Piano d'Azione per la Democrazia Europea

Il Piano d'Azione per la Democrazia Europea

Cosa ci dobbiamo aspettare dal nuovo Piano d’Azione per la democrazia europea, iniziativa per la difesa della democrazia nell’Unione Europea, presentata nel dicembre del 2020

 

L’Unione Europea e la difesa della democrazia: l’importanza del Piano d’Azione per la democrazia europea

La difesa dei valori democratici è da sempre uno dei pilastri sui quali si fonda l’intera esistenza dell’Unione Europea come evidente già dall’Art.2 del Trattato sull’Unione Europea (TUE):

L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.“.

 

Seguendo tali valori, l’Unione ha dunque messo in atto politiche per la protezione ed il rafforzamento della democrazia, sia all’interno dei propri confini che nei paesi partner. È però verso questo secondo gruppo che negli ultimi anni sono stati rivolti gli sforzi maggiori. La politica di vicinato è solo uno dei tanti esempi[1] di azioni per il rafforzamento delle democrazie nei paesi partner che hanno consentito anche di creare condizioni di sicurezza ai confini dell’Unione[2].

Al contrario, l’azione all’interno dei paesi membri è apparsa più labile. Negli ultimi anni si sono riscontati infatti in tutti i paesi membri – anche se in diversa misura – fenomeni di indebolimento delle democrazie, che variano dall’aumento del consenso verso movimenti politici estremisti alle limitazioni alla libertà di espressione.

A fronte di questo fenomeno, le istituzioni europee non sono state in grado di mettere in atto una risposta incisiva, nemmeno nelle situazioni più gravi. Emblematico in tal senso è il caso dell’Ungheria, paese nel quale le forze al potere hanno deciso di adottare misure che sono state giudicate da più fronti – compreso il Parlamento Europeo – antidemocratiche[3].

Negli ultimi mesi, tuttavia, qualcosa sembra in via di cambiamento. Sicuramente l’annuncio della Vicepresidente della Commissione Europea[4], Věra Jourová, dell’adozione di un nuovo Piano d’Azione per la democrazia europea[5]è un segnale forte in questa direzione[6]. Si tratta di un vasto progetto volto al rafforzamento delle democrazie negli Stati membri attraverso azioni su tre aree specifiche: la promozione di elezioni libere e regolari, il rafforzamento della libertà dei media e la lotta alla disinformazione. Nei prossimi paragrafi entreremo nel dettaglio di queste tre aree d’azione per capire qual è il disegno della Commissione.

 

Elezioni libere e giuste

Lo svolgimento regolare dei processi elettorali è senza dubbio uno dei principali elementi che denota

il buon funzionamento di una democrazia. Solo un sistema democratico sano consente ai cittadini di scegliere in piena libertà i propri rappresentanti. Devono dunque essere garantite le condizioni per il libero accesso di tutti all’elettorato attivo e passivo, senza distinzioni di alcuna natura. Inoltre, è importante creare le garanzie per una libera azione dei partiti politici, eliminando qualsiasi tipo di minaccia e limitazione alla libertà di espressione e di propaganda.

È su questi punti che il Piano d’azione per la democrazia europea si propone di agire. La Commissione ha deciso di proporre una serie di misure e forme di sostegno che consentano elezioni libere e giuste in tutti i paesi membri dell’Unione.

Ecco nello specifico i punti identificati nel Piano:

  • L’elaborazione di proposte per l’adozione di una nuova legislazione in materia. Nello specifico, la Commissione vuole garantire una maggiore trasparenza della propaganda politica[7] e l’adozione di misure di sostegno e orientamento rivolte sia ai partiti politici che agli Stati membri.
  • Proporre una revisione del Regolamento N. 1141/2014 del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo allo statuto e al finanziamento dei partiti politici e delle fondazioni politiche europee[8]. Il testo è stato già modificato dal Regolamento 2018/673 del Parlamento europeo e del Consiglio[9] ma emerge ad oggi la necessità di ulteriori cambiamenti che si adattino alle attuali condizioni.
  • L’istituzione di un meccanismo comune di azione che contrasti le minacce ai processi elettorali. L’obiettivo è la creazione di una rete europea di cooperazione in ambito elettorale nella quale gruppi di esperti possano collaborare con il NIS[10].
  • L’adozione di misure che mirino a preservare le elezioni e le strutture elettorali da possibili minacce alla loro sicurezza, compresi anche possibili attacchi informatici.

 

Il Piano d’Azione per la democrazia europea specifica anche la necessità di prevedere misure apposite per facilitare l’impegno civico e la partecipazione politica oltre che per aumentare la fiducia dei cittadini nei confronti della democrazia. La Commissione prevede dunque l’uso di fondi strutturali europei per finanziare le iniziative della società civile e sviluppare capacità ed infrastrutture sia istituzionali che amministrative. Nello specifico, tali fondi dovranno essere usati nell’ambito della Strategia UE per la gioventù, il programma Europa creativa, l’agenda per la parità, l’educazione alla cittadinanza.

 

La libertà di stampa e il pluralismo

Altro fattore che indica lo stato di salute di una democrazia è la presenza di una pluralità di mezzi di informazione, capaci di diffondere le notizie senza limitazioni. Si tratta di un indicatore della libertà di espressione interna al paese. In una democrazia, i cittadini devono essere in grado di informarsi su qualsiasi argomento per sviluppare una propria opinione e confrontarla con altri individui. È importante, dunque, che esistano le garanzie per l’esistenza di una varietà di fonti di informazione, capaci di operare con la massima libertà senza il pericolo di incorrere in censura, intimidazioni o ripercussioni giudiziarie.

Per perseguire questo obiettivo, la Commissione ha pensato di inserire nel Piano d’azione per la democrazia europea una serie di misure volte proprio alla promozione del pluralismo e della libertà di stampa. Nel dettaglio l’Unione dovrà:

  • Proporre delle raccomandazioni agli Stati membri per aumentare la sicurezza dei giornalisti europei e la loro libertà d’azione
  • Creare un’iniziativa europea per contrastare il ricorso abusivo ad azioni legali che abbiano l’obiettivo di bloccare la partecipazione pubblica
  • Promuovere la collaborazione stretta e il dialogo con gli Stati membri per promuovere e finanziare progetti per l’assistenza sia giuridica che pratica ai giornalisti non solo europei
  • Presentare misure a sostegno della pluralità dei media e della trasparenza della loro proprietà. Sarà nello specifico il nuovo Osservatorio sulla proprietà dei mezzi di informazione che agirà in tal senso.

 

La messa in atto di queste misure andrà di pari passo con la realizzazione del Piano d’azione per i media e l’audiovisivo, anch’esso presentato dalla Commissione il 3 dicembre 2020. Si tratta di strategia che mira ad elaborare una risposta efficiente alla recente crisi del settore, non solo dovuta alla pandemia in corso ma anche alla grossa frammentazione del mercato. Tale azione include anche misure per una trasformazione digitale ed ambientale dei mezzi di informazione per una efficace risposta anche alle sfide dei prossimi anni. L’azione congiunta del Piano d’azione per la democrazia europea e del Piano d’azione per i media e l’audiovisivo permetterà dunque non solo di rafforzare l’attività dei media in tutti i paesi membri dell’Unione, garantendone pluralismo e piena libertà d’azione, ma anche di avere un settore più resiliente e che garantisca maggiori strumenti per cittadini ed imprese.

 

La lotta contro la disinformazione

La diffusione di informazione false – comunemente identificate con il termine inglese fake news – può fortemente incidere sulla stabilità di una democrazia, minando la fiducia che i cittadini hanno nelle istituzioni e nella loro azione. Si può trattare di notizie diffuse da attori interni allo Stato stesso, come per esempio partiti o forze di opposizione, ma anche da soggetti esterni, statali e non.

L’obiettivo è in generale sempre lo stesso, cioè l’indebolimento della democrazia attraverso la creazione di confusione e sfiducia da parte dei cittadini. Il grande uso della rete e dei social network[11] ha sicuramente facilitato il dilagare di questo fenomeno negli ultimi anni. Infatti, l’accesso al web da parte di ogni individuo senza limiti o censure ha reso più facile la diffusione di qualsiasi tipo di notizia, senza una verifica della sua fondatezza[12].

Per evitare un tale tipo di attacco nelle democrazie europee, il Piano d’azione per la democrazia prevede di mettere in campo una serie di risposte strategiche globali che abbiano come base i valori e i principi occidentali. Come ha specificato la Vicepresidente, la Commissione non intende operare una manipolazione o un controllo sulla diffusione di notizie all’interno dei propri Stati membri. L’obiettivo primario della sua azione è esattamente l’opposto, ossia garantire la piena libertà di espressione e il diritto dei cittadini di accedere a contenuti legali.

Le azioni principali dunque previste in tale senso saranno le seguenti:

  • L’aumento della capacità europea di contrasto alle ingerenze straniere relative alla sfera dell’informazione. In tal senso rientra anche la definizione di strumenti che possano imporre costi ai responsabili di ingerenze
  • L’incremento degli sforzi verso la realizzazione di un quadro di co-regolamentazione degli obblighi e della responsabilità delle piattaforme online[13]. Esso deve essere in linea con la legge sui servizi digitali proposta dalla Commissione a Dicembre del 2020
  • La pubblicazione di orientamenti per il miglioramento del codice di buone pratiche oltre alla creazione di un solido quadro per poterne monitorare l’attuazione.

 

Fino ad oggi, nessun paese è riuscito a disegnare linee guida efficaci nella lotta alla disinformazione e alle ingerenze esterne. Il tentativo dell’Unione, se dimostrerà di essere efficace, potrebbe dunque segnare una via maestra per il resto delle democrazie in questo ambito.

 

Conclusioni

Come abbiamo visto, il Piano d’Azione per la democrazia europea prefissa alcuni obiettivi specifici che potremmo definire molto ambiziosi. Non è infatti facile riuscire a garantire in tutti i paesi membri lo stesso grado di democrazia, considerando anche che le situazioni dalle quali gli Stati europei partono sono tra di loro molto diverse. Abbiamo citato all’inizio di questo articolo il caso dell’Ungheria, dove negli ultimi anni sono state molte le limitazioni imposte alla democrazia. Non si tratta però purtroppo di un caso isolato. Soprattutto in Polonia[14] lo stato di diritto subisce continui contraccolpi e limitazioni[15].

A fronte di queste situazioni critiche, all’interno della stessa Unione troviamo anche paesi come la Francia, la Germania e la stessa Italia dove la democrazia non è a rischio ma può essere migliorata, cercando soprattutto di limitare il dilagare degli estremismi e la diffusione delle fake news. La domanda, dunque, che ci poniamo è se il Piano d’Azione per la democrazia europea sia in grado di intervenire in situazioni così radicalmente opposte. Molto probabilmente la risposta è no. Specialmente nelle situazioni difficili, l’Unione dovrà essere in grado di dare risposte molto più nette. È per questo motivo, per esempio, che recentemente il Parlamento Europeo ha chiesto al Consiglio di accelerare la procedura dell’articolo 7 del Trattato sull’Unione Europea contro l’Ungheria e la Polonia, che consentirebbe di sospendere i loro diritti di adesione all’Unione europea.

Ciò nonostante, il Piano d’azione per la democrazia europea deve comunque essere osservato con molta attenzione ed interesse. Potrebbe infatti segnare una decisiva svolta nell’attenzione europea verso la difesa delle proprie democrazie, rafforzando le condizioni attuali e future di tutti gli Stati. Ci aspettiamo, dunque, che possa essere il preludio di una nuova fase dove l’Unione Europea appare più incisiva nella promozione dei valori democratici al proprio interno.

Quel che è certo è che il piano fissa un termine preciso entro il quale tali progressi dovranno essere fatti, ossia la scadenza del mandato dell’attuale Commissione. Dunque, le prossime elezioni europee del 2023 non saranno solo una nuova occasione di espressione della volontà dei cittadini ma avranno l’importante ruolo di momento di analisi per lo status della democrazia stessa nell’intera Unione Europea. In tale data sarà dunque possibile comprendere se il Piano d’azione per la democrazia europea sarà stato attuato, in che modo e se avrà ottenuto dei risultati positivi o meno.

Informazioni

Laurenz Gehrke, Hungary no longer a democracy: report, 6 Maggio 2020, Politico, https://www.politico.eu/article/hungary-no-longer-a-democracy-report/

Vlagyiszlav Makszimov, No ‘ministry of truth’, EU vows at democracy action plan launch, 3 Dicembre 2020, Euractiv, https://www.euractiv.com/section/digital/news/no-ministry-of-truth-eu-vows-at-democracy-action-plan-launch/

Euronews, Brussels was “naïve in the past” over rule of law breaches, admits EU’s Vera Jourova, 30 Settembre 2020, https://www.euronews.com/2020/09/30/watch-live-eu-releases-rule-of-law-report-on-democratic-backsliding

Piano d’azione per la democrazia europea, Commissione Europea, https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/new-push-european-democracy/european-democracy-action-plan_it#cos-il-piano-dazione-per-la-democrazia-europea

Piano d’azione per i media e l’audiovisivo, Commissione Europea, https://ec.europa.eu/digital-single-market/en/european-media-and-audiovisual-action-plan

[1] Rientrano in tale ambito politiche apposite e l’inserimento all’interno del budget europeo di strumenti quali lo Strumento europeo per la democrazia e i diritti umani e lo Strumento di vicinato europeo

[2] Per saperne di più sulla politica di vicinato e i suoi obiettivi si consiglia di ascoltare il podcast di AudioConsenso sulla Politica di Vicinato europea: https://www.dirittoconsenso.it/audioconsenso/

[3] In Ungheria, il Primo Ministro Viktor Orbán – supportato dal voto favorevole del Parlamento – è più volte ricorso all’adozione di misure definite contrarie alla democrazia. Un esempio tra i più recenti è l’approvazione nel Marzo 2020 di una legge che affida poteri straordinari al Primo Ministro senza una scadenza prefissata. A fronte di tali scelte, l’Unione è restata pressoché inerme, avendo reazioni solo a parole. È giusto però notare che negli ultimi mesi qualcosa sembra muoversi in tal senso. Un esempio è il ritiro del partito di Orbán, Fidesz, dal Partito Popolare Europeo dopo che quest’ultimo ha approvato il nuovo regolamento che introduce la possibilità di espellere non più solo singoli parlamentari ma intere forze politiche. Per maggiori dettagli sulla situazione ungherese si consiglia di leggere l’articolo di Angela Federico: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/01/costituzione-ungherese-pieni-poteri-emergenza/

[4] Věra Jourová è Vicepresidente della Commissione europea responsabile delle politiche sui valori e la trasparenza.

[5] Il piano è stato presentato il 3 dicembre 2020

[6] In tale ottica rientrano anche gli atti rivolti alla regolamentazione del settore digitale – il Digital Service Act e il Digital Market Act – ma anche il Regolamento generale sulla protezione dei dati per aumentare la protezione della privacy

[7] La Commissione Europea intende con il termine di “propaganda politica” qualsiasi tipo di contenuto politico sponsorizzato.

[8] Il Regolamento è consultabile al seguente link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A02014R1141-20180504

[9] Il Regolamento di modifica è consultabile al seguente link: https://eur-lex.europa.eu/eli/reg/2018/673/oj/ita

[10] Il NIS è il gruppo di cooperazione per la sicurezza dei sistemi di informazione. È stato creato dalla Direttiva (EU) 2016/1148, anche conosciuta come Direttiva NIS, che prevede misure per l’aumento del generale livello di sicurezza informatica all’interno dei paesi dell’Unione.

[11] Per approfondimenti sulla libertà di espressione su internet, si rimanda all’articolo di Serena Greco sul tema: https://www.dirittoconsenso.it/2020/11/11/liberta-di-espressione-su-internet-fra-anarchia-e-censura/

[12] In generale i giornalisti professionisti prima di diffondere una notizia fanno un’opera di controllo sulla sua veridicità. Tale azione è invece completamente assente per molte delle notizie presenti nei social media e sulla rete. È lasciata all’utente la scelta su quali informazioni ritenere fondate.

[13] La Commissione suggerisce di convogliare gli attuali sforzi per la riforma del codice di buone pratiche sulla disinformazione verso il quadro di co-regolamentazione sopra citato.

[14] L’Unione Europea ha anche richiamato recentemente Bulgaria, Croazia, Slovenia e Spagna per azioni contrarie alla libertà giornalistica.

[15] In relazione alla limitazione della libertà di stampa si è mosso recentemente il Parlamento Europeo, che già aveva discusso in precedenti occasioni dei problemi di questi paesi. Il 10 Marzo 2021, è stato infatti portato avanti un dibattito in aula sui Tentativi governativi di ridurre al silenzio i media liberi in Polonia, Ungheria e Slovenia. Oltre a ribadire l’importanza di media liberi, il Parlamento ha richiesto anche un maggior interventi della Commissione per la protezione dei giornalisti europei oltre a misure più stringenti per condannare i paesi che non rispettano tale principio. Inoltre, ha anche sollecitato il Consiglio a concludere la procedura dell’articolo 7. Per maggiori dettagli: https://www.europarl.europa.eu/pdfs/news/expert/2021/3/press_release/20210304IPR99220/20210304IPR99220_it.pdf


NATO

Il futuro della NATO: nuove sfide e cambiamenti necessari

Cosa dobbiamo aspettarci nel futuro della NATO?

 

Nascita ed evoluzione della NATO

Nei suoi primi 71 anni di vita, l’Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord – meglio conosciuta con l’acronimo NATO[1] – ha dovuto adattare la sua natura e i suoi obiettivi ai numerosi cambiamenti nello scenario internazionale. Creata con la firma del Trattato di Washington nel 1949 era stata originariamente pensata come sistema di difesa collettivo occidentale con l’obiettivo di contenere l’influenza sovietica, sia da un punto di vista politico-militare che ideologico. Attraverso un’azione principalmente di natura militare, la NATO si faceva garante della democrazia e della libertà all’interno del continente.

È la fine della Guerra Fredda[2] a determinare un primo grande cambiamento nell’attività dell’Organizzazione. La scomparsa dell’Unione Sovietica[3], suo principale contendente, rischiava di far diventare la NATO obsoleta e destinata al naturale collasso. L’Alleanza ha dunque dovuto ripensare a sé stessa per costruirsi una nuova identità, un nuovo ruolo ed identificare obiettivi e funzioni più in linea con i cambiamenti internazionali. Il risultato è stato il rafforzamento del suo carattere regionale ma anche lo sviluppo di una prospettiva globale dove la NATO non è più un singolo attore di difesa collettiva ma agisce in sinergia con organizzazioni regionali ed internazionali, in particolar modo le Nazioni Unite.

I cambiamenti dello scenario internazionale hanno richiesto lo sviluppo di nuove strategie d’azione necessarie per affrontare non solo sfide inedite alla sicurezza ma anche cambiamenti interni all’Alleanza stessa. I tempi recenti non sono certo un’eccezione in tal senso e le sfide che l’Organizzazione dovrà affrontare nei prossimi anni la porranno nuovamente di fronte a scelte e cambiamenti che forse saranno epocali come quelli determinati dalla fine della Guerra Fredda. In questo articolo, cercheremo di mettere in luce le principali questioni emerse negli ultimi anni per capire come incideranno nel futuro dell’Organizzazione.

 

Un ripensamento strategico della NATO?

I cambiamenti nello scenario globale degli ultimi anni hanno messo in luce la necessità di ripensare al concetto strategico[4] che sta alla base della NATO.  Oggi ci troviamo di fronte ad un assetto internazionale multipolare, nel quale agiscono attori non più solo statali[5] e in cui la sicurezza è messa alla prova da minacce senza precedenti. Le nuove sfide infatti hanno caratteristiche inedite, che non possono più essere affrontate con i soli mezzi militari tradizionali[6]. Per rispondere efficacemente a tali cambiamenti anche la NATO deve dunque dotarsi di nuovi strumenti che vadano al di là delle sue tre principali aree d’azione[7]: difesa collettiva, gestione delle crisi e sicurezza cooperativa.

È in questo quadro che si inserisce l’iniziativa “NATO 2030”. Lanciata dal segretario Stoltenberg, NATO 2030 mira ad elaborare una nuova strategia per il futuro dell’Organizzazione, raccogliendo input provenienti da diversi attori[8]. L’obiettivo è una NATO impegnata politicamente che metta in campo azioni vaste e rafforzi la cooperazione tra gli alleati, usando un approccio globale e strumenti non solo militari ma anche economici e diplomatici.

Fino ad oggi, le iniziative nel quadro di NATO 2030 sono state:

  • Un evento pubblico online[9] di riflessione sul futuro della NATO
  • Il NATO 2030 Youth Summit: il primo summit[10] rivolto ai giovani tra i 18 e i 35 anni, articolato in una serie di dibattiti sul futuro dell’Organizzazione. La scelta di coinvolgere i giovani nell’iniziativa 2030 è stata spiegata dal Segretario Generale: “I am holding this Youth Summit NATO 2030 today because NATO 2030 is about your future, your freedom and your Alliance,”
  • Il Report “Nato 2030: United for a New Era”: elaborato da un gruppo di esperti indipendenti e presentato il 25 Novembre scorso, il report indica raccomandazioni per il futuro sia in relazione alle sfide emergenti che ai rapporti con Russia e Cina.

 

Divergenze di priorità tra i paesi membri

Negli ultimi anni, la NATO ha riscontrato crescenti problemi nell’identificazione delle sue priorità d’azione. Tale difficoltà è dovuta alle divergenze di visione tra gli alleati dell’Est e quelli del Sud che per la loro posizione geografica si trovano a confrontarsi con sfide distinte.

Per il primo gruppo – comprendente i paesi Baltici e la Polonia – il principale “nemico” deve identificarsi nel vicino russo. Soprattutto a partire dalla crisi in Crimea, infatti, sono aumentate le preoccupazioni verso la politica estera della Russia, sempre più rivolta ad accrescere la propria influenza sui paesi confinanti. Per questo motivo, gli alleati dell’Est chiedono che il contenimento dell’attitudine espansionista russa diventi la priorità nell’azione della NATO[11].

A fronte di queste preoccupazioni, vi sono quelle dei paesi mediterranei, principalmente toccati dalle conseguenze dell’instabilità che negli ultimi anni ha caratterizzato il Medio Oriente e il Nord Africa. Le forti tensioni e i conflitti interni hanno infatti aumentato l’azione dei gruppi terroristici[12] oltre a incrementare il fenomeno migratorio[13] e i traffici illeciti[14]. L’assenza di strutture statali forti e talvolta di interlocutori certi – come nel caso della Libia – complica la possibilità di trovare soluzioni efficaci. Le ripercussioni sui paesi confinanti sono evidenti[15] e questo determina la loro preoccupazione e le pressioni sulla NATO per un intervento incisivo nell’area.

Ovviamente, le priorità divergenti richiedono all’Alleanza di mettere in campo sforzi che non sempre hanno trovato un bilanciamento, anzi molto spesso la prevalenza dell’attenzione è stata rivolta alle richieste provenienti da Est.

Il futuro richiede dunque alla NATO di trovare una strategia che le permetta di mettere al centro sia le priorità orientali che quelle meridionali in misura eguale. Solo così potrà essere in grado di rispondere pienamente a tutte le sfide che interessano i propri paesi membri.

 

NATO e cambio di presidenza statunitense

Da sempre, le successioni alla presidenza statunitense hanno influenzato l’attività della NATO e non a caso, i grandi cambiamenti sono spesso coincisi con l’insediamento di nuovi Capi di Stato[16]. Con la presidenza di Donald Trump[17], l’atteggiamento americano nei confronti dell’Alleanza è drasticamente mutato, dimostrando un forte disinteresse verso le sue attività. Tale attitudine rientra in un’ottica di politica estera più generale caratterizzata da un abbandono del multilateralismo e da una riallocazione delle risorse verso nuovi interessi[18].

Il passaggio della guida americana da Trump a Joe Biden segnerà sicuramente un nuovo mutamento nell’attitudine americana. Fin dalla campagna elettorale, il neoeletto presidente ha dichiarato la volontà di ripristinare la politica multilaterale abbandonata dal suo predecessore. In tale disegno rientra tra gli altri la ripresa del legame transatlantico e il pieno coinvolgimento nelle attività della NATO. Solo il tempo potrà però dirci quale sarà l’effettiva portata del nuovo impegno statunitense, quanto questo sarà decisivo per le attività dell’Organizzazione[19] e per il suo ruolo nel continente europeo. Negli ultimi anni, infatti, a fronte di un indebolimento delle azioni dell’Alleanza, si è fatta sempre più forte la volontà dei paesi membri dell’Unione Europea di realizzare il progetto di un vero e proprio sistema di difesa comune[20]. Alcuni Stati – in primis la Francia – hanno riscontrato la necessità di garantire la sicurezza europea in maniera autonoma per non essere dipendenti dagli alleati o da altre organizzazioni. La misura dell’impegno statunitense nell’Alleanza potrebbe dunque determinare una prosecuzione o l’abbandono di tale iniziativa. Se il disinteresse USA dovesse proseguire, è molto probabile che il sistema comune europeo di difesa trovi una sua effettiva realizzazione. Al contrario, un nuovo e decisivo coinvolgimento statunitense nella NATO potrebbe rafforzare i detrattori del progetto dell’UE, i quali sostengono l’inutilità di due organizzazioni simili nel continente.

 

Il ruolo della Turchia e la riforma dello Statuto

La linea politica perseguita negli ultimi anni dalla Turchia ha sollevato non pochi malumori all’interno della NATO, della quale è membro. Abbiamo infatti assistito a delle scelte in forte contrasto – se non in totale opposizione – con gli obiettivi dell’Organizzazione.

In primis, a causa anche del mancato golpe del 2016, il Presidente Erdogan ha deciso di comprimere i diritti dei cittadini turchi ad ogni livello a fronte di una estensione massiccia dei poteri governativi. Si tratta un cambiamento dell’assetto istituzionale del paese tale da andare contro ai principi di democrazia e libertà che stanno alla base della creazione della NATO stessa. Oltre a questo, negli ultimi anni la Turchia ha stretto sempre maggiori relazioni con la Russia, con la quale l’Alleanza ha da sempre rapporti conflittuali. È notizia recente l’acquisto da parte della Turchia di missili S400 russi[21].

I malumori all’interno dell’Alleanza verso la linea politica turca hanno avuto come conseguenza l’incremento delle richieste da parte di alcuni Stati membri[22] di riformare lo Statuto fondativo. Una delle falle più evidenti appare infatti l’impossibilità di “sanzionare” eventuali violazioni dei principi e della politica della NATO, attraverso misure come la sospensione o l’espulsione di un paese alleato. Tale mancanza dipende dalla filosofia seguita al momento della nascita dell’Organizzazione. Gli Stati membri ritenevano infatti sufficiente il dialogo – e dunque la strada diplomatica – per dirimere eventuali controversie interne. Come dimostra il caso turco, tale linea non appare ad oggi efficace.

Se dunque la riforma dello Statuto si dovesse realizzare, il ruolo della Turchia all’interno dell’Alleanza potrebbe essere a rischio, salvo un cambiamento di rotta forte nella politica adottata dallo stato membro.

 

Conclusioni

Considerando quanto esposto, possiamo dire che molte saranno le sfide che la NATO dovrà affrontare nel prossimo futuro. Sicuramente non saranno le sole perché se ne aggiungeranno altre, dovute ai cambiamenti dello scenario mondiale sempre più rapidi che possono creare nuovi equilibri o portare alla luce inedite sfide alla sicurezza.

Sicuramente possiamo affermare senza ombra di dubbio che quella a cui ci stiamo affacciando sarà un’epoca che porrà l’Alleanza di fronte a scelte che potrebbero influenzare la sua stessa esistenza. Sarà necessaria un’Organizzazione capace di adattarsi rapidamente, in grado di rispondere in maniera efficace agli sviluppi futuri, non statica ed obsoleta. Sarà chiamata ad un grosso cambiamento, paragonabile a quello subito a fronte della fine della Guerra Fredda.

L’iniziativa NATO 2030 è in tal senso un punto di partenza importante per riflettere sulla strada da intraprendere ma sarà fondamentale andare al di là della sola riflessione, mettendo in atto misure effettive ed elaborando una nuova strategia da perseguire.

La NATO può dirsi “cerebralmente morta” come ha dichiarato il Presidente francese Macron lo scorso anno o dobbiamo aspettarci un’Alleanza ancora al centro delle dinamiche internazionali e capace di influenzarle? L’Organizzazione sarà soppiantata da altre strutture come un sistema di difesa comune europeo o gli Alleati riusciranno a continuare a garantire la sicurezza attraverso un’azione comune? Queste sono domande a cui solo il tempo potrà dare risponde. Sarà la volontà comune dei paesi che compongono la NATO ad indicare la strada futura.

Informazioni

Boni M., La NATO dei prossimi dieci anni: il difficili adattamento dell’Alleanza Atlantica, 7 Novembre 2020, Analisi Difesa

Fruscione G., Perteghella A., 70 anni di NATO: sfide e prospettive dell’Alleanza Atlantica, ISPI, 4 Aprile 2019

Morcos P., NATO in 2030: Charting a New Path for the Transatlantic Alliance, CSIS, 3 Dicembre 2020

Biden e la NATO: ricucire gli strappi, ISPI, USA2020, 7 Novembre 2020

NATO at 70: Where next?, Politico, 3 Aprile 2019

NATO in 2030: Adapting to New World, online event, 3 Dicembre 2020

NATO 2030: https://www.nato.int/cps/en/natohq/176155.htm

[1] NATO è l’abbreviazione di North Atlantic Treaty Organisation

[2] Nel 1990, la Dichiarazione di Londra riconosce ufficialmente che l’URSS e il Patto di Varsavia non sono più nemici dell’Alleanza Atlantica. Viene dunque prevista per la prima volta la possibilità di creare un dialogo tra la NATO e i paesi successori dell’URSS.

[3] La scomparsa dell’Unione Sovietica non solo eliminava il principale nemico dell’Alleanza Atlantica. La fine del sistema bipolare infatti garantiva stabilità all’Europa con una netta affermazione degli ideali di libertà e democrazia promossi dall’Occidente.

[4] Per concetto strategico si intende l’architrave su cui si poggia tutta l’esistenza e l’azione della NATO nel mondo.

[5] Attori centrali sono ad esempio le organizzazioni criminali e terroristiche

[6] Un esempio emblematico in tal senso è sicuramente la sfida cibernetica. Per maggiori dettagli sulla sicurezza cibernetica ed il suo impatto futuro si rimanda a: https://www.dirittoconsenso.it/2020/10/29/la-sicurezza-nazionale/

[7] Esse sono conosciute come “triple C”. Il termine legato alla traduzione inglese delle tre principali aree d’azione: collective defence, crisis management and cooperative security. Queste tre basi d’azione sono state dettate dal Concetto Strategico definito nel 2010 dal Vertice di Lisbona. In parallelo, vi è stata anche una riforma delle strutture di comando e delle agenzie.

[8] NATO 2030 prevede la consultazione del Segretario Generale con gli Alleati ma anche la società civile, i rappresentanti dei governi, i giovani, il settore privato.

[9] Ha avuto luogo l’8 Giugno 2020 ed è stato organizzato da l’Atlantic Council e dal German Marshall Fund in partnership con la divisione NATO della Diplomazia Pubblica

[10] Si è svolto online il 9 Novembre 2020

[11] I paesi dell’est spingono per un’azione che vada al di là di ciò che è stato fatto negli ultimi anni. È importante però notare che oltre alla crisi in Crimea, ci sono stati altri motivi di tensione tra Russia e Occidente. Un esempio è il dossier sull’interferenza nelle elezioni americane del 2016. Tali tensioni hanno spinto la NATO a prestare particolare attenzione alle dinamiche della regione.

[12] Per maggiori dettagli sul tema: https://www.dirittoconsenso.it/2019/07/12/terrorismo-una-nuova-sfida-del-xxi-secolo/

[13] Per maggiori informazioni sul fenomeno: https://www.dirittoconsenso.it/2018/11/12/alcune-precisazioni-sull-immigrazione/

[14] Si consiglia di leggere anche: https://www.dirittoconsenso.it/2019/03/28/la-criminalita-organizzata-e-il-terrorismo/

[15] Basti pensare agli effetti che il fenomeno di migrazione irregolare ha su Italia, Spagna e Grecia.

[16] Esempio emblematico e più recente è il processo che nel 2010 ha portato alla definizione del nuovo concetto strategico dell’Alleanza, fortemente voluto dall’allora neoeletto presidente statunitense Barack Obama.

[17] Va notato che già durante la campagna elettorale, Donald Trump aveva definito l’Alleanza Atlantica come obsoleta e incapace di agire in maniera efficace.

[18] In tale decisione ha giocato anche un ruolo la differenza importante tra il contributo statunitense alla NATO e quello dei paesi europei. Infatti, nonostante gli sforzi degli ultimi anni per colmare il divario, la spesa militare degli Stati Uniti resta ancora molto di molto superiore rispetto a quella europea.

[19] Quanto gli interessi primari identificati dalla presidenza Biden saranno diversi da quelli seguiti in politica estera dal suo successore?

[20] Si tratta di un progetto già presente sin dal momento della nascita del progetto dell’Unione ma che non ha mai trovato una sua realizzazione completa a causa sia di blocchi nazionali che della stessa esistenza dell’Alleanza Atlantica. L’esistenza di un sistema di difesa comune vero e proprio in seno all’Unione Europea è sempre stata considerata con ostilità dalla NATO poiché visto come una sua stessa duplicazione. Negli anni tuttavia l’Unione ha comunque cercato di essere sempre più autonoma dalla NATO nelle sue attività, come hanno dimostrato le numerose missioni militari che sono state messe in atto con vari obiettivi.

[21] Dotarsi di armamenti stranieri – provenienti da un paese con il quale i rapporti sono tesi – è di per sé una scelta in contrasto con l’adesione ad un’organizzazione che prima di tutto è un sistema di difesa comune.

[22] In particolar modo, il Canada si è fatto grande promotore di tale richiesta.


Sicurezza nazionale

La sicurezza nazionale

Quello di sicurezza nazionale è un concetto complesso ed articolato. In questo articolo, cercheremo di comprenderne i caratteri principali

 

Definire e garantire la sicurezza nazionale

Nel corso della storia, molti studiosi hanno fornito definizioni al concetto di sicurezza nazionale senza però poterne identificare una come universalmente accettabile. Tale impossibilità è dovuta alla complessità del mondo in cui viviamo. Infatti, la costante evoluzione del sistema internazionale produce numerose sfide, le quali variano in base al tempo e allo spazio, influenzando di conseguenza il concetto di sicurezza.

Se fino al XIX secolo veniva adottato un approccio stato-centrico[1] incentrato sulla sfera militare, è con la Guerra Fredda che il concetto di sicurezza viene esteso, includendo nuovi attori e campi d’azione. Anche se i segnali di tale ampliamento erano già evidenti dagli anni ’70[2], la globalizzazione segna un cambiamento decisivo in tal senso. Fenomeni sovranazionali e una sempre maggiore interconnessione tra gli Stati hanno generato nuove minacce alla sicurezza. I responsabili sono non più solo attori statali ma anche soggetti terzi, sia interni che esterni al territorio nazionale.

Dunque, ad oggi, possiamo considerare quello di sicurezza nazionale come un ambito particolarmente vasto, che riguarda vari attori ed ambiti d’azione: dalla sfera militare a quella economico-sociale, dall’energia e ambiente fino alla sfera cibernetica.

Tuttavia, se da un lato tale estensione garantisce maggiore attinenza con la realtà, d’altra parte l’ambito d’azione si allarga enormemente. Solo la conoscenza approfondita del territorio in cui si opera e l’analisi del contesto internazionale consentono un’azione efficace che garantisca l’indipendenza politica, l’integrità territoriale e coesione sociopolitica dello Stato.

Per questi motivi, garantire la sicurezza nazionale è un’attività complessa. Essa deve essere operata su diversi livelli[3] con un approccio multidisciplinare che garantisca la comprensione degli scenari non solo nazionali ma anche internazionali e regionali[4].  Obiettivo primario è l’identificazione di potenziali minacce, l’individuazione di vulnerabilità del sistema-paese e l’elaborazione di una strategia d’azione efficace.

 

La sicurezza politico-militare

Come spiegato in precedenza, fino alla Guerra Fredda, la sicurezza nazionale focalizzava la propria attenzione soprattutto alle possibili minacce di tipo militare. Tale visione era legata dunque alla capacità “fisica” di difendere i confini statali.

Pur trattandosi della sfera di sicurezza più “antica”, la dimensione politico-militare ha comunque subito delle modifiche nel corso del tempo. Si è passati infatti dal considerare solo le minacce provenienti da paesi stranieri a doversi confrontare con fenomeni come il terrorismo[5] e la criminalità organizzata[6], messi in atto da attori criminali di vario tipo. Si può trattare infatti di soggetti esterni allo Stato – come nel caso del terrorismo di matrice jihadista – ma anche di organizzazioni criminali interne come:

  • Quelle legate al terrorismo interno come nel caso delle Brigate Rosse o del terrorismo di destra italiano
  • Movimenti indipendentisti violenti, come IRA in Irlanda o ETA in Spagna per citarne alcuni
  • Organizzazioni mafiose come camorra, ‘ndrangheta o Cosa Nostra.

 

Tale cambiamento ha fatto sì che anche gli attori non statali venissero identificati come potenziali nemici da cui difendersi anche militarmente. In tal caso, si tratta comunque di soggetti totalmente diversi da quelli “tradizionali” poiché operano in maniere incognite e talvolta difficilmente prevedibili. Non si tratta più solo di rispondere a minacce simmetriche, le quali essendo dichiarate e ben identificabili rendono più facile una rapida risposta[7]. Gli attori non statali ricorrono spesso a attacchi asimmetrici, ossia non dichiarati e le cui origini sono più difficilmente individuabili. Gli attacchi terroristici jihadisti a città come Parigi e Bruxelles ne sono sicuramente uno degli esempi più recenti. L’utilizzo di attacchi asimmetrici pone non poche difficoltà agli Stati nel creare una risposta rapida, certa ed efficace che consenta di proteggere il paese e i suoi cittadini.

 

Sfide economiche alla sicurezza

La sicurezza nazionale passa anche attraverso la difesa degli interessi economici e industriali[8]. Si tratta di fattori che determinano non solo il grado di sviluppo di uno Stato ma anche il suo ruolo a livello globale, specialmente se siamo di fronte ad economie particolarmente internazionalizzate.

La difesa degli interessi economici opera in maniera molteplice. Da un lato, permette di garantire la tenuta del modello economico sociale di mercato. D’altra parte, consente di operare una vera e propria difesa delle capacità economiche nazionali, permettendone sia l’evoluzione che la competitività nell’economia globale. È fondamentale tenere ben presente l’esistenza di una relazione direttamente proporzionale tra economia e sicurezza. Un sistema economico forte produce effetti positivi sull’assetto sociale del paese, diminuendo le disuguaglianze e garantendo più tutele ai propri cittadini. Riducendo dunque i contrasti interni allo Stato, è più facile garantire la sicurezza e stabilità del paese. Inoltre, in presenza di un’economia più sviluppata e stabile, sono più favoriti anche gli investimenti al settore della sicurezza e difesa.

Per raggiungere tali obiettivi, devono essere garantite le condizioni ideali perché l’attività economica ed industriale fiorisca. Questo implica tra gli altri la difesa dei segreti industriali, delle idee e delle competenze[9] ma anche la lotta alle economie e pratiche illegali[10] oltre alla tutela della solidità del sistema finanziario. In tale attività, è inevitabile che vi sia una fusione tra la sfera pubblica e quella privata, dal momento che è a questa seconda che appartengono la maggior parte dei soggetti che operano nel tessuto produttivo.

Oltre agli interessi meramente economici, dobbiamo anche considerarne altri legati alla difesa delle vie di comunicazione, dei trasporti e dell’energia[11]. Si tratta di ambiti complessi che possono presentare grosse criticità sotto vari aspetti, compromettendo il buon funzionamento dello Stato e delle sue infrastrutture critiche.

 

La sicurezza cibernetica

In ordine temporale, l’interesse cibernetico è l’ultimo entrato nella sfera della sicurezza nazionale. Se da un lato la digitalizzazione ha facilitato la fruizione delle informazioni e ha agevolato molti aspetti del funzionamento dello Stato, d’altra parte attacchi al sistema informatico nazionale possono portare grossi problemi alla stabilità del sistema stesso[12]. Il rischio è che vengano compromessi dati sensibili non solo delle istituzioni statali ma anche dei cittadini e delle varie infrastrutture critiche presenti nel territorio. È il caso degli attacchi subiti da varie strutture sanitarie durante la crisi del Covid-19 che hanno compromesso le loro funzionalità in un momento di già forte criticità[13].

Date le sue peculiari caratteristiche, la dimensione cibernetica pone molte nuove sfide al sistema di sicurezza, il quale deve necessariamente sviluppare nuovi approcci e mezzi. In particolare, le caratteristiche proprie del web provocano un ampliamento dei confini nazionali, intesi nella loro accezione classica strettamente legata ai limiti geografico-politici. Decisivo in tal senso è anche l’uso massiccio del web da parte di qualsiasi tipo di attore[14]. Questi due fattori rendono molto difficile identificare l’origine di un attacco cibernetico data la vastità del campo in cui si opera e la sua costante evoluzione tecnologica, che richiede un continuo adattamento.

Inoltre, l’uso massiccio del web pone a tutte le democrazie un dilemma per la regolamentazione dello spazio cyber: libertà e privacy da un lato contro sicurezza nazionale dall’altro. Quanti e quali limiti è lecito porre all’espressione individuale in nome della difesa degli interessi statali? Da una parte infatti è necessario mantenere il diritto di espressione ed informazione sul web, evitando il rischio di censura. D’altra parte, è fondamentale evitare garantire la protezione efficace del paese attraverso un controllo costante della rete. È dunque necessario trovare un equilibrio tra libertà individuale e sicurezza nazionale.

 

Le sfide ambientali e l’impatto sulla sicurezza

Le questioni ambientali e in particolar modo i cambiamenti climatici stanno sempre più impattando sugli assetti sociali, politici, demografici ed economici, incidendo di conseguenza sulla sicurezza nazionale. Cambiamenti geografici e eventi climatici di grossa entità causano infatti grossi disagi alla popolazione per difficoltà di accesso al cibo e all’acqua, incremento del rischio di malattie[15], aumento delle disugliaglianze sociali dovute ad un impoverimento di una grossa fetta della società. La conseguenza di tali eventi è tra gli altri un aumento dei conflitti e un incremento dei fenomeni migratori[16]: elementi che destabilizzano la nazione e la sua sicurezza.

L’attuale crisi pandemica è stata un esempio emblematico in tal senso, oltre ad essere il più recente. Molti ricercatori ritengono infatti che esista una stretta correlazione tra Covid-19 e cambiamenti climatici. Proprio per questo, ipotizzando che non si tratti di un evento isolato e che in futuro il mondo dovrà essere pronto ad affrontare molte altre epidemie.

Con il Covid-19, molte sono state le ripercussioni alla sicurezza nazionale. Insieme alle sfide sanitarie, la pandemia ha generato una grave crisi economica, non solo dovuta alle chiusure forzate ma anche alla diminuzione degli scambi e alla forte incertezza. Si è così generato un aumento delle disuguaglianze sociali e del malcontento della popolazione, che porta a forti tensioni all’interno della società. Inoltre, è fortemente diminuita la fiducia dei cittadini non solo nel futuro ma anche nelle istituzioni. Tale diminuzione della credibilità ha creato un terreno più fertile per entità terze per destabilizzare lo Stato. Uno strumento usato a tal fine è stato quello delle fake news[17]. Sono state infatti diffuse notizie e dati falsi che hanno fortemente minato le strategie di contenimento della pandemia ed alimentato significativamente le teorie complottistiche[18].

 

A chi è affidato il futuro della sicurezza nazionale

Il futuro riserva ancora molte sfide per la sicurezza nazionale. Non possiamo infatti escludere che nei prossimi anni, ma anche solo mesi, vengano alla luce nuove questioni che devono essere affrontate con strumenti nuovi e mai usati primi. L’attuale crisi pandemica è un esempio evidente della comparsa di nuove minacce inattese. Dunque, è fondamentale che gli Stati continuino nella loro azione costante di interpretazione del sistema internazionale e del territorio per essere pronti alle future sfide.

Il compito principale spetterà come sempre all’intelligence, attore chiave nel garantire la sicurezza della nazione. Dal 2007[19] in Italia, è il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica[20] ad operare in tal senso, in particolar modo attraverso l’azione del Dipartimento delle Informazioni della Sicurezza (DIS) e delle due agenzie per gli affari interni ed esteri, AISI e AISE. L’attività di intelligence in Italia viene sempre operata nel rispetto dei limiti imposti dal sistema costituzionale.

È interessante sottolineare che al di là della normale attività di garanzia della sicurezza, negli ultimi anni sulla base delle disposizioni previste dalla legge 124/2007, il DIS ha avviato una serie di attività di trasparenza e comunicazione con il mondo accademico, i centri di ricerca e le imprese nazionali. L’obiettivo è creare nel paese la cultura della sicurezza, nella convinzione che la consapevolezza dei cittadini sia un fattore chiave di protezione del nostro paese. Questa scelta ci fa capire l’importanza che ogni individuo hanno per il proprio paese. Anche se inconsapevolmente, le scelte ed azioni di ognuno di noi ogni giorno possono contribuire o meno a garantire la sicurezza nazionale del nostro Stato o di quello in cui viviamo.

Informazioni

Blank S., Coronavirus has changed the future of national security forever. Here’s how, 1 April 2020, Euractiv, https://www.euractiv.com/section/defence-and-security/opinion/coronavirus-has-changed-the-future-of-national-security-forever-heres-how/

Camilli E., Sicurezza nazionale: tra concetto e strategia, Marzo 2014, https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/sicurezza-nazionale-tra-concetto-e-strategia.html

Gaiser L., L’intelligence economica per un nuovo ordine mondiale, 20 Luglio 2016, https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/approfondimenti/intelligence-economica-per-un-nuovo-ordine-mondiale.html

Mcguinness D. (2017), How a cyber attack transformed Estonia, BBC News, http://www.bbc.com/news/39655415  

Pansa A., Il Sistema di informazione per la tutela degli interessi economici nazionali, Dipartimento informazione per la sicurezza, Aprile 2017, https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/wp-content/uploads/2017/04/Pansa-lectio-magistralis-Bocconi.pdf

Romm Joseph J., Defining National Security: the Nonmilitary Aspects, 1993, Council of Foreign Relations Press

Vecchiarino D., Infrastrutture Critiche: Sicurezza nazionale al tempo del virus, ISPI, https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/infrastrutture-critiche-sicurezza-nazionale-al-tempo-del-virus-27101

[1] Per stato-centrico si intende un sistema nel quale “lo stato è l’unico oggetto della sicurezza e altri stati sono l’unica fonte di minaccia”. (Camilli E., p. 4)

[2] In particolar modo, è l’inizio del processo di dialogo tra le due superpotenze dominatrici della Guerra Fredda (Stati Uniti ed Unione Sovietica) ad essere decisivo. Uno dei risultati più evidenti è la firma degli accordi sulle limitazioni degli armamenti nucleari.

[3] Deve essere operata a livello politico, economico, militare, diplomatico e di intelligence

[4] Essendo infatti quello di oggi un mondo fortemente interconnesso, i vari fenomeni che lo interessano possono avere grosse ripercussioni in zone distinte, come dimostrato dalle minacce sovranazionali.

[5] Per approfondimenti sul terrorismo, si veda https://www.dirittoconsenso.it/2019/07/12/terrorismo-una-nuova-sfida-del-xxi-secolo/

[6] È importante notare che esiste un legame tra criminalità organizzata e terrorismo. Per approfondimenti, si veda https://www.dirittoconsenso.it/2019/03/28/la-criminalita-organizzata-e-il-terrorismo/

[7] È importante notare che spesso gli attori non statali usano comunque anche attacchi simmetrici, anche se con meno frequenza. L’impiego di corpi addestrati da parte del terrorismo jihadista ne è un esempio.

[8] È in particolar modo a partire dalla Guerra Fredda che l’economia ha iniziato ad essere considerata come un vero e proprio potere – alla stregua di quello militare – capace di influire sugli equilibri internazionali. Tuttavia, da un punto di vista teorico, il concetto di confronto economico tra gli Stati è apparso molto prima della Guerra Fredda. Basti pensare che già nel XIX secolo i marxisti avevano teorizzato il concetto di “guerra economica”.

[9] In tal senso, includiamo anche l’interesse scientifico dello Stato. Nuove ricerche e scoperte incrementano lo sviluppo economico del paese. Per questo motivo, devono essere garantite anche le condizioni per cui la scienza possa proliferare.

[10] Tra le pratiche illegali possiamo annoverare le condotte pregiudizievoli di interessi erariali mentre con economie illegali intendiamo tra gli altri i fenomeni corruttivi.

[11] L’interesse energetico non è solo legato alla garanzia del funzionamento delle infrastrutture critiche del paese ma è direttamente correlato anche alla necessità di garantire una certa indipendenza energetica dello Stato. La diversificazione delle fonti di approvvigionamento consente infatti di garantire al paese una costante disponibilità di risorse, indipendentemente da conflitti, crisi economiche o catastrofi naturali.

[12] Il primo attacco cibernetico di vaste dimensioni è stato subito dall’Estonia nel 2007, quando i sistemi online di istituzioni statali, banche e media sono rimasti bloccati per settimane. Questo evento è stato decisivo sia per la politica estone – facendo del paese uno dei maggiori esempi in campo cibernetico – sia a livello internazionale. Infatti, date le dimensioni dell’attacco, il “caso Estonia” ha fatto scuola, consentendo di comprendere il fenomeno e di riconoscere a tutti gli effetti il dominio cibernetico come nuova dimensione della sicurezza.

[13] Un esempio è stato l’attacco informatico subito dell’Ospedale Spallanzani di Roma nel momento di apice dell’epidemia. Molte strutture hanno dimostrato di non essere pronte a rispondere agli attacchi. Per ulteriori approfondimenti sul tema, si veda https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/23/le-attivita-dellinterpol-ai-tempi-del-covid-19/

[14] Individui e gli Stati, agenzie pubbliche e private nazionali e internazionali sono tutti attori che possono utilizzare gli strumenti informatici per i loro obiettivi

[15] Molti studiosi ritengono che il riscaldamento globale in atto porterà l’umanità a doversi confrontare sempre più con problemi sanitari.

[16] Per approfondimenti sul tema delle migrazioni si veda https://www.dirittoconsenso.it/2019/03/25/migranti-climatici-e-protezione-dei-diritti-umani/ ma anche https://www.dirittoconsenso.it/2020/07/06/flussi-migratori-comprendere-il-fenomeno/

[17] L’utilizzo di fake news è una tipologia di attacco usata già negli ultimi anni attraverso in particolar modo i social network. Si tratta spesso di informazioni trasmesse da paesi terzi o soggetti ostili[17] allo Stato con il diretto scopo di distorcere la realtà per influenzare la stabilità nazionale[17] o gli equilibri regionali. Per questo motivo le fake news sono considerate dall’intelligence come vere e proprie forme di minaccia ibrida. Per approfondimenti, si veda https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/27/fake-news-informazione/

[18] I cittadini tendono a fare fatica a credere e seguire le indicazioni/informazioni fornite dallo Stato o dagli enti governativi (incluse le organizzazioni internazionali) a causa della massiccia circolazione di notizie false che contrastano con le prime. Molti individui credono che si tratti di un disegno dello Stato o di entità superiori per minare il modello di vita esistente

[19] L’attuale assetto del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica è regolato dalla legge 124/2007.

[20] Oltre a DIS, AISE e AISI, il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica è composto anche dal Presidente del Consiglio dei Ministri, autorità delegata e Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (CISR).


Agenzia Spaziale Europea

L'Agenzia Spaziale Europea

Passato, presente e futuro dell’Agenzia Spaziale Europea, anche conosciuta con l’acronimo ESA

 

Cos’è l’Agenzia Spaziale Europea

L’Agenzia Spaziale Europea conosciuta internazionalmente con l’acronimo ESA – dal suo nome inglese European Space Agency ha come compito principale “l’esplorazione e l’utilizzo dello spazio a scopi pacifici[1] per il bene comune”[2] attraverso il conseguimento degli interessi scientifici ed industriali europei al fine di incrementare la crescita economica.

L’ESA permette dunque la collaborazione finanziaria ed intellettuale in ambito spaziale tra i suoi 22 Stati Membri[3]. Tale cooperazione consente di andare oltre le capacità di ogni singolo Stato, mettendo in atto programmi ed attività secondo una chiara visione comune  dello spazio nel rispetto delle altre organizzazioni ed istituzioni nazionali ed internazionali[4]. Ai paesi membri è necessario poi aggiungere la Slovenia che interviene come Membro Associato. Grazie ad accordi di cooperazione, ESA collabora inoltre in maniera costante con il Canada e con alcuni Stati europei non membri (Bulgaria, Cipro, Croazia, Lettonia, Lituania, Malta e Slovacchia).

L’Agenzia Spaziale Europea è governata e guidata dal Consiglio. Si tratta di un organo – composto dai rappresentanti dei paesi membri – che detta le principali linee guida politiche alla base delle attività e dei programmi di ESA. Il Consiglio elegge per un mandato di 4 anni il Direttore Generale dell’Agenzia[5], il quale coordina e guida le attività di ogni Direttorato cioè di ogni settore di ricerca. Il quartier generale di ESA si trova a Parigi mentre altri uffici sono dislocati in località europee ognuno con una specifica responsabilità e destinazione. La base di lancio è collocata in Guiana Francese mentre altre stazioni terrestri sono dislocate in varie aree del globo.

 

Fondazione ed evoluzione dell’Agenzia

La fine della Guerra Fredda ha determinato la conclusione del dominio di Stati Uniti ed Unione Sovietica nell’ambito della ricerca e delle attività spaziali. Questo cambiamento ha aperto le strade per nuovi scenari inclusa la collaborazione europea nel settore.

La prima idea in merito è stata sviluppata da due scienziati – il francese Pierre Auger e l’italiano Edoardo Amaldi – che nel 1958 hanno raccomandato ai governi europei la creazione di un’organizzazione puramente scientifica per la ricerca spaziale, seguendo l’esempio del CERN. Dando seguito a questa idea, nel 1964 è stata firmata la convenzione per la creazione di due diverse agenzie, per lo sviluppo del sistema di lancio (ELDO – Organizzazione europea per lo sviluppo del lancio) e dei veicoli spaziali (ESRO – Organizzazione europea per la ricerca spaziale).  Con gli anni, entrambe queste organizzazioni si sono trovate a fronteggiare diversi problemi sia dal punto di vista tecnologico, politico e dei costi.  Per questo motivo, a partire dagli anni ’70, inizia a sorgere l’idea di creare una nuova organizzazione che riunisca ELDO e ESRO. È così che nel 1975 viene fondata l’Agenzia Spaziale Europea. Dieci sono i paesi fondatori[6] ai quali solo un anno dopo si aggiunge anche l’Irlanda.

Nello stesso anno della sua fondazione, ESA lancia Cos-B: la prima missione scientifica dell’agenzia per il monitoraggio dei raggi gamma emessi nell’Universo. Questa missione, che durerà sei anni, sarà considerata tra le più fortunate e di successo della storia di ESA.

Negli anni successivi, si aggiungono all’organizzazione altri paesi europei e vengono promossi numerosi programmi di ricerca spaziale. Nel 2007 è stata firmata la Politica Spaziale Europea che crea per la prima volta un quadro comune, unificando l’approccio e i programmi di ESA con quelli dei singoli Stati membri e dell’Unione Europea[7].

 

Le attività di ESA oggi

Come è spiegato dal suo sito ufficiale, “ESA è l’unica agenzia spaziale al mondo che ricopre l’intero raggio di attività spaziali”[8]. Oltre a condurre studi e monitoraggi sul Sistema Solare e sull’Universo nel suo complesso, le attività dell’Agenzia Spaziale Europea sono rivolte anche alla comprensione del nostro pianeta, allo sviluppo di tecnologie e servizi e alla promozione dell’industria spaziale europea. Nel dettaglio, ESA permette:

  • L’osservazione della Terra
  • L’esplorazione dello spazio attraverso satelliti e razzi di ESA
  • La navigazione intorno al globo
  • Garanzie alla sicurezza nello spazio
  • Il miglioramento delle comunicazioni, attraverso sia lo sviluppo della tecnologia satellitare che il supporto all’industria e all’innovazione nell’ambito delle telecomunicazioni
  • Ricerca ed innovazione: molte sono le attività svolte in questo campo. Tra le altre, è consentita la pianificazione di nuove missioni – robotiche o umane – per l’esplorazione dello spazio e di nuovi pianeti oltre che per lo sviluppo di nuove tecnologie nel settore[9].

 

Questa vasta gamma di attività viene messa in atto attraverso programmi specifici che vengono classificati come “obbligatori” o “facoltativi[10]”, a seconda che vi partecipino tutti gli Stati membri oppure no. Nello specifico, nel primo gruppo rientrano quei programmi finanziati in maniera proporzionale dagli Stati membri. Essi sono dunque tenuti obbligatoriamente a parteciparvi. I programmi “obbligatori” sono relativi alle attività principali dell’agenzia che riguardano il budget generale e i programmi scientifici spaziali, tra cui rientrano l’esame dei progetti futuri e i programmi di formazione. Vengono invece definiti come “facoltativi” quei programmi per i quali ogni paese membro può decidere se e in che misura contribuire. In questo secondo gruppo rientrano tra gli altri le attività di telecomunicazioni, i programmi di osservazione della Terra, di lancio e volo spaziali.

 

L’osservazione della Terra e la navigazione intorno al globo

L’osservazione della Terra è una delle principali attività promosse dall’Agenzia Spaziale Europea. Essa consente di prevedere con anticipo le condizioni metereologiche nelle varie zone terrestri e di fornire dunque informazioni fondamentali ad alcuni settori economici, come l’industria agricola e dei trasporti.

Tuttavia, l’osservazione della Terra non si limita solo alla previsione del tempo atmosferico ma va molto oltre. Attraverso le immagini ottenute dai satelliti metereologici, è possibile infatti la comprensione di ampie dinamiche e fenomeni che affliggono il nostro pianeta, come il cambiamento climatico, le inondazioni o gli incendi boschivi. La loro osservazione e studio è fondamentale per poter elaborare azioni per prevenirle, alleviarle o risolverle ove possibile.

Copernicus è uno dei programmi di ESA che agisce in tale direzione. Pensato per un’attività di lungo periodo, opera con l’obiettivo di raccogliere informazioni utili all’elaborazione di una risposta rapida ad eventuali emergenze del nostro pianeta. È per questo motivo che ogni giorno, i sei satelliti di Copernicus immagazzinano 150.000 GB di dati che vanno a comporre un “database europeo” libero ed aperto a tutti. Tali informazioni sono relative alle varie attività che avvengono nel nostro pianeta – incluse quelle riguardanti oceani e atmosfera – oltre ai fenomeni che lo interessano, specialmente i cambiamenti climatici e il livello dei mari.

L’Agenzia Spaziale Europea opera anche per ciò che riguarda la navigazione intorno al globo. Satelliti inviati e controllati da ESA – oltre a stazioni di terra dislocate in tutto il mondo – garantiscono il funzionamento dei sistemi di orientamento come le mappe interattive. Oltre a questo, l’agenzia supporta l’industria europea nello sviluppo di nuovi sistemi di navigazione.

 

Garanzie per la sicurezza nello spazio

Molte sono le attività promosse dall’Agenzia Spaziale Europea per garantire la sicurezza nello spazio.

In primis, l’agenzia fornisce informazioni utili ai voli spaziali per evitare collusioni con eventuali pericoli come asteroidi e detriti spaziali. Proprio a questo fine, molte sono le iniziative promosse per lo sviluppo degli strumenti tecnologici. Tra questi, rientrano i recenti tentativi di costruzione di telescopi high-tech per la ricerca di asteroidi.

Inoltre, in collaborazione con l’industria spaziale europea, ESA garantisce anche lo sviluppo di nuove tecnologie utili come quelle rivolte al futuro monitoraggio del Sole. A questo riguardo, il 10 febbraio 2020[11] è stato lanciato il satellite Solar Orbiter, anche denominato SOLO.

 Lo studio del Sole garantirà non solo di conoscere meglio la Stella ma anche di comprendere e prevedere in tempo utile eventuali eruzioni ed altre attività pericolose per la navigazione e le reti elettriche terrestri. In tal modo si potrebbe evitare un danno economico per l’Europa stimato intorno ai 16 miliardi di euro.

Un altro sforzo importante è poi rappresentato dall’iniziativa Clean Space, o Spazio Pulito. Tale attività permette lo sviluppo di tecnologie sostenibili basate su un approccio verde alle attività spaziali. In particolar modo, cerca di ridurre la quantità di detriti spaziali in modo da garantire la sicurezza cosmica[12]. Clean Space comprende l’intero ciclo di vita spaziale: dallo stadio iniziale di progettazione fino alle ultime fasi di vita delle missioni e alla rimozione dei “detriti”. Per poter operare al meglio in tutte queste fasi, l’iniziativa opera in tre diverse branche:

  • EcoDesign: consente di usare un approccio di sostenibilità ambientale per la progettazione delle missioni spaziali
  • CleanSat: garantisce lo sviluppo di tecnologie per la creazione di futuri detriti
  • Manutenzione in orbita e rimozione dei detriti attivi

 

Il futuro dell’Agenzia Spaziale Europea

A novembre 2019 a Siviglia si è riunito il Consiglio ESA con l’obiettivo di determinazione delle priorità dell’agenzia per i prossimi tre anni.  L’incontro è stato chiamato Space19+ ed è il frutto di due anni di consultazioni tra gli Stati membri, le compagnie spaziali, i cittadini e la classe politica.

Il risultato finale è uno dei piani più ambizioni nella storia di ESA e del settore spaziale europeo in generale. Quattro sono i pilastri identificati da Space19+ per il futuro di ESA:

  • esplorazione e scoperta,
  • monitoraggio e salvaguardia,
  • connettività e benefici,
  • progettazione e operatività.

 

Per perseguire gli obiettivi fissati gli Stati membri hanno accordato un aumento significativo dei finanziamenti per i programmi obbligatori oltre che del portfolio per i programmi opzionali di ESA. In particolar modo, grande spazio verrà dato allo studio dei cambiamenti climatici e alla garanzia di sicurezza dello spazio, considerate tra le grandi sfide del futuro. Verrà riservata anche una particolare attenzione alla ricerca e allo sviluppo dei laboratori ESA. Inoltre, Space19+ ha deciso di aumentare la cooperazione con l’Unione Europea, prolungare la partecipazione alla Stazione Spaziale Internazionale fino al 2030 e di contribuzione agli sforzi di esplorazione lunare promossi dalla NASA.

L’aumento dell’impegno previsto dagli Stati membri durante Space19+ è emblematico dell’importanza che essi danno alle attività dell’Agenzia Spaziale Europea non solo per quel che riguarda strettamente i suoi progetti ma anche per il grande contributo che garantisce allo sviluppo dell’industria europea.

È per questo che possiamo ipotizzare che nel futuro il ruolo di ESA potrà solo accrescersi garantendo all’Agenzia un ruolo di grande attore nella scena spaziale mondiale.

Informazioni

[1] Nella Convenzione per la creazione dell’Agenzia Spaziale Europea, gli Stati Membri hanno voluto specificare che le attività dell’ESA vengono portate avanti seguendo scopi esclusivamente di tipo pacifico

[2] Da https://esamultimedia.esa.int/docs/corporate/This_is_ESA_IT_LR.pdf

[3] Austria, Belgio, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Spagna, Svezia, Svizzera, Ungheria

[4] Nello specificare questo, l’atto di fondazione di ESA sottolinea nuovamente la natura pacifica delle attività dell’ESA che non devono mai entrate in collisione con attività ed interessi di altre organizzazioni o enti nazionali o internazionali

[5] Attualmente il direttore generale è Jan Wörner

[6] Belgio, Germania, Danimarca, Francia, Italia, Olanda, Regno Unito, Svezia, Svizzera e Spagna

[7] La Politica Spaziale Europea è stata elaborata congiuntamente dal Direttore Generale di ESA con la Commissione Europea

[8] Traduzione dall’inglese del sito ufficiale ESA (http://www.esa.int/ESA_Multimedia/Videos/2019/08/This_is_ESA)

[9] Tra questo tipo di attività vi sono rientrate per esempio quelle del satellite Plank, che ha identificato le prime tracce del big bang e della luce nell’universo

[10] Detti anche “opzionali”

[11] SOLO dovrebbe raggiungere il Sole tra un paio di anni ma già a Luglio è stato possibile avere le prime immagini della stella

[12] Basti pensare infatti che dei 5400 satelliti attualmente in orbita, solo 1800 sono ancora funzionanti mentre gli altri sono spazzatura spaziale


Team Europe

Team Europe: il sostegno europeo ai paesi partner post Covid-19

A fronte della crisi pandemica, l’Unione Europea ha creato un pacchetto di sostegno per i paesi partner denominato Team Europe

 

La crisi sanitaria mondiale e la risposta europea

La comparsa del virus Covid-19 e la pandemia che ne è conseguita è divenuta una vera e propria sfida globale sul piano sanitario ma anche sociale ed economico e i primi gravi effetti sono già evidenti. Secondo i dati forniti nell’aggiornamento del World Economic Outlook, la produzione mondiale è infatti diminuita drasticamente, registrando una contrazione del PIL globale del 3%. Il Fondo Monetario Internazionale sottolinea inoltre che tutti i paesi del mondo – sia quelli avanzati che in via di sviluppo – registrano una recessione: un dato che non si vedeva dalla crisi economica del 1929. Ed il Financial Times classifica l’attuale crisi come peggiore rispetto proprio alla Grande Depressione[1].

Sicuramente i prossimi mesi saranno decisivi per capire a pieno quali conseguenze dovremo affrontare, anche in base alla comparsa o meno di una seconda ondata di contagi.  In tutti i casi, le misure sanitarie ed economiche che tutti i governi stanno già varando saranno fondamentali per mitigare gli effetti della crisi. È necessario sia garantire un forte sostegno all’economia che contenere e fronteggiare il propagarsi dell’epidemia ancora in atto.

È proprio in tal senso che anche l’Unione Europea sta operando. Le istituzioni hanno elaborato una serie di misure rivolte sia agli Stati membri che ai paesi partner più bisognosi di sostegno. In relazione a questi ultimi, alle “regolari” politiche di collaborazione, come quella di vicinato[2], si è affiancato il pacchetto di aiuti denominato Team Europe, presentato dalla Commissione l’8 Aprile 2020 e approvato dal Consiglio esattamente un mese dopo. Vedremo i dettagli del piano successivamente.

Per quanto riguarda invece i paesi membri, tra le politiche elaborate rientra il piano per la ripresa economica denominato “Next Generation”, attualmente in via di approvazione al Consiglio. Il programma prevede uno stanziamento di 750 miliardi di euro[3] che saranno destinati al supporto di riforme nei paesi membri, ad incentivare gli investimenti privati e a sostenere piani per fronteggiare future crisi sanitarie simili a quella attuale[4].

 

Cosa prevede Team Europe

Team Europe è un pacchetto di aiuti in risposta alla crisi pandemica e rivolto ai paesi partner dell’Unione Europea. È stato pensato per mettere in atto misure di vario genere, elaborate in un’ottica di risposta multilaterale coordinata insieme a Nazioni Unite, organizzazioni regionali – come l’Unione Africana -, istituzioni finanziarie internazionali, G7 e G20.

Il programma combina risorse provenienti sia dall’UE che dagli Stati membri e dalle istituzioni finanziarie, in particolar modo dalla Banca europea degli Investimenti e dalla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Al momento della presentazione ufficiale del pacchetto avvenuta l’8 aprile 2020, la Commissione aveva previsto uno stanziamento di circa 20 miliardi di euro di cui 15.6 provenienti da programmi già esistenti, come la politica di vicinato. Tuttavia, solo un mese più tardi con l’approvazione definitiva, il Consiglio ha stabilito di aumentare il pacchetto a quasi 36 miliardi. Tale incremento significativo evidenzia l’importanza che il programma ha sia per l’Unione che per i suoi Stati membri.

Team Europe si rivolge a un vasto numero di partner in varie aree del mondo: dai Balcani occidentali e i partner orientali fino ad America Latina e Caraibi, dall’Asia e il Pacifico fino al Medio Oriente e il Nord Africa. Per ogni paese verrà effettuata una valutazione congiunta con i destinatari stessi per stabilire le diverse necessità di intervento e dunque la cifra esatta da destinare ad ogni obiettivo.

Un’attenzione particolare verrà riservata alla parte di popolazione locale più debole e maggiormente colpita dalla crisi come bambini, donne, anziani, disabili oltre che migranti e rifugiati. Il Consiglio ha inoltre enfatizzato la necessità che la programmazione delle misure abbracci un arco temporale di medio e lungo termine. I primi fondi sono già stati stanziati.

 

Le azioni previste da Team Europe

Ad oggi, tre sono gli obiettivi primari che dovranno essere perseguiti da Team Europe nei paesi destinatari:

  1. Fornire risposte immediate alla crisi sanitaria e ai bisogni umanitari:
  • Tale obiettivo è considerato come primario e consente sia di garantire cure ai malati di Covid-19 sia di evitare un ulteriore dilagarsi del virus nei paesi interessati. I fondi verranno dunque in maggior parte riservati all’acquisto di strumenti sanitari, come ambulanze, respiratori, mascherine e materiale necessario per eseguire i tamponi. Tali aiuti si aggiungono ad altri piani similari che sono stati messi in atto dalle Nazioni Unite e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.
  1. Rafforzare i sistemi igienico-sanitari e idrici:
  • Questo obiettivo è strettamente correlato a quello precedente e consente di fornire ai paesi interessati sistemi igienico-sanitari e idrici ben strutturati, oltre ad aumentare le conoscenze in materia. Tra le varie azioni messe in campo al riguardo, sono infatti previsti anche progetti per aumentare la consapevolezza della popolazione locale – specialmente le comunità più vulnerabili – verso il rischio pandemico.
  1. Mitigare le conseguenze economiche e sociali dovute alla crisi pandemica, includendo riforme governative per la riduzione della povertà:
  • La ripercussione della pandemia anche a livello economico e sociale è purtroppo già evidente, come mostrato in precedenza. Nei paesi partner dell’Unione, la nuova crisi economica potrebbe portare con sé un aumento della povertà e un aggravamento delle disuguaglianze sociali già presenti. Ecco perché Team Europe si rivolge anche ad azioni mirate al sostegno economico agli Stati destinatari per limitare le conseguenze.

 

Oltre a questi obiettivi primari, l’Unione sta investendo nell’ambito della ricerca per comprendere il virus e limitarne la diffusione. Ha dunque promosso cooperazioni con enti di ricerca locali nei paesi partner e sta mettendo in campo sforzi per mobilitare le eccellenze scientifiche mondiali attraverso la creazione di piattaforme di collaborazione.

 

Ragioni del sostegno ai paesi partner

In uno scenario di crisi pandemica ed economica, gli Stati del mondo più vulnerabili sono sicuramente tra i primi a presentare difficoltà e problemi strutturali, che aggravano la loro situazione di partenza già complicata. Tra questi, rientrano senza dubbio molti dei paesi partner europei, per i quali un rischio di collasso economico e sociale è concreto.

Tale scenario potrebbe mettere a rischio la sicurezza e stabilità della stessa Unione Europea[5], specialmente in relazione ai paesi con essa confinanti[6]. È proprio al fine di evitare questa eventualità che è stato creato Team Europe il quale, come le altre politiche rivolte ai paesi partner, segue le linee guida dettate dalla Strategia globale europea del 2016[7]. Obiettivo primario è dunque il miglioramento della resistenza politica ed economica dei paesi destinatari per creare società più inclusive, prosperose e sicure e per garantire la protezione dei diritti umani.

Oltre a questo, è importante evidenziare come in un’ottica di strategia diplomatica globale, le politiche rivolte ai paesi terzi servono anche ad affermare e rafforzare il ruolo europeo come potenza mondiale, a fronte di altri grandi “colossi” come Stati Uniti, Russia e Cina. Ad oggi, mentre gli USA dimostrano una sempre maggiore politica di disinteressamento[8] per ciò che avviene fuori dai propri confini, altre potenze aumentano la loro presenza all’estero e rafforzano il legame con paesi terzi. Basti pensare al forte ruolo che la Cina ha già da alcuni anni in Africa e che, con la crisi pandemica, ha consolidato inviando aiuti sanitari ed economici.

Dunque per l’Unione Europea, il sostegno ai paesi partner garantisce di mantenere un forte legame con questi Stati e di conseguenza rafforzare la sua posizione globale come una delle principali potenze occidentali.

 

La crisi pandemica come opportunità di rilancio della cooperazione

La crisi pandemica si inserisce in un’epoca di grandi cambiamenti dell’ordine globale, che mette in dubbio il modello internazionale basato sulla cooperazione tra i paesi membri.

Tale cambiamento è primariamente dovuto al dilagare dei cosiddetti “sovranismi” che hanno riportato l’attenzione all’interno degli Stati stessi, privilegiando gli interessi nazionali alla collaborazione regionale ed internazionale. Sicuramente l’esempio più lampante di tale cambiamento è a livello europeo Brexit mentre sul piano globale è l’atteggiamento adottato negli ultimi anni dagli Stati Uniti, più orientati verso il disimpegno. Ai sovranismi si aggiunge anche la presenza di modelli illiberali forti, rappresentati in primis da Cina e Russia: potenze che non hanno mai nascosto di condurre la propria politica in maniera diversa rispetto alle potenze occidentali e meno predisposta verso la collaborazione internazionali.

Il Covid-19 ha posto ancor più in evidenza questa opposizione, mostrando due diversi tipi di risposta alla crisi pandemica. Da un lato, l’attenzione primaria verso gli interessi nazionali espressa anche da alcuni paesi membri dell’Unione, quali Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Emblematica la scelta ad inizio crisi di sospendere il trattato di Schengen, senza aspettare una decisione comune europea.

Dall’altro lato invece vi è la risposta di paesi che hanno prediletto la collaborazione come metodo per combattere la crisi pandemica. Come abbiamo visto, l’Unione Europea ha cercato di seguire tale strada, offrendo risposte multilaterali, come Team Europe.

Data la portata della crisi che ci troviamo ad affrontare, il successo di una o dell’altra via potrebbe comportare un cambiamento significativo dell’ordine mondiale dei prossimi anni, riaffermando o meno il carattere cooperativo degli ultimi decenni. Dal momento che la crisi pandemica ha evidenziato maggiormente l’interconnessione del mondo odierno, possiamo comunque aspettarci che la cooperazione internazionale non sparisca del tutto. Nei prossimi anni, vista la sua struttura regionale, l’Unione Europea avrà dunque un ruolo decisivo nel dimostrare che la strada della collaborazione è quella più efficace per affrontare le sfide del futuro[9].

Informazioni

Tocci N., International Order and the European Project in Times of COVID19, IAI Commentaries, numero 20/09, marzo 2020, p. 6

Semprini F., Il peggior momento dal 1929. L’Fmi prevede: “Crisi globale per il coronavirus”. In Italia il Pil crollerà del 9%, La Stampa, 15 aprile 2020

Ülgen S., The Coronavirus is creating a crisis on Europe’s borders, Foreign Policy, 1/05/2020

https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/77470/%E2%80%9Cteam-europe%E2%80%9D-global-eu-response-covid-19-supporting-partner-countries-and-fragile-populations_en

https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/77326/coronavirus-european-union-launches-%E2%80%9Cteam-europe%E2%80%9D-package-support-partner-countries-more-%E2%82%AC20_en

[1] Fonte: Financial Times (https://www.ft.com/content/19d2e456-0943-42fc-9d2d-73318ee0f6ab)

[2] Per maggiori dettagli al riguardo, si rimanda all’articolo di Diritto Consenso sul tema: https://www.dirittoconsenso.it/2020/06/23/politiche-di-vicinato-unione-europea/

[3] Next Generation – in Italia conosciuto più comunemente con il nome “Recovery Fund” – è stato unito ad un rafforzamento generale del budget europeo di lungo periodo. Per maggiori informazioni: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_20_940

[4] In relazione a questo ultimo punto, è stato previsto dalla Commissione anche un rafforzamento dei fondi per l’azione estera, in particolar modo in relazione all’assistenza umanitaria

[5] Molti potrebbero essere i rischi alla sicurezza e stabilità dell’Unione che si prospetterebbero in caso di collasso dei paesi confinanti. Tra questi vi è senza dubbio una possibile recrudescenza del fenomeno migratorio. Oltre ad aumentare i flussi in entrata, potrebbero anche aprirsi nuove rotte di migrazione verso l’Europa, aggravando il numero degli arrivi

[6] In tal senso, l’attuale situazione libica è un esempio emblematico di cosa avviene in caso di crisi ai confini dell’Unione

[7] Presentata nel 2016 dall’allora Alto Rappresentante – Federica Mogherini -, la Strategia Globale (EUGS) è il documento cardine della politica estera europea degli ultimi anni in tutte le sue declinazioni: dalla sicurezza e difesa, all’energia ed ambiente fino al rapporto con i paesi partner e la politica di vicinato. Per quanto riguarda questo ultimo punto, la Strategia sottolinea come, sulla base degli obiettivi di sviluppo sostenibile elaborati dalle Nazioni Unite, debbano essere messe in campo azioni in collaborazione con altri attori internazionali

[8] Emblemi di tale nuova attitudine statunitense sono l’abbandono dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’annuncio del ritiro di truppe dispiegate all’estero

[9] Unico rischio per l’Unione Europea resta sempre che gli Stati agiscano in maniera “introversa” poiché non condividono la linea europea secondo cui la crisi può essere affrontata solo con risposte regionali/locali


Unione Europea nel Mediterraneo

Da Sophia a Irini: l'Unione Europea nel Mediterraneo

Come il passaggio tra le missioni Sophia e Irini ha mutato le priorità della presenza dell’Unione Europea nel Mediterraneo

 

La Strategia di sicurezza marittima europea

Per strategia di sicurezza marittima (EUMSS) si intende il piano europeo che detta le linee guida per affrontare le sfide in ambito marittimo. Adottato nel 2014 e poi revisionato nel 2018, l’EUMSS è integrato alla più vasta Strategia Globale[1] con l’obiettivo primario di preservare gli interessi strategici dell’Unione europea attraverso l’elaborazione di risposte comuni alle sempre crescenti sfide che si prospettano, tra cui terrorismo, traffico di esseri umani e questioni ambientali. Risposte che si traducono nella definizione di metodi – sia regionali che nazionali – per l’aumento dell’efficienza, effettività e stabilità dell’ambito marittimo sia interno che esterno all’Unione. La sicurezza dell’ambiente marittimo, quindi dell’Unione Europea nel Mediterraneo, è una condizione di vitale importanza per la crescita e la prosperità europea dal momento che non possiamo ignorare che il 50% della popolazione e del PIL europeo si trovano in regioni marittime.

Da un punto di vista pratico, l’EUMSS è stato implementato dall’Action Plan che individua 5 aree di azione per la sicurezza marittima.

  • La creazione di una consapevolezza marittima, sorveglianza e condivisione di informazioni a livello europeo
  • Lo sviluppo e il rafforzamento delle capacità europee in ambito marittimo
  • La gestione del rischio oltre che la protezione delle infrastrutture marittime critiche e l’elaborazione di risposte comuni alle crisi
  • Ricerca e innovazione in materia di sicurezza marittima
  • Una forte azione esterna, elaborata in base ad elementi stabiliti seguendo l’esperienza maturata dall’osservazione di missioni precedenti

 

Inoltre l’Action Plan include una lista di 130 azioni immediate che saranno soggette periodicamente al controllo degli Stati Membri oltre che della Commissione e delle agenzie europee interessate. Tra queste rientrano anche le missioni dell’Unione Europea nel Mediterraneo.

 

La strategia di sicurezza marittima dell’Unione Europa nel Mediterraneo

La strategia di sicurezza marittima e l’Action Plan sono i documenti base da cui viene elaborata tra gli altri la presenza dell’Unione Europea nel Mediterraneo. Negli ultimi mesi in tale contesto abbiamo assistito all’avvicendamento tra l’operazione EUNAVFOR Med Sophia e EUNAVFOR Med Irini. Vedremo nel dettaglio successivamente le caratteristiche di queste missioni e quale cambiamento ha subito la presenza europea nell’area.

È importante però sottolineare che nel Mediterraneo operano anche alcune Joint Operation di Frontex, attive sulle coste italiane, greche e spagnole. Il loro obiettivo primario è il controllo dei confini oltre che il salvataggio, l’identificazione e la registrazione dei migranti. Svolgono inoltre anche attività di tipo secondario per il mantenimento della sicurezza nell’area.

Nello specifico, per quanto riguarda l’Italia, l’operazione Themis è stata creata a febbraio 2018 come sostituta della precedente Triton. Oltre a quelle prima elencate, svolge anche attività per l’individuazione di eventuali minacce terroristiche ai confini italiani, tra cui rientra l’identificazione di possibili foreign fighters.

Avviata nel gennaio 2016, l’operazione Poseidon supporta invece le autorità greche nell’attività di combattimento dei crimini transfrontalieri come il contrabbando di armi e sostanze illegali, la pesca illegale e l’inquinamento marino.

Per quanto riguarda infine le coste spagnole, sono state create tre Joint Operation di Frontex: Hera, Indalo e Minerva. Il loro obiettivo secondario è fornire sostegno alle autorità nazionali nel controllo dei confini marittimi per la lotta contro il traffico di stupefacenti. Ognuna di queste operazioni è attiva in una diversa porzione di costa spagnola.

Da rilevare come i risultati conseguiti da queste Joint Operations insieme al contributo della missione EUNAVFOR Sophia tra il 2015 e l’inizio di Marzo 2020 siano stati notevoli poiché hanno consentito il salvataggio 523 653 vite.

 

L’operazione Sophia: l’Unione Europea nel Mediterraneo fino a marzo 2020

La EUNAVFOR Med Sophia è un’operazione militare di sicurezza marittima nel Mediterraneo centrale. Si presenta come uno degli elementi della più vasta strategia comprensiva europea di risposta alle questioni migratorie nata come conseguenza dell’instabilità politica libica e della nascita di rotte di migranti clandestini verso le coste europee. Lanciata dall’Unione Europea nel giugno del 2015, Sophia ha dunque come obiettivo primario il contrasto al traffico illecito di esseri umani nell’area attraverso l’identificazione e la cattura dei trafficanti e un’attività di ricerca e salvataggio, identificata con l’acronimo SAR. Lo stesso titolo della missione ne racchiude l’obiettivo: porta infatti il nome di una neonata nata da una migrante Somala a bordo di una nave tedesca, la Schleswig-Holstein, nella notte del 24 agosto 2015.

Nel tempo, il mandato della missione è stato esteso includendo anche altre attività che vengono definite di supporto. Si tratta nello specifico dell’addestramento della guardia costiera libica oltre che della repressione del contrabbando di armi in base all’embargo imposto dalle Nazioni Unite con la risoluzione 2292(2016) del Consiglio di Sicurezza[2]. Vengono anche svolte attività di sorveglianza e raccolta di informazioni sul traffico illecito di petrolio e altri derivati dal paese.

Le varie estensioni del mandato di Sophia hanno determinato un’attività continuata per un lasso di tempo di cinque anni, facendo di questa operazione un vasto impegno per garantire stabilità e sicurezza nell’area mediterranea con risultati significativi. Il salvataggio di 44 916 migranti[3] nel Mar Mediterraneo tra giugno 2015 e marzo 2019 ne è la prova.

 

La posizione degli Stati Membri e l’annuncio di febbraio 2020

La scadenza del mandato di Sophia, fissata per il 31 marzo 2020, ha dato vita a lunghi mesi di trattative tra i Ministri degli Esteri degli Stati membri dell’Unione per decidere se confermare o meno la missione. Alcuni paesi infatti, tra cui anche l’Italia[4], hanno manifestato la preoccupazione che la sua continuazione potesse fungere da incoraggiamento, invece che deterrente, per le rotte migratorie clandestine verso i paesi europei. Per questo motivo hanno espresso la volontà di rielaborare la presenza dell’Unione Europea nel Mediterraneo dandole nuovi obiettivi da perseguire. In particolar modo, il rafforzamento dell’embargo delle Nazioni Unite sulle armi in Libia è sembrata essere una preoccupazione primaria visto l’aggravarsi costante della crisi libica ed il sempre maggior coinvolgimento di attori esterni nella regione come Turchia, Russia ed Emirati Arabi.

È così che il 17 Febbraio 2020 durante la consueta conferenza stampa al termine del Consiglio degli Affari Europei, l’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione, Josep Borrell, ha decretato ufficialmente la fine di Sophia e l’avvio di una nuova operazione nel Mediterraneo per il rafforzamento dell’embargo ONU. Denominata nei mesi successivi EUNAVFOR Med Irini, la nuova missione è destinata a cambiare il modo in cui agisce l’Unione Europea nel Mediterraneo, non ponendo più il controllo del fenomeno migratorio come obiettivo primario indiscusso come invece è stato negli ultimi anni. È per questo motivo che l’annuncio dell’Alto Rappresentante ha destato molto interesse verso il futuro della presenza europea nell’area. I dettagli della nuova missione Irini sono stati chiari solo nei mesi successivi all’annuncio.

 

In cosa consiste la missione IRINI

Iniziata il 1 aprile 2020, la nuova missione EUNAVFOR Irini prende il proprio nome dal greco “pace”. Come specificato nell’annuncio dell’Alto Rappresentante, Irini è stata creata con l’obiettivo di rafforzare l’embargo sulle armi posto dalle Nazioni Unite con la risoluzione 2292(2016) del Consiglio di Sicurezza. Per questo è previsto un pattugliamento delle coste libiche con mezzi aerei, satellitari e in particolar modo marittimi che consentiranno di bloccare qualsiasi ingresso o uscita dal paese di armi e materiale connesso.

Inoltre, IRINI perseguirà altre 3 funzioni secondarie:

  • La raccolta di informazioni e monitoraggio delle esportazioni illecite dalla Libia di petrolio, greggio e prodotti raffinati correlati. Si tratta anche in questo caso di un’attività di implementazione di misure già previste delle Nazioni Unite;
  • Fornirà un contributo allo sviluppo e alla formazione della guardia costiera e della marina libiche;
  • Consentirà la raccolta di informazioni e il pattugliamento aereo delle coste libiche al fine di smantellare le reti di traffico di esseri umani.

 

In relazione a questo ultimo punto, Irini consente di non abbandonare totalmente il lavoro fatto fino ad ora dalla missione Sophia nel contrasto al traffico di esseri umani ma le modalità con cui verrà svolto saranno sicuramente diverse. Per il momento infatti sono previsti solo la raccolta di informazioni e il pattugliamento con mezzi aerei mentre non viene fatto riferimento al controllo via mare, che comunque resta improbabile date le rotte che verranno coperte da Irini.

Il comando della missione nonché il suo quartier generale sono affidate all’Italia, la quale si alternerà con la Grecia per quanto riguarda il comando in mare. La missione verrà sottoposta ad uno stretto controllo politico e strategico degli Stati membri attraverso il Comitato Politico e di Sicurezza (CPS). La scadenza iniziale del mandato della missione è fissata al 31 Marzo 2021, con possibilità di rinnovo.

 

In conclusione

Come dunque già evidenziato, il passaggio da Sophia a Irini segna un cambiamento importante della presenza dell’Unione Europea nel Mediterraneo dettato dalle diverse priorità perseguite. Se infatti fino a marzo 2020 l’obiettivo prioritario indiscusso era il controllo dei flussi migratori[5], con l’avvio di Irini la priorità è diventata il rispetto dell’embargo ONU sulle armi in Libia. Sicuramente l’attenzione per le rotte migratorie resta ma il rischio è che si perda la gestione organica del problema che fino ad oggi ha consentito anche alle Joint Operations di Frontex[6] di perseguire una linea comune. È proprio per questo motivo che alcuni Stati membri, ed in particolar modo l’Italia, hanno sottolineato la necessità di ripensare alle regole generali per la gestione delle rotte migratorie clandestine per evitare che siano i paesi di destinazione a doversi fare carico da soli del problema.

Tutti i paesi si sono comunque trovati d’accordo nel ritenere che il rispetto dell’embargo ONU sulle armi è un passo importante per garantire la stabilità della Libia e dunque dell’intera area. Nello specifico, per l’Italia questo è un obiettivo fondamentale considerando la vicinanza dello Stato nord africano. Non a caso, il nostro paese continua a dimostrare un forte interesse verso la presenza dell’Unione Europea nel Mediterraneo. Proprio per questo, al di là del comando della missione, il 13 Maggio 2020 il Ministro degli Esteri, Luigi di Maio, ha annunciato che il governo sta pensando ad una partecipazione significativa alla missione con un contingente di 500 militari oltre che un’unità navale e tre mezzi aerei[7].

L’Alto Rappresentante dell’Unione ha recentemente valutato come positivi i primi risultati riportanti da Irini[8]. Solo il tempo potrà dirci quale sarà l’effetto di questa nuova missione sull’assetto politico libico e più in generale regionale e a determinare il ruolo dell’Unione Europea nel Mediterraneo.

Informazioni

Alagna F., From Sophia to Irini: Eu Mediterranean Policies and the Urgency of “Doing Something”, IAI Commentaries, numero 20/32, maggio 2020, p. 5

Amajd M., The ending of Operation Sophia: The EU sway from its Human Security approach, ModernDiplomacy, https://moderndiplomacy.eu/2020/02/20/the-ending-of-operation-sophia-the-eu-sway-from-its-human-security-approach/

Barigazzi J., Operation Sophia to be closed down and replaced, Politico.eu, https://www.politico.eu/article/operation-sophia-to-be-closed-down-and-replaced/

Gaiani G., Sophia “muore” ma la nuova operazione navale Ue nasce già zoppa, Analisi Difesa, https://www.analisidifesa.it/2020/02/sophia-muore-ma-la-nuova-operazione-navale-ue-nasce-gia-zoppa/

Pelosi G., Libia, dal 1 aprile chiude Sophia: al via «Irini», migranti non più in Italia ma in Grecia, Il Sole 24 Ore, https://www.ilsole24ore.com/art/libia-1-aprile-chiude-sophia-via-irini-migranti-non-piu-italia-ma-grecia-ADlFLGH?refresh_ce=1

Commissione Europea, Leaflet: European Union Maritime Security Strategy: https://ec.europa.eu/maritimeaffairs/sites/maritimeaffairs/files/leaflet-european-union-maritime-security-strategy_en.pdf

Consiglio dell’Unione Europea, Infografica – EU Mediterranean operations 2015-2020, ultima revisione 11 March 2020: https://www.consilium.europa.eu/en/infographics/saving-lives-sea-february-2018/

Operazione Poseidon, sito ufficiale Frontex: https://frontex.europa.eu/along-eu-borders/main-operations/operation-poseidon-greece-/

Operazione Themis, sito ufficiale Frontex: https://frontex.europa.eu/along-eu-borders/main-operations/operation-themis-italy-/

Operazione Minerva-Indalo, sito ufficiale Frontex: https://frontex.europa.eu/along-eu-borders/main-operations/operations-minerva-indalo-spain-/

Operazione Sophia, sito ufficiale: https://www.operationsophia.eu/

Operazione Irini, sito ufficiale: https://www.operationirini.eu/

https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/74772/foreign-affairs-council-remarks-high-representativevice-president-josep-borrell-press_en

https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/03/31/eu-launches-operation-irini-to-enforce-libya-arms-embargo/

https://eeas.europa.eu/headquarters/headquarters-homepage/74842/libya-eu-ministers-agree-launch-new-mediterranean-sea-operation-implement-arms-embargo_en

[1] Per maggiori dettagli sulla Strategia Globale dell’Unione, si rimanda a https://www.dirittoconsenso.it/2019/07/03/la-politica-europea-in-materia-di-difesa/

[2] Per informazioni dettagliate sulla risoluzione: https://www.un.org/press/en/2016/sc12401.doc.htm

[3] Questi dati si riferiscono solo ai risultati dell’attività di SAR della missione Sophia e non ai risultati riportati dalle Joint Operations di Frontex.

[4] L’Italia ha sempre supportato la missione Sophia fin dalla sua nascita dato il ruolo del paese come una delle prime destinazioni delle rotte migratorie clandestine. Insieme all’operazione Themis, Sophia ha dato un forte contributo al controllo del fenomeno nel nostro paese. Non a caso la guida della missione Sophia e il suo quartier generale sono stati affidati proprio all’Italia. Tuttavia, durante le trattative europee, l’allora governo giallo-verde ha dimostrato una posizione negativa verso il rinnovo della missione, modificando la posizione del paese rispetto al passato.

[5] Ricordiamoci che fino a marzo 2020 la presenza europea nel Mediterraneo era segnata da questo obiettivo che accomunava Sophia alle Joint Operations di Frontex

[6] Ricordiamo che le operazioni Frontex agiscono in maniera territoriale, motivo per cui è necessario un quadro generale di gestione del problema migratorio per poter garantire di risolverlo nel suo complesso.

[7] Tali dati sono comunque ancora al vaglio del Consiglio dei Ministri e come previsto dall’ordinamento dovranno essere approvati dalle Camere. (Fonte: https://www.agi.it/estero/news/2020-05-14/libia-di-maio-missione-irini-8614578/)

[8] Fonte: https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2020/05/26/libia-borrell-operazione-ue-irini-sta-gia-dando-risultati_f056b8e0-bb0c-4917-b801-25cc8ecf548a.html


Politica europea

La politica europea in materia di difesa

La politica europea degli ultimi anni potrebbe essere messa in discussione dalle nuove istituzioni che saranno in carica per i prossimi cinque anni. Esse avranno infatti la possibilità di decidere se continuare o meno sul cammino fino a qui intrapreso. Senza dubbio una delle tematiche in discussione sarà il futuro della politica europea di difesa

 

Introduzione alla politica europea

Negli ultimi anni, la Commissione uscente ha intrapreso misure volte ad una maggiore cooperazione in vista della costruzione di un vero e proprio sistema comune. Non è assolutamente scontato che tale direzione venga mantenuta anche dalla prossima Commissione visto che non tutti gli Stati membri sono propensi a cedere completamente la loro competenza in materia. Parlare di politica europea di difesa significa parlare di un tema scottante. Prima di analizzare dunque i fattori influenzanti il futuro di questa politica, cerchiamo di capire la situazione esistente ad oggi.

 

La politica europea di difesa degli ultimi anni

La cooperazione europea in materia di difesa racchiude un insieme di misure e azioni avviate o previste negli ultimi anni per garantire una maggiore collaborazione tra i paesi membri. È stata fortemente voluta dalla Commissione Europea uscente, guidata da Jean-Claude Juncker, come primo passo per la creazione della così detta “Europa di Difesa”: un sistema comune che possa rispondere efficacemente ai rapidi mutamenti dello scenario globale. La complessità di fenomeni come il terrorismo internazionale, le minacce cibernetiche e le numerose crisi ai confini dell’Unione necessitano risposte comuni per essere fronteggiati in maniera efficace, garantendo la sicurezza degli Stati europei.

La Strategia Globale dell’Unione Europea (EUGS), presentata nel Giugno 2016 dall’Alto Rappresentante, è il documento cardine di questa iniziativa. Nel testo, viene evidenziata a pieno l’importanza di una collaborazione ritenuta anche metodo per sviluppare le capacità di ogni paese evitando una duplicazione degli sforzi.

Dalla pubblicazione dell’EUGS svariate sono le misure previste in tale direzione. Alcune sono già state avviate, altre sono a tutt’oggi sulla carta o solo all’inizio dell’iter di definizione.

Di seguito verranno spiegate le principali iniziative che sono state già messe in atto, eccezion fatta per i fondi previsti per il finanziamento della difesa, che sono ancora in via di definizione. È fondamentale pensare queste misure come coerenti e complementari fra loro: sono tasselli di un più ampio progetto che coinvolge varie sfere d’azione.

 

Il rafforzamento della Politica di Sicurezza e Difesa Comune già esistente

Il potenziamento della Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC)[1] già esistente è sicuramente una delle prime azioni messe in atto dall’Unione per intensificare la cooperazione. Attraverso il rafforzamento degli strumenti di gestione delle crisi è infatti possibile potenziarne le capacità e ottenere maggiori risultati.

Per quanto riguarda la dimensione militare, ciò si traduce nel rafforzamento delle capacità di risposta alle crisi oltre che nella creazione di nuove strutture di comando per le missioni. In particolare, viene costituito nel 2017 il Centro di Comando Unico (MPCC). Si tratta di un centro di comando permanente responsabile della pianificazione operativa delle missioni militari non esecutive[2], garantendo tra gli altri il coordinamento con le attività civili.

Anche il rafforzamento della dimensione civile della PSDC è considerato un punto fondamentale della nuova strategia di politica europea. L’obiettivo è potenziarne l’efficienza anche in caso di minacce alla sicurezza interne o esterne grazie all’identificazione di nuove priorità inserite nel Patto sulla Dimensione Civile, presentato nel 2018.

Ricordiamo che attualmente sono in atto sei missioni militari e dieci missioni civili europee[3]. Tali operazioni hanno garantito in questi anni la collaborazione tra gli Stati membri e la condivisione di strategie, buone pratiche e idee.

 

La Cooperazione Permanente Strutturata

La Cooperazione Permanente Strutturata (PESCO) mira al rafforzamento dell’integrazione tra i paesi membri attraverso la loro partecipazione a progetti concreti in materia di sicurezza e difesa. È stata di fatto avviata alla fine del 2017 anche se trova già le sue basi giuridiche nell’articolo 42(6), nell’articolo 46 e nel protocollo 10 del Trattato sull’UE.

Poiché l’adesione alla PESCO è volontaria – come quella ai suoi singoli progetti – solo 25 Stati membri hanno aderito ad oggi, con l’eccezione di Danimarca, Malta e Regno Unito. Tuttavia, la natura degli impegni assunti è giuridicamente vincolante, il che garantisce un miglior risultato rispetto a forme di cooperazione avviate in precedenza.

Nel quadro della PESCO, ad oggi sono stati avviati 34 progetti, individuati dagli Stati membri e approvati dal Consiglio, che interessano sette aree di collaborazione. Il loro obiettivo è l’incremento delle capacità dei membri, concentrando sforzi e mezzi usati, anche finanziari, ed evitando di fatto una dispersione delle risorse. Annualmente viene prevista una revisione per ogni progetto così da valutarne i risultati raggiunti.

 

La CARD

Entrata in vigore nel 2019, la Procedura di Revisione Coordinata Annuale sulla Difesa (CARD) è un sistema di monitoraggio sistematico dei piani di spesa nazionale. La procedura è coordinata dall’Agenzia Europea di Difesa (AED) la quale presenta periodicamente al Consiglio Europeo una relazione riguardante ciascuno Stato. L’obiettivo del CARD è la comprensione della situazione finanziaria di ogni paese in materia di difesa e l’identificazione delle misure da adottare per raggiungere una piena coerenza tra i membri. Si tratta di una condizione fondamentale per garantire il successo degli investimenti e delle iniziative europee – come la PESCO – e di conseguenza per permettere un sempre maggior coinvolgimento in un sistema comune, una politica europea recente ma dai risvolti interessanti.

 

Gli strumenti finanziari

È ad oggi ancora in via di definizione il quadro finanziario pluriennale dell’Unione per gli anni 2021-2027. In attesa della sua definitiva approvazione da parte delle istituzioni europee, possiamo già notare che sono state previste delle novità in materia di difesa. Questo sarà infatti fondamentale per comprendere la vera caratura della poltica europea. Oltre all’incremento dei fondi già esistenti in precedenza, viene infatti creato il Fondo Europeo per la Difesa (FED) il cui obiettivo è sviluppare la competitività e l’innovazione industriale promuovendo la collaborazione tra i paesi membri in tutti gli stadi produttivi: dall’analisi e ricerca fino allo sviluppo delle capacità.

All’interno del quadro finanziario pluriennale non rientra invece il finanziamento per le missioni militari della PSDC, le operazioni di supporto e costruzione della pace che viene gestito direttamente dagli Stati attraverso il Consiglio.

Anche in questo caso si registra comunque una ristrutturazione dei fondi attraverso la creazione dello Strumento Europeo per la Pace. Si tratta di un fondo unico su cui convogliano quelli fino ad oggi esistenti, garantendo la possibilità di ampliarne l’efficacia e l’azione. Tuttavia, essendo direttamente stabilito dal Consiglio, il rischio per lo Strumento Europeo per la Pace è che registri variazioni annuali e una possibile limitazione da parte degli Stati membri che ancora non condividono pienamente l’incremento delle competenze europee.

 

La mobilità militare

La capacità d’azione delle forze armate dipende strettamente dalla loro possibilità di spostarsi nel territorio nel quale stanno operando. La rapidità di movimento infatti è determinante per il successo delle operazioni miliari. Tuttavia, nel territorio europeo, lo spostamento delle forze armate è difficile e talvolta molto costoso a causa dell’esistenza di barriere burocratiche e normative e l’assenza di infrastrutture adeguate.

Per tale motivo, la mobilità militare è divenuta uno dei punti dell’agenda europea di sicurezza e difesa già a partire dal 2017, quando è stata pubblicata la comunicazione congiunta tra Commissione e Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) intitolata “Migliorare la mobilità militare nell’Unione Europea”. Nello stesso anno, la mobilità militare è stata inserita tra i progetti PESCO.

È tuttavia nel marzo del 2018 che la Commissione e l’Alto Rappresentate presentano congiuntamente il Piano d’Azione per la Mobilità Militare. Si tratta di un documento chiave in tale ambito che fornisce una cornice coerente per attuali e futuri progetti di cooperazione, nel rispetto della piena sovranità statale. Nello specifico, il Piano indica compiti, responsabilità e tempistiche per il miglioramento della mobilità militare, incoraggiando le istituzioni europee ad aumentare i loro sforzi. Tre sono le aree d’azione che vengono identificate: la definizione dei requisiti militari; lo sviluppo delle infrastrutture; la semplificazione di norme e permessi per i movimenti transfrontalieri. Un ruolo importante viene anche riconosciuto alla collaborazione tra UE e NATO, che dovrà essere sviluppata nel contesto della Dichiarazione Congiunta del 2016[4].

È fondamentale sottolineare che il Piano d’Azione è considerato un documento in divenire che potrà essere sottoposto a revisioni in base alle necessità e all’evoluzione delle circostanze. Inoltre, a partire dall’estate del 2019, la Commissione e l’Alto Rappresentante pubblicheranno report periodici sul progresso dell’implementazione del Piano.

 

Prospettive future della politica europea per la cooperazione di difesa

Come evidenziato in precedenza, spetterà alla nuova Commissione Europea decidere se proseguire o meno sulla strada intrapresa fin qui. La poltica europea dei prossimi anni quindi sarà quindi davanti ad un bivio. Sicuramente due fattori avranno un impatto significativo su tale decisione: la Brexir e l’andamento politico in alcuni Stati membri.

Per quanto riguarda il primo punto, l’uscita del Regno Unito farà perdere all’Unione uno dei paesi con più capacità in termini di difesa. Si tratta infatti di uno dei due Stati membri – insieme alla Francia – che detiene una capacità militare completa, essendo una potenza nucleare. Inoltre negli ultimi anni il Regno Unito ha aumentato esponenzialmente la spesa per la difesa, con l’obiettivo di arrivare nel 2021 a un budget pari al 2% del Pil come richiesto dalla NATO.

Tuttavia, è altresì possibile che la Brexit abbia un impatto positivo sullo sviluppo futuro dell’integrazione europea di difesa. Infatti, il Regno Unito è sempre stato fortemente critico ed ostile verso un aumento della cooperazione come dimostrano la sua non adesione alla PESCO e il limitato contributo sia alle missioni militari sia alla spesa comune in rapporto alla sua capacità complessiva.

L’impatto effettivo della Brexit dipenderà quindi dalla definizione dei nuovi rapporti tra UE e Regno Unito. Ad oggi sembrano ambedue interessate a stabilire una partnership al di fuori della NATO visti i benefici alla reciproca sicurezza. Se come sembra dall’interesse manifestato, il Regno Unito continuasse a cooperare in materia operativa, istituzionale e industriale, la Brexit avrà sicuramente un impatto positivo per l’Unione. Infatti sarebbe possibile continuare a beneficiare della presenza di un attore forte come il Regno Unito e al tempo stesso proseguire nel progetto di difesa comune senza che esso interferisca.

Dall’altro lato, il risultato delle elezioni europee ha evidenziato in alcuni paesi la forte presenza di forze cosiddette sovraniste, contrarie all’ampliamento delle competenze europee non solo in materia di difesa. Sicuramente questo fattore potrebbe avere delle ripercussioni nei prossimi anni sia per l’indirizzo politico indicato dal Consiglio Europeo sia per la possibilità che il Consiglio dell’Unione blocchi alcune iniziative volte all’aumento dell’integrazione. Non è inoltre scontato che non ci siano anche degli effetti sulle nomine dei membri della nuova Commissione.

Si potrebbero dunque presentare tre diversi scenari, con ripercussioni su tutta le politica europea, non solo la sicurezza e la difesa.

Il primo si avrebbe in caso di prevalenza delle posizioni sovraniste sia nel Consiglio Europeo che nel Consiglio dell’Unione, appoggiate dai membri della Commissione con tale sensibilità. Si realizzerebbe così uno stallo di tutti i progetti di ampliamento delle competenze europee. Tuttavia, è pensabile che in ambito di difesa alcune forme di cooperazione – come le missioni PSDC – continuerebbero vista l’impossibilità dei singoli Stati di rispondere da soli alle crisi.

La seconda possibilità si realizzerebbe invece se prevalessero le posizioni non sovraniste nelle istituzioni, in linea con la maggioranza presente nel Parlamento Europeo. In tal caso, verrebbe continuata la politica europea avviata dalla precedente Commissione verso l’Europa di Difesa, come tutti gli altri progetti di ampiamento delle competenze europee. La fattibilità di tale circostanza dipende solo dalla capacità delle forze non sovraniste di fare fronte comune: ipotesi ad oggi meno accreditata vista la difficoltà a collaborare.

Terzo ed ultimo scenario vedrebbe la realizzazione della cosiddetta Europa a due velocità[5] con la divisione degli Stati in due gruppi: da un lato i paesi favorevoli alla piena integrazione e dall’altro coloro che preferiscono proseguire con una collaborazione parziale senza cedere competenze. Si creerebbe così una spaccatura nell’Unione e sarebbe necessario ripensare all’intero progetto europeo in chiave totalmente nuova.

Informazioni

Black J., Cox K., Hall A., Kepe M., Silfversten E. (2017), Defence and Security After Brexit. Understanding the possible implications of the UK’s decision to leave the EU, RAND Europe

Bode S., European Defence: Give PESCO a Chance, in “Survival: Global Politics and Strategy June–July 2018”, Vol. 60, n°3, pp. 161-180

Bode S., The EU Global Strategy 2020, Egmont Security Policy Brief, March 2019, n°108

Delreux T., Keukeleire S. (2008), The Foreign Policy of the European Union, Palgrave Macmillan, The European Union Series

http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-10766-2018-INIT/en/pdf

https://eeas.europa.eu/headquarters/headQuarters-homepage/35285/towards-stronger-eu-security-and-defence_en

https://ec.europa.eu/commission/sites/beta-political/files/communication-modern-budget-may_2018_en.pdf

http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2018-0514_IT.html

In materia di sicurezza invece, l’Europa conta varie organizzazioni regionali. Una su tutte, l’Europol: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/04/leuropol/

[1] Secondo l’art. 42(1) del Trattato sull’UE, la PSDC “assicura che l’Unione disponga di una capacità operativa ricorrendo a mezzi civili e militari. L’Unione può avvalersi di tali mezzi in missioni al suo esterno per garantire il mantenimento della pace, la prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite.”. La PSDC si compone di una dimensione militare ed una civile.

[2] Le missioni militari dell’Unione si dividono in due tipologie in base al proprio mandato. Si parla di missioni “esecutive” quando vi è l’autorizzazione per svolgere compiti esecutivi e governativi in supporto o sostituzione delle autorità locali. Questo è attualmente il caso dell’operazione Sophia (EUNAFOR Med). Le missioni “non esecutive” invece non hanno tale autorizzazione.

[3] La distinzione tra i due tipi di missioni della PSDC dipende dal loro obiettivo e dagli attori operanti sul territorio.

[4] Al termine del loro incontro a Varsavia in occasione del summit NATO nel Luglio 2016, il Segretario Generale della NATO e i Presidenti della Commissione Europea e del Consiglio hanno reso nota una Dichiarazione Congiunta con la quale hanno evidenziato la volontà di creare una cooperazione sempre più forte e trasparente tra le due organizzazioni, evidenziandone le principali aree di sviluppo per il futuro. E’ su queste basi che negli anni successivi sono state intraprese iniziative congiunte.

[5] Da anni, l’opzione dell’Europa a due velocità è considerata da molti studiosi come una soluzione allo stallo del progetto di integrazione europea dovuto all’ostilità di alcuni Stati membri nel cedere le loro competenze. Fino a qualche tempo fa, si pensava ad una divisione tra occidente (favorevole all’integrazione) ed oriente (per una cooperazione parziale) ma le elezioni europee di Maggio 2019 hanno dimostrato che anche alcuni paesi prima considerati favorevoli alla piena integrazione – come l’Italia – ad oggi non appoggerebbero tale progetto.