Maneggio

Profili di responsabilità extracontrattuale nell'attività di gestione di un maneggio

Chi risponde del danno verificatosi all’interno del maneggio durante l’attività di equitazione? Quando si applica l’art. 2052 e quando l’art. 2050 c.c.?

 

Il caso di un danno avvenuto nel maneggio

Il caso, ormai divenuto scolastico, è quello di una novellina, ancora minorenne, alle prese con una delle sue primissime lezioni collettive di equitazione, la quale viene disarcionata dal cavallo che stava montando, a causa di un imbizzarrimento dell’animale, riportando così lesioni personali. Si è dibattuto sulla natura della responsabilità per il danno verificatosi: al gestore del maneggio sarebbe da ascriversi una responsabilità per danno cagionato da animale ovvero per esercizio di attività pericolosa?

 

La responsabilità per il danno cagionato dall’animale

L’art. 2052 del codice civile, che si occupa di disciplinare la responsabilità per il danno cagionato dall’animale, prevede che il proprietario dell’animale, ovvero il soggetto che ne abbia l’uso – non rilevando l’astratta titolarità dell’animale, bensì solo il suo impiego – risponda per il danno cagionato da quest’ultimo, salvo che si provi il caso fortuito.

Il codice prevede una forma di responsabilità oggettiva, basata non su una specifica condotta o su un’attività esercitata dal proprietario, dal custode o dal detentore dell’animale, bensì sul rapporto di fatto esistente con l’animale stesso, conseguendo ragionevolmente che, per i danni cagionati dall’animale al terzo, il soggetto che se ne serve risponderà sempre e in toto, a meno che non fornisca la prova dell’intervento di un fattore esterno che abbia avuto efficacia esclusiva nella produzione del danno.

Orbene, al fine di evitare di incorrere in una forma di responsabilità di questo tipo, il soggetto, nel caso di specie il gestore del maneggio, è tenuto al rispetto della disciplina fissata ex lege per chi possiede, custodisce o detiene un animale.[1]

 

La responsabilità per l’esercizio di attività pericolosa

L’art. 2050 del nostro codice civile delinea un modello di responsabilità civile extracontrattuale, fondato su una presunzione di responsabilità, tale per cui l’esercente l’attività pericolosa è tenuto al risarcimento per i danni cagionati nello svolgimento della propria attività, salvo che dimostri di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Tale prova risulterà fondata solo qualora si dimostri che non sussiste alcun rapporto di causa-effetto tra l’attività pericolosa e l’evento dannoso.

Circoscritto il campo di applicazione dell’articolo in esame, sorge l’esigenza di definire l’“attività pericolosa” per cercare di individuarne i connotati tipici.

Ai sensi dell’art. 2050 c.c., è caratterizzata da pericolosità non solo l’attività così qualificata dalle leggi speciali, bensì anche quella attività che «per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati», nonché ancora per il suo grado di offensività[2], comporti sul piano pratico la possibilità che si verifichi un danno.

Nel prossimo paragrafo andremo, dunque, a illustrare le ipotesi in cui l’attività equestre svolta all’interno di un maneggio si annovera tra le attività c.d. pericolose.

 

La giurisprudenza sul punto

Rispetto all’attività sportiva e, precisamente, all’attività di equitazione, la giurisprudenza di legittimità nel corso degli anni si è ripetutamente pronunciata[3], consolidando di fatto il seguente principio, ormai pacifico: l’attività di equitazione, qualora sia svolta all’interno di un maneggio da un cavaliere principiante e privo di qualsivoglia capacità di controllo sull’animale, seppure sotto la sorveglianza di un collaboratore dello stesso maneggio, si annovera tra le attività c.d. pericolose.

Ne deriva che, per i danni subiti dall’allievo inesperto a seguito di una caduta da cavallo avvenuta durante una lezione di equitazione, la responsabilità del gestore del maneggio debba essere inquadrata non nella fattispecie di cui all’art. 2052 c.c., bensì in quella di cui all’art. 2050 c.c., con tutto ciò che ne consegue sul piano probatorio.

La Corte di Cassazione ha tenuto a specificare che il discrimen da cui partire è la distinzione tra soggetti principianti e soggetti esperti.

Infatti, l’art. 2050 si applica unicamente alle ipotesi di danno conseguente a esercitazioni di principianti, ignari di ogni regola di equitazione o inesperti, la cui inesperienza rende pericolosa l’attività imprenditoriale di maneggio. Al contrario, in situazioni di “ordinarietà”, quando cioè l’attività di equitazione viene svolta da un soggetto esperto all’interno di un circolo ippico, alla presenza di un istruttore e con cavalli collaudati e addestrati all’uopo, il gestore del maneggio è soggetto alla presunzione di responsabilità di cui all’art. 2052 e non a quella di cui all’art. 2050 c.c.

Informazioni

Chinè G., Garofoli R., Codice civile annotato con la giurisprudenza, Nel diritto Editore, Roma, 2008

[1] Sul tema si veda anche l’articolo “Animali e condominio: connubio possibile?” in https://www.dirittoconsenso.it/2020/07/08/animali-domestici-e-condominio-connubio-possibile/ .

[2] La pericolosità dell’attività, da tenere ben distinta dalla pericolosità della condotta (che fa riferimento a una attività generalmente innocua, resa pericolosa dalla condotta irresponsabile del soggetto agente), indica un’attività intrinsecamente dannosa e rappresenta un elemento costitutivo della fattispecie di cui all’art. 2050 c.c.

[3] Cass., sez. III civile, sent. n. nn. 16637/2008; 6888/2005; 121307/1998; 11861/1998; 1380/1994.


Animali domestici

Animali domestici e condominio: connubio possibile?

Come gestire la convivenza con gli altri condomini quando si possiedono animali domestici

 

Legge vigente e garanzie per il possessore/detentore di animali

L’accresciuta sensibilità nei confronti degli animali e più nello specifico rispetto agli animali domestici, ritrovata con l’avvento del nuovo millennio, ha portato con sé l’esigenza di un rinnovamento anche sul piano normativo.

La L. n. 220 del 11 dicembre 2012, recante “modifiche alla disciplina del condominio negli edifici”, ha sdoganato la presenza degli animali da compagnia[1] all’interno del condominio, modificando l’art. 1138 c.c., con l’aggiunta del comma di seguito indicato: «Le norme del regolamento non possono vietare di possedere o detenere animali domestici».

Più chiaro di così! La legge vigente funge dunque da baluardo dei diritti di possessori/detentori di animali domestici, ai quali nessuna delibera assembleare può proibire la detenzione o il possesso di animali domestici all’interno della propria proprietà.

Infatti, tra i rimedi esperibili dal condomino al quale venisse interdetto il possesso o la detenzione di un animale all’interno delle proprie mura domestiche vi è sicuramente l’impugnativa della delibera assembleare, con ricorso davanti al Giudice di pace da depositarsi entro 30 giorni dalla data in cui è stata emessa o da quella in cui il soggetto ha ricevuto il verbale[2].

Ogni delibera avente ad oggetto il predetto divieto sarebbe infatti tacciabile di nullità, ponendosi in aperto contrasto con il dettato legislativo.

 

Limiti e conseguenze

Esistono tuttavia dei limiti alla facoltà del condomino di possedere/detenere animali domestici.

Innanzitutto, la regola generale secondo cui è ammessa la presenza di animali domestici all’interno del condominio può essere derogata dal proprietario dell’immobile condominiale che decida di affittarlo. In sede di firma del contratto di locazione, egli potrà infatti inserire una clausola ad hoc con cui impedire al locatario di possedere/detenere animali domestici.

In secondo luogo, nessuno è esente dal rispettare i diritti degli altri condomini e le parti comuni dell’edificio. Infatti, la vita condominiale deve svolgersi in ossequio alla regola generale sull’uso della cosa comune, contenuta nell’art. 1102 c.c., secondo la quale «Ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto».

Al condomino è dunque richiesto di mantenere puliti gli spazi comuni cui ha accesso con i propri animali domestici, nonché adottare guinzaglio e mascherina (specialmente per animali di taglia grande), affinché agli altri condomini venga garantito un uso “in sicurezza” dei medesimi spazi.

La mancata adozione di cautele idonee a salvaguardare l’igiene può comportare problemi di immissioni olfattive, che diventano “moleste”, ergo perseguibili – penalmente e civilmente – se queste superano la soglia di normale tollerabilità fissata per gli odori, nonché per i rumori, dall’art. 844 c.c.

Lo stesso discorso vale per i rumori, come poc’anzi accennato: se la frequenza e il volume del rumore provocato dagli animali domestici superano questa soglia, la legge prevede il rimedio dell’inibitoria della condotta molesta, nonché la domanda di risarcimento del danno.

Non solo! Quando il disturbo, effettivo o potenziale, della pace non investe solo un numero definito di persone, abitanti nelle circostanze dell’abitazione dal quale lo stesso proviene, bensì raggiunge un numero indeterminato di soggetti, il detentore/possessore dell’animale “molestatore” si espone da un punto di vista penalistico, in quanto impendendo all’animale di disturbare, viola l’art. 659 c.p., configurandosi la fattispecie di disturbo alla quiete pubblica.

Ultimo, ma non per ordine di importanza, il nostro codice civile, all’art. 2052 c.c., disciplina il danno cagionato da animali, imputandone al possessore/detentore la responsabilità oggettiva. Con ciò a sottolineare l’importanza di un’attività di vigilanza incessante e scrupolosa sui propri animali, rimessa ai padroni.

In sintesi, e con questo mi avvio a concludere, il connubio condominio/animali domestici è possibile, ma, come per ogni aspetto della vita quotidiana, la buona riuscita di questo dipende dal senso civico di ciascun condomino e dal rispetto del prossimo.

Informazioni

A. Torrente, P. Schlesinger, Manuale di diritto privato, Giuffrè, Milano, 2013

www.ilmessaggero.it/casa/news/

www.diritto24.ilsole24ore.com

[1] La L. n. 201/2010, che ha ratificato la Convenzione di Strasburgo ed è in vigore dal 4 dicembre 2010, contiene la definizione di animale da compagnia, come tale da intendersi “ogni animale tenuto, o destinato ad essere tenuto dall’uomo, in particolare presso il suo alloggio domestico, per suo diletto e compagnia”.

[2] Quando la questione non era stata neppure inserita nell’ordine del giorno, ma era stata trattata sommariamente la delibera è intrinsecamente nulla e si rende inutile l’intervento dell’autorità giudiziaria.