Diritto d'autore

Il processo di armonizzazione del diritto d'autore in Europa

Un regime di tutela del diritto d’autore più armonizzato, che stimoli la creazione e gli investimenti in tale settore valorizzando la ricca diversità culturale del continente europeo, è ormai una necessità sempre più urgente per la realizzazione di un mercato interno più equo e più competitivo

 

Introduzione al diritto d’autore

Chi crea un’opera letteraria, scientifica o artistica originale, come poesie, articoli, film, canzoni o sculture, è tutelato dal diritto d’autore o copyright, che prende inizio dal momento stesso della creazione dell’opera[1]. Il diritto d’autore è il fondamento economico dell’industria creativa, dato che stimola l’innovazione, la creazione, gli investimenti e la produzione in tale settore[2]. La continua innovazione, l’evoluzione e la tutela della proprietà intellettuale, una visione globale dei mercati e delle opportunità esistenti sono gli elementi di forza oggi necessari per lo sviluppo delle imprese[3].

Tuttavia, sia all’interno della comunità Europea sia all’esterno di essa, le leggi sul diritto d’autore variano in modo considerevole tra gli Stati, anche a causa delle diversità degli ordinamenti giuridici improntati al common law o al civil law. Questa divisione ha reso inizialmente difficile l’avvio del processo di armonizzazione, che oggi sembra essere sempre più necessario per garantire una tutela del diritto d’autore che protegga nel modo più equo, efficace e uniforme possibile i diritti degli autori sulle loro opere letterarie o artistiche, prescindendo dai confini nazionali.

 

La diversità tra ordinamenti nazionali e tradizioni giuridiche – un limite alla realizzazione di uno spazio integrato in Europa?

L’art. 67 del TFUE lega il perfezionamento da parte dell’Unione Europea di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia ad alcune specifiche condizioni. La norma infatti stabilisce che tale realizzazione debba avvenire:

nel rispetto dei diritti fondamentali nonché dei diversi ordinamenti giuridici e delle diverse tradizioni giuridiche degli Stati membri.”

 

Inoltre, gli Stati membri dell’Unione Europea sono dotati di sistemi giudiziari eterogenei che, in ragione delle caratteristiche differenziali, spesso non sono in grado di trattare singole questioni processuali in maniera uguale, e talvolta, neanche in maniera simile. Ne deriva che la certezza del diritto, in una realtà giuridica culturalmente “pluralista” come quella Europea debba fondarsi su forme di sincretismo culturale[4].

Tale diversità, fortunatamente, ha trovato però elementi aggreganti nell’opera della Corte di Giustizia che, come per il più ampio quadro dei diritti fondamentali, ha svolto un ruolo centrale anche nel processo di armonizzazione del diritto d’autore[5]. In tale processo infatti si sono verificati diversi momenti di crisi a causa delle diverse opinioni politiche e della complessità dei diversi interessi coinvolti[6].

Per il diritto d’autore dunque non è stato facile staccarsi dalla territorialità, infatti in Europa si possono distinguere nettamente tre diversi sistemi:

  • Il modello francese, in cui il “droits d’auteur” è un diritto naturale dell’autore, l’autore stesso è posto al centro del sistema di tutela che si concentra principalmente sui diritti morali e di sfruttamento economico lasciando uno spazio limitato alle eccezioni e alle libere utilizzazioni.
  • Il diverso sistema di common law in cui il diritto d’ autore non si qualifica come un diritto naturale ma è un incentivo fornito dallo stato, l’idea alla base della tutela è che le opere d’ingegno beneficiano l’intera società e quindi al centro della disciplina si pone l’interesse pubblico, e non l’autore.
  • Il sistema vigente nei Paesi del Nord europa che segue invece una visione utilitaristica del diritto d’autore in cui le libertà degli utenti hanno un ruolo molto più prominente rispetto ai paesi che seguono il modello francese.

 

Questa divisione, come anticipato, ha reso inizialmente difficile l’avvio del processo di armonizzazione, tuttavia ora che il Regno Unito sta lasciando l’Europa, le discussioni sull’armonizzazione potrebbero evolversi rafforzando il modello francese.[7]

 

Primi tentativi di armonizzazione

I primi tentativi di uniformare il diritto d’autore a livello globale si possono far risalire alla Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche, adottata nell’ormai lontano settembre 1886[8]. La Convenzione fissa per tutti i Paesi firmatari misure atte a garantire una tutela automatica, reciproca ed indipendente del diritto d’autore, introducendo standard uniformi[9]. Secondo il c.d. “principio di assimilazione” di cui all’art.4 della Convenzione, le opere tutelate dalla legislazione di un determinato Paese devono godere della medesima protezione offerta dalla legislazione nazionale anche in tutti gli altri Paesi firmatari[10].

All’interno della comunità economica europea invece, il primo tentativo di armonizzazione delle legislature risale al 1991 con la direttiva relativa alla tutela giuridica dei programmi per elaboratore, in seguito, nel 1993 fu raggiunto un accordo per fissare la durata dei diritti d’autore a 70 anni dalla morte dell’autore (post mortem auctoris) attraverso la direttiva 93/98/EEC “concernente l’armonizzazione della durata di protezione del diritto d’autore e di alcuni diritti connessi”.

Successivamente, un momento fondamentale del processo di armonizzazione a livello Europeo si raggiunge con le direttive 2001/29/CE, sull’armonizzazione di taluni aspetti del diritto d’autore e dei diritti connessi nella società dell’informazione e la c.d. direttiva enforcement (2004/48/CE) che ha introdotto regole e principi comuni per uniformare le normative dei singoli Stati membri. La direttiva enforcement, sebbene costituisca un primo passo importante verso l’obiettivo finale, non garantisce in realtà una reale armonizzazione, poiché stabilisce degli standard minimi lasciando però ai singoli stati ampia possibilità di aumentare discrezionalmente la tutela.

Dal 2009 si rafforza maggiormente l’interesse all’armonizzazione del diritto d’autore a livello Europeo. A partire da quest’anno infatti la CGE ha iniziato ad emettere sentenze in materia di diritto d’autore che non si limitavano più alla sola interpretazione delle singole disposizioni delle varie direttive, ma che miravano ad un’armonizzazione di fatto del contenuto del diritto. In particolare si veda la sentenza INFOPAQ C-5/08[11] (ovvero una sentenza inerente ad un rinvio pregiudiziale[12] della corte Danese, punto da cui si deve partire per capire al meglio l’attività di armonizzazione della corte di giustizia).

Altra sentenza importante in questo processo è la sentenza ZIGGO, scaturita da una questione posta dal giudice nazionale olandese in tema di responsabilità delle piattaforme. Con tale sentenza infatti l’avvocato generale, distaccandosi dalla lettera della norma evidenziò ulteriormente la necessità di intraprendere un’armonizzazione di fatto in tema di diritto d’autore.

 

Perchè è necessaria l’armonizzazione?

L’armonizzazione del diritto d’autore a livello Europeo (o ancor di più, globale) è necessaria al fine di garantire un livello di protezione più alto per i diritti economici, di assicurare un’interpretazione rigorosa e uniforme delle eccezioni ed un’esecuzione proporzionale ed efficace della disciplina.

Gli obiettivi a cui punta il processo di armonizzazione possono essere sintetizzati in tre punti principali, interdipendenti tra loro:

  • creazione di un mercato interno unico
  • maggiore competitività rispetto ad altri sistemi giuridici
  • creazione di un sistema più equo.

 

Per realizzare i diversi obiettivi sono stati presi diversi provvedimenti a seconda del fine perseguito: ad esempio, i provvedimenti adottati per uniformare la durata della tutela a livello Europeo e quelli inerenti al diritto di comunicazione al pubblico, così come ad altri diritti connessi, si sono rivelati necessari per uniformarne l’interpretazione ed evitare incongruenze che ostacolerebbero la possibilità di creare un mercato interno unico.

Per quanto riguarda l’aumento della competitività rispetto ad altri sistemi giuridici, un esempio emblematico è dato dal caso del contenzioso “Google Books”[13] negli USA, in cui Google è stata esonerata dalla responsabilità poiché la digitalizzazione delle opere è stata considerata come rientrante nel c.d. “Fair Use”, nozione inesistente nel contesto Europeo dove le regole più strette avrebbero sicuramente portato ad un diverso epilogo, avvantaggiando così gli Stati Uniti nell’utilizzo delle opere orfane[14]. Partendo da questo caso che ha evidenziato la necessità di aumentare la competitività del mercato Europeo in confronto a quello Statunitense è stata poi emanata anche in Europa una direttiva sulle opere orfane[15], in particolare, per la promozione di un approccio comune al conferimento dello status di opera orfana e alla definizione degli utilizzi consentiti delle stesse, necessario per garantire la certezza del diritto nel mercato interno per quanto concerne l’utilizzo di dette opere da parte di biblioteche, istituti di istruzione e musei accessibili al pubblico, nonché archivi, istituti per il patrimonio cinematografico o sonoro ed emittenti di servizio pubblico[16]. Per la creazione ed implementazione di un sistema più equo degna di nota è la più recente direttiva “Digital Single market”[17] che mira appunto ad un bilanciamento di interessi per riequilibrare le posizioni delle parti in gioco[18].

La direttiva sul Copyright nel mercato unico digitale è stata molto discussa, soprattutto per alcune disposizioni in essa contenute, adottata nel 2019 è attualmente in corso il processo di trasposizione nei diversi stati membri[19]. Nello specifico la proposta della Commissione avvenuta nel 2016 è stata seguita da due anni di discussioni, che hanno portato poi all’adozione soltanto in Aprile 2019 con il voto contrario di Italia, Svezia, Polonia, Paesi Bassi e Lussemburgo e senza la facoltà di votare per l’approvazione dei singoli articoli. Questo passo sancisce l’approvazione dei controversi articoli 11 e 17, la versione emendata dell’ex art. 13, comprendenti la cosiddetta “legge salva-meme” e le clausole di protezione della libertà d’espressione per utenti finali.

Informazioni

[1] Sito ufficiale UE – https://europa.eu/youreurope/business/running-business/intellectual-property/copyright/index_it.htm

[2] Cit. Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea – DIRETTIVA 2012/28/UE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 25 ottobre 2012

[3] Cfr. Federica Della Monica, “La proprietà intellettuale e i suoi diritti” articolo su DirittoConsenso 12/09/19 https://www.dirittoconsenso.it/2019/09/12/proprieta-intellettuale-diritti/

[4] Si veda sul punto A.GAMBARO, R.SACCO, “Sistemi Giuridici Comparati” – Torino, 2009

[5] Cfr. A.DI STASI, “Spazio Europeo e Diritti di giustizia” – CEDAM 2014

[6] Specialmente in riferimento al tema del bilanciamento tra la tutela della proprietà intellettuale (categorizzata come diritto fondamentale) e altri diritti fondamentali coinvolti (come la libertà di espressione, la libertà di impresa degli intermediari e così via)

[7] O almeno questo è quello che ci si aspetta

[8] Inizialmente adottata soltanto da una decina di Paesi tra cui Italia, Francia, Spagna e Regno Unito. Solo nel 1989 cioè quasi un secolo dopo verrà ratificata anche dagli Stati Uniti

[9] Ad esempio, fissando il limite minimo della tutela a 50 anni dalla morte dell’autore per tutti i Paesi firmatari della convenzione (In Europa il copyright fissa il limite a 70 anni dalla morte dell’autore o dell’ultimo superstite in caso di opere collettive.)

[10] G.CODIGLIONE, “Opere dell’ingegno e modelli di tutela – regole proprietarie e soluzioni convenzionali” – GIAPPICHELLI 2017

[11] La decisione riguardava la riproduzione di estratti di alcuni articoli (11 parole circostanti ad una specifica parola chiave ricercata) che si contestava costituisse una violazione del diritto d’Autore

[12] Tale rinvio si ha quando un tribunale nazionale rinvia alla corte per l’interpretazione di una norma necessaria alla risoluzione di una controversia

[13] https://www.wired.it/attualita/tech/2016/04/19/google-books-copyright/

[14] Opere di cui non si conosce l’autore

[15] “La coesistenza di approcci diversi al riconoscimento dello status di opera orfana nei diversi Stati membri può ostacolare il buon funzionamento del mercato interno, nonché l’utilizzo delle opere orfane e l’accesso ad esse in altri paesi. Detti approcci diversi potrebbero inoltre limitare la libera circolazione di beni e servizi che incorporano contenuti culturali.” Cit. Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea – DIRETTIVA 2012/28/UE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 25 ottobre 2012

[16] Cfr. Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea – DIRETTIVA 2012/28/UE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 25 ottobre 2012

[17] DIRETTIVA 2019/790

[18] In particolare in riferimento allo sfruttamento  delle opere senza giusto compenso da parte di determinate  Piattaforme come YouTube

[19] La deadline per completare la trasposizione è fissata per il 7/06/2021


Right to repair

"Right to repair" e il nuovo piano per l'economia circolare

Nel Green Deal europeo il ‘right to repair’ è una delle misure volte a contrastare l’inquinamento e a favorire lo sviluppo dell’economia circolare

 

Perché abbiamo bisogno del “Right to repair”?

Quante volte ti sarà capitato di dover riparare il tuo “nuovo” smartphone?  Forse potrebbe non essere tutta colpa della tua maldestria, molto spesso ciò accade per la scarsa resilienza di cui sono dotati i nostri dispositivi che è in parte dovuta alla c.d. obsolescenza programmata, ovvero il processo per cui un dispositivo elettronico (smartphone, computer, tablet, elettrodomestico) dopo un paio di anni dall’acquisto o dal lancio sul mercato diventa inutilizzabile o molto semplicemente si rompe[1]. Fortunatamente ci sono buoni motivi per credere che presto tutto ciò possa cambiare in favore dei consumatori. A questo problema l’Unione Europea intende raggiungere l’obiettivo di porre le basi di un’economia moderna, efficiente e soprattutto sostenibile. Tra questi principi vi è la regola del “right to repair”.

È bene fare una piccola premessa. Probabilmente fra trent’anni l’umanità consumerà risorse come se avessimo a disposizione tre pianeti Terra e la produzione di rifiuti a livello globale aumenterà spropositatamente. Nonostante uno scenario simile, oggi soltanto il 12% dei materiali viene reintrodotto nel ciclo produttivo. Tra questi particolare attenzione è da tempo posta sui rifiuti elettronici (c.d. RAEE) che, se non correttamente smaltiti o riciclati, sono tra i più dannosi per l’ambiente[2]. Un’inversione di tendenza dinnanzi a questi dati si rivela assolutamente imprescindibile, ed è in quest’ottica che l’UE mira a rendere la norma uno stile di produzione sostenibile attraverso una serie di iniziative che dovrebbero concretizzarsi nel 2021.

Oggi gran parte dei dispositivi elettronici viene riparata esclusivamente dalle imprese che li producono o da negozi autorizzati. Rivolgersi a punti vendita non autorizzati dai produttori durante il periodo di garanzia la rende invalida perché nella maggior parte dei casi le parti di ricambio che vengono utilizzate non sono ufficiali, sebbene il prezzo dell’intervento di riparazione in quest’ultimo caso sia decisamente più basso.

 

Cos’è il Diritto alla Riparazione?

Il “diritto alla riparazione” parte di un più ampio pacchetto di politiche noto come “Green Deal[3]” introdotto nel mese di Marzo 2020, è l’ultimo esempio delle ambizioni dell’Unione europea di promuovere una crescita economica più sostenibile e prevenire gli sprechi. Come? Nel modo più semplice e trasparente possibile: imponendo con norme da approvare nei singoli Stati una produzione più sostenibile.

In Europa si stima che meno del 40% dei rifiuti elettronici venga correttamente riciclato e per tentare di aumentare questa percentuale sono attualmente in discussione diverse proposte, anche in risposta alle accuse degli ambientalisti verso la Commissione guidata dalla Von Der Leyen sul non aver ancora tentato sufficientemente di ridurre i consumi[4]. Al Green Deal lavoreranno sia la Commissione – l’organo esecutivo dell’Unione – sia il Parlamento e il Consiglio, che invece detengono il potere legislativo. Le misure saranno di natura legislativa diversa: le più importanti saranno le direttive e i regolamenti, cioè leggi europee vincolanti per gli Stati membri[5].

L’UE ha già introdotto, per il momento, il “Right to repair” che sarà in vigore dal 2021 limitandolo, però, ai soli elettrodomestici: lavatrici, lavastoviglie, frigoriferi e apparecchi per l’illuminazione evitando così di farli finire in discarica.

In estrema sintesi, le aziende produttrici dovranno per legge rendere disponibili i pezzi di ricambio per 7 anni dalla commercializzazione di ogni nuovo elettrodomestico, che salgono a 10 anni per le lavatrici. I benefici saranno sia di carattere ecologico, sia finanziario per chi possiede questi prodotti. L’iter legislativo non è ancora concluso, manca il voto del Parlamento Europeo, poi da aprile 2021 le misure dovranno essere adottate dai Paesi membri. Prima di cantare vittoria però è bene fare qualche precisazione, perché la norma che si vede all’orizzonte favorisce solo i centri professionali autorizzati.

I manuali (insieme ai pezzi di ricambio) non saranno disponibili pubblicamente ma saranno distribuiti solo ai riparatori professionisti. Insomma, non si potranno fare interventi “fai da te”. Non è chiaro invece se verrà istituito o meno un registro con l’elenco dei centri autorizzati. In caso contrario, spetterà singolarmente ai centri di riparazione dimostrare di essere autorizzati a effettuare l’intervento, e quindi di avere diritto a ricevere ricambi e manuali[6]. Un secondo aspetto importante della nuova normativa sugli elettrodomestici riguarda i consumi energetici, che fino ad ora non prevedono un sistema di misura adeguato a distinguere quali elettrodomestici sono effettivamente più ecologici. Dal 2021, quindi, le aziende dovranno offrire ai consumatori ulteriori alternative per rispettare il diritto di riparazione, come ad esempio la possibilità di intervenire con attrezzi convenzionali utilizzando dei comuni pezzi di ricambio che non danneggino l’apparecchio. Il diritto previsto dall’Unione europea si applica però solo sugli elettrodomestici più abituali, evitando di far finire in discarica frigoriferi e lavastoviglie, restano fuori – almeno per ora – altri dispositivi come gli smartphone[7]. Per quanto riguarda questi ultimi invece la Commissione sta prendendo in considerazione un regime a livello UE che consentirebbe ai consumatori di riparare vendere o restituire vecchi telefoni, tablet e caricabatterie. La legge dovrà essere concordata dagli Stati membri dell’Unione e dal Parlamento Europeo[8].

 

“Vogliamo trasformare questi settori in sistemi circolari in cui i rifiuti vengono ridotti al minimo. Se i rifiuti non possono essere evitati, allora bisogna trasformarli in una risorsa preziosa.”[9]. Tra l’altro, dato che l’Europa non è ricca di risorse naturali, un ulteriore vantaggio dell’attuare un piano per sostenere l’economia circolare sarebbe quello di rafforzare l’immunità della nostra economia dalle sfide geopolitiche, riuscendo così a creare nuove opportunità commerciali nell’UE e oltre, a beneficio dei cittadini[10].

 

Un focus sui rapporti con il Regno Unito

L’UE vuole che il Regno Unito si adegui agli standard europei in materia di tutela dell’ambiente e dei consumatori. Senza menzionarlo direttamente, il piano di riciclaggio afferma che Bruxelles “assicurerà” che i futuri accordi di libero scambio “riflettano gli obiettivi rafforzati dell’economia circolare”[11]. Almeno alcune delle nuove misure previste si applicheranno anche al Regno Unito, in quanto risulta difficile credere che le società tecnologiche produrranno merci con standard diversi per il più piccolo mercato britannico. Mentre sono in corso negoziati tra l’UE e il Regno Unito su un accordo di libero scambio, non è dunque ancora chiaro se questo seguirà tutti gli standard prescritti dall’UE.

 

Il nuovo commissario UE all’ambiente e agli oceani e il Piano d’azione per l’economia circolare

Virginijus Sinkevičius è il più giovane commissario della storia dell’Unione europea. Ventotto anni, lituano, è nato il 4 novembre 1990. La carriera politica di Sinkevičius inizia con l’entrata in Parlamento nel 2016, a soli 26 anni, ottenendo nell’anno seguente la carica di ministro dell’Economia e dell’Innovazione. È membro della Seimas, il parlamento monocamerale che lo ha indicato in agosto come il nome giusto da spendere a Bruxelles.[12] Oggi è commissario europeo all’Ambiente e agli Oceani, posizione fondamentale visti i principali obiettivi dichiarati dalla presidente della Commissione, Ursula Von Der Leyen, che vede l’ambiente come uno dei primissimi punti del suo programma. Nel 2018 Apolitical lo ha inserito tra i 100 leader del futuro[13].

“Il modello di crescita lineare del take-make-use-discard ha raggiunto i suoi limiti, vogliamo assicurarci che qualsiasi prodotto immesso sul mercato E.U. sia progettato per durare più a lungo, per essere più facile da riparare e aggiornare, più facile da riciclare e più facile da riutilizzare ” dichiara Sinkevičius, ai giornalisti a Bruxelles presentando il “Piano d’azione per l’economia circolare”. Il nuovo piano prevede numerose azioni e aree di intervento concentrandosi sui settori che utilizzano la maggior parte delle risorse, quelle aree in cui la circolarità avrà il massimo effetto. Include elettronica e ICT, materie plastiche, veicoli, costruzioni ed edifici, cibo, acqua e sostanze nutritive. La nuova strategia prevede anche misure per introdurre finalmente un caricabatterie universale per smartphone (risultato che l’Unione Europea cerca da tempo di raggiungere attraverso raccomandazioni non vincolanti rivolte ai produttori, fino ad oggi con scarso successo) obiettivi per ridurre gli imballaggi e un nuovo quadro per riciclare batterie e tessuti.

Grande promotore delle politiche sull’economia circolare, sostiene infatti che questa sia il sentiero da percorrere verso un uso più sostenibile delle risorse, promuovendo una produzione e un consumo più sostenibili e una migliore gestione dei rifiuti. Il nuovo piano d’azione per l’economia circolare da lui recentemente promosso è stato pensato fissando tre obiettivi principali: rafforzare la competitività dell’industria europea, dare maggior potere ai consumatori e proteggere l’ambiente allo stesso tempo. Sinkevičius ha concluso il discorso di presentazione del piano dicendo: “Sono fiducioso che tali azioni miglioreranno molti aspetti della nostra vita, creeranno numerose opportunità commerciali e avranno un impatto positivo sull’ambiente.”.

 

Il punto di vista dei consumatori

Monique Goyens, direttrice generale dell’Organizzazione europea dei consumatori, sostiene che questo piano d’azione è cruciale per rendere la green-transition realtà. “Se vogliamo che i consumatori facciano la loro parte, dovrebbe essere facile, conveniente ed economico per loro comprare in maniera sostenibile, il che è molto lontano da ciò che accade oggi.” L’obiettivo è rendere i consumatori più potenti attraverso una migliore informazione sui prodotti e servizi offerti. Quando le informazioni sono precise e affidabili evitare il “Green-washing”[14] diviene molto più semplice.

Informazioni

[1] Per saperne di più “L’obsolescenza programmata” di Roberto Giuliani su DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2019/08/13/lobsolescenza-programmata/

[2] Ce ne parla anche Roberto Giuliani nel suo articolo “I Raee” su DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2019/02/01/i-raee/

[3] Si tratta di un accordo tra i Paesi Eu che prevede di adoperarsi attraverso un piano d’azione per essere il primo continente a impatto zero sul clima. Concretamente, il Green Deal europeo sarà una «strategia», cioè una serie di misure di diversa natura – fra cui soprattutto nuove leggi e investimenti – che saranno realizzate nei prossimi trent’anni. (Per saperne di più vedi: https://www.ilpost.it/2020/02/02/green-deal-europeo/)

[4] Cfr. Elian Peltier – Europe Wants a ‘Right to Repair’ Smartphones and GadgetsNew York Times 12/03/2020

[5] Cit. Luca Masculin “Il Green Deal europeo, spiegato bene” – Il Post 02/02/2020

[6] Tom’s Hardware per il fatto – Il fatto quotidiano

[7] Carlos Arija Garcia su “La legge per tutti”

[8] Cfr. Press statement by Commissioner Virginijus Sinkevičius on the new Circular Economy Action Plan; 11/03/2020 BRUSSELS

[9] Cit. Sinkevičius

[10] Cfr. Press statement by Commissioner Virginijus Sinkevičius on the new Circular Economy Action Plan; 11/03/2020 BRUSSELS

[11] The Guardian – “EU brings in right to repair“ (11-03-2020)

[12] Cit. Alessandro Di Stefano – “Sinkevičius, a 28 anni Commissario UE Ambiente con un passato nel mondo startup” su STARTUPITALIA

[13] https://apolitical.co/lists/100-government-leaders/

[14] Sotto la categoria di Greenwashing rientrano tutti i tentativi di aziende o brand di mostrarsi pubblicamente più attenti, sensibili, attivamente impegnati in questioni ambientali di quanto lo siano effettivamente. In Italia uno dei primi provvedimenti emessi in tema greenwashing è quello dell’ Autorità garante della concorrenza e del mercato che  ha disposto il 15 gennaio 2020 una multa di 5 milioni di euro nei confronti di Eni, il colosso energetico italiano a prevalente capitale pubblico, per “pratica commerciale ingannevole” in merito alla pubblicità “ENIdiesel+” (articolo completo su https://www.legambiente.it/maxi-multa-per-eni-ha-ingannato-i-consumatori-sul-green-diesel/)


proprietà intellettuale

La proprietà intellettuale e i suoi diritti

Di questi tempi stiamo assistendo a una vera e propria evoluzione della proprietà intellettuale che non riveste più esclusivamente una funzione difensiva dei redditi aziendali, ma al contrario deve essere analizzata al fine di individuare nuove possibilità di generare ricchezza. Al tradizionale approccio legale o difensivo, si affianca, quindi, un approccio c.d. business-oriented nelle modalità di valutazione della proprietà industriale e del diritto d’autore, intesi come strumenti competitivi e finanziari

 

Introduzione

Nell’ era dell’economia della conoscenza, il concetto di valore si concentra nello sfuggente territorio delle idee. Si compra, si produce, si desidera il significato che si attribuisce a determinati prodotti molto più di quanto non si compri, non si produca e non si desideri quei prodotti stessi. È essenziale quindi, nel passaggio verso una economia ad alto contenuto immateriale, fermarsi a riflettere sul ruolo determinante di specialità industriali quali sono i marchi, i brevetti ed il diritto d’autore, per il decisivo sviluppo delle imprese italiane, che per lungo tempo hanno sottovalutato il potenziale di questi asset dormienti.

I beni intangibili di un’azienda sono i motori fondamentali della sua crescita nel medio-lungo periodo e della sua creazione di valore, pertanto, misurare e valorizzare tali beni sono attività fondamentali per la gestione sempre più consapevole del patrimonio strategico aziendale. Accade sempre più spesso, ad esempio, che i consumatori preferiscano un prodotto ad un altro prendendo in considerazione il suo aspetto estetico: si pensi al caso Apple. Altre volte i consumatori sono richiamati dal marchio di un prodotto, come avviene ad esempio per i prodotti di largo consumo, si veda il caso Coca-cola nel mercato di cibi e bevande o come avviene nel mercato della moda, in cui marchi come Dolce&Gabbana, Gucci, Versace e tutti gli altri marchi protagonisti dell’Italian Fashion possiedono quote rilevanti di mercato anche sulla base della reputazione che le rispettive aziende sono riuscite a creare e conservare sui propri marchi. In altri casi, i fattori che definiscono il successo di un’impresa sono le idee innovative e le innovazioni tecnologiche: basti pensare allo sviluppo spropositato di Google o anche al successo di Facebook e degli altri social network. Si tratta solo di alcuni esempi dei tantissimi casi in cui, grazie ad un’adeguata valorizzazione del proprio patrimonio di intangibles, le imprese hanno guadagnato enormi vantaggi competitivi sul mercato.

 

Di cosa stiamo parlando?

I beni di proprietà intellettuale, che comprendono le creazioni intellettuali e le opere dell’ingegno, sono risorse intangibili alle quali è accordata un espressa tutela legale che protegge tali beni come espressione originale della personalità umana[1]. Al concetto di Proprietà Intellettuale fanno capo due grandi aree del diritto: il diritto dei brevetti e dei marchi[2], racchiuso principalmente nel codice della proprietà  industriale, a cui si aggiunge il diritto d’autore, disciplinato separatamente dalla L. 633/1941.

Ai sensi dell’art 2575 c.c., sono oggetto della legge sul diritto d’autore le opere dell’ingegno di carattere creativo appartenenti “alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro e alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione. Il Diritto d’autore svela una doppia anima, racchiude infatti due caratteri: quello morale e quello patrimoniale. Sotto il profilo patrimoniale, il diritto d’autore è designato come un diritto esclusivo e temporaneo di pubblicazione nonché di utilizzazione economica dell’opera. All’ interno di questa ampia formula possono essere poi individuati altri diritti più specifici quali quello di riproduzione, trascrizione, traduzione, distribuzione, esecuzione, e comunicazione al pubblico. Tali c.d. diritti di utilizzazione economica sono validi generalmente per settanta anni dalla morte dell’autore. A questi sono affiancati i c.d. diritti morali, caratterizzati dal fatto di essere inalienabili, irrinunciabili, imprescrittibili e perpetui.

La disciplina vigente poi riconosce anche i c.d. diritti connessi, ossia tutti quei diritti non facenti capo all’autore ma intimamente legati alla diffusione delle opere protette, come ad esempio quelli attinenti alle attività imprenditoriali di gestione dei diritti d’autore[3]. Contrariamente a quanto avviene per il diritto d’autore, la costituzione di diritti di proprietà industriale necessita di un espresso provvedimento di concessione dell’autorità competente, all’esito del procedimento di esame della relativa domanda[4]. In mancanza di tale provvedimento, e quindi in maniera del tutto indipendente dal reale valore dell’innovazione o della creazione, non sorge alcun diritto (che quindi non potrà essere oggetto di trasferimento o valorizzazione), prevalendo anzi il principio della libera circolazione e utilizzazione delle idee.

Parlando più specificamente di beni immateriali di impresa, si fa riferimento a quel complesso di risorse che si basano sulla nozione di informazione intesa in senso lato e che sono formate dal patrimonio di know-how tecnologico, di marketing, produttivo, finanziario e manageriale compreso all’interno dell’azienda, e dalla stima, credibilità e reputazione che gli stakeholders ripongono nell’impresa stessa[5]. Per tali motivi, le imprese più strutturate e finanziariamente stabili, si sono affrettate in una corsa alla registrazione di marchi e brevetti, come si nota dalle ultime stime dell’Ufficio Brevetti Europeo. Può dunque sicuramente affermarsi che non siamo difronte a una “moda” manageriale che si dissolverà nei prossimi anni, ma assistiamo a una vera e propria rivoluzione del modo stesso di pensare l’impresa, non più radicata sui classici fattori di capitale e lavoro, ma al contrario, fondata sulle persone e sulle loro capacità intellettuali[6]. La continua innovazione, l’evoluzione e la tutela della proprietà intellettuale, una visione globale dei mercati e delle opportunità esistenti sono gli elementi di forza oggi necessari per lo sviluppo della propria impresa.

Oggi in realtà con l’affermarsi di un sistema in cui vige il principio di libertà di iniziativa economica e la conseguente tendenza alla libera disponibilità dei mezzi adibiti alla produzione e alla commercializzazione dei beni, il riconoscimento di diritti esclusivi[7] accordati alla tutela della proprietà intellettuale appare quasi anomalo. Tuttavia, questa sopravvivenza di riserve di tipo monopolistico si giustifica entro i limiti in cui questi diritti siano conformi a una funzione economico-sociale individuata dal legislatore. La stessa circostanza che il bene immateriale rappresenta un’astrazione non desunta in maniera diretta dalla realtà fa sì che la sua qualità di “bene giuridico”, e pertanto di possibile oggetto di diritti, sia sempre il risultato di una valutazione di opportunità compiuta dal legislatore, sulla base della specifica ratio che egli intende perseguire[8].

 

Le caratteristiche dei diritti IP nell’era dell’economia della conoscenza e le problematiche che fino ad oggi ne hanno impedito lo sviluppo

Il successo delle aziende è oggi prevalentemente determinato dalla dotazione di beni intangibili, tra cui appunto gli asset di proprietà intellettuale. Il Capitale intellettuale, è lo stock di intangibili interno[9] ed esterno[10]di proprietà e a disposizione di un’impresa, che le consente di trasformare un insieme di risorse materiali, finanziarie e umane in un sistema capace di creare valore per gli stakeholders mediante il raggiungimento di vantaggi competitivi. Tradizionalmente le imprese non prestano la dovuta attenzione ai propri beni immateriali, e tantomeno considerano indispensabile una attenta pianificazione strategica dei propri asset di proprietà intellettuale che sia coerente con le scelte e le strategie commerciali e finanziarie dell’impresa. Tuttavia, negli ultimi anni è maturata la consapevolezza della funzione strategica della proprietà intellettuale e del fatto che essa possa ricoprire non soltanto un ruolo esclusivamente difensivo e di protezione dei segreti e della conoscenza delle imprese, ma anche un ruolo di sostegno alla competitività delle stesse, attraendo nuove forme di finanziamento. Cresce dunque l’importanza del patrimonio di conoscenze dell’impresa, della cultura aziendale, delle norme e dei processi organizzativi[11], ma, nonostante ciò, i beni intangibili che sostengono l’intera realtà operativa dell’impresa, sono risorse che ancora non risultano adeguatamente valorizzate dai tipici sistemi di monitoraggio e reporting, sebbene siano sempre più rilevanti per competere.

La determinazione del valore dei beni di proprietà intellettuale è di estrema importanza per contrastare l’incertezza che oggi contraddistingue l’investimento in intangibles. Da tale incertezza deriva inoltre un aumento dei costi d’agenzia, ovvero quei costi connessi all’indagine sull’esistenza di possibili conflitti di interesse, e che si traducono nella richiesta di un tasso d’interesse più elevato sui finanziamenti che scoraggia le imprese dall’avvalersi di tali strumenti. Tale situazione determina una serie di conseguenze avverse sia rispetto al rapporto con la banca e gli investitori, sia nell’allocazione delle risorse interne. La scarsa disponibilità a fornire finanziamenti a causa del divario informativo e della possibile sussistenza di conflitti d’interesse, finisce per rendere non concretizzabili, dal punto di vista finanziario, investimenti redditizi ma decisamente troppo rischiosi.

Un’adeguata protezione dei diritti di proprietà intellettuale può costituire la base per lo sviluppo di portafogli di titoli in grado di funzionare tanto come elemento di attrazione verso capitali di rischio, quanto come criterio di preferenza (tra altri) rispetto ad altre imprese concorrenti per l’eleggibilità e l’accesso a fondi pubblici (nazionali e comunitari) e finanziamenti bancari. Gli innovativi strumenti di IP Finance attivati su portafogli di diritti di proprietà intellettuale di una certa consistenza potranno consentire alle imprese che detengono diritti di proprietà intellettuale di accedere a fonti speciali di finanziamento[12]. Nell’era dell’economia della conoscenza, sviluppare il capitale intellettuale è un imperativo gestionale e strategico per un’impresa, anche se di piccole dimensioni.

Gli asset tangibili (in pratica quelli fisici e finanziari) sono in grado di generare un modesto ritorno sugli investimenti, dal momento che rappresentano forme di capitale comuni e facilmente imitabili. Soltanto risorse rare, di valore, difficilmente imitabili, consolidate nel tempo grazie a meccanismi di apprendimento evolutivo, consentono un differenziale positivo rispetto ai concorrenti. Le risorse intangibili presentano queste caratteristiche e aggiungono valore agli asset materiali dell’impresa, garantendo a talune imprese periodi di profitti e di crescita straordinari, superiori alla norma, frutto di posizioni di vantaggio competitivo transitorie e di monopoli temporanei. Gli attuali scenari competitivi si sono come biforcati in due mondi, per quanto interrelati tra loro, rispondenti a regole di creazione del valore differenti: il primo basato sulla trasformazione delle risorse tangibili, il secondo sulla gestione e lo sviluppo di forme di capitale intellettuale e immateriale. Ed è proprio l’importanza crescente degli intangibili che sta portando, in questi ultimi anni, ad una profonda rivisitazione delle tradizionali metodologie valutative, mediante le quali si cerca di stimare il valore d’impresa. Il valore del capitale intangibile, infatti, è fondamentalmente invisibile in bilancio e sfugge alle lenti delle analisi valutative tradizionali: questo perché risponde a regole profondamente differenti rispetto a quelle che presiedono la dinamica degli asset materiali[13]. Dunque, nonostante la loro sempre più rilevante importanza e gli enormi sviluppi che hanno interessato questo settore negli ultimi anni, gli intangibili rappresentano ancora un elemento del business che la maggior parte delle aziende non gestisce, non misura e non pubblicizza, spesso a causa della mancanza delle conoscenze adeguate.

Nello scenario economico attuale dunque, tutto ciò costituisce un ostacolo allo sviluppo dell’economia, dato che, come abbiamo evidenziato, le possibilità di crescita delle imprese sono sempre più legate alla disponibilità di un patrimonio di intangibles che consenta loro di affrontare la competizione e di operare con successo nei mercati internazionali. Per fare ciò, è fondamentale sviluppare una piena coscienza del valore dei diritti di privativa intellettuale e del loro potenziale sfruttamento per la creazione di valore aziendale, poiché – in una knowledge-based economy, come quella attuale – il bene più prezioso è rappresentato dalla conoscenza intesa in tutte le sue forme[14].

Informazioni

BUONOCORE – Manuale di diritto commerciale.

GIORGIO GIANNONE CODIGLIONE in “Opere dell’ingegno e modelli di tutela, regole proprietarie e soluzioni convenzionali”, GIAPPICHELLI EDITORE

VICARI S., “‘Invisible asset’ e comportamento incrementale”, in “Finanza, Marketing e Produzione”, n.2, 1989

FEDERICA DELLA MONICA “Le garanzie sui diritti IP: La valorizzazione della proprietà intellettuale nei finanziamenti alle imprese”

FRANCO D’EGIDIO – “Intangibles; gestione, valutazione e reporting delle risorse intangibili delle aziende”, ETAS, 2003

“Come sfruttare efficacemente la P.I. – Guida operativa al sistema della proprietà intellettuale in Italia, Ministero dello sviluppo economico, dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione, direzione generale per la lotta alla contraffazione – Ufficio italiano brevetti e marchi.

FULVIO BARTOLI – “GLI INTANGIBILI: IL PATRIMONIO INVISIBILE”

LORENZO FACCINCANI – come sfruttare efficacemente la proprietà intellettuale d’impresa nel corporate lending

[1] Cfr. BUONOCORE – Manuale di diritto commerciale.

[2] In riferimento ai quali si parla più correttamente di diritto industriale.

[3] Cfr. GIORGIO GIANNONE CODIGLIONE in “Opere dell’ingegno e modelli di tutela, regole proprietarie e soluzioni convenzionali”, GIAPPICHELLI EDITORE – Torino, pag. 52 e ss.

[4] Che sarà una domanda di brevettazione per i brevetti, o una domanda di registrazione per i marchi.

[5] Cfr. VICARI S., “‘Invisible asset’ e comportamento incrementale”, in “Finanza, Marketing e Produzione”, n.2, 1989, p.69.

[6] Cfr. FRANCO D’EGIDIO, in “Intangibles; gestione, valutazione e reporting delle risorse intangibili delle aziende”, ETAS, 2003;

[7] In realtà veri e propri monopoli

[8] Cfr. “Come sfruttare efficacemente la P.I. – Guida operativa al sistema della proprietà intellettuale in Italia”, Ministero dello sviluppo economico, dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione, direzione generale per la lotta alla contraffazione – Ufficio italiano brevetti e marchi.

[9] Competenze, skills, capacità, ecc.

[10] Immagine, marchi, customer satisfaction, ecc.

[11] C.d patrimonio strategico d’impresa.

[12] Cit. “Come sfruttare efficacemente la P.I. – Guida operativa al sistema della proprietà intellettuale in Italia”, Ministero dello sviluppo economico, dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione, direzione generale per la lotta alla contraffazione – Ufficio italiano brevetti e marchi

[13] Cfr. FULVIO BARTOLI in “GLI INTANGIBILI: IL PATRIMONIO INVISIBILE”

[14] Cfr. Il valore dei diritti di proprietà intellettuale in “Come sfruttare efficacemente la P.I. – Guida operativa al sistema della proprietà intellettuale in Italia”, Ministero dello sviluppo economico, dipartimento per l’impresa e l’internazionalizzazione, direzione generale per la lotta alla contraffazione – Ufficio italiano brevetti e marchi e con LORENZO FACCINCANI, come sfruttare efficacemente la proprietà intellettuale d’impresa nel corporate lending, pag.5