La delimitazione territoriale degli Stati

Sul mappamondo è possibile vedere Stati dalle forme più variegate. La delimitazione territoriale degli Stati infatti segue alcuni criteri molto particolari

 

Cos’è una frontiera?

La delimitazione del territorio di uno Stato si esprime per mezzo di uno strumento giuridico e politico che conosciamo tutti come frontiera. Questa altro non è che la linea che segna il limite del territorio dentro il quale uno Stato può esercitare i propri diritti di sovranità. Ciò è possibile per gli Stati esistenti, ossia per gli Stati che oggi sono riconosciuti nel diritto internazionale.

Stabilire una frontiera è possibile seguendo un processo che è costituito da due fasi: la delimitazione e la demarcazione. La delimitazione è la parte più complessa per la costituzione di una frontiera. Normalmente la frontiera viene individuata o stabilita di comune accordo tra gli Stati confinanti. Pensiamo alla frontiera tra Italia e Austria o tra Stati Uniti e Canada. Tale accordo ovviamente si riflette in un trattato internazionale che viene appunto definito trattato di frontiera: in caso di mancato raggiungimento dell’accordo sorge una controversia che solitamente viene risolta attraverso l’arbitrato internazionale[1] o la Corte Internazionale di Giustizia[2]. Con la sentenza quindi verrà stabilita la delimitazione territoriale degli Stati coinvolti.

 

I criteri di delimitazione territoriale degli Stati

Da questo momento, le cose però possono complicarsi. Il limite adottato può essere un limite preesistente. Questo succede nei casi in cui si applica il principio dell’uti possidetis iuris (traducibile in “così come possedete”) o di successione ai trattati di frontiera per gli Stati che hanno ottenuto l’indipendenza, nei quali le frontiere dei nuovi Stati sono i limiti che avevano quando erano colonie.

È possibile però stabilire anche un nuovo limite. Quando avviene il fenomeno della successione di Stati nella ipotesi di Stati che hanno ottenuto da poco l’indipendenza, il successore succede ai limiti che erano dello Stato predecessore. Il nuovo Stato quindi manterrà i confini preesistenti. L’aspetto più importante in questi casi è relativo ai trattati di frontiera. Qui infatti vige il principio della continuità dei trattati di frontiera, la cui formulazione si ritrova nell’articolo 11 della Convenzione di Vienna sulla successione degli Stati in materia di trattati del 1978.

In base appunto all’articolo 11, nel caso in cui fossero esistiti trattati internazionali che stabilissero limiti, lo Stato successore è obbligato a rispettare le frontiere preesistenti così come i trattati che le hanno stabilite. Esempi di applicazione di questi titoli giuridici sono:

  • Il caso della controversia territoriale tra Libia e Chad del 1994, la cui soluzione è stata raggiunta dalla Corte Internazionale di Giustizia sulla base del trattato franco-libico del 1955 stabilendo la sovranità del Ciad sulla striscia di Aouzou
  • Il caso della frontiera terreste e marittima tra Camerun e Nigeria del 2002, per il quale la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che le regioni del Lago Chad e di Bakassi fossero di sovranità camerunense basandosi sui trattati franco-britannico del 1919 e del 1931 (nel caso del Lago Chad) e dell’accordo anglo-tedesco del 1913 (nel caso della penisola e delle isole di Bakassi)

 

Il principio dell’uti possidetis iuris

La regola dell’uti possidetis iuris è strettamente legata al fenomeno della decolonizzazione. Tale principio[3] può essere definito come il criterio in base al quale i nuovi Stati devono rispettare e mantenere come frontiere i limiti coloniali esistenti al momento dell’ottenimento dell’indipendenza, nel modo in cui erano stati stabiliti dal diritto interno del precedente Stato colonizzatore.

Teniamo presente che per decolonizzazione, indipendentemente se preceduta da un conflitto o dal semplice riconoscimento con un processo di transizione pacifico, intendiamo quel fenomeno in cui Stati che erano stati colonizzati da potenze straniere raggiunsero l’indipendenza tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni70[4]. Tale percorso ha accomunato perlopiù paesi africani e asiatici. Con l’ottenimento dell’indipendenza viene così riconosciuta la soggettività giuridica di diritto internazionale per uno Stato. Con questo mutamento dello scenario internazionale si assistette ad un vero e proprio boom dei membri delle Nazioni Unite. Basti guardare che dal 1950 al 1980 si passò da 60 a 154 Stati membri delle Nazioni Unite.

Il principio quindi dell’uti possidetis iuris svolge un doppio ruolo nei conflitti territoriali: è un criterio giuridico acquisitivo della sovranità su un territorio così come un criterio delimitatore delle frontiere. Attenzione però. Il principio in questione richiede che i nuovi Stati debbano essere della stessa potenza coloniale (un esempio potrebbe essere del caso di Ruanda e Burundi, ex colonie belghe, o di Uganda e Kenya, ex colonie britanniche). Nel caso in cui i limiti siano tra due nuovi Stati che abbiano avuto due potenze coloniali diverse allora è necessario un trattato di frontiera (come è avvenuto per esempio tra Mozambico e Sudafrica, antiche colonie rispettivamente di Portogallo e Regno Unito).

 

I criteri di delimitazione territoriale degli Stati

Detto questo, bisogna identificare i limiti degli Stati. Per tracciare le frontiere esistono vari criteri:

  • Criteri naturali, sono quelli segnati dalla presenza di elementi come montagne, fiumi e laghi. Alcuni esempi sono la cordigliera della Ande tra Argentina e Cile, il Danubio che segna in parte il confine tra Bulgaria e Romania e la regione dei Grandi Laghi tra Canada e Stati Uniti
  • Criteri artificiali, sono quelli che implicano l’azione dell’uomo o che si relazionino a edifici o a strutture. Alcuni esempi sono la Grande Muraglia cinese, il Muro di Berlino o il Vallo di Adriano (alcuni di questi sono ovviamente esempi storici e non più adattabili ad oggi)
  • Criteri immaginari, sono quelli che si sovrappongono a limiti astronomici o geometrici. Limiti astronomici sono la frontiera tra Stati Uniti e Canada che è fissata in relazione al 45esimo parallelo nord o la frontiera tra l’Alaska e Canada che segue il 140esimo meridiano ovest, oppure, per un esempio storico, il 38esimo parallelo nord che segnava la divisione tra le due Coree prima dello scoppio della Guerra di Corea. Limiti geometrici invece sono le frontiere stabilite tra Egitto e Libia o tra Siria e Giordania

 

 

La demarcazione della frontiera

La demarcazione, come abbiamo detto prima, è la seconda fase del trattato di frontiera. Rappresenta la parte che, potremmo definire, più tecnica: si tratta di un insieme di operazioni materiali che stabiliscono direttamente sul terreno il tracciato della frontiera stabilita. A questo proposito, gli Stati coinvolti devono nominare una “Commissione di demarcazione”, composta da tecnici esperti che si occuperanno della segnalazione della frontiera collocando pietre miliari e punti di riferimento.

 

La delimitazione territoriale e le contese territoriali

Le contese territoriali hanno storicamente causato (o sono state il pretesto, a volte neanche tanto velato) i conflitti militari tra Stati. Ad oggi, sperando di non rivivere episodi di guerra tra attori internazionali, ci sono ancora molte contese territoriali aperte.

L’elenco è molto lungo e potremmo considerare vari elementi che spiegano come mai le contese non siano state risolte. Ne elenco 7 che sono, a mio giudizio, particolarmente interessanti individuando dapprima l’area geografica.

  • L’Antartide: è il continente in cui non ci sono Stati ma che è contesa da Stati vicini ad esso (come Cile, Argentina, Nuova Zelanda e Australia) e Stati con legami e interessi economici come Francia, Regno Unito e Norvegia.
  • Il mar cinese meridionale: è un’area marittima in cui sono presenti da tempo diverse contese territoriali tra Cina, Filippine, Giappone, Vietnam, Indonesia, Maleysia e Brunei. L’influenza cinese nella regione è quella più forte[5].
  • Il confine tra Egitto e Sudan: i due Stati sono in contrasto su due zone al confine. Si tratta del triangolo di Hala’ib (un’area di circa 20.000 km2) e Bir Tawil che rappresenta una modesta zona di territorio che, forse per la prima volta nel diritto internazionale, ad oggi non è rivendicata da nessuno Stato.
  • Le isole Curili: isole divise geograficamente in Curili settentrionali, centrali e meridionali, sono il motivo di disputa territoriale dalla fine della seconda guerra mondiale tra Giappone e Russia ma trattati internazionali precedenti alla guerra hanno creato questa lunga contesa. Il Giappone infatti rivendica quattro isole delle Curili meridionali e i negoziati si protraggono[6] tra alti e bassi dal 1956.
  • Il Kashmir: territorio conteso da India e Pakistan e in misure minore dalla Cina, è motivo di contesa dal 1947. Un problema di non poco conto è la continua contesa tra India e Pakistan, stati con composizione religiosa, sociale ed economica molto diversa. Non meno particolare, entrambi gli Stati detengono armi nucleari ma non sono parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare[7].
  • Cipro: la contesa ovviamente non riguarda l’isola, ma la particolare situazione di divisione. Cipro infatti è un’isola segnata dalla distinzione in Repubblica di Cipro (greco-cipriota) e Repubblica Turca di Cipro del Nord (che occupa la parte settentrionale dell’isola).
  • Olivenza: in Europa, oltre a Cipro, si assiste ad una contesa che riguarda Portogallo e Spagna. La città di Olivenza infatti è motivo di contesa da più di 200 anni a seguito della Guerra delle Arance.

 

A ben vedere quindi il tema della delimitazione territoriale degli Stati è tutt’altro che arcaico e stabilito in forme cristalline. La comunità internazionale infatti è attiva anche su queste tematiche, tra lunghi negoziati in stallo e visibili tensioni.

Informazioni

María Teresa Infante Caffi, Las fronteras desde la perspectiva del Derecho Internacional in Estud. int. (Santiago, en línea) vol. 48 no. 185, Santiago, 2016

https://www.icj-cij.org/files/case-related/83/6687.pdf

https://www.britannica.com/place/Nigeria/Bakassi-Peninsula-dispute#ref953498

https://scielo.conicyt.cl/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0719-37692016000300004

[1] Come nel caso tra Etiopia ed Eritrea del 2002

[2] Come nel caso tra Benin e Niger del 2005

[3] http://www.enciclopedia-juridica.com/it/d/uti-possidetis/uti-possidetis.htm

[4] Ma con casi assai più recenti, come Macao nel 1999

[5] Un’analisi geopolitica su quest’area è stata fatta da Luca Giro in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/07/22/mar-cinese-meridionale-geografia-e-diritto-internazionale/

[6] https://www.bbc.com/news/world-asia-pacific-11671514

[7] Di questo trattato ne ha parlato Giuseppe Guerra in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/10/il-regime-di-non-proliferazione-nucleare/


UNESCO

L'UNESCO e i trattati contro il traffico illecito dei beni culturali

Un’organizzazione internazionale tanto importante come l’UNESCO è al centro della lotta al traffico illecito dei beni culturali. Ma in che modo?

 

Introduzione alla tutela del patrimonio culturale nel diritto internazionale

Il moderno diritto internazionale relativo alla protezione del patrimonio culturale è iniziato nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Dopo l’istituzione delle Nazioni Unite è nata l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’istruzione, la scienza e la cultura (UNESCO) nel 1945. Non meno importante è l’adozione della Dichiarazione Universale sui Diritti Umani (UDHR) nel 1948[1]. A partire poi dagli anni 50, tutto il diritto internazionale ha avuto un rapido crescendo: il diritto dei trattati, i conflitti a livello regionale, pronunce dei tribunali internazionali e chi più ne ha più ne metta.

Si tratta di un processo anche interessante se si considera la molteplicità dei temi. Quello a cui voglio dare spazio in questo articolo riguarda appunto la tutela dei beni culturali[2] e, più specificamente, si tratta di capire quanto sia importante il ruolo dell’UNESCO nella lotta al traffico illecito dei beni culturali.

 

Alcune informazioni sull’UNESCO

L’UNESCO è un istituto specializzato dell’ONU. La Convenzione istitutiva dell’UNESCO, che conta 15 articoli, è stata firmata a Londra il 16 novembre 1945 ed è entrata in vigore, a seguito del deposito del ventesimo strumento di ratifica, il 4 ottobre 1946. Lo scopo dell’UNESCO è di contribuire alla pace ed alla sicurezza internazionali promuovendo la collaborazione tra gli Stati attraverso l’educazione, la scienza e la cultura. Tra le competenze, spicca quella di cui all’articolo 1 par. 2 lett. c) dato che l’UNESCO:

Maintain, increase and diffuse knowledge:

By assuring the conservation and protection of the world’s inheritance of books, works of art and monuments of history and science, and recommending to the nations concerned the necessary international conventions;

By encouraging cooperation among the nations in all branches of intellectual activity, including the international exchange of persons active in the fields of education, science and culture and the exchange of publications, objects of artistic and scientific interest and other materials of information;

By initiating methods of international cooperation calculated to give the people of all countries access to the printed and published materials produced by any of them.

 

L’UNESCO deve tuttavia astenersi, ex articolo 1, par. 3, dall’intervenire in materie riservate alla competenza esclusiva degli Stati, così da assicurare l’indipendenza e l’integrità dei suoi membri, nonché la diversità delle loro culture e dei loro sistemi di istruzione. Per questo motivo il sistema della protezione dei beni culturali si basa su più strumenti internazionali e sulla necessaria partecipazione dei singoli Stati e delle organizzazioni internazionali (come l’Interpol, l’UNIDROIT, l’ICOM, etc.)

 

La struttura dell’UNESCO

La struttura organizzativa dell’UNESCO è formata da un organo intergovernativo assembleare, la Conferenza Generale, da un organo intergovernativo esecutivo, il Consiglio Esecutivo, e un Segretario Generale.

La Conferenza Generale è costituita dai rappresentanti degli Stati membri dell’UNESCO e il compito della Conferenza è quello di determinare le politiche e le linee principali di azione dell’organizzazione. Questo organo si riunisce ogni due anni in sessioni ordinarie alle quali partecipano, oltre ai rappresentanti degli Stati membri, anche gli Stati Associati, gli osservatori degli Stati non membri, le organizzazioni intergovernative e quelle non governative. È possibile inoltre fissare delle sessioni straordinarie se lo richiedono i componenti della Conferenza Generale o Consiglio Esecutivo o un terzo degli Stati membri[3].

Il Consiglio Esecutivo è il secondo organo ed è composto da 58 membri, eletti dalla Conferenza Generale, e si riunisce in due sessioni annuali ordinarie. Il ruolo del Consiglio Esecutivo è di due tipi: di responsabilità verso l’esterno, ossia nei confronti dell’intero sistema dell’Organizzazione, e di supporto all’attività della Conferenza Generale.

Il terzo organo dell’UNESCO è il Segretario Generale, formato dal Direttore Generale[4] e dal suo personale. Il Direttore Generale partecipa, senza diritto di voto, a tutte le riunioni della Conferenza Generale, del Consiglio Esecutivo e dei Comitati dell’UNESCO. Inoltre il Segretariato Generale ha il compito di preparare il bilancio e il programma generale dell’UNESCO che deve essere sottoposto al Consiglio Esecutivo. Si contano numerose risoluzioni adottate dalla Conferenza Generale dell’UNESCO sull’argomento della protezione dei beni culturali e sul traffico di tali beni[5].

E per quanto riguarda il diritto dei trattati?

 

I trattati più importanti

In tema di protezione dei beni culturali ci sono molti trattati sia a livello internazionale che a livello regionale, come la Convenzione di Nicosia[6].

Grazie all’UNESCO sono stati firmati i seguenti trattati per arginare il fenomeno del traffico illecito internazionale dei beni culturali:

  • La Convenzione dell’Aia del 1954[7]
  • La Convenzione UNESCO del 1970[8] e le Operational Guidelines
  • La Convenzione per la Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale del 1972[9]
  • La Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo del 2001[10]
  • La Convenzione sulla Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale del 2003[11]

 

I trattati più importanti in materia sono i primi due dell’elenco appena riportato.

 

Il primo trattato citato: la Convenzione dell’Aia del 1954

Il percorso che porta alla Convenzione dell’Aia del 1954 è segnato da numerosi negoziati.

Su iniziativa dei Paesi Bassi, l’UNESCO ha adottato la Risoluzione 6.42 durante la Quarta Sessione della Conferenza Generale (Parigi, 1949). Il Segretariato ha quindi intrapreso i lavori, i cui risultati sono stati presentati nella Quinta Sessione della Conferenza Generale (Firenze, 1950), che ha adottato la Risoluzione 4.44 che autorizza il Direttore Generale a “preparare e presentare agli Stati membri un progetto per una convenzione internazionale per la protezione, in caso di guerra, di monumenti e altri oggetti di valore culturale”. Ciò è stato trasmesso agli Stati membri e le risposte dei loro governi sono state sottoposte alla Sesta Sessione della Conferenza Generale (Parigi, 1951). Il progetto è stato quindi rielaborato dal Consiglio Internazionale sui Monumenti, sui Siti Artistici e Storici e sugli Scavi Archeologici[12], quindi ripresentato ai governi e rivisto dal Segretariato in seguito ai loro commenti. La revisione finale da parte di un Comitato di Esperti Governativi ha prodotto tre documenti separati (un Commento, un Progetto di Convenzione e dei Progetti di Regolamento per la sua Esecuzione), che sono stati sottoposti alla Settima Sessione della Conferenza Generale (Parigi, 1952). A seguito dei lavori di questa Sessione, l’UNESCO ha accettato l’offerta del governo dei Paesi Bassi di ospitare una conferenza intergovernativa. Questa conferenza, che si è tenuta all’Aia dal 21 aprile al 14 maggio 1954, ha portato all’adozione della Convenzione per la Protezione dei Beni Culturali in caso di Conflitto Armato, del Regolamento di Esecuzione, del Protocollo e di tre risoluzioni il 14 maggio 1954 o più comunemente nota come Convenzione dell’Aia del 1954.

 

Il secondo trattato citato: la Convenzione del 1970

Nel 1960 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione sulla Concessione dell’Indipendenza ai Paesi e ai Popoli Coloniali (UNGA 1514 (XV)).

Durante i decenni seguenti i nuovi Stati indipendenti erano intenzionati a recuperare elementi importanti del loro patrimonio culturale, molti dei quali si trovavano nei musei degli ex Stati colonizzatori. Erano anche molto preoccupati per la continua perdita del patrimonio culturale a causa dello sfruttamento da parte dei saccheggiatori in un momento in cui tali Stati avevano relativamente poche risorse per contrastare i saccheggi di beni culturali. Gran parte del dibattito iniziale si concentrò su queste due questioni, ma il mercato e gli Stati di destinazione dei beni culturali erano contrari a restituire oggetti culturali ricevuti in passato soprattutto dal momento che tali beni si trovavano nei loro musei o nelle collezioni private. Erano tuttavia disposti a fare qualcosa per fermare le perdite lamentate principalmente dagli Stati in via di sviluppo. Questi problemi si sono ovviamente riflessi anche all’interno dell’UNESCO.

La risoluzione 4.412 della Conferenza Generale dell’UNESCO[13] alla sua undicesima sessione del 1960 autorizzava il Direttore Generale a preparare le consultazioni per l’adozione di nuove misure per combattere il traffico illecito dei beni culturali.

Il progetto prese forma quando si espresse la volontà di redigere una nuova convenzione. Ciò è avvenuto nel 1964 quando l’UNESCO ha nominato un Comitato di esperti provenienti da trenta Stati. Nel novembre di quell’anno la Conferenza Generale ha adottato la Raccomandazione sui Mezzi per Proibire e Prevenire l’Esportazione, l’Importazione e il Trasferimento Illeciti della Proprietà di Beni Culturali[14]. Durante la tredicesima sessione tenutasi a Parigi, si è concretizzata con la Risoluzione 3.334[15] l’autorizzazione del Comitato a redigere una bozza. Successivamente il Direttore Generale dell’UNESCO, René Maheu, nominò un esperto principale e quattro consulenti per redigere il testo della convenzione, per una successiva revisione da parte di ciascuno Stato membro. A seguito dei commenti ricevuti dagli Stati, il testo fu rivisto e, dopo la revisione, fu inviato a un comitato speciale di esperti governativi, che preparò una bozza finale intorno all’aprile 1970. Tale bozza fu la base del testo della Convenzione UNESCO e fu presentato alla sedicesima Conferenza Generale tenutasi il 14 novembre 1970.

 

Un’ultima considerazione

Fin qui ho descritto il ruolo dell’UNESCO nel favorire la cooperazione tra gli Stati, incoraggiando negoziazioni per la firma di trattati. Questi trattati, pur costituendo il nucleo duro della tutela dei beni culturali, non sono attuali.

Ciò che deve essere fatto però in senso ampio è molto di più: è il caso di favorire un unico trattato che oltrepassi il binomio Convenzione 1954 e Convenzione 1970[16] e di adottare misure più incisive a livello nazionale. E di coinvolgere maggiormente l’opinione pubblica, che non fa mai male.

Informazioni

Convenzione di Londra del 16 novembre 1945

Scovazzi, Il traffico illecito di beni culturali: non soltanto una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali, in Triggiani, Cherubini, Ingravallo, Nalin E Virzo, Dialoghi con Ugo Villani, Bari, 2017, pp. 197 – 205

O’Keefe, P. J., Commentary on the UNESCO 1970 Convention on the means of prohibiting and preventing the illicit import, export and transfer of ownership of cultural property, Builth Wells, 2007

https://rm.coe.int/raising-the-awareness-on-the-illicit-trafficking-of-cultural-property-/1680983428

[1] G.A. Res. A/3/217A – reperibile nella rete interconnessa

[2] È un tema che ho già trattato in altri articoli, come questo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/linterpol-nella-lotta-al-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[3] Sino ad ora la Conferenza Generale si è riunita 39 volte in sessioni ordinarie e 4 volte in sessioni straordinarie

[4] Dal 2017 è la francese Audrey Azoulay:

[5] Recommendation on International Principles Applicable to Archaeological Excavations (new Delhi, 1956), Recommendation on the Means of Prohibiting and Preventing the Illicit Export, Import and Transfer of Ownership of Cultural Property (Paris, 1964), Recommendation on the Preservation of Cultural Property Endangered in Public of Private Works (Paris, 1968), Recommendation on the International Exchange of Cultural Property (Nairobi, 1976), Recommendation on the Protection of Movable Cultural Property (Paris, 1978)

[6] Ho parlato della Convenzione in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/26/la-convenzione-di-nicosia/

[7] Convention for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict with Regulations for the Execution of the Convention

[8] Convention on the Means of Prohibiting and Preventing the Illicit Import, Export and Transfer of Ownership of Cultural Property

[9] Convention concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage

[10] Convention on the Protection of the Underwater Cultural Heritage

[11] Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage

[12] International Council on Monuments, Artistic and Historical Sites and Archaeological Excavations

[13] United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, Records of the General Conference, Eleventh Session, Paris, 1960 – reperibile nella rete interconnessa

[14] Recommendation on the Means of Prohibiting and Preventing the Illicit Export, Import and Transfer of Ownership of Cultural Property, 19 novembre 1964 – reperibile nellla rete interconnessa

[15] Records of the General Conference, Thirteenth Session, Paris 1964, Resolutions, UNESCO – reperibile nella rete interconnessa

[16] Le due convenzioni infatti sono sempre state riconosciute come un unicum del diritto internazionale. Le falle di ciascuna di queste sarebbero “annullate” nell’applicazione congiunta delle disposizioni interne


Traffico di droga e Covid-19

Traffico di droga e Covid-19

Un’analisi sulla relazione traffico di droga e Covid-19: impatto e possibili conseguenze di questo binomio nei mesi a seguire

 

Premessa

L’emergenza in corso ha stravolto la maggior parte delle attività economiche. Tra queste anche quelle illecite. La presente analisi riguarda il binomio traffico di droga e Covid-19.

I due fenomeni hanno un diretto rapporto causale? In parte no, perché bisogna contestualizzare moltissimi dati dai quali ancora non è possibile offrire una descrizione completa. Sono stati raccolti in questi mesi del 2020 documenti ufficiali di 35 Stati membri dell’UNODC ed è nato un documento informativo molto interessante.

I temi affrontati nel report “COVID-19 and the drug supply chain: from production and trafficking to use sono vari:

  • Domanda e offerta fino ad aprile 2020
  • Andamento dei mercati nel medio e lungo periodo (si tratta ovviamente di stime)
  • Politiche adottate dagli Stati per un bilanciamento tra la lotta al Covid-19 e la lotta al traffico di droga
  • Situazioni in cui si trovano alcune categorie di tossicodipendenti a rischio (come i detenuti, i sieropositivi e pazienti con epatite)
  • Il delicatissimo rapporto tra restrizione delle libertà e trattamenti sanitari per persone tossicodipendenti.

 

Da un punto di vista globale[1] il traffico di droga è dipendente dal traffico delle merci[2]. Non è una novità: se vuoi illegalmente spostare merci o prodotti illeciti lo fai sfruttando percorsi o rotte di traffico già esistenti[3]. Così gli Stati, per affrontare il problema della rapida diffusione del virus hanno preso diverse misure che vanno da un contenimento morbido, passando per la chiusura delle attività fino al completo lockdown. E ciò ha conseguenze sul traffico di droga.

 

Oppio e eroina

Iniziamo concentrandosi su un dato stagionale: i mesi chiave della raccolta dell’oppio in Afghanistan sono i mesi tra marzo e giugno. È probabile che con l’attuale emergenza la produzione di oppio possa sensibilmente diminuire per tutta una serie di fattori[4] che determineranno una diminuzione dell’offerta. Si discute però se, data la chiusura di attività e la perdita dei posti di lavoro, non siano le donne a rimpiazzare i vuoti lasciati dagli uomini nei campi perché la lavorazione è inoltre largamente basata su lavoratori stagionali con migrazioni di lavoratori anche dal Pakistan. Inoltre è bene sottolineare che la chiusura delle frontiere con Iran e Pakistan (rispettivamente a febbraio e marzo) non ha incluso il traffico delle merci. E fin qui non è possibile sapere cosa faranno i cosiddetti non-state actors.

In Birmania però la raccolta dell’oppio non coincide con quella afgana per clima e terreno. La produzione quindi è stata comunque possibile ma le restrizioni non permettono la mobilità delle persone e di conseguenza la possibilità di smerciare il prodotto. Il mercato locale ha avuto un forte colpo data la vicinanza con la Cina (perchè primo Stato da cui è partita la diffusione del Covid-19) e per un importante operazione antidroga nella regione del Mekong[5]. In breve, si potrebbe assistere ad un accumulo delle sostanze prodotte pronte per essere vendute con la riapertura dei mercati.

Al momento si conosce poco degli effetti del virus sulla produzione di oppio in Messico. Una particolarità: l’oppio messicano (amapola) non conosce stagioni. È prodotto tutto l’anno dato il clima molto vario tra nord e sud dello Stato e tra rilievi e zone tropicali. Non meno importante è stata registrata la diminuzione dell’anidride acetica, un precursore chimico che si usa per la raffinazione dell’oppio per ottenere l’eroina date le numerose restrizioni poste da Stati Uniti e governo centrale messicano per arginare l’attraversamento del confine.

 

Produzione di cocaina e sostanze chimiche

Documenti ufficiali della Colombia indicano che la campagna di distruzione delle colture delle foglie di coca (che va avanti da anni) continua dato che, tra l’altro, i produttori di cocaina pare siano a corto di gasolina, sostanza usata in abbondanza durante il processo per ottenere cocaina. Dall’altra parte, in Bolivia le coltivazioni sono aumentate a causa dell’instabilità politica presente dal 2019 con la fuga di Evo Morales. Il triangolo d’oro della produzione di cocaina pare non stia vivendo un particolare periodo di magra dato che la pianta di coca, nel rispetto delle condizioni naturali, è perenne.

In Perù, l’agenzia nazionale sul controllo della droga (DEVIDA)[6] ha riportato un crollo del 46% del prezzo della foglia di coca da gennaio ad aprile 2020. Si presume che il prezzo della cocaina sia diminuito a causa delle difficoltà per i produttori di trasportarla e questo potrebbe scoraggiare i coltivatori ad aumentare la coltivazione. Tuttavia il facile guadagno con i ricavi della coltivazione garantirebbe ai cocaleros quei guadagni per sopravvivere alla perdita del lavoro o al mancato guadagno dalla vendita di frutta e verdura. Bisogna infatti considerare che le economie dei paesi andini non possono minimamente essere paragonate a quelle del Messico, né tanto meno degli Stati Uniti (il paese di destinazione della cocaina per eccellenza).

Per quanto riguarda invece le droghe sintetiche (NPS, new psychoactive substances). L’irreperibilità, o la difficoltà di ottenere, precursori chimici sta influenzando generalmente la produzione di mefedrone, metanfetamina, fentanyl e altri tipi di sostanze di tipo anfetaminico come il captagon.

 

Il traffico in senso stretto

Il traffico di stupefacenti presenta, nella maggior parte dei casi, rotte transnazionali. Pensiamo alla rotta dei Balcani. La diffusione del virus ha causato un duro colpo agli spostamenti tra cui spicca quello offerto dalle compagnie aeree. Le droghe sintetiche solitamente sono appunto inviate per via aerea e alcuni Stati diventano centri di smercio per i grandi aeroporti. Si presume quindi che il grande impatto sul traffico di droga sarà visibile negli Stati in cui già transitavano ingenti quantità di stupefacenti. Inoltre, fattori geografici naturali in relazione all’interruzione dei collegamenti aerei con l’estero determineranno una quasi totale distruzione del mercato, come in Giappone o in Australia.

Il trasporto che non è venuto meno è invece quello via mare: potrebbero quindi sorgere nuove rotte che sfruttano i collegamenti marittimi perché con una diminuzione pressoché globale del trasporto aereo, aumenterebbe il trasporto con navi e navi container. Se così fosse, il traffico di eroina si sposterebbe per esempio sui container che legano gli scali portuali dell’Iran fino all’Europa. Il traffico di cocaina verso il vecchio continente sfrutterebbe proprio le grandi navi provenienti dal Sud America tanto che i sequestri di stupefacenti non sono diminuiti nonostante la pandemia.

Con il lockdown inoltre si è assistito ad un aumento del consumo di cannabis favorendo un gran da fare per i produttori nordafricani e europei nel breve futuro. Il consumo della sostanza infatti pare non abbia scalfito la produzione di questa sostanza così comune perché la produzione è sempre più geograficamente vicina ai consumatori.

 

Ulteriori fattori da tenere in considerazione

Gli Stati stanno affrontando la situazione di emergenza come ho detto con politiche diverse. Traffico di droga e Covid-19 sono un problema e come tali devono essere affrontati rispondendo (anche) con l’impegno delle forze dell’ordine. Tuttavia, nei paesi con limitate capacità di contrasto all’uno e all’altro, l’applicazione di misure per contrastare la diffusione di Covid-19 può distogliere risorse dagli sforzi contro la droga, rendendo il traffico di droga e la produzione meno rischiosi per i gruppi criminali organizzati e fornendo un ambiente favorevole per attività illecite.

In Italia per esempio è stato segnalato più volte il pericolo concreto che la criminalità organizzata si sostituisse allo Stato o si adoperasse a fornire credito, beni, servizi o qualsiasi bene per chi fosse in difficoltà.

Inoltre, a livello internazionale, vi sono indicazioni del fatto che i gruppi di trafficanti di droga stanno adattando le proprie strategie al fine di continuare le loro operazioni e che alcuni hanno iniziato a sfruttare la situazione in modo da migliorare la propria immagine tra la popolazione fornendo servizi, in particolare ai più vulnerabili come accade in Messico.

Considerando quindi un breve elenco dei comportamenti generali che impattano sul mercato degli stupefacenti:

  • Le restrizioni alle libertà degli individui
  • La diminuzione del commercio a livello globale
  • I diversi livelli di contrasto al traffico di droga posto da ciascun Stato
  • La recessione economica può portare a un aumento a lungo termine del traffico e del consumo illecito di stupefacenti
  • L’interesse della politica alla cooperazione internazionale

 

Per quanto concerne le organizzazioni criminali è possibile individuare i seguenti scenari:

  • Il cambio delle modalità di trasporto e delle rotte di traffico più ricorrenti per rotte meno rischiose (e ancora aperte) o per sfruttare le debolezze nei controlli alle frontiere;
  • Il ricorso a tipologie di vendita sempre più alternative, quali Darknet e servizi postali;
  • Lo stoccaggio vero e proprio di stupefacenti (in attesa della revoca delle restrizioni imposte dagli Stati).

 

Considerazione personale su traffico di droga e Covid-19

Traffico di droga e Covid-19 se considerati nel complesso compongono un quadro della situazione che è determinante sotto molti punti di vista. Mercato, salute ed economia sono oggi più legati che mai e gli effetti di questo intreccio potrebbero portare, se non verranno prese misure precise, a conseguenze gravi e inaspettate.

Informazioni

[1] Ho parlato della transnazionalità del traffico di droga in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/03/06/il-crimine-transnazionale-del-narcotraffico/

[2] Ho parlato del traffico di merci e dell’economia dei container in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/08/05/il-wco-container-control-programme-dellunodc/

[3] Si parla di ciclo del traffico di stupefacenti e rotte di traffico qui: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/08/traffico-di-droga-nel-diritto-internazionale/

[4] Come ad esempio lo spostamento dei raccoglitori da una regione ad un’altra, il numero di contagi in un’area dove ci sono molti terreni per la coltivazione dell’oppio, la chiusura della frontiera con il Pakistan

[5] Qui i dettagli dell’operazione: http://www.cincds.gov.mm/node/6847

[6] http://www.pcm.gob.pe/etiqueta/comision-nacional-para-el-desarrollo-y-vida-sin-drogas-devida/


Patrimonio culturale subacqueo

La Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo

La tutela del patrimonio culturale subacqueo è un obiettivo della Convenzione UNESCO del 2001. È possibile proteggere i beni culturali subacquei?

 

La protezione del patrimonio culturale subacqueo

La Convenzione più recente in tema di protezione dei beni culturali è la Convenzione del 2001 sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo[1]. È anche nota come Convenzione UNESCO del 2001 e conta 35 articoli e un Allegato. L’Italia ha dato esecuzione alla Convenzione con legge 23 ottobre 2009, n. 157[2].

In ragione appunto della specificità del patrimonio culturale subacqueo, la comunità internazionale ha avvertito la necessità di adottare criteri uniformi di regolamentazione a tutela di questi beni. Nel Preambolo della Convenzione si sottolinea la crescente importanza del patrimonio culturale subacqueo. L’interesse mostrato verso tale patrimonio però non è solo di tipo educativo e culturale ma riguarda soprattutto l’interesse che la criminalità[3] ha verso tali beni. Per poter garantire la protezione e la conservazione del patrimonio culturale subacqueo è necessario adottare misure più forti contro le attività non autorizzate[4] che riguardano soprattutto la vendita, l’acquisto e il baratto di questo patrimonio.

 

La definizione di patrimonio culturale subacqueo

L’articolo 1 della Convenzione include alcune definizioni usate nel trattato, tra cui si sottolinea quella di “underwater cultural heritage”:

(a) “Underwater cultural heritage” means all traces of human existence having a cultural, historical or archaeological character which have been partially or totally under water, periodically or continuously, for at least 100 years such as:

    (i) sites, structures, buildings, artefacts and human remains, together with their archaeological and natural context;

    (ii) vessels, aircraft, other vehicles or any part thereof, their cargo or other contents, together with their archaeological and natural context; and

    (iii) objects of prehistoric character.

(b) Pipelines and cables placed on the seabed shall not be considered as underwater cultural heritage.

(c) Installations other than pipelines and cables, placed on the seabed and still in use, shall not be considered as underwater cultural heritage.

 

Il rapporto con la Convenzione UNCLOS del 1982 sul diritto del mare

È sorprendente vedere che agli inizi di un trattato vi sia una norma che richiami la relazione con un altro trattato internazionale. All’articolo 4 infatti si legge:

Nothing in this Convention shall prejudice the rights, jurisdiction and duties of States under international law, including the United Nations Convention on the Law of the Sea. This Convention shall be interpreted and applied in the context of and in a manner consistent with international law, including the United Nations Convention on the Law of the Sea.

 

L’articolo 4 invece include un tema delicato sul recupero dei beni culturali subacquei che si trovino in tutte quelle zone (zone contigue di 24 miglia marine) in cui si applica la “law of salvage or law of finds”. L’articolo prevede che:

Any activity relating to underwater cultural heritage to which this Convention applies shall not be subject to the law of salvage or law of finds, unless it:

  • is authorized by the competent authorities, and
  • is in full conformity with this Convention, and
  • ensures that any recovery of the underwater cultural heritage achieves its maximum protection.

 

Bisogna ricordare che la zona contigua coincide con l’area archeologica e che il patrimonio culturale subacqueo situato all’interno delle acque interne marine è soggetto alla giurisdizione dello Stato costiero.

Il problema della “law of salvage or law of finds” è che nell’attuale sistema di diritto internazionale la tutela dei beni culturali è imperfetta perché c’è la possibilità concreta della regola “primo arrivato, meglio servito” ai danni degli interessi dello Stato costiero e dello Stato di origine dei beni ove questi non coincidano. Purtroppo infatti il pericolo che ci siano attività incontrollate è concreto poiché l’articolo 303, par. 3, della Convenzione UNCLOS stabilisce che:

Nothing in this article affects the rights of identificable owners, the law of salvage or other rule of admiralty, or laws and practices with respect to cultural exchanges

 

Altre disposizioni per la tutela del patrimonio culturale subacqueo

In base all’articolo 7 gli Stati membri, nell’esercizio della loro sovranità nelle loro acque interne, hanno il diritto esclusivo di regolare e autorizzare le attività dirette al patrimonio culturale subacqueo. L’articolo 8 invece dà la possibilità agli Stati membri di regolare e autorizzare attività dirette al patrimonio culturale subacqueo all’interno della loro zona contigua nel rispetto degli articoli 9 e 10.

L’articolo 9 prevede che tutti gli Stati Parte hanno la responsabilità di proteggere il patrimonio culturale subacqueo nella zona economica esclusiva e sulla piattaforma continentale tanto che ogni Stato deve essere avvisato per qualsiasi attività riguardante il patrimonio culturale nelle proprie acque e che qualora sia un altro Stato a scoprire qualcosa nella zona economica esclusiva o sulla piattaforma continentale di un altro Stato deve comunicare la scoperta fatta e, se fatta un’attività, presentare un documento rapidamente. Al paragrafo 5 è stabilito un principio di collaborazione poco efficace: ogni Stato membro infatti può dichiarare (may declare) allo Stato Parte nella cui zona economica esclusiva o sulla cui piattaforma continentale si trova il patrimonio culturale subacqueo di essere consultato su come garantire l’efficace protezione di quel patrimonio culturale subacqueo. La disposizione inoltre precisa che la dichiarazione deve basarsi su un collegamento verificabile, in particolare un collegamento culturale, storico o archeologico, con il patrimonio culturale subacqueo interessato ma non offre una sufficiente tutela nelle parole che ho riportato in parentesi sopra. La possibilità non porta alcun obbligo.

L’articolo 10 dispone che uno Stato parte può proibire o autorizzare qualsiasi attività nei confronti dei beni culturali subacquei che si trovino nella sua zona economica esclusiva o sulla sua piattaforma continentale nel rispetto della giurisdizione stabilita dalla Convenzione UNCLOS. Infatti, qualora uno Stato scopra del patrimonio culturale subacqueo dovrà:

  1. consultare tutti gli altri Stati parte che hanno dichiarato un interesse ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 5, su come proteggere al meglio il patrimonio culturale subacqueo;
  2. coordinare tali consultazioni come “Stato coordinatore”, a meno che non dichiari espressamente di non volerlo fare, nel qual caso gli Stati Parte che hanno dichiarato un interesse ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 5, nomineranno uno Stato coordinatore.

 

Lo Stato coordinatore infatti adotta misure per tutelare il patrimonio scoperto e per condurre ricerche preliminari purché tutti gli Stati consultori (cioè quelli che hanno dichiarato l’interesse ex. articolo 9, paragrafo 5) siano d’accordo.

 

Le misure che gli Stati possono adottare

In base all’articolo 14, gli Stati adottano misure per impedire l’ingresso nel loro territorio, nonché il commercio o il possesso di beni culturali subacquei esportati e/o recuperati illecitamente.

L’articolo 17 invece chiede agli Stati parte di adottare sanzioni e che queste siano adeguate in termini di gravità per poter essere considerate efficaci nel garantire la conformità con la Convenzione e per poter scoraggiare le violazioni ovunque si verifichino. Inoltre le sanzioni devono privare i trasgressori dei benefici derivanti dalle loro attività illegali. Questa norma è legata all’articolo 18, in base al quale si dispone che gli Stati devono adottare le misure necessarie per il sequestro nel loro territorio del patrimonio culturale subacqueo che sia stato recuperato in maniera non conforme alla Convenzione. I beni così recuperati sono soggetti a un regime speciale in nome del “public benefit”, prendendo in considerazione il bisogno di conservazione e di ricerca, di ricomposizione di una collezione perduta e di un legame verificabile con un altro Stato. In nome di tale tutela, risponde appieno l’articolo 19. Tale articolo stabilisce che lo scambio di informazioni sia di assoluta importanza per la condivisione di fattori che possano aiutare alla tutela e allo studio del patrimonio culturale subacqueo. La Convenzione poi procede sottolineando sia il dovuto coinvolgimento dell’opinione pubblica sia della cooperazione nell’addestramento e nella formazione in archeologia sottomarina.

Di notevole impatto, almeno in teoria, è la volontà di sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore e l’importanza del patrimonio culturale subacqueo e sull’importanza di proteggerlo (anche) ai sensi della presente Convenzione.

Informazioni

[1] UNESCO Convention on the Protection of the Underwater Cultural Heritage

[2] Ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, con Allegato, adottata a Parigi il 2 novembre 2001, e norme di adeguamento dell’ordinamento interno, in GU n. 262 del 10 novembre 2009

[3] In tema di criminalità si veda: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/05/il-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[4] Attività di recupero dei beni culturali sono favorite anche da organizzazioni di polizia oltre che da trattati tra Stati. Ho parlato quindi in un altro articolo dell’Interpol e della cooperazione nella lotta al traffico illecito dei beni culturali: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/linterpol-nella-lotta-al-traffico-illecito-di-beni-culturali/


Art. 73 DPR 309/90

Art. 73 DPR 309/90: le condotte punite

In tema di produzione e traffico di droga l’art. 73 DPR 309/90 è norma base dei reati in materia di stupefacenti.Un’analisi delle condotte punite

L’art. 73 DPR 309/90: il testo della disposizione

L’art. 73 DPR 309/90[1] è la pietra angolare dei reati in materia di stupefacenti. Sottolineando che il testo unico in materia di stupefacenti intende tutelare il bene giuridico della salute pubblica, si discute da tempo dell’efficacia di un assetto normativo così complesso proprio per il tema della salvaguardia di diritti fondamentali. Sono state tipizzate varie condotte che devono essere represse per la tutela dell’ordine pubblico e della salute a partire dalla firma di trattati internazionali di cui l’Italia è parte.

Tornando all’art. 73, la norma prevede che:

1. Chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’art. 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’art. 14, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000.

1-bis. Con le medesime pene di cui al comma 1 è punito chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’art. 17, importa, esporta, acquista, riceve a qualsiasi titolo o comunque illecitamente detiene:

a) sostanze stupefacenti o psicotrope che per quantità, in particolare se superiore ai limiti massimi indicati con decreto del Ministro della salute emanato di concerto con il Ministro della giustizia sentita la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento nazionale per le politiche antidroga, ovvero per modalità di presentazione, avuto riguardo al peso lordo complessivo o al confezionamento frazionato, ovvero per altre circostanze dell’azione, appaiono destinate ad un uso non esclusivamente personale;

b) medicinali contenenti sostanze stupefacenti o psicotrope elencate nella tabella II, sezione A, che eccedono il quantitativo prescritto. In questa ultima ipotesi, le pene suddette sono diminuite da un terzo alla metà.

2. Chiunque, essendo munito dell’autorizzazione di cui all’art. 17, illecitamente cede, mette o procura che altri metta in commercio le sostanze o le preparazioni indicate nelle tabelle I e II di cui all’art. 14, è punito con la reclusione da sei a ventidue anni e con la multa da euro 26.000 a euro 300.000.

3. Le stesse pene si applicano a chiunque coltiva, produce o fabbrica sostanze stupefacenti o psicotrope diverse da quelle stabilite nel decreto di autorizzazione.

4. Quando le condotte di cui al comma 1 riguardano i medicinali ricompresi nella tabella II, sezioni A, B, C e D, limitatamente a quelli indicati nel numero 3-bis) della lettera e) del comma 1 dell’art. 14 e non ricorrono le condizioni di cui all’art. 17, si applicano le pene ivi stabilite, diminuite da un terzo alla metà.

5. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente art. che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329.

5-bis. Nell’ipotesi di cui al comma 5, limitatamente ai reati di cui al presente art. commessi da persona tossicodipendente o da assuntore di sostanze stupefacenti o psicotrope, il giudice, con la sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’art. 444 del codice di procedura penale, su richiesta dell’imputato e sentito il pubblico ministero, qualora non debba concedersi il beneficio della sospensione condizionale della pena, può applicare, anziché le pene detentive e pecuniarie, quella del lavoro di pubblica utilità di cui all’art. 54 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274, secondo le modalità ivi previste. Con la sentenza il giudice incarica l’ufficio locale di esecuzione penale esterna di verificare l’effettivo svolgimento del lavoro di pubblica utilità. L’ufficio riferisce periodicamente al giudice. In deroga a quanto disposto dal citato art. 54 del decreto legislativo n. 274 del 2000, il lavoro di pubblica utilità ha una durata corrispondente a quella della sanzione detentiva irrogata. Esso può essere disposto anche nelle strutture private autorizzate ai sensi dell’art. 116, previo consenso delle stesse. In caso di violazione degli obblighi connessi allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, in deroga a quanto previsto dal citato art. 54 del decreto legislativo n. 274 del 2000, su richiesta del pubblico ministero o d’ufficio, il giudice che procede, o quello dell’esecuzione, con le formalità di cui all’art. 666 del codice di procedura penale, tenuto conto dell’entità dei motivi e delle circostanze della violazione, dispone la revoca della pena con conseguente ripristino di quella sostituita. Avverso tale provvedimento di revoca è ammesso ricorso per cassazione, che non ha effetto sospensivo. Il lavoro di pubblica utilità può sostituire la pena per non più di due volte.

5-ter. La disposizione di cui al comma 5-bis si applica anche nell’ipotesi di reato diverso da quelli di cui al comma 5, commesso, per una sola volta, da persona tossicodipendente o da assuntore abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope e in relazione alla propria condizione di dipendenza o di assuntore abituale, per il quale il giudice infligga una pena non superiore ad un anno di detenzione, salvo che si tratti di reato previsto dall’art. 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale o di reato contro la persona.

6. Se il fatto è commesso da tre o più persone in concorso tra loro, la pena è aumentata.

7. Le pene previste dai commi da 1 a 6 sono diminuite dalla metà a due terzi per chi si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti.

7-bis. Nel caso di condanna o di applicazione di pena su richiesta delle parti, a norma dell’art. 444 del codice di procedura penale, è ordinata la confisca delle cose che ne sono il profitto o il prodotto, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero quando essa non è possibile, fatta eccezione per il delitto di cui al comma 5, la confisca di beni di cui il reo ha la disponibilità per un valore corrispondente a tale profitto o prodotto.

 

Il primo comma dell’art. 73 DPR 309/90

Partendo dal presupposto che l’art. 73 DPR 309/90 si lega all’art. 75, disposizione che rappresenta il fulcro del sistema sanzionatorio amministrativo, è bene comprendere di cosa si parli a livello di condotte punite. L’architettura repressiva del Testo Unico sugli stupefacenti infatti è costruita secondo un modello di “doppio binario” in cui ai fatti penalmente rilevanti individuati dall’art. 73 si affiancano gli illeciti amministrativi dell’art. 75. Quando vi è rilevanza penale e quando amministrativa? Dipende dalla destinazione della droga: se questa è a uso esclusivamente personale si considera l’illecito amministrativo. Ciò deve essere dimostrato dal giudice, caso per caso. Ricordo inoltre che soltanto alcune delle condotte previste dall’art. 73 sono considerate compatibili con l’uso personale: l’importazione illecita, l’esportazione, l’acquisto, la ricezione a qualsiasi titolo, la detenzione.

Ora, tenendo in considerazione che le condotte di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione sono incriminate dall’art. 73 DPR 309/90 e che queste consistono in attività materiali finalizzate ad ottenere sostanze stupefacenti, la coltivazione fa parte di condotte neutre che possono essere finalizzate tanto all’uso personale quanto alla cessione. Sul tema della coltivazione ad uso personale infatti vi è una sterminata quanto tortuosa serie di pronunce giurisprudenziali.

Nell’art. 73 DPR 309/90, nei commi 1 e 1 bis, sono elencati i processi che riguardano gli stupefacenti ed è quindi meglio cercare di capire cosa si intenda per ciascuno di questi termini. Vediamoli con un breve elenco:

  • Coltivazione: riguarda l’attività di ottenere un rendimento dal terreno in uso. Questo ovviamente non è possibile per le sostanze chimiche.
  • Produzione: è l’attività volta ad ottenere la sostanza stupefacenti dalle spese vegetali. È quindi l’attività successiva alla “Coltivazione”.
  • Fabbricazione: è un’attività simile a quella di “Produzione” dato che la fabbricazione si occupa in realtà di una preparazione della droga dal punto di vista di processi chimici o sintetici.
  • Estrazione: è l’attività che consiste nella separazione dal principio attivo dal vegetale che lo contiene.
  • Raffinazione: è l’attività che consiste nel ricavare, a partire dal prodotto grezzo o naturale, la sostanza stupefacente attraverso metodi chimici o fisici. La raffinazione riguarda specificamente l’eroina[2], sostanza ricavata dall’oppio.

 

Il primo comma dell’art. 73 DPR 309/90 menziona la tabella 1. Che cos’è? La Tabella in questione[3], aggiornata al 23 dicembre 2019[4], contiene le sostanze più pericolose (e più ricorrenti nei ritrovamenti delle operazioni antidroga) come l’oppio e i derivati oppiacei, le foglie di coca e i derivati, anfetamina e sostanze affini e gli allucinogeni. La presenza di queste sostanze nella Tabella I è lo specchio della politica antidroga e proibizionista. I prodotti menzionati infatti non sono soltanto collegati al sistema sanzionatorio italiano ma rappresentano quelle sostanze su cui la comunità internazionale da anni ha posto al centro della “war on drugs” e dei trattati internazionali[5] la massima forma repressiva.

 

Le condotte punite

I primi 4 commi dell’art. 73 DPR 309/90 circoscrivono i fatti non lievi. I commi 5, 5-bis e 5-ter sono invece i fatti di lieve entità. Anche nella valutazione della lieve entità c’è molta giurisprudenza.

Il comma 1 punisce un ampio stretto di condotte, come ho spiegato prima, riconducibili alla produzione, traffico e detenzione delle sostanze elencate nella tabella I dell’art. 14 del Testo Unico sugli stupefacenti. Le condotte sanzionate sono quelle senza l’autorizzazione di cui all’art. 17. È un elemento negativo del reato così che le condotte tipizzate per essere punibili devono essere state realizzate senza autorizzazione. Tale certificazione infatti è indispensabile per “coltivare, produrre, fabbricare, impiegare, importare, esportare, ricevere per transito, commerciare a qualsiasi titolo o comunque detenere per il commercio sostanze stupefacenti o psicotrope”.  In base poi ai commi 2 e 3 si prevede che:

2. Dall’obbligo dell’autorizzazione sono escluse le farmacie, per quanto riguarda l’acquisto di sostanze stupefacenti o psicotrope e per l’acquisto, la vendita o la cessione di dette sostanze in dose e forma di medicamenti.

3. L’importazione, il transito o l’esportazione di sostanze stupefacenti o psicotrope da parte di chi è munito dell’autorizzazione di cui al comma 1, sono subordinati alla concessione di un permesso rilasciato dal Ministro della sanità in conformità delle convenzioni internazionali e delle disposizioni di cui al titolo V del presente testo unico.

 

Bisogna ricordare che è sufficiente anche una sola delle condotte (coltivazione, produzione, fabbricazione, estrazione, raffinazione) in assenza dell’autorizzazone per la configurazione del reato.

I commi 2 e 3 dell’art. 73 DPR 309/90 prevedono due figure di reato proprio e riguardano il soggetto munito dell’autorizzazione di cui all’art. 17. Al comma 2 sono punite le condotte di illecita cessione o commercio di droghe “pesanti”, mentre al comma 3 sono incriminati fatti di coltivazione, produzione e fabbricazione di sostanze diverse da quelle autorizzate. Ci sono tra l’altro sanzioni molto più severe per chi coltivi, produca e fabbrichi sostanze diverse da quelle autorizzate ex comma 3: reclusione da 8 a 22 anni e multa da 25.882 a 309.874 euro.

Il comma 4 stabilisce che se taluno dei fatti individuati ai commi 1, 2 e 3 riguarda le sostanze di cui alle tabelle II e IV previste dall’art. 14 (droghe “leggere”), si applicano sanzioni più lievi rispetto a quelle previste per le droghe “pesanti”.

Il comma 5 prevede la lieve entità per i fatti descritti in relazione a, testualmente, “la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze”. La pena è comunque la reclusione da 6 mesi a 4 anni.

In base al comma 6 vi è un aumento della pena se il fatto è commesso da 3 o più persone in concorso tra loro. Si tratta di un’aggravante prevista dal testo dell’art. 14 comma 1, 26 giugno 1990, n. 162, poi trasfuso nell’art. 73 DPR 309/90 e non più modificato.

Infine, il comma 7 prevede l’attenuante della collaborazione. Si prevede con questa uno sconto di pena piuttosto elevato che va dalla metà ai due terzi. Particolarmente importante è la sentenza della Corte Costituzionale n. 74 del 2016 e alla relazione della collaborazione con il risultato da raggiungere: non basta fornire informazioni per ottenere uno sconto di pena ma bisogna valutare concretamente il contributo offerto in relazione al risultato raggiunto.

Informazioni

Insolera, G., Della Ragione, L. and Spangher, G. (2019) I reati in materia di stupefacenti : fattispecie monosoggettive, criminalità organizzata, profili processuali. Giuffrè Francis Lefebvre (Teoria e pratica Maior. Penale e processo)

Gambardella, M. (2017) Norme incostituzionali e nuovo sistema degli stupefacenti. Sapienza Università editrice (Studi e ricerche. Diritto, politica, economia; 56)

https://archiviodpc.dirittopenaleuomo.org/upload/1393668560quadro%20storico%20nuovo.pdf

[1] Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza

[2] Non è un caso se l’eroina è ottenuta in “raffinerie”: da 10 kg di sostanza di base si ottiene mediamente 1 kg di prodotto raffinato

[3] Qui l’intera lista delle sostanze della Tabella I: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_3729_0_file.pdf

[4] Le tabelle sono aggiornate generalmente con Decreto ministeriale (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana) ogniqualvolta se ne presenti la necessità

[5] Ne ho parlato in quest’altro art.: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/08/traffico-di-droga-nel-diritto-internazionale/


Attività dell'Interpol

Le attività dell'Interpol ai tempi del Covid-19

Le attività dell’Interpol per far fronte ai danni e alle minacce della criminalità connesse all’emergenza del virus. Scopriamo come si muove il mondo criminale e come comportarsi per non ritrovarsi in alcuni tipi di truffe

 

Le attività dell’Interpol a supporto di tutti

L’Interpol è l’organizzazione intergovernativa di polizia criminale riconosciuta dalle Nazioni Unite. Con sede principale a Lione, in Francia, conta 194 Stati membri. L’attuale sistema alla base del funzionamento dell’organizzazione[1] permette la condivisione di dati e operazioni in collegamento con le forze di polizia degli Stati. Di assoluta rilevanza rimane l’I-24/7, un sistema di comunicazione globale che connette le forze di polizia nello scambio di avvisi e nell’invio di richieste di informazioni. Nuove attività dell’Interpol quindi per nuove sfide.

L’Interpol, in aggiunta a tutto questo, si è impegnata nella redazione di un documento, inviato solamente alle forze di polizia degli Stati, per combattere i reati connessi ai vari problemi causati dalla pandemia. Il documento contiene infatti delle linee guida che potrebbero cambiare con l’aggravarsi con l’aumento dei contagi. Perché se è vero che l’attuale situazione favorisce alcune attività criminali, non significa che le precedenti e quelle storicamente ed economicamente più rilevanti siano venute meno.

Accanto a questa segretezza, comprensibile per il lavoro della pubblica sicurezza, si è affiancato un sistema di informazione e di condivisione di buone pratiche.

Dopo l’arresto del Presidente dell’Interpol da parte delle autorità cinesi per corruzione[2] a inizio 2020, l’Interpol adesso intende affrontare una nuova sfida favorendo la collaborazione e il coordinamento tra le autorità di sicurezza proprio in un momento in cui il lavoro di più attori è fondamentale. Si tratta quindi di applicare tutte le misure a disposizione nella lotta al coronavirus e alle minacce di oggi.

Come si muove la criminalità ai tempi del coronavirus? E come si comporta l’Interpol?

 

Una visione generale delle attività criminali

Tra le attività citate dall’Interpol si assiste:

  • all’aumento delle minacce informatiche (con in primis i malware e i ransomware)
  • a danni contro i fornitori di servizi sanitari e contro i fornitori di prodotti essenziali
  • alla contraffazione di prodotti antivirali e la vendita illegale dei dispositivi di protezione individuale[3]
  • all’aumento del traffico di droga online, anche mediante l’uso della darknet
  • all’aumento del rischio di prestiti forniti dagli strozzini o da organizzazioni criminali a singole persone o imprese che si trovino in difficoltà economiche

 

Passiamo all’analisi di quanto elencato per comprendere le attività dell’Interpol.

 

Le minacce informatiche ai tempi del coronavirus

È possibile imbattersi in pericolosi siti che riescano a richiamare l’attenzione degli utenti in vari modi (l’offerta di buoni spesa inesistenti, la diffusione di fake news, la pubblicazione di falsi sondaggi in cui si richiede di inserire i propri dati anagrafici, etc.) creando così un sottobosco di siti definiti malicious domains. Tra questi siti è spesso presente all’interno del dominio il termine coronavirus o covid19 o forme “storpiate” (cuoronavirus, codiv19, etc.) per indurre al click l’utente disattento o adescato. Questi siti infatti fanno da contenitore di campagne spam, phishing, diffusione di malware e compromissione dei server.

I danni quindi sono dietro l’angolo e in relazione non soltanto all’ingresso in siti terzi ma anche con l’uso di alcune app di condivisione video, come è stato per Zoom. Con ciò, si sottolineano vari rischi, anche collegati allo smart working[4].

L’Interpol, che da anni si occupa anche di cybercrime, sottolinea proprio la particolarità che questo complesso sistema di reati sta procedendo a un ritmo incredibilmente veloce, con nuove tendenze che emergono costantemente. I reati informatici infatti rientrano ormai da anni tra le attività dell’Interpol. Per questo motivo, il gruppo di risposta alla minaccia di cybercrime dell’Interpol presso il suo Cyber Fusione Centre (CFC) ha osservato un aumento significativo del numero di tentativi di attacchi con l’uso di ransomware contro organizzazioni impegnate nella lotta al contagio. In particolare, si usano ransomware per bloccare servizi di ospedali e strutture mediche e per ottenere dati personali.

Prevenire tutto questo è fondamentale per evitare che le strutture già al collasso al loro interno si ritrovino senza una copertura adeguata a livello informatico. La situazione è così grave che l’Interpol ha innalzato il livello di allerta a tutti i 194 Stati membri con il “Purple Notice” al fine di allertare tutte le autorità di polizia su possibili attacchi via ransomware.

Il Segretario Generale dell’Interpol Jürgen Stock ha infatti rilasciato in un comunicato che:

As hospitals and medical organizations around the world are working non-stop to preserve the well-being of individuals stricken with the coronavirus, they have become targets for ruthless cybercriminals who are looking to make a profit at the expense of sick patients

 

È quindi fondamentale implementare forti misure di sicurezza sia per il settore pubblico che per il privato. Cosa può fare il singolo per proteggersi? Ecco una breve lista:

  • leggere mail, scaricare software o applicazioni solo da fonti attendibili
  • non cliccare su collegamenti presenti in email il cui mittente sia sconosciuto
  • non cliccare su collegamenti e link presenti in mail che non ci si aspettava di ricevere
  • eseguire i back up dei dati più importanti (si consiglia ad esempio un’unità esterna o su un cloud sicuro)
  • installare programmi antivirus recenti e non sospendere le attività di protezione
  • ricorrere a password complesse per evitare violazioni dei propri account al cui interno vi possano essere dati sensibili

 

 

La contraffazione di prodotti medici e di DPI

Il tema della contraffazione è noto da tempo e rientra tra le attività dell’Interpol da prima dell’emerganza del Covid-19. La contraffazione infatti riguarda qualsiasi tipo di prodotto presente sul mercato.  L’aspetto più allarmante è costituito, però, dalla crescita dei sequestri di prodotti pericolosi per la salute degli acquirenti e per la sicurezza pubblica: in specie, giocattoli, prodotti per l’infanzia o medicinali. Proprio questi ultimi sono oggi più che mai oggetto di contraffazioni.

L’Interpol ha coordinato nel marzo 2020 l’Operazione Pangea XIII. Si tratta di un’operazione che ha visto protagonisti forze di polizia, autorità doganali e sanitarie di 90 paesi prendere parte ad azioni collettive contro la vendita illecita online di medicinali e prodotti medici. Sono state arrestate ben 121 persone e il valore dei prodotti complessivamente sequestrati sarebbe intorno ai 14 milioni di dollari. Tra i beni che erano pronti per essere messi in commercio sono stati scoperti prodotti che contenevano le diciture “corona spray”, “coronavirus packages” e “coronavirus medicine” chiaramente ingannando l’utente finale e i consumatori. È noto infatti che ad oggi un medicinale in grado di sconfiggere il virus non esiste, né un virus o un farmaco che possa guarire dal contagio.

Anche qui, è necessario diffondere buone pratiche per informare i clienti ed evitare il raggiro a causa dell’aumento dei c.d. “fake medical products”. Tra questi infatti ci sono anche i dispositivi di protezione individuale oltre alla già ampia categoria dei medicinali. L’insorgenza di prodotti nocivi o non conformi alle disposizioni, sorta anche a causa della corsa ad una cura e al diffondersi di pericolose fake news, ha portato anche altre organizzazioni internazionali a esprimere preoccupazioni[5] sulla facilità con cui è possibile ottenerli.

L’Italia in particolare conta nell’ultimo mese un significativo aumento dei sequestri[6] di prodotti medicinali e DPI. Le forze dell’ordine si impegnano al contrasto delle frodi e delle pratiche commerciali disoneste con i sequestri[7] su tutto il territorio nazionale.

Il ringraziamento sincero quindi va a tutti coloro che si impegnano ad informare, offrire soluzioni e combattere le tante sfaccettature degli effetti prodotti dal coronavirus, sia a livello internazionale che a livello nazionale. E spetta al singolo comprendere che ad una gravità come questa bisogna fare ancora più attenzione.


Reati contro i beni culturali

I reati contro i beni culturali nel Codice 42/2004

All’interno del Codice dei beni culturali e del paesaggio vi sono delle sanzioni che mirano alla tutela dei beni culturali. Facendone l’elenco, mi soffermo su alcuni reati contro i beni culturali. Il sistema italiano offre un’adeguata tutela al patrimonio culturale?

 

L’elenco dei reati contro i beni culturali

Nel Codice 42/2004, noto più comunemente come Codice dei beni culturali e del paesaggio, vi sono alcuni reati contro i beni culturali. Specificamente, sono disposizioni presenti alla Parte IV, Titolo II, Capo I. Le condotte punite sono:

  • Art. 169 “Opere illecite”
  • Art. 170 “Uso illecito”
  • Art. 171 “Collocazione e rimozione illecita”
  • Art. 172 “Inosservanza delle prescrizioni di tutela indiretta”
  • Art. 173 “Violazione in materia di alienazione”
  • Art. 174 “Uscita o esportazione illecita”
  • Art. 175 “Violazioni in materia di ricerche archeologiche”
  • Art. 176 “Impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato”
  • Art. 177 “Collaborazione per il recupero di beni culturali”
  • Art. 178 “Contraffazione di opere d’arte”
  • Art. 179 “Casi di non punibilità”

 

La tutela, che si esplica in riconoscimento, protezione e conservazione, è al centro del Codice dei beni culturali e del paesaggio, anche nella parte concernente i reati contro i beni culturali. Nell’elenco appena fornito vi sono condotte punite che, a mio avviso, sarebbe meglio che fossero presenti all’interno del codice penale.

 

Le sanzioni contro il traffico illecito di beni culturali

I primi due articoli dell’elenco, “Opere illecite” e “Uso illecito”, sono disposizioni che puniscono condotte come violare le autorizzazioni del soprintendente, non comunicare alla soprintendenza lavori indispensabili per evitare danni, o destinare i beni ad usi incompatibili là dove vi sia un rischio di conservazione e o d’integrità dello stesso. In entrambi i casi, l’autore di reato è punito con l’arresto da sei mesi a un anno e con l’ammenda da 775 a 38.734,50 euro.

Alla stessa pena soggiace chi colloca o rimuove illecitamente un bene culturale che sia stato ritrovato da uno scavo archeologico o da un fondale marino. Si tratta della collocazione e rimozione illecita ex art. 171.

 

I reati contro i beni culturali non si esauriscono qui. Per quanto riguarda infatti la presenza di norme contro il traffico illecito dei beni culturali[1] dobbiamo considerare 4 articoli del Codice di cui si parla.

L’articolo 173, “Violazioni in materia di alienazione”, del Codice stabilisce che:

È punito con la reclusione fino ad un anno e la multa da euro 1.549,50 a euro 77.469:

a) chiunque, senza la prescritta autorizzazione, aliena i beni culturali indicati negli articoli 55 e 56;

b) chiunque, essendovi tenuto, non presenta, nel termine indicato all’articolo 59, comma 2, la denuncia degli atti di trasferimento della proprietà o della detenzione di beni culturali;

c) l’alienante di un bene culturale soggetto a prelazione che effettua la consegna della cosa in pendenza del termine previsto dall’articolo 61, comma 1.

 

L’articolo 174, “Uscita o esportazione illecita”, del Codice dispone che:

Chiunque trasferisce all’estero cose di interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, bibliografico, documentale o archivistico, nonché quelle indicate all’Articolo 11, comma 1, lettere f), g) e h), senza attestato di libera circolazione o licenza di esportazione, è punito con la reclusione da uno a quattro anni o con la multa da euro 258 a euro 5.165.

La pena prevista al comma 1 si applica, altresì, nei confronti di chiunque non fa rientrare nel territorio nazionale, alla scadenza del termine, beni culturali per i quali sia stata autorizzata l’uscita o l’esportazione temporanee.

Il giudice dispone la confisca delle cose, salvo che queste appartengano a persona estranea al reato. La confisca ha luogo in conformità delle norme della legge doganale relative alle cose oggetto di contrabbando.

Se il fatto è commesso da chi esercita attività di vendita al pubblico o di esposizione a fine di commercio di oggetti di interesse culturale, alla sentenza di condanna consegue l’interdizione ai sensi dell’Articolo 30 del codice penale.

 

L’articolo 175, “Violazioni in materia di ricerche archeologiche”, del Codice prevede che:

È punito con l’arresto fino ad un anno e l’ammenda da euro 310 a euro 3.099:

a) chiunque esegue ricerche archeologiche o, in genere, opere per il ritrovamento di cose indicate all’ Articolo 10 senza concessione, ovvero non osserva le prescrizioni date dall’amministrazione;

b) chiunque, essendovi tenuto, non denuncia nel termine prescritto dall’Articolo 90, comma 1, le cose indicate nell’Articolo 10 rinvenute fortuitamente o non provvede alla loro conservazione temporanea.

 

L’articolo 176, “Impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato”, del Codice stabilisce che:

Chiunque si impossessa di beni culturali indicati nell’Articolo 10 appartenenti allo Stato ai sensi dell’Articolo 91 è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa da euro 31 a euro 516, 50.

La pena è della reclusione da uno a sei anni e della multa da euro 103 a euro 1.033 se il fatto è commesso da chi abbia ottenuto la concessione di ricerca prevista dall’Articolo 89.

 

Sono queste le disposizioni che più incidono dal punto di vista della lotta al traffico dei beni culturali. Ma la tutela dei beni culturali passa a mio avviso da un inasprimento delle pene in questo settore considerando che il danno provocato al patrimonio nazionale nel caso di questi reati è molto grave.

Considerando per l’esempio l’art. 174, non si comprende il perché punendo la circolazione illecita di beni vi siano invece due fattispecie sanzionate in materia non penale ma amministrativa agli articoli 165, “Violazione di disposizioni in materia di circolazione internazionale”, e 166, “Omessa restituzione di documenti per l’esportazione”.

Alle 4 disposizioni riportate se ne aggiunge una in cui si sottolinea l’importanza della restituzione dei beni culturali che siano stati illecitamente esportati. È l’art. 177 del Codice. Non si parla però di restituzione tra Stati[2], ma di un’attenuante per il soggetto che collabori seriamente per il recupero di beni illecitamente sottratti o trasferiti all’estero. Non si comprende però il perché la collaborazione sia solo per i reati previsti dagli articoli 174 e 176, rispettivamente, “Uscita o esportazioni illecite” e “Impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato”.

Tuttavia, intendo criticare l’attuale sistema per un semplice motivo: le debolezze del sistema italiano sono riscontrabili in tema di sanzioni previste per alcuni reati.

 

Debolezza del sistema di tutela e rapporto con norme del codice penale

Il Codice contiene inoltre la disposizione dell’articolo 178 sul tema della contraffazione di opere d’arte che non rientra però nel fenomeno del traffico illecito di beni culturali. Il problema di un falso è assai minore rispetto alla distruzione o alla rimozione illecita da uno scavo archeologico o sottomarino. Nel Codice viene posta una differenza tra chi contraffà opere e chi produce copie o imitazioni di oggetti che siano dichiarate come espressamente non autentiche. Questa condotta infatti costituisce un caso di non punibilità, ex art. 179.

L’articolo 173 e l’articolo 175 inquadrano attività fortemente legate tra loro. Le violazioni in materia di alienazione infatti sono successive alle violazioni in materia di ricerche archeologiche ma la scarsa incidenza delle pene patrimoniali e il debole trattamento sanzionatorio non danno grande effettività alla disciplina. Una criticità specifica invece dell’articolo 175 riguarda l’assenza di una definizione di “ricerca archeologica”: vista la presenza di molte tecniche e modalità attestate nella stessa scienza archeologica c’è il rischio che senza una specificazione della definizione usata si possa verificare un reato. Infine, per quanto riguarda l’articolo 176 del Codice è necessario compiere un’analisi con alcune disposizioni del Codice penale. Infatti accanto alla fattispecie di cui all’articolo 176 trovano spesso applicazione le fattispecie di furto comune, di ricettazione e di riciclaggio. La criticità dell’articolo 176 è legata, anche in questo caso, alla cornice edittale prevista: proprio la eccezionalità del furto di un bene culturale dovrebbe essere il motivo di una cornice edittale più ampia rispetto al furto comune.

L’attuale sistema normativo protegge quindi solo in parte il bene culturale. Molte delle condotte aventi a oggetto beni culturali e paesaggistici ricadono nelle comuni fattispecie di reati contro il patrimonio e solo occasionalmente sono distinte e assoggettate a un trattamento differenziato rispetto alle condotte aventi a oggetto beni privi di tale interesse. Vozza infatti è dell’opinione[3] che:

È abbastanza singolare il fatto che i beni culturali, in Italia, Paese europeo in cui si registra il maggior numero di sottrazioni, siano protetti contro il furto alla stregua di qualsiasi bene mobile e che la giurisprudenza si sia dovuta sforzare nel trovare, per via interpretativa, uno escamotage – ovverosia l’articolo 625, n. 7 c.p. – per disporre l’aggravamento di pena se il fatto è commesso su cose esposte per destinazione alla pubblica fede; …

 

A queste lacune bisognerebbe considerare seriamente il rafforzamento della disciplina interna, nel rispetto delle Convenzioni internazionali già esaminate. Alla dimensione internazionale e transfrontaliera del fenomeno deve corrispondere una dimensione altrettanto internazionale di risposta legislativa.

Informazioni

Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale : un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015

Ciampi, La protezione del patrimonio culturale : strumenti internazionali e legislazione italiana, Torino, 2014

Visconti e Manacorda, Beni culturali e sistema penale : atti del convegno Prevenzione e contrasto dei reati contro il patrimonio culturale, Milano, 2013

https://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/MenuPrincipale/Normativa/index.html

[1] Ho spiegato il fenomeno del traffico illecito italiano in quest’altro articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/05/il-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[2] Su cui vi sono importanti trattati. Tra questi si conta anche la Convenzione di Nicosia, di cui ho parlato in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/26/la-convenzione-di-nicosia/

[3] Vozza, La prevenzione e il contrasto al traffico illecito di beni culturali mobili fra spunti comparati e prospettive di riforma, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale : un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015, p. 238.


Convenzione di Merida

La Convenzione di Merida

La Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione, nota anche come Convenzione di Merida, è uno dei trattati più recenti tra le “suppression conventions”

 

Il contenuto in sintesi della Convenzione di Merida

Come riferisce l’UNODC[1], la Convenzione delle Nazioni Unite contro la corruzione (UNCAC) è l’unico strumento anticorruzione universale legalmente vincolante. Nota anche come Convenzione di Merida[2], è un trattato che richiama già nel preambolo il necessario sforzo da parte degli Stati di combattere il fenomeno della corruzione. Poiché diffuso su larga scala a livello transnazionale, è richiesta la collaborazione[3] e l’adozione di strumenti internazionali.

Le negoziazioni che hanno portato all’emanazione del testo dell’attuale Convenzione di Merida sono durate quasi due anni (dal gennaio 2002 all’ottobre 2003) in sette incontri dell’Ad Hoc Committee for the Negotiation of the Convention against Corruption[4]. Il prodotto delle trattative svolte è un trattato internazionale che conta ben 71 articoli, che è stato adottato dall’Assemblea Generale con risoluzione 58/4 nel 2003 ed è entrato in vigore nel dicembre 2005.

La Convenzione di Merida presenta delle disposizioni che possono essere divise in cinque sezioni:

  • Misure preventive: un intero capitolo della Convenzione (il secondo) è dedicato alla prevenzione, con misure dirette sia al settore pubblico che a quello privato.
  • Criminalizzazione e forze dell’ordine: la Convenzione impone agli Stati di stabilire reati per coprire una vasta gamma di atti di corruzione (se questi non sono già reati ai sensi del diritto interno).
  • Cooperazione internazionale: la Convenzione, in base al Capitolo IV, obbliga gli Stati a fornire forme specifiche di assistenza giudiziaria reciproca nella raccolta e nel trasferimento di prove da utilizzare nei processi per estradare i trasgressori.
  • Recupero dei beni: un punto saliente della Convenzione è l’inclusione di un capitolo specifico (il V) sul recupero delle attività. L’obiettivo è di restituire i beni o qualsiasi altra utilità ai legittimi proprietari, compresi gli Stati da cui erano stati prelevati illecitamente.
  • Assistenza tecnica e scambio di informazioni: si tratta di disposizioni che includono la formazione e l’assistenza tecnica, l’analisi di informazioni riguardanti la corruzione, la cooperazione per la lotta alla corruzione favorendo al contempo lo sviluppo economico.

 

In presenza di tale struttura, il trattato in questione costituisce un efficace strumento per la lotta alla corruzione. Vediamo come.

 

L’articolo 31: congelamento, sequestro e confisca

Tra le disposizioni più importanti, che maggiormente incidono dal punto di vista pratico del diritto penale, bisogna citare l’articolo 31. La Convenzione di Merida infatti stabilisce che:

Each State Party shall take, to the greatest extent possible within its domestic legal system, such measures as may be necessary to enable confiscation of:

(a) Proceeds of crime derived from offences established in accordance with this Convention or property the value of which corresponds to that of such proceeds;

(b) Property, equipment or other instrumentalities used in or destined for use in offences established in accordance with this Convention.

Each State Party shall take such measures as may be necessary to enable the identification, tracing, freezing or seizure of any item referred to in paragraph 1 of this article for the purpose of eventual confiscation.

Each State Party shall adopt, in accordance with its domestic law, such legislative and other measures as may be necessary to regulate the administration by the competent authorities of frozen, seized or confiscated property covered in paragraphs 1 and 2 of this article.

If such proceeds of crime have been transformed or converted, in part or in full, into other property, such property shall be liable to the measures referred to in this article instead of the proceeds.

If such proceeds of crime have been intermingled with property acquired from legitimate sources, such property shall, without prejudice to any powers relating to freezing or seizure, be liable to confiscation up to the assessed value of the intermingled proceeds.

Income or other benefits derived from such proceeds of crime, from property into which such proceeds of crime have been transformed or converted or from property with which such proceeds of crime have been intermingled shall also be liable to the measures referred to in this article, in the same manner and to the same extent as proceeds of crime.

For the purpose of this article and article 55 of this Convention, each State Party shall empower its courts or other competent authorities to order that bank, financial or commercial records be made available or seized. A State Party shall not decline to act under the provisions of this paragraph on the ground of bank secrecy.

States Parties may consider the possibility of requiring that an offender demonstrate the lawful origin of such alleged proceeds of crime or other property liable to confiscation, to the extent that such a requirement is consistent with the fundamental principles of their domestic law and with the nature of judicial and other proceedings.

The provisions of this article shall not be so construed as to prejudice the rights of bona fide third parties.

Nothing contained in this article shall affect the principle that the measures to which it refers shall be defined and implemented in accordance with and subject to the provisions of the domestic law of a State Party.

 

L’impegno richiesto agli Stati per la lotta alla corruzione passa proprio da azioni dirette e concrete nonché di forte impatto. La legittimità e la conformità al diritto delle misure di congelamento, sequestro e confisca misure si basano su principi fondamentali di diritto processuale e sostanziale (come nel punto 8 e 9). In ragione di ciò, si rinvia ad una lettura del tema del sequestro e della confisca.

 

La terminologia presente nella Convenzione

Nonostante la disposizione precisa in relazione al congelamento, al sequestro e alla confisca, vi è un problema di non poco conto in relazione alla Convenzione di Merida. All’articolo 2 della Convenzione si parla di termini usati. In questo articolo però, che si presenta con un elenco puntato, manca la definizione di corruzione mentre sono presenti altri termini più volte ricorrenti nel testo. I termini presenti infatti sono:

  • Pubblico ufficiale: qualsiasi persona la quale detenga un mandato legislativo, esecutivo, amministrativo o giudiziario di uno Stato Parte, che essa sia stata nominata o eletta, a titolo permanente o temporaneo, che essa sia remunerata o non remunerata, e qualunque sia il suo livello gerarchico; qualsiasi persona che eserciti una pubblica funzione, anche per un organismo pubblico od una pubblica impresa, o che fornisca un pubblico servizio, così come tali termini sono definiti dal diritto interno dello Stato Parte e applicati nel ramo pertinente del diritto di tale Stato; ogni altra persona definita quale «pubblico ufficiale» nel diritto interno di uno Stato Parte.
  • Pubblico ufficiale straniero: qualsiasi persona la quale detenga un mandato legislativo, esecutivo, amministrativo o giudiziario di un Paese estero, che essa sia stata nominata o eletta; e qualsiasi persona la quale eserciti una pubblica funzione per un Paese estero, anche per un pubblico organismo o per una pubblica impresa.
  • Funzionario di un’organizzazione internazionale pubblica: funzionario internazionale od ogni altra persona autorizzata da tale organizzazione ad agire in suo nome.
  • Beni: tutti i tipi di beni, materiali o immateriali, mobili o immobili, tangibili od intangibili, nonché gli atti giuridici o documenti atte-stanti la proprietà di tali beni od i diritti relativi.
  • Proventi del crimine: qualsiasi bene proveniente dalla commissione di un reato od ottenuto, direttamente o indirettamente, dalla commissione di un reato.
  • Congelamento o sequestro: divieto temporaneo di trasferimento, conversione, disposizione o movimento di beni, od il fatto di assumere temporaneamente la custodia od il controllo di beni per decisione di un tribunale o di un’altra autorità competente.
  • Confisca: spossessamento permanente di beni per decisione di un tribunale o di un’altra autorità competente.
  • Reato presupposto: reato a seguito del quale si generano proventi suscettibili di divenire oggetto del reato definito all’articolo 23[5] della presente Convenzione.
  • Consegna sorvegliata: metodo consistente nel permettere l’uscita dal territorio, il passaggio attraverso il territorio, o l’entrata nel territorio di uno o più Stati, di spedizioni illecite o sospette, con la conoscenza e sotto il controllo delle autorità competenti di tali Stati, al fine di indagare su un reato e di identificare le persone coinvolte nella sua commissione.

 

Da cosa dipende la mancanza del termine “corruzione”? Si tratta probabilmente della definizione che avrebbe potuto portare a delle negoziazioni ancora più lunghe di quelle che già sono state fatte per l’attuale Convenzione. Sono invece presenti in altre parti del testo della Convenzione tutte quelle attività che sono collegate alla corruzione, come l’adozione di misure contro il riciclaggio di denaro[6], il traffico d’influenze, l’abuso d’ufficio, l’arricchimento illecito, l’ostruzione alla giustizia, sia nel settore pubblico che privato, sia che si tratti di persone fisiche sia che si tratti di persone giuridiche.

Ovviamente, il tema della corruzione, senza dover trattare ragioni sociologiche, è un argomento delicato anche per l’Italia, in ragione anche dell’attuale Legge “Spazzacorrotti” al cui centro vi è la lotta alla corruzione in seno alla pubblica amministrazione, la riforma della prescrizione e la trasparenza dei partiti e dei movimenti politici.

Informazioni

UNCAC Treaty – Official Text – reperibile sulla rete interconnessa

https://www.unodc.org/unodc/en/corruption/tools_and_publications/state_of_uncac_implementation.html

https://www.unodc.org/unodc/en/treaties/CAC/travaux-preparatoires.html

Bonelli, F. and Mantovani, M. (2014) Corruzione nazionale e internazionale. Giuffrè (Contratti & commercio internazionale)

[1] Vedi: https://www.unodc.org/unodc/en/corruption/index.html?ref=menuside

[2] La Convenzione è stata firmata a Merida, città scelta su proposta fatta dal governo messicano. L’Assemblea Generale ha accettato l’offerta con la risoluzione 57/169 del 18 dicembre 2002.

[3] Non a caso l’articolo 46 della Convenzione, “Mutual legal assistence”, è tra i più lunghi del trattato.

[4] L’Ad Hoc Committee è stato istituito dall’Assemblea Henerale nella sua risoluzione 55/61 del 4 dicembre 2000.

[5] Articolo 23 della Convenzione di Merida, “Riciclaggio dei proventi del crimine”.

[6] Questo è un tema di cui ho parlato in altri tre articoli. Il primo è sul riciclaggio a livello internazionale: https://www.dirittoconsenso.it/2019/04/23/il-riciclaggio-internazionale-di-denaro/. Il secondo è su alcuni metodi:  https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/02/alcuni-metodi-di-riciclaggio-di-denaro/. Il terzo è sull’organizzazione internazionale del FATF: https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/20/il-financial-action-task-force/.


Convenzione di Nicosia

La Convenzione di Nicosia

La Convenzione di Nicosia, nonché Convenzione del Consiglio d’Europa sui reati relativi ai beni culturali, è un trattato importante. Perché allora conta così pochi Stati parte?

 

Obiettivi della Convenzione di Nicosia

La Convenzione di Nicosia riguarda il traffico illecito di beni culturali. Firmata appunto nella capitale cipriota, pone al centro della trattazione il traffico di beni culturali. Si tratta di un argomento delicato che coinvolge in prima linea Stati come l’Italia[1] e la Grecia, tra i tanti. Il traffico illecito infatti è di notevole impatto[2] sia dal punto di vista del danno che tali beni subiscono, sia dal punto di vista economico.

Perché è importante questa Convenzione? Perché è il trattato internazionale che prevede specificamente la criminalizzazione del traffico illecito di beni culturali.

La Convenzione di Nicosia ha come obiettivi:

  • prevenire e combattere la distruzione, il danneggiamento e il traffico di beni culturali prevedendo la criminalizzazione di determinati atti;
  • rafforzare la prevenzione della criminalità e la risposta della giustizia penale a tutti i reati connessi ai beni culturali;
  • promuovere la cooperazione nazionale e internazionale nella lotta ai reati connessi ai beni culturali
  • proteggere i beni culturali

 

Dopo aver fornito la definizione di “cultural goods” all’articolo 2, la Convenzione introduce la parte di diritto penale sostanziale.

 

I reati previsti

Gli articoli 3 – 10 della Convenzione di Nicosia prevedono i seguenti reati:

  • Furto e altre forme di appropriazione illecita
  • Scavo e rimozione illegale: lo scavo e la rimozione illegale riguardano lo scavo illecito commesso al fine di ricercare e rimuovere beni culturali in violazione delle leggi del Paese ove esso è effettuato; l’illecita rimozione e ritenzione dei beni illegittimamente scavati; l’illecita ritenzione dei beni medesimi qualora lo scavo sia condotto in conformità alle leggi nazionali.
  • Importazione illecita: è illecita là dove il bene è stato rubato in un altro Stato, scavato o rimosso illegalmente.
  • Esportazione illecita
  • Possesso illecito: è tale se il bene è stato scavato illegalmente o ottenuto in violazione delle disposizioni riguardanti l’importazione e l’esportazione dei beni culturali.
  • Immissione sul mercato: tale condotta è punita là dove si conosca la provenienza delittuosa del bene.
  • Falsificazione di documenti: un reato tipico per rendere leciti i beni culturali la cui natura è invece illecita perché scavati illegalmente o rubati.
  • Distruzione e danneggiamento: la distruzione e il danneggiamento di beni culturali rientrano tra le condotte meritevoli di sanzione penale soltanto se commesse con dolo.

 

L’articolo 11 stabilisce che ogni Stato parte deve assicurare che siano puniti l’istigazione a commettere tali reati e il tentativo di commissione di questi. Le disposizioni citate, compresa quella dell’articolo 11, devono essere introdotte dagli ordinamenti nazionali.

In base all’articolo 12, ogni Stato parte deve prendere misure necessarie a stabilire la giurisdizione sui reati previsti che si riferiscono a quelli contenuti nella Convenzione quando il reato è commesso nel proprio territorio, a bordo di una nave battente la bandiera dello Stato, a bordo di un velivolo registrato secondo le leggi dello Stato o da uno sei suoi cittadini. È possibile che, in caso di conflitti di giurisdizione, gli Stati possano consultarsi al fine di determinare la giurisdizione più appropriata per l’azione penale.

L’articolo 13 invece dispone la responsabilità delle persone giuridiche e che questa è penale, civile e amministrativa. Gli Stati dovranno adottare misure che puniscano anche le persone giuridiche là dove vi sia una persona fisica che a vantaggio dell’ente, agendo individualmente o come membro di un organo, abbia una posizione di rilievo all’interno della persona giuridica. In più, ogni Stato parte deve stabilire che un ente può essere ritenuto responsabile quando la mancanza di supervisione o controllo di una persona fisica ha reso possibile la commissione di un reato a favore dell’ente da parte di una persona fisica che ha agito sotto la sua autorità.

 

Sanzioni, misure di prevenzione e misure amministrative

Le misure che la Convenzione di Nicosia prevede sono di vario genere. Per quanto riguarda le sanzioni, queste possono riguardare la privazione della libertà e la conseguente estradizione, così come sanzioni economiche, l’interdizione temporanea o permanente dall’esercizio di attività commerciali, l’esclusione dal diritto a benefici o aiuti pubblici. Tra le misure inoltre importanti da adottare ci sono la confisca ed il sequestro dei proventi che derivano dai reati previsti dalla Convenzione.

Le misure di prevenzione e le misure amministrative che si possono adottare a livello nazionale ed internazionale sono molte. Gli Stati devono incoraggiare istituti culturali e musei a adottare policies che riducano i casi di traffico illecito. È necessario allo stesso modo prevenire che su internet possano esserci acquisti e vendite di beni culturali. Inoltre le misure che limitano i rischi di reati contro i beni culturali riguardano l’adozione di buone pratiche, l’istituzione di banche dati utili per il ritrovamento di beni andati perduti o rubati, la raccolta di dati, il ricorso a procedure rigorose sull’importazione e sull’esportazione dei beni culturali così come l’uso di campagne di sensibilizzazione.

 

Cooperazione internazionale e Convenzione di Nicosia

Il tema della cooperazione internazionale per una lotta efficace al traffico illecito dei beni culturali è un tema noto. Gli articoli della Convenzione offrono un complesso normativo di notevole impatto, che l’Italia ad esempio non ha ancora adottato visto che il progetto di legge è arenato[3] con la caduta del governo nel 2019[4]. Il problema però è ben più grave. La Convenzione di Nicosia è stata firmata da pochissimi Stati del Consiglio d’Europa. All’apertura alla firma durante la 127esima sessione del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, che ha riunito i Ministri degli Affari esteri dei 47 Stati membri dell’Organizzazione, la Convenzione è stata firmata da sei Stati: Cipro, Grecia, Armenia, Portogallo, San Marino e Messico. Oggi si contano in più Slovenia, Ucraina, Italia, Lettonia, Russia, Montenegro. Gli Stati che hanno ratificato la Convenzione di Nicosia sono Cipro e Messico[5].

Ora, se è vero che si discute da tempo della transnazionalità del fenomeno, del pericolo della criminalità organizzata e del fatto che il traffico illecito di beni culturali possa rappresentare una forma di finanziamento di attività di alcuni gruppi terroristici, bisogna chiedersi seriamente se la comunità internazionale abbia intenzione di fare sul serio sul tema. Le convenzioni sulla protezione dei beni culturali a livello internazionale infatti non impongono standard minimi nella definizione delle fattispecie e nella soglia sanzionatoria minima da imporsi.

Una mancanza che, volente o nolente, danneggia il patrimonio dei beni culturali a livello globale.

Informazioni

https://www.penalecontemporaneo.it/upload/3447-dagostino.pdf

Testo della Convenzione di Nicosia – reperibile sulla rete interconnessa

Amorosino, S. (2019) Diritto dei beni culturali. Wolters Kluwer (Temi dell’impresa e della pubblica amministrazione; 1)


Autoriciclaggio

Autoriciclaggio: la norma

L’articolo 648 ter 1 c.p. disciplina l’autoriciclaggio.  È una norma di recente istituzione e fa parte del sistema di repressione del riciclaggio di denaro

 

La lotta al riciclaggio passa anche dall’autoriciclaggio

A seguito di una recente riforma, il sistema di repressione penale del fenomeno del money laundering[1] si è arricchito del delitto di autoriciclaggio, introdotto dall’articolo 3 della legge 15 dicembre 2014, n. 186[2] e oggi previsto dall’articolo 648 ter 1 c.p. Guardando il codice penale infatti la sequenza delle norme che chiude il Titolo XIII, Capo II (Delitti contro il patrimonio mediante frode) è composta dai seguenti articoli:

  • L’art. 648 (Ricettazione)
  • L’art. 648-bis (Riciclaggio)
  • L’art. 648-ter (Impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita)
  • L’art. 648-quater (Confisca)

 

Per non confondere quindi riciclaggio e autoriciclaggio, di seguito l’articolo 648-bis:

Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da euro 5.000 a euro 25.000.

La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale.

La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita le pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni. Si applica l’ultimo comma dell’articolo 648.

 

Le attività di riciclaggio[3] e di autoriciclaggio possono essere diverse.

 

L’articolo 648 ter 1 c.p.

In base all’articolo 648 ter 1 c.p. si legge:

Si applica la pena della reclusione da due a otto anni e della multa da euro 5.000 a euro 25.000 a chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

Si applica la pena della reclusione da uno a quattro anni e della multa da euro 2.500 a euro 12.500 se il denaro, i beni o le altre utilità provengono dalla commissione di un delitto non colposo punito con la reclusione inferiore nel massimo a cinque anni.

Si applicano comunque le pene previste dal primo comma se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da un delitto commesso con le condizioni o le finalità di cui all’articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni.

Fuori dei casi di cui ai commi precedenti, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale.

La pena è aumentata quando i fatti sono commessi nell’esercizio di un’attività bancaria o finanziaria o di altra attività professionale.

La pena è diminuita fino alla metà per chi si sia efficacemente adoperato per evitare che le condotte siano portate a conseguenze ulteriori o per assicurare le prove del reato e l’individuazione dei beni, del denaro e delle altre utilità provenienti dal delitto.

Si applica l’ultimo comma dell’articolo 648.

 

Il reato è certamente legato per sua natura al riciclaggio. Detto questo, anche l’autoriciclaggio è considerato un reato plurioffensivo, ossia un reato che lede più beni giuridici. Si pensi alla concorrenza, al corretto funzionamento del mercato, all’amministrazione della giustizia, all’ordine pubblico. La norma mira a tutelare l’ordine economico[4]. Proprio per questo motivo il legislatore intende tutelare i diritti e gli interessi di coloro che operano sul mercato in condizioni di libera concorrenza.

Il soggetto che compie la condotta illecita agisce con dolo. Infatti è richiesta la consapevolezza dell’autore del reato della provenienza delittuosa dei beni così come la volontà di ostacolarne l’identificazione con il pretesto di un investimento a carattere economico-speculativo. L’autoriciclaggio incrimina l’impiego, la sostituzione o il trasferimento in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative del denaro, dei beni o delle altre utilità provenienti dalla commissione di un reato presupposto. È quindi penalmente rilevante qualsiasi forma di utilizzo del provento di un delitto, purché posta in essere “in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza illecita”. Proprio l’uso dell’avverbio “concretamente” nella norma segna la maggior differenza dell’autoriciclaggio con il riciclaggio per quel che riguarda le modalità di condotta.

Nel testo della norma è presente l’aggravante per cui la pena è aumentata quando i fatti siano commessi in relazione ad un esercizio di attività bancarie o finanziare o di altra attività professionale.

Il reato di autoriciclaggio – come il riciclaggio e il reimpiego – è presupposto della responsabilità amministrativa degli enti ai sensi dell’articolo 25 octies, d. lgs. 231/2001, in forza del quale si applica all’ente la sanzione pecuniaria da 200 a 800 quote, aggravata da 400 a 1.000 quote se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione superiore nel massimo a cinque anni. In caso di condanna si applicano all’ente le sanzioni interdittive previste dall’articolo 9, comma 2, per una durata non superiore a due anni. All’ente spetta controllare i flussi economici e finanziari perché sono proprio tali flussi che interessano: assicurare la tracciabilità è un elemento fondamentale per dare prova della non illiceità.

Informazioni

Mezzetti, E. and Piva, D. (2016) Punire l’autoriciclaggio : come, quando e perché. Giappichelli (Focus; 15)

Gambogi, G. (2015) Riciclaggio e autoriciclaggio : rapporto con i reati fiscali, gli obblighi antiriciclaggio, l’operazione sospetta, sanzioni penali e amministrative antiriciclaggio, il reato di autoriciclaggio, gli strumenti di contrasto all’evasione internazionale, la voluntary disclosure: aspetti penali. Giuffrè (Officina del diritto)

http://www.codice231.com/#Art.%2025-Octies%20Ricettazione,%20r

[1] Ho parlato del riciclaggio internazionale di denaro qui: https://www.dirittoconsenso.it/2019/04/23/il-riciclaggio-internazionale-di-denaro/

[2] “Disposizioni in materia di emersione e rientro di capitali detenuti all’estero nonché per il potenziamento della lotta all’evasione. Disposizioni in materia di autoriciclaggio”

[3] Di seguito l’articolo sui metodi di riciclaggio: https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/02/alcuni-metodi-di-riciclaggio-di-denaro/

[4] È purtroppo frequente che le risorse illecitamente ottenute vengano investite in attività economiche lecite