Arbitrato internazionale

L'arbitrato nelle controversie internazionali

Dall’arbitrato internazionale all’arbitrato transnazionale: come si risolvono le controversie tra Stati?

 

L’arbitrato internazionale: un metodo di risoluzione delle controversie

L’arbitrato internazionale può qualificarsi quale metodo giudiziale di risoluzione delle controversie. A differenza dei metodi diplomatici[1], infatti, il ricorso all’arbitrato internazionale da parte degli Stati permette agli stessi di giungere ad una soluzione vincolante per la parte soccombente, tale da poter essere messa in esecuzione. Tuttavia, diversamente della procedura utilizzata davanti alle Corti internazionali[2], l’iter e le decisioni arbitrali presentano connotati quasi del tutto differenti, come si avrà modo di riscontrare di seguito.

In primo luogo, deve osservarsi che l’arbitrato internazionale trova la sua fonte nel c.d. compromesso arbitrale, quale accordo che gli Stati stipulano al sorgere della controversia e attraverso il quale gli stessi individuano il numero degli arbitri, cioè le persone fisiche che svolgeranno tale funzione, e la procedura da utilizzare. Da ciò emergono le prime differenze con l’iter di risoluzione delle controversie davanti alle Corti internazionali. In particolare, l’arbitrato internazionale implica che né gli arbitri né la procedura abbiano natura permanente, atteso che sono gli Stati che al momento del sorgere della controversia nominano gli arbitri e decidono quale diritto applicare al fine della sua risoluzione, optando, talvolta, anche per il diritto interno di una delle parti.

All’esito, il collegio arbitrale, formato minimo da tre individui che manifestano le prerogative dell’imparzialità rispetto alla controversia e dell’indipendenza rispetto agli Stati, adottano un lodo arbitrale. Esso costituisce la decisione assunta dagli arbitri che lo Stato soccombente deve eseguire.

 

Genesi ed evoluzione

Operate delle considerazioni di carattere generale sull’arbitrato internazionale, appare necessario chiarire che, rispetto alla procedura arbitrale, la prassi ha subito notevoli evoluzioni nel passaggio dalla comunità internazionale classica a quella moderna.

Ed invero, nel corso del XIX secolo, gli Stati stipulavano il compromesso arbitrale solo dopo il sorgere della controversia: trattasi del c.d. arbitrato isolato. Ciò implicava che in concreto gli Stati non sempre stipulassero il compromesso, poiché, qualora la controversia fosse risultata oggetto di ferme pretese delle parti, le stesse non sarebbero riuscite ad addivenire ad un accordo funzionale alla nomina del collegio arbitrale. Ne derivava che gli Stati stipulassero il compromesso arbitrale solo per controversie minori, prevedendo, tra l’altro, procedure sommarie che non garantivano un’attenta analisi da parte degli arbitri. Questo trova conferma anche nel fatto che, all’epoca, il lodo non era motivato ma era formato solo dal dispositivo, cioè l’ordine imposto allo Stato soccombente.

Con il passare dei decenni e con il progressivo affermarsi della norma di diritto internazionale generale in materia di risoluzione pacifica delle controversie, si è assistito ad un’evoluzione di tale metodo. Si pensi all’introduzione, all’interno dei trattati internazionali, della clausola compromissoria c.d. non completa. Essa può configurarsi come una clausola finale che gli Stati inserivano all’interno degli accordi con cui gli stessi si impegnavano a stipulare un compromesso arbitrale nel caso in cui fosse sorta una controversia sull’interpretazione o l’applicazione del trattato. Allo stesso modo, era invalsa la prassi di stipulare veri e propri trattati internazionali con i quali gli Stati individuavano una serie di materie che, qualora avessero dovuto essere oggetto di controversia, si impegnavano a sottoporre al giudizio di un collegio arbitrale. Tanto la clausola compromissoria quanto il trattato di arbitrato, seppur non completi rispetto alla prassi più recente, configuravano in capo agli Stati un obbligo de contrahendo in relazione al compromesso arbitrale. Vieppiù che nei trattati più moderni, al fine di non frustrare tale obbligo, gli Stati prevedevano già in via preliminare il numero degli arbitri e la procedura da seguire.

Da ultimo, la comunità internazionale moderna ha fatto esperienza dell’adozione di clausole compromissorie e trattati generali di arbitrato completi. Essi si differenziano dai loro “predecessori” per il fatto che, già in sede di stipula, gli Stati prevedono che le eventuali future controversie siano devolute ad una determinata Corte internazionale. Il metodo giurisdizionale, infatti, proprio perché si basa sul consenso degli Stati che ne hanno accettato la giurisdizione, assume natura essenzialmente arbitrale e può qualificarsi come lo sviluppo più moderno dell’arbitrato internazionale tradizionale.

 

Dall’arbitrato internazionale all’arbitrato transnazionale: alcuni esempi

Prima dell’istituzione delle Corti internazionali, la più importanti delle quali è sicuramente la Corte Internazionale di Giustizia, il metodo più invalso per ottenere una risoluzione della controversia di carattere vincolante era sicuramente l’arbitrato. Corre l’obbligo, dunque, di analizzarne alcuni esempi.

Un primo ed importante riferimento deve essere fatto sicuramente alla Corte Permanente di Arbitrato. Essa è una vera e propria organizzazione internazionale fondata nel 1899 con il fine precipuo di facilitare la risoluzione delle controversie fra gli Stati membri nelle materie più diverse[3]. Ha la sua sede centrale a L’Aja nel Palazzo della Pace, proprio come la Corte Internazionale di Giustizia, ma ha recentemente aperto un suo Ufficio anche a Vienna. Il suo Report Annuale, pubblicato il 26 aprile 2022, mostra un aumento delle controversie tra investitori e Stati[4].

Tale ultimo dato permette di operare una rilevante considerazione: la maggior parte delle controversie arbitrali hanno natura commerciale e spesso non si consumano tra Stati ma tra Stati e persone fisiche o giuridiche straniere. In quest’ultimo caso appare più corretto parlare di “arbitrato transnazionale” e non di “arbitrato internazionale”. Lo scopo sarà, infatti, quello di risolvere controversie sorte in merito agli investimenti diretti esteri fatti dalle imprese in uno Stato straniero.

A tal riguardo, un importante esempio di Corte arbitrale è l’ICSID (International Centre for Settlement of Investment Disputes – Centro internazionale per il regolamento delle controversie relative ad investimenti). Essa, istituita nel 1965, ha sede a Washington presso la Banca Mondiale ed eroga servizi di arbitrato e conciliazione relativamente alle controversie concernenti gli investimenti che i privati di uno Stato parte hanno fatto in un altro Stato parte. Affinché l’ICSID possa attivarsi, è necessario che la controversia sia giuridica e che la giurisdizione sia accettata per iscritto dalle parti. Inoltre, tale corte arbitrale, ai fini della decisione, applicherà il diritto indicato nel contratto di investimento o, in mancanza e nel caso di disaccordo, il diritto interno dello Stato parte della controversia.

Infine, deve osservarsi che in materia commerciale, l’intervento della Corte Internazionale di Arbitrato è oggi, secondo le statistiche[5], il più diffusamente richiesto a livello internazionale per la risoluzione delle controversie. Essa, con sede a Parigi, è stata fondata nel 1923 e la sua attività di mediazione ha coinvolto 142 Stati.

Ebbene, alla luce di quanto rappresentato, emerge una nuova prassi: la risoluzione delle controversie tra gli Stati oggi appare più orientata verso il ricorso alle Corti internazionali; diversamente, la risoluzione tra persone fisiche o giuridiche e Stati stranieri appare più orientata verso il ricorso ai collegi arbitrali, soprattutto in materia commerciale. Tale trend trova la sua origine più remota nell’importanza che l’individuo ha assunto e continua ad assumere nelle relazioni internazionali.

Informazioni

CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica

DEL VECCHIO, 2003, Giurisdizione internazionale e globalizzazione, Giuffrè Editore

FOCARELLI, 2019, Diritto internazionale, Wolters Kluwer CEDAM

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre

https://pca-cpa.org/en/home/

https://www.iccitalia.org/arbitrato-e-adr/

https://www.iccitalia.org/arbitrato-e-adr/

[1] Cfr. art. 33 par. 1 Carta ONU.

[2] Sul punto, si veda A. FEDERICO, Come gli Stati risolvono le controversie internazionali, consultabile al seguente link: Come gli Stati risolvono le controversie internazionali? – DirittoConsenso .

[3] A titolo esemplificativo, si ricordi la delimitazione di confini terrestri e marini, la tutela dei diritti umani, gli investimenti internazionali, le controversie commerciali.

[4] Il Report annuale è visibile sul sito della Corte Permanente di Arbitrato, https://pca-cpa.org/en/home/

[5] Si veda https://www.iccitalia.org/arbitrato-e-adr/


Trattati di amicizia

I trattati di amicizia

I trattati di amicizia: dalla comunità internazionale classica alla comunità internazionale moderna

 

I trattati di amicizia: una tradizione centenaria

I trattati di amicizia costituiscono una peculiare categoria della vasta gamma dei trattati internazionali. In generale, un trattato internazionale può definirsi come l’accordo tra due o più soggetti del diritto internazionale al fine di creare, modificare, estinguere una norma obbligatoria internazionale. La vincolatività del contenuto della convenzione trova la sua fonte nel principio generale “pacta sunt servanda[1] codificato all’art. 26 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969. L’art. 2 della medesima convenzione rinviene nell’accordo in forma scritta l’elemento costitutivo del trattato[2].

Più nel particolare, rispetto al tema che qui interessa, i trattati di amicizia si configurano come accordi attraverso i quali le Parti si impegnano al rispetto reciproco dell’indipendenza e dell’integrità politica e all’avvio di una cooperazione in uno o più settori. Vi sono, infatti, trattati di amicizia strumentali all’instaurazione di una cooperazione economica, politica, commerciale, culturale, tecnica tra le Parti.

Si deve segnalare che la maggior parte dei trattati di amicizia sono bilaterali, ovverosia conclusi da soli due Stati. Ed invero, la natura di questi accordi implica un sostegno e una collaborazione tali da poter giustificare lo sforzo nei confronti di una sola Parte. In questo caso, il sinallagma, che sta alla base di tutti i trattati internazionali, è rappresentato dall’impegno alla cooperazione che uno Stato promette all’altro. In molte circostanze, il patto di amicizia viene concluso a seguito di una controversia, di solito grave, tra le Parti contraenti: si configura, dunque, come una forma più blanda dei trattati di pace[3] che seguivano lo stato di guerra.

Alla luce di tali ultime considerazioni, si intuiscono facilmente le ragioni che inducono gli Stati a concludere un trattato di amicizia. Esse, infatti, sono riconducibili alla fine del contenzioso diplomatico e alla volontà delle Parti di riprendere o iniziare reciproche relazioni, scevre da qualsiasi turbamento o impedimento.

 

I trattati di amicizia nell’ambito della comunità internazionale classica

Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento i trattati di amicizia si configuravano come forme di garanzia tra gli Stati al fine di evitare una guerra di aggressione di uno nei confronti dell’altro. La maggior parte di essi, infatti, erano denominati “patti di amicizia e non aggressione” e assicuravano alle Parti contraenti una forma di lealtà reciproca.

Questa natura così peculiare che i trattati di amicizia assumevano allora era da ascriversi alla instabilità delle relazioni internazionali e alla mancanza di una norma di diritto internazionale generale che obbligava gli Stati alla risoluzione pacifica delle controversie e al rispetto del divieto dell’uso della forza. In ragione di tale lacuna, l’alternativa per gli Stati era quella di costituire uno strumento, altrettanto vincolante, con valore inter partes.

A titolo esemplificativo, si pensi al trattato di amicizia e non aggressione concluso tra il Ministro degli Esteri sovietico Molotov e il suo omologo tedesco Von Ribbentrop il 23 agosto 1939, all’alba dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Questo trattato, così come formulato, assicurava alla Germania di Hitler di non dover combattere su un doppio fronte, quello anglo-francese e quello sovietico, durante le ostilità.

Tuttavia, la stessa Storia mostra come l’equilibrio precario, su cui si fondavano queste fonti pattizie, ne aumentava il rischio di violazione in base agli interessi che, ora da una parte ora dall’altra, determinavano la volontà degli Stati. Ed invero, prendendo nuovamente ad esempio il trattato di amicizia e non aggressione Molotov-Von Ribbentrop, questo risulta essere stato formalmente violato il 22 giugno 1941, circa due anni dopo dalla sua conclusione, quando Hitler, dando esecuzione all’Operazione Barbarossa, invade l’URSS e, dunque, viola la sua integrità territoriale.

Da questo si evince che la violazione del trattato di amicizia da parte di uno Stato fa venir meno l’interesse ad adempiere anche dell’altro Stato: si tratta, infatti, di accordi che costituiscono convenzioni sinallagmatiche tra le Parti contraenti per le quali il mancato rispetto degli obblighi da parte di uno fa conseguire l’estinzione del trattato.

 

I trattati di amicizia nell’ambito della comunità internazionale moderna

Il disastro delle Due Grandi Guerre impose un cambiamento di rotta agli Stati in ordine alla gestione delle ostilità. Soprattutto con l’adozione della Carta delle Nazioni Unite, si è affermato sul piano del diritto internazionale generale il divieto dell’uso della forza[4]. Questa norma ha portato al cristallizzarsi di un altro obbligo internazionale quale suo corollario, cioè quello di risolvere pacificamente le controversie tra Stati[5]. Ne deriva che anche i trattati di amicizia sono tornati ad assumere la loro natura originaria, quali accordi di cooperazione in diversi settori tra le Parti contraenti.  Come si sosteneva in apertura, la tendenza più moderna è quella di stipulare un unico trattato bilaterale con cui gli Stati si impegnano ad attuare una collaborazione in ambito economico, commerciale, tecnico e culturale.

A titolo esemplificativo, per ciò che concerne l’Italia, si consideri l’Accordo Italia-Libia del 2008 che ha avviato un importante partenariato tra i due Stati[6]. Esso è intervenuto per porre fine ad una controversia durata decenni che coinvolgeva le due Parti: da un lato, l’Italia aveva colonizzato la Libia fin dal 1911; dall’altro, questa fu accusata dall’Italia di terrorismo internazionale quando, dopo un bombardamento statunitense sulle città di Tripoli e Bengasi, la Libia lanciò un missile che cadde nelle acque adiacenti a Lampedusa. Risolto il contenzioso, il trattato di amicizia è il culmine di altri accordi bilaterali Italia-Libia e di una serie di documenti politici in materia di turismo, protezione degli investimenti, cooperazione culturale, relazioni consolari.

Un esempio ancora più avanzato di trattato di amicizia è costituito dall’Accordo del Quirinale tra Italia e Francia, firmato il 26 novembre 2021. Si tratta di un trattato bilaterale di cooperazione rafforzata tra i due Stati al fine di far fronte comune rispetto alle sfide che chiedono di essere affrontate nell’attualità del momento. In particolare, dopo aver richiamato nel Preambolo i valori ispiratori della NATO, della Carta delle Nazioni Unite e del Trattato sull’Unione europea, i due Stati si assicurano reciproca assistenza nell’ambito della sicurezza e della difesa, con un attento sguardo alle politiche migratorie, e si impegnano a rafforzare la cooperazione economica, industriale e digitale.

All’esito di quanto detto e degli esempi sopra riportati, si intuisce facilmente come la natura dei trattati di amicizia sia mutata, soprattutto a seguito del passaggio dalla comunità internazionale classica alla comunità internazionale moderna. Vi è stata, dunque, un’evoluzione dei motivi posti alla base della loro conclusione e, quindi, degli obiettivi che essi perseguono.

Informazioni

Carta ONU

DI NOLFO, 2020, Storia delle Relazioni Internazionali, Laterza.

CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica

DEL VECCHIO, 2003, Giurisdizione internazionale e globalizzazione, Giuffrè Editore

FOCARELLI, 2019, Diritto internazionale, Wolters Kluwer CEDAM

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre

Trattato Italia-Libia del 2008

Trattato Italia-Francia del 2021

[1] I patti devono essere rispettati.

[2] Sulla definizione di trattato internazionale, si veda A. FEDERICO, I trattati di pace, al seguente link: I trattati di pace – DirittoConsenso

[3] Sul tema, si veda A. FEDERICO, I trattati di pace, al seguente link: I trattati di pace – DirittoConsenso

[4] Cfr. art. 2 par. 4 Carta ONU.

[5] Cfr. art. 2 par. 3 Carta ONU. A. FEDERICO, Come gli Stati risolvono le controversie internazionali, al seguente link: Come gli Stati risolvono le controversie internazionali? – DirittoConsenso

[6] Per maggiori approfondimenti su questo trattato, si veda A. FEDERICO, Italia-Libia: il caso dei pescherecci mazaresi, al seguente link: Italia-Libia: il caso dei pescherecci mazaresi – DirittoConsenso


Trattati di pace

I trattati di pace

I trattati di pace come particolare categoria di trattati internazionali. Come sono cambiati nel tempo?

 

I trattati di pace, una peculiare categoria dei trattati internazionali

I trattati di pace costituiscono una peculiare categoria della vasta gamma dei trattati internazionali. In generale, un trattato internazionale può definirsi come l’accordo tra due o più soggetti del diritto internazionale al fine di creare, modificare o estinguere una norma obbligatoria internazionale. La vincolatività del contenuto della convenzione trova la sua fonte nel principio generale “pacta sunt servanda[1] codificato all’art. 26 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969. L’art. 2 della medesima convenzione rinviene nell’accordo in forma scritta l’elemento costitutivo del trattato.

Più nel particolare rispetto al tema che qui interessa, i trattati di pace sono accordi internazionali stipulati tra Stati all’esito di una guerra o, come sembra più opportuno, di un conflitto armato. Ed invero, con il trattato di pace gli Stati vincitori, di concerto con gli Stati vinti ovvero unilateralmente, decidono le condizioni economiche, politiche, militari a cui sottoporre e vincolare gli sconfitti.

È necessario rilevare che, sebbene la Convenzione di Vienna disciplini tutti gli aspetti formali e sostanziali inerenti alla conclusione, alla validità e all’efficacia dei trattati, non fa menzione dei trattati di pace. Essa addirittura esclude dal suo ambito di applicazione anche le conseguenze che lo scoppio delle ostilità può provocare sui trattati già in essere tra le parti del conflitto[2]. Ne deriva che tale aspetto, particolarmente rilevante ai fini dell’andamento delle relazioni internazionali, è rimesso totalmente al diritto internazionale generale. Nello specifico, qualora gli accordi internazionali tra gli Stati in conflitto siano compatibili con lo stato di guerra, la loro efficacia verrà sospesa; alla fine della guerra, essi torneranno ad essere in vigore secondo le modalità previste nel trattato di pace che lo Stato vincitore ha notificato allo Stato vinto. Ecco, infatti, un’altra importante prerogativa di questa peculiare categoria di trattati internazionali. Si tratta, dunque, della fonte giuridicamente più importante per la disciplina vincolante delle relazioni future tra gli Stati ex combattenti, al fine di ripristinare il buon andamento di queste.

Generalmente, l’iter prevede che le potenze in conflitto firmino preliminarmente un armistizio e, a truppe ritirate, si avviino i negoziati per concludere i trattati di pace con l’obiettivo di rispristinare la sicurezza collettiva.

 

I trattati di pace del XX secolo

La Storia insegna che il XX secolo ha visto il consumarsi delle due Guerre Mondiali con conseguenze sociali, economiche e, anche, giuridiche che hanno stravolto il modo di intendere le relazioni tra gli Stati.

Preliminarmente, occorre considerare che, nell’ambito della comunità internazionale classica, ogni Stato – quale soggetto del diritto internazionale – era titolare dello ius ad bellum, cioè un generale diritto di scatenare una guerra nei confronti di un suo omologo. Il diritto internazionale, infatti, disciplinava solo il c.d. ius in bello, quale complesso di norme giuridiche che disciplinavano le condotte lecite durante le ostilità. Ne derivava, quindi, una certa disinvoltura degli Stati nazionali nel dichiararsi guerra reciprocamente, atteso che non vi era nessuna norma giuridicamente vincolante che obbligava i soggetti a risolvere pacificamente le controversie.

E, anzi, lo scopo della guerra spesso era la debellatio del nemico, ovverosia la distruzione del suo impianto istituzionale tale da renderlo sotto il completo controllo del vincitore che diveniva il detentore del potere sovrano sul territorio conquistato e sui cittadini che ivi abitavano.

La prassi delle due Grandi Guerre del XX secolo mostra che, cessato il conflitto, gli Stati vincitori si riunivano in una grande e maestosa conferenza e, qui, negoziavano le clausole dei trattati di pace. L’aspetto rilevante è che, a differenza di quanto accadeva nel secolo precedente[3], alla conferenza di pace non prendevano parte gli Stati sconfitti. Le decisioni, dunque, venivano prese unilateralmente dai vincitori senza contraddittorio alcuno. A tal riguardo si pensi al Trattato di Versailles del 1919, con cui venne ristabilita la pace tra gli Stati dell’Intesa[4] e la Germania: esso venne presentato ai diplomatici tedeschi con l’ultimatum che, se non lo avessero firmato entro 7 giorni, la guerra sarebbe ricominciata. Da quanto esposto si evince un modus operandi completamente difforme rispetto ai classici negoziati tra Stati per la conclusione di un trattato internazionale tout court.

Ma neppure i negoziati dei trattati di pace della Seconda Guerra Mondiale, scoppiata a seguito della violazione del Trattato di pace della Prima da parte della Germania hitleriana, si svolsero di concerto con le potenze sconfitte. Anzi, ancor di più che nella Prima Grande Guerra, alcuni Stati – Germania e Giappone – furono condannati ad uno stato di debellatio per decenni con decisioni, limitanti la loro sovranità, imposte dalle potenze occupanti.

 

I trattati di pace più moderni

Il disastro delle Due Grandi Guerre impose un netto cambiamento di rotta agli Stati in ordine alla gestione delle ostilità. Soprattutto con l’adozione della Carta delle Nazioni Unite, si è affermato sul piano del diritto internazionale generale il divieto dell’uso della forza[5]. Questa norma ha portato al cristallizzarsi di un altro obbligo internazionale quale suo corollario, cioè quello di risolvere pacificamente le controversie tra Stati[6].

Da tale nuovo impianto normativo ne è derivata una certa cautela degli Stati a dichiararsi guerra tra loro, se non altro per evitare di incorrere in ipotesi di responsabilità internazionale (cautela che la Federazione Russa pare non aver considerato nelle ultime settimane). A ciò deve aggiungersi che, proprio al fine di scongiurare eventi bellici, la Carta delle Nazioni Unite conferisce al Consiglio di Sicurezza la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale[7]. Benché i redattori del trattato istitutivo dell’ONU avessero pensato alla costituzione di un esercito onusiano per sottrarre l’iniziativa armata alla facoltà degli Stati, esso non si è mai realizzato. Ma il capo VII della Carta, letto in combinato disposto con l’art. 24, consente – fermo il divieto di uso della forza per gli Stati – la prerogativa di autorizzare i membri al suo uso in circostanze di particolare gravità.

Quanto premesso, tuttavia, non ha escluso il sorgere di nuovi conflitti internazionali, la cui disciplina è totalmente rimessa al diritto internazionale umanitario[8]. Dato il nuovo assetto normativo internazionale, i trattati di pace – a differenza di quanto accadeva prima – vengono negoziati tra le parti in conflitto[9]. L’obiettivo, di solito, è quello di cercare una mediazione per la massima protezione dei civili e per evitare il fallimento dello Stato[10]. È proprio l’obbligo di soluzione pacifica delle controversie che spinge gli Stati ad utilizzare metodi negoziali per risolverle. In tali circostanze, l’accordo raggiunto all’esito del negoziato o della mediazione costituisce una forma sui generis di trattato di pace. Si pensi al recente accordo di Doha tra Talebani e Stati Uniti d’America che nell’agosto 2021 ha portato al ritiro delle forze armate americane dall’Afghanistan.

In definitiva, sebbene il divieto dell’uso della forza sia sancito quale norma inderogabile nel diritto internazionale, ancora oggi si assiste allo scoppio di ostilità tra Stati, come quello in corso tra Federazione Russa e Ucraina. Vero è che, a differenza di quanto accadeva nel passato, gli organismi internazionali si adoperano oggi per una risoluzione rapida della controversia e si propongono come mediatori al fine di offrire dei buoni uffici e giungere alla pace.

Informazioni

Carta ONU. United Nations Charter (full text) | United Nations

DI NOLFO, 2020, Storia delle Relazioni Internazionali, Laterza.

CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica

DEL VECCHIO, 2003, Giurisdizione internazionale e globalizzazione, Giuffrè Editore

FOCARELLI, 2019, Diritto internazionale, Wolters Kluwer CEDAM

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre

[1] I patti devono essere rispettati.

[2] Cfr. art. 73 Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969.

[3] Si pensi al Congresso di Vienna del 1814-1815 ai cui lavori partecipò anche la Francia sconfitta.

[4] Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Italia.

[5] Cfr. art. 2 par. 4 Carta ONU.

[6] Cfr. art. 2 par. 3 Carta ONU. A. FEDERICO, Come gli Stati risolvono le controversie internazionali, al seguente link http://www.dirittoconsenso.it/2022/02/02/come-gli-stati-risolvono-le-controversie-internazionali/

[7] Cfr. art. 24 Carta ONU.

[8] Convenzioni di Ginevra del 1949 e Primo Protocollo Addizionale del 1977.

[9] Si pensi al trattato di Washington del marzo 1979 tra Egitto e Israele, all’esito del quarto conflitto arabo-israeliano.

[10] Inteso come failed State, cioè Stato privo di governo effettivo.


Corte Internazionale di Giustizia

La Corte Internazionale di Giustizia: una guida pratica

La Corte Internazionale di Giustizia: le funzioni e la prassi di un tribunale internazionale che emette sentenze e pareri

 

La Corte Internazionale di Giustizia: le ragioni della sua istituzione

La Corte Internazionale di Giustizia è il principale organo giudiziale dell’ONU. Venne istituita a seguito dell’adozione della Carta delle Nazioni Unite nel 1945 e iniziò la sua attività giurisdizionale nell’Aprile dell’anno successivo. Differentemente dagli altri organi dell’organizzazione universale, ubicati presso il Palazzo di Vetro di New York, la Corte Internazionale di Giustizia ha la sua sede all’Aja.

Essa costituisce la prosecuzione naturale della Corte Permanente di Giustizia Internazionale, istituita dalla Carta della Società delle Nazioni del 1919. L’istituzione tanto dell’una quanto dell’altra trova la sua fonte nel superamento dei limiti presentati dal classico metodo di risoluzione vincolante delle controversie, quale è l’arbitrato internazionale. Ed invero, la Corte Internazionale di Giustizia, sebbene abbia natura sostanzialmente arbitrale1, presenta procedure e composizione permanente.

La ragione della sua istituzione è da rintracciarsi primariamente negli obiettivi dell’ONU, così come sanciti dalla sua carta istitutiva. In particolare, l’obbligo di risoluzione pacifica delle controversie di cui all’art. 2 par. 3 Carta ONU è corollario necessario del divieto dell’uso della forza previsto dal par. 3 del medesimo articolo. Inoltre, si è assistito ad un’evoluzione quantitativa della comunità internazionale: si è passati da una comunità classica comprendente pochi Stati la cui personalità giuridica si basava su una logica esclusiva ad una comunità moderna dove molti territori, un tempo sottoposti alla soggezione delle grandi potenze colonizzatrici, hanno conquistato la propria indipendenza. Ne è derivato che la proliferazione dei soggetti di diritto internazionale ha implicato – inevitabilmente – la proliferazione di controversie internazionali tra questi, atteso che ciascuno è portatore dei propri più vari interessi.

In definitiva, l’istituzione di una corte permanente deputata a risolvere le dispute internazionali tra gli Stati fornisce garanzia di una maggiore certezza del diritto internazionale e la possibilità di un suo sviluppo progressivo. E’ evidente, infatti, il ruolo che la Corte Internazionale di Giustizia ha svolto in questi 76 anni in relazione alla rilevazione del diritto internazionale generale2.

Il funzionamento

L’art. 92 Carta ONU definisce la Corte Internazionale di Giustizia quale principale organo giurisdizionale delle Nazioni Unite. Essa esercita le sue funzioni in conformità alla Carta ONU, al proprio Statuto e al Regolamento di Procedura. A tal riguardo, l’art. 93 Carta ONU precisa che gli Stati membri delle Nazioni Unite sono automaticamente aderenti allo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia3.

Il tribunale internazionale dell’Aja è composto da 15 giudici, eletti, senza avere riguardo delle loro nazionalità, fra le persone che godono della massima considerazione morale e che soddisfano, nei Paesi di cui sono cittadini, i requisiti per svolgere le alte cariche giurisdizionali ovvero sono importanti conoscitori del diritto internazionale4. I giudici sono eletti dall’Assemblea Generale e dal Consiglio di Sicurezza secondo la procedura prevista dagli artt. 3-12 Statuto CIG. Durano in carica 9 anni e sono rieleggibili; nel collegio, tuttavia, non possono esservi giudici con la medesima nazionalità.

Una importante forma di garanzia è data dal fatto che, salvo le ipotesi tassativamente previste dallo Statuto CIG5, il Tribunale dell’Aja esercita le sue funzioni sempre in seduta plenaria.

Fatte queste premesse preliminari, nel prosieguo verranno analizzate le due principali funzioni della Corte Internazionale di Giustizia: contenziosa e consultiva.

La funzione contenziosa

La funzione contenziosa costituisce la prerogativa più importante tra quelle esercitate dalla Corte Internazionale di Giustizia. Preliminarmente, appare necessario fornire alcune nozioni procedurali inerenti all’attivazione della sua giurisdizione.

Si è detto, infatti, che la Corte Internazionale di Giustizia dirime le controversie tra gli Stati. Il fondamento della sua operatività è da rinvenirsi nella previa accettazione della sua giurisdizione da parte degli stessi. A tal riguardo, l’art. 36 Statuto CIG delinea le diverse opzioni che gli Stati hanno per rendere il loro consenso.

In particolare, il par. 1 del suddetto articolo disciplina le ipotesi di compromesso giurisdizionale e clausola compromissoria completa. Il compromesso giurisdizionale è un trattato tra due o più Stati con il quale essi individuano delle materie le cui eventuali controversie decidono di devolvere alla Corte Internazionale di Giustizia6 e, dunque, a non utilizzare altri metodi di risoluzione pure previsti dal diritto internazionale7.

Diversamente, la clausola compromissoria è una norma inserita in seno ad un trattato internazionale bilaterale ovvero multilaterale con cui le parti si impegnano ad accettare la giurisdizione del Tribunale dell’Aja qualora dovessero sorgere controversie circa l’interpretazione e l’applicazione della convenzione medesima8. Il par. 3 dell’art. 36 Statuto CIG sancisce una terza opzione di accettazione, la clausola facoltativa di giurisdizione obbligatoria: vincolandosi a questa, lo Stato accetta sempre ed in qualunque condizione la giurisdizione della Corte Internazionale di Giustizia. Si tratta del metodo più discusso tra i tre perchè, sebbene ci sia la possibilità di ritirare il consenso prestato, rende automatico lo status di convenuto in giudizio. L’Italia nel 2014 ha deciso di accettare la giurisdizione obbligatoria, dopo che Francia e Regno Unito hanno ritirato la loro.

Il metodo di accettazione inficia sulle modalità di avvio del procedimento dinnanzi alla Corte dell’Aja: nel caso di giurisdizione facoltativa è necessario, a pena di inammissibilità, la notifica del compromesso giurisdizionale alla controparte; diversamente, nel caso di giurisdizione obbligatoria, è sufficiente la notifica dell’atto introduttivo unilaterale allo Stato convenuto.

L’aspetto più rilevante che investe la funzione contenziosa della Corte Internazionale di Giustizia attiene alla vincolatività dei provvedimenti adottati dalla stessa. Ed invero, oltre ad adottare ordinanze incidentali per risolvere questioni di giurisdizione ovvero applicare misure cautelari, essa adotta sentenze. Si tratta di un provvedimento giurisdizionale obbligatorio e definitivo per il quale non è ammesso impugnazione, tanto da essere esecutivo al momento della sua emissione. A tal riguardo, l’art. 94 Carta ONU obbliga gli Stati, parti della controversia, ad adeguarsi alle sentenze, dando attuazione alle proprie procedure di adattamento interno9.

Nel caso di inadempimento della parte soccombente, l’altro Stato può chiedere l’intervento del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il quale, benché non sia obbligato ad adottare alcuna misura, qualora decida di farlo, utilizza il metodo di votazione di cui all’art. 27 par. 3 Carta Onu. La norma fa riferimento all’adozione delle decisioni con l’ausilio dell’esercizio del diritto di veto da parte dei membri permanenti: ne deriva che questi ultimi, nel caso di soccombenza e conseguente non adempimento, godono di un’immunità di fatto.

Attualmente, secondo l’Annual Report 2020-2021 (aggiornato al 31 luglio 2021), la Corte Internazionale di Giustizia conta 16 ricorsi pendenti, molti dei quali riguardanti la responsabilità degli Stati per violazione dell’obbligo di prevenzione e repressione dei crimini internazionali10.

La funzione consultiva

Diversamente dalla funzione contenziosa, quella consultiva è una prerogativa della Corte Internazionale di Giustizia posta a servizio degli organi delle Nazioni Unite. Sono proprio alcuni di questi i legittimati attivi la cui istanza al Tribunale dell’Aja è volta all’ottenimento di un parere su una determinata questione. In particolare, possono attivare la funzione consultiva il Consiglio di Sicurezza, l’Assemblea Generale e, su autorizzazione di quest’ultima, gli istituti specializzati delle Nazioni Unite11.

I primi due sono legittimati a chiedere pareri su qualsiasi materia; gli istituti specializzati, invece, solo per le materie attinenti alle loro competenze. Riguardo all’oggetto del parere, una rilevante prassi ha riguardato l’uso dell’arma nucleare. Ed invero, l’OMS, quale istituto specializzato in materia sanitaria, aveva chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia un parere in merito. Il Tribunale dell’Aja ha ritenuto inammissibile l’istanza, in quanto non è possibile sovrapporre il tema della eventuale liceità dell’uso del nucleare secondo il diritto internazionale vigente a quello degli effetti sanitari che il suo uso ha sulla popolazione civile. All’esito di questa declaratoria di inammissibilità, l’Assemblea Generale, investita della questione, si è fatta carico di presentare tale istanza alla Corte Internazionale di Giustizia che, nel 1996, dichiarata ricevibile la richiesta, si è pronunciata.

A differenza della sentenza, il parere reso dal Tribunale dell’Aja non è obbligatorio, salvo quando la sua vincolatività è espressamente prevista da Convenzioni o atti idonei. Per esempio, la Convenzione sui privilegi e le immunità degli organi ONU del 1946 ne prevede l’esplicita obbligatorietà.

Nonostante tali provvedimenti non siano vincolanti in linea di principio, essi rivestono un’importanza fondamentale per gli Stati, atteso che sono fonti indispensabili per raccordare il diritto applicabile ad una determinata fattispecie e, in molte circostanze, rilevano il diritto internazionale generale12.

Informazioni

Annual Report CIG 2020-2021

Carta ONU

CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica

DEL VECCHIO, 2003, Giurisdizione internazionale e globalizzazione, Giuffrè Editore

FOCARELLI, 2019, Diritto internazionale, Wolters Kluwer CEDAM

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre

Sito CIG https://www.icj-cij.org/en/court

Statuto CIG

1 Cioè il suo funzionamento si basa sul consenso ovvero accettazione da parte degli Stati. La questione verrà approfondita nel corso della trattazione.

2 Ex multis, CIG, 2019, Isole Chagos in merito al principio di autodeterminazione dei popoli.

3 Da questo momento in poi, Statuto CIG.

4 Cfr. art. 2 Statuto CIG.

5 Si pensi alle ipotesi di cognizione sommaria richiesta dalle parti.

6 Si pensi al trattato tra Libia e Malta del 1982.

7 Per approfondimenti, si veda A. FEDERICO, Come gli Stati risolvono le controversie internazionali, al seguente link: http://www.dirittoconsenso.it/2022/02/02/come-gli-stati-risolvono-le-controversie-internazionali/ 

8 Si pensi all’art. 66, lett. a, Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969.

9 Nella gerarchia delle fonti internazionali, trattasi di fonti di III°.

10 Ex multis, si pensi al ricorso presentato dal Gambia contro il Myanmar per la mancata applicazione della Convenzione sulla prevenzione e la repressione del genocidio.

11 Si tratta di quelle organizzazioni internazionali che hanno concluso un accordo di associazione con l’ONU.

12 Si pensi ai pareri del 1949, 1980 e 1996 sulla soggettività delle organizzazioni internazionali.


Controversie internazionali

Come gli Stati risolvono le controversie internazionali?

Strumenti diplomatici e giudiziali di risoluzione delle controversie internazionali

 

La nozione di controversie internazionali

La soluzione delle controversie attiene alla fase patologica delle relazioni internazionali tra Stati. Ne deriva che i relativi procedimenti hanno lo scopo di armonizzare i rapporti tra i soggetti del diritto internazionale, dal momento che la comunità internazionale ha natura anorganica[1].

In particolare, il fondamento della soluzione delle controversie internazionali è da rinvenirsi nell’accordo tra le parti soggette della stessa. Ed invero, tenendo in considerazione questo principio, nessuno Stato può essere obbligato a sottoporre una controversia di cui è parte ad un determinato mezzo di risoluzione senza il suo consenso[2].

Al fine di discutere l’argomento, appare necessario preliminarmente individuare una nozione, largamente accettata, di controversie internazionali, di modo da qualificare giuridicamente l’andamento di situazioni patologiche che possono venirsi a creare tra gli Stati.

A tal riguardo, secondo l’interpretazione della giurisprudenza maggioritaria, per controversie internazionali si intendono una serie di disaccordi su di un punto di fatto o di diritto, di contraddizioni, ovvero di opposizioni di tesi giuridiche o di interessi[3]. Tuttavia, affinché vi sia una disputa tra Stati, giuridicamente intesa, è necessario che la pretesa di una parte si manifesti come completamente opposta all’altra[4]. Ne discende che non possa parlarsi di controversie internazionali qualora vengano a realizzarsi dei contrasti meramente astratti o pure divergenze su di una questione.

A completamento della panoramica introduttiva deve aggiungersi che si è manifestato un mutamento nel passaggio dalla comunità internazionale classica a quella moderna. Ed invero, nella società pre-1945 l’uso della forza era concepito, secondo diverse gradazioni, come lo strumento più efficace nella soluzione delle controversie internazionali. Diversamente, con l’adozione della Carta delle Nazioni Unite del 1945 viene giuridicizzato in capo agli Stati l’obbligo di risoluzione pacifica delle controversie (art. 2 par. 3 Carta ONU). Tale obbligo, seppur non possa qualificarsi come norma di ius cogens[5], costituisce un corollario del divieto imperativo dell’uso della forza ex art. 2 par. 3 Carta ONU. Dal combinato disposto delle due norme si evince che la comunità internazionale non impone agli Stati in controversia di addivenire alla soluzione della stessa, bensì impone loro un obbligo di comportamento nella fase di confronto.

Tanto ciò premesso, nel prosieguo verranno analizzati i mezzi di risoluzione delle controversie internazionali, sulla base della libertà di scelta dei metodi di cui rimangono titolari gli Stati.

 

Mezzi di risoluzione delle controversie internazionali

Il metodo più risalente nel tempo, finalizzato alla risoluzione delle controversie internazionali, è da individuarsi nell’utilizzo di forme diplomatiche, scevre da interventi di organi giurisdizionali o paragiurisdizionali.

A tal riguardo, l’art. 33 par.1 Carta ONU, nell’ottica di giungere ad una soluzione pacifica delle controversie tra gli Stati, individua dei mezzi diplomatici che facilitano l’accordo tra le parti.

Il mezzo più utilizzato è il negoziato che si caratterizza per la sola partecipazione degli Stati coinvolti nella controversia. Esso, infatti, si distingue dagli altri procedimenti diplomatici previsti, nei quali vengono coinvolti – in misura più o meno rilevante – gli Stati terzi: buoni uffici, mediazione e conciliazione. Nell’ambito dei primi, lo Stato terzo si limita a favorire la messa in contatto delle parti controvertenti. Nel caso di conciliazione, invece, il terzo partecipa attivamente al negoziato potendo presentare anche proprie soluzioni per porre fine alla controversia. Il mezzo diplomatico, nel quale la partecipazione dello Stato terzo è massima, è sicuramente la conciliazione: lo Stato terzo riceve dalle parti in conflitto l’incarico di proporre una soluzione della controversia.

Tra le procedure diplomatiche si devono considerare anche le commissioni d’inchiesta: esse sono formate da esperti indipendenti e imparziali, designati dalle parti, che devono accertare il fatto relativo alla controversia.

Tenuto in considerazione quanto sopra, deve giungersi alla conclusione che i mezzi diplomatici di risoluzione delle controversie internazionali sono privi di vincolatività delle eventuali soluzioni prospettate per gli Stati parte della disputa. Tuttavia, si caratterizzano per essere dei deterrenti all’uso della forza quale strumento di risoluzione delle controversie internazionali, in misura ancor più rilevante, dato il generale divieto previsto dal diritto internazionale.

 

Mezzi di risoluzione giudiziale delle controversie internazionali

Con l’intensificarsi delle relazioni internazionali tra gli Stati, essi hanno accresciuto la loro necessità di individuare degli organi giurisdizionali veri e propri che potessero offrire una soluzione alle controversie di cui erano parte. Tale evoluzione, tuttavia, non ha fatto venir meno il carattere anorganico della comunità internazionale, atteso che gli organi di cui sopra necessitano di forme di accettazione, rectius accordo, da parte degli Stati.

A tal riguardo, dunque, vengono in considerazione l’arbitrato e il ricorso alle corti internazionali[6]:

  • Nel primo caso, gli Stati scelgono, da una lista predefinita, degli organi che, dopo aver sentito le parti, offrono la propria soluzione.
  • Nel secondo, gli Stati presentano ricorso ad una corte permanente che decide sulla controversia.

 

In entrambe le ipotesi, a differenza di quanto visto per i mezzi diplomatici di risoluzione delle dispute internazionali, la soluzione proposta, mediante lodo ovvero sentenza, è frutto dell’applicazione del diritto internazionale e, come tale, vincolante per gli Stati parte.

Si è detto che il metodo giurisdizionale implica comunque l’accordo tra le parti. Esso si manifesta attraverso una clausola compromissoria ovvero un trattato generale di arbitrato. In particolare, la clausola viene inserita nei trattati tra gli Stati, i quali si impegnano a devolvere la controversia sulla loro applicazione e interpretazione ad un arbitro ovvero ad una corte. Diversamente, il trattato generale è un accordo tra Stati in cui questi disciplinano le materie per le quali, se dovesse sorgere una controversia, accettano la giurisdizione di un arbitro o di una corte.

 

La funzione conciliativa delle Nazioni Unite

A conclusione di questo primo contributo sulle controversie internazionali, non può non farsi cenno alla funzione conciliativa che gli organi delle Nazioni Unite esercitano nella soluzione delle dispute tra gli Stati.

In particolare, un primo cenno dovrà farsi al Consiglio di Sicurezza. Esso, infatti, ai sensi dell’art. 34 Carta ONU, esercita un potere di indagine su tutte quelle situazioni che potrebbero mettere a rischio la pace e la sicurezza internazionale. Ne deriva, dunque, un ulteriore potere, ovverosia quello di raccomandare l’utilizzo di uno dei mezzi di risoluzione diplomatica di cui all’art. 33 Carta ONU.

Oltre al Consiglio di Sicurezza, anche l’Assemblea Generale, quale organo plenario, ha il potere di discutere di ogni fatto che possa incidere sulle relazioni pacifiche tra gli Stati[7]. Ed invero, salvo che la situazione sia oggetto di discussione presso il Consiglio, l’Assemblea può invitare gli Stati parte di una controversia a tenere un determinato comportamento finalizzato all’armonizzazione delle loro relazioni.

Infine, anche il Segretario Generale svolge una funzione conciliativa molto persuasiva. Sebbene si tratti di un organo di natura meramente esecutiva, la prassi mostra come i vari individui che si sono succeduti in questa carica siano intervenuti nelle dispute internazionali in maniera sempre più determinata, al fine di offrire una soluzione pacifica delle stesse, spesso con risultati più efficaci dei tradizionali metodi di risoluzione.

Informazioni

Carta ONU

CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica

DEL VECCHIO, 2003, Giurisdizione internazionale e globalizzazione, Giuffrè Editore

FOCARELLI, 2019, Diritto internazionale, Wolters Kluwer CEDAM

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre

Sito CIG: www.icj-cij.org

[1] L’anorganicità della comunità internazionale implica, in questo caso, l’assenza di un organo giurisdizionale mondiale.

[2] Cfr. CPGI, Statuto Carelia Orientale, 1923.

[3] Cfr. CPGI, Mavrommatis, 1924.

[4] Cfr. CIG, Timor Est, 1995.

[5] Per una definizione, si veda l’art. 53 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati.

[6] Per approfondimenti, si veda A. FEDERICO, La risoluzione delle controversie tra gli Stati, al seguente link http://www.dirittoconsenso.it/2020/12/04/risoluzione-delle-controversie-tra-stati/

[7] Cfr. combinato disposto artt. 11 e 35 Carta ONU.


Introduzione diritto internazionale dell'ambiente

Un'introduzione al diritto internazionale dell'ambiente

Introduzione al diritto internazionale dell’ambiente: norme di soft law o di diritto internazionale generale?

 

Introduzione al diritto internazionale dell’ambiente: premesse allo sviluppo della materia

Il diritto internazionale dell’ambiente costituisce il corpus di norme poste a protezione del living space, al fine di garantire la qualità della vita e della salute degli esseri umani, soprattutto in relazione alla tutela delle nuove generazioni[1].

Fino agli anni Settanta dello scorso secolo tale materia non aveva conosciuto alcuno sviluppo, dal momento che nel diritto internazionale l’ambiente era tutelato solo rispetto al tema della responsabilità dello Stato per fatti illeciti commessi sul proprio territorio e che producevano danni su quello altrui[2] ovvero con riguardo alla navigazione dei fiumi[3]. Ne derivava, dunque, un disinteresse pressoché totale alle tematiche ambientali da parte della comunità internazionale. Si era consolidato nella prassi, infatti, un mero obbligo dello Stato di garantire che le attività svolte sotto la propria giurisdizione non pregiudicassero l’ambiente di altri Stati.

Una parziale inversione di marcia si ha a partire dagli anni Settanta, quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite convocò a Stoccolma la Conferenza sull’ambiente umano (1972). All’esito della stessa venne adottata una Dichiarazione[4] la quale fissava ventisei principi che gli Stati si impegnavano ad attuare sia al livello nazionale sia al livello internazionale, di modo che si consolidassero come diritto internazionale generale ovvero convenzionale[5]. La Conferenza, inoltre, raccomandò all’Assemblea Generale di creare un meccanismo strutturale che si occupasse in modo permanente di ambiente.

A tal riguardo, l’organo onusiano istituì lo United Nations Environment Program (UNEP): si tratta di un organismo sussidiario, con sede a Nairobi, che gestisce i programmi ambientali delle Nazioni Unite e sotto la cui egida vengono conclusi i trattati internazionali in materia.

È proprio da tali premesse che vennero mosse le basi per un’introduzione al diritto internazionale dell’ambiente.

 

Il diritto allo sviluppo sostenibile

Dopo la decolonizzazione gli Stati ri-affermarono il carattere economico della sovranità nel senso di riconoscersi vicendevolmente un diritto permanente ed inalienabile di sfruttare liberamente, senza ingerenze esterne, le proprie risorse naturali. Tale principio trovò una sua sintesi nel diritto allo sviluppo codificato nella omonima Dichiarazione adottata dall’Assemblea Generale nel 1986.

Si tratta di quel processo economico, sociale, culturale e politico che mira al costante ed equo aumento del benessere della popolazione. Il diritto allo sviluppo già in quell’occasione venne teorizzato come un diritto inalienabile dell’uomo, la cui garanzia di tutela da parte dello Stato presuppone sia la piena ed effettiva sovranità sulle proprie ricchezze e risorse sia il rispetto di obblighi funzionali e prodromici dello Stato quali, per esempio, la promozione e la tutela dei diritti umani.

A partire dagli anni Ottanta il diritto allo sviluppo ha iniziato a riqualificarsi quale diritto allo sviluppo sostenibile. Esso implica l’impegno dello Stato a soddisfare i bisogni e le esigenze delle generazioni correnti senza compromettere quelli delle generazioni future[6]. Da questo momento in poi si assiste alla crescita della sensibilità della comunità internazionale per la materia ambientale, tanto che il Rapporto Brundtland, da cui trae origine la codificazione del diritto allo sviluppo sostenibile, può essere identificato come la fonte – seppur non vincolante – cui ispirarsi per la sistematizzazione del diritto internazionale dell’ambiente.

 

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile nel diritto internazionale dell’ambiente

La Conferenza delle Nazioni Unite su ambiente e sviluppo svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992 (c.d. Vertice della Terra) ha manifestato la volontà degli Stati di riflettere su tutti gli aspetti economici, sociali ed ecologici della sostenibilità, configurandosi così un approccio integrato e multidisciplinare.

In quell’occasione, infatti, gli Stati adottarono una Dichiarazione nella quale vennero delineati gli obiettivi di sviluppo per il nuovo millennio: tra i tanti, si pensi alla responsabilità comune degli Stati nei confronti dell’ambiente ma differenziata in ragione del contributo di ciascuno alle emissioni, alla garanzia di pari opportunità o al dimezzamento della povertà.

Se la Dichiarazione finale è da considerarsi come atto non vincolante, la Conferenza di Rio del 1992 ha portato anche alla conclusione di due importanti trattati internazionali in materia ambientale:

  • la Convenzione sulla biodiversità
  • la Convenzione quadro sul cambiamento climatico.

 

La prima si pone l ‘obiettivo di impegnare gli Stati alla conservazione della diversità biologica e alla ripartizione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche. Ciò che maggiormente stupisce è che la Convenzione sulla biodiversità conta la ratifica di 196 Parti – compresi, dunque, anche enti la cui soggettività internazionale è dubbia – ma non conta la ratifica degli Stati Uniti.

Diversamente, la seconda fissa una serie di obblighi al fine di stabilizzare le concentrazioni di gas ad effetto serra nell’atmosfera, differenziando tra quelli che gravano su tutti gli Stati parte e quelli che gravano solo sugli Stati parte più industrializzati. In ragione dell’art. 17 della suddetta Convenzione, il quale prevede di poterla attuare attraverso protocolli successivi, nel 1997 gli Stati adottarono il Protocollo di Kyoto, entrato in vigore solo nel 2005, che fissava gli obiettivi per il periodo 2008-2012 sulla base del principio della responsabilità differenziata. Esso, infatti, istituiva un meccanismo di calcolo e scambio delle emissioni tale da consentire a ciascuno Stato di commerciare con gli altri le singole unità, realizzando così un vero e proprio mercato dell’inquinamento.

In vista della scadenza fissata nel Protocollo di Kyoto, la Conferenza degli Stati parte alla Convenzione quadro adottò un emendamento per il periodo 2013-2020, al fine di stabilire nuovi impegni di riduzione delle emissioni.

Alla luce di quanto sopra, è proprio con la Conferenza di Rio del 1992 che iniziano a delinearsi i primi obblighi vincolanti per gli Stati in materia di diritto internazionale dell’ambiente.

 

Gli attuali obblighi di sviluppo sostenibile: convenzionali o anche generali?

Volgendo al termine dell’introduzione al diritto internazionale dell’ambiente, si deve infine ricordare che, in prosecuzione dell’attività che gli Stati posero in essere in attuazione della Convenzione quadro di Rio, nel 2015 venne adottato l’Accordo di Parigi.

Esso, entrato in vigore nel novembre 2016, vincola 186 Stati e l’Unione Europea quale organizzazione internazionale dotata di personalità giuridica di diritto pubblico. L’Accordo ha come obiettivo – da raggiungere entro il 2030 –  di mitigare gli effetti nocivi derivanti dal cambiamento climatico, attraverso l’individuazione di modelli comportamentali per gli Stati.

Gli obblighi sono stati assunti dagli Stati su base nazionale, il cui singolo contributo realizzerà l’obiettivo comune. L’Accordo di Parigi, dunque, è da ascriversi alle fonti vincolanti, seppur solo per gli Stati che l’hanno ratificato.

Diversamente, l’Assemblea Generale nello stesso anno adottò una Dichiarazione – non vincolante – con gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Si tratta di 17 goals collettivi e non individuali, raggruppati in cinque gruppi di materie dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, Banki-Moon: persone, prosperità, pace, alleanze e pianeta.

Tenuto tutto questo in conto, sembra prematuro affermare che i principi contenuti nella Dichiarazione di Rio e nell’Agenda 2030 siano integralmente tradotti in norme di diritto internazionale generale. Tuttavia, molti di questi principi sono stati codificati nelle summenzionate convenzioni internazionali e, come tali, vincolanti per i soli Stati che le hanno ratificate. Si deve, inoltre, evidenziare che il trend attuale va nel senso di recepire i principi del diritto internazionale dell’ambiente nei trattati istitutivi delle organizzazioni internazionali. A tal riguardo, si pensi al Trattato sull’Unione Europea (TUE) al cui art. 3 fissa tra gli obiettivi generali quello di garantire un elevato livello di tutela dell’ambiente e al cui art. 21 inserisce il medesimo tra gli obiettivi dell’azione esterna dell’Ue[7].

In definitiva, i principi di cui all’introduzione del diritto internazionale dell’ambiente hanno trovato ampio accoglimento negli atti di soft law delle Nazioni Unite e in qualche trattato internazionale in materia. Tuttavia, non appaiono maturi i tempi per poter concludere che tali principi costituiscano fonte di diritto internazionale generale[8], pur dovendo dar conto di una progressiva sensibilizzazione degli Stati alla materia ambientale.

Informazioni

Accordo di Parigi

Convenzione quadro sul cambiamento climatico

Dichiarazione sull’ambiente umano

Dichiarazione su ambiente e sviluppo

Protocollo di Kyoto

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre

Trattato sull’Unione Europea (TUE) – In formato pdf: https://eur-lex.europa.eu/resource.html?uri=cellar:2bf140bf-a3f8-4ab2-b506-fd71826e6da6.0017.02/DOC_1&format=PDF

[1] Cfr. CIG, Legalità dell’uso dell’arma nucleare, 1996.

[2] Ex multis, CPA, Caso Fonderia di Trail, 1941.

[3] Ex multis, CPGI, Fiume Order, 1929.

[4] Si tratta di un atto di soft law e dunque non vincolante per gli Stati.

[5] Tra i principi più importanti si ricordano il diritto di vivere in un ambiente che garantisca dignità e benessere, la tutela intergenerazionale e l’approccio integrato sviluppo e ambiente.

[6] Rapporto Brundtland della World Commission on Environment and Development (1987).

[7] Per approfondimenti sul tema, si veda D. VERALDI, La tutela internazionale dell’ambiente, al seguente link http://www.dirittoconsenso.it/2020/11/12/la-tutela-internazionale-ambiente/

[8] Sui caratteri della consuetudine, si veda A. FEDERICO, La consuetudine internazionale, al seguente link http://www.dirittoconsenso.it/2021/09/21/la-consuetudine-internazionale/


UE

L'UE: un'organizzazione peculiare

L’UE tra principio di attribuzione delle competenze e valori fondanti

 

Dalla Comunità Europea all’UE

L’UE è un’organizzazione internazionale regionale di integrazione[1]. Essa originariamente nasce come comunità di Stati europei al fine di fronteggiare la crisi derivante dalle conseguenze della Seconda Guerra Mondiale. Ed invero, i sei Stati fondatori (Francia, Italia, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi e Repubblica Federale di Germania) ritennero necessario individuare delle materie che avrebbero potuto portare a nuove controversie sullo scenario europeo, di modo da sottoporle ad una progressiva integrazione.

Dopo il Trattato CECA del 1952[2], l’obiettivo fisato fu quello, step by step, di sostituire ai singoli mercati nazionali un unico mercato economico europeo. Tale percorso venne intrapreso con il Trattato di Roma del 1957, istitutivo della Comunità Economica Europea (CEE), che avrebbe realizzato, oltre che un’unione doganale, anche la soppressione dei limiti alla libera circolazione dei fattori produttivi.

Dopo il Compromesso di Lussemburgo del 1966[3] e l’Atto Unico Europeo del 1986[4], un ulteriore momento di integrazione è rappresentato dal Trattato di Maastricht del 1992, istitutivo dell’Unione Europea. Poiché, infatti, il Trattato CEE si era realizzato in tutte le sue tappe, a seguito di una doppia conferenza intergovernativa, si considera altrettanto necessario giungere ad un’unione monetaria. Anche in questo caso gli Stati membri, che nel frattempo erano aumentati – fino ai 27 del 2020 -, ritennero accorto configurare un percorso per gradi che il 1° gennaio 1999 ha portato all’adozione dell’euro quale moneta unica: gli Stati, dunque, hanno rinunciato all’indipendenza di politica monetaria.

Completato questo percorso[5], l’esigenza di integrazione ha posto nuove sfide agli Stati membri, tanto che questi nel 2007 hanno adottato il Trattato di Lisbona. Esso è entrato in vigore nel 2009 ed è composto dal Trattato dell’Unione Europea (TUE) e dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). In particolare, il TUE definisce i valori e gli obiettivi dell’UE ed individua la ripartizione delle competenze tra UE e Stati membri.

 

I principi che reggono l’azione dell’UE

L’impianto dell’UE, all’esito del Trattato di Lisbona, è completamente incentrato sul principio di attribuzione delle competenze. Ai sensi dell’art. 5 TUE, l’UE agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono attribuite dagli Stati membri nei trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti. Qualsiasi competenza non attribuitale nei trattati appartiene agli Stati membri.

Ne discende che il TFUE individui per ciascuna materia se questa è di competenza esclusiva dell’UE ovvero concorrente tra questa e gli Stati membri.

In particolare, ex art. 3 TFUE, l’UE ha competenza esclusiva nei seguenti settori:

  • unione doganale;
  • definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno;
  • politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro;
  • conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca;
  • politica commerciale comune;
  • per la conclusione di accordi internazionali allorché tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell’Unione o è necessaria per consentirle di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o modificarne la portata.

 

In queste materie di competenza esclusiva, solo l’UE può adottare atti giuridicamente vincolanti. Gli Stati membri possono legiferare solo se autorizzati dalle istituzioni europee o per dare attuazione agli atti europei.

Diversamente, ex art 4 TFUE, L’UE ha una competenza concorrente con quella degli Stati membri nei principali seguenti settori:

  • mercato interno;
  • politica sociale, per quanto riguarda gli aspetti definiti nel presente trattato;
  • coesione economica, sociale e territoriale;
  • agricoltura e pesca, tranne la conservazione delle risorse biologiche del mare;
  • ambiente;
  • protezione dei consumatori;
  • trasporti;
  • reti transeuropee;
  • energia;
  • problemi comuni di sicurezza in materia di sanità pubblica, per quanto riguarda gli aspetti definiti nel presente trattato.

 

In questo caso, il rapporto UE-Stati membri è disciplinato dal principio di sussidiarietà ai sensi dell’art. 5 par. 3 TUE, secondo il quale l’UE interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in misura sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale e locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione.

In via residuale, l’art. 6 TFUE individua alcune materie in cui l’UE ha solo competenze di sostegno, coordinamento e completamento: in tali casi, la competenza ad adottare atti vincolanti rimane in capo agli Stati membri ma l’UE può indirizzare la loro azione attraverso raccomandazioni e pareri[6].

Al fine di poter maggiormente comprendere il funzionamento di questa organizzazione regionale, è necessario sottolineare che l’UE agisce attraverso gli atti adottati dalle proprie istituzioni[7]. In particolare, la funzione legislativa è esercitata generalmente in maniera congiunta da Parlamento europeo e Consiglio dell’UE ovvero, in casi particolari, unicamente da quest’ultimo. Inoltre, qualora l’UE adotti degli atti in violazione del principio di sussidiarietà, è possibile impugnare tali atti davanti alla Corte di Giustizia dell’UE attraverso un’azione di annullamento ex art. 263 TFUE.

Da ultimo, occorre tenere presente che l’art. 5 TUE, al par. 4, individua un altro principio che informa l’impianto europeo: si tratta del principio di proporzionalità, in virtù del quale il contenuto e la forma dell’azione dell’UE devono limitarsi a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi sanciti dai trattati. Anche la violazione di questo principio legittima l’azione di annullamento.

In conclusione, l’elevato grado di integrazione offerto dall’UE fa di questa una delle organizzazioni regionali maggiormente innovative, tale da poter aspirare a forme embrionali di federalismo, proprio in ragione delle numerose limitazioni della sovranità dei singoli Stati in determinate materie. Vi è, comunque, da considerare la crescente riluttanza di alcuni Stati membri a sottoporsi alle determinazioni delle istituzioni europee – di natura legislativa e giurisdizionale – che mostra una percettibile ma non insuperabile – inversione di tendenza.

 

Atti dell’UE e gerarchia delle fonti

Il sistema della ripartizione delle competenze, implica il fatto che le istituzioni europee deputate debbano poter adottare atti idonei a disciplinare quella specifica materia. A tal riguardo, l’art. 288 TFUE disciplina i tre atti tipici europei:

  • regolamento,
  • direttive e
  • decisioni.

 

A titolo esemplificativo, di seguito se ne riportano le caratteristiche principali.

Il regolamento ha portata generale, è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri, senza necessità di atti interni di adattamento.

La direttiva vincola gli Stati ad un mero obbligo di risultato ed entro un tempo stabilito, lasciandoli liberi di individuare i mezzi legislativi ed amministrativi che ritengono più consoni al raggiungimento dell’obiettivo.

Infine, la decisione designa i suoi destinatari ed è obbligatoria in tutti i suoi elementi solo nei confronti di questi.

Ebbene, un importante questione che ha interessato i teorici ma anche la stessa Corte di Giustizia è comprendere in che rapporto questi atti si trovano rispetto ai Trattati istitutivi. Attraverso la ricostruzione della disciplina, è ora agevole concludere che nel diritto primario dell’UE siano da ricomprendere tutti i Trattati istitutivi, compresa la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE[8].

Diversamene, gli atti vincolanti adottati dalle istituzioni europee concorrono a formare il diritto secondario: ne discende che questi non possono essere adottati in violazione dei Trattati sia dal punto di vista dell’iter legislativo da seguire sia dal punto di vista del contenuto sostanziale.

 

Gli obiettivi e i valori dell’UE, in particolare la tutela dei diritti umani

Ai sensi dell’art. 2 TUE:

L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto[9] e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

 

Il Trattato di Lisbona fonda buona parte dell’azione dell’UE sul rispetto dei valori sopra richiamati. A titolo esemplificativo, si consideri l’art. 49 TUE in materia di adesione all’UE ovvero l’art. 21 TUE in materia di azione esterna. Ne discende una volontà degli Stati membri di oltrepassare la mera cooperazione economica e commerciale e di tracciare, invece, una strada che porti al consolidamento di una comunità di diritto[10].

La materia che è stata maggiormente interessata a questo tipo di indirizzo è sicuramente quella della tutela dei diritti umani. Ed invero, da una tutela che era solo di tipo pretoria negli anni ’70-80, si è giunti – dal Trattato di Maastricht in poi – ad uno sviluppo normativo finalizzato all’individuazione specifica dei diritti individuali e delle loro forme di tutela.

Un importante contributo in tal senso è rappresentato dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, adottata a Nizza nel 2000 e divenuta vincolante solo con l’entrata in vigore dell’art. 6 TUE così come modificato dal Trattato di Lisbona.

Poiché gli Stati membri dell’UE sono anche parte della Convenzione Europea sulla salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali (CEDU) si è reso necessario un bilanciamento tra le due Carte. In realtà è lo stesso art. 6 TUE che prevede l’adesione dell’UE, in quanto tale, alla CEDU. Benché tale processo non abbia ancora trovato concreta attuazione in ragione dell’opposizione della Corte di Giustizia, l’art. 52 par. 3 della Carta di Nizza disciplina una clausola di equivalenza: l’UE deve garantire una tutela dei diritti umani almeno equivalente a quella della CEDU.

L’esigenza di tutela dei diritti umani, dunque, trova una sempre più ampia applicazione in quanto pienamente attuativa dei valori su cui si basa l’UE e in quanto strumentale agli obiettivi che intende raggiungere.

Informazioni

[1] Si tratta di un’organizzazione la cui adesione è subordinata a vincoli geografici e politici ben definiti.

[2] Trattato istitutivo della comunità europea del carbone e dell’acciaio.

[3] Adottato per risolvere la prima “crisi” dell’integrazione, dopo il governo francese di De Gaulle.

[4] Prima modifica formale del Trattato CEE.

[5] Percorso che ha visto anche l’adozione del Trattato di Amsterdam nel 1997. Esso è classificabile come un primo tentativo di riforma istituzionale dell’UE.

[6] Essi sono comunemente individuati tra gli atti non vincolanti.

[7] Per approfondimenti, si legga l’art. 13 TUE.

[8] Si tratta di un atto vincolante, disciplinante i diritti individuali riconosciuti ai cittadini europei, a seguito dell’art. 6 TUE così come modificato dal Trattato di Lisbona.

[9] Per approfondimenti in materia, si veda A. FEDERICO, “Lo Stato di diritto nell’UE” in: http://www.dirittoconsenso.it/

[10] Cfr. CGUE, Van Gend & Loos, 1960.


Imprese transnazionali

Imprese transnazionali e tutela dei diritti umani

Le imprese transnazionali nell’ordinamento internazionale e la difficoltà di imputare loro la responsabilità per violazione dei diritti umani

 

Imprese transnazionali: nozione ed inquadramento generale

Per imprese transnazionali si intendono organizzazioni economiche che esercitano la propria attività produttiva in un numero considerevole di Stati mediante succursali dotate di autonoma personalità giuridica. Tuttavia tali ultime, situate prevalentemente in Paesi in via di sviluppo, seppur giuridicamente separate, sono accomunate da un unico vincolo di soggezione ad una società madre che ne fissa le strategie economiche comuni.

La prassi degli ultimi anni dimostra come le imprese transnazionali sono da considerarsi i principali attori degli investimenti internazionali. A tal riguardo, l’elemento che maggiormente preoccupa gli studiosi[1] è la difficoltà di imputare ad un unico Stato le attività poste in essere da tali organizzazioni. Ed invero, l’articolata e complessa struttura che informa le imprese transnazionali non consente di individuare un unico centro direzionale riconducibile alla casa madre, bensì crea una rete che rende immediata la riconducibilità delle azioni alle diverse nazioni con cui l’organizzazione presenta un collegamento.

Questa difficoltà sistematica viene accentuata soprattutto quando vi è il sentore che un’impresa transnazionale abbia posto in essere violazioni dei diritti umani, in ragione dell’elevato grado di protezione che questi diritti godono nell’ambito della comunità internazionale.

Lo scopo della trattazione, dunque, sarà quello di tracciare un possibile percorso logico-giuridico al fine di comprendere se ed eventualmente in che modo si possa giungere ad imputare allo Stato della casa madre ovvero delle succursali le violazioni dei diritti umani e se si possa configurare anche una responsabilità sociale della multinazionale.

 

La collocazione delle imprese transnazionali nell’ordinamento internazionale: i diritti …

Al fine di giungere all’obiettivo della trattazione, appare necessario – preliminarmente – indagare se è giuridicamente possibile qualificare le imprese transnazionali quali soggetti di diritto internazionale a carattere non statuale. Se così, eventualmente, fosse, nulla osterebbe ad individuare una loro responsabilità internazionale nel caso di violazioni dei diritti umani. Tuttavia, appare necessaria un’indagine molto approfondita, atteso che questo carattere soggettivo non è così evidente.

Ebbene, in primo luogo, occorre rilevare che le imprese transnazionali sono oggetto di diverse norme internazionali il cui rispetto si è progressivamente imposto ai “classici” soggetti di diritto internazionale, in primis gli Stati.

Si pensi al c.d. “potere bancario privato internazionale” che, in determinati settori finanziari, ha originato consuetudini[2] o principi di diritto i cui destinatari sono quegli enti statuali o privati bramosi di prendere parte a questi mercati.

Inoltre, le imprese transnazionali hanno concluso numerosi accordi internazionali con Stati o altre imprese, allo scopo di regolare i rapporti inerenti alla produzione di determinati beni o alla fornitura di servizi[3].

Ma vi è di più, in quanto la prassi internazionali consente anche alle persone giuridiche di accedere a sistemi di risoluzione delle controversie sul piano internazionale, attraverso meccanismi sia giudiziali sia stragiudiziali[4]. A tal riguardo, la Corte Europea dei Diritti Dell’Uomo di Strasburgo ha, in più occasioni[5], riconosciuto le persone giuridiche quali titolari dei diritti disciplinati dalla CEDU e, come tali, legittimati a proporre ricorso ex art. 34 CEDU in caso di violazioni.

 

… e gli obblighi?

Premesso quanto sopra in ordine al riconoscimento dei diritti, l’indagine si fa più complessa riguardo alla possibilità di configurare degli obblighi giuridicamente vincolanti in capo alle imprese transnazionali.

Se è vero che vi sono – poche – convenzioni internazionali che impongono obblighi alle persone giuridiche, non si può, però, affermare che queste riguardano la tutela dei diritti umani: trattasi, infatti, della Convenzione sulla responsabilità civile per l’inquinamento da idrocarburi del 1969 e della Convenzione ONU sul diritto del mare.

Diversamente, la protezione dei diritti fondamentali dalle attività delle multinazionali non è – ancora – oggetto di alcuna norma giuridicamente vincolante. In verità, un tentativo in tal senso – poi fallito –  era stato fatto dalla Francia in occasione dei lavori per la redazione dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Rigettata tale proposta, gli unici strumenti che la Comunità internazionale conosce in questa materia sono solo di natura non vincolante.

Un importante atto di soft law, infatti, è il Global Compact, proposto nel 1999 dall’allora Segretario Generale della Nazioni Unite, il quale per la prima volta, rivolgendosi ai maggiori leader dell’economia mondiale in occasione del World Economic Forum di Davos, chiese l’impegno comune a sviluppare un modello di economia globale sostenibile. Al Global Compact hanno aderito diciottomila imprese ma rimane pur sempre uno strumento non vincolante.

Al pari, sono atti di soft law i Principi Guida su imprese e diritti umani, elaborati nel 2011 dalle Nazioni Unite, che si articolano in tre pilastri:

  1. duty to protect, obbligo per gli Stati di tutelare i diritti umani contro le violazioni delle imprese;
  2. responsibility to protect, responsabilità delle imprese di proteggere i diritti umani;
  3. access to remedy, obbligo per gli Stati di garantire l’accesso semplice ed immediato a meccanismi giurisdizionali e non di tutela.

 

Alla luce di quanto dedotto, se è possibile configurare la titolarità di diritti in capo alle imprese transnazionali, lo stesso non può dirsi per gli obblighi giuridicamente vincolanti.

Dunque, seppur dotate di effettività sul piano delle relazioni, le imprese transnazionali non godono di una piena soggettività giuridica internazionale. Tale condizione permarrà fin quando gli strumenti di soft law non si tramutino in strumenti di hard law. A questo fine, per ragioni di completezza, va segnalato che una commissione delle Nazioni Unite sta elaborando un progetto di trattato che regoli la responsabilità delle imprese transnazionali in caso di violazione dei diritti umani.

La mancanza di strumenti giuridicamente vincolanti sul piano internazionale, però, non esclude che le imprese transnazionali possano dotarsi internamente di codici di condotta la cui violazione determina una loro responsabilità meramente sociale che ha effetti immediati sul loro volume di investimenti.

 

La responsabilità degli Stati per le condotte delle imprese transnazionali

Non potendo imputare, come si è visto, la responsabilità direttamente alle imprese transnazionali per la violazione dei diritti umani, è possibile, al contrario, individuare forme di responsabilità internazionale per gli Stati nei quali esse agiscono. La complessità sta nel ricostruire l’impianto normativo al fine di imputare la responsabilità allo Stato della succursale dell’impresa transnazionale ovvero a quello della casa madre.

Come si è detto in apertura, le imprese sono spesso ospitate in Stati in via di sviluppo, dove prevalgono instabilità politiche ed economiche. Tali debolezze, a cui si aggiunge la convenienza dello Stato ospite a mantenere saldi rapporti commerciali con quello di origine della casa madre, determinano la sua difficoltà a garantire un efficace sistema di protezione dei diritti umani.

Allo stesso modo, appare difficile imputare la responsabilità allo Stato della casa madre. Per procedere in tal senso, infatti, occorrerebbe qualificare l’impresa transnazionale come organo dello Stato ovvero oggetto di controllo dello stesso. Queste verifiche sono assolutamente poco avvezze ad essere provate in giudizio data la conformazione delle norme di cui agli artt. 4 ed 8 del Progetto di Articoli sulla Responsabilità degli Stati.

In via residuale, la giurisprudenza internazionale ha riconosciuto – ma solo sporadicamente – la violazione della due diligence da parte degli Stati, ovverosia l’obbligo di prevenire e reprimere le violazioni dei diritti umani sul proprio territorio[6].

Ne discende, dunque, una difficoltà dei giudici internazionali nell’accertare la responsabilità degli Stati. Tuttavia, ciò non esclude che i giudici nazionali, secondo le leggi dello Stato, possano essere investiti della questione.

Se in tema di responsabilità civile non mancano i casi di condanna delle imprese per le violazioni commesse soprattutto negli Stati ospiti, lo stesso non può dirsi per il riconoscimento della responsabilità penale. Ed invero, gli ordinamenti di civil law fondano l’ordinamento giuridico sul principio societas delinquere non potest: ciò rende, dunque, difficile – se non impossibile – accertare la responsabilità penale delle imprese, sebbene ci siano nuovi strumenti in grado di mitigare questo valore giuridico di origine romana.

Informazioni

AA.VV., 2007, Economic globalisation and human rights, Cambridge.

CARREAU-MARRELLA, 2012, Diritto Internazionale, Giuffrè.

FOCARELLI, 2019, Diritto internazionale, Wolters Kluwer CEDAM

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre.

[1] Ex multis, CARREAU-MARRELLA, 2012, Diritto Internazionale, Giuffrè.

[2] Per approfondire in tema di consuetudine, si veda A. FEDERICO, “La consuetudine internazionale” al seguente link http://www.dirittoconsenso.it/2021/09/21/la-consuetudine-internazionale/

[3] Si pensi, a tal riguardo, ai contratti petroliferi con i Paesi OPEC.

[4] Si pensi all’ICSID.

[5] Cfr. CtEDU, Niemetz c. Germania, 1992; CtEDU, Dasemealti c. Turchia, 2010.

[6] Ex multis, CtEDU Giacomelli c. Italia, 2006; CtEDU Tratar c. Romania, 2009.


Stato fallito

Lo Stato fallito: rilievi teorici e pratici

Lo Stato fallito alla luce della teoria della soggettività internazionale e della prassi

 

Lo Stato fallito: nozione e finalità della trattazione

Per Stato fallito si intende quell’ente non capace di esercitare in maniera effettiva il proprio potere d’imperio su un territorio e sul popolo ivi stanziato. Da tale nozione discende la condizione preliminare secondo la quale prima di divenire “fallito” quello Stato si è rivelato alla comunità internazionale quale ente in grado di manifestare la propria sovranità. Ed invero, la prassi mostra come il fallimento dello Stato derivi da eventi esterni[1] o, sempre più spesso, interni[2] tali da destabilizzare la solidità del potere statuale.

La più elevata complessità che la rilevazione di un “failed State[3] pone è quella di comprendere se tale ente possa continuare ad essere considerato un soggetto di diritto internazionale oppure perda la sua personalità giuridica.

Dal momento che esiste una discrasia tra la teoria della soggettività e la prassi, occorre offrire – qui di seguito – un’analisi completa che tenga in considerazione entrambi gli aspetti.

 

La nozione di Stato rilevante per il diritto internazionale

È noto che Governo, Popolo e Territorio si configurino come gli elementi costitutivi dello Stato. Essi trovano una più o meno maggiore accentuazione a seconda della nozione di Stato che si intenda prendere in considerazione.

Si può, infatti, parlare di “Stato-comunità”, inteso come l’insieme degli individui che formano la popolazione dell’ente: in tale accezione assume, dunque, maggiore rilevanza l’elemento del Popolo.

Ancora, è possibile considerare la nozione di “Stato-ordinamento”, dando una più elevata risonanza all’assetto legislativo che governa un determinato territorio.

Tuttavia, la nozione di Stato rilevante per il diritto internazionale è quella di “Stato-apparato”[4]: popolo e territorio, infatti, sono ambito di esplicazione del potere del Governo che eleva i primi due elementi ad un’unità giuridica.

Ne deriva che, alla luce della teoria della soggettività internazionale, ad uno Stato fallito non possa riconoscersi sic et simpliciter la personalità giuridica sul piano delle relazioni internazionali.

 

La teoria della soggettività internazionale e lo Stato fallito

La soggettività internazionale è il possesso da parte di un ente materiale di una pluralità giuridica astratta, tale da renderlo idoneo ad essere titolare di diritti, obblighi ed altre situazioni giuridiche soggettive sul piano internazionale[5]. In altre parole, è persona giuridica quell’ente che riesce ad interagire con altri soggetti di diritto internazionale. La giurisprudenza dominante[6] considera gli Stati e le organizzazioni internazionali dotati di tale attitudine.

Tuttavia, non sempre nella prassi appare semplice individuare i soggetti internazionali, dal momento che la comunità internazionale si configura come anorganica, cioè priva di organi che ne determinano la sua conformazione, tanto da aversi una sostanziale parità giuridica tra i soggetti.

Premesso ciò, oggetto dell’analisi sarà comprendere se lo Stato fallito possa comunque considerarsi un soggetto di diritto internazionale.

A tale scopo, occorre esaminare gli elementi che determinano la personalità dello Stato. Questi si estrinsecano nel concetto di sovranità, sia essa esterna che interna.

Nel primo caso, dovrà farsi cenno alla nozione di indipendenza: essa si configura come l’attitudine dell’ente di trarre la forza giuridica da una propria legge fondamentale, tale da esercitare un potere autonomo rispetto agli altri soggetti[7].

Nel secondo caso, invece, si dovrà parlare di effettività, cioè la capacità dello Stato di poter imporre la propria autorità sui cittadini. Tale carattere assume natura relativa e, dunque, non può assumersi come certo che la presenza di fenomeni insurrezionali sul territorio di uno Stato portino al suo fallimento in senso giuridico.

Inoltre, appare necessario soffermarsi anche sull’importanza che il riconoscimento assume nell’ambito delle relazioni internazionali. Sebbene, a differenza di quanto accadeva nella comunità internazionale classica, il riconoscimento oggi ha un valore meramente dichiarativo e non costitutivo della soggettività[8], non si può negare l’importanza politica che questo riveste. Ed invero, il riconoscimento di uno Stato nei confronti di un suo omologo importa l’instaurazione di relazioni diplomatiche formali e la persuasione del resto della comunità internazionale verso un analogo contegno positivo. Ciò è tanto più vero, non solo quanti più Stati si mostrano disposti a riconoscere l’ente, ma anche quali tra questi. È noto che, in ragione di un principio mal celato di imprescindibilità dei rapporti di forza, quando a riconoscere un ente è una delle potenze maggiormente rappresentative in un determinato periodo storico, il resto della comunità internazionale è predisposto a fare altrettanto.

Dunque, si ribadisce che, alla luce della teoria pura della soggettività internazionale, uno Stato fallito risulta privo di personalità giuridica in quanto non integra il carattere dell’effettività. Tuttavia, come si vedrà nel prosieguo, la prassi non è così rigida.

 

Lo Stato fallito alla luce della prassi internazionale

Si è detto dell’atteggiamento meno rigoroso della comunità internazionale rispetto alla teoria della soggettività. Una delle motivazioni è sicuramente di carattere politico, in quanto dichiarare “fallito” uno Stato significa determinare un vuoto di autorità. A ciò consegue una maggiore probabilità, nella prassi verificatasi, di violazione dei diritti umani e di proliferazione della criminalità organizzata.

Inoltre, dalla storia si apprende che buona parte degli Stati oggi falliti escono dal processo di decolonizzazione e, dunque, ciò ha impedito che il carattere dell’effettività si manifestasse in maniera evidente e solida.

Tuttavia, ai fini della presente trattazione, va rilevato che tale atteggiamento flessibile della comunità internazionale è da ascriversi ad una ragione giuridica. Dichiarare fallito uno Stato significa considerare il suo territorio come res nullius e quindi suscettibile di occupazione straniera. Tale atto determinerebbe la violazione di due norme di ius cogens e, quindi, come tali inderogabili, a scapito della pace e della sicurezza internazionale: il divieto dell’uso della forza e il diritto di autodeterminazione dei popoli.

A tal riguardo, il caso della Somalia appare sicuramente funzionale alla comprensione della discrasia tra teoria della soggettività internazionale e prassi. Ed invero, seppur palesemente priva di un governo effettivo, la comunità internazionale ben lungi dall’aver dichiarato tale ente come Stato fallito. Ciò trova dimostrazione nel fatto che dal 2008 il Consiglio di Sicurezza, organo delle Nazioni Unite le cui risoluzioni sono notoriamente destinati agli Stati, ha adottato numerose misure nei confronti della Somalia: si pensi alle misure di reazione ex capo VII della Carta ONU, alla costituzione di operazioni di peacekeeping e di peacebuilding in associazione con altre organizzazioni regionali[9].

Appare evidente, in definitiva, che la comunità internazionale è indirizzata verso l’adozione di misure di prevenzione attraverso forme di cooperazione, al fine di evitare la dichiarazione di fallimento.

Informazioni

CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica

Convenzione UNCLOS

DEL VECCHIO, 2003, Giurisdizione internazionale e globalizzazione, Giuffrè Editore

FOCARELLI, 2019, Diritto internazionale, Wolters Kluwer CEDAM

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre

https://asvis.it/notizie/929-7379/focus-dagli-stati-fragili-a-quelli-falliti-il-disordine-mondiale-e-una-minaccia-per-tutti

[1] Si pensi a invasioni o occupazioni da parte di Stati terzi.

[2] Si pensi ad una guerra civile.

[3] Versione anglosassone di “Stato fallito”.

[4] Tale circostanza risulta chiara dalla prassi internazionali così come codificata nel Progetto di articoli sulla responsabilità degli Stati del 2001.

[5] Cfr. SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre.

[6] Ex multis, CIG, 1949, Parere sulle riparazioni per lesioni subite a servizio delle Nazioni Unite.

[7] Cfr. CPA, 1928, Isola di Palmas; CPGI, 1931, Parere sul regime doganale tra Austria e Germania.

[8] Sul valore dichiarativo del riconoscimento, si vedano: 10° Parere della Commissione Badinter, art. 3 Convenzione di Montevideo, art. 9 Trattato OSA.

[9] Per approfondimenti su tale fenomeno, si veda A. FEDERICO, Le operazioni di peacekeeping, al seguente link http://www.dirittoconsenso.it/2021/08/10/le-operazioni-di-peacekeeping/


Consuetudine internazionale

La consuetudine internazionale

La consuetudine internazionale quale fonte primaria del diritto internazionale

 

La consuetudine internazionale: elemento oggettivo ed elemento soggettivo

Per consuetudine internazionale si intende un comportamento costante ed uniforme tenuto dalla maggior parte dei soggetti di diritto internazionale, accompagnato dalla percezione che la condotta sia giuridicamente obbligatoria.

Al fine di rilevare una norma consuetudinaria si rende necessario verificare l’esistenza tanto di un elemento oggettivo quanto di uno soggettivo:

  • Il primo è volto ad identificare la materialità del comportamento dell’attore internazionale che costituisce prassi sul piano delle relazioni intersoggettive[1];
  • diversamente, il secondo attiene alla sfera psicologica che è sottesa all’idea di vincolatività della condotta[2].

 

Tali elementi devono essere accertati separatamente sulla base del contesto, della natura della norma e delle circostanze[3].

Nel caso uno dei due manchi non si potrà giungere alla conclusione che quella condotta possa essere identificata come consuetudine internazionale. Ed invero, se viene accertato solo l’elemento oggettivo si tratterà di una mera abitudine[4]; invece, se viene accertato solo l’elemento soggettivo si tratterà di un’aspirazione.

 

Lo studio sugli elementi della consuetudine effettuato dalla Commissione di Diritto Internazionale

Nel Progetto sull’identificazione del diritto internazionale consuetudinario effettuato dalla Commissione di Diritto Internazionale[5] e pubblicato nel 2018, tale organismo – incaricato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – ha focalizzato la sua attenzione sulle componenti principali degli elementi della consuetudine.

Per ciò che concerne l’elemento oggettivo, la Commissione ha osservato che esistono diversi attori internazionali i cui comportamenti sono idonei a costituire prassi.  In particolare, i soggetti deputati sono primariamente gli Stati. Tuttavia, anche le organizzazioni internazionali nell’esercizio delle loro competenze o per le norme che afferiscono alla propria esistenza possono contribuire all’affermazione di norme consuetudinarie[6]. Dai lavori della Commissione di Diritto Internazionale si evince che alcuni Stati, tra cui gli Stati Uniti, hanno contestato quest’ultimo dato, chiedendo che venisse espunto in quanto solo gli Stati sono soggetti pieni e originari di diritto internazionale. Nonostante tale contestazione, la Commissione ha inteso non rinunciare all’inserimento delle organizzazioni di diritto pubblico tra i soggetti i cui comportamenti sono deputati a costituire prassi e ciò perché esse talvolta agiscono quali “actors in their own rights[7].

Inoltre, la Commissione ha sostenuto che ai fini della formazione della prassi rileva la condotta materiale o verbale tenuta da qualsiasi rappresentante dello Stato (o dell’organizzazione) nell’esercizio di qualunque funzione, coerentemente con quanto previsto dall’art. 4 del Progetto sulla responsabilità degli Stati pubblicato dal medesimo organismo onusiano nel 2001. A tal proposito, viene riconosciuto altresì un valore giuridico all’inerzia quale acquiescenza, quando il soggetto internazionale, venuto a conoscenza della condotta altrui, ha tempo e modo per reagire ma rinuncia a qualsiasi tipo di attività[8].

Per ciò che riguarda, invece, l’elemento soggettivo, la Commissione ha tentato un elenco di opinio iuris rilevanti ma esso non può considerarsi esaustivo. Deve, perciò, concludersi che la manifestazione più chiara in tal senso sia la dichiarazione pubblica.

Il Progetto del 2018 riporta che l’elemento oggettivo e quello soggettivo – ai fini del rilevamento di una consuetudine internazionale – devono essere sufficientemente diffusi, rappresentativi e uniformi. Ciò porta alla conclusione che la prassi è tale solo se la condotta è tenuta dalla maggior parte dei soggetti tanto che l’interprete sia in grado di tracciarne uno schema unitario di comportamento e opinio iuris. Va comunque precisato che il tempo di formazione della norma consuetudinaria può anche essere breve ma mai istantaneo.

 

I soggetti vincolati dalla consuetudine internazionale

La consuetudine vincola tutti i soggetti di diritto internazionale[9]. Nel sistema delle fonti internazionali è, infatti, inquadrata quale norma primaria la cui obbligatorietà trova la sua causa nella volontà dell’intera comunità internazionale. Si pensi alla norma consuetudinaria sulla personalità giuridica secondo la quale ogni ente titolare di diritti e doveri sul piano delle relazioni internazionali è soggetto di diritto[10].

Tuttavia, alcuni Stati possono sottrarsi all’obbligo di rispettare la norma consuetudinaria: si tratta dei cc.dd persistent objectors[11]. La Commissione di Diritto Internazionale nel più volte menzionato Progetto del 2018 ha ritenuto plausibile che uno Stato possa considerarsi persistent objector solo se integra tre condizioni stringenti:

  1. la contestazione da parte dello Stato deve essere manifestata durante la formazione della consuetudine e non quando la norma si sia già cristallizzata;
  2. l’obiezione deve essere esplicita;
  3. l’obiezione deve essere reiterata, coerente e senza contraddizioni.

 

Inoltre, per esigenza di completezza, va precisato che vi sono delle consuetudini, cc.dd. particolari, che vincolano soltanto un gruppo di Stati afferenti ad una medesima area geografica: un esempio è costituito dalla norma sull’asilo diplomatico come applicata dagli Stati dell’America Latina, a seguito del riconoscimento formale da parte della Corte Internazionale di Giustizia[12]. Infine, lo sviluppo progressivo del diritto internazionale va nel senso di individuare delle prassi che vincolano solo quegli Stati che hanno caratteristiche morfologiche e/o politiche similari.

 

Le consuetudini e la loro applicabilità

L’interprete spesso si trova a dover dipanare un conflitto tra due o più norme consuetudinarie contemporaneamente valide[13] ed applicabili[14]. Anche tale fenomeno è stato oggetto di studio da parte della Commissione di Diritto Internazionale i cui risultati sono stati pubblicati nel Rapporto sulla Frammentazione del diritto internazionale nel 2006[15].

L’organismo onusiano ha identificato quale criterio privilegiato quello di specialità: nel caso di conflitto tra due norme consuetudinarie si applica quella che ha il contenuto più specifico. Tale conclusione trova la sua fonte in quello che il Rapporto definisce principio interpretativo dell’integrazione sistemica. Le norme, infatti, vivono in un “normative environment” che è il sistema giuridico internazionale e ciò vale con maggiore fermezza nel caso in cui esistano regimi giuridici speciali.

Per ultimo, appare necessario soffermarsi sull’apparente progressiva “crisi” che ha investito la consuetudine, a seguito del proliferare dei trattati internazionali: se nell’ambito della comunità internazionale classica la norma primaria era più invalsa, diversamente, nell’ambito della comunità moderna, gli Stati preferiscono concludere accordi. Questo deriva da una maggiore complessità dei rapporti tra i soggetti e dal fatto che le organizzazioni internazionali sono diventate il luogo di negoziazione privilegiato. Cionondimeno, la consuetudine continua ad esistere come fonte del diritto internazionale ed a trovare applicazione davanti alle Alte Corti.

Informazioni

COMMISSIONE DI DIRITTO INTERNAZIONALE, 2018, Progetto sull’identificazione del diritto internazionale consuetudinario.

COMMISSIONE DI DIRITTO INTERNAZIONALE, 2006, Rapporto sulla Frammentazione del diritto internazionale.

CONFORTI, 2014, Diritto internazionale, Napoli, Editoriale Scientifica.

Convenzione UNCLOS. Link: https://www.un.org/depts/los/convention_agreements/texts/unclos/unclos_e.pdf

DEL VECCHIO, 2003, Giurisdizione internazionale e globalizzazione, Giuffrè Editore

FOCARELLI, 2019, Diritto internazionale, Wolters Kluwer CEDAM.

SINAGRA-BARGIACCHI, 2019, Lezioni di diritto internazionale pubblico, Giuffré Francis Lefebvre.

[1] Trattasi di diuturnitas o usus.

[2] Trattasi di opinio iuris sive necessitatis.

[3] Così in Progetto sull’identificazione del diritto internazionale consuetudinario effettuato dalla Commissione di Diritto Internazionale e pubblicato nel 2018. Da qui in poi, Progetto del 2018.

[4] L’esempio in tal senso riportato dalla Commissione di Diritto Internazionale nel Progetto del 2018 è quello che riguarda l’abitudine degli Stati di ricevere Capi di Stato stranieri accogliendoli con un tappeto rosso.

[5] Per maggiori informazioni su tale organismo delle Nazioni Unite si veda http://www.dirittoconsenso.it/2021/05/31/codificazione-nel-diritto-internazionale/

[6] Cfr. conclusione n. 4 del Progetto del 2018.

[7] Cfr. Commentario al Progetto del 2018.

[8] Cfr. CIG, 2008, Sovranità sull’isola di Pulau: “anche il silenzio può parlare”.

[9] Cfr. CIG, 1969, Piattaforma continentale Mare del Nord.

[10] Cfr. CPA, 1928, Isola di Palmas.

[11] Cfr. CIG, 1950, Asilo diplomatico; CIG, 1951, Peschiere anglo-norvegesi.

[12] Cfr. CIG,1950 Asilo diplomatico (controversia Colombia c. Perù).

[13] Sono contemporaneamente valide quando disciplinano la medesima fattispecie.

[14] Sono contemporaneamente applicabili quando vincolano lo stesso destinatario.

[15] Da qui in poi, Rapporto.