Federalismo europeo

Il federalismo europeo

L’essenza del federalismo europeo é che ‘’Dobbiamo creare una specie di Stati Uniti d’Europa’’ (Winston Churchill)

 

Il federalismo in breve e il federalismo europeo

Prima di iniziare a trattare di federalismo europeo è utile dare una breve definizione di federalismo. Ebbene, quando si parla di federalismo bisogna anzitutto intendere un modello di decentramento statale, tipico di governi costituzional-liberali, nel quale il potere politico viene ripartito fra uno stato centrale federale e gli stati membri, che possono essere i Länder come in Germania oppure come i cantoni in Svizzera. La caratteristica del federalismo è che le diverse entità politiche si trovano in una posizione di equiordinazione delle funzioni previste all’interno della costituzione federale anche se poi lo stato federale gode di una posizione costituzionalmente privilegiata. Per quanto riguarda la sovranità e in particolare la titolarità effettiva della stessa si parla di doppia sovranità; quindi, si ha la sovranità degli Stati membri e la sovranità federale. La sovranità federale è quella che prevale in una prospettiva storica dal momento che è la costituzione federale che condiziona, limita, riforma, verifica e poi prevale su quella dei singoli stati membri.

Quando si parla di federalismo europeo si indica, invece, la dottrina sostenuta soprattutto dai vari movimenti federalisti europei che vogliono l’unione di più stati nazionali in un organismo sopranazionale, che sia fondato su una carta federale e dotato di poteri centrali capaci di unificare e dirigere il mercato, la politica estera[1] e militare dei singoli paesi. L’idea alla base del federalismo, e qui nello specifico del federalismo europeo, è che i singoli Paesi nel momento in cui accettano di entrare nella federazione rinuncino a parte dei loro poteri sovrani trasferendoli agli organi politici comuni. Lo Stato deve rinunciare a parte della sua sovranità e a parte dei poteri che ne derivano e qui sta il punto più interessante e complesso alla base dei federalismi e nel caso specifico alla base del federalismo europeo.

È doveroso a questo punto fare chiarezza anche su un altro concetto e cioè quello di confederazione messo a confronto con quello di federazione. Quando si parla di confederazione deve intendersi una alleanza tra Stati, che in genere sono confinanti e che perseguono soprattutto in campo internazionale scopi comuni mediante apposite istituzioni, pur mantenendo ciascuno la loro piena indipendenza e sovranità. La federazione o Stato federale, invece si qualifica come unione di Stati caratterizzata dal fatto che la personalità giuridica internazionale viene posta in capo allo Stato federale, mentre i singoli Stati federali mantengono il potere esecutivo, legislativo e giudiziario nei limiti previsti dalla Costituzione federale. Le federazioni si fondano sempre su una Costituzione scritta che prevede la divisione di competenze tra il governo federale e i governi degli Stati o regioni federati.

In generale, si può dire che la costruzione dell’unità europea è stata la condizione necessaria per garantire la pace, il progresso, la solidarietà e la prosperità del nostro continente. Oggi però l’Unione europea si trova a dover affrontare molte sfide, tra cui soprattutto le forze nazionaliste e populiste che si trovano al suo interno, le quali hanno voce in capitolo soprattutto perché l’Europa risulta ancora incompleta dal punto di vista strutturale e queste stesse forze traggono la loro essenza dalle mancanze del sistema Europa.

 

Come nasce l’idea del federalismo europeo

Alcide De Gasperi diceva «Per unire l’Europa c’è più da distruggere che da edificare; gettare via un mondo di pregiudizi, di pusillanimità, un mondo di rancori […]. L’Europa esiste ma è incatenata! Sono questi ferri che bisogna spezzare.».

L’idea del federalismo europeo si è sviluppata soltanto nel ‘900 e uno dei più grandi sostenitori del filone del federalismo europeo è stato Luigi Einaudi. Egli prendeva ispirazione dalla storia degli USA e dalla trasformazione in senso federale, che era necessaria, secondo Einaudi, per la sopravvivenza dello Stato. Einaudi sosteneva che i singoli Stati sovrani appartenenti alla Confederazione nata nel 1781 rischiavano di far collassare il sistema che si era appena creato. Einaudi vedeva nella sovranità e nell’indipendenza degli Stati la radice del male. Gli Stai Uniti nel 1789 sono divenuti una federazione. Tutto ciò che pensava Einaudi fu confermato dopo la II Guerra Mondiale preceduta dall’l’instaurazione di regimi autoritari e totalitari e lo portò ad affermare che la causa prima della guerra non risiede nella forma di Stato – monarchia o repubblica che sia – ma nella sovranità assoluta degli Stati. È stata, infatti, a parere di Einaudi proprio l’assenza di una entità sovranazionale e imparziale e l’anarchia internazionale a portare gli Stati a risolvere le loro controversie ricorrendo all’uso della forza.

Uno dei documenti più importanti alla base del pensiero del federalismo europeo è senza dubbio il Manifesto di Ventotene. Gli autori dello scritto, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, puntavano alla creazione di un Movimento per l’Europa Libera e Unita, il cui corollario era la creazione di una federazione a livello europeo dei seguenti tratti

  • Costituzione repubblicana di tutti i paesi federati
  • Costituzione di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionale
  • Fine delle autarchie economiche
  • Dotazione di organi e mezzi sufficienti per far eseguire nei singoli stati federali le deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune
  • Autonomia politica dei singoli stati sulle questioni riguardanti le caratteristiche peculairi dei vari popoli.

 

L’obiettivo del federalismo europeo era ed è quello di far nascere quelli che spesso vengono chiamati ‘’Stati Uniti d’Europa’’ attraverso la creazione di un’autorità federale che mettesse fine alle politiche nazionali particolaristiche, dando origine ad un corpo normativo e amministrativo a cui tutti i membri avrebbero dovuto contribuire in egual misura e allo stesso tempo a cui tutti gli stati membri avrebbero dovuto sottostare allo stesso modo. All’epoca del manifesto di Ventotene l’unico esempio di federazione in Europa era rappresentato dalla confederazione elvetica, mentre gli stati europei si sono sempre ispirati ad una costruzione statale che fosse tra lo stato assoluto e lo stato unitario sovranista e talvolta nazionalista. Tutto ciò rendeva ovviamente molto ardua non il funzionamento degli stati uniti d’Europa, bensì proprio la loro nascita.

 

A che punto siamo?

L’Unione europea è senz’altro un esempio del tutto originale[2]. Essa rappresenta, infatti, una forma ibrida tra una confederazione e una federazione che nel corso tempo ha espresso forti tendenze di tipo centripeto, avvicinandola maggiormente alla forma federale. Ad oggi il modello del federalismo europeo comunque non può dirsi concluso per vari motivi: per alcuni aspetti si può dire che l’Unione europea non è una federazione e gli obiettivi del Manifesto di Ventotene non sono stati raggiunti, ma per altri versi la struttura dell’Unione europea assomiglia ad una federazione e per altri ancora ad una confederazione.

Il primo fallimento di questo progetto è sicuramente riscontrabile nella mancata adozione della costituzione europea, che ha contribuito a ridimensionare le spinte all’integrazione e alla maggiore convergenza tra gli stati. Olanda e Francia hanno bocciato il progetto nel 2004 e questo ha portato ad una soluzione di compromesso rappresentata dal trattato di Lisbona, che riprende perlopiù le disposizioni che erano contenute nel trattato per la costituzione europea, ma la cui portata è principalmente simbolica, il tutto testimoniato dal fatto che si è abbandonata la dizione di ‘’Costituzione’’.

Oggi il trattato di Lisbona distingue il trattato sull’Unione europea TUE e il trattato sul funzionamento dell’Unione europea TFUE. Questa bipartizione divide la parte ‘’costituzionale’’ che contiene i valori e i principi democratici dalla parte più procedurale, che si dedica alle procedure e al funzionamento dell’Unione europea. Nel TUE sono elencate all’art. 13 le istituzioni dell’Unione europea: Parlamento Europeo, Consiglio europeo, Consiglio, Commissione europea, Corte di giustizia dell’Unione europea, Banca Centrale europea e la Corte dei Conti. Proprio questo apparato istituzionale fa dell’Unione una organizzazione molto simili ad una federazione. Tutti gli stati federali, inoltre, presentano un sistema bicamerale, in cui la Camera Alta rappresenta gli Stati federali. Anche in Europa si può individuare un bicameralismo nella misura in cui il Consiglio è la Camera Alta che rappresenta gli Stati, e il Parlamento europeo è la Camera Bassa in cui vengono rappresentati i cittadini.

L’Europa è un modello ibrido in quanto il potere esecutivo è rappresentato dalla Commissione, che rappresenta collegialmente il Consiglio dei ministri, congiuntamente il Consiglio europeo che traccia la linea politica e rappresenta collegialmente il Presidente del Consiglio dei ministri. Inoltre, il Consiglio e il Consiglio europeo hanno una forma intergovernativa e i loro membri sono espressione dei governi nazionali.

L’Unione europea come altri modelli federali segue il principio di sussidiarietà. Esso comporta che solo nel momento in cui vi sia un interesse nazionale in gioco o l’uniformità di applicazione delle normative a livello federale lo stato centrale può intervenire anche in materie di competenza degli stati federati. Risulta comunque molto difficile distinguere tra le competenze assolutamente esclusive degli stati membri

Tipica istituzione dei sistemi federali e che è presente anche nell’Unione europea è la Corte di Giustizia che è chiamata a dirimere i conflitti di attribuzione che sorgono tra le varie istituzioni europee, qualora una di queste ritenga che un’altra istituzione sia andata oltre le competenze che i trattati le conferiscono.

Ciò che invece l’Unione europea non ha rispetto ai vari modelli di Stati federali è la divisione di competenze legislative, di funzioni amministrative e i livelli di partecipazione delle entità federate alla formazione della volontà dello stato federale in relazione alla struttura e alle funzioni della camera rappresentativa delle entità federali e l’intervento degli stati membri nel procedimento di formazione degli organi federali.

L’Unione europea assomiglia invece ad una confederazione in quanto essa condivide con questi sistemi il diritto di recesso ex. Art. 50 TUE, che regola il procedimento di recesso per l’abbandono dell’Unione europea. Un’altra caratteristica che fa dell’Unione europea una quasi confederazione è il fatto che serve l’approvazione unanime di tutti gli Stati membri per modificare i trattati istitutivi.

Si evince che i punti di contatto con i sistemi federali sono maggiori, per questo l’Unione europea è un ibrido, ma allo stesso tempo non si colloca proprio al centro, bensì si può dire che sia più spostata verso il federalismo e, come dice la dottrina più recente, si può parlare di Stato composto ‘’euronazionale’’.

 

Perché un’Europa federale

In conclusione, può essere utile elencare alcune ragioni del perché il federalismo europeo potrebbe essere una buona soluzione. Come già detto sopra, l’Unione europea è un progetto nato per garantire agli Europei ciò che i nazionalismi avevano loro tolto: la pace e lo sviluppo. A partire dagli anni ’50 gli Europei hanno visto migliorare le loro condizioni di vita, economiche e sociali. L’Europa oggi è una delle economie più forti del mondo ed è all’avanguardia per quanto riguarda diritti civili e sociali e nella lotta al cambiamento climatico. Tutto questo non basta però, in quanto l’Europa deve interrogarsi su quella posizione voglia avere nel mondo per contribuire alla pace e allo sviluppo sostenibile.

La federazione garantisce pace e sicurezza meglio dei singoli Stati. In questo senso però è doveroso – e oggi più che mai – pensare ad una difesa militare comune, un’intelligence e una procura europea[3], superando il diritto di veto degli Stati e decidere a maggioranza.

La federazione in quanto tale da’ all’Europa una voce nel mondo, ma per fare questo è necessario avere una vera unione politica e quindi serve per questo una politica estera comune. Anche qui il problema rimane il potere di veto dei singoli Stati e conseguentemente la necessità di prendere decisioni a maggioranza.

Aspetto molto importante di questi tempi è che la federazione garantisce uno sviluppo sostenibile[4] e per questo occorre un bilancio dell’eurozona dotato di risorse proprie e gestito da un Ministro europeo delle Finanze sotto il controllo del Parlamento Europeo.

La Federazione garantisce una finanza sostenibile attraverso un suo bilancio autonomo controllato dal Parlamento Europeo. Questo farebbe nascere una vera solidarietà tra gli Stati in quanto darebbe la possibilità di avere una ‘’cassa comune’’ che consente di deliberare gli investimenti necessari e far fronti a situazioni difficili o di crisi.

La moneta unica non può più essere messa in discussione sia perché ha facilitato gli scambi sia perché ha eliminato le svalutazioni competitive tra gli stati nazionali dando stabilita ai prezzi.

Le regole fiscali devono essere armonizzate, in quanto alcuni stati traggono eccessivo vantaggio da facilitazioni fiscali a danno di altri Stati dell’Unione in contrasto con quello che è lo spirito dell’Unione.

L’immigrazione è una risorsa che va gestita a livello europeo nella legalità. L’Unione europea deve dotarsi di una politica comune propria con risorse economiche e strumenti operativi diretti per attuarla.

Informazioni

Treccani, federalismo

Treccani, federazione e confederazione

Dizionari Simone, federalismo

Manifesto per un’Europa federale

Perché un’Europa Federale, L’unita europea, giornale del Movimento Federalista Europeo

Verso gli Stati Uniti d’Europa, l’integrazione come fattore di unita e crescita, Emanuele Parisini

[1] La Politica estera e di difesa dell’UE, DirittoConsenso, Deborah Veraldi, dicembre 2020. Link: La Politica estera e di difesa dell’UE – DirittoConsenso

[2] Più in dettaglio sulla particolarità di quest’organizzazione internazionale: L’UE: un’organizzazione peculiare – DirittoConsenso

[3] La procura europea, DirittoConsenso, Massimo Pillosu, febbraio 2021. Link: La Procura Europea – DirittoConsenso

[4] Green Deal europeo: per un’Europa sostenibile entro il 2050, DirittoConsenso, Francesca Scaini, giugno 2020. Link: La Politica estera e di difesa dell’UE – DirittoConsenso


Accordi di Minsk

Gli accordi di Minsk

Cosa sono gli accordi di Minsk? Qual era l’obiettivo che si voleva raggiungere? Come mai non hanno funzionato?

 

Introduzione storica agli accordi di Minsk

Per capire meglio che cosa sono gli accordi di Minsk è necessario fare un inquadramento storico. Gli Accordi di Minsk sono costituiti dal Protocollo di Minsk I e dal Protocollo di Minsk II rispettivamente del 2014 e del 2015. Gli accordi di Minsk furono pensati per porre fine al conflitto nel Donbass, regione nell’Est Ucraina, tra il governo di Kiev e le autorità separatiste filorusse. In seguito alla ‘’Rivolta di Majdan’’, che depose l’allora presidente ucraino Viktor Kanukovich, le autorità separatiste filorusse autoproclamarono le Repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk nel Donbass. Con il primo accordo di Minsk l’obiettivo era quello di porre fine al conflitto secessionista nell’est dell’Ucraina.

Dopo l’elezione del presidente ucraino Petro Poroshenko nel maggio del 2014, Ucraina, Russia e Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) stipularono gli Accordi di Minsk I per concordare un pacchetto di misure di contenimento della escalation della guerra nel Donbass[1]. Il processo negoziale non fu facile. L’OSCE in questo processo aveva il compito di osservare e verificare il cessate-il-fuoco e il ritiro degli armamenti pesanti.

Dopo la sottoscrizione di Minsk I nel 2014 i combattimenti proseguirono, a dimostrazione del fatto che l’Accordo di pace non era sufficientemente incisivo. Un ruolo decisivo in questo senso fu giocato da Francia e Germania che con Mosca e Kiev diedero avvio al cosiddetto ‘’Formato Normandia’’ per le negoziazioni quadrilaterali e la stipula dell’accordo di Minsk II nel 2015.

Si parlò di una iniziativa del ‘’Formato Normandia’’ in quanto i leaders di Francia, Germania, Russia e Ucraina si incontrarono durante il settantesimo anniversario dello sbarco alleato del D-Day in Normandia e qui si decisero di impegnarsi per dare una svolta alla guerra in Donbass. L’obiettivo era quello di concordare ‘’un Pacchetto di misure per l’implementazione degli accordi di Minsk I’’ e di organizzare una de-escalation delle tensioni attraverso un canale di dialogo volto a non dipendere dal circolo delle sanzioni imposte dall’Occidente a Mosca dopo l’annessione della Crimea.

Minsk II è stato siglato in occasione del terzo round di incontri nel febbraio del 2015 prima delle tensioni che si verificarono tra Occidente e Russia in Siria e Medio Oriente.

Già un anno dopo, nel 2016, ci si rese conto dell’incertezza circa l’effettiva attuazione delle clausole dell’accordo.

 

Cosa prevedono gli accordi di Minsk

Il processo di applicazione di Minsk II è monitorato, oltre che dall’OSCE, anche dal ‘’Quartetto di Normandia’’. L’accordo di Minsk si articola in 13 punti e prevede le seguenti misure:

  1. immediato e completo cessate-il-fuoco a partire dalla mezzanotte del 15 febbraio 2015;
  2. Ritiro dal fronte di tutte le armi pesanti da ambo le parti entro 14 giorni e creazione di una “zona di sicurezza”;
  3. Monitoraggio del cessate-il-fuoco e del ritiro delle armi pesanti da parte dei rappresentanti dell’OSCE;
  4. Una volta avvenuto il ritiro delle armi pesanti, avvio di un dialogo sulle modalità da seguire per lo svolgimento di elezioni locali nel Donbass, in accordo con la legislazione ucraina;
  5. Concessione della grazia e dell’amnistia per gli individui coinvolti nel conflitto;
  6. Rilascio di tutti gli ostaggi e di tutte le persone detenute illegalmente;
  7. Garanzia di accesso sicuro alle zone di combattimento per la consegna e la fornitura di aiuto umanitario sulla base di un meccanismo internazionale;
  8. Ripristino di tutti i servizi economici e sociali nelle zone coinvolte nel conflitto, inclusi trasferimenti sociali (es. il pagamento delle pensioni, ripristino del settore bancario);
  9. Ripristino del completo controllo del confine da parte dell’Ucraina in tutta la zona di conflitto, a partire dal giorno successivo alle elezioni nelle regioni di Donetsk e Lugansk;
  10. Ritiro di tutti i gruppi armati, equipaggiamento militare e dei mercenari dal territorio ucraino sotto monitoraggio dell’OSCE;
  11. Riforma costituzionale in Ucraina basata sul principio di decentralizzazione entro la fine del 2015, con un riferimento specifico alle regioni di Donetsk e Lugansk e adozione di una legislazione permanente sullo “statuto speciale” delle suddette regioni;
  12. Elezioni locali nelle regioni di Donetsk e Lugansk in rispetto degli standard OSCE. Le modalità di svolgimento delle elezioni devono essere discusse e concordate con i rappresentanti delle regioni di Donetsk e Lugansk all’interno del Gruppo di Contatto Trilaterale;
  13. Intensificazione del lavoro del Gruppo di Contatto Trilaterale attraverso la creazione di gruppi di lavoro.

 

Punti di discordia dopo la sottoscrizione di Minsk II e nuovo impulso per la pace

I punti di discordia per l’attuazione degli accordi Minsk sono stati diversi. Sicuramente un primo punto di difficile realizzazione sin da subito fu la piena e completa realizzazione del cessate il fuoco di cui al punto uno. Particolare preoccupazione, inoltre, ci fu per l’aumento dell’aliquota di armamenti pesanti rimossi dai siti di stoccaggio e reintrodotti nella zona di sicurezza (punto 2). Gli Osservatori Ocse continuarono a subire restrizioni nella loro libertà di movimento e di monitoraggio nel Donbass (punto 3). Questo avvenne principalmente nelle zone non controllate dal governo di Kiev e soprattutto in quei luoghi dove vi era il sospetto della presenza di armi proibite. Il punto 6 relativo al rilascio incondizionato di prigionieri incontrò molte difficoltà nella realizzazione.

Anche dal punto di vista politico la situazione non fu semplice. Il processo di riforma costituzionale che avrebbe dovuto garantire una progressiva decentralizzazione dei poteri nel paese (punto 11) e la relativa creazione di un qualche tipo di statuto speciale alle regioni di Donetsk e Lugansk si arenò. Vi era, infatti, una divergenza di vedute con i separatisti e indirettamente con la Russia relativamente a ciò che si doveva fare per arrivare a questo tipo di risultato. I leaders delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk e Mosca chiedevano che il governo di Kiev approvasse tale riforma costituzionale, riconoscesse lo statuto speciale al Donbass ed elaborasse una legge elettorale per i rappresentanti delle repubbliche stesse (punto 12).

Il presidente dell’Ucraina da parte sua sosteneva che la riforma costituzionale per la concessione dello statuto speciale al Donbass sarebbe avvenuta soltanto dopo aver organizzato elezioni in base ai criteri OSCE.  Per arrivare a questo, avrebbero però dovuto verificarsi condizioni come il cessate il fuoco, il ritiro di tutte le armi pesanti e delle truppe mercenarie (punto 10) e soprattutto il ripristino della sovranità territoriale al confine con la Russia (punto 9). Le parti anche dopo Minsk II sono risultate ancorate alle loro posizioni per cui sin da subito si capì la difficoltà a raggiungere un accordo sulla legge elettorale.

Nel 2019, tuttavia, furono compiuti alcuni progressi.

Vi furono innanzitutto due scambi di prigionieri. Il primo vertice del Quartetto Normandia dal 2016 si tenne a Parigi nel dicembre del 2019. Le parti, poi, convennero di applicare appieno il cessate-il-fuoco e ritirare le forze militari in altre tre regioni, non specificate però, entro la fine del marzo del 2020. Le parti ammisero che la missione speciale di monitoraggio dell’OSCE necessitava di un accesso sicuro in tutta l’Ucraina per attuare pienamente il proprio mandato. Rimasero, comunque, irrisolte le questioni relative alle elezioni nelle regioni controllate dai separatisti e allo status speciale per la regione del Donbass, voluto dalla Russia. Nel febbraio del 2020 cinque membri europei del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – Belgio, Estonia, Francia, Germania e Polonia – deplorarono le vittime e ricordarono alla Russia gli impegni assunti con gli accordi di Minsk.

 

Conclusione

Ad oggi si può dire che il cessate-il-fuoco previsto dagli accordi è stato più volte violato. L’OSCE ha registrato 200 violazioni tra il 2016 e il 2020 e oltre mille dal 2021. Dal 2014 ad oggi si contano, inoltre, oltre 13 mila vittime.

Diversi punti previsti dai Trattati non sono stati attuati anche a cause delle diverse interpretazioni che vengono date da Mosca e Kiev. Gli Accordi di Minsk non prevedono nessun obbligo per Mosca, che ritiene di non essere parte del conflitto, bensì di aver siglato gli stessi solo come mediatrice tra OSCE, Francia e Germania. L’ucraina dal canto suo sostiene che il ritiro di ‘’tutte le forze armate straniere’’ si riferisca alla Russia, la quale nega qualsiasi sua presenza militare nei territori separatisti. Kiev, inoltre, si è sempre rifiutata di parlare direttamente con i ribelli.

È stata la Francia di Macron nelle ultime settimane a rilanciare il ‘’Formato Normandia’’ per ridare vita al dialogo tra Russia, Ucraina, Francia e Germania alla luce dell’escalation di tensione tra Russia e Ucraina. Ad onore del vero, però, bisogna dire che la stessa Italia per voce del Presidente del Consiglio Mario Draghi ha affermato che le ‘’relazioni tra Ucraina e Russia sono disciplinate dagli Accordi di Minsk che non sono stati osservati da nessuna delle due parti’’.

Prima dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia si riteneva che gli Accordi di Minsk avrebbero potuto offrire una piattaforma di dialogo diretto tra Ucraina e Russia.

L’autonomia alle regioni separatiste avrebbe potuto essere un mezzo per Mosca per ottenere un veto sulle decisioni di politica estera ed ottenere in questo modo delle garanzie di sicurezza, soprattutto per quanto riguarda la non adesione dell’Ucraina alla Nato. L’Ucraina avrebbe potuto, invece, ripristinare il controllo sul suo confine con la Russia. Per il Cremlino dovevano essere attuate prima le disposizioni politiche e poi quelle militari, mentre per Kiev il contrario. L’Ucraina voleva che la Russia e quelle che vengono ritenute le ‘’forze per procura’’ si ritirassero dall’est in modo da riprendere il controllo del confine e, solo ottenuto ciò, sarebbe stata disposta a svolgere elezioni locali secondo standard internazionali e nel rispetto della legge ucraina. Inoltre, Kiev, invece di riconoscere alle repubbliche separatiste uno status speciale come chiede Mosca, avrebbe voluto riconoscere loro dei poteri extra nell’ambito di un più ampio programma di decentramento.

L’obiettivo era probabilmente quello di negare al Cremlino la possibilità di continuare a controllare i territori dell’Est e avere in questo modo voce in capitolo negli affari ucraini con rappresentanti delle regioni filorusse seduti al parlamento nazionale e autorità regionali pronte a contrastare le politiche non gradite a Mosca, come per esempio l’adesione alla NATO. La Russia, invece, in base alla sua interpretazione prevedeva prima le elezioni locali e il riconoscimento di status speciale nel Donbass. Duncan Allan, membro associato del programma Russia ed Eurasia presso il think tank Chatham House di Londra, ha sintetizzato così il dilemma di Minsk, e cioè chiedendosi se l’Ucraina è sovrana, come insistono gli Ucraini, o se la sua sovranità debba essere limitata, come richiede la Russia.

Informazioni

Un anno da Minsk II: a che punto siamo?, Daniele Fattibene, Osservatorio di Politica internazionale, n. 59-marzo 2016

Ucraina: perché occorre ritornare agli Accordi di Minsk?, Maurizio Delli Santi, Notizie Geopolitiche, gennaio 2022.

Che cosa sono gli accordi di Minsk sull’Ucraina, Andrea Muratore, Inside Over, febbraio 2022.

Ucraina: cinque anni dopo gli accordi di Minsk, EPRS, marzo 2020.

Ucraina, cosa sono gli accordi di Minsk e possono essere la soluzione della crisi?, Marta Serafini, Corriere della Sera, febbraio 2022.

[1] Il quadro giuridico delle relazioni russo europee, Alvise Accordati, Diritto consenso, giugno 2021. Link: Il quadro giuridico delle relazioni russo-europee – DirittoConsenso