Diritto di passaggio inoffensivo

Il passaggio inoffensivo nel diritto internazionale marittimo

Il diritto di passaggio inoffensivo delle navi straniere e i poteri dello Stato costiero

 

Diritto di passaggio inoffensivo: limite ai poteri dello Stato costiero

Come è noto, la Convenzione UNCLOS[1] si configura quale accordo di codificazione disciplinante le norme consuetudinarie di diritto internazionale marittimo. L’argomento che qui interessa è il diritto di passaggio inoffensivo. Ma facciamo un passo indietro.

Superata la prassi del principio di libertà dei mari, gli Stati si assicurano il controllo delle acque adiacenti alla propria costa. Ciò ha portato, a seguito della c.d. dottrina Truman[2], ad una distinzione delle acque in ragione dei poteri che lo Stato costiero può esercitare su di esse: mare territoriale, zona contigua, piattaforma continentale, zona economica esclusiva[3], mare internazionale.

Ciò che in questa sede interessa è verificare, nell’ambito del mare territoriale, quali siano i limiti ai poteri esercitabili dallo Stato costiero. Ai sensi dell’art. 3 Conv. UNCLOS, il mare territoriale si estende fino a massimo 12 miglia marine dalla linea di base, la quale – generalmente – viene individuata nella linea di bassa marea[4]. Tuttavia l’art. 7 Conv. UNCLOS stabilisce, quale deroga a tale criterio, quello del sistema delle linee rette finalizzato al congiungimento dei punti sporgenti della costa. L’Italia, in conformità a questa norma consuetudinaria, ha adottato il sistema delle linee rette – per tutte le coste della penisola e delle isole maggiori – con il D.P.R. n. 816/1977.

Ebbene, di regola lo Stato costiero può esercitare sul mare territoriale tutti i poteri attribuitigli sulla costa[5]; ma, come accade sulla terraferma, esistono dei limiti alla potestà dello Stato.

Il primo è senz’altro costituito dall’impossibilità di esercitare la giurisdizione sulle navi straniere per fatti interni[6] che non minino la pace e la sicurezza dello Stato costiero ovvero non si tratti di crimina iuris gentium o violazione delle norme di ius cogens[7].

Altro limite, al pari fondamentale, è il diritto di passaggio inoffensivo o innocente[8] delle navi straniere, così come ricostruito dagli artt. 17 e ss Conv. UNCLOS.

L’accordo di codificazione in esame riconosce alle navi di tutti gli Stati, costieri o privi di litorale, il diritto di passaggio inoffensivo attraverso il mare territoriale, in conformità alle condizioni previste dallo stesso. Il diritto internazionale attribuisce al termine “passaggio” il significato di “navigazione” del mare territoriale, individuando – precipuamente – le caratteristiche di tale atto: mero attraversamento senza entrare nelle acque interne né fare scalo in una rada o installazione portuale situata al di fuori delle acque interne; ovvero dirigersi verso le acque interne o uscirne, oppure fare scalo in una rada o installazione portuale. A tale scopo il passaggio deve essere continuo e rapido, purtuttavia consentendo la fermata e l’ancoraggio, ma soltanto se questi costituiscono eventi ordinari di navigazione o sono resi necessari da forza maggiore o da condizioni di difficoltà, oppure sono finalizzati a prestare soccorso a persone, navi o aeromobili in pericolo o in difficoltà[9].

 

La specificità dell’articolo 19 della Convenzione UNCLOS

L’art. 19 Conv. UNCLOS, inoltre, offre un’analisi dettagliata dell’aggettivo “inoffensivo”, qualificato quale passaggio che non arreca pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero.

Dunque, il diritto di passaggio inoffensivo è consentito solo alle navi straniere che non pongono in essere atti:

  • di minaccia o di impiego della forza contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dello Stato costiero, o contro qualsiasi altro principio del diritto internazionale enunciato nella Carta delle Nazioni Unite;
  • di esercitazione o manovra con armi di qualunque tipo;
  • di raccolta di informazioni a danno della difesa o della sicurezza dello Stato costiero;
  • di propaganda diretti a pregiudicare la difesa o la sicurezza dello Stato costiero;
  • di lancio, appontaggio o recupero di aeromobili;
  • di lancio, appontaggio o recupero di apparecchiature militari;
  • di carico o scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero; di inquinamento intenzionale e grave;
  • di pesca;
  • di conduzione di ricerca scientifica o di rilievi;
  • diretti a interferire con i sistemi di comunicazione o con qualsiasi altra attrezzatura o installazione dello Stato costiero;
  • che non siano in rapporto diretto con il passaggio[10].

 

È lasciata, tuttavia, la possibilità allo Stato costiero di adottare leggi o regolamenti relativi al diritto altrui di passaggio inoffensivo che le navi straniere sono tenute a rispettare.

 

Il diritto di passaggio inoffensivo nei porti

Dal combinato disposto degli artt. 19, par. 2 e 25, par. 2 Conv. UNCLOS, è rintracciabile il diritto dello Stato costiero di subordinare a condizioni l’accesso ai propri porti delle navi straniere.

La questione in Italia ha riguardato soprattutto lo sbarco dei migranti irregolari, in ordine alle vicende delle navi Open Arms, Aquarius e Sea Watch, in quanto una parte dell’opinione pubblica ha ritenuto le attività di queste navi straniere come minacce alla pace ed alla sicurezza del territorio nazionale.

Se è vero che l’art. 19, par. 2, lett. g individua lo sbarco di persone in violazione delle leggi sull’immigrazione quale atto che legittima lo Stato costiero a definire il passaggio come offensivo, è altrettanto in vigore la consuetudine internazionale che configura lo stato di necessità (distress) come causa di esclusione dell’illecito internazionale.

Ed, ancora, se è vero che nessuna norma della Convenzione di Montego Bay disciplina esplicitamente un obbligo dello Stato costiero di intervento, è però previsto che ogni Stato deve esigere che il comandante di una nave che batte la sua bandiera, nella misura in cui gli sia possibile e senza mettere a repentaglio la nave, l’equipaggio e i passeggeri:

  • presti soccorso a chiunque sia trovato in mare in condizioni di pericolo;
  • proceda quanto più velocemente è possibile al soccorso delle persone in pericolo, se viene a conoscenza del loro bisogno di aiuto, nella misura in cui ci si può ragionevolmente aspettare da lui tale iniziativa;
  • presti soccorso, in caso di abbordo, all’altra nave, al suo equipaggio e ai suoi passeggeri e, quando è possibile, comunichi all’altra nave il nome della propria e il porto presso cui essa è immatricolata, e qual è il porto più vicino presso cui farà scalo[11].

 

Dall’analisi fin qui svolta, dunque, sembrerebbe che non esista un obbligo dello Stato costiero di accogliere nei propri porti navi battenti bandiere straniere con a bordo migranti irregolari, ma solo un obbligo di salvataggio da parte di una propria nave che intuisca la situazione di pericolo in cui si trovano queste persone durante la loro traversata.

A ben vedere, non ci si può limitare a quanto disciplinato dalla Convenzione di Montego Bay che ha codificato le soli norme consuetudinarie di diritto marittimo. La prassi internazionale è molto più ampia, anzi, un upgrade nella gerarchia delle fonti internazionali impone – in ragione del tema trattato – di prendere in considerazione anche le norme di ius cogens che qui potrebbero venire il rilievo.

Senza ombra di dubbio, anche in questo caso, a prevalere è la tutela della dignità umana ovvero divieto di gross violation, così come ricostruiti con un’interpretazione estensiva degli artt. 1 e 2 Carta ONU. Se in passato l’obbligo di rispettare i diritti umani per gli Stati era solo negativo – cioè di astensione dal commettere atti di genocidio, tortura, pulizia etnica, espulsioni collettive e trattamenti inumani e degradanti –, la giurisprudenza della Corte Internazionale di Giustizia[12] ha elaborato un obbligo attivo al fine di prevenire qualsiasi violazione di tale nucleo irrinunciabile.

Questa ricostruzione, dunque, offre una lettura più ampia del diritto di passaggio inoffensivo, non limitando l’analisi alla sola Convenzione UNCLOS, ma tenendo in considerazione anche i diritti delle altre persone coinvolte, alla luce di una vasta articolazione delle fonti del diritto.

 

Il passaggio negli stretti internazionali: inoffensivo o in transito?

Dal combinato disposto degli artt. 34, 35, 36 Conv. UNCLOS è possibile qualificare gli stretti internazionali quali vie marittime, interamente ricoperte dalle acque territoriali degli Stati costieri, che mettono in comunicazione due parti dell’alto mare ovvero una parte di questo con le acque territoriali o le ZEE[13] di un altro Stato. Oltre a questo fondamentale criterio geografico, non si può non far cenno anche ad un elemento funzionale nella definizione degli stretti internazionali, ovverosia l’utilizzo della via marittima a fini mercantili o quale luogo di transito nelle rotte internazionali.

Trattandosi nella sostanza, quindi, di una porzione di mare territoriale ovvero di ZEE, anche in questo caso dovrebbe riconoscersi – quale limite alla sovranità dello Stato rivierasco – il diritto altrui di passaggio inoffensivo. Tuttavia la Convenzione di Montego Bay – agli artt. 37 e ss – disciplina uno specifico istituto per gli stretti internazionali: il passaggio in transito.

I diritti derivanti da tale ultimo sono certamente più ampi di quelli connessi al passaggio inoffensivo, dal momento che quello in transito si applica anche ai sommergibili ed agli aeromobili civili e militari[14]. Tuttavia sia le navi sia gli aerei che esercitano il diritto di passaggio in transito sono subordinati agli obblighi previsti dall’art. 39 Conv. UNCLOS, che – al pari di quanto previsto per il passaggio inoffensivo – attengono al rispetto della sovranità territoriale e della sicurezza dello Stato costiero.

Se quest’ultimo può limitare l’esercizio dell’innocent passage, non è invece previsto – dall’accordo di codificazione in esame – alcun tipo di sanzione a carico delle navi che violino gli obblighi ex art. 39 Conv. UNCLOS, né una deroga al divieto dell’uso della forza per lo Stato costiero minacciato. Ciò non impedisce, però, l’attuazione di eventuali misure diplomatiche al fine di risolvere la controversia tra gli Stati.

Istituti diversi, dunque, quello del diritto di passaggio inoffensivo e quello del passaggio in transito applicabile ai soli stretti internazionali i quali – oltre ad avere un diverso campo di applicazione – trovano una disciplina divergente in ordine ai diritti ed alle sanzioni nel caso di violazione degli obblighi previsti dalla Convenzione di Montego Bay.

Informazioni

CAMARDA, CORRIERI, SCOVAZZI, 2010, La riforma del diritto marittimo nella prospettiva storica, Milano, Giuffrè Editore.

CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica.

FOCARELLI, 2019, Diritto internazionale, Wolters Kluwer CEDAM.

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre.

Convenzione UNCLOS http://www.ibneditore.it/wp-content/uploads/_mat_online/DirittoMarittimo/Convenzione_Diritti1982.pdf

Legge di ratifica Convenzione UNCLOS https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1994/12/19/094G0717/sg

https://www.biicl.org/

[1] Firmata a Montego Bay il 10 dicembre 1982

[2] Con cui gli Stati Uniti hanno rivendicato il controllo e la giurisdizione sulle risorse della piattaforma continentale.

[3] Per approfondimenti sul tema si rimanda a A. FEDERICO, “Il diritto internazionale marittimo: la zona economica esclusiva” in DirittoConsenso, 3 settembre 2020. https://www.dirittoconsenso.it/2020/09/03/diritto-internazionale-marittimo-zona-economica-esclusiva/

[4] Cfr. art. 5 Conv. UNCLOS.

[5] Cfr. art. 2 Conv. UNCLOS.

[6] Per la distinzione tra fatti interni ed esterni veda Cass. 30/10/1985.

[7] Cfr. art. 27 Conv. UNCLOS.

[8] C.d. innocent passage.

[9] Cfr. art. 18 Conv. UNCLOS.

[10] Cfr. art. 19 Conv. UNCLOS.

[11] Cfr. art. 98 Conv. UNCLOS.

[12] Caso Marx vs Belgio.

[13] Zona economica esclusiva.

[14] Cfr. art. 38, par. 1 Conv. UNCLOS.


Zona economica esclusiva

Il diritto internazionale marittimo: la zona economica esclusiva

La Zona Economica Esclusiva nella Convenzione UNCLOS e le sue implicazioni strategiche nelle relazioni diplomatiche

 

La Convenzione di Montego Bay e la Zona Economica Esclusiva

Fino al XIX-XX secolo il diritto internazionale marittimo trovava il proprio fondamento nel principio di libertà dei mari: tale prassi fu inizialmente promossa dagli olandesi per contrastare il c.d. dominio dei mari da parte di Inghilterra, Spagna e Portogallo.

La libertà dei mari implica che nessuno Stato possa impedire ad un suo omologo l’utilizzo e lo sfruttamento degli spazi marini, con il limite della pari libertà altrui. Tale eccezione configura l’inammissibilità della sottrazione permanente delle risorse del mare agli Stati terzi[1].

Tuttavia, benché il principio di libertà si sia affermato quale norma di diritto internazionale generale, gli Stati hanno sempre preteso l’esercizio di una certa sovranità nelle acque adiacenti alle proprie coste. Ciò ha portato nel XIX secolo ad “un’erosione del regime di libertà[2]”, attraverso l’individuazione di diversi istituti giuridici in ragione di poteri diversificati che lo Stato costiero può esercitare in altrettante distinte zone marine: mare territoriale, zona contigua, piattaforma continentale e zona economica esclusiva.

Il diritto internazionale marittimo, così come delineatosi dalle consuetudini adottate dagli Stati della Comunità internazionale, è stato oggetto di due importanti conferenze di codificazione[3]: la Conferenza di Ginevra del 1958 e la Terza Conferenza delle Nazioni Unite sul diritto del mare che nel 1982 ha portato alla firma della Convenzione di Montego Bay (o, altrimenti detta, Convenzione UNCLOS[4]). Quest’ultima è giuridicamente qualificabile quale accordo di codificazione, riportante la disciplina consuetudinaria del diritto internazionale marittimo.

La presente trattazione intende dar conto di un’analisi dei più importanti principi contenuti negli artt. 55-75 Conv. UNCLOS, disciplinanti i poteri dello Stato costiero nella zona economica esclusiva, che negli anni si sono sovrapposti a quelli esercitabili sulla piattaforma continentale[5].

 

La Zona Economica Esclusiva e lo sfruttamento delle risorse marine

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, in seguito ai progressi della tecnologia, gli Stati iniziano a mettere a punto tecniche sempre più sofisticate per avviare un processo di sfruttamento delle risorse marine, ovviamente oltre quelle ittiche. Tale tendenza ha portato gli Stati ad estendere il proprio controllo al di là del mare territoriale, delineandosi così la piattaforma continentale e, non molto tempo dopo, la zona economica esclusiva. Essa, ai sensi dell’art. 57 Conv. UNCLOS, si estende fino a 200 miglia marine dalle linee di base da cui viene misurata la larghezza del mare territoriale.

Tale limite è individuato nella linea di bassa marea; tuttavia questo principio, ex art. 7 Conv. UNCLOS, può essere derogato ricorrendo al c.d. “sistema delle linee rette”, le quali vengono tracciate congiungendo i punti sporgenti della costa ovvero, nel caso vi siano isole o scogli, congiungendo le estremità di questi. Evidente è, dunque, la vastità della zona economica esclusiva: ciò crea problemi in ordine alla delimitazione dell’area tra Stati frontisti e Stati contigui. La soluzione interpretativa trova un suo riferimento normativo nell’art. 6 della Convenzione di Ginevra, il quale impiegava per gli Stati che si fronteggiano il criterio dell’equidistanza, misurato dai punti delle rispettive linee di base del mare territoriale, salvo diversa volontà delle parti[6].

Gli artt. 56 e ss Conv. UNCLOS attribuiscono allo Stato costiero il controllo, nella zona economica esclusiva, di tutte le risorse economiche, biologiche e minerali del suolo, del sottosuolo e delle acque sovrastanti. Ovviamente l’esclusività dei poteri si estende anche alla pesca, in quanto gli artt. 61 e 62 Conv. UNCLOS prevedono che sia lo Stato costiero a fissare, con legge nazionale, la quantità massima di risorse ittiche sfruttabili e la propria capacità di sfruttamento; solo se quest’ultima è inferiore al massimo, allora lo Stato costiero può stipulare accordi con i suoi omologhi consentendo la pesca anche agli stranieri.

Nella zona economica esclusiva, inoltre, lo Stato costiero esercita la giurisdizione in materia di installazione e utilizzazione di isole artificiali, impianti e strutture, ricerca scientifica marina, protezione e preservazione dell’ambiente marino[7]. Quando i poteri dello Stato costiero sulla zona economica esclusiva si confondono con quelli sulla piattaforma continentale, esso mantiene comunque la possibilità di esercitare la propria giurisdizione[8].

A questo punto appare indispensabile comprendere se nella zona economica esclusiva è possibile individuare diritti e obblighi per gli Stati terzi. L’art. 58 Conv. UNCLOS non pregiudica l’utilizzazione delle risorse per gli altri Stati, i quali continueranno a godere della libertà di navigazione, di sorvolo, di posa di condotte e cavi sottomarini. La norma, con tale precisazione, pone un bilanciamento tra il diritto dello Stato costiero di sfruttare esclusivamente e razionalmente le risorse marine e il diritto degli altri Stati di utilizzare la zona economica esclusiva per ragioni connesse alla comunicazione ed ai traffici marittimi ed aerei. Si tratta, per entrambe le parti, di diritti che “hanno carattere funzionale[9]“, tali da escludere una preminenza sia del principio della libertà dei mari sia del principio della sovranità dello Stato costiero. Ciò trova conferma nell’art. 59 Conv. UNCLOS il quale, disciplinando situazioni giuridiche residuali per cui la Convenzione non attribuisce né diritti né doveri allo Stato costiero o agli altri Stati, individua come principio applicabile per la soluzione dei conflitti quello dell’equità.

Sulla base di quest’ultimo principio vengono regolati anche i diritti dei cc.dd. Stati geograficamente svantaggiati, cioè quelli che non hanno accesso al mare o hanno uno sviluppo costiero minimo, ai quali, dunque, è precluso il diritto esclusivo di sfruttamento delle risorse marine. Gli artt. 69 e 70 Conv. UNCLOS riconoscono a questi Paesi il diritto dello sfruttamento di una parte delle risorse biologiche eccedentarie delle zone economiche esclusive degli Stati costieri vicini, in ragione di accordi tra gli Stati interessati.

 

Accordo Libia-Turchia

Il 27 novembre 2019 è stato firmato un accordo bilaterale tra Libia e Turchia al fine di, non solo realizzare una cooperazione militare, ma anche delimitare le rispettive zone economiche esclusive. Tale ultimo obiettivo del trattato si è reso necessario per la configurazione dei limiti di sfruttamento delle risorse energetiche da parte dei due Stati. Il confine tra le due aree marittime è stato individuato in una zona che la Grecia considera come propria, sulla base di un’interpretazione estensiva della Convenzione di Montego Bay[10].

La questione oggetto del trattato involge anche l’Europa, laddove – in virtù di questo – la Turchia potrebbe eccepire ostacoli allo sfruttamento e all’esportazione di gas dal Mediterraneo Orientale. In ragione di tale possibilità, l’accordo è stato ampiamente criticato dall’Unione europea in quanto lesivo dei diritti di sovranità dei Paesi terzi[11] (in particolare Grecia, Cipro e Italia) e delle norme consuetudinarie di diritto internazionale marittimo.

L’accordo internazionale preso in esame costituisce il paradigma per dimostrare quanto sia importante – anche per la tenuta delle relazioni diplomatiche tra gli Stati – la delimitazione della zona economica esclusiva, a motivo delle implicazioni strategiche che lo sfruttamento delle risorse marine comporta laddove si realizzino profitti economici.

Informazioni

CAMARDA, CORRIERI, SCOVAZZI, 2010, La riforma del diritto marittimo nella prospettiva storica, Milano, Giuffrè Editore.

CONFORTI, 1983, La Zona Economica Esclusiva, Milano, Giuffrè Editore.

CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica.

DEL VECCHIO, 1984, Zona Economica Esclusiva e Stati Costieri, Firenze, Le Monnier.

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/approfondimento-laccordo-turchia-gna-sui-confini-marittimi-25158

Convenzione UNCLOS http://www.ibneditore.it/wp-content/uploads/_mat_online/DirittoMarittimo/Convenzione_Diritti1982.pdf

Legge di ratifica Convenzione UNCLOS https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/1994/12/19/094G0717/sg

[1] Si pensi all’esaurimento di una specie in una determinata zona.

[2] Così CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica, p. 289.

[3] Meeting intergovernativi volti alla creazione di accordi di codificazione i quali, lungi dall’essere fonti di secondo grado, ricostruiscono la disciplina consuetudinaria di una determinata materia.

[4] Acronimo di “United Nations Convention on the Law of the Sea”. Da questo momento “Conv. UNCLOS”.

[5] Ai sensi dell’art. 76, par.1, Conv. UNCLOS: “La piattaforma continentale di uno Stato costiero comprende il fondo e il sottosuolo delle aree sottomarine che si estendono al di là del suo mare territoriale attraverso il prolungamento naturale del suo territorio terrestre fino all’orlo esterno del margine continentale, o fino a una distanza di 200 miglia marine dalle linee di base dalle quali si misura la larghezza del mare territoriale, nel caso che l’orlo esterno del margine continentale si trovi a una distanza inferiore”.

[6] Esse potrebbero decidere di stipulare un trattato internazionale regolante i rispettivi poteri nella zona economica esclusiva sulla base del principio di equità. Anzi, tale soluzione è auspicata dalla sentenza della CIG del 20 febbraio 1969 (Caso della delimitazione della piattaforma continentale del Mare del Nord), laddove i giudici hanno ritenuto che il criterio dell’equidistanza non sia più norma di diritto internazionale generale.

[7] Cfr. art. 56, par. 1, lett. b Conv. UNCLOS.

[8] Cfr. artt. 76 e 82 Conv. UNCLOS.

[9] Così CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica, p. 305.

[10] Convenzione che la Turchia non ha mai firmato. Tuttavia, trattandosi di un accordo di codificazione, ad esso sono vincolati tutti gli Stati della Comunità internazionale.

[11] Per maggiori approfondimenti si veda il seguente articolo di LORENZO VENEZIA in DirittoConsenso https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/26/la-delimitazione-territoriale-degli-stati/


Principio di autodeterminazione dei popoli

Il principio di autodeterminazione dei popoli: profili attuali

Come l’evoluzione del principio di autodeterminazione dei popoli ha modificato i rapporti geopolitici

 

Il principio di autodeterminazione dei popoli quale norma di ius cogens

Come è noto, il principio di autodeterminazione dei popoli è riconducibile alle norme di diritto internazionale cogente ai sensi degli artt. 1, par. 2, 55 e 76 della Carta delle Nazioni Unite[1].

Tale classificazione consente di considerare le norme in esame come inderogabili se non da altre norme di pari grado. L’espressione “autodeterminazione dei popoli” indica l’assenza di dominazione straniera che per tutta l’era del colonialismo ha invece assediato le popolazioni locali.

Soprattutto nei primi decenni del ‘900 le grandi potenze europee hanno approfittato del loro potere contrattuale ed economico per attuare progetti di sfruttamento su territori abitati da altri popoli, disinteressandosi della volontà di questi ultimi.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in seguito all’entrata in vigore della Carta delle Nazioni Unite, la comunità internazionale ha riconosciuto a ciascun popolo la libertà di autodeterminarsi sia rispetto ai confini esterni che rispetto alla scelta di un proprio governo, acquisendo così il rango di ius cogens. Tuttavia la portata – inizialmente solo formale – del principio di autodeterminazione dei popoli si è ampliata quando nel 1960 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha adottato la risoluzione n. 1514 recante “Dichiarazione per la garanzia dell’indipendenza dei Paesi e dei popoli coloniali”, con la quale il colonialismo viene a delinearsi come illecito internazionale[2]. Sarà poi la Corte Internazionale di Giustizia a dare piena operatività al principio, soprattutto in sede consultiva, in ragione di una serie di pareri adottati per tentare una conciliazione in situazioni di conflitto interno[3].

Da queste molteplici fonti si delinea un diritto in formazione nella misura in cui si riconosce al popolo, sottoposto al governo straniero, l’aspettativa di divenire Stato ovvero di associarsi o integrarsi con un altro Stato indipendente, scegliendo il proprio regime politico. Infatti la soggettività internazionale – quale idoneità ad essere destinatario di diritti e obblighi – non è riconosciuta al popolo, bensì allo Stato-organizzazione capace di esercitare un effettivo potere d’imperio su un determinato territorio e nei confronti degli individui che ivi insistono, traendo la propria forza giuridica da una Costituzione.

 

Movimenti di liberazione nazionale: conflitto israelo-palestinese, Kosovo e Daesh

La prassi testimonia l’insorgere di numerosi movimenti di liberazione nazionale che lottano per l’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli.

Dal punto di vista giuridico-formale si rende difficile il delinearsi del riconoscimento della soggettività internazionale a tali associazioni private, laddove manchevoli del principio di effettività; tuttavia non si può negare sic et simpliciter che sul piano internazionale a tale movimenti vengano riconosciuti diritti e che essi siano destinatari di sanzioni.

Un paradigma è rappresentato sicuramente dall’O.L.P. (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), fondata nel 1964 per l’istituzione di uno Stato Palestinese a fronte di una sovranità territoriale israeliana, alla quale l’ONU ha riconosciuto lo status di membro osservatore in seno all’Assemblea Generale. Benchè negli ultimi decenni si sia giunti al riconoscimento di un’Autorità statale palestinese nella persona di Maḥmūd ʿAbbās, la questione isreaelo-palestinese è tornata ad avere rilievo nell’ambito dell’attualità internazionale quando – in seguito ad una crisi politica in Isreaele, aggravata dalla situazione epidemiologica data dalla pandemia da Covid 19 –  i due attuali leader partitici del Paese, Netanyahu e Gantz, hanno concluso un accordo per la formazione di un Governo di emergenza nazionale. Tra gli obiettivi di questo innovativo modus operandi vi è anche l’annessione delle colonie e, successivamente, di migliaia di chilometri quadrati nella Valle del Giordano: un territorio, questo, che è considerato parte di un possibile e futuro Stato palestinese. L’avvio delle operazioni di annessione era previsto per il primo luglio ma le possibili conseguenze diplomatiche[4], che un tale atto avrebbero avuto, ne hanno determinato un rinvio. È ictu oculi evidente che l’annessione unilaterale di un territorio si configuri da un lato come una violazione del principio di autodeterminazione dei popoli – determinandosi così un illecito internazionale -, dall’altro come un reagente per le relazioni geopolitiche mediorientali già molto lontane dalla stabilità.

Un’esperienza giuridicamente molto vicina a quella dell’O.L.P. – seppur lontana in ragione di un sostrato geografico-diplomatico diverso – è quella vissuta in Kosovo a partire dagli anni ’90 quando il dittatore Milošević ha abolito l’autonomia regionale di questo territorio: tale atto ha spinto alcuni cittadini kosovari a costituire nel 1992 l’U.C.K. (Ushtria Çlirimtare e Kosovës – Esercito di Liberazione del Kosovo). Anche questo leading case in materia di autodeterminazione è un esempio di conflitto politico interno, sfociato poi in una vera e propria guerra civile[5], tanto che l’ONU nel 1998 inserisce l’U.C.K. nella lista delle organizzazioni terroristiche.

Deve riservarsi un approccio non molto diverso anche alla questione del Daesh[6], in quanto gli accordi di Sykos-Picot, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, hanno fatto naufragare la possibilità di creare una confederazione di Stati arabi; pur tuttavia l’appartenenza ad una comunità araba ha a lungo prevalso – forse prevale ancora –  sui concetti di popolo siriano ed iracheno.  Soprattutto l’U.C.K. e il Daesh hanno trasformato la loro lotta per l’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli in terrorismo[7]: questa è la causa per cui, nonostante il tentativo del Tribunale penale per il Libano[8], non è possibile individuare una netta linea di demarcazione tra le due nozioni giuridiche. Tale ultima conclusione costituisce la causa principale della mancata configurazione del terrorismo quale crimine internazionale, laddove non c’è un riconoscimento universale della antigiuridicità degli atti connessi.

 

Il principio di autodeterminazione dei popoli contemporanei: cenni

Le questioni dell’indipendenza catalana, dei disordini ad Hong Kong e del recesso del Regno Unito dall’Unione europea[9] si qualificano quali volontà dei popoli coinvolti di autodeterminarsi.

In particolare la Catalunia ha goduto di una certa autonomia dalla Spagna sin dal Medioevo, salvo la parentesi della dittatura franchista. Anche la Costituzione spagnola del 1978 riconosce un regime di autogoverno alla Regione, ampliatosi nel 2006 in seguito all’adozione di un nuovo Statuto, alcune norme del quale sono state impugnate presso il Tribunale costituzionale spagnolo per violazione del principio di unità indissolubile dello Stato ex art. 2 Cost. I due referendum plebiscitari del 2014 e del 2017 – l’uno dichiarato inammissibile dai giudici costituzionali, l’altro non riconosciuto dal Parlamento di Madrid – hanno portato alla dichiarazione unilaterale di indipendenza della Cataluna dalla Spagna che è costata la condanna al Presidente catalano Carles Puidgemont da parte della Corte Suprema spagnola.

La questione hong-kongese invece prende avvio nel 1997 quando il Regno Unito ha trasferito questa sua colonia all’amministrazione speciale cinese[10]: da questo momento Hong Kong sarà sottoposto alla sovranità territoriale di Pechino ma godrà di un sistema – quasi – democratico (c.d. one country, two systems). Tra l’estate e l’autunno scorso, tuttavia, hanno preso avvio numerose manifestazioni in piazza tra i cittadini hong-kongesi, a seguito di alcuni tentativi del governo centrale cinese di limitare l’autonomia democratica della Regione. L’allora proposta di emendamento della legge sull’estradizione poi ritirata e la recente approvazione della legge sulla sicurezza da parte dell’Assemblea Nazionale del Popolo hanno sostanzialmente messo fine al sistema di amministrazione speciale, giungendo così alla omogeneizzazione ordinamentale del territorio con il resto della Cina.

Ed, infine, non appare avulsa dal tema la c.d. Brexit, laddove un’esigenza di autodeterminazione interna del popolo britannico – manifestatasi con il referendum consultivo del 2016 – ha portato i governi May e Johnson a negoziare il recesso del Regno Unito dall’Unione europea ai sensi dell’art. 50 TUE. Approvato l’accordo di recesso sia dal Parlamento britannico sia dal Parlamento europeo, ciò che maggiormente si teme è un no deal all’esito del periodo di transizione che si concluderà alla fine del 2020.

I leading case di una autodeterminazione dei popoli contemporanea realizzano esiti diversificati tra loro in ragione di presupposti altrettanto eterogenei: la situazione che maggiormente preoccupa, anche per le conseguenze diplomatiche che potrebbe avere nella tenuta degli equilibri internazionali, è sicuramente quella di Hong Kong che ha già dimostrato di non volersi svincolare dal meccanismo one country two systems, a protezione della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini che il governo di Pechino non garantirà ed a motivo di un (non) riconoscimento della nuova situazione da parte della Comunità internazionale.

Informazioni

Arangio Ruiz, Autodeterminazione (diritto dei popoli alla) in Enciclopedia Giuridica Giuffrè, 1988, vol.IV.

Conforti, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica.

Di Nolfo, 2004, Dagli imperi militari agli imperi tecnologici. La politica internazionale nel XX secolo, Bari, Editori Laterza.

Frigo, Il caso catalano, il principio di autodeterminazione dei popoli e la posizione dell’Unione europea in www.eurojus.it, 30 ottobre 2017.

Nino, 2012, Terrorismo internazionale, privacy e protezione dei dati personali, Napoli, Editoriale scientifica.

[1] Disciplinanti rispettivamente i fini delle Nazioni Unite, i principi in materia di cooperazione internazionale economica e sociale e gli obiettivi del regime di amministrazione fiduciaria.

[2] E’ proprio nel 1960 che molti Stati del continente africano dichiarano la loro indipendenza dalle potenze europee. A titolo esemplificativo si ricordi il c.d. “communautè” dell’allora Ministro degli Esteri francese De Gaulle.

[3] Parere sulla Namibia (1971); parere sul Sahara occidentale (1975); parere sulla costruzione del muro (2004); parere sull’indipendenza del Kosovo (2010).

[4] Soprattutto rispetto alle relazioni con l’Autorità nazionale palestinese, la vicina Giordania e tutta la comunità araba globale.

[5] Nella quale vengono commessi crimini di guerra e crimini contro l’umanità, la cui giurisdizione è stata conferita al Tribunale speciale per il Kosovo.

[6] Daesh è l’acronimo arabo equivalente a Stato islamico: tuttavia l’inesistenza delle condizioni giuridiche per l’istituzione di un’organizzazione statale impongono l’utilizzo di una tale terminologia, seppur meno conosciuta rispetto a quella di ISIS.

[7] Sul tema si veda l’articolo di Nicolò Brugnera https://www.dirittoconsenso.it/2019/07/12/terrorismo-una-nuova-sfida-del-xxi-secolo/.

[8] Istituito nel 2007 per perseguire i crimini connessi all’assassinio del premier libanese Hariri avvenuto nel 2005. Tale tribunale speciale ha adottato una audace sentenza volta a definire il terrorismo quale crimine internazionale.

[9] Per alcuni riferimenti in materia di Brexit si veda l’articolo di Lorenzo Venezia https://www.dirittoconsenso.it/2018/12/01/il-futuro-allargamento-dellunione-europea/.

[10] Trattato c.d. Handover.


Balcani occidentali

Processo di integrazione europea dei Balcani occidentali

Dal 1999 ad oggi: UE e Balcani occidentali, un lungo percorso di trattative e processi di integrazione

 

Balcani occidentali e allargamento dell’Unione Europea

Come è noto, l’Unione europea è un’organizzazione internazionale regionale. La sua membership dipende non solo da fattori geografici, ma anche politici, economici e culturali, in ragione di un common background condiviso tra gli Stati membri. L’Unione europea si fonda su trattati istitutivi cc.dd. aperti: ciò significa che, successivamente alla loro conclusione, possono aderirvi anche altri Stati che non hanno partecipato ai negoziati. Allo stato dell’arte è possibile contare sette processi di effettivo allargamento, realizzatisi tra il 1973 e il 2013[1]; è poi attualmente in corso il processo di adesione[2] di alcuni Stati dei Balcani occidentali, nella species Albania, Kosovo[3], Montenegro, Repubblica della Macedonia del Nord e Serbia.

I requisiti per la presentazione della domanda di adesione ai fini dell’ammissione sono disciplinati dall’art. 49 TUE[4], al quale si aggiungono i cc.dd. criteri di Copenaghen[5]. In buona sostanza uno Stato terzo che desidera diventare membro dell’Unione deve rispettare i valori fondanti ex art. 2 TUE[6] e assicurare l’esistenza di istituzioni stabili che garantiscano i principi di uno Stato di diritto (democrazia, tutela dei diritti dell’uomo e delle minoranze), un’economia di libero mercato su base concorrenziale e, last but not least, la capacità di assumere gli obblighi derivanti dall’adesione all’Unione al fine di realizzare politiche comuni. Ovviamente – di converso – l’Unione deve adattare le proprie istituzioni al processo di allargamento: si pensi al numero dei parlamentari europei fissato dal Trattato di Lisbona a 751 unità (presidente compreso).

Ciò che, però, in questa sede si intende trattare in maniera precipua è l’integrazione dei Balcani occidentali, che ha avuto inizio con il processo di stabilizzazione e associazione (PSA) nel 1999: esso si configura quale piano di pre-accesso all’Unione che ha permesso un avvicinamento degli Stati dei Balcani occidentali all’organizzazione internazionale, attraverso accordi politici ed economici aventi ad oggetto la creazione di un’area di libero scambio con i Paesi in questione, la cui esecuzione è garantita da una cooperazione tra i parlamenti nazionali ed il Parlamento europeo.

Solo quando sia i criteri di adesione sia le condizioni del processo di stabilizzazione e associazione saranno soddisfatti, gli Stati dei Balcani occidentali potranno divenire definitivamente membri dell’Unione europea, la quale – dalle conclusioni del Consiglio europeo di Tessalonica del 2003 fino alla Dichiarazione di Zagabria del mese scorso, passando per la Dichiarazione di Sofia del 2018 – si è espressa nel senso di sostenere tale prospettiva.

 

Ostacoli al processo di integrazione

A questo punto verrebbe spontaneo chiedersi perché, a distanza di vent’anni, non si sia ancora arrivati ad una adesione formale di questi Stati all’Unione europea. E’ importante sottolineare che in tutti questi anni i negoziati non si sono mai interrotti ma hanno subito un’alternanza di up and down, in ragione di alcuni ostacoli che le parti hanno incontrato sulla strada del processo di allargamento.

Gli ordinamenti dei Balcani occidentali, infatti, ancora provati dall’esperienza del regime sovietico durante il periodo della guerra fredda e dalla successiva dittatura di Milošević (che in Albania si aggiunge all’occupazione fascista durante il Ventennio), non sono in grado di garantire pienamente i termini degli accordi con l’Unione. I principali impedimenti riguardano la mancata repressione della criminalità organizzata, della corruzione e del terrorismo; ancora, lo sfollamento forzato della popolazione causato da guerre, persecuzioni e conflitti civili, nonché dalle migrazioni generate dalla povertà; ed infine, la labile cooperazione economica nella regione e tra la regione e il resto dell’Europa. A tutto questo si aggiungono le difficoltà nel consolidare la rule of law, laddove manca un’organizzazione statale che consenta la separazione dei poteri e la capacità di stabilire un sistema legale e costituzionale effettivamente funzionante.

Gli Stati dei Balcani occidentali interessati all’integrazione europea stanno tentando di superare questi ostacoli attuando le pratiche di enforcement previste dallo Stability Pact del 1999: l’iniziativa regionale anticorruzione (regional anticorruption initiative), la cooperazione con l’Europa meridionale (southeast european cooperation initiative), il centro regionale per combattere i crimini transnazionali (regional centre for combating trans-border crime) e l’iniziativa regionale in materia di rifugiati, migrazione e asilo (migration, asylum, and refugee regional initiative)[7].

Diversamente da quello che è il tentativo di integrazione da parte degli stessi Stati membri dell’Unione europea – secondo il c.d. “Processo di Berlino”, la cui prima conferenza si è tenuta nella capitale tedesca nel 2014, – non si può negare che, nel corso degli ultimi anni, l’Unione europea abbia creato – almeno formalmente –  le condizioni favorevoli all’adesione, attraverso la configurazione di nuove strategie: ex multis, si ricordi la “Six-flagship initiative EU-Western Balkans” del febbraio 2018, con la quale la Commissione europea si propone da un lato di coadiuvare questi Stati nel rafforzamento dello Stato di diritto e nel miglioramento dello sviluppo socio-economico, dall’altro si impegna ad adottare una politica europea in materia di sicurezza e migrazione nei Balcani occidentali, a programmare un’agenda digitale per i Paesi WB e ad assicurare buone relazioni diplomatiche.

L’integrazione europea dei Balcani occidentali si realizza anche attraverso forme di cooperazione regionale[8] che consentano lo sviluppo in diversi settori, quali l’energia e le infrastrutture, la giustizia e gli affari interni, la sicurezza, la costruzione del capitale umano e le relazioni parlamentari. Un altro passo importante è, senza dubbio, rappresentato dalla libera circolazione delle persone[9] nello spazio Schengen: dal 2009 i cittadini macedoni, montenegrini e serbi, dal 2010 i bosniaci e gli albanesi e dal 2018 i kosovari beneficiano dell’esenzione visto.

 

Prospettive future

Dalla ricostruzione delle vicende fin qui operata, emerge con evidenza che il processo di allargamento definitivo a tutta l’area dei Balcani occidentali non si concluderà a breve termine.

Il ruolo chiave nei prossimi mesi (o forse anni) sarà svolto dal Parlamento europeo il quale – non solo, ai sensi dell’art. 49 TUE, deve approvare qualunque nuova adesione all’Unione – ma è annualmente tenuto ad adottare risoluzioni sull’opportunità degli allargamenti e ad intrattenere relazioni bilaterali con i parlamenti dei Balcani occidentali.

Nell’attuale contesto le prospettive di adesione più prossime sono quelle dell’Albania e della Repubblica di Macedonia del Nord, in ragione delle conclusioni adottate dal Consiglio europeo nel marzo 2020, con le quali si è dato formale avvio ai negoziati in attesa della Dichiarazione di Zagabria di maggio. Tale ultima, tenuto conto anche della diffusione del Covid-19 nella regione balcanica, ha rinnovato la solidarietà europea ai Paesi WB, realizzatasi concretamente con lo stanziamento di risorse economiche e sanitarie, ma ha anche ribadito la necessità di preservare – sempre e comunque – i principi dello Stato di diritto, in particolare per quanto riguarda la lotta contro la corruzione e la criminalità organizzata, il buon governo, nonché il rispetto dei diritti umani, della parità di genere, dei diritti delle persone appartenenti a minoranze e della libertà di espressione. E non poteva essere altrimenti, dal momento che sono proprio questi i nodi più difficili da sciogliere per la futura adesione all’Unione. Prospettive più a lungo termine, invece, riguardano gli altri Stati dei Balcani occidentali che, comunque, rimangono vincolati ai precedenti patti di pre-adesione.

Il processo di integrazione europea dei Paesi WB permette loro di avere, nel bene e nel male, un maggiore appeal nelle relazioni diplomatiche globali: se da una parte gli Stati Uniti insistono per un’adesione alla NATO[10], dall’altra la Cina si propone come alternativa all’Unione nelle relazioni commerciali.

Non sfuggano, in chiusura, i rischi per le frontiere esterne dell’Unione europea nel caso di adesione degli Stati WB, soprattutto rispetto al confine turco, sebbene Ankara abbia già da tempo iniziato anch’essa un processo di integrazione europea. Un percorso parallelo tra Balcani occidentali e Turchia, volto al superamento degli ostacoli culturali, giuridici ed economici che impediscono l’allargamento, potrebbe configurarsi quale soluzione all’adesione definitiva di tutti gli Stati dei Balcani occidentali e, forse, anche della Turchia.

Informazioni

[1] Danimarca, Irlanda e Regno Unito (1973); Grecia (1981); Spagna e Portogallo (1986); Austria, Finlandia e Svezia (1985); Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Cipro e Malta (2004); Bulgaria e Romania (2007); Croazia (2013).

[2] Sul tema dell’allargamento, si veda questo articolo di Lorenzo Venezia: https://www.dirittoconsenso.it/2018/12/01/il-futuro-allargamento-dellunione-europea/

[3] In linea con lo status dichiarato nella risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e con il parere della Corte Internazionale di Giustizia sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo.

[4] “Ogni Stato europeo che rispetti i valori di cui all’articolo 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell’Unione. Il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali sono informati di tale domanda. Lo Stato richiedente trasmette la sua domanda al Consiglio, che si pronuncia all’unanimità, previa consultazione della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, che si pronuncia a maggioranza dei membri che lo compongono. Si tiene conto dei criteri di ammissibilità convenuti dal Consiglio europeo.

Le condizioni per l’ammissione e gli adattamenti dei trattati su cui è fondata l’Unione, da essa determinati, formano l’oggetto di un accordo tra gli Stati membri e lo Stato richiedente. Tale accordo è sottoposto a ratifica da tutti gli Stati contraenti conformemente alle loro rispettive norme costituzionali.”

[5] Stabiliti dal Consiglio europeo di Copenaghen del 1993.

[6] “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.”

[7] Rispettivamente con sedi a Sarajevo, Bucarest e Skopje.

[8] In particolare il Consiglio di cooperazione regionale con sede a Sarajevo e l’accordo centroeuropeo di libero scambio.

[9] L’argomento è stato trattato da Giuseppe Guerra: https://www.dirittoconsenso.it/2019/06/27/schengen-le-adesioni-ed-il-caso-di-bulgaria-e-romania/

[10] L’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord.


Checks and balances

Checks and balances nell'ordinamento USA

Il principio di checks and balances in ordine alla nomina dei giudici federali, al controllo diffuso di costituzionalità delle leggi e al diritto di veto del Capo di Stato

 

Il principio checks and balances nella forma di governo statunitense

Gli Stati Uniti d’America integrano una forma di governo che è riconducibile a quella presidenziale in un sistema federale[1]: vi è, infatti, un unico soggetto di diritto avente personalità internazionale, il quale ricomprende cinquanta stati. Tale confederazione è guidata dal Presidente che, quale commander in chief[2] avente responsabilità politica nei confronti del popolo, è allo stesso tempo Capo di Stato e di Governo. La sua funzione quadriennale ha origine elettiva e non può venir meno se non nel caso di impeachment[3]. L’indipendenza statunitense trae la sua forza giuridica dalla Costituzione del 1787 che, ancorché delineando un ordinamento di common law, è Legge fondamentale scritta. Quest’ultima sancisce la separazione dei poteri mitigata dal principio di checks and balances: tale espressione indica un sostanziale equilibrio tra i tre poteri dello Stato, i quali si controllano vicendevolmente.

L’art. I attribuisce il potere legislativo al Congresso, un organo la cui bicameralità è data dal Senato eletto su base statale e dalla Camera eletta su base nazionale. Quest’organo adotta le leggi “necessarie ed adatte”[4] per l’esercizio dei poteri espressamente previsti nel dettato costituzionale.

Ai sensi dell’art. II il Presidente degli Stati Uniti esercita il potere esecutivo, ha il comando delle forze armate, ha il potere – previo consenso del Senato – di stipulare trattati internazionali e nominare ambasciatori, consoli ed altri rappresentanti diplomatici. A ciò si aggiunge la fondamentale competenza di nominare i giudici della Corte Suprema e tutti gli altri pubblici ufficiali statunitensi: tale funzione, come si vedrà nel prosieguo, è uno dei paradigmi del sistema di pesi e contrappesi che caratterizzano l’ordinamento nordamericano.

La funzione giurisdizionale federale, infine, è espressamente attribuita dall’art. III alla Corte Suprema. Il Congresso può, inoltre, istituire corti federali inferiori: ciò è quanto accaduto con l’adozione del Judiciary Act del 1789, la cui attuazione ha realizzato un sistema che, oltre alla Suprema Corte quale giudice di ultima istanza, si articola su due gradi di giudizio (le Corti distrettuali in primo grado e le Corti d’Appello in secondo).

L’ordinamento giudiziario statunitense si realizza sia sul piano nazionale ma anche su quello locale: alle Corti federali suindicate, si affiancano le Corti statali che hanno una varietà di denominazioni states by states.

 

Bilanciamento dei poteri e nomina dei giudici federali

Uno degli aspetti della vita istituzionale statunitense nel quale opera il sistema di checks and balances è sicuramente la nomina dei giudici federali di qualunque grado, che avviene ad opera del Presidente degli Stati Uniti ma con il consenso del Senato ai sensi dell’art. III Cost.

Questo meccanismo implica nella sostanza che il Presidente sia portato a scegliere persone che – tra i giudici delle Corti inferiori, i professori delle facoltà giuridiche e i pubblici ufficiali – manifestano un’ideologia simile alla propria, che perseguono, cioè, un medesimo orientamento. Ma è proprio in tale propensione che si inserisce il principio che si sta tentando di analizzare, in quanto spetterà poi al Senato fare un’indagine conoscitiva sulla persona individuata dal Presidente e confermarne la nomina[5]. Tale equilibrio istituzionale nella scelta è fondamentale, perché i giudici federali, salvo l’attivazione del procedimento di impeachment[6], sono nominati a vita. Ciò, se si riflette bene, realizza anche una simmetria tra le nomine dei giudici, in ragione del susseguirsi delle presidenze americane.

Per quanto concerne, invece, la nomina dei giudici statali, si assiste all’attuazione di una serie di differenti modelli impiegati tra i vari stati: elezione popolare, nomina da parte del governatore previo consenso del Senato ovvero sistema misto. A ben vedere, dunque, anche l’ordinamento giudiziario locale favorisce l’attuazione del principio di checks and balances tra i tre poteri.

 

Sentenza Marbury e potere di judicial review

La Costituzione statunitense non disciplina esplicitamente il potere di judicial review, ovverosia il procedimento di controllo giurisdizionale sulla legittimità delle leggi. Tuttavia l’art. VI Cost. individua nella Costituzione la Legge suprema della nazione ed obbliga i giudici di ogni stato ad uniformarvisi.

Ecco che il judicial review dal 1803 è divenuto l’esempio più famoso di attuazione del principio di checks and balances, grazie alla redazione della sent. Marbury vs Madison ad opera del Chief Justice Marshall. La vicenda ha inizio quando il ricorrente viene nominato giudice dal Presidente Adams poche ore prima che scada il suo mandato; dopo l’elezione del Presidente Jefferson, il nuovo funzionario presidenziale Madison non completa la procedura di nomina attraverso l’atto di notifica dell’incarico a Marbury. Poiché quest’ultimo considera la notifica un atto dovuto, ricorre alla Corte suprema – ai sensi del Judiciary Act – chiedendo un writ of mandamus che obblighi Madison a notificargli la nomina. La questione, per il collegio presieduto dal giudice Marshall, è alquanto delicata, perché avrebbe potuto aprire un conflitto politico-istituzionale sia se fosse stata accolta la domanda sia se essa fosse stata rigettata. Ma la controversia viene magistralmente risolta da Marshall, il quale sostiene che la norma del Judiciary Act che conferisce a Marbury il diritto di adire la Corte Suprema è incompatibile con l’art. III della Costituzione statunitense, il quale elenca in maniera esplicita ed incontrovertibile i casi in cui la Corte Suprema è competente in primo grado: in queste ipotesi individuate dalla norma costituzionale – tra cui, si ricorda, la nomina di ambasciatori, consoli e diplomatici – sicuramente non rientra il caso in analisi, perché trattasi della nomina di un giudice.

La celeberrima sent. Marbury vs Madison apre, nell’ordinamento statunitense, al controllo di legittimità costituzionale c.d. diffuso: ciò significa che – contrariamente a quanto accade nei sistemi continentali, anche grazie all’elaborazione dei filosofi Kelsen e Schmitt – non vi è un organo istituzionale ad hoc che esercita la funzione di giudice costituzionale, ma tutti i giudici ordinari possono – anzi devono – esercitare sindacato di costituzionalità sulle leggi nel momento in cui si trovano a risolvere il caso concreto.

Questo modus operandi, il cui funzionamento è garantito anche dal principio dello stare decisis, implica il potere di qualunque giudice federale di disapplicare le norme ordinarie in contrasto con la Costituzione. Dunque, la ponderazione tra checks and balances in questo caso è data dal fatto che, da un lato, i giudici possono esercitare il controllo di costituzionalità sulle leggi, dall’altro, competenza e numero di questi sono determinati dal Congresso.

 

Checks and balances e potere di iniziativa legislativa

Si è già detto che la funzione legislativa viene esercitata dal Congresso, ai sensi dell’art. I Cost. Questa regola implica che il potere di iniziativa legislativa spetti in via esclusiva a Camera e Senato e che, quindi, l’Esecutivo, in linea generale, non abbia competenze in tal senso. Ma anche questo ulteriore assetto è mitigato dal principio di checks and balances, laddove il Presidente degli Stati Uniti, oltre a poter essere autorizzato dal Congresso all’adozione di regulations[7], ha anche diritto di veto sulle leggi.

Dunque ogni bill approvato dal Congresso, prima di essere pubblicato ed entrare in vigore, deve essere sottoposto entro dieci giorni al Presidente, il quale potrà optare per la firma dell’atto ovvero per l’esercizio del veto. Nel primo caso l’atto acquisterà forza di legge; nel secondo è restituito alle Camere, le quali – se non intendono votare un nuovo bill da sottoporre al Presidente – approvano lo stesso già oggetto di veto che entrerà in vigore solo se raggiungerà la maggioranza dei due terzi dei componenti.

Rispetto a questo assetto è preoccupante – al pari di quanto accade nell’ordinamento italiano con la prassi dell’abuso del decreto legge – non tanto il numero di leggi su cui è stato esercitato il diritto di veto, quanto le sempre più frequenti deroghe all’iniziativa legislativa congressuale, che ammettono l’adozione dei decreti presidenziali, oltre che delle regulations. Tale degenerazione rischia di alterare irrimediabilmente un principio – quello del checks and balances appunto – attraverso il quale l’ordinamento costituzionale statunitense si è mosso fin dai suoi primi passi, delegittimando così la funzione istituzionale del Congresso quale luogo della rappresentanza, già incredibilmente variegata, degli Stati Uniti d’America.

Informazioni

Casper, An Essay in Separation of Powers: Some Early Versions and Practices, University of Chicago Law School, 1989.

Elia, Governo (forme di) in Enciclopedia del diritto, Milano, Giuffrè Editore, 1970.

Meernik & Ignagni, Judicial Review and Coordinate Construction of the Constitution in Midwest Political Science Association, 1997.

Whittington, Constitutional Construction: Divided Powers and Constitutional Meaning, Harvard University Press, 1999.

Varano & Barsotti, La tradizione giuridica occidentale, Torino, Giappichelli Editore, 2018.

Per la Costituzione Americana: http://www.consiglioveneto.it/crvportal/BancheDati/costituzioni/us/usa_sin.pdf

[1] In tema di forme di governo si rimanda a: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/10/le-varie-forme-di-governo-parlamentare/

[2] Così in ELIA, Governo (forme di) in Enciclopedia del diritto, Milano, Giuffrè Editore, 1970.

[3] Esso è il processo attraverso il quale un organo legislativo pone in stato di accusa un funzionario governativo.

[4] C.d. necessary and proper clause.

[5] Non sono mancati i casi in cui il Senato non abbia confermato il nome scelto dal Presidente: si pensi al caso Regan – Bork.

[6] Nella storia statunitense solo il giudice Samuel Chase è stato sottoposto a tale procedimento, conclusosi con un’assoluzione.

[7] Una sorta di decreto legislativo all’italiana.


Consiglio di Sicurezza

Consiglio di Sicurezza e Covid-19

Il seguente scritto intende offrire una breve analisi del ruolo che il Consiglio di Sicurezza ha svolto, rebus sic stantibus, durante l’emergenza sanitaria in corso

 

Covid 19 e relazioni internazionali: cenni preliminari

Nel 2020 l’ONU, quale organizzazione internazionale a vocazione universale, si accinge a festeggiare il settantacinquesimo anniversario dalla sua istituzione[1]. Da allora vi è stato un evidente mutamento delle relazioni internazionali, le quali, proprio nell’anno in corso, subiscono gli effetti dell’emergenza sanitaria data dal Covid 19. E’ indispensabile, dunque, valutare l’intensità con cui le Nazioni Unite si inseriscono nell’assetto attuale, in particolare il Consiglio di Sicurezza che – ai sensi del capo VII della Carta ONU – è l’organo competente ratione materiae per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Il lockdown pressoché mondiale, che ha seguito la dichiarazione di pandemia da parte della World Health Organization[2], ha provocato la sospensione – in alcuni casi anche arbitraria ed ingiustificata[3] – delle libertà fondamentali garantite dalle Costituzioni occidentali e da numerose Carte internazionali disciplinanti i diritti umani[4]. A questo si aggiunge la scelta di molti Stati di affrontare lo stato di eccezione sulla base del particolarismo nazionale. E’ innegabile che ciò costituisca l’inizio di una nuova era delle relazioni nella Comunità internazionale la quale, sempre più, torna ad essere radicata in ragione di quella koinonìa[5] di aristotelica memoria.

Può tutto questo incidere sul mantenimento della pace e della sicurezza internazionale?

 

Covid 19 e la sostanziale (in)attività del Consiglio di Sicurezza

L’attuale emergenza sanitaria non può prescindere da un intervento incisivo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite[6], quale organo competente ad adottare decisioni vincolanti per gli Stati membri al fine di non alterare ovvero aggravare l’assetto della pace internazionale.

Innanzitutto l’esigenza di prevenzione del contagio ha necessitato l’adozione di manifestazioni alternative del voto in seno al CdS, tali da garantire la prosecuzione dell’attività consiliare da remoto piuttosto che in presenza. In sintesi, dopo che i membri del Consiglio di Sicurezza – tra i quali, si ricorda, Cina, USA, Russia, Gran Bretagna e Francia sono membri permanenti titolari del diritto di veto – propongono un progetto di risoluzione, il Presidente pro tempore apre la votazione avvisando gli altri membri con una lettera telematica; la votazione deve avvenire nelle 24 ore successive alla notifica, ad opera del rappresentante dello Stato, mediante lettera presentata elettronicamente al Director of the Security Council Affairs Division (SCAD). Questi comunicherà l’esito della votazione al Presidente del CdS che, a sua volta, informerà gli Stati membri in una call conference nelle successive 12 ore. Il rappresentante che non provvederà all’invio della lettera-voto sarà considerato assente. La pubblicità della votazione è assicurata dalla pubblicazione delle lettere e dei risultati sul sito internet del Consiglio di Sicurezza[7].

Sebbene il CdS si sia munito di una tale procedura, l’unica risoluzione adottata dallo stesso – nell’ambito dell’emergenza Covid 19 – è la 2518/2020 del 30 marzo in materia di sicurezza dei peacekeepers[8].

Con tale decisione il Consiglio di Sicurezza intende tutelare la salute dei 110.000 operatori di pace ONU attualmente attivi in 13 missioni nel mondo, mediante l’elaborazione di piani di evacuazione rapidi e l’attuazione di procedure adeguate di indagini “on improving safety and security[9]” dei peacekeepers. La risoluzione in esame è stata approvata all’unanimità su proposta della Cina con altri 43 paesi, tra i quali anche la Russia. Un aspetto procedurale non di poco conto è la Presidenza cinese del Consiglio di Sicurezza nel mese di marzo, in onore della quale il termine “COVID 19” non è mai stato utilizzato nell’atto 2518. Tale ultima considerazione rende evidente l’inerzia del Consiglio di Sicurezza nell’ambito dell’emergenza sanitaria in corso che – palesemente – provoca un mutamento nelle relazioni tra gli Stati e si configura quale fonte di minaccia alla sicurezza internazionale, materia di elezione e competenza proprio di questo organo delle Nazioni Unite.

In supplenza del Consiglio di Sicurezza sono intervenuti altri organi ONU, in particolare il Segretariato e l’Assemblea Generale. Il primo, nella persona di Antonio Guterres, pubblica sui propri siti ufficiali, quasi quotidianamente, video con i quali invita gli Stati ad adottare tutte le misure di sicurezza necessarie per limitare il contagio nel rispetto dei diritti umani di tutte le categorie di persone (cittadini, stranieri, bambini, lavoratori). Ancor più eloquente era apparso l’appello, datato 23 marzo, dell’organo esecutivo con cui si invitavano gli Stati in conflitto a cessare il fuoco. In Yemen e nelle Filippine le parti belligeranti hanno immediatamente adottato accordi di pace temporanei, ma nulla è poi avvenuto nel resto del mondo. Anzi, a dispetto di ciò, alcune fonti diplomatiche dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza hanno avanzato l’idea di un progetto di risoluzione sull’impatto del Coronavirus nei teatri di guerra ma, rebus sic stantibus, non è registrabile alcuna iniziativa del CdS in tal senso.

L’Assemblea Generale, dal canto suo, ha approvato all’unanimità, sempre da remoto, una risoluzione sulla solidarietà globale e la cooperazione internazionale contro la pandemia da Covid 19, col fine di impegnarsi nella protezione dei Paesi più poveri ed evitare qualsiasi forma di discriminazione.

La sostanziale inattività del Consiglio di Sicurezza durante l’emergenza sanitaria in corso ha riportato alla luce i difetti strutturali di tale organo, soprattutto in ordine al diritto di veto dei cinque membri permanenti a fronte del fatto che le relazioni diplomatiche tra gli Stati vincitori della seconda guerra mondiale sono da allora mutate, affermandosi una sensazione di reciproca diffidenza, perché mutati sono gli interessi ed i particolarismi dei singoli Paesi.

Se e quando sarà possibile una riforma della Carta delle Nazioni Unite, essa non potrà prescindere dall’istituzione di sistemi efficienti per la prevenzione delle grandi emergenze tra cui quelle climatiche.

Informazioni

[1] Il 26 giugno 1945 a San Francisco viene firmata la Carta delle Nazioni Unite, la quale entra in vigore il 24 ottobre dello stesso anno.

[2] Istituto specializzato delle Nazioni Unite, il quale ha poteri vincolanti nei confronti degli Stati membri in tema di malattie epidemiche e prodotti farmaceutici, con l’obiettivo di un omogeneo e, quanto più possibile, elevato stato di salute di tutti i popoli.

[3] Un esempio è offerto dalla situazione in Ungheria. Per approfondimenti si veda https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/01/costituzione-ungherese-e-assunzione-dei-pieni-poteri-emergenza-sanitaria-o-fine-della-democrazia/

[4] Ex multis, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e, a livello regionale, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo

[5] Essa si configura come la comunità politica data dalla singola polis greca.

[6] Come accaduto nel corso dell’epidemia causata dell’ebola, che il Consiglio di Sicurezza – ai sensi della risoluzione 2177/2014 – aveva qualificato come una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e chiesto agli Stati di provvedere con aiuti sanitari, censurando però la chiusura delle frontiere dei Paesi coinvolti.

[7] Come è possibile consultare sul sito del Consiglio di Sicurezza

[8] Per una lettura integrale della risoluzione in esame si rimanda a https://undocs.org/S/RES/2518(2020).

[9] Così nel testo della risoluzione.


costituzione ungherese

Costituzione ungherese e assunzione dei pieni poteri: emergenza sanitaria o fine della democrazia?

Il presente lavoro intende offrire una breve panoramica dei principi fondamentali e delle norme in materia di organizzazione dello Stato disciplinati dalla Costituzione ungherese, alla luce delle misure nazionali adottate in ragione del Covid-19

 

Costituzione ungherese e politiche conservatrici

Può uno Stato dell’Unione europea trasformarsi de facto in una dittatura? È in corso un cambiamento interno che viola le disposizioni della Costituzione ungherese? È quanto sembra stia accadendo in queste ore in Ungheria, con il pretesto di fronteggiare al meglio l’emergenza sanitaria causata dal Covid-19.

Il premier Victor Orbàn, con una legge votata dal Parlamento ungherese il 30 marzo 2020, ha assunto pieni poteri senza limiti temporali. In verità molti parlamenti europei, come quello francese, hanno votato lo “stato di emergenza” deferendo poteri eccezionali ai governi nazionali ma, a differenza dell’esperienza ungherese, individuandone un congruo termine che, presumibilmente, coincida con la fine della pandemia[1].

La nuova Costituzione ungherese (Magyarország Alaptörvénye) è entrata in vigore il 1 gennaio 2012 ed all’art. B dei principi fondamentali definisce l’Ungheria quale Stato di diritto indipendente e democratico. Il funzionamento dello Stato ungherese accoglie il principio liberale della separazione dei poteri, in ragione del quale nessuno dei tre può mirare alla conquista o all’esercizio violento ovvero al suo possesso esclusivo: avverso simili pretese, chiunque può legittimamente intervenire per porvi fine[2]. Ancorché siano presenti tali statuizioni, alle quali si aggiunge che l’Assemblea Nazionale è l’organo supremo per la rappresentanza popolare[3], la Costituzione ungherese è stata oggetto di numerose critiche da parte delle opposizioni proprio perché spesso strumentalizzata per la realizzazione delle recenti politiche governative sovraniste.

Desta infatti maggiori preoccupazioni l’art. 15 del capo dedicato allo Stato, nel quale si legge che le competenze del Governo si estendono a tutto quanto non sottoposto a quelle degli altri organi dalla Costituzione ungherese o da altre norme giuridiche. Quest’ultimo principio giustifica l’adozione di decreti governativi su materie non regolate dalla legge ma, con l’ulteriore precisazione, di non contraddirla. Alla luce di questi brevi cenni alle norme della Costituzione ungherese, sembra registrarsi un assetto ordinamentale formalmente democratico, se non fosse per le numerose contraddizioni del governo Orbàn e della sua maggioranza sul piano sostanziale. Si pensi, ex multis, alla limitazione della libertà di stampa, alla politica migratoria di natura conservatrice, allo spoil system, alla c.d. “legge schiavitù” che aumenta le ore di straordinario e ne ritarda il pagamento. Tutte politiche, queste, che sembrano contra Constitutionem. E’ noto infatti che l’art. I, inserito nel capo dedicato a “Libertà e responsabilità”, impegna lo Stato alla protezione dei diritti inviolabili ed inalienabili dell’uomo sia individuali che collettivi; la Costituzione ungherese ammette una loro limitazione solo in via eccezionale quando è necessario il bilanciamento con altri diritti. Alcuni di questi diritti sono esplicitati, tra cui la libertà di pensiero e di coscienza[4]. L’art. IX riconosce, inoltre, la libertà di manifestare la propria opinione, la libertà e la pluralità di stampa, assicurando le condizioni necessarie alla libera informazione in vista della realizzazione di un’opinione pubblica democratica.

Come si giustifica, dunque, tra le altre, una limitazione della libertà di stampa nel Paese? Sebbene la Costituzione ungherese disciplini in linea teorica il principio fondamentale, il governo conservatore ha adottato leggi e regolamenti che hanno alterato il mercato dell’informazione, affinchè privati o società vicini al potere acquistassero giornali e reti televisive, anche attraverso finanziamenti governativi.

 

Pandemia e pieni poteri

La pandemia in corso ha realizzato la limitazione di alcune tra le più importanti libertà fondamentali. Nella maggior parte dei casi, le Costituzioni europee prevedono che ciò sia possibile solo attraverso riserva di legge e/o giurisdizione. Un’ormai annosa questione riguarda la natura dell’atto legislativo che contiene la limitazione: uno Stato democratico imporrebbe una scelta fisiologica verso la legge parlamentare o, al più, un atto ad essa equiparata.

Dato che il Parlamento ungherese, la cui prima forza politica è il Fidesz – guidato dallo stesso Orbàn – ha  conferito al Primo Ministro pieni poteri[5], tali limitazioni saranno adottate con la forma del decreto. Esso, data la sospensione de facto dei poteri parlamentari, non sarà mai sottoposto al vaglio dell’Assemblea nazionale, la quale in teoria svolge un ruolo di controllo sul Governo. In particolare, le nuove disposizioni riconoscono al Capo di Governo la possibilità di prolungare discrezionalmente e senza definizione temporale lo stato di emergenza[6]; ciò potrebbe comportare la sospensione per decreto di alcune leggi e l’introduzione di altre, senza che venga mai richiesto l’intervento parlamentare, a cui si aggiunge la reclusione fino ad 8 anni per chi viola il coprifuoco. Inoltre è stato approvato che, nel caso vengano diffuse notizie false sul virus o sulle decisioni del governo, l’autore della condotta rischi da 1 a 10 anni di prigione: ciò riapre la già analizzata questione della limitazione della libertà di stampa in Ungheria, oggetto di misure europee contro lo Stato.

A parte le ragioni di ordine formale circa l’organizzazione dello Stato sancite dalla Costituzione ungherese, appare inaccettabile che un Capo di Governo possa assumere pieni poteri, esautorando quelli del Parlamento: una tale misura ricorda pericolosamente la legge tedesca del 1933 grazie alla quale, nel 1934, Hitler potè emanare un decreto con cui sanciva l’unificazione delle funzioni di presidente e di cancelliere del Reich assumendole entrambe in qualità di Fuhrer. Nella peggiore delle ipotesi, Orbàn, vista l’assenza di qualsiasi limite temporale, potrebbe non rilasciare mai quella porzione di potere assunto in questa situazione di emergenza sanitaria. Ciò si configurerebbe come una piena violazione dell’art. 2 TUE[7], incrinando i già poco rosei rapporti con l’Unione europea[8], ancorché la Costituzione ungherese promuova l’unità europea in vista del completamento della libertà, del benessere e della sicurezza dei popoli e vincoli lo Stato al diritto europeo[9].

Informazioni

[1] Per tornare al paradigma francese, il termine dello “stato d’urgenza” è stato individuato in due mesi.

[2] Cfr. art. C, capo “Principi fondamentali”, Costituzione ungherese.

[3] Cfr. art. 1, capo “Lo Stato”, Costituzione ungherese.

[4] Ex art. VII, capo “Libertà e responsabilità”, Costituzione ungherese. Nello stesso articolo viene esplicitata anche la libertà di religione.

[5] Con 137 voti a favore e 53 contrari.

[6] Già in vigore dall’11 marzo 2020.

[7] Ai sensi del quale “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

[8] Data l’attivazione di una procedura di infrazione per violazione delle disposizioni in materia di asilo.

[9] Cfr. art. E, capo “Principi fondamentali”, Costituzione ungherese.


Ordine internazionale

Un nuovo ordine internazionale? I rapporti USA-Afghanistan

Il presente lavoro intende offrire una breve analisi dell’ordine internazionale risultante dal conflitto tra gli Stati Uniti d’America e l’Afghanistan in seguito all’attentato dell’11/9/2001, per giungere poi all’accordo tra U.S.A. e Talebani del 29/2/2020, passando dal divieto dell’uso della forza sancito dall’art. 2, par. 4, Carta ONU

 

Le relazioni USA – Afghanistan e il divieto dell’uso della forza

L’11 settembre 2001, considerata ormai dalla dottrina la data che segna un nuovo (dis)ordine internazionale, gli Stati Uniti d’America furono colpiti in due di tre punti nevralgici per la loro esistenza. Due aerei di linea, appartenenti alle maggiori compagnie americane, furono dirottati contro le Torri Nord e Sud del World Trade Center, centro della finanza statunitense; un altro aereo venne fatto schiantare contro il Pentagono, centro del sistema militare americano; un quarto aereo, con molta probabilità, si sarebbe dovuto abbattere contro la Casa Bianca o altro simbolo della vita politica del Paese presso Washington ma, in seguito ad una rivolta dei passeggeri ostaggi dei terroristi, precipitò.

Fino ad allora, gli U.S.A., pur avendo partecipato ad entrambe le guerre mondiali, non furono mai oggetto di una minaccia esterna diretta, né furono teatro di battaglie combattute sul loro territorio. Con l’attentato terroristico dell’11 settembre, si affermò, nell’ordine internazionale ed interno, il riconoscimento degli Stati Uniti come “bersaglio di guerra, anzi il principale bersaglio di guerra che i nemici di ciò che essi rappresentano intendono combattere”[1].

Gli U.S.A., infatti, dopo la fine del c.d. “sistema bipolare” a seguito del dissolvimento dell’Unione Sovietica avvenuto nel 1991, divennero, con non poche difficoltà interne, emblema dell’internazionalizzazione e della globalizzazione. Nasceva così un nuovo ordine internazionale il quale presuppone l’azione clandestina del nemico: non più uno scontro aperto sul campo di battaglia per ottenere l’espansione territoriale, ma un conflitto, spesso solo virtuale, che ha ad oggetto il modo di concepire lo stato delle cose e da ciò deriva la difficoltà di qualificare il nemico. Tuttavia in seguito all’attacco del 2001, il governo di Washington individuò come responsabile, e dunque quale potenziale nemico, Osama ben Laden e, più in generale, il fondamentalismo islamico che si esprimeva attraverso episodi di terrorismo attuati dall’organizzazione di al-Qāʿida. Pochi giorni dopo, l’allora presidente George W. Bush lanciò un ultimatum ai Talebani con cui chiedeva, tra le altre, la consegna dei leader dell’organizzazione agli U.S.A. e la liberazione di tutti i prigionieri stranieri. Il suo mancato seguito e l’esito negativo di altri tentativi di negoziazione determinarono, il 7 ottobre 2001, il primo bombardamento aereo sul territorio di Kabul da parte di forze armate statunitensi e britanniche. È noto ai più che questo fu solo il primo di altri numerosi attacchi.

Ma ciò che in questa sede interessa è innanzitutto verificare la legittimità dell’intervento militare statunitense in Afghanistan. Il divieto dell’uso della forza viene qualificato quale norma di ius cogens[2], quindi inderogabile, secondo il tenore dell’art. 2, par. 4, Carta ONU.

L’unico caso in cui è ammesso l’uso della forza è l’ipotesi di self defence ex art. 51 Carta ONU, in seguito ad un attacco diretto e già sferrato ma nei limiti della proporzionalità e in attesa che il Consiglio di Sicurezza adotti le misure necessarie. Proprio a quest’organo delle Nazioni Unite il capo VII della Carta affida il controllo esclusivo e vincolante sul sistema di sicurezza collettiva: in buona sostanza, l’ONU, da una parte impone il divieto assoluto della forza, dall’altra accentra nel Consiglio il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Ai sensi dell’art. 39 Carta ONU[3] rispetto ad eventuali situazioni di minaccia della pace, violazione della pace e atti di aggressione, al Consiglio di Sicurezza è data una certa discrezionalità per l’adozione delle misure previste dagli artt. 40 e ss della Carta ONU[4], sia quando l’accertamento riguardi guerre internazionali sia quando riguardi guerre interne.

Dunque alla luce di quanto appena esposto, l’unica deroga al divieto dell’uso della forza sarebbe rappresentata dalla legittima difesa; tale nozione è stata oggetto di ampia estensione da parte della c.d. “dottrina Bush”, la quale fa capo al documento presentato, nel settembre 2002 dall’omonimo Presidente degli Stati Uniti, intitolato “National Security Strategy of the United States of America”. Esso contiene la nozione di “legittima difesa preventiva” la quale, stando al tenore di tale atto, potrebbe essere esercitata dagli U.S.A. per prevenire, oltre che le imminenti minacce con uso di armi di distruzione di massa, anche atti terroristici. Fermo restando che sulla legittimità dell’uso della preventive self defence la Corte Internazionale di Giustizia si è sempre guardata bene dal pronunciarsi[5], l’attacco degli Stati Uniti sul territorio afgano, se si seguisse questo filone interpretativo, sarebbe riconducibile a tale dottrina.

In realtà non sfugge all’evidenza dei fatti che lo schianto degli aerei, sulle Torri del World Trade Center e sul Pentagono, si potrebbe qualificare formalmente come “attacco diretto e già sferrato”, il quale consentirebbe un uso della forza, proporzionata all’attacco, quale espressione della legittima difesa tout court. A ben vedere, condividendo la tesi offerta da autorevole dottrina[6], ancorché si faccia fatica a qualificare il terrorismo internazionale quale crimen iuris gentium, esso è riconducibile all’azione di un gruppo ristretto di individui e non di uno Stato. Questa conclusione configurerebbe il bombardamento statunitense sul territorio di Kabul come illegittimo, perché ha realizzato effetti disastrosi su un intero Stato e quindi anche e soprattutto sulla popolazione civile, a fronte, invece, di un crimine individuale, determinando così un diverso ordine internazionale. Tanto è vero che una risoluzione ONU del 14 novembre 2001 prevedeva una condanna dei Talebani per avere permesso che l’Afghanistan venisse utilizzato come base per l’esportazione del terrorismo attraverso la rete al-Qāʿida ed altri gruppi terroristici e per aver garantito sicuro asilo a Osama Ben Laden, al-Qāʿida e altri loro associati, e in questo contesto, si chiedeva il supporto alla popolazione afghana per rimpiazzare il regime talebano.

 

L’accordo USA – Talebani: i primi passi verso un nuovo ordine internazionale?

Un buon manuale di storia avrebbe analizzato nel dettaglio ogni singolo episodio accaduto nel corso di poco più di 18 anni di presenza statunitense nell’area afgana. Ovviamente non è questa la sede per farlo, anche per mancanza di competenze specifiche in materia da parte di chi scrive. Ciò che invece si vuole trattare è, si spera, l’esito finale di tale vicenda che, per anni, ha investito l’ordine internazionale.

Il 29 febbraio 2020 le delegazioni statunitense e talebana hanno firmato a Doha, in Qatar, un accordo di pace al fine di avviare una fase di negoziazione tra le due parti. Al momento non vi sono ancora fonti giuridiche autorevoli in materia ma, dalle dichiarazioni rilasciate[7], l’accordo è sottoposto a reciproche condizioni: gli Stati Uniti ritireranno le loro truppe e quelle delle forze alleate dal territorio afgano entro quattordici mesi e, a breve termine, entro centotrentacinque giorni dalla firma vi sarà una riduzione della presenza americana fino ad un massimo di 8600 uomini; in cambio i Talebani eviteranno di ospitare in Afghanistan organizzazioni terroristiche. Non è ancora chiaro quale sarà il ruolo del governo di Kabul, laddove il fatto che la firma sia stata apposta dal mullah Baradar implica che gli Stati Uniti riconoscano nel sistema islamico-talebano un ordinamento statuale. Che questo possa dar causa a nuovi conflitti interni? Fa ben sperare che una delle clausole dell’accordo prevede che si dia avvio ai negoziati tra il Governo di Kabul e i Talebani già a partire dal 10 marzo presso Oslo[8], con il rilascio di migliaia di persone detenute illegittimamente dai due fronti intra-afgani[9]; ovviamente gli U.S.A. non hanno omesso di sottolineare che il mancato rispetto degli impegni assunti determinerebbe la risoluzione dell’accordo. Inoltre alla sua definizione hanno partecipato anche alcuni rappresentanti della N.A.T.O., i quali hanno chiesto l’inserimento di una clausola al fine di migliorare la condizione delle donne nel Paese[10].

È evidente che l’accordo in esame, nonostante la sua auspicata portata storica nell’ambito delle relazioni internazionali, non è di immediata e piena attuazione: i negoziati richiederanno dei mesi, la trasformazione dello status hic et nunc in un ordinamento civile degli anni. L’obiettivo è quello di raggiungere un ordine internazionale ed interno, stabile e duraturo, che sia presupposto per il mantenimento della pace e che eviti lo scontro tra le fazioni presenti sul territorio afgano. Il controllo in tal senso dovrebbe essere, dunque, affidato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in conformità alle prerogative sancite dal capo VII della Carta. Sostanzialmente ciò avverrà? Ai posteri l’ardua sentenza!

Informazioni

Canestrini, 2001, Terrorismo, diritto internazionale e ordine mondiale: riflessioni a caldo sull’11 settembre 2001 in Pubblicazioni Centro Studi per la Pace.

Conforti, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica.

Di Nolfo, 2004, Dagli imperi militari agli imperi tecnologici. La politica internazionale nel XX secolo, Bari, Editori Laterza.

https://www.agi.it/estero/news/2020-02-29/afghanistan-usa-talebani-accordo-7269205/

https://dailyworker.it/a-doha-lo-storico-accordo-tra-usa-e-talebani/

https://www.lapresse.it/esteri/afghanistan_firmato_accordo_di_pace_tra_usa_e_talebani-2424726/video/2020-02-29/

https://www.repubblica.it/esteri/2020/02/29/news/afghanistan_passi_verso_la_pace-249865362/

[1] Cfr. DI NOLFO, 2004, Dagli imperi militari agli imperi tecnologici. La politica internazionale nel XX secolo, Bari, Editori Laterza, p. 384.

[2] Non vi sono norme scritte di diritto cogente ma gli studiosi sono concordi nell’individuarne almeno tre a partire dall’art. 2 della Carta delle Nazioni Unite: tutela dei diritti umani e della dignità umana; mantenimento della pace e della sicurezza internazionale; diritto all’autodeterminazione dei popoli. Parte della dottrina individua anche una quarta norma cogente nel divieto di ledere irrimediabilmente l’economia di un Paese ma tale principio viene spesso derogato. Si veda inoltre un articolo di DirittoConsenso sul tema delle fonti del diritto internazionale, tra cui le consuetudini: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/28/le-fonti-del-diritto-internazionale-e-i-cambiamenti-della-comunita-internazionale/

[3] Ai sensi del quale “Il Consiglio di Sicurezza accerta l’esistenza di una minaccia alla pace, di una violazione della pace, o di un atto di aggressione, e fa raccomandazione o decide quali misure debbano essere prese in conformità agli articoli 41 e 42 per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale”.

[4] Art. 40: misure provvisorie (come il “cessate il fuoco”, che è una misura di soft law finalizzata a non aggravare la situazione); art. 41: misure non implicanti l’uso della forza (come l’embargo, al fine di isolare lo Stato che ha violato i principi della Carta); art. 42: misure implicanti l’uso della forza (utilizzo di contingenti nazionali allo scopo di togliere agli Stati la discrezionalità dell’uso della forza; a tale norma, oggi, si ricollegano le peace keeping operations).

[5] Non lo ha fatto, ex multis, nel famoso caso Militer and paramiliter activities in and against Nicaragua (Nicaragua vs U.S.A., sent. 27/06/1986).

[6] Cfr. CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica, pp 416 e ss.

[7] Fonte: https://www.repubblica.it/esteri/2020/02/29/news/afghanistan_passi_verso_la_pace-249865362/

[8] Fonte: https://www.lapresse.it/esteri/afghanistan_firmato_accordo_di_pace_tra_usa_e_talebani-2424726/video/2020-02-29/

[9] Fonte: https://www.agi.it/estero/news/2020-02-29/afghanistan-usa-talebani-accordo-7269205/

[10] Fonte: https://dailyworker.it/a-doha-lo-storico-accordo-tra-usa-e-talebani/


Costituzione e cittadinanza italiana e europea

Una ricostruzione dell’istituto della “cittadinanza” nell’ordinamento costituzionale, anche alla luce dell’adesione dell’Italia all’Unione europea, prospettandosi così un diritto ad una cittadinanza italiana ed europea

 

Gli elementi costitutivi dello stato moderno e la cittadinanza

Lo Stato moderno trova i suoi fondamenti nel “popolo”, nella “sovranità” e nel “territorio”. In particolare il primo si delinea quale insieme di uomini che formano una collettività politica capace di autodeterminarsi per il raggiungimento di determinati fini (i.e. “sovranità”); è inoltre indispensabile la condizione di convivenza per un certo tempo in uno stesso luogo (i.e. “territorio”)[1]. È tuttavia il potere costituito che individua i soggetti che possono formare il proprio “popolo”, attraverso l’istituto della “cittadinanza”.

Essa è definibile come l’appartenenza degli individui allo Stato attraverso un criterio scelto da quest’ultimo: l’afferenza può essere data dallo ius soli, cioè da una mera interdipendenza territoriale. In un’altra prospettiva la connessione si realizza attraverso lo ius sanguinis, ovverosia un legame di parentela che permette il passaggio della cittadinanza di padre in figlio. L’attualità, inoltre, ci pone innanzi ad un ulteriore criterio,  quello dello ius culturae, quale acquisizione della cittadinanza in base a percorsi di istruzione e formazione in quel determinato Stato: in buona sostanza è necessaria la prova della condivisione di determinati valori, i quali non sono quelli di un costituzionalismo interno bensì universale, derivante – per l’appunto – dai principi della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo[2] e che vengono recepiti dall’ordinamento attraverso gli artt. 10 e 11 Cost.[3]

Tale ultima soluzione, dunque, riconosce un concetto di appartenenza sociale ed assiologica, la quale consente la partecipazione alla vita politica del Paese come governante e non solo come governato. Il fenomeno dell’immigrazione – declinatosi in diversi modi nei millenni e che oggi è oggetto di acuti dibattiti politici – ha iniziato ad espandersi rispetto alla dimensione regionale con la globalizzazione.

Già in epoca romana, Caracalla introdusse un suo Editto nel 212 d.C. in ordine alla “cittadinanza espansiva”[4]: è pur vero che quest’ultima aveva prima facie una finalità speculativa volta all’allargamento della base contributiva, ma trovava comunque un suo fondamento nel valore della tolleranza. Ecco che l’imperialismo classico è da considerarsi un leading case rispetto a quello moderno di tipo anglosassone: tale ultimo si caratterizza per il fatto che i cittadini delle colonie hanno il diritto di voto ma non possono accedere all’elettorato passivo, venendo meno – dunque – quella condizione di appartenenza politica piena allo Stato.

Un riconoscimento diversificato della cittadinanza se da un lato è giustificato perché si pone come strumento per la difesa dei valori nazionali, dall’altro si configura quale ossimoro in quanto limita quegli stessi valori che intende difendere.

 

La cittadinanza nell’ordinamento costituzionale italiano

La Costituzione italiana non disciplina espressamente le vicende inerenti all’acquisto, al mantenimento ed alla perdita della cittadinanza, in quanto questa si configura come nozione presupposta dato l’art. 22 Cost. ai sensi del quale nessuno ne può essere privato per motivi politici. La norma si prospetta quale applicazione diretta del principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. il quale diviene vincolante per il legislatore nel momento in cui deve – seppur discrezionalmente – disciplinare il regime della cittadinanza. Essa rileva come uno dei diritti inviolabili dell’uomo di cui all’art. 2 Cost. e dunque elemento imprescindibile dell’antropocentrismo che permea la Carta repubblicana.

Questa ricostruzione permette di considerare la cittadinanza come una sorta di capacità giuridica di diritto pubblico in virtù di un tendenziale legame con fattori storici, culturali, etnici di quella Nazione. L’essere cittadino – come è noto – implica la titolarità di diritti e doveri in conformità al carattere unitario della Costituzione: essa può essere considerata Legge fondamentale dello Stato, tra le altre, proprio perché contiene una clausola di supremazia – riconosciuta dai soggetti istituzionali e dai cittadini – che regola in modo efficiente i rapporti tra Stato e Persona e tra questa e l’intera Società.

Una tutela del cittadino-Persona in una prospettiva relazionale non può prescindere anche dall’adempimento di doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Ciò è espressione del dovere di fedeltà alla Repubblica enucleato nell’art. 54 co.1 Cost.: tale principio implica l’adesione ai valori su cui si fonda il “patto costituente”.  Diversamente la titolarità dei diritti inviolabili ex art. 2 Cost. non implica lo status di cittadino italiano, in quanto essi sono riconosciuti e garantiti ad ogni essere umano in quanto tale.

A tale conclusione si giunge anche in ordine ad alcuni diritti esplicitati in Costituzione: si pensi all’art. 3 Cost. il quale – benchè affermi la pari dignità sociale e l’uguaglianza di tutti i <<cittadini>> – è da considerarsi quale principio applicabile ad ogni persona, interpretazione – questa – facilmente ricavabile dal prosieguo nella lettura della norma; contrariamente, invece, a quanto previsto per il diritto di voto ex art. 48 Cost, il quale – impiegando il termine <<cittadini>> – intende riferirne la titolarità solo ed esclusivamente a questi ultimi. Dunque la cittadinanza si prospetta come diritto fondamentale e come tale è irretrattabile.

Alla luce di ciò è da condividersi la giurisprudenza della Corte costituzionale[5] secondo la quale le bandiere – quali emblemi nazionali della natura giuridica della cittadinanza – “designano simbolicamente un certo Paese, l’identità d’un determinato Stato e, se mai, anche l’ideologia che la maggioranza del popolo di quest’ultimo accetta e propone al confronto internazionale”, ma poiché lo Stato liberale non possiede contenuti ideologici “le bandiere valgono soltanto quale simbolo identificatore d’un determinato Stato e, se mai, di precisi, inconfondibili ideali dai quali muove il popolo e, conseguentemente, la sua sovranità”. Di modo che la cittadinanza sia configurabile come istituto necessariamente anche internazionale e non solo interno, tanto da essere sintomatico di un “ordinamento aperto”, così come impongono gli artt. 10 e 11 Cost.

A tal proposito una successiva pronuncia del Giudice delle Leggi[6] ha chiarito che la posizione del cittadino è ontologicamente diversa da quella dello straniero, poiché il primo ha un legame fisiologico con la comunità nazionale che diviene anche e soprattutto nesso giuridico ma non la condicio sine qua non per il godimento delle libertà fondamentali.

 

La disciplina ordinaria in materia

La legge ordinaria dello Stato italiano in ordine alle modalità di acquisto, perdita e riacquisto della cittadinanza è da ravvisarsirebus sic stantibusnella n. 91 del 1992 e nel d.P.R. n. 572/1993 quale suo regolamento di esecuzione.

Tale legislazione individua come criteri di acquisto della cittadinanza lo ius sanguinis e lo ius soli: dunque è cittadino italiano rispettivamente chi è figlio di padre o madre italiani e chi è nato nel territorio della Repubblica italiana da genitori entrambi ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono; è considerato cittadino per nascita, inoltre, il figlio di ignoti ritrovato sul territorio della Repubblica, se non viene provato il possesso di altra cittadinanza[7]. Essa, poi, a determinate condizioni tassativamente previste, può essere concessa anche dal Ministro dell’Interno o dal Presidente della Repubblica, su istanza presentata da un privato legittimato dalla legge[8].

La perdita della cittadinanza può avvenire per rinunzia ovvero automaticamente. La prima ipotesi si configura quale atto spontaneo di un soggetto che acquista una cittadinanza straniera decidendo di sostituirla e non affiancarla a quella italiana; a ciò deve contestualmente seguire la residenza all’estero. La perdita automatica, invece, è prospettabile quando il cittadino italiano accetta un incarico da altro Stato o ente pubblico e/o internazionale di cui l’Italia non è parte, ovvero presta servizio militare per uno Stato estero e non dà seguito all’intimazione del Governo di lasciare la carica ovvero il servizio[9].

Nonostante la perdita della cittadinanza, la l. 91/1992 consente di riacquistarla – previa manifestazione di volontà in tal senso – prestando servizio militare per lo Stato, assumendo un incarico pubblico alle dipendenze italiane, stabilendo entro un anno la residenza nel territorio della Repubblica (nel caso di perdita per aver accettato un incarico pubblico da Stato straniero ovvero per aver prestato servizio militare a favore di questo, il termine è di due anni)[10].

Nel 2015, alcuni parlamentari avevano proposto l’introduzione dello ius culturae nell’ordinamento italiano: più precipuamente si sarebbe voluta garantire la cittadinanza italiana a minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni e che avevano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico, nella specie le scuole elementari o medie; inoltre i nati all’estero ma arrivati in Italia fra i 12 e i 18 anni avrebbero potuto ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico. La Camera approvò il disegno di legge il quale, invece, si arenò irrimediabilmente al Senato[11]. Ma la questione è tornata ad essere discussa tra i banchi delle Camere recentemente con una proposta – all’esame della commissione “Affari costituzionali” -, la quale prevede che: “L’acquisto della cittadinanza si configura [pertanto] come un diritto sottoposto a una condizione sospensiva, consistente nel compimento di un corso di istruzione che certifica l’avvenuta acquisizione delle conoscenze culturali e della formazione civica necessarie per una piena integrazione del giovane nella società italiana”.

Proprio per la già richiamata vocazione internazionale del diritto di cittadinanza è da auspicarsi che l’iter legislativo in materia di ius culturae, declinato in tal senso, continui fino alla promulgazione da parte del Capo di Stato.

 

Definire i cittadini europei

L’affermazione di principio contenuta nell’art. 11 Cost. ha consentito la partecipazione dell’Italia a numerose organizzazioni internazionali volte ad assicurare la pace e la giustizia tra le Nazioni. Tra queste ha un ruolo di primo piano, sicuramente, quella che è nata come Comunità europea e che oggi è divenuta Unione Europea. Proprio l’art. 20 del Trattato sul Funzionamento dell’UE riconosce la cittadinanza europea a chiunque sia cittadino di uno Stato membro. La cittadinanza europea, dunque, deriva da quella nazionale ed è complementare ad essa perché non la sostituisce.

Autorevole dottrina[12] sostiene che quella europea – proprio per quest’ordine di ragioni –  si profila come cittadinanza di secondo grado. Alla pari della cittadinanza di uno Stato-nazione, quella europea implica l’esercizio di diritti e l’adempimento di obblighi: ex multis, la libera circolazione in tutto il territorio dell’UE, l’elettorato attivo e passivo per le elezioni del Parlamento europeo e per quelle comunali del luogo di residenza, il diritto di petizione al Parlamento europeo e di ricorrere al Mediatore, la protezione diplomatica[13].

Il passo successivo, pertanto, è di tipo culturale in ragione del fatto che il cittadino italiano deve riconoscersi non solo come tale ma anche come europeo: ciò implica un sentimento di appartenenza storica, etnica, politica, ordinamentale non rilegata alla propria Nazione ma che si apre all’esterno in un’ottica cooperativa e propositiva.

Informazioni

Castorina, 1997, Introduzione allo studio della cittadinanza. Profili ricostruttivi di un diritto, Milano, Giuffrè Editore

Catania, 2000, Stato, cittadinanza, diritti, Torino, Giappichelli Editore.

Grosso, 1997, Le vie della cittadinanza, Padova, CEDAM.

Lippolis, 1994, La cittadinanza europea, Bologna, Il Mulino.

Modugno (a cura di), 2019, Diritto pubblico, Torino, Giappichelli Editore.

Sessa, 2014, Cittadinanza espansiva ed espansione della cittadinanza. Politiche di integrazione e motivazione culturale al reato tra la Roma antica e il mondo attuale in Studia et documenta historiae et iuris, vol. LXXX, pp 171 e ss.

Tesauro, 2012, Diritto dell’Unione europea, Padova, CEDAM.

Zolo (a cura di), 1994, La cittadinanza. Appartenenza, identità, diritti, Roma-Bari, Editori Laterza.

[1] Cfr. MODUGNO (a cura di), 2019, Diritto pubblico, Torino, Giappichelli Editore, pp 51-52.

[2] Proclamata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il 10 dicembre 1948.

[3] Definite “disposizioni costituzionali internazionalistiche” dal prof. Massimo PANEBIANCO in seno al Convegno “Diritti e democrazia”, 5-6 dicembre 2019, Università degli Studi di Salerno.

[4] Per approfondimenti sul tema si veda SESSA, 2014, Cittadinanza espansiva ed espansione della cittadinanza. Politiche di integrazione e motivazione culturale al reato tra la Roma antica e il mondo attuale in Studia et documenta historiae et iuris, vol. LXXX, pp 171 e ss.

[5] Cfr. sentenza n. 189 del 1987.

[6] Cfr. sentenza n. 62 del 1994.

[7] Cfr. art. 1 l. 91/1992.

[8] Cfr. artt. 7, 8, 9 l. 91/1992.

[9] Cfr. artt. 11, 12 l. 91/1992.

[10] Cfr. artt. 13, 14, 15 l. 91/1992.

[11] “La Commissione affari costituzionali della Camera, all’inizio della legislatura, aveva avviato in sede referente l’esame di 25 proposte di legge e svolto un’indagine conoscitiva in sede istruttoria, valutando dapprima un’ipotesi molto ampia di riforma. Nel corso dell’istruttoria il perimetro della discussione è stato successivamente limitato all’estensione dei casi di acquisizione della cittadinanza per i minori nati o formati in Italia. La proposta di riforma è stata approvata dall’Assemblea della Camera il 13 ottobre 2015, per poi essere trasmessa al Senato dove tuttavia l’esame non ha concluso il proprio iter entro lo scioglimento delle Camere”. Fonte:https://www.camera.it/leg17/465?tema=integrazione_cittadinanza

[12] Cfr. MODUGNO (a cura di), 2019, Diritto pubblico, Torino, Giappichelli Editore, p. 54.

[13] Per approfondimenti sul tema, si veda LIPPOLIS, 1994, La cittadinanza europea, Bologna, Il Mulino.