supremo – ed un organo tecnico, sganciato dal circuito della legittimazione popolare, quale un tribunale costituzionale[3]. Di più: un apparato del genere non avrebbe ragion d’essere poiché l’atto legislativo è, in ultima analisi, prodotto supremo e intangibile, manifestazione insindacabile di volontà, cardine della legalità socialista.  Certo, questo non implica che gli atti normativi (federali o delle singole repubbliche federate) non dovessero essere conformi alla Costituzione Sovietica, ma tale conformità veniva definita in fase di elaborazione del prodotto normativo, in una sinergia fra organi dello Stato (Soviet Supremo dell’URSS e il suo Presidium) e organi del Partito (in prevalenza, il Comitato Centrale del PCUS). Peraltro, l’attività giudiziale svolta dalla Corte Suprema dell’URSS garantiva, in buona misura, l’aderenza del diritto vivente ai principi socialisti sanciti ed incarnati nella Costituzione Sovietica. Tali premesse giuridiche, qui necessariamente accennate, finirono inevitabilmente per riverberarsi sulle funzioni del Comitato di supervisione, che la legge istitutiva ridusse a compiti meramente consultivi, ben distanti dalla concezione kelseniana (e “occidentale”) del sindacato di costituzionalità delle leggi.

Il 12 dicembre 1991 il Soviet Supremo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa proclamava l’indipendenza dello Stato, ratificando gli accordi di Belaveža e ritirando i propri deputati dal Soviet Supremo dell’URSS. La bandiera rossa era stata definitivamente ammainata dalla cupola del Cremlino, sulla quale aveva sventolato per settant’anni. Il nuovo Stato russo, guidato da Boris Eltsin, attraversava però un momento di profonda incertezza e crisi sociale: il passaggio dall’economia pianificata al mercato aveva avuto effetti drammatici. Le stesse istituzioni del Paese andavano costruite (o ricostruite) sulle ceneri di quelle della RSFSR. Fu in questo clima che, nel 1993, venne approvata la Costituzione tuttora vigente. Infatti, prima dell’adozione di tale Carta fondamentale, la Costituzione era rimasta quella della RSFSR del 1978 e il potere legislativo risiedeva ancora nel Soviet Supremo, ereditato dall’assetto costituzionale socialista. L’attuale configurazione della Corte costituzionale Russa si basa sulla struttura elaborata nel 1993. Invero, il Tribunale costituzionale era già in funzione dal 1991 e aveva giocato un ruolo decisivo nella crisi costituzionale del 1993 e nella coeva adozione della attuale Costituzione della Federazione Russa[4].

 

La Corte oggi

Ad oggi, la Corte costituzionale Russa è ubicata a San Pietroburgo, nell’oblast’ di Leningrado (fino al 2008 i suoi uffici si trovavano a Mosca). La composizione attuale prevede 19 giudici, da un originario numero di 15. I giudici sono nominati dal Consiglio Federale (la camera alta del Parlamento) su proposta del Presidente della Federazione Russa. Tra di essi figurano il Presidente della Corte, dotato di considerevoli poteri disciplinari e di allocazione delle controversie fra le Camere di cui si compone la Corte. Tra i requisiti, oltre alla cittadinanza russa, la legge richiede particolari meriti accademici in ambito giuridico e l’esercizio dell’avvocatura per almeno 15 anni.

L’esistenza e le funzioni della Corte sono previste dall’art. 125 della Costituzione. Le modalità di funzionamento dell’organo, le prerogative dei giudici ed altri aspetti di dettaglio sono, poi, disciplinati in dettaglio dalla legge costituzionale sulla Corte costituzionale Russa (ФКЗ-1/21-07-1994). Il sindacato di costituzionalità in Russia è di tipo accentrato, prevalentemente successivo. Con attenzione alle modalità di accesso al giudizio della Corte, in parte il sindacato ha natura incidentale, in parte principale. Nel rapido approntamento di un organo di giustizia costituzionale, il legislatore russo si ispirò profondamente alle esperienze tedesca ed austriaca, con particolare riferimento all’accesso individuale al giudizio di costituzionalità in via diretta.

 

Le tipologie di atti soggetti al controllo di costituzionalità

I giudici di San Pietroburgo hanno, primariamente, il compito di pronunciarsi sulla conformità delle leggi e degli atti aventi forza di legge al dettato costituzionale. Tra gli atti in questione rientrano, anzitutto, le leggi federali, i decreti presidenziali (ukase) e quelli del Governo federale. Inoltre, anche le stesse leggi di revisione costituzionale possono essere scrutinate. Per fare qualche esempio, guardando all’attualità, la Corte costituzionale Russa si è pronunciata a proposito della legittimità della riforma costituzionale promossa dal Presidente Putin, e suffragata da un referendum, nel 2020[5].

In secondo luogo, oggetto del giudizio possono essere gli Statuti e le leggi dei soggetti federati, dotati di potere legislativo in alcune materie di loro competenza (ad es., le Repubbliche autonome). La Corte ha infatti il compito di vigilare sul rispetto del riparto di competenze esistente fra la Federazione ed i soggetti federati, risolvendo in via principale i conflitti di competenza fra il governo federale e le entità federate, nonché fra i soggetti federati medesimi. Giova qui ricordare che la Federazione Russa è composta da 86 soggetti federati[6], che dispongono in diversa misura di potere legislativo.

A tal proposito, la Corte vigila con particolare attenzione sul rispetto delle prerogative federali, specie nel caso di macroscopiche violazioni del dettato costituzionale. Ad esempio, alcuni anni fa, in una celebre sentenza[7] la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime una serie di disposizioni previste da leggi locali, promulgate da alcune entità costituenti della Federazione Russa (la città di Mosca, le oblast’ di Mosca e Voronež e il kraj di Stavropol) che prendevano limitazioni della libertà di movimento dei cittadini nell’ambito dei loro territori, avendo queste ultime invaso una competenza di pertinenza federale. Lo stesso anno, peraltro, il giudice delle leggi aveva dichiarato incostituzionali le disposizioni della Carta della Repubblica autonoma dell’Altaj, che attribuiva all’assemblea legislativa della Repubblica il diritto di nominare e revocare il governatore[8]. Pochi anni dopo, in un giudizio riguardante la stessa Carta dell’Altaj (e successivamente quelle di un certo numero di altre Repubbliche autonome), la Corte ha colpito le norme che proclamavano la “sovranità” di queste repubbliche, violando così i diritti della Federazione, unico soggetto “sovrano”[9].

Il discorso si inserisce in una complessa dialettica centro – periferia, giacché il riparto di competenze, fissato dagli artt. 72 e ss. della Costituzione Russa del 1993, interessa ambiti territoriali molto distanti tra loro, geograficamente e culturalmente. La corretta osservanza del riparto di competenze fra governo centrale soggetti federati è cruciale in un Paese che si estende per migliaia di chilometri ed esercita la sua sovranità su territori diversi e plurime etnie, tra le quali aleggiano, talora, tendenze centrifughe[10]. L’interesse del Governo centrale è così quello di mantenere un perenne raccordo tra centro e periferia e, sul punto la Corte è sensibile, salvaguardando però al tempo stesso le dinamiche territoriali, in un costante (e pragmatico) bilanciamento fra interessi locali e nazionali, spesso frutto di delicati equilibri[11]. Nel 2005, ad esempio, la Corte costituzionale Russa ha confermato la costituzionalità di una legge federale, adottata su iniziativa del Presidente della Federazione, volta a garantire un maggiore protagonismo del governo centrale nelle procedure di nomina degli alti funzionari delle entità costitutive della Federazione Russa[12].

Nondimeno, il sindacato di legittimità non concerne soltanto i provvedimenti legislativi già in vigore. È possibile infatti per la Corte pronunciarsi anche sulla conformità costituzionale prioritaria (e cioè puramente potenziale) del contenuto di un Trattato internazionale a cui la Federazione Russa abbia aderito. Si tratta, in quest’ultimo caso, di una forma molto particolare di sindacato preventivo perché non riguarda atti legislativi ma trattati internazionali.

 

I soggetti abilitati ad adire la Corte costituzionale e caratteristiche delle pronunce

Giova ricordare che, analogamente ad altri ordinamenti dell’Europa orientale, è previsto un rimedio analogo al Verfassungsbeschwerde per consentire al singolo, che assume lesi i suoi diritti fondamentali, di rivolgersi al giudice costituzionale una volta esperiti gli altri rimedi legali previsti dall’ordinamento. Inoltre, quale particolare modalità di actio popularis, anche organizzazioni e persone giuridiche possono promuovere il giudizio di costituzionalità. Accanto agli altri soggetti contemplati dalla legge ed abilitati a sollevare la questione di legittimità, un ruolo di primo piano spetta ai cittadini (e a loro associazioni), che possono rivolgersi direttamente al giudice costituzionale in relazione ad un caso concreto. Il principale carico di lavoro della Corte costituzionale Russa proviene, infatti, dall’esame delle denunce riguardanti presunte violazioni dei diritti costituzionali e delle libertà dei cittadini. Ogni anno, la Corte riceve da 14.000 a 19.000 reclami da parte dei cittadini, a testimonianza della fiducia del popolo nei confronti della Corte Costituzionale[13]. La forza di questo istituto risiede nell’elevato grado di tutela che esso offre ai ricorrenti.

Oltre a quelli appena visti, i soggetti abilitati a promuovere il giudizio di costituzionalità possono essere suddivisi in soggetti appartenenti al potere giudiziario e soggetti politici. I primi sono costituiti, ad esempio, dalle Corti distrettuali, dalle Corti d’appello, dai tribunali amministrativi e dalla Corte Suprema. I soggetti politici, d’altra parte, che possono rivolgersi alla Corte, sono il Presidente della Federazione Russa, il Presidente del Consiglio della Federazione (Senato), quello della Duma di Stato (Camera bassa) oppure un quinto dei Membri dei Consiglio della Federazione o dei Deputati della Duma di Stato, o, da ultimo, il Governo della Federazione Russa (art. 125, co. 2, Cost.)[14].

Dal punto di vista della tipologia delle decisioni, la Corte costituzionale Russa può pronunciare, anzitutto “sentenze”. Queste sono sentenze vere e proprie, mediante le quali la Corte accerta o rigetta la questione di legittimità sollevata dai soggetti a ciò abilitati. In secondo luogo, vengono in rilievo le “conclusioni” (zachluchenije), quali atti a carattere consultivo che la Corte pronuncia solo in caso di procedimento in cui il Presidente della Federazione si trovi in stato di accusa (art. 125, co. 7, Cost.). Da ultimo, ed è questa la tipologia decisoria maggiormente ricorrente, vi sono i “chiarimenti” che consistono in ordinanze con cui la Corte costituzionale chiarisce in modo estensivo le motivazioni in base alle quali aveva precedentemente rigettato un ricorso individuale presentato da un cittadino. Sono previsti, poi, provvedimenti “interlocutori” per lo svolgimento del processo costituzionale.

Dal punto di vista degli effetti delle sentenze della Corte costituzionale Russa, la pronuncia annulla la norma impugnata e ne preclude l’applicazione (art. 125, co. 6, Cost.[15]). Tuttavia, quantomeno nel caso di ricorsi individuali al giudice costituzionale, il positivo esperimento del ricorso, (traducendosi in un rimedio successivo alla pronuncia della sentenza del giudice ordinario) attribuisce diritto al ricorrente di ottenere la revisione del provvedimento di primo o di secondo grado, senza che dal provvedimento della Corte derivino effetti annullatori ipso iure. Ciò avviene tramite la presentazione, entro un termine, della domanda di revisione alla Corte che ha emesso il giudizio ottenendo, così, la revisione della res iudicata in linea con le statuizioni del tribunale costituzionale[16].

Da ultimo, la Corte può anche spingersi fino a lambire la discrezionalità legislativa. In un caso recente, nella sentenza dell’11 dicembre 2014, la Corte costituzionale ha ordinato al legislatore federale di apportare alcune modifiche all’articolo 159, par. 4, codice penale della Federazione Russa entro sei mesi dalla pronuncia della sentenza. Allo stesso tempo, la Corte ha stabilito che <<se, dopo la scadenza di un periodo di sei mesi dalla data di promulgazione della presente risoluzione, il legislatore federale non avrà apportato modifiche appropriate al codice penale della Federazione Russa, articolo 159.4 la norma in questione non sarà più valida>>[17]. La tecnica decisoria impiegata ricorda, in buona misura, la soluzione adottata dalla Corte costituzionale italiana con l’ord. n. 207/2018 nel noto “caso Cappato” e, più di recente, con l’ord. n. 132/2020, in tema di diffamazione aggravata e a mezzo stampa.

Informazioni

ABRAMOVA M., Constitutional Justice of Russia within the judicial landscape of contemporary Europe, in Rivista Derecho del Estado, n. 40, gennaio 2018, 1 ss.

Costituzione della Federazione Russa (testo in italiano): : www.art3.it/Costituzioni/cost RUSSA.pdf.

GANINO M., Tempi e modi rituali della revisione costituzionale di Putin. Continuità e varianti?, in NAD (Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società), n. 1/2020, 178 ss.

HAUSMANINGER H., The Committee of Constitutional Supervision of the USSR, in Cornell International Law Journal, Volume 23, Issue 2 Symposium 1990, Article 5.

Legge costituzionale federale sulla Corte costituzionale (Federalnij Konstitutsionnij Zakon o Konstitutsionne Sude Rossiskoi Federatsii), traduzione in inglese: http://www.ksrf.ru/en/Info/LegalBases/FCL/Documents/Law.pdf.

Sito ufficiale della Corte costituzionale Russa (con relativa banca dati): http://www.ksrf.ru/en/Info/Pages/default.aspx.

ACCORDATI A., La libera manifestazione del pensiero in Russia e la storia, in DirittoConsenso, 02 marzo 2021. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2021/03/02/libera-manifestazione-del-pensiero-in-russia-storia/

ACCORDATI A., La custodia cautelare in Russia, in DirittoConsenso, 26 marzo 2021. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2021/03/26/custodia-cautelare-in-russia/

FEDERICO A., L’articolo 117 della Costituzione tra sussidiarietà e adattamento, in DirittoConsenso, 04 novembre 2020. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/11/04/articolo-117-costituzione-sussidiarieta-adattamento/

[1] L’espressione è tratta da M. S. BAISTROCCHI, Ex – Urss. La questione delle nazionalità in Unione Sovietica da Lenin alla CSI, Ugo Mursia Editore, 1992, cit., p. 2.

[2] Più diffusamente, sull’argomento, si rinvia a H. HAUSMANINGER, The Committee of Constitutional Supervision of the USSR, in Cornell International Law Journal, Volume 23, Issue 2 Symposium 1990, Article 5.

[3] Per un approfondimento della tematica, si rinvia all’opera di U. CERRONI, Il pensiero giuridico sovietico, Editori Riuniti, Roma, 1969.

[4] Il 21 settembre 1993, Boris Eltsin dichiarò il Soviet Supremo della Federazione Russa disciolto, non riuscendo più a far fronte al crescente ostruzionismo politico in Parlamento, generato dalle sue impopolari misure economiche. Secondo la Costituzione della Federazione Russa (recte: della RSFSR del 1978, modificata ma ancora in vigore all’epoca) al Presidente Eltsin non sarebbe spettato quel potere. Ciò diede luogo ad una serie di scontri tra fiancheggiatori dell’opposizione e forze di sicurezza, teatro dei quali fu la “Casa Bianca”, sede del Parlamento. La crisi si concluse solo con l’intervento delle forze armate il 4 ottobre 1993.

[5] http://www.consultant.ru/document/cons_doc_LAW_347691 (Заключение Конституционного Суда РФ от 16.03.2020 N 1-З). Più diffusamente, v. M. GANINO, Tempi e modi rituali della revisione costituzionale di Putin. Continuità e varianti?, in NAD (Nuovi Autoritarismi e Democrazie: Diritto, Istituzioni, Società), n. 1/2020, p. 178 ss.

[6] L’articolazione dei soggetti federati è costituita da: Repubbliche autonome, oblast’(regioni), oblast’ autonome, kraj (territori) e Città federali.

[7] ПОСТАНОВЛЕНИЕ Конституционного Суда Российской Федерации от 04.04.1996 N 9-П.

[8] ПОСТАНОВЛЕНИЕ Конституционного Суда Российской Федерации от 18.01.1996 N 2-П.

[9] ПОСТАНОВЛЕНИЕ Конституционного Суда Российской Федерации от 07.06.2000 N 10-П.

[10] Basti qui ricordare, per tutte, la Repubblica Cecena, teatro di due conflitti nel 1994 e nel 1999.

[11] Un esempio recente a proposito di quanto detto. Nel 2018, la Corte costituzionale ha confermato la costituzionalità dell’accordo sull’istituzione delle frontiere tra la Repubblica di Inguscezia e la Repubblica cecena, firmato dai governatori di queste regioni. La Corte ha concluso che i confini tra le entità costituenti della Federazione Russa possono essere stabiliti senza necessariamente indire un referendum, tenendo conto dell’opinione della popolazione residente interessata, e ha riconosciuto la validità dell’accordo e della legge della Repubblica di Inguscezia sulla sua approvazione. Contrariamente a tale accordo e alla sua legge esecutiva si era precedentemente pronunciata  la Corte costituzionale della Repubblica di Inguscezia (soggetto federato con lo status di Repubblica autonoma). Sulla controversia, si rimanda a https://meduza.io/en/feature/2018/10/31/ingushetia-s-constitutional-court-says-the-controversial-border-deal-with-chechnya-is-unconstitutional-does-that-mean-the-protesters-have-won.

[12] ПОСТАНОВЛЕНИЕ Конституционного Суда Российской Федерации от 21.12.2005 N 13-П.

[13] M. ABRAMOVA, Constitutional Justice of Russia within the judicial landscape of contemporary Europe, in Rivista Derecho del Estado, n. 40, gennaio 2018, cit., p. 10.

[14] In ordine di importanza, però, i ricorsi individuali o collettivi sono (e restano) quantitativamente la parte più significativa delle sentenze pronunciate. Con attenzione ai dati del 2014, la Corte costituzionale ha emesso 33 decisioni, di cui 20 su reclami di cittadini, 4 su reclami di persone giuridiche, 2 su istanze dei tribunali, 2 su richieste dei parlamenti regionali, 1 su richieste del Presidente della la Federazione Russa, e solo 1 su richiesta di un gruppo di deputati della Duma di Stato. Dati presenti in: http://www.ksrf.ru/ru/Decision/Pages/default.aspx.

[15] Stabilisce così il par. 6 dell’art. 125 Cost. <<Gli atti, o le loro singole disposizioni, riconosciuti incostituzionali perdono efficacia; i Trattati internazionali della Federazione Russa che non sono conformi alla Costituzione della Federazione Russa non sono soggetti all’entrata in vigore ed all’applicazione>>. Traduzione italiana in www.art3.it/Costituzioni/cost RUSSA.pdf.

[16] La casistica offre molti esempi. Uno per tutti, sent. № 19-П от 18.07.2013 con la quale la Corte costituzionale ha esaminato e si è pronunciata sul ricorso individuale della ricorrente, K. M. Shrebina. Dopo la pronuncia della sentenza, questa ha esercitato il suo diritto alla revisione del processo di primo grado, ed ha ottenuto la reintegrazione nel posto di lavoro, con il pagamento dell’assenza forzata e un parziale risarcimento delle spese di lite sostenute nel precedente giudizio, in cui era risultata soccombente.

[17] Traduzione non ufficiale dal russo. V. originale: http://doc.ksrf.ru/decision/KSRFDecision181691.pdf.


Custodia cautelare in Russia

La custodia cautelare in Russia

Perché la custodia cautelare in carcere in Russia è stata oggetto di critiche?

 

La custodia cautelare in Russia

La custodia cautelare in carcere è la più afflittiva delle misure cautelari contemplate da un sistema penale perché è quella che maggiormente limita la libertà personale di in indagato che, fino alla sentenza definitiva di condanna, si presume innocente.

I presupposti, la durata, le modalità di esecuzione e di presentazione delle istanze di riesame sono un buon modo per tastare il polso di un ordinamento penale e coglierne tratti illiberali. Tanto più un istituto sensibile come la custodia cautelare presenta presupposti operativi poco stringenti, tanto più esso si presta a poter essere impiegato come mezzo di repressione (quand’anche non di prevenzione) del crimine, rischiando di dar luogo a veri e propri abusi. Dei requisiti di impiegabilità molto deboli possono infatti spingere ad utilizzare tale misura cautelare come un comodo strumento di controllo sociale. Una buona “spia” del possibile uso illiberale della custodia cautelare è rappresentato dal catalogo di reati per i quali è possibile richiedere la restrizione anticipata della libertà. Perché, dunque, proprio la custodia cautelare in Russia?

Talora la Federazione Russa è stata accusata di strumentalizzare il potere giudiziario favorendo un uso politicizzato dei procedimenti penali e del sistema sanzionatorio. Senza prendere posizione su questa affermazione, concentrarsi sulla custodia cautelare in Russia può essere d’interesse. Secondo il recente dato aggiornato al gennaio 2021 la popolazione carceraria russa è pari a 482.888 individui. Di questi il 21,6 % si trova in custodia cautelare per un numero pari a 104.220 soggetti ristretti[1]. Sempre secondo i medesimi dati 72 persone ogni 100.00 abitanti in Russia si trovano attualmente soggetti alla misura restrittiva carceraria in attesa di sentenza definitiva di condanna. Sicché, il dato non deve spaventare: la percentuale di detenuti in cautelare in Italia è, per il 2020, pari al 31,8% della popolazione carceraria. Perciò il dato numerico non pare, a primo avviso, preoccupante.

 

Una situazione controversa

Attualmente l’amministrazione delle carceri russe, che si serve in parte di strutture ereditate dal sistema carcerario sovietico (il più famoso è la celebre Butyrka, a Mosca), in parte di strutture di nuova costruzione, è attribuita al Servizio Penitenziario Federale (Federalnaya Sluzhba Ispolneniya Nakazaniy). Dal 1996 è posto sotto la direzione del Ministero della Giustizia, a seguito delle pressioni del Consiglio d’Europa: fino ad allora era stato infatti diretto dal Ministero degli Interni, dando luogo ad accuse di eccessivi condizionamenti politici nella gestione delle carceri del nuovo Stato russo. L’organizzazione dell’ente, le piante organiche, il personale ed altri aspetti amministrativi sono stati oggetto di profonde riforme nel 1998, in una delicata era di passaggio fra le presidenze di Eltsin e di Putin.

Tuttavia, prima di osservare la disciplina normativa, qualche premessa di attualità. Il sistema penitenziario e, in più nello specifico, le strutture destinate ad accogliere i soggetti ristretti in regime di custodia cautelare in Russia sono oggetto di critiche da parte della stampa e di parte dell’opinione pubblica qualificata del Paese (ONG, giuristi, avvocati, parte della stampa). In primo luogo, le voci critiche lamentano il sovraffollamento delle strutture. Secondo l’organo rappresentativo dall’avvocatura penale russa il problema sarebbe connesso anzitutto all’elevato numero di reati per i quali le porte delle carceri si spalancano in via preliminare. L’inclusione di crimini di poco conto, soprattutto per violazioni delle leggi in materia di immigrazione, avrebbe portato spesso cittadini stranieri nelle strutture destinate alla custodia cautelare, frequentemente uzbeki, georgiani e tagiki. Quest’ultima affermazione non sembra corretta: secondo le statistiche indipendenti, la percentuale di reclusi stranieri non eccederebbe il 3,8% sul totale dei detenuti al 2021.

In secondo luogo è stata oggetto di critica la difficoltà di comunicazione fra i soggetti ristretti e le loro famiglie e i loro legali: sarebbe molto difficile talora anche per gli stessi avvocati ottenere incontri con i loro assistiti. Discorso analogo varrebbe a proposito delle misure cautelari extramurarie. Dal 2002 il Codice di procedura penale è stato innovato con l’implementazione della misura cautelare domiciliare, ma questa misura viene di rado concessa dai giudici (e, a monte, richiesta dalle autorità inquirenti), anche se dai rapporti giudiziari successivi al 2010 si nota un miglioramento, con un incremento delle misure domiciliari. Peraltro, ampi passi sono stati compiuti in questa direzione, specie ad oggi, per cercare di limitare i contagi da Covid-19 nelle carceri. Pare in ogni caso che la custodia cautelare in Russia sia la misura maggiormente impiegata nonostante la disponibilità di altre meno afflittive. Secondo uno studio, la richiesta dei procuratori viene accolta il 90,7% delle volte[2].

 

L’istituto nella legge russa

Ciò posto, analizziamo da vicino la custodia cautelare in Russia. In premessa, l’art. 21 della Costituzione del 1993 sancisce l’inviolabilità della libertà personale e il divieto di trattamenti inumani e degradanti.

I presupposti per la richiesta di tale misura sono definiti dagli artt. 97 e 98 del Codice di procedura penale della Federazione Russa (legge federale n. 174/18-12-2001). Il procuratore distrettuale può chiedere la custodia cautelare dell’indagato se vi sono “sufficienti indizi idonei a supporre” che:

  1. l’indagato si darà alla fuga se sottoposto a misure cautelari meno pervasive.
  2. l’indagato continuerà a commettere ulteriori attività delittuose.
  3. l’indagato potrebbe minacciare o attentare alla vita o all’incolumità fisica dei testimoni o di altre parti del processo.
  4. l’indagato potrebbe distruggere, disperdere, rendere del tutto od in parte inservibili prove od altre tracce del reato necessarie per il processo.
  5. l’indagato potrebbe sottrarsi in un successivo momento all’esecuzione della sentenza o alla estradizione disposta a norma dell’art. 466 del Codice.

 

L’art. 108, par. 1, del Codice stabilisce che la custodia cautelare in carcere può essere richiesta dal procuratore distrettuale quando il reato per cui si procede è punito con la reclusione pari o superiore a due anni, a condizione che una misura cautelare meno afflittiva non possa essere applicata. Il termine di due anni ricomprende un numero davvero molto consistente di reati contemplati dal Codice penale federale e dalle leggi speciali, rendendo praticabile la restrizione anticipata della libertà una scelta possibile (e molto probabile) anche per coloro che abbiano commesso delitti ad offensività ridotta. Inoltre, il periodo successivo della norma stabilisce che la misura può essere disposta da un giudice anche nell’ipotesi in cui si proceda per un delitto punito con la pena della reclusione inferiore a due anni:

  1. se l’indagato non è legalmente soggiornante nel territorio della Federazione Russa.
  2. se non è stato possibile identificare l’indagato.
  3. se l’indagato ha violato i termini di una misura cautelare meno afflittiva.
  4. se l’indagato, al momento dell’arresto, ha tentato di fuggire dalla polizia giudiziaria e/o dalla caserma o dalla struttura ove tradotto per essere identificato ed interrogato.

 

L’art. 108, par. 2, prevede l’esclusione di una serie di reati multiforme, dalla bancarotta al furto di materiale d’interesse storico-artistico. Il catalogo pare, però, abbastanza composito e privo di una particolare logica. Sarebbe, piuttosto, il risultato di una stratificazione normativa. Per quanto concerne la durata della detenzione cautelare l’art. 109 del codice prevede che nel corso delle indagini preliminari l’indagato non possa permanere ristretto per un periodo superiore a due mesi. Questo a condizione però che le indagini possano essere concluse entro due mesi: se ciò non fosse e non emergessero ragioni per l’archiviazione del procedimento, il giudice della Corte distrettuale competente può prorogare la custodia per ulteriori sei mesi.

Nel caso di “reati gravi” il termine può essere esteso per ulteriori dodici mesi. Solo in “casi eccezionali” la detenzione base di due mesi può essere prorogata fino a diciotto mesi. In questo caso servirebbe l’assenso delle autorità inquirenti. Le richieste di proroga (così come la stessa prima richiesta) della magistratura requirente devono essere però formulate in un’apposita udienza monocratica ove siano presenti l’indagato ed il suo difensore, per una adeguata tutela dei diritti difensivi dell’indagato. Secondo i dati, la proroga sarebbe concessa nel 97,8% dei casi in cui è richiesta[3].

 

Qualche considerazione in chiusura

Quanto al riesame, il procedimento è disciplinato dagli artt. 123 e seguenti del codice. Il direttore della struttura carceraria ha il dovere di trasmettere alla Corte distrettuale competente l’istanza di riesame formulata dall’indagato. Le censure possono riguardare tanto il difetto dei presupposti per l’imposizione della custodia cautelare quanto vizi di carattere procedurale. Il soggetto ristretto ha diritto ad ottenere un provvedimento di accoglimento o di rigetto del giudice entro cinque giorni dal ricevimento dell’istanza da parte degli ufficiali della Corte (art. 125). Il termine non è, tuttavia, perentorio.

Nel 2012 la Corte di Strasburgo ha condannato la Russia (caso Ananyev e altri v. Russia) avendo accertato che le condizioni detentive nei centri di custodia cautelare violassero l’art. 3 della Convenzione per la sottoposizione dei soggetti trattenuti a trattamenti inumani e degradanti. La sentenza è particolarmente importante poiché, trattandosi di sentenza – pilota, contiene una serie di preziose indicazioni che il legislatore russo potrà seguire per rendere maggiormente compatibili con la Cedu le strutture penitenziarie del Paese. Queste spaziano da indicazioni di carattere generale fino a più puntuali raccomandazioni di adeguamento della metratura delle celle, della funzionalità dei servizi igienici, delle condizioni delle brande e delle ore di riposo per i carcerati. Inoltre le indicazioni riguardano i meccanismi per garantire con maggiore effettività la sicurezza degli indagati (e condannati) e la formazione del personale di custodia. Qualche anno fa l’avvocatura penale ha invocato profonde riforme del sistema penitenziario: segno che, forse, c’è ancora qualcosa da fare per soddisfare i giudici della Corte Edu e migliorare la situazione della custodia cautelare in Russia[4].

Informazioni

Per un panorama generale sulla custodia cautelare in Russia: http://www.pretrialrights.org/russia/

Dati sulla popolazione carceraria: www.prisonstudies.org/country/russian-federation

Costituzione della Federazione Russa (in italiano): www.art3.it/Costituzioni/cost RUSSA.pdf

Codice di procedura penale russo (in inglese): www.wipo.int/edocs/lexdocs/laws/en/ru/ru065en.pdf

Per un approfondimento su alcune criticità dell’ordinamento penale russo: I. V. PONKIN, Indirizzi e tendenze di sviluppo nella legislazione penale russa, in Diritto Penale Contemporaneo, 2/2016, p. 1 ss.

G. VENTURIN, Le indagini preliminari e la tutela dell’indagato, in www.dirittoconsenso.it 04 gennaio 2021

E. CANCELLARA, I poteri della polizia giudiziaria, in www.dirittoconsenso.it 15 febbraio 2021

[1] www.prisonstudies.org/country/russian-federation

[2] Sul punto: R. DEMBER, Russia’s Pretrial Prisons Vulnerable as COVID-19 Spreads,www.hrw.org/news/2020/03/24

[3] R. DEMBERG, Russia’s Pretrial, cit.

[4] L’articolo può essere letto per esteso, in inglese: Russia’s prison dilemma As the Russian penitentiary system considers its first major reforms in 20 years, human rights advocates don’t like what they see, 19 luglio 2019,  in www.meduza.io (link: https://meduza.io/en/feature/2019/07/19/russia-s-prison-dilemma )


Libera manifestazione del pensiero Russia

La libera manifestazione del pensiero in Russia e la storia

Dal 2014 è reato la libera manifestazione del pensiero in Russia?

 

Libera manifestazione del pensiero (storiografico) in Russia

Gli anni della presidenza Putin, iniziata nel 1998, sono stati segnati da un progressivo recupero del ruolo della Russia nello scacchiere internazionale. L’apparato ideologico a sostegno di tale ambizioso progetto è rappresentato da una sinergia fra la riscoperta di elementi tradizionalisti e conservatori, come il rapporto fra lo Stato e il Patriarcato di Mosca, e il recupero della passata grandezza sovietica. La strategia perseguita passa anche per una adesione ad un discorso storiografico “ufficiale”. In particolare, la versione approvata di alcune vicende storiche è tesa a proporre al pubblico un ruolo positivo ricoperto dall’Unione Sovietica nel corso del secondo conflitto mondiale, tacendo in tutto od in parte o rivisitando alcuni episodi controversi del periodo bellico.

La salvaguardia della versione storiografica ufficiale, approvata dal governo, ha spinto nel 2009 alcuni deputati della Duma a proporre alcune modifiche alla legge penale introducendo un’aggiunta all’articolo 354 del Codice penale federale (Riabilitazione del nazismo). A causa di questo espediente la libera manifestazione del pensiero in Russia è ulteriormente minacciata. La norma, nella versione aggiornata al 2014 dopo i fatti di Yevromaidan, punisce l’apologia o la negazione (pubblica) di fatti riconosciuti come crimini di guerra dal Tribunale di Norimberga e la diffusione di notizie false idonee a porre in cattiva luce l’operato sovietico durante la seconda guerra mondiale. La scelta del legislatore russo è quella di evitare che il dibattito storiografico possa mettere in dubbio la versione ufficiale e predominante delle vicende, colpendo indirettamente i presupposti ideologici su cui si fonda il recupero della grandezza nazionale. La celebrazione dei successi sovietici contro il nazifascismo in Europa è tratto caratteristico del corpus identitario russo: il “giorno della Vittoria” (Dnёm Pobedi) celebrato ogni 9 maggio con spettacolari parate sulla Piazza Rossa e nel resto del Paese ricorda l’anniversario della vittoria dell’URSS sulla Germania nazista. Il popolo russo può a buon diritto essere orgoglioso dei sacrifici sostenuti dai suoi antenati nel corso della seconda guerra mondiale: il tributo in termini di vite umane è stato il più elevato fra tutti i paesi belligeranti. Ciò che però ancora oggi in Russia è precluso è un maturo dibattito sui lati oscuri della vittoria. È innegabile che anche da parte sovietica si registrarono episodi qualificabili come crimini di guerra, che tuttavia tendono ad essere relegati sullo sfondo dalla storiografia ufficiale oggetto d’insegnamento, quand’anche del tutto taciuti.

 

Il caso Luzgin: una condivisione su Vkontakte incauta

Nel luglio 2016 la Corte distrettuale di Perm’ ha condannato un trentottenne, Vladimir Luzgin, ad una multa di 200.000 rubli per aver postato sul social network russo vkontakte due post che, secondo il tribunale di primo grado, integravano gli estremi della fattispecie punita dall’art. 354 del c.p.f. In particolare, il contenuto dei post può essere riassunto così. Secondo l’autore dei contenuti (l’imputato si era limitato a diffondere i link ad alcuni articoli online) le forze sovietiche avrebbero congiuntamente con le armate tedesche attaccato la Polonia nel settembre 1939 facendo scoppiare la seconda guerra mondiale. Che i termini del Patto Moltov – von Ribbentrop del 23 agosto 1939 fossero quelli di spartire la Polonia conquistata, è cosa nota. Quanto al contenuto dell’asserzione, senza compiere giudizi di valore, può essere considerato una riproposizione critica della storiografia ufficiale. Inoltre, sempre nei medesimi contenuti digitali si affermava che i comunisti sovietici avrebbero tramato al pari (e con la complicità) del Terzo Reich per spartirsi l’Europa. Seguivano contenuti a difesa dei nazionalisti ucraini che combatterono a fianco dei tedeschi nel 1941. Proponeva l’imputato ricorso alla Corte Suprema chiedendo di riformare il verdetto di prima istanza. Le censure, di merito e di legittimità, attenevano alla non punibilità della condotta per legittimo esercizio del diritto di manifestazione del pensiero, riconosciuto, oltre che dalla Costituzione russa, anche dall’art. 10 della Cedu (a cui la Russia aderisce). Tuttavia i giudici di San Pietroburgo hanno confermato le statuizioni della Corte distrettuale nei seguenti termini. La diffusione dei link di accesso del materiale online che, secondo la procura, aveva portato almeno venti utenti a leggerli, si connotava per sufficiente offensività, data l’idoneità dei contenuti a porre in cattiva luce l’immagine dell’URSS e a contribuire alla formazione nel pubblico di una considerazione negativa dell’operato sovietico. Inoltre, la visibilità delle informazioni diffuse tramite social network integrava la condizione obiettiva di punibilità richiesta dall’art. 354 c.p.f. e cioè la manifestazione “pubblica” del pensiero dissidente. Di conseguenza il ricorrente è stato riconosciuto colpevole di “riabilitazione del nazismo” ai sensi della sopracitata norma. Ciò che maggiormente rende critico il caso, oltre all’incriminazione in se, è l’assoluta mancanza di un dibattito processuale sulla sostenibilità della tesi storica dell’imputato. La Corte Suprema non ha infatti minimamente criticato o accettato una contestazione giudiziale delle conclusioni probatorie del procuratore di Perm’ secondo cui le affermazioni riportate da Luzgin sarebbero state sbagliate, antistoriche e fasulle. Peccato che tali asserzioni non fossero nemmeno corroborate da idonei mezzi di prova, giacché tanto il giudice di prime cure quanto quello d’appello riconoscono che la versione dell’imputato è a priori “contraria alla realtà dei fatti generalmente riconosciuta a livello internazionale”.

 

Una norma critica: l’art. 354 del codice penale russo

La Costituzione russa del 1993 tutela la libertà di manifestazione del pensiero. Nello specifico, l’art. 29, co. 4, sancisce che: “Ciascuno ha diritto di cercare, ricevere, trasmettere, produrre e diffondere liberamente l’informazione con ogni mezzo legale”. La legge fondamentale del Paese offre peraltro un aggancio significativo ad un altro testo di pari importanza e cioè la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu). L’art. 10 tutela anch’esso la libera manifestazione del pensiero e, nel caso di specie, anche del pensiero storiografico. La norma penale analizzata presenta l’incriminazione di condotte diverse. Mentre quelle riconducibili alla prima parte della norma possono essere assimilate a rimedi legali presenti anche in altri Stati europei e finalizzati ad evitare l’esaltazione e l’apologia di crimini di guerra o ideologie antidemocratiche, è la parte finale della disposizione (quella del 2014) a prestare il fianco a più di una critica. Per quanto concerne il divieto legale di diffondere idee antistoriche o palesemente false, come ad esempio il negazionismo della Shoah o l’apologia del nazismo, la Corte Edu ha ritenuto che costituisca una <<irrinunciabile esigenza sociale quella di sanzionare idee antistoriche radicali>>[1] che possono essere pericolose per un società democratica.

La norma impiegata però nel caso di specie presenta molte criticità, anzitutto per la sua formulazione vaga, contraria ai principi di tassatività – determinatezza: cosa significa “notizie dichiaratamente fasulle”? Dalla recente giurisprudenza – peraltro la prima applicazione giudiziale in Russia dal 2014 – parrebbe di capire che la risposta sia: “scomode”. Ciò che può mettere in cattiva luce una certa versione dei fatti diventa in se pericolosa perché screditante. Una cosa è mettere in pericolo la tenuta di un ordinamento democratico tramite la diffusione e la propaganda di idee oggettivamente idonee a turbare l’ordine pubblico: su questo i primi due periodi dell’art. 354 c.p.f. sono in linea con altri Paesi europei, Italia inclusa[2]. È lo stesso art. 10 della Cedu ad ammettere limitazioni alla libera manifestazione del pensiero quando queste si rendano necessarie a tutela dell’ordine pubblico, della sicurezza nazionale o del rispetto degli altrui diritti. Altra cosa però è punire una critica ad una certa versione dei fatti che, in linea di principio, dovrebbero essere patrimonio comune. E questo non è sfuggito a molti storici russi, che hanno accolto criticamente la norma idonea a sterilizzare il dibattito storico nella società civile e a minare ulteriormente la libera manifestazione del pensiero in Russia[3].

 

Conclusioni

In conclusione, due considerazioni. L’una schiettamente giuridica, l’altra più generica.

Per quanto concerne l’accusa di negazione di fatti statuiti dal Tribunale di Norimberga, a ben vedere, le atrocità commesse dai nazionalisti ucraini non sono state oggetto di giudizio da parte del Tribunale Internazionale Militare. Sicché, il primo capo d’accusa sarebbe un’applicazione analogica della norma, contraria ai principi generali del diritto penale[4]. Quanto alla collaborazione fra URSS e Germania nazista nel periodo 1939 – 1941, è difficile sostenerne la falsità tanto che si potrebbe parlare processualmente di fatto notorio. È piuttosto l’idoneità a minare un certo tipo di retorica a renderla punibile, ma non la sua inconsistenza storica. Almeno nell’immediato non pare immaginabile un overruling. La modifica al codice penale si configura come una risposta normativa a quei Paesi, ex Repubbliche sovietiche (ad es. Ucraina, Lettonia, Lituania) dove con maggior vigore i governi tendono a volersi liberare dell’eredità socialista attraverso letture della storia recente tacciate di “revisionismo” da parte Mosca.  Le recenti proteste di gennaio mostrano però una Russia non del tutto allineata, anche se Putin ed il suo apparato ideologico restano ancora dominanti nella nazione.

In uno Stato di diritto proteggere la società da pericolose ideologie totalitarie, come il nazismo, è obiettivo che costituisce una comprensibile ed auspicabile limitazione della manifestazione del pensiero. Ma diverso è sterilizzare la ricerca storiografica che è patrimonio comune, compromettendo il già precario stato della libertà di manifestazione del pensiero in Russia. Ad umile avviso di chi scrive una versione non ideologizzata della storia, che non chiudesse gli occhi dinanzi ai crimini dello stalinismo, potrebbe paradossalmente stimolare un’adesione più sincera della popolazione al suo passato, proprio perché critica e liberamente formata. E questo senza nulla togliere alle centinaia di pagine di eroismo scritte dal popolo sovietico nel corso della grande guerra patriottica. Si tratta di un traguardo possibile, ma non ancora probabile, quantomeno nel contesto russo. Il perseguimento di progetti di potenza e di protagonismo sulla scena internazionale rendono indispensabile una narrativa univoca, un’adesione incondizionata al discorso ufficiale. E in tutto ciò il diritto penale diviene, suo malgrado, un utile esecutore. Si spera in un futuro più roseo per la libera manifestazione del pensiero in Russia.

Informazioni

G. BOGUSH – I. NUSHOV, Russia’s Supreme Court Rewrites History of the Second World War, in Blog of European Journal of International Law, 28 ottobre 2016, www.ejiltalk.org/russias-supreme-court-rewrites-history-of-the-second-world-war

H. COYNASH, Russia’s Supreme Court rules that the USSR did not invade Poland in 1939, in, Kharkiv Human Rights Protection Group, 2 settembre 2016, http://khpg.org/en/1472775460

Costituzione della Federazione Russa, traduzione italiana in: www.art3.it/Costituzioni/cost RUSSA.pdf

Codice penale russo (trad. inglese) www.wipo.int/edocs/lexdocs/laws/en/ru/ru080en.pdf

P. IASUOZZO, Il reato di apologia del fascismo, in DirittoConsenso, 29 gennaio 2021, www.dirittoconsenso.it/author/pasqualeiasuozzo

S. GRECO, Libertà di espressione su internet: fra anarchia e censura, in DirittoConsenso, 11 novembre 2020, www.dirittoconsenso.it/2020/11/11/liberta-di-espressione-su-internet-fra-anarchia-e-censura

[1] Corte Edu, Grande Camera, sentenza 17 dicembre 2013, Perinçek v. Switzerland  (a proposito del genocidio armeno del 1915). Vedi inoltre Corte Edu, sentenza 1 febbraio 2000, Schimanek v. Austria; Corte Edu, sentenza 14 settembre 2010, Dink v. Turkey.

[2] Cfr. l’art. 604-bis c.p. o la legge n. 654 del 1952 (c.d. legge Scelba) in tema di apologia del fascismo.

[3] Per leggere il preoccupato parere OCSE: www.osce.org/fom/103121

[4] L’analogia in diritto penale è vietata dall’art. 4, par. 2, del Codice penale federale russo.