Protezione del patrimonio culturale in Ucraina

La protezione del patrimonio culturale in Ucraina durante la guerra

Domanda: tra le incredibili difficoltà e le attività militari nel conflitto russo-ucraino è possibile garantire la protezione del patrimonio culturale in Ucraina?

 

Garantire la protezione del patrimonio culturale in Ucraina: un dovere tutt’altro che semplice

La comunità internazionale guarda con attenzione il conflitto russo-ucraino in corso. La morte umana[1], la distruzione di vaste aree[2], a cui si aggiunge indissolubilmente la morte culturale sono eventi preoccupanti. In particolare, la protezione del patrimonio culturale in Ucraina[3] è fondamentale sia per la conservazione di un incantevole patrimonio che per la tutela dell’identità ucraina.

Numerosi monumenti storici e architettonici e siti archeologici sono minacciati dai bombardamenti, dal movimento di mezzi pesanti e dai possibili furti: una perdita irreparabile che rischia di costare carissimo all’intera comunità internazionale, non solamente all’Ucraina.

Per tali motivi molte organizzazioni internazionali tra cui ONU[4], UNESCO[5], UNHCR[6] e Unione Europea[7] hanno condannato con fermezza l’aggressione russa.

Ma passiamo ai fatti: concretamente, cosa si può fare per la protezione del patrimonio culturale in Ucraina?

 

Parlano i fatti: distruzione e danneggiamenti al patrimonio culturale ucraino

Domenica 27 febbraio 2022 – solo 3 giorni dopo l’inizio delle ostilità del 2022 – l’esercito russo ha distrutto un museo a Ivankiv che conteneva opere dell’artista ucraina Maria Prymachenko (1909-1997). Si tratta del primo attacco ad una struttura culturale. Il museo ha ospitato mostre e opere di vario tipo legate a più o meno recenti episodi storici che hanno riguardato l’Ucraina, tra cui su Cernobyl e sulla Seconda guerra mondiale.

La distruzione è stata confermata dalle autorità ucraine e da varie fonti. L’ICOM (International Council of Museums) ha rilasciato una comunicazione sull’accaduto condannando l’attacco[8] e ricordando che i musei, in base al principio 1 dei Codici di Comportamento dell’ICOM:

conservano, interpretano e promuovono il patrimonio naturale e culturale dell’umanità.”.

 

Oltre il Museo di Ivankiv, sono stati colpiti nei primi mesi della guerra: il museo di Chernihiv, la chiesa della Natività della Santa Madre di Dio a Viazivka, nell’oblast di Zhytomyr, la Piazza della Libertà di Kharkiv, l’Opera House e la Cattedrale della Dormizione di Charkiv. La lista è andata aumentando nel tempo[9].

I timori, comprensibilissimi, riguardano anche il patrimonio culturale ucraino iscritto nella Lista del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO[10].

Come è possibile tutelare l’intero patrimonio?

 

Gli obblighi internazionali per la protezione del patrimonio culturale in Ucraina

Il diritto pubblico internazionale prevede obblighi per gli Stati. Le parti coinvolte, siano esse parti ai trattati di cui parleremo più avanti o no, sono anche soggetti tenuti a rispettare le consuetudini internazionali.

Con riferimento alla protezione dei beni culturali bisogna dire in breve che complessivamente:

  • è vietato dirigere un attacco contro beni culturali a meno che al momento i beni non costituiscano un obiettivo militare e non vi sia alternativa praticabile per ottenere un analogo vantaggio militare[11];
  • è vietato dirigere un attacco contro un obiettivo militare, come un carro armato, un quartier generale militare o una fabbrica di munizioni, se ciò non può essere fatto senza infliggere ai beni culturali un danno eccessivo rispetto al vantaggio militare concreto e diretto anticipato[12];
  • è vietata la distruzione o il danneggiamento intenzionale da parte di una parte in conflitto o di beni culturali sotto il proprio controllo, a meno che non sia imperativamente richiesto da esigenze militari[13];
  • è vietato nei conflitti armati fare qualsiasi uso dei beni culturali o dei suoi immediati dintorni che possa esporre i beni alla distruzione o al danneggiamento a meno che la necessità militare non lo richieda imperativamente, il che significa che l’uso offre un chiaro vantaggio militare e nessuna alternativa fattibile per ottenere un vantaggio militare simile esiste[14];
  • le parti in conflitto sono obbligate a prendere tutte le precauzioni possibili per proteggere i beni culturali sotto il loro controllo contro i pericoli derivanti dalle operazioni militari[15];
  • sono vietate tutte le forme di furto, saccheggio o altra appropriazione indebita e di vandalismo di beni culturali da parte delle parti in conflitto[16].

 

Nel tempo anche tribunali internazionali – come il Tribunale penale internazionale per l’ex Yugoslavia (ICTY)[17] e la Corte Penale Internazionale (ICC/CPI) – si sono pronunciati sulla tutela del patrimonio ed in particolare su casi di distruzione del patrimonio culturale, non solamente in tempo di guerra o a conflitto in corso tra Stati[18]. Perciò le regole sulla protezione del patrimonio culturale nel diritto internazionale hanno avuto una lunga evoluzione e sono oggi sottoposte allo stress di un nuovo conflitto, quello appunto contemporaneo tra Russia e Ucraina.

 

Obblighi derivanti dai trattati internazionali: da una parte l’Ucraina deve …

È importante sottolineare questo punto: esistono trattati internazionali che disciplinano le regole dei conflitti armati. Ai fini della comprensione di come possa essere messa in pratica la protezione del patrimonio culturale in Ucraina, bisogna citare la Convenzione dell’Aia del 1954[19] con i due Protocolli aggiuntivi (il primo dello stesso anno della Convenzione ed il secondo del 1999) e fare riferimento a cosa deve essere fatto in concreto.

Oltre alla Convenzione dell’Aia del 1954 gli Stati rispettano tanto le disposizioni (perché vincolati) di altri trattati come – per citarne alcuni – i Protocolli del 1977 delle Convenzioni di Ginevra del 1949[20] quanto – ancora una volta devo ripeterlo – le consuetudini internazionali.

L’Ucraina deve:

  • preparare in tempo di pace misure che riguardano la protezione dei beni culturali nel caso di conflitto armato[21];
  • adottare misure preventive come la preparazione di inventari, la pianificazione di misure di emergenza per proteggere i beni culturali dal rischio di incendi o il crollo di edifici, nonché l’essere pronta a collocare i beni culturali in luoghi sicuri[22].
  • sviluppare iniziative che garantiscono il rispetto dei beni culturali situati nel proprio territorio: questo include l’astensione dall’uso in qualsiasi forma di beni culturali che possano essere esposti a distruzione o deterioramento in caso di conflitto armato e dall’astenersi da qualsiasi atto ostile diretto contro il patrimonio[23].

 

Dall’altra la Russia …

La Federazione Russa è Stato membro della Convenzione del 1954 e del Primo protocollo (protocollo del 1977) ma non è Stato membro del Secondo protocollo (protocollo del 1999). Quali sono i comportamenti da tenere allora?

La Russia – in qualità di forza occupante – deve:

  • supportare le autorità nazionali competenti dello Stato occupato nella salvaguardia e nella tutela del patrimonio culturale[24]:
  • adottare misure di tutela e di conservazione per il patrimonio culturale nel caso in cui le autorità nazionali competenti non possano farlo e specie se il patrimonio in questione non sia stato danneggiato in operazioni militari[25];
  • assicurare la tutela del patrimonio culturale in regime di protezione speciale da qualsiasi atto di ostilità diretta e che non ci sia uso dello stesso patrimonio o delle sue vicinanze per obiettivi militari[26];
  • assicurarsi che le sue forze armate adottino le misure richieste dal diritto internazionale per non essere considerata responsabile a livello internazionale e di conseguenza essere tenuta a pagare i danni[27].

 

Non essendo la Russia parte del Secondo Protocollo, non avrebbe alcun obbligo di proibire e prevenire sui territori occupati l’esportazione illecita o la rimozione o il trasferimento di proprietà di beni culturali, gli scavi archeologici salvo quando non siano strettamente necessari per tutelare, registrare o preservare i beni culturali, qualsiasi alterazione o modifiche d’uso dei beni culturali che siano da intendere per danneggiare o distruggere prove culturali, storiche o scientifiche[28].

Ciò non toglie però che la Russia sia manchevole nei confronti del diritto internazionale consuetudinario dei conflitti armati. Può risultare difficile ma in altri termini: i trattati non possono vincolare gli Stati non parte senza il consenso espresso ma con questo non vengono meno per gli Stati gli obblighi derivanti dal diritto internazionale consuetudinario. Non tutte le disposizioni della Convenzione del 1954 e dei due Protocolli hanno una corrispettiva norma consuetudinaria ma hanno un equivalente principio consuetudinario.

Un ultimo punto che intendo sottolineare in questa trattazione: richiedono ulteriori approfondimenti a parte la questione del diritto internazionale penale (in inglese, international criminal law) cioè quel ramo del diritto internazionale che si occupa della responsabilità penale degli individui e dei diritti e degli obblighi degli Stati in relazione ad essa e la questione del diritto internazionale dei diritti umani (in inglese, international human rights law). In tal modo sarebbe possibile offrire una panoramica completa della protezione del patrimonio culturale in Ucraina.

 

Una “particolarità” della Convenzione del 1954: l’articolo 18

Per chiudere questa (tutt’altro che completa) analisi della protezione del patrimonio culturale in Ucraina, vorrei chiudere con una disposizione che dovrebbe far riflettere proprio su quanto detto nel paragrafo precedente.

La disposizione è l’articolo 18 della Convenzione del 1954 che ai punti 1 e 3[29] prevede che:

Fatte salve le disposizioni che entreranno in vigore in tempo di pace, la presente Convenzione si applica in caso di guerra dichiarata o di qualsiasi altro conflitto armato che possa sorgere tra due o più Alte Parti contraenti, anche se lo stato di guerra è non riconosciuto da uno o più di essi.

Se una delle Potenze in conflitto non è Parte della presente Convenzione, le Potenze che ne sono Parti rimarranno comunque vincolate da essa nelle loro relazioni reciproche. Saranno inoltre vincolati dalla Convenzione, in relazione a detta Potenza, se quest’ultima ha dichiarato di accettarne le disposizioni e fintanto che le applica.”.

 

Così, anche se la Russia non ha parlato di “guerra” o di “conflitto armato” ma di “operazione speciale”, è vincolata dalle disposizioni della Convenzione del 1954.

Informazioni

War in Ukraine | UNESCO

Endangered heritage in Ukraine: UNESCO reinforces protective measures | UNESCO

ICOM is Preparing an Emergency ICOM Red List of Cultural Heritage at Risk for Ukraine – International Council of Museums -International Council of Museums

Treasured Paintings Burned in Russian Invasion, Ukrainian Officials Say – The New York Times (nytimes.com)

Crimes against history: mapping the destruction of Ukraine’s culture | Ukraine | The Guardian

Convenzione del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato e i due Protocolli del 1954 e del 1999.

Convenzione del 1972 riguardante la protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale.

Pinton, S. and Zagato, L. (2008) Le identità culturali nei recenti strumenti UNESCO un approccio nuovo alla costruzione della pace? Padova: CEDAM (Fondazione Venezia per la ricerca sulla pace, 0002).

[1] Per conoscere le notizie dall’Ucraina abbiamo bisogno di voci che arrivano dall’interno, specie là dove la violenza è ad un palmo dal naso. Anche le morti tra chi fa informazione e racconta la cronaca degli eventi sono da tenere in ampia considerazione: Ukraine: UNESCO Director-General condemns killing of journalist Oksana Baulina | UNESCO.

[2] Tra cui la pericolosità dei combattimenti presso centrali nucleari che possono provocare danni di notevole portata (esplosioni interne ai reattori, fuoriuscita di materiale nucleare, etc.). La condanna dell’ONU qui: Fighting at Ukraine Nuclear Power Site Irresponsible, against Geneva Conventions, Under-Secretary-General Tells Security Council | Meetings Coverage and Press Releases.

[3] Per un approfondimento sul patrimonio culturale ucraino: Il patrimonio culturale ucraino – DirittoConsenso.

[4] L’Assemblea Generale con la risoluzione “Aggression against Ukraine” ha richiesto la fine delle ostilità. Anche l’UNESCO ha fatto eco alla risoluzione dell’organo onusiano esprimendo preoccupazione per i danni all’educazione, alla cultura, al patrimonio e all’informazione. Per maggiori informazioni invito a leggere: General Assembly holds emergency special session on Ukraine | | UN News e General Assembly resolution demands end to Russian offensive in Ukraine | | UN News.

[5] Anche l’UNESCO ha fatto eco alla risoluzione dell’organo onusiano esprimendo preoccupazione per i danni all’educazione, alla cultura, al patrimonio e all’informazione. Il Direttore-Generale dell’UNESCO Audrey Azoulay ha dichiarato: “questa escalation di violenza – che sta provocando la morte di civili, compresi i bambini – è del tutto inaccettabile. […] Bisogna proteggere il patrimonio culturale ucraino, che testimonia la ricca storia del paese, e comprende i suoi sette siti del patrimonio mondiale, situati in particolare a Leopoli e Kiev; le città di Odessa e Kharkiv, luoghi inseriti nel Creative Cities Network dell’UNESCO; i suoi archivi nazionali, alcuni dei quali figurano nel Registro della Memoria del Mondo dell’UNESCO; e i suoi siti che commemorano la tragedia dell’Olocausto.”. In più, Ukraine: UNESCO statement following the adoption of the UN General Assembly resolution | UNESCO. Si ricordi che l’UNESCO ha condannato i danni (tra i tanti) all’università Karazin Kharkiv. https://whc.unesco.org/en/news/2411/.

[6] L’UNHCR ha dichiarato che la situazione in Ucraina è da considerarsi di livello 3, il livello più alto. Per maggiori informazioni: UNHCR – Ukraine emergency.

[7] La Commissione Europea, che parla apertamente di aggressione di Putin all’Ucraina, condanna la guerra e adotta immediatamente misure per l’accoglienza ed il supporto a tutti coloro che fuggono. In più è favorevole all’imposizione di sanzioni mirate contro la Russia ed i complici nella guerra. Tutto questo richiede ovviamente il coordinamento sia delle istituzioni dell’UE così come Stati membri. Le misure dell’Unione Europea su questi eventi sono già molte e con vari scopi: EU measures in solidarity with Ukraine – EUR-Lex (europa.eu).

[8] Statement by the ICOM-US pertaining to the news of the destruction of the Historical and Local History Museum at Ivankiv (memberclicks.net).

[9] Ukrainian churches and places of worship devastated by war (theartnewspaper.com). Inoltre, in base ad una ricerca dell’UNESCO terminata il 21 settembre 2022, sono stati contati 192 siti distrutti o danneggiati. Per maggiori informazioni: Damaged cultural sites in Ukraine verified by UNESCO | UNESCO.

[10] Ho parlato del patrimonio culturale ucraino in questione nell’articolo già citato in nota 3.

[11] Articolo 4(1) e (2) della Convenzione del 1954 così come gli articoli 1(f) e 6(a) del Secondo Protocollo della Convenzione del 1954.

[12] Articolo 7(c) e (d)(ii) del Secondo Protocollo così come gli articoli 51(4) e (5)(b) e 57(2)(a)(iii) e (b) API.

[13] Articolo 4(1) e (2) della Convenzione del 1954 così come gli articoli 23(g) e 57 dei Regolamenti dell’Aia del 1907, l’articolo 53 della Convenzione IV di Ginevra.

[14] Articolo 4(1) e (2) della Convenzione del 1954 così come l’articolo 6(b) del Secondo Protocollo.

[15] Articolo 8 del Secondo Protocollo della Convenzione del 1954, così come l’articolo 58© dell’API.

[16] Articolo 4(3) della Convenzione del 1954, gli articoli 23(g), 28, 47 e 56 dei Regolamenti dell’Aia del 1907, l’articolo 33 della Convenzione IV di Ginevra.

[17] Un caso che intendo citare: Prosecutor v Stakić, Appeals Chamber Judgment, Case No. IT-97-24-A, 22 March 2006.

[18] Il più interessante caso riguardante la distruzione del patrimonio culturale ha riguardato Ahmed Al Faqi Al Mahdi. Reo di aver distrutto, tra giugno e luglio 2012, nove mausolei e l’ingresso della moschea Sidi Yahia di Timbuctu, risalenti al XV e XVI secolo, classificati patrimonio UNESCO, è seguito un processo presso la Corte Penale Internazionale. Per ripercorrere la storia di questo caso rinvio all’articolo di Viviana Gullo: Distruzione del patrimonio culturale nel diritto internazionale: il caso Al Mahdi – DirittoConsenso.

[19] Convention for the protection of cultural property in the event of armed conflict. Questa Convenzione fa riferimento ai principi stabiliti nelle Convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907 nonché al Patto di Washington del 15 aprile 1935.

[20] Ciascun Protocollo include disposizioni specifiche per la protezione del patrimonio culturale materiale.

[21] Eventualità questa che possiamo immaginare sia stata presa in considerazione prima del riacutizzarsi del conflitto. Vedi articolo 3 della Convenzione del 1954. Nella pratica: Il più grande museo in Ucraina mette in salvo le sue opere (artribune.com).

[22] In particolare si fa qui riferimento alle disposizioni sulla protezione speciale (special protection) previste al capitolo II della Convenzione. Il concetto di protezione, infatti, si amplia con l’uso di rifugi in cui collocare i beni culturali in pericolo durante un conflitto armato. In più si fa riferimento all’articolo 5 del Secondo Protocollo della Convenzione del 1954 che parla di “safeguarding of cultural property”. Aggiungo qui un interessante reportage del Washington Post che su Instagram ha pubblicato le immagini di un lavoro immenso: https://www.instagram.com/p/CbGJeYPuQgb/

[23] Più precisamente, l’Ucraina dovrà agire in base all’articolo 8 della Convenzione del 1954. È importante inoltre ricordare che, in base all’articolo 10 della stessa Convenzione, i beni culturali in regime di protezione speciale debbano essere contrassegnati dal simbolo distintivo descritto dall’articolo 16, un simbolo definito dalla Convenzione come ‘distinctive emblem’. Testualmente, “The distinctive emblem of the Convention shall take the form of a shield, pointed below, persaltire blue and white (a shield consisting of a royal-blue square, one of the angles of which forms the point of the shield, and of a royal-blue triangle above the square, the space on either side being taken up by a white triangle).”.

[24] Articolo 5(1) della Convenzione del 1954.

[25] Articolo 5(2) della Convenzione del 1954.

[26] Articolo (9) della Convenzione del 1954.

[27] Questo punto è spiegato bene nel Protection of cultural property – Military Manual del 2016.

[28] Vedi articolo 9 del Secondo Protocollo.

[29] Il punto 2 intendo menzionarlo in nota perché, pur essendo parte della disposizione non rientra nei fatti che questa parte della disposizione prevede. Testualmente, “The Convention shall also apply to all cases of partial or total occupation of the territory of a High Contracting Party, even if the said occupation meets with no armed resistance.”.


Orfeo e le Sirene

Il gruppo scultoreo Orfeo e le Sirene

Il caso del gruppo scultoreo Orfeo e le Sirene: dall’esportazione illecita al rientro in Italia. Il percorso di capolavori recuperati

 

Quando le statue vengono illecitamente esportate: il caso del gruppo scultoreo Orfeo e le Sirene

Lo stato italiano ha riportato in patria il gruppo scultoreo Orfeo e le Sirene. Si tratta per l’appunto di un gruppo di statue – risalenti al IV secolo a.C. – che non hanno nulla da invidiare rispetto ad altri incredibili capolavori ritrovati in Italia. La particolarità però non è solamente che queste statue sono state illecitamente esportate ma anche il fatto che si è riusciti a dimostrarne la provenienza e l’esportazione illecita. Alcuni recuperi infatti sono complicati: basta infatti non saper dare risposta alla domanda “Come è possibile dimostrare il furto di statue appartenenti allo Stato?” e la diplomazia ha maggiori difficoltà di riportare in Italia beni illecitamente esportati.

Le statue di cui parliamo sono uno dei tanti casi di traffico illecito di beni culturali[1] e anzi si aggiungono al lungo elenco di beni fatti rientrare in Italia grazie alla collaborazione internazionale e all’operato di più autorità di polizia[2].

La ricostruzione dei fatti sull’esportazione clandestina del gruppo scultoreo Orfeo e le Sirene è stata possibile grazie all’Operazione ORPHEUS. I punti salienti sono descritti nel prossimo paragrafo.

 

L’operazione ORPHEUS dei Carabinieri TPC

L’operazione ORPHEUS ha preso il via in un modo singolare.  In base a quanto si legge dalle carte degli inquirenti, l’indagine hanno preso il via quando i militari del comando dei Carabinieri della Tutela del Patrimonio Culturale (noti semplicemente come Carabinieri TPC) hanno scoperto che un noto indiziato di reati contro il patrimonio culturale aveva messo in atto una serie di traffici di reperti archeologici, provento di scavo clandestino nella provincia di Taranto, avvalendosi di un’organizzazione con propaggini internazionali.

Il trafficante aveva un certo peso nelle vicende relative allo scavo clandestino e all’esportazione illecita del gruppo scultoreo Orfeo e le Sirene avvenuto negli anni ‘70. Secondo la documentazione individuata e dagli accertamenti svolti, i reperti reperti erano stati scavati e rinvenuti in frammenti presso un sito tarantino da alcuni tombaroli del posto. Questi ultimi li avevano ceduti ad un noto ricettatore locale, con contatti con la criminalità organizzata, che, a sua volta, li aveva ceduti ad un altro ricettatore, con contatti internazionali e titolare di una galleria d’arte in Svizzera. Le sculture, in frammenti, vennero affidate ad un altro soggetto specializzato nel trasferire beni culturali all’estero, che effettuò il trasporto in Svizzera, dove vennero affidati ad un restauratore che li ricompose e ridiede forma alle opere. Questo passaggio continuo è una pratica nota nel mondo del traffico illecito di beni culturali.

Dopo un periodo di giacenza in Svizzera le sculture furono acquistate dal The Paul Getty Museum di Malibu grazie all’intermediazione di un funzionario di una banca svizzera.

Le informazioni condivise con l’Assistant District Attorney Matthew Bogdanos del District Attorney’s Office di Manhattan (DAO) e la stretta collaborazione instaurata con quell’ufficio e con lo Homeland Security Investigations hanno consentito il sequestro del gruppo scultoreo dal valore inestimabile e il suo rimpatrio, per la restituzione al patrimonio culturale italiano.

 

Il ritorno in Italia di molti reperti

Il rimpatrio dell’opera è stato possibile grazie alla complessa attività investigativa condotta in Italia e all’estero dai Carabinieri della Sezione Archeologia del Reparto Operativo del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC), coordinata dalla Procura della Repubblica di Taranto, in collaborazione, come già detto, con il District Attorney’s Office di Manhattan e lo Homeland Security Investigations (H.S.I.).

Il gruppo scultoreo Orfeo e le Sirene non è il solo ad aver fatto ritorno dagli Stati Uniti. Altri 142 oggetti sono tornati in Italia, dei quali si era avuta la restituzione lo scorso luglio. Si tratta di beni databili tra il 2500 a.C. e il VI secolo d.C..

In occasione del viaggio che ha visto i Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale toccare New York e Los Angeles, il 6 settembre ne sono stati restituiti all’Italia altri 58 che rientreranno nei prossimi mesi. Si tratta di un flusso importante di archeologia trafugata. Nello stesso filone ulteriori 201 reperti erano stati rimpatriati dagli USA a partire dallo scorso dicembre, una parte di essi costituisce l’esposizione con la quale il 15 giugno è stato aperto il Museo dell’Arte Salvata.

 

La cooperazione tra Italia e Stati Uniti

Da più di venti anni Italia e Stati Uniti collaborano per proteggere e preservare il patrimonio grazie a un accordo che attua la Convenzione UNESCO del 1970[3]. L’accordo in questione è il Memorandum d’Intesa circa l’imposizione di limitazioni all’importazione di materiale archeologico firmato nel 2001[4] e rinnovato nel 2016[5]. Lo strumento offre una tutela giuridica che ha consentito alle autorità italiane e a quelle statunitensi di lavorare di concerto e con successo per arginare il traffico illecito di beni culturali dall’Italia.

Dal 2001 ad oggi infatti questa collaborazione ha riportato in Italia centinaia di opere d’arte come, tra le più note, la Venere di Morgantina, il Cratere di Eufronio, la Testa di Druso Minore e la Testa di Tiberio.

Tra le sezioni più coinvolte delle autorità statunitensi in questo settore è doveroso citare:

  • Il dipartimento di Stato americano
  • L’ICE, Homeland Security Investigations Cultural Property, Art and Antiquities Program
  • L’Art Crime Team dell’FBI
  • La Customs and Border Protection
  • Il Cultural Property Advisor Committee.

 

Tra quelle italiane invece:

  • Il Ministero dei beni culturali
  • Il Comando dei Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale
  • L’Avvocatura dello Stato
  • L’ambasciata d’Italia negli Stati Uniti.

 

Ritorno a casa per il gruppo scultoreo Orfeo e le Sirene

Il gruppo scultoreo di Orfeo e le Sirene è stato esposto dal 18 settembre al 15 ottobre al Museo dell’Arte Salvata, all’interno del Museo Nazionale Romano. Oggi si trova al MArTA, il Museo archeologico di Taranto dove è possibile visitarlo nel complesso di una notevole collezione.

Una storia a lieto fine: altri tesori non hanno la stessa fortuna e non parlo solamente di beni appartenenti all’Italia. Il mondo delle restituzioni dei beni culturali include casi variegati e molti di questi non hanno ancora una soluzione.

Per concludere, ai fini della comprensione di questo settore, bisogna aggiungere che la cooperazione tra Stati oltre al supporto delle organizzazioni internazionali come l’INTERPOL e l’Europol si basa su un assetto costituito sia dalla ratifica di trattati internazionali che degli accordi di intesa (in inglese, memorandum of understanding, spesso identificati con l’acronimo MoU)[6].

Informazioni

Salviamo l’arte proteggendo il patrimonio, oltre quindici anni di cooperazione tra Italia e Stati Uniti d’America nella lotta al traffico illecito di beni culturali, edited by Catherin P. Foster and Renato Miracco, Gangemi Editore, 2018.

Immagine di copertina presa dall’articolo sul gruppo Orfeo e le Sirene consultabile su Bari – la Repubblica (consultato il 22/10/2022).

[1] Un caso eccezionale di rimpatrio di un bene culturale illecitamente esportato riguarda il Cratere di Eufronio. Per un approfondimento sulla faccenda: Il traffico illecito di beni culturali – DirittoConsenso. Per un caso più recente invito a leggere il seguente comunicato:  Cooperazione internazionale e tutela dei beni culturali. I Carabinieri dell’Arte rimpatriano reperti dagli Stati Uniti – Ministero della cultura.

[2] Solitamente agenzie internazionali e organizzazioni internazionali come Eurojust, Europol in Europa e l’INTERPOL a livello mondiale operano in questo senso. Per un approfondimento sulle attività dell’INTERPOL in tema di traffico illecito di beni culturali: L’Interpol nella lotta al traffico illecito di beni culturali – DirittoConsenso.

[3] La Convenzione UNESCO del 1970 è, nome completo, la “Convenzione concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà dei beni culturali” (1970). La Convenzione del 1970 è stata ratificata in Italia nel 1978.

[4] Italy and the U.S. present the Memorandum of Understanding on import restrictions of archaeological material to fight art trafficking (esteri.it).

[5] United States and Italy Sign Cultural Property Agreement – U.S. Embassy & Consulates in Italy (usembassy.gov).

[6] Due esempi di accordi di intesa: quello firmato tra Italia e Messico e quello tra Stati Uniti ed Egitto. Rispettivamente: Cooperazione internazionale: Italia e Messico insieme per la tutela dei beni culturali (italianostra.org) e The United States and Egypt Sign New Memorandum of Understanding on Cultural Property Protection – United States Department of State.


Patrimonio culturale ucraino

Il patrimonio culturale ucraino

Sappiamo del conflitto tra Russia e Ucraina ed abbiamo costantemente informazioni sugli avvenimenti in corso: ma in che condizioni è il patrimonio culturale ucraino?

 

Il patrimonio culturale ucraino iscritto alla lista del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO

L’Ucraina rischia moltissimo dalla devastazione e dalle operazioni militari del conflitto in corso. Basta infatti leggere i siti iscritti nella lista del patrimonio mondiale dell’UNESCO e quelli proposti alla stessa organizzazione internazionale che è facile notare quanti molti di questi siano in zone dove il conflitto è in corso.

I siti ucraini iscritti nella lista del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO[1] sono 7: 6 sono patrimoni culturali, 1 è patrimonio naturale.

Il patrimonio culturale di cui si parla include:

  • La Cattedrale di Santa Sofia a Kiev (iscritto nel 1990)
  • Il centro storico di Leopoli (1998)
  • L’arco geodetico di Friedrich Georg Wilhelm Struve (2005)
  • La residenza dei metropoliti bucovini e dalmati (Černivci) (2011)
  • L’antica città di Cherson – Chersoneso in italiano – in Crimea, città fondata nel quinto secolo avanti Cristo (2013)
  • Le chiese (tserkvas) in legno della regione dei Carpazi (2013)
  • Le antiche faggete primordiali dei Carpazi (questo è il patrimonio naturale ucraino, patrimonio in comune con altri 18 Stati[2]).

 

Il patrimonio culturale ucraino iscritto alla lista dell’UNESCO è disposto in maniera abbastanza uniforme sul territorio dello Stato. È possibile dire che i patrimoni più al sicuro e lontani dal conflitto sono:

  • il centro storico di Leopoli è a pochi chilometri dal confine con la Polonia;
  • alcuni siti delle triangolazioni geodetiche ideate da Georg Wilhelm Struve sono negli oblast di Chmel’nyc’kyj e di Odessa, nel sud ovest del paese;
  • la residenza dei metropoliti bucovini e dalmati si trova nell’oblast di Černivci, a pochi chilometri dal confine con la Romania
  • le 8 chiese (tserkvas) ucraine[3] perché a pochi chilometri di distanza con la Polonia[4].

 

È in una situazione del tutto particolare invece la regione in cui è presente l’antica città di Chersoneso che, a pochi chilometri da Sebastopoli, si trova di fatto sotto il controllo della Russia essendo la città nella penisola di Crimea. Tuttavia l’annessione non è riconosciuta a livello internazionale così la Crimea rimane territorio di contesa tra Ucraina e Russia.

Situazione delicatissima invece ha riguardato il complesso della Cattedrale di Santa Sofia a Kiev dato che la guerra ha raggiunto la capitale. La comunità internazionale è rimasta con il fiato sospeso per la possibile e devastante perdita di uno dei monumenti più iconici dell’Ucraina nonché il primo ad essere stato inserito nella lista del patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. È possibile che in futuro – e a conflitto terminato – verrà condotto uno studio sullo stato della Cattedrale. L’ultimo lavoro condotto dall’UNESCO, per la precisione dal Comitato per il Patrimonio dell’Umanità (World Heritage Committee), sottolineava 3 possibili minacce che la Cattedrale potesse subire: la costruzione di case nella zona, l’assenza di un quadro giuridico completo e l’adozione di un piano di gestione[5].

Il patrimonio naturale ucraino – non meno importante di quello culturale – delle antiche faggete si concentra per lo più nell’oblast della Transcarpazia, regione estremo-occidentale dell’Ucraina all’estremo opposto delle zone del conflitto.

 

I siti proposti dall’Ucraina

La lista del patrimonio dell’umanità potrebbe essere molto più lunga dato che l’Ucraina negli anni ha promosso diversi siti che considera patrimonio culturale e/o naturale. Poiché Stato membro dell’UNESCO, l’Ucraina ha presentato negli anni nella Lista Provvisoria[6] i seguenti luoghi:

  • Il centro storico di Chernigov
  • Il paesaggio culturale del Kamenets-Podilsk
  • La tomba di Tarass Shevtchenko e il museo storico e naturale
  • La riserva naturale “Askaniya Nowa”
  • Il parco dendrologico “Sofijivska”
  • Il palazzo Bagçesaray dei khan della Crimea
  • Il sito archeologico “Stone Tomb”
  • L’osservatorio astronomico Mykolayiv
  • Il complesso di fortezze a Sudak
  • Gli osservatori astronomici dell’Ucraina
  • Il centro storico della città portuale di Odessa
  • La cattedrale di Santa Sofia con gli edifici monastici, le chiese di San Cirillo e Sant’Andrea a Kiev-Pechersk Lavra
  • I punti di commercio delle rotte commerciali genovesi che collegano il Mar Mediterraneo al Mar Nero
  • Il paesaggio culturale delle “Cave Towns” della Gothia in Crimea
  • I dintorni storici della capitale dei Khan di Crimea a Bakhchysarai
  • Derzhprom (l’edificio industriale di Stato, simbolo del costruttivismo sovietico degli anni ‘20) presso Piazza della Libertà a Kharkiv
  • L’antica città di Tyras – odierna Bilhorod (o Akkerman) – sulla via dal Mar Nero al Mar Baltico.

 

La situazione attuale

Che il patrimonio culturale ucraino sia notevole è chiaro a tutti. Mi sono chiesto perciò quale sia la situazione a conflitto in corso e la risposta più puntuale è nella ricerca condotta dell’UNESCO sui siti distrutti o danneggiati[7]. L’UNESCO sta monitorando costantemente la situazione.

La lista include: 86 edifici religiosi e/o di culto, 13 musei, 37 edifici storici, 37 edifici dedicati ad attività culturali, 18 monumenti, 10 librerie. Il totale ammonta a 201.

Informazioni

[1] In dettaglio si veda: Ukraine – UNESCO World Heritage Convention.

[2] Albania, Austria, Belgio, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Francia, Germania, Italia, Macedonia del Nord, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera, Ucraina.

[3] Anche in Polonia le tserkvas sono 8.

[4] Ulteriori informazioni dalla pagina ufficiale di questo patrimonio da parte dell’UNESCO: Wooden <em>Tserkvas</em> of the Carpathian Region in Poland and Ukraine – UNESCO World Heritage Centre.

[5] Nel documento 44 COM 7B.59 si legge: “The World Heritage Committee […] 6. Reiterates its request to the State Party to undertake an Heritage Impact Assessment (HIA) for developments within the property and its buffer zone as a timely and appropriate method of assessing the multiple and cumulative impacts of planned developments, taking into account potential impacts on the OUV of the property, in conformity with the ICOMOS Guidelines on HIAs for Cultural World Heritage properties, including reference to 3D visual simulations, prior to allowing any developments to take place; and encourages the State Party to continue to submit, in accordance with Paragraph 172 of the Operational Guidelines, detailed information on any proposed development projects within the property, its buffer zone and setting, which may impact the OUV of the property, for review by the World Heritage Centre and the Advisory Bodies prior to any decisions being taken that could be difficult to reverse; 7. Finally requests the State Party to submit to the World Heritage Centre, by 1 December 2022, an updated report on the state of conservation of the property and the implementation of the above, for examination by the World Heritage Committee at its 46th session.”.

[6] Le Tentative Lists non sono altro che elenchi che gli Stati propongono iscrivendo beni culturali e/o naturali che possano essere idonei per l’iscrizione della Lista del Patrimonio Mondiale. Gli Stati devono utilizzare un modulo di presentazione in inglese o in francese contenente il nome dei siti, la loro posizione geografica, una breve descrizione e la giustificazione del loro eccezionale valore universale. Gli Stati iscrivono nelle liste solamente il proprio patrimonio e possono farlo con la partecipazione di un’ampia varietà di parti interessate, inclusi gestori di siti, governi locali e regionali, comunità locali, ONG e altre parti interessate e partner.

[7] Link: Damaged cultural sites in Ukraine verified by UNESCO | UNESCO (consultato l’11 ottobre 2022).


Art Crime

Art Crime: quando arte e criminalità si incontrano

Cosa si intende per Art Crime? Spiegazione di un fenomeno complesso ed internazionale che lega arte e criminalità

 

Definizione di Art Crime: problema irrisolto

Se dovessi scegliere fin da subito la miglior traduzione dell’espressione ‘Art Crime’ personalmente non saprei quale individuare. Potremmo scegliere “il mondo della criminalità interessato all’arte”, “criminalità artistica”, “reati d’arte” o “reati contro il patrimonio culturale”. Eppure ogni accezione ha una connotazione leggermente diverse dalle altre.

Al problema della definizione precisa si aggiunge che non c’è una definizione generalmente accettata: sono tanti gli autori che si sono chiesti cosa significhi Art Crime[1].

Una cosa è certa: la categoria comprende vari fenomeni come, ad esempio, il traffico illecito di reperti archeologici o la contraffazione di opere d’arte.

In Italia l’uso dell’espressione “Art Crime” è poco diffuso mentre si predilige l’espressione “reati contro il patrimonio culturale”. La normativa più recente sull’argomento è la Legge 9 marzo 2022 n. 22[2].

 

Un elenco di condotte illecite nell’Art Crime

Spiegato cosa si intenda per Art Crime possiamo cercare di capire cosa poter far confluire in questa categoria. Gli esperti in materia riconoscono varie condotte illecite. In particolare, bisogna tenere a mente:

  • Furto
  • Contraffazione
  • Distruzione e atti vandalici
  • Artnapping: la richiesta di un riscatto a seguito di un furto d’opera
  • Riciclaggio di denaro
  • Esportazione illecita
  • Finanziamento dei gruppi terroristici.

 

La commissione di tali reati varia per innumerevoli fattori: per esempio il mercato dell’arte serve al riciclaggio internazionale di denaro per ragioni diverse e quasi inesistenti che alla distruzione di opere. Ancora: gli autori coinvolti nel finanziamento di gruppi terroristi sono diversi da quelli coinvolti nella contraffazione.

Da un punto di vista informativo, viene data più importanza mediatica ad un “colpo” rocambolesco in un museo che ad una reliquia scomparsa da una chiesa o ad un raro strumento musicale rubato.

Varia inoltre la dimensione di tali fenomeni: sono quantitativamente inferiori le richieste di artnapping rispetto ai casi di esportazione illecita di beni culturali. Non meno importante: le disposizioni che gli Stati adottano sono diversi e i vuoti normativi danno la possibilità di commettere reati oppure che le pene siano miti.

Guardando poi al concetto in questione con gli occhi di chi conosce la geografia è lampante che il fenomeno dell’Art Crime abbia pochi limiti. Così non c’è da stupirsi se alcuni beni siano rimossi da un certo Stato, illecitamente esportati e rivenduti altrove[3].

Comprendere il fenomeno significa conoscere i dati: ma di cosa disponiamo noi oggi? Che chiave di lettura dobbiamo usare?

 

Di quali dati disponiamo e quali criteri dobbiamo tenere a mente

Valutare l’Art Crime è tutt’altro che facile. Dobbiamo fare riferimento a stime e queste possono essere molto diverse tra loro. Io ne voglio riportare alcune:

  • EuroNews riporta più valutazioni, tra cui quella di 45 miliardi di euro a livello globale[4];
  • L’FBI parla – forse con maggiore attenzione – ad una generale “perdita per miliardi di dollari l’anno”[5];
  • Un lungo articolo del New York Times si pone la domanda del valore dell’arte rubata ma senza dare risposta mentre spiega il colpo al Museo Kunsthal a Rotterdam[6];
  • Il Global Initiative Against Transnational Organized Crime indica una stima tra I 2 ed i 6 miliardi di dollari[7].
  • NETCHER, piattaforma sociale europea per lo studio del patrimonio culturale, precisa che anche se le fonti analizzate parlano di un mercato che si aggira tra i 3 ed il 15 miliardi di dollari siamo davanti a stime inverificabili[8].

 

Gli esperti concordano sul fatto che l’Art Crime sia, come altri fenomeni criminali, di natura internazionale e transnazionale, pertanto qualsiasi stima deve tenere conto di tanti fattori.

In Manacorda[9] si legge:

Stime accurate della portata globale della criminalità che coinvolge il patrimonio culturale sono problematiche. Per prima cosa, le stime delle perdite economiche e dei guadagni commerciali dovuti all’attività criminale transnazionale in generale variano notevolmente. Questo non è poi così sorprendente dato che nessuno sa davvero esattamente quanto denaro illecito viene effettivamente guadagnato, risparmiato, spostato e riciclato illecitamente”.

 

Ci sono poi ulteriori problemi sui dati: economia a parte è anche difficile inquadrare l’ampiezza del fenomeno.

Per esempio, è un lavoro immenso individuare in che contesto avvenga la rimozione illegale di oggetti archeologici o paleontologici da un sito o da un’area o capire in quale momento sia stato effettuato lo scavo, quali oggetti siano stati rimossi, in che quantità e quali soggetti siano stati coinvolti.

Noto in inglese come archaeological site looting, è nella natura stessa di scavare clandestinamente che si realizza il danno. In primo luogo, il saccheggio è necessariamente un’attività clandestina, che rende difficile documentare la portata del saccheggio. In secondo luogo, il saccheggio implica due tipi di siti: quelli noti agli archeologi e quelli che non sono ancora stati scoperti. Si comprende quindi quanto sia devastante il danno verso i beni culturali archeologici e paleontologici e quanto sia difficile calcolare il fenomeno per grandezza ed impatto economico.

 

Per concludere

Mi piace concludere con una frase di Derek Fincham, un esperto del settore, che ha sottolineato il problema della soggettività che ogni persona ha dell’arte e di ciò che conseguentemente Art Crime possa significare:

Possiamo cominciare a pensare ad altri tipi di azioni, che interrompono il rapporto che abbiamo con l’arte come una sorta di crimine? E quando un museo d’arte chiude e le opere affidate a una comunità vengono vendute a collezionisti privati o istituzioni di altre città? È un crimine o è solo la natura dell’arte come merce di grande valore? La risposta credo sia molto soggettiva e dipenda dai valori che attribuiamo a dove l’arte appartiene”.

Informazioni

Koldehoff, S. e Timm, T., Art & Crime Furti, plagi e misfatti nella storia dell’arte, 24ore cultura, 2020.

Manacorda, S. and Chappell, D., Crime in the art and antiquities world : illegal trafficking in cultural property, Springer, 2011, Chapter 3, pp. 42-45 and 55-67.

Borodkin, Lisa J., The Economics of Antiquities Looting and a Proposed Legal Alternative., Columbia Law Review 95, no. 2, 1995.

Fincham, D., An Empty Frame: Thinking About Art Crime “What is Art Crime?”, Journal of Art Crime 49, 2009.

Durney, M. and Proulx, B., Art Crime: A Brief Introduction, CRIME LAW AND SOCIAL CHANGE, 56(2), pp. 115–132, 2011.

Cultural property crime thrives throughout pandemic says new INTERPOL survey.

[1] Fincham, Derek, What is Art Crime? (2009), Journal of Art Crime, Vol. 1, pp. 54-57, Available at SSRN: https://ssrn.com/abstract=1941440; Durney, Mark & Proulx, Blythe. Art crime: A brief introduction (2011), Crime, Law and Social Change. 56. 115-132; Barrett, John A. Crimes Involving Art (1996), by John E. Conklin. The Journal of Criminal Law and Criminology (1973-) 87, no. 1.

[2] Ho parlato di questo recente intervento legislativo in quest’altro articolo: I reati contro il patrimonio culturale: la Legge 9 marzo 2022 n. 22 – DirittoConsenso.

[3] Per dare un esempio, rinvio alla storia di Douglas Latchford e al traffico di beni culturali in Cambogia: Il saccheggio di beni culturali in Cambogia – DirittoConsenso.

[4] Art and crime – the dark side of the antiquities trade | Euronews.

[5] Art Theft — FBI.

[6] What Is the Value of Stolen Art? – The New York Times (nytimes.com).

[7] A Market on Fire: The Trade in Art and Antiquities | Global Initiative.

[8] Illegal trafficking of cultural goods in countries in conflict – Netcher.

[9] Manacorda, S. and Chappell, D., Crime in the art and antiquities world : illegal trafficking in cultural property, Springer, 2011, p. 60. Testo in virgolette tradotto dall’autore.


Come inviare una segnalazione di operazione sospetta

Come inviare una segnalazione di operazione sospetta

Un articolo pratico su come inviare una segnalazione di operazione sospetta (SOS) richiamando il “Manuale utente per l’invio delle segnalazioni SOS” dell’UIF per l’Italia

 

Introduzione: in breve sulle SOS

Per contrastare il fenomeno del riciclaggio di denaro e del finanziamento al terrorismo bisogna fare affidamento – anche – a strumenti preventivi. La segnalazione di operazione sospetta (nota semplicemente con la sigla SOS)[1] è uno di questi. Dal punto di vista pratico però è bene sapere come inviare una segnalazione di operazione sospetta dato che i soggetti obbligati sono vari[2].

Il testo normativo di riferimento per le segnalazioni è il decreto legislativo 231/2007.

Riassumendo, la segnalazione di operazione sospetta:

  • È una congettura supportata da obiettive circostanze di fatto
  • È fondata sulle competenze tecniche e sul patrimonio informativo del segnalante acquisito in base al decreto
  • Deve essere effettuata senza ritardo (art. 35, comma 1), ove possibile prima di eseguire l’operazione (art. 35, comma 2)
  • È un atto diverso dalla denuncia di fatti che hanno rilevanza penale
  • Riguarda operazioni tentate, rifiutate e più in generale non concluse
  • Non viola obblighi di segretezza e
  • Nel rispetto degli obblighi di legge, non comporta responsabilità di alcun tipo (art. 35, comma 4).

 

Come si invia una SOS?

Tenuto conto quindi degli elementi caratteristici, di seguito riporto i punti principali su come inviare una segnalazione operazione sospetta.

La segnalazione, come detto, prende avvio da un dipendente o da un collaboratore (pensiamo ad un dipendente di banca). Costui comunica la segnalazione al responsabile di filiale che può inoltrare la segnalazione oppure no.

Se inoltra la segnalazione lo fa al responsabile della segnalazione. Spetta a questi, come anche specificato nel Regolamento n. 41 del 15 maggio 2012 dell’ISVAP (Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni Private e di Interesse Collettivo) esaminare “le segnalazioni di operazioni sospette inoltrate dal personale, dai collaboratori, dagli intermediari costituenti la rete distributiva diretta, nonché da quelli di cui all’articolo 109, comma 2, lettera b) del Codice e trasmette alla UIF le segnalazioni ritenute fondate[3]. Come nel precedente passaggio, il responsabile – che approfondisce la segnalazione – la inoltra oppure no.

Se la inoltra, la invia all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF)[4]. I controlli della UIF riguardano categorie e strumenti di pagamento, prendono in considerazione in quale settore economico ci possano essere maggiori rischi di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo e fanno riferimento all’analisi nazionale dei rischi.

Spetta all’UIF o fare approfondimenti ulteriori e in caso negativo archiviare la segnalazione (pensiamo al caso di un’operazione che sia tutto sommato possibile perché rispetta gli obblighi di legge) oppure inoltrare la segnalazione – a seguito di un’analisi finanziaria spesso complessa – alla Guardia di Finanza o Direzione Investigativa Antimafia (DIA). Saranno questi ultimi due entità a svolgere indagini e a denunciare eventuali reati alla magistratura.

 

Il “Manuale utente” in tema di segnalazione di operazioni sospette

Per dare maggiore completezza al tema della segnalazione di operazioni sospette, bisogna menzionare il “Manuale utente per l’invio delle segnalazioni SOS” dell’UIF per l’Italia.

Il contenuto del Manuale riguarda:

  • Le modalità di trasmissione delle segnalazioni;
  • l’accesso alla procedura per l’inserimento delle segnalazioni;
  • l’inserimento e invio di una SOS in modalità data entry;
  • la consultazione dei messaggi;
  • l’invio di una segnalazione sostitutiva;
  • l’invio di documentazione integrativa;
  • le richieste di informazioni da parte della UIF (disponibile dal 2020);
  • il caricamento dati da file CSV;
  • l’invio di una SOS in modalità upload;
  • gli errori più comuni in fase di salvataggio, verifica, ed invio[5].

 

Un prezioso manuale, aggiornato alla versione 1.7 di 65 pagine, completo di procedura e immagini per il corretto inserimento dei dati.

Informazioni

DECRETO LEGISLATIVO 21 novembre 2007, n. 231 – Attuazione della direttiva 2005/60/CE concernente la prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo nonché della direttiva 2006/70/CE che ne reca misure di esecuzione. Link per consultare il decreto: https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2007;231.

Comunicato_fenomeno_anomalie_connesse_PNNR.pdf (bancaditalia.it).

[1] Per una visione d’insieme delle operazioni in questione: La segnalazione di operazione sospetta (SOS) – DirittoConsenso.

[2] Elenco non esaustivo: intermediari bancari e finanziari; altri operatori finanziari; professionisti nell’esercizio della professione in forma individuale, associata o societaria; altri operatori non finanziari; prestatori di servizi di gioco; società di gestione accentrata di strumenti finanziari e di gestione dei mercati regolamentati di strumenti finanziari.

[3] Re. ISVAP 15 maggio 2012, n. 41. Disposizioni attuative in materia di organizzazione, procedure e controlli interni volti a prevenire l’utilizzo delle imprese di assicurazione e degli intermediari assicurativi a fini di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo, ai sensi dell’articolo 7, comma 2, del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231. Link: Regolamento-n.-41-Controlli-interni-antiriciclaggio.pdf (ivass.it).

[4] L’Unità di informazione finanziaria per l’Italia (UIF) è istituita presso la Banca d’Italia.

[5] Gli errori di salvataggio, verifica ed invio sono rispettivamente collocati nelle appendici 1, 2 e 3.


Regolamento UE 2019/880

Il regolamento UE 2019/880 sull'importazione dei beni culturali

Quali sono i motivi per prevenire l’importazione dei beni culturali all’interno dell’Unione Europea? La risposta sta nel Regolamento UE 2019/880

 

Il Regolamento UE 2019/880: contesto

Il Regolamento UE 2019/880 è un atto normativo dell’Unione Europea di diritto derivato[1]. Il focus principale, anche se al suo interno sono previste misure per l’introduzione e importazione dei beni culturali, riguarda la lotta al finanziamento al terrorismo. Ma perché allora bloccare o limitare l’importazione dei beni culturali se si vuole contrastare il terrorismo ed il terrorismo internazionale?

Bisogna guardare l’anno del regolamento. È importante ricordare che in quegli anni il tema dell’AML/CFT (anti-money laundering/countering the financing of terrorism) era sotto la lente d’ingrandimento della comunità internazionale anche a causa delle attività illecite dell’ISIS, il sedicente Stato islamico[2] che aveva fatto della vendita dei tesori delle aree occupate una notevole fonte di guadagni e di rimpiego per l’autofinanziamento[3].

Pertanto il Regolamento UE 2019/880 riconosce 3 elementi:

  • la necessità di salvaguardare il patrimonio culturale, specialmente quello oggetto di rimozione e di scavo illecito ed illecitamente esportato
  • il bisogno di uniformare le regole doganali riguardo l’introduzione di beni culturali nell’Unione Europea (il che significa anche mantenere alto il livello di allerta e di controllo specie in merito alle zone franche)
  • l’obiettivo di impedire ai beni culturali esportati illecitamente di entrare nel territorio doganale dell’Unione in ottemperanza non solamente al regolamento in questione ma anche ai trattati internazionali (uno fra tutti, la Convenzione UNESCO del 1970).

 

Criticità

Guardando con attenzione al contenuto del Regolamento UE 2019/880 appaiono alcuni problemi. Parto dalla criticità più scottante. il Regolamento stabilisce al considerando 10 che:

è opportuno che il presente regolamento si applichi esclusivamente ai beni culturali che superino un certo limite d’età, che è stabilito dal presente regolamento. Sembra inoltre opportuno stabilire anche una soglia finanziaria per escludere i beni culturali di valore inferiore dall’applicazione delle condizioni e procedura per l’importazione nel territorio doganale dell’Unione. Tali soglie garantiranno che le misure introdotte dal presente regolamento si concentrino sui beni culturali più probabilmente appetiti dai saccheggiatori nelle zone di conflitto, senza escludere altri beni il cui controllo è necessario per assicurare la protezione del patrimonio culturale.”.

 

A bene vedere quindi non è una protezione completa e onnicomprensiva. Al contrario i limiti e le soglie imposte possono essere aggirati: in particolare, il concetto di valore è estremamente vago per un bene culturale; inoltre l’uso dell’espressione “un certo limite d’età” è quanto mai inopportuno se si considera che alcuni beni culturali sono databili con imprecisione e che da alcuni contesti possono essere esportati beni di 200 anni o di 2000 anni fa. L’Allegato al Regolamento UE 2019/880 infatti, prevedendo tabelle di valori apre indirettamente la porta a vendite di vario tipo.

Viene poi ribadita una questione aperta del traffico illecito dei beni culturali[4]. Al considerando 6 viene stabilito che:

È opportuno che le misure di controllo da adottare in merito alle zone franche e ai cosiddetti ‘porti franchi’ abbiano un ambito di applicazione quanto più ampio possibile in termini di regimi doganali interessati, al fine di evitare che il presente regolamento sia aggirato attraverso il ricorso a tali zone franche, che potrebbero potenzialmente essere utilizzate per la continua proliferazione del commercio di prodotti illegali dell’Unione. È opportuno pertanto che tali misure di controllo non si applichino solo ai beni culturali immessi in libera pratica ma anche ai beni culturali vincolati a un regime doganale speciale. L’ambito di applicazione non dovrebbe tuttavia andare oltre l’obiettivo di impedire ai beni culturali esportati illecitamente di entrare nel territorio doganale dell’Unione. Pertanto, pur applicandosi l’immissione in libera pratica e alcuni regimi doganali speciali a cui possono essere vincolati i beni che entrano nel territorio doganale dell’Unione, è opportuno che le misure di controllo sistematiche non si applichino al transito.”.

 

C’è poi la questione del mercato nero che ruota intorno a quello legittimo. Il considerando 8 prevede che:

È opportuno che la legalità dell’esportazione di beni culturali sia esaminata in primo luogo sulla base delle disposizioni legislative e regolamentari del paese in cui tali beni culturali sono stati creati o scoperti. Tuttavia, per non ostacolare in maniera irragionevole il commercio legittimo, in taluni casi è opportuno che la persona che intende importare beni culturali nel territorio doganale dell’Unione sia eccezionalmente autorizzata a dimostrare piuttosto la lecita esportazione da un diverso paese terzo in cui i beni culturali erano localizzati prima di essere spediti nell’Unione. Tale eccezione dovrebbe applicarsi qualora il paese in cui i beni culturali sono stati creati o scoperti non possa essere determinato in modo attendibile o quando l’esportazione dei beni culturali in questione abbia avuto luogo prima che la convenzione Unesco del 1970 entrasse in vigore, ossia il 24 aprile 1972. Al fine di evitare che il presente regolamento sia aggirato semplicemente mediante la spedizione illegale di beni culturali in un altro paese terzo prima della loro importazione nell’Unione, tali eccezioni dovrebbero essere applicabili qualora i beni culturali si siano trovati in un paese terzo per un periodo superiore a cinque anni per scopi diversi dall’utilizzo temporaneo, dal transito, dalla riesportazione o dal trasbordo. Qualora tali condizioni siano soddisfatte per più di un paese, l’ultimo di questi paesi prima dell’introduzione dei beni culturali nel territorio doganale dell’Unione dovrebbe essere quello pertinente.”.

 

I considerando 18, 19, 20 e 21 del Regolamento UE 2019/880

Il Regolamento UE 2019/880 indica altri punti sulle importazioni legittime e possibili di beni culturali che sono:

  • il punto 18 sulla reintroduzione, poiché merci dei beni culturali che sono esportati dall’Unione e che rientrano nella stessa;
  • il punto 19 sull’ammissione temporanea di beni culturali a fini formativi, scientifici, di conservazione, di restauro, di esposizione, di digitalizzazione, di spettacolo, di ricerca condotta da istituti accademici o a fini di collaborazione tra musei ed enti analoghi;
  • il punto 20 sul deposito di beni culturali provenienti da paesi in cui è in corso un conflitto armato o una catastrofe naturale con il fine esclusivo di trovare un rifugio sicuro per garantirne la custodia e la conservazione da parte di un’autorità pubblica;
  • il punto 21 sull’ammissione in regime temporaneo di beni culturali nell’ambito di fiere d’arte commerciali (in questi casi infatti non viene richiesta una licenza di importazione ma una dichiarazione dell’importatore)[5].

 

I primi 3 articoli

L’articolo 1 del Regolamento 2019/880 specifica l’oggetto e l’ambito di applicazione. Si intende salvaguardare il patrimonio culturale dell’umanità e di impedire il commercio illecito di beni culturali. Il Regolamento tuttavia non si applica ai beni culturali creati o scoperti nel territorio doganale dell’Unione.

L’articolo 2 contiene le definizioni di:

  • “beni culturali”[6]
  • “introduzione di beni culturali”[7]
  • “importazione di beni culturali”[8]
  • “titolare dei beni”[9]
  • “autorità competenti”[10]

 

Proseguendo, l’articolo 3 stabilisce che è vietata l’introduzione di beni culturali (di cui alla parte A dell’Allegato) rimossi dal territorio del paese in cui sono stati creati o scoperti in violazione delle disposizioni legislative e regolamentari di tale paese.

Per altri beni (quelli di cui alle parti B e C dell’Allegato) l’importazione è consentita solamente previa presentazione di una licenza di importazione oppure di una dichiarazione dell’importatore.

 

L’articolo 4 del Regolamento UE 2019/880: la licenza di importazione

L’articolo 4 invece riguarda la licenza di importazione. È richiesta per l’importazione dei beni culturali elencati nella parte B dell’Allegato. La licenza è rilasciata dall’autorità competente dello Stato membro in cui i beni culturali sono vincolati e le licenze di importazione sono valide in tutta l’Unione.

A chiare lettere poi viene precisato che il rilascio di licenza non è considerata prova di legittima provenienza o proprietà dei beni culturali in questione.

La procedura è la seguente:

“4. Il titolare dei beni presenta una domanda di licenza di importazione all’autorità competente dello Stato membro di cui al paragrafo 1 del presente articolo tramite il sistema elettronico di cui all’articolo 8. La domanda è accompagnata da qualsiasi documento giustificativo e informazione atti a comprovare che i beni culturali in questione sono stati esportati dal paese in cui sono stati creati o scoperti in conformità delle disposizioni legislative e regolamentari di tale paese o comprovanti l’assenza di tali disposizioni legislative e regolamentari al momento in cui detti beni sono stati portati fuori dal suo territorio.

In deroga al primo comma, la domanda può essere accompagnata invece da qualsiasi documento giustificativo e informazione atti a comprovare che i beni culturali in questione sono stati esportati in conformità delle disposizioni legislative e regolamentari dell’ultimo paese in cui si sono trovati per un periodo superiore a cinque anni e per scopi diversi dall’utilizzo temporaneo, dal transito, dalla riesportazione o dal trasbordo, nei seguenti casi:

  1. il paese in cui i beni culturali sono stati creati o scoperti non può essere determinato in modo attendibile; o
  2. i beni culturali sono stati rimossi dal paese in cui sono stati creati o scoperti prima del 24 aprile 1972.

5. La prova che i beni culturali in questione sono stati esportati ai sensi del paragrafo 4 deve essere fornita nella forma di certificati di esportazione o le licenze di esportazione, ove il paese in questione abbia stabilito tali documenti per l’esportazione di beni culturali al momento dell’esportazione.

6. L’autorità competente controlla la completezza della domanda. Essa chiede al richiedente di fornire qualsiasi informazione o documento mancante o aggiuntivo entro ventuno giorni dalla ricezione della domanda.

7. L’autorità competente, entro 90 giorni dalla ricezione della domanda completa, esamina la domanda e decide se rilasciare la licenza di importazione o respingere la domanda.IT 7.6.2019 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea L 151/7

L’autorità competente respinge la domanda se:

a) dispone di informazioni o ragionevoli motivazioni per credere che i beni culturali siano stati rimossi dal territorio del paese in cui tali beni sono stati creati o scoperti in violazione delle disposizioni legislative e regolamentari di tale paese;

b) non è stata fornita la prova richiesta al paragrafo 4;

c) dispone di informazioni o ragionevoli motivazioni per credere che il titolare dei beni non li abbia acquisiti legalmente; o

d) è a conoscenza di richieste di restituzione pendenti dei beni culturali da parte delle autorità del paese in cui tali beni sono stati creati o scoperti.

 

8. Qualora la domanda sia respinta, la decisione amministrativa di cui al paragrafo 7, accompagnata da una motivazione che comprende informazioni sulla procedura di ricorso, è comunicata senza indugio al richiedente.

9. All’atto della presentazione di una domanda di licenza di importazione relativa a beni culturali per i quali una precedente domanda sia stata respinta, il richiedente informa di tale rigetto l’autorità competente cui presenta la domanda.

10. Se uno Stato membro respinge una domanda, tale rigetto e le motivazioni che ne erano alla base sono comunicati agli altri Stati membri e alla Commissione tramite il sistema elettronico di cui all’articolo 8.

11. Gli Stati membri designano senza indugio le autorità competenti per il rilascio delle licenze di importazione in conformità del presente articolo. Gli Stati membri comunicano alla Commissione i dati relativi alle autorità competenti, nonché qualsiasi cambiamento a tale riguardo.

La Commissione pubblica i dati delle autorità competenti e qualsiasi cambiamento a tale riguardo nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, serie «C».

12. La Commissione stabilisce, mediante atti di esecuzione, il modello e il formato della domanda della licenza di importazione ed individua gli eventuali documenti giustificativi atti a comprovare la provenienza lecita dei beni culturali in questione, nonché le norme procedurali per la presentazione e il trattamento di tale domanda. Nello stabilire tali elementi, la Commissione si adopera per conseguire un’applicazione uniforme da parte delle autorità competenti delle procedure in materia di licenze di importazione. Tali atti di esecuzione sono adottati secondo la procedura d’esame di cui all’articolo 13, paragrafo 2.”.

 

L’articolo 5: la dichiarazione dell’importatore

L’articolo 5 riguarda i beni culturali elencati alla parte C dell’Allegato perché per essi è richiesta una dichiarazione dell’importatore.

La dichiarazione dell’importatore comprende:

a) una dichiarazione firmata dal titolare dei beni in cui egli afferma che i beni culturali sono stati esportati dal paese in cui sono stati creati o scoperti in conformità delle disposizioni legislative e regolamentari di tale paese al momento in cui essi sono stati portati fuori dal suo territorio; e

b) un documento standardizzato in cui i beni culturali in questione sono descritti in modo sufficientemente dettagliato da permetterne l’identificazione da parte delle autorità e consentire un’analisi dei rischi e controlli mirati.”.

 

La dichiarazione dell’importatore può non includere quanto stabilito nella lettera a) ma includere che: “i beni culturali in questione sono stati esportati in conformità delle disposizioni legislative e regolamentari dell’ultimo paese in cui vi si sono trovati per un periodo superiore a cinque anni e per scopi diversi dall’utilizzo temporaneo, dal transito, dalla riesportazione o dal trasbordo, nei seguenti casi:

  1. a) il paese in cui i beni culturali sono stati creati o scoperti non può essere determinato in modo attendibile; o
  2. b) i beni culturali sono stati rimossi dal paese in cui sono stati creati o scoperti prima del 24 aprile 1972.”.

 

Gli articoli che seguono

L’articolo 6 prevede che gli Stati membri possono limitare il numero degli uffici doganali competenti per la gestione dell’importazione dei beni culturali soggetti alle disposizioni del Regolamento di cui parliamo.

L’articolo 7 richiama in termini generali alla cooperazione tra autorità doganali e autorità competenti.

L’articolo 8 riguarda invece l’uso del sistema elettronico per l’archiviazione e lo scambio di informazioni tra le autorità degli Stati membri. Il sistema elettronico in questione è particolarmente adatto per le licenze di importazione (quelle dell’articolo 4) e per le dichiarazioni dell’importatore (quelle dell’articolo 5).

L’articolo 9 segue l’argomento del precedente articolo: qui si fa menzione dell’istituzione di un sistema elettronico da parte della Commissione Europea.

Si parla anche di protezione dei dati personali e di tempi di conservazione dei dati[11]. L’articolo 10 infatti stabilisce che sono le autorità doganali e le autorità competenti degli Stati membri ad essere i titolari del trattamento dei dati personali ottenuti dalle licenze di importazione, dalle dichiarazioni dell’importatore e dall’uso del sistema elettronico. Inoltre, i dati personali ottenuti sono accessibili solo al personale debitamente autorizzato delle autorità e sono adeguatamente protetti contro l’accesso o la comunicazione non autorizzati. I dati non possono essere divulgati o comunicati senza l’esplicita autorizzazione scritta dell’autorità che ha ottenuto per prima l’informazione.

L’articolo 11 invece riguarda le sanzioni. Il Regolamento UE 2019/880 richiama all’effettività e alla proporzionalità delle sanzioni che gli Stati membri devono adottare quando vi siano violazioni del Regolamento. In particolare la norma prevede:

Gli Stati membri comunicano alla Commissione le norme e mire relative alle sanzioni applicabili all’introduzione di beni culturali in violazione dell’articolo 3, paragrafo 1, entro il 28 dicembre 2020.

Gli Stati membri comunicano alla Commissione le norme e mire relative alle sanzioni applicabili alle altre violazione del presente regolamento, in particolare alla resa di false dichiarazioni e alla presentazione di informazioni false, entro il 28 giugno 2025.”.

 

La cooperazione menzionata all’articolo 7 si arricchisce all’articolo 12 quando si parla di attività di formazione e di sviluppo delle capacità a favore di Stati terzi in cooperazione con gli Stati membri.

Gli articolo 14, 15 e 16 danno spazio, rispettivamente, alla comunicazione e valutazione del Regolamento, all’entrata in vigore e all’applicazione dello stesso.

 

Conclusioni

Il regolamento riconosce in più parti che i singoli Stati hanno poche possibilità di prendere misure efficaci, specie in quelli in cui non esistono misure che limitino l’importazione di beni culturali come il caso della Finlandia[12].

Perciò in più punti c’è espresso riferimento alla cooperazione con organizzazioni internazionali, tra cui UNESCO, ICOM, INTERPOL, Europol, OMD. Non solo cooperazione: bisogna anche recepire raccomandazioni e orientamenti sviluppate dalle stesse organizzazioni su temi anche collegati come il tema del disaster risk management – cioè la materia della gestione e della riduzione del rischio[13].

Informazioni

Regolamento UE 2019/880

Direttiva 2014/60/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 15 maggio 2014, relativa alla restituzione dei beni culturali usciti illecitamente dal territorio di uno Stato membro e che modifica il regolamento (UE) n. 1024/2012

Casertano, L. (2020) “Combating the Illicit Trafficking of Cultural Property: The Multifaceted Response to a Complex Challenge,” Global Jurist, 20(1).

Terrill, W. A. and Army War College (U.S.). Strategic Studies Institute (2017) Antiquities destruction and illicit sales as sources of isis funding and propaganda. Carlisle, PA: Strategic Studies Institute and U.S. Army War College Press (Letort papers).

Tomasz Landmann (2019) “International Exchange of Cultural Property Within the Eu Territory in the Years 2008-2015, from the Legal, Economic and Cultural Security Perspective,” Scientific Journal of the Military University of Land Forces, 51(3).

Thomas, S. (2015) “Movement of Cultural Objects in and through Finland: An Analysis in a Regional Context,” European Journal on Criminal Policy and Research, 21(1), pp. 135–149.

[1] Il diritto derivato è proprio quello previsto dall’articolo 288 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). Della stessa categoria fanno parte anche le direttive. Il seguente articolo aiuta alla comprensione di tutto questo: Regolamenti e direttive dell’UE – DirittoConsenso.

[2] Estesosi in molte aree della Siria e dell’Iraq.

[3] In Terrill si legge: “Smuggling small, but extremely valuable items, such as ancient coins, jewelry, glass, statuettes, and other such items, is inherently easier than moving tanker trucks filled with oil across the international borders, and will become particularly important in the effort to keep ISIS alive and relevant as other sources of revenue are eliminated or interdicted. Should ISIS be comprehensively defeated in Syria and Iraq, it must not be allowed to retain access to any source of significant future revenue that may allow it to survive and potentially rebuild at some more opportune time. Hidden relics trafficked along with high quality reproductions marketed as genuine could be the lifeline a defeated ISIS need to survive.”.

[4] Rinvio ad un altro articolo che ho scritto sulle peculiarità del traffico illecito dei beni culturali: Il traffico illecito di beni culturali – DirittoConsenso.

[5] E per completezza il punto 22 rinvia alla Commissione competenze di esecuzione proprio per misure di questo tipo. Infine, si rinvia anche all’attribuzione di competenze alla Commissione per l’istituzione di un sistema elettronico per la presentazione delle domande di licenze di importazione e di dichiarazioni dell’importatore e per l’archiviazione e lo scambio di informazioni tra gli Stati membri.

[6]Qualsiasi articolo di importanza archeologica, preistorica, storica, letteraria, artistica o scientifica, elencato nell’Allegato”.

[7]l’entrata nel territorio doganale dell’Unione di beni culturali che sono soggetti a vigilanza doganale o a controlli doganali nel territorio doganale dell’Unione conformemente al regolamento (UE) n. 952/2013”.

[8]a) l’immissione di beni culturali in libera pratica di cui all’articolo 201 del regolamento (UE) n. 952/2013; o

b) il vincolo di beni culturali a una delle seguenti categorie di regimi speciali di cui all’articolo 210 del regolamento (UE) n. 952/2013:

i) deposito, che comprende il deposito doganale e le zone franche,

ii) uso particolare, che comprende l’ammissione temporanea e l’uso finale,

iii) perfezionamento attivo”.

[9]il titolare delle merci definito all’articolo 5, punto 34, del regolamento (UE) n. 952/2013”.

[10]le autorità pubbliche designate dagli Stati membri per il rilascio delle licenze di importazione.”.

[11] Per un approfondimento sul tema dei dati in UE rinvio all’articolo sul GDPR che ho scritto: Cos’è il GDPR? – DirittoConsenso.

[12] Thomas, S. (2015) “Movement of Cultural Objects in and through Finland: An Analysis in a Regional Context,” European Journal on Criminal Policy and Research, 21(1), pp. 135–149. È un articolo accademico molto interessante che spiega come il confine russo-finlandese possa essere un appetibile terreno per la criminalità organizzata e per il traffico illecito di beni culturali.

[13] Per fare un esempio banale ma pratico, significa adottare prima che avvenga un certo evento – un conflitto, un evento naturale, etc. – delle misure precise su cosa e come fare per la tutela del patrimonio culturale. Per un approfondimento: Disaster Risk Management for Cultural Heritage | ICCROM.


Saccheggio di beni culturali in Cambogia

Il saccheggio di beni culturali in Cambogia

Il saccheggio di beni culturali della Cambogia: una parte del fenomeno del traffico illecito dei beni culturali poco conosciuta

 

La devastazione di un patrimonio: il saccheggio di beni culturali della Cambogia

Il saccheggio di beni culturali in Cambogia rappresenta una delle pagine più buie della distruzione e rimozione di beni culturali nella storia moderna.

La Cambogia è, al pari di tanti altri Stati nel mondo[1], una nazione di origine dei beni culturali[2]. In alcune aree esistono città, templi, villaggi, siti archeologici anche di vari periodi nelle stesse vicinanze. I luoghi rispecchiano fortemente la storia e la cultura del popolo cambogiano: Angkor, Anlong Veng, Banteay Chhmar[3], Beng Mealea, Koh Ker[4], Phnom Banan, Phnom Chisor, Preah Khan, Preah Vihear[5], Sambor Prei Kuk, Sisophon, questi sono i più celebri e alcuni di questi sono, a ragion d’essere, iscritti nel World Heritage dell’UNESCO.

Purtroppo la tutela dei beni culturali è un tema recente della giovane democrazia cambogiana. Lo Stato è noto per essere stato il luogo del genocidio interno da parte della dittatura dei Khmer Rossi guidati da Pol Pot (dal 1975 al 1979), della successiva occupazione vietnamita (dal 1979 al 1989) e di anni di assestamento interno (la prima costituzione democratica è del 1993).

È proprio in quest’arco di trent’anni che avviene la maggior parte delle spoliazioni dai luoghi storici e archeologici tanto da raggiungere negli anni 90 la pratica del c.d. “theft on demand cioè la richiesta espressa a persone del luogo di rubare o rimuovere beni preziosi e oggetti antichi. I luoghi della devastazione del patrimonio cambogiano sono facili da individuare: sono i ricchissimi templi religiosi.

 

Il caso Douglas Latchford

Douglas Latchford è stato un mercante d’arte inglese con una forte passione per l’arte del sud est asiatico. Per anni ha viaggiato ed esplorato le aree più interne della Cambogia perché interessato soprattutto alle città del vecchio impero Khmer[6] e ai tesori interni[7]. Si considerava un esperto dell’arte Khmer tanto da aver scritto e pubblicato 3 libri sull’argomento.

Il suo interesse però non si limitava allo studio: Latchford ha trafficato antichità saccheggiate dai templi sacri delle antiche città Khmer su larga scala[8]. Quest’attività è considerata una delle distruzioni di contesti culturali più devastanti del ventesimo secolo.

Solamente nel 2019 le autorità americane hanno accusato Latchford per i traffici illegali condotti in 40 anni di attività. Tuttavia il processo non fu mai iniziato per la morte del trafficante. Come è possibile quindi recuperare la refurtiva? Dove sono finiti i beni illecitamente rimossi? Quali di questi sono stati individuati e quanti hanno fatto ritorno in Cambogia?

 

Tra segreti e no comment: quando il mercato nero dell’arte funziona troppo bene

Secondo le autorità statunitensi, Latchford fu il protagonista di un saccheggio massiccio dai siti cambogiani durato decenni. Allora però una domanda sorge spontanea: da chi è stato aiutato? Su chi ha potuto fare affidamento? Perché è bene chiarire che un uomo solo non può muovere beni culturali illecitamente rimossi o di illecita provenienza: deve contare su appoggi e connivenze[9].

Non sapremo probabilmente mai tutta la verità perché Latchford è morto prima dell’inizio del processo. I segreti di quest’uomo non sono solamente nascosti dall’evento naturalistico ma anche dai trust e dalle società offshore che Latchford e i famigliari hanno creato. Si suppone che moltissimi beni siano nascosti proprio in veri e propri rifugi e nei caveaux: tre mesi dopo che gli investigatori statunitensi hanno iniziato a collegare Latchford ai beni saccheggiati, lui e i suoi familiari hanno istituito il primo di due trust intitolato agli dei indù Skanda ed un secondo chiamato Siva[10]. I trust sono spesso degli ostacoli insormontabili per le autorità giudiziarie che intendano disporre controlli o confische.

Ovviamente le autorità cambogiane rivogliono indietro i beni illecitamente esportati tanto che Phoeurng Sackona, ministro cambogiano della cultura e delle belle arti, ha affermato:

Non rinunceremo mai a perseguire il ritorno della nostra eredità. […] Questi oggetti non sono solo decorazioni, ma hanno uno spirito e sono considerati come vite […] È difficile quantificare la loro perdita per i nostri templi e il nostro paese: perderli è stato come perdere lo spirito dei nostri antenati“.

 

Detto questo ci si può anche chiedere: ma se Latchford ha rubato beni, possibile che non abbia provato a rivenderne anche solo alcuni? In effetti è proprio così: l’indagine dell’International Consortium of Investigative Journalists ha scoperto che sebbene un certo numero di musei abbia restituito diversi pezzi collegati a Latchford negli anni passati, almeno 27 di questi oggetti rimangono in collezioni importanti. E che nomi: il Metropolitan Museum of Art di New York contiene almeno 12 reliquie un tempo possedute o mediate da Latchford; altri 15 pezzi sono stati trovati nelle collezioni del British Museum di Londra, della National Gallery of Australia, del Denver Art Museum e del Cleveland Museum of Art. Chissà però quanti altri tesori non siano stati identificati e quanti sono nascosti. Nè la famiglia Latchford né i musei hanno espresso commenti sulla vicenda, né posto scuse alla Cambogia.

Purtroppo il fenomeno descritto non è un’eccezione ma la regola, nel senso che il mercato illecito dei beni culturali funziona così: segreto è la parola d’ordine, la morale è del tutto assente ed il profitto parla da sé. Per questi motivi è facile trovare un comune denominatore tra tombaroli, antiquari, mercanti d’arte, musei e collezionisti privati: l’avidità di possedere beni antichi di inestimabile valore è insaziabile in barba a qualsiasi disposizione e codice di condotta.

 

Le reti di trafficanti d’arte

Latchford rappresenta un caso particolare: uno spregiudicato collezionista pronto a tutto pur di mettere mano sui tesori cambogiani. Ma il saccheggio di beni culturali in Cambogia è fatto solo di mercanti senza scrupoli?

In realtà il traffico illecito di beni culturali in Cambogia è fiorito durante la dittatura ed il genocidio. Reti organizzate, spesso guidate da membri dell’esercito o dai Khmer Rossi, colpivano i templi danneggiandoli irrimediabilmente: i furti più semplici erano le rimozioni delle statue che venivano staccate dalla base (e moltissime quindi presentavano segni di danneggiamento sui piedi)[11]. Probabilmente questo mercato ha finanziato lo stesso regime. Il saccheggio è continuato fino all’incirca il 2010. Oggi rimangono i segni dello scempio tanto che gli esperti di arte cambogiana riescono a identificare beni venduti all’asta proprio confrontando i danni dei templi[12].

Oggetti che avrebbero fruttato milioni di dollari in Occidente sono stati venduti per una miseria da gruppi armati e da disperati abitanti dei villaggi cambogiani: un ex saccheggiatore ha detto a un ricercatore di aver scambiato una grande statua di Ganesha, il dio elefante indù, per un bufalo d’acqua. Un altro pezzo – una statua di arenaria che era metà donna e metà uccello – è stata venduta dai saccheggiatori per 500 dollari. I saccheggiatori hanno rubato un terzo oggetto dallo stesso sito archeologico – una figura di Skanda seduta su un pavone – l’hanno trasportato su un carro trainato da buoi fino al confine con la Thailandia e l’hanno venduto per circa 600 dollari[13].

Dalla Cambogia quindi verso gli Stati di destinazione, cioè verso gli Stati in cui i compratori sono disposti a pagare i beni illecitamente rimossi e illegalmente esportati. Un problema irrisolto del mercato illecito dei beni culturali e che in Cambogia risulta florido data anche la porosità della frontiera con la Thailandia (tanto da firmare un trattato con quest’ultimo)[14].

 

I punti chiave del saccheggio dei beni culturali in Cambogia

La Cambogia non è un caso del tutto isolato della regione. Sadowski ricorda come il Sud Est Asiatico sia una delle aree più ricche al mondo di beni culturali ma allo stesso tempo sia una delle meno tutelate e più vulnerabili.

In aggiunta a questo problema vi è quello delle case d’asta e della legalità e buona fede sia degli acquirenti che dei venditori. Davis per esempio riporta che:

Tra il 1988 ed il 2010, il Dipartimento d’Arte per l’India e il Sud Est Asiatico di Sotheby’s a New York ha messo all’asta 377 antichità Khmer. Solo il 29% aveva una provenienza certa, o una storia di proprietà, che li faceva risalire a mostre o collezioni. […] Il 71% delle antichità non aveva una provenienza pubblica. Sebbene questa statistica sia allarmante, di per sé, le fluttuazioni nella vendita di questi pezzi di origine incerta possono anche essere collegate a eventi che influenzerebbero il numero di antichità saccheggiate che escono dalla Cambogia e entrano negli Stati Uniti.”

 

Infine, gli eventi storici che hanno riguardato direttamente la Cambogia: l’occupazione vietnamita, le elezioni del 1993 sotto osservazione ONU, la resa dei Khmer rossi nel 1998, il memorandum tra Stati Uniti e Cambogia del 2003 e del rinnovo di questo nel 2008, pare abbiano avuto degli effetti positivi tanto che le vendite, almeno in Sotheby’s, dei beni culturali cambogiani siano diminuite drasticamente.

Oggi invece gli archeologi cambogiani lavorano per recuperare il salvabile, in particolare con i progetti di restauro. Uno di questi archeologi è Thach Phanit, che ha aiutato a scavare nei templi di Koh Ker nella speranza di trovare frammenti e altre prove che possono essere utilizzate per persuadere chiunque ora sia in possesso di manufatti cambogiani a restituire il patrimonio rubato del paese.

 

L’amarezza per un patrimonio devastato

I piedistalli vuoti sono un duro affronto per il patrimonio culturale cambogiano: raccoglieranno polvere nel Museo Nazionale della Cambogia o saranno coperti dalle foreste che in alcune aree hanno causato il crollo dei vecchi edifici. In attesa del ritorno dei loro occupanti originali si spera in una maggiore collaborazione tra il settore pubblico e quello privato nel nome dei trattati internazionale e, soprattutto, di una morale che tuteli la civiltà e la storia.

Informazioni

Temple of Preah Vihear (Cambodia v. Thailand) – https://www.icj-cij.org/en/case/45

Cambodia – UNESCO World Heritage Centre

Sadowski, M. M. (2021) ‘Mapping the Art Trade in South East Asia: From Source Countries via Free Ports to (a Chance for) Restitution’, International Journal for the Semiotics of Law, 34(3), pp. 669–692.

Davis, T. (2011) ‘Supply and demand: exposing the illicit trade in Cambodian antiquities through a study of Sotheby’s auction house’, Crime, Law & Social Change, 56(2), pp. 155–174.

Mackenzie, S. and Davis, T. (no date) ‘Temple looting in Cambodia: Anatomy of a statue trafficking network’, British Journal of Criminology, 54(5), pp. 722–740.

Ehlert, C. (no date) Prosecuting the destruction of cultural property in international criminal law: With a case study on the Khmer Rouge’s destruction of Cambodia’s Heritage. Brill Nijhoff (International Criminal Law Series).

https://www.icij.org/investigations/pandora-papers/cambodia-relics-looted-temples-museums-offshore/

https://www.washingtonpost.com/world/interactive/2021/met-museum-cambodian-antiquities-latchford/

https://www.bbc.com/news/world-58780561%20%5Bhttps://perma.cc/574Y-PNNF%5D

https://www.unesco.org/archives/multimedia/document-4729

https://www.phnompenhpost.com/national/raiders-banteay-chmar

Cambodia urges UK museums to investigate and return looted treasures allegedly handled by dealer Douglas Latchford (theartnewspaper.com)

[1] Tristemente noto è per esempio l’Afghanistan, accomunato per l’instabilità interna con la Cambogia. Del primo ne ho parlato qui: http://www.dirittoconsenso.it/2021/02/22/afghanistan-traffico-illecito-beni-culturali/

[2] Si parla infatti di source country cioè di una terra da cui vengono prelevati illegalmente i beni culturali.

[3] Questo è, come spiegato in MacKenzie and Davis, uno dei luoghi più colpiti dalle spoliazioni tanto che a pagina 730 del loro studio si dice: “Nowadays, there is little left to steal. During our visit, we did not see a single intact statue.

[4] Koh Ker è un’intera città che fu capitale per volere di Jayavarman IV: intese Koh Ker come un nuovo centro in cui lo splendore fosse l’unico ornamento di tutto ciò che in essa era presente, dalle statue ai templi.

[5] Il tempio però è stato per moltissimo tempo al centro di una disputa con i vicini tailandesi che lo chiamano Phra Viharn. Su questa disputa si è pronunciata la Corte Internazionale di Giustizia nel 2013. Sulla questione la Corte non si è solamente espressa sulla territorialità ma anche sui beni culturali coinvolti: “In the case concerning the Temple of Preah Vihear the issue of restitution of cultural property was incidental to that of the delimitation of national boundaries. This case resulted from the war of 1958 between Cambodia and Thailand and was centred on the issue of territorial sovereignty with regard to the area where the temple of Preah Vihear is located. Eventually, the ICJ found that the temple belonged to Cambodia and, accordingly, decided that “sculptures, stelae, fragments of monuments, sandstone model and ancient pottery which might […] have been removed from the Temple or the Temple area by the Thai authorities” should be returned.” – Temple of Preah Vihear (Cambodia v. Thailand), Merits, ICJ Reports, 1962

[6] Civiltà che fiorì nel sud est asiatico mille anni fa e che rappresentò un’entità centrale dominante, nel periodo del massimo splendore, sui territori che attualmente sono occupati da Cambogia, Tailandia, Laos e Vietnam meridionale.

[7] In particolare le statue dei templi sia indù che buddisti.

[8] Il The Diplomat in un articolo ha a chiare lettere definito Latchford “The man who pillaged Cambodia

[9] Un caso eclatante che ha coinvolto tante persone è quello del Cratere di Eufronio, un vaso etrusco di pregiate fattezze, rimosso illecitamente da uno scavo archeologico nell’area etrusca di Cerveteri ed esportato illegalmente in Svizzera per poi essere venduto al Museum of Metropolitan Arts di New York. Dopo anni di trattative ed un processo lunghissimo, il Cratere di Eufronio è tornato in Italia ed oggi è esposto al museo nazionale di Cerveteri.

[10] Secondo le informazioni raccolta dall’International Consortium of Investigative Journalists Skanda Trust ha tenuto la collezione di antichità di Latchford. Tra i tesori c’erano bronzi di Buddha, Lokeshvara (Avalokiteshvara) e altre figure religiose. Una delle reliquie era un Naga Buddha saccheggiato del valore di $ 1,5 milioni. I beni di Latchford in Skanda Trust sono stati successivamente trasferiti a Siva Trust.

[11] Tra i luoghi più colpiti c’era l’antica città di Koh Ker, con i suoi 76 templi e acquedotti, statue e una piramide a sette livelli. Le statue di Koh Ker erano distintive e rivoluzionarie per il loro tempo: gli artigiani scolpivano capolavori di arenaria che erano minuziosamente dettagliati. Prima del 1965, il complesso del tempio era quasi irraggiungibile, ma poi è stata costruita una strada, a beneficio della gente del posto, ma anche per consentire ai saccheggiatori un facile accesso all’area. Per servire i mercanti di antichità in cerca di particolari tesori, i saccheggiatori erano alla ricerca di reliquie specifiche, guidati dalle fotografie che sono state fornite loro, ha detto Angela Chiu, una studiosa che ha scritto un libro sull’arte asiatica. Per alleviare le coscienze della loro ricca clientela, i commercianti hanno inventato storie per oscurare il fatto che gli articoli erano stati saccheggiati.

[12] Proprio il caso Latchford è iniziato con una scoperta di un archeologo francese. Una magnifica statua del X secolo stava per essere messa all’asta da Sotheby’s a New York. Soprannominato “l’Atleta”, il pezzo raffigura una figura massiccia, adornata con gioielli finemente intagliati e un elaborato copricapo conico, mostrata mentre salta in aria. La casa d’asta ha descritto la statua come “tra i grandi capolavori dell’arte Khmer” e ha stimato il suo valore tra i 2 e i 3 milioni di dollari. Nella pubblicità di Sotheby’s e in altre fonti, l’archeologo Éric Bourdonneau ha trovato prove evidenti che la statua era stata saccheggiata: le sue gambe si adattavano esattamente ai piedi mozzati su un piedistallo che i saccheggiatori avevano lasciato nel tempio di Prasat Chen a Koh Ker. Identificò la statua come Duryodhana, il protagonista di un tableau di nove statue che rappresentava la scena di battaglia culminante di un poema epico indù, il Mahabharata. Dopo aver appreso che la statua era stata probabilmente rubata, il vice primo ministro della Cambogia ha contattato le autorità statunitensi per interrompere la vendita, con ore di anticipo. La vendita interrotta ha innescato un’indagine federale degli Stati Uniti e, otto anni dopo, l’incriminazione di Latchford.

[13] Fonte: https://www.icij.org/investigations/pandora-papers/cambodia-relics-looted-temples-museums-offshore/

[14] Bilateral Agreement to Combat Against Illicit Trafficking and Cross-Border Smuggling of Movable Cultural Property and to Restitute it to the Country of Origin with Thailand del 2000.


IOCTA 2021

Lo IOCTA 2021

Quando nuove tecnologie, internet e criminalità semplice e organizzata si incontrano: i dati dello IOCTA 2021

 

Contenuti e punti chiave dello IOCTA 2021

Per prima cosa, la sigla IOCTA sta per Internet Organized Crime Threat Assessment. Lo IOCTA 2021 è composto da pochi capitoli:

  • reati e sfide trasversali
  • criminalità cyber-dipendente
  • materiale pedopornografico
  • frodi online
  • darkweb.

 

Dai dati raccolti nello IOCTA 2021 si arriva ad una serie di conclusioni di ciò che succede nel mondo criminale che fa ricorso alle nuove tecnologie:

  • i programmi di affiliazione ransomware[1] consentono a un gruppo più ampio di criminali di attaccare grandi aziende e istituzioni pubbliche[2] minacciandole con metodi di estorsione stratificati come gli attacchi DDoS;
  • il malware mobile si evolve con i criminali che cercano di eludere ulteriori misure di sicurezza come l’autenticazione a due fattori;
  • lo shopping online ha portato a un forte aumento delle frodi online;
  • il materiale autogenerato esplicito è una preoccupazione crescente ed è anche distribuito a scopo di lucro;
  • i criminali continuano ad abusare di servizi legittimi come VPN, servizi di comunicazione crittografati e criptovalute[3].

 

Come si è arrivati a queste conclusioni? Il gruppo di lavoro che ha lavorato all’elaborazione dello IOCTA 2021 ha intervistato tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, un numero limitato di paesi terzi, i membri dei gruppi consultivi di Europol e gli specialisti interni. A questi è stato chiesto quali cambiamenti fossero specificamente avvenuti nel panorama delle minacce negli ultimi 12 mesi. La ricerca si è quindi basata principalmente sugli sviluppi più rilevanti. È fondamentale sottolineare però che la rapidità di cambiamenti non permette di definire fisso e assolutamente costante un dato andamento o indirizzo preso dai cybercriminali.

Vediamo più in dettaglio cosa si legge nel report perché ci sono parecchi punti interessanti su cui anche i non esperti della materia devono prestare attenzione.

 

Caas, Maas e Raas: strumenti diversi per vari obiettivi

Il modello Crime-as-a-Service (CaaS) rimane una caratteristica importante della criminalità informatica sotterranea ed è un fattore trasversale in tutte le sotto-aree del crimine informatico. Le forze dell’ordine europee hanno segnalato un aumento delle offerte Malware-as-a-Service (MaaS) sul Dark Web, di cui i programmi di affiliazione ransomware sembrano essere i più importanti.

Questi programmi sono un’evoluzione del modello Ransomware-as-a-Service (RaaS) in cui gli operatori condividono i profitti con i partner che possono violare una rete di destinazione e raccogliere tutte le informazioni necessarie per lanciare un attacco o distribuire il malware stesso. Ciò ha ampliato il mercato della vendita dell’accesso a infrastrutture compromesse e violazioni dei dati. In relazione alle attività degli operatori di ransomware e malware mobile, anche Access-as-a-Service (AaaS) è molto richiesto in quanto è uno strumento usato sia da chi ha già esperienza con l’uso di malware che per i criminali di basso livello che ricorrono a questi strumenti per accedere alle reti aziendali.

Ci sono vari servizi, strumenti e tecnologie che facilitano la criminalità informatica. Alcuni servizi legittimi ampiamente utilizzati, sono inavvertitamente utili per i criminali perché permettono comunicazioni sicure, anonimato, offuscamento e riciclaggio di proventi illeciti.

Altri servizi possono essere classificati come operanti in un’area “grigia”. Tali servizi si trovano spesso in paesi con leggi sulla privacy molto rigide o una storia di non collaborazione con le forze dell’ordine. Questi sono usati dai criminali e pubblicizzati nei forum in cui spesso convergono criminali informatici. I servizi di infrastruttura grigia includono hoster a prova di proiettile, scambi di criptovaluta (lo IOCTA 2021 cita spessa Monero come criptovaluta usata) e VPN che forniscono rifugi sicuri per i criminali[4].

 

Produzione e distribuzione di materiale pedopornografico, CSAM

La produzione e la distribuzione di materiale pedopornografico – Child Sexual Abuse Material o semplicemente CSAM – è stata influenzata dalla crescente presenza (spesso incontrollata) di minori online.

La proliferazione di app di messaggistica crittografata e social media ha un impatto sui metodi di adescamento e sulla distribuzione di CSAM tra i trasgressori. I regimi di lockdown per il contenimento della pandemia hanno costretto all’apprendimento a distanza e virtuale, mentre l’incapacità di partecipare alle attività sociali ha comportato un tempo significativamente maggiore trascorso a giocare online e sulle piattaforme di social media. Inoltre, la crescente normalizzazione del comportamento sessuale online sta cambiando l’atteggiamento dei giovani nel condividere contenuti espliciti tra loro. Questi cambiamenti sociali hanno fornito ai trasgressori un gruppo più ampio di potenziali vittime esposte all’uso di Internet per periodi di tempo più lunghi in circostanze più vulnerabili. In particolare gli adulti attivi in casi di produzione e distribuzione di materiale pedopornografico fanno leva su identità fasulle per ottenere la fiducia dei minori e successivamente ottenere materiale prodotto dagli stessi. La produzione di materiale autogenerato è in molti casi una conseguenza della sextortion: lo IOCTA 2021 indica che il CSAM è un’attività in crescita.

Alcune ricerche indicate nel report indicano la produzione e lo scambio di immagini sessuali da parte degli adolescenti come esplorazione della loro sessualità: avviene spesso infatti che si assista ad uno scambio di materiale compromettente tra gli stessi giovani.

Infine, nello IOCTA 2021 si fa ancora riferimento al fatto che i gruppi che facilitano lo scambio di CSAM sul DarkWeb[5] e le app o programmi che permettono uno scambio P2P (peer-to-peer) continuano a proliferare e sono una minaccia persistente.

 

Le frodi online

L’estensione dei blocchi in tutta Europa ha portato con sé una serie di nuove opportunità di e-commerce, che spesso si sono rivelate un obiettivo per i criminali. La frode di consegna, in particolare, è emersa come un nuovo focus criminale nel secondo anno della pandemia: in Italia per esempio è diventata nota la truffa del pacco postale da consegnare[6]. Fingendosi servizi di consegna, i criminali contattano potenziali vittime con collegamenti a siti web di phishing che fingono di offrire informazioni sulla consegna di un pacco, con l’obiettivo di ottenere credenziali utente e dettagli della carta di pagamento. Queste frodi sono condotte soprattutto tramite telefonovishing[7]e smssmishing[8].

Questa mescolanza di diversi modi operandi è una tendenza chiave nelle frodi. Sempre più spesso i criminali colpiscono due volte le loro vittime: in seguito al furto di dati, i criminali contattano le vittime spacciandosi per avvocati o agenti delle forze dell’ordine offrendo aiuto per recuperare i loro fondi. Con l’aiuto dello spoofing e della conoscenza dettagliata del furto, sono spesso in grado di frodare più volte le loro vittime.

 

Darkweb

Il termine anche se presente da anni nel campo appare sostanzialmente uguale: lo IOCTA 2021 stabilisce che non ci siano stati stravolgimenti della struttura e del suo funzionamento.

Del resto, mantenere l’anonimato diventa l’unica cosa che conta per un utente del Darkweb: viene riportato che le comunicazioni più usate sono quelle crittografate. Wickr e Telegram pare siano tra le app più usate.

Nel Darkweb risulta ancora centrale l’esistenza di realtà note come marketplaces, cioè dei mercati in cui beni e servizi illeciti possono essere scambiati o comprati. Armi e strumenti di estorsione (come i MaaS che abbiamo visto prima) sono i più richiesti.

Un notevole risultato è la chiusura di DarkMarket, il marketplace più noto del 2020. Con più di 500.000 utenti e di 320.000 transazioni eseguite, DarkMarket aveva un valore complessivo di 140 milioni di euro: all’interno di questo mercato era possibile usare come metodi di pagamento sia Bitcoin che Monero. L’operazione è stata possibile grazie alla collaborazione dell’Europol e delle autorità australiane, danesi, tedesche, moldave, ucraine, inglesi e americane.

 

Quali sono le possibili misure da adottare?

Le misure di contrasto alla criminalità informatica e il corretto respingimento di attacchi informatici sono obbligatoriamente da ricondurre ad una strategia di ampio respiro. Come indica lo stesso IOCTA 2021, bisogna:

  1. ricorrere a strumenti innovativi, essenziali per contrastare l’accelerazione del crimine informatico,
  2. lavorare sulla sicurezza informatica[9]
  3. formare i membri delle forze dell’ordine
  4. favorire la cooperazione giudiziaria e
  5. implementare disposizioni legislative specifiche per la lotta alla criminalità informatica.

 

Nello IOCTA 2021 si sottolinea l’impatto che il Covid-19 ha avuto nella vita quotidiana di milioni di persone: i criminali si sono affrettati ad abusare delle circostanze attuali per aumentare i profitti, allargando i loro tentacoli in varie aree e sfruttando qualsiasi vulnerabilità, collegate a sistemi, ospedali o individui. In più i gruppi ransomware hanno approfittato del diffuso smartworking.

Non solo: i truffatori hanno abusato delle paure del Covid-19 e della ricerca infruttuosa di cure online per frodare le vittime o accedere ai loro conti bancari[10]. L’aumento dello shopping online in generale ha attirato più truffatori. Ed è bene non dimenticare i minori: questi trascorrono molto più tempo online, specialmente durante i lockdown, e c’è una diffusione di materiale esplicito autoprodotto in aumento.

Oltre ad ampliare gli sforzi per affrontare queste minacce dal punto di vista delle forze dell’ordine, è fondamentale aggiungere un altro livello di protezione in termini di sicurezza informatica. L’implementazione di misure come l’autenticazione a più fattori e il riconoscimento delle vulnerabilità è importantissimo per ridurre la possibile esposizione alle minacce informatiche. La sensibilizzazione e la prevenzione sono componenti chiave per ridurre l’efficacia degli attacchi informatici e di altre attività criminali abilitate alla tecnologia informatica.

 

Per concludere sullo IOCTA 2021: alcuni consigli

Diffidare da mail che citano operazioni mai fatte, fare attenzione agli indirizzi mail da cui proviene una mail, non accettare di scaricare documenti sconosciuti, notare quando una mail possa essere scritta in un italiano sgrammaticato perché spesso sono mail tradotte con programmi automatici, non cadere nel tranello di rispondere a mail in cui si richiede di fare qualcosa di urgente (offerte speciali, biglietti scontati dell’ultimo minuto, etc.).

E ancora, è bene aggiornare le password, fare correttamente le operazioni di log off da programmi e app, nonché ricorrere se possibile all’autenticazione a due fattori e all’uso dell’impronta digitale per consentire operazioni economiche sui dispositivi mobile.

Informazioni

Europol (2021), Internet Organised Crime Threat Assessment (IOCTA) 2021, Publications Office of the European Union, Luxembourg

[1] Michele Quintieri spiega cos’è un ransomware in questo articolo per DirittoConsenso: I ransomware: che cosa sono e come prevenirli – DirittoConsenso

[2] Gli attacchi a Kaseya e SolarWinds mostrano come i criminali abbiano realizzato il potenziale nell’attaccare le catene di approvvigionamento digitali, spesso puntando sull'”anello più debole”. Tuttavia, molti dei gruppi più famigerati hanno ridotto gli attacchi ai governi e ai servizi sociali nel tentativo di limitare l’attenzione delle forze dell’ordine su di loro.

[3] Tutti questi strumenti continuano ad essere oggetto di abuso per la facilitazione e la proliferazione di una vasta gamma di attività criminali. In particolare sul mondo delle criptovalute, molti exchanges di criptovaluta hanno rafforzato le loro politiche know-your-customer (KYC) dall’introduzione di linee guida e direttive a vari livelli tuttavia risulta ancora facile per i criminali usare le criptovalute come strumenti di pagamento, di richiesta di riscatto e di scambio. Ciò ha comportato sfide significative per le indagini sulle attività criminali e la protezione delle vittime di reato

[4] Non è un caso se l’Europol ha coordinato, insieme ai suoi partner, la rimozione di vari servizi che operano in aree grigie, come la rimozione di due VPN che hanno fornito rifugi sicuri per i criminali informatici: DoubleVPN e Safe-Inet.

[5] Lo IOCTA 2021 indica in una piccola sezione del report la rimozione della piattaforma Darkweb Boystown che si concentrava su abusi sessuali su minori ed in cui erano presenti 400.000 utenti registrati.

[6] Come riportato su La Stampa: Truffa sms, le finte consegne: ‘Abbiamo un pacco postale in giacenza’ – La Stampa

[7] Un modus operandi emergente nel vishing è la truffa dell’account sicuro. In questo tipo di frode, i criminali chiamano i loro obiettivi fingendosi dipendenti di istituti finanziari o della polizia con ID chiamante falsificati, informandoli che devono proteggere i loro soldi dai criminali. Per fare ciò, sono incaricati di trasferire i loro fondi su un “conto sicuro”, che è sotto il controllo dei criminali e successivamente utilizzato in una rete di money mule per riciclare i proventi illeciti. Come con altre truffe vishing, la truffa dell’account sicuro spesso prende di mira vittime specifiche con l’aiuto di informazioni compromesse. I criminali hanno utilizzato il vishing per accedere ai conti bancari delle vittime nei paesi in cui i servizi medici sono collegati agli ID bancari mobili. In questi casi, i criminali contattano i cittadini per telefono e chiedono loro di identificarsi allo scopo di organizzare un appuntamento per la vaccinazione o altri servizi medici. I criminali hanno sfruttato questa circostanza per convincere le vittime a fornire i propri documenti di identità per accedere a conti bancari e trasferire inconsapevolmente denaro ai criminali.

[8] Con lo smishing, i criminali hanno impiegato un mix diversificato di modi operandi, contattando le vittime tramite messaggi di testo per richiedere informazioni, reindirizzare a siti Web di phishing o distribuire malware.

[9] Date le sue peculiari caratteristiche, la dimensione cibernetica pone molte nuove sfide al sistema di sicurezza, il quale deve necessariamente sviluppare nuovi approcci e mezzi. In particolare, le caratteristiche proprie del web provocano un ampliamento dei confini nazionali, intesi nella loro accezione classica strettamente legata ai limiti geografico-politici. Decisivo in tal senso è anche l’uso massiccio del web da parte di qualsiasi tipo di attore. Questi due fattori rendono molto difficile identificare l’origine di un attacco cibernetico data la vastità del campo in cui si opera e la sua costante evoluzione tecnologica, che richiede un continuo adattamento.

[10] Questa pratica è stata anche sottolineata dall’INTERPOL nel 2020 ben prima che la campagna di vaccinazione iniziasse. Per un approfondimento su quanto detto dall’INTERPOL: Le attività dell’Interpol ai tempi del Covid-19 – DirittoConsenso


Venere di Cirene

La Venere di Cirene: un bene conteso e forse perduto

L’iter di restituzione della Venere di Cirene alla Libia: tra diritto internazionale e interessi degli Stati coinvolti

 

Ricostruzione breve della storia della Venere di Cirene

La Venere di Cirene (nota anche come Venere Anadiomene) è una statua di inestimabile valore. La storia del suo ritrovamento è incredibile.

In breve:

  • Viene ritrovata nel 1913 da soldati italiani in Libia (ma allora territorio dell’Impero Ottomano) a seguito di un forte temporale che si era abbattuto sull’accampamento militare italiano di Cirene;
  • La scultura viene sistemata nel ricovero del comando e trasportata a Bengasi per essere restaurata. Successivamente viene portata in Italia nel 1915[1] ed esposta al Museo nazionale romano;
  • Negli anni 80 si accende[2] la questione della restituzione della statua[3];
  • Agli inizi del 2000, Muammar Gheddafi richiede la Venere di Cirene in base a un accordo bilaterale firmato nel 1998 dal Ministero degli esteri Lamberto Dini sulla restituzione “di tutti i manoscritti, i manufatti, i documenti, i monumenti e i reperti archeologici portati in Italia durante e dopo la colonizzazione della Libia ai sensi della Convenzione dell’UNESCO del 1970 sui mezzi per vietare e prevenire l’importazione, l’esportazione e il trasferimento illeciti di proprietà di beni culturali”;
  • Viene restituita alla Libia nel 2008[4] dopo che la statua, dismessa dal demanio pubblico il 1 agosto 2002 con un decreto del Ministero per i beni e le attività culturali, è stata al centro di un dibattito in cui si è pronunciato il TAR del Lazio[5];
  • Nell’agosto del 2015 la Venere di Cirene viene data per persa.

 

Il caso della Venere di Cirene ha fatto risollevare vecchie questioni sui beni culturali

La vicenda della Venere di Cirene induce a fare varie considerazioni. Alcune di queste sono solo parzialmente presenti nel caso discusso presso il TAR e discusso poi dinanzi al Consiglio di Stato.

Partiamo da questa: uno Stato in grado di presentare un legame culturale con un dato bene culturale può non essere lo Stato da cui quel bene proviene? Il caso in questione ci dice di sì: la Libia è lo Stato di provenienza del bene culturale, non l’Italia. Eppure il fatto che il bene culturale fosse una testimonianza romana ha indotto a pensare che l’Italia fosse lo Stato che potesse dimostrare un legame più forte per la cultura romana anziché la Libia per la cultura araba.

La seconda: nell’ottica di comprendere anche il concetto di sovranità del diritto internazionale, quale è lo Stato di origine considerato che al tempo del rinvenimento della Venere di Cirene non esisteva lo stato libico? Si rinvia ad approfondire la condizione della Libia e della Cirenaica dell’inizio del XX secolo. Dal canto suo il Consiglio di Stato ha affermato la legittimità della restituzione della Venere di Cirene perché il territorio dove era stata scoperta non era sotto la giurisdizione italiana e perciò la Venere non apparteneva al patrimonio italiano: questo perché la Cirenaica fu annessa con atto unilaterale[6].

La terza considerazione, ancora più delicata: quanto conta come uno Stato protegga e valorizzi il patrimonio culturale? Questa domanda non ha una risposta certa e questo argomento è di notevole importanza tanto da essere oggetto di discussione in tema di restituzione alla Libia della Venere di Cirene.

 

La pronuncia del TAR – TAR Roma Lazio sez. II del 20 aprile 2007 numero 3518

Per quanto riguarda la questione della responsabilità dello Stato, si segnala che, intraprendendo la restituzione della Venere di Cirene, il Governo italiano si è attenuto al principio di diritto internazionale secondo cui la commissione di un illecito attraverso l’occupazione militare comporta un obbligo di riparazione al fine di ristabilire la situazione che esisteva prima che l’atto illecito fosse commesso. La restituzione dei beni indebitamente sequestrati è il primo rimedio a disposizione di uno Stato per violazione del divieto dell’uso della forza[7].

Sempre in tema di responsabilità dello Stato, il TAR ha stabilito che l’Italia era obbligata a restituire lo statuto alla Libia sulla base del Comunicato Congiunto del 1998 e dell’Accordo del 2000. Il TAR non solo ha ritenuto che tali accordi bilaterali fossero validi e vincolanti, ma anche che reiterassero obblighi già incombenti allo Stato italiano in base al diritto internazionale consuetudinario. In particolare, il TAR ha richiamato la norma consuetudinaria che sancisce la ricostituzione del patrimonio culturale nazionale mediante la restituzione delle opere d’arte sottratte durante l’occupazione militare e il dominio coloniale, come presente:

  • all’articolo 56 dei Regolamenti in materia di leggi e usi di guerra terrestre, allegati alla Convenzione dell’Aia (II) relativa alle leggi e agli usi di guerra terrestre del 29 luglio 1899 e
  • all’articolo 46 dei Regolamenti in materia di leggi e usi di guerra terrestre, allegati alla Convenzione dell’Aia (IV) relativa alle leggi e agli usi di guerra terrestre del 18 ottobre 1907 e
  • dell’articolo 1 del primo protocollo alla Convenzione dell’Aia per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato del 14 maggio 1954 e
  • all’articolo 15 della Convenzione di Vienna sulla successione degli Stati riguardo alla proprietà di Stato, gli archivi e i debiti del 1983.

 

Sempre il TAR rigetta la questione più delicata: afferma cioè che la Libia avesse un legame con la Venere e che la restituzione non dovesse essere considerata come un impoverimento del patrimonio italiano ma un precedente fondamentale per il contrasto illecito dei beni culturali.

 

La pronuncia del Consiglio di Stato – Consiglio di Stato sez. VI del 23 giugno 2008 numero 3154

Il Consiglio di Stato si è pronunciato con una maggiore enfasi sul diritto consuetudinario internazionale stabilendo il collegamento con l’articolo 10 della Costituzione[8]. Il ricorso al diritto internazionale consuetudinario deve essere ricondotto sia al fatto che l’Italia si è posta come uno degli Stati più impegnati nella lotta al traffico illecito dei beni culturali[9] sia per il fatto che ricorrere al diritto consuetudinario avesse una base più solida rispetto al singolo trattato tra Italia e Libia.

Il Consiglio di Stato ha stabilito che l’obbligo internazionale che imponeva la restituzione dei beni culturali presi indebitamente in tempo di guerra o di occupazione coloniale era il corollario dell’interazione tra due principi di diritto internazionale generale[10], vale a dire:

  • il principio che vieta l’uso della forza – sancito dall’articolo 2, paragrafo 4, della Carta delle Nazioni Unite – e
  • il principio di autodeterminazione dei popoli[11] – sancito dagli articoli 1, comma 2, e 55 della Carta delle Nazioni Unite.

 

Su quest’ultimo principio, il Consiglio di Stato ha inoltre ricordato che il principio di autodeterminazione dei popoli era arrivato a comprendere l’identità culturale, nonché il patrimonio culturale legato o al territorio di uno Stato sovrano o a popoli soggetti a un governo straniero. Di conseguenza, la restituzione delle opere d’arte è servita alla salvaguardia di tali legami culturali ogni volta che questi sono stati compromessi da atti di guerra o dall’uso della forza derivante dalla dominazione coloniale. Rientra qui pertanto il caso della Venere di Cirene.

Infine, rispetto al problema dell’inalienabilità, il Consiglio di Stato ha affermato che il decreto ministeriale del 2002 rifletteva un obbligo internazionale vincolante e quindi prevaleva su norme interne contrastanti, anche se formalmente superiori gerarchicamente. Per lo stesso motivo, ha respinto la tesi dell’associazione Italia Nostra secondo cui la rimozione della statua dal patrimonio dello Stato avrebbe reso necessaria l’emanazione di una legge specifica.

 

Conclusione: tra interpretazione del diritto e una triste realtà

Tra disposizioni che si susseguono, principi vecchi e nuovi e motivazioni di indirizzo politico il caso della Venere di Cirene ha suscitato grande interesse tra gli studiosi. Che si tratti di uno straordinario precedente oppure di un indirizzo giurisprudenziale che rimarrà sconosciuto non è facile dirlo.

È notevole però il riconoscimento che qualcosa si stia muovendo dal punto di vista del riconoscimento di consuetudini internazionali. In particolare:

  • il principio di non sfruttamento della debolezza di un altro soggetto per ottenere un guadagno culturale, che si applica a situazioni di guerra, di dominazione coloniale, di occupazione straniera o che coinvolgono popolazioni indigene;
  • il principio della conservazione dell’integrità dei contesti culturali, che è profondamente radicato nella natura del patrimonio culturale; e
  • il principio della cooperazione internazionale nell’affrontare le questioni sulla restituzione dei beni culturali, che dovrebbe regolare i rapporti tra gli Stati di origine e gli Stati di destinazione dei beni culturali.

 

Al tempo stesso ci sono domande che non trovano ancora risposte univoche: come tutelare al meglio un bene culturale? È sempre facile dimostrare un legame di un bene con lo Stato di provenienza? E i trattati bilaterali sono le migliori forme di tutela del patrimonio culturale?

Questo caso ha purtroppo una punta d’amaro. La restituzione della statua infatti è stata fatta ad uno Stato che in pochi anni è sprofondato nel baratro della guerra civile dopo la morte di Gheddafi. Così, ad oggi, la statua si pensa sia andata perduta. Se così fosse, si spera ovviamente il suo ritrovo al più presto.

Informazioni

Scovazzi, T. (2009) ‘La restituzione dell’obelisco di Axum e della Venere di Cirene’.

Scovazzi, T. (2009) ‘The Return of the Venus of Cyrene’, Art Antiquity and Law, 14(4), pp. 355–358.

Scovazzi, T. (2014) ‘Analisi e significato della pratica italiana’, in La restituzione di beni culturali rimossi con particolare riguardo alla pratica italiana, , Giuffrè Editore, pp. 137-141

Troilo, S. (2018) ‘Casta e bianca. La Venere di Cirene tra Italia e Libia (1913- 2008)’, Memoria e ricerca.

Chechi, A. (2008) ‘Return of Cultural Objects Removed in Times of Cultural Domination and International Law: The Case of the Venus of Cyrene, The’, Italian Yearbook of International Law, 18, pp. 159–182.

https://en.unesco.org/fighttrafficking/icprcp

http://www.dirittoconsenso.it/2021/03/22/mercato-illecito-beni-culturali/

http://www.dirittoconsenso.it/2020/03/05/il-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[1] La Venere viene trasferita da Bengasi a Roma seppur in contrasto con la legge organica di tutela promulgata nel 1909 ed estesa a partire dal 1912 alle terre conquistate: la Venere è troppo preziosa per essere lasciata in Libia. Il valore, la bellezza e il fascino della statua tra l’altro vennero immediatamente riconosciuti anche all’epoca del suo ritrovamento: l’immagine della Venere di Cirene tra gli anni 20 e 30 del secolo scorso venne usata per francobolli, cartoline e nella pubblicità.

[2] Il contesto infatti è molto diverso: ci sono trattati internazionali che richiamano alla non distruzione dei beni culturali e alla restituzione dei beni illecitamente esportati e saccheggiati. Per una visione dei trattati internazionali più importanti sulla protezione dei beni culturali rimando ad un altro articolo che ho scritto per DirittoConsenso: http://www.dirittoconsenso.it/2020/05/21/unesco-trattati-contro-traffico-illecito-beni-culturali/ .

[3] Italia e Libia si impegnarono a risolvere la questione attraverso negoziati bilaterali. Tuttavia, visti i numerosi problemi lasciati irrisolti dopo la fine dell’occupazione coloniale italiana e gli alti e bassi nelle relazioni italo-libiche, i negoziatori hanno dovuto prima risolvere altri problemi prima di discutere il destino della statua. Pertanto, non dovrebbe sorprendere che il Comunicato congiunto del 1998 contenesse le scuse del governo italiano per le sofferenze causate al popolo libico a causa della colonizzazione italiana e, inoltre, si impegnasse ad avviare una nuova era di rapporti amichevoli e costruttivi relazioni. Inoltre, prevedeva un’ampia cooperazione interstatale nei settori del commercio, dell’industria, dell’energia, della difesa, del disarmo, della lotta al terrorismo e dell’immigrazione clandestina.

[4] È dello stesso anno il noto “Trattato d’amicizia e di collaborazione” tra Italia e Libia.

[5] Per farla molto breve: l’associazione Italia Nostra, nata nel 1955 per “concorrere alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio storico artistico e culturale della Nazione”, fece ricorso al TAR del Lazio contro il decreto del 2002 appellandosi ad alcuni principi di natura giuridica e culturale. Oltre ad opporsi alla modalità di dismissione della statua, l’associazione contestò il riferimento contenuto nel decreto alla sua necessaria ricollocazione nel contesto culturale di appartenenza (la Libia) e indicò nella restituzione della Venere un precedente negativo per la salvaguardia dell’integrità del patrimonio storico-artistico nazionale. Di diverso parere fu il Ministero dei beni e delle attività culturali che, in una nota depositata al TAR nel dicembre del 2002, dopo aver ripercorso il contesto di guerra e occupazione in cui il trasferimento della scultura avviene, stabilì: “l’opera non può essere considerata una testimonianza esclusiva del popolo italiano e, comunque, la ricollocazione nel luogo di provenienza non determina la compromissione della sua conservazione o fruibilità”. Per l’esattezza, il TAR rigettò il ricorso di Italia Nostra il 20 aprile 2007 in cui sottolineò, oltre all’esistenza di una giurisprudenza ormai consolidata sul tema delle restituzioni, quella di un solido vincolo tra la statua e il contesto culturale libico, espresso ad esempio dai siti scavati dagli stessi italiani: Sabratha e Leptis Magna in primo luogo.

[6] Una ricostruzione del Trattato di pace di Ouchy tra l’Italia e l’Impero Ottomano richiederebbe molto tempo: basta qui dire che i termini del trattato appaiono ambigui per la sovranità di entrambe le parti sulla Libia. In più bisogna dire che se il trattato di Ouchy è del 18 ottobre 1912, l’Italia aveva dichiarato un’annessione della Cirenaica in modo unilaterale il 5 novembre 1911.

[7] È solo quando la restituzione è impossibile o inadeguata che gli Stati possono ricorrere ad altre forme di riparazione, inclusa la restituzione in natura, il risarcimento e le scuse.

[8] Articolo 10 della Costituzione “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.

La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

[9] Tanto da parlare dell’Italia come di uno Stato degno di essere leader di una diplomazia culturale.

[10] Principi tra l’altro riconosciuti non solamente dal Consiglio di Stato ma anche dalla Corte Internazionale di Giustizia negli anni 70. Si vedano le Advisory Opinions Legal Consequences for States of the Continued Presence of South Africa in Namibia (South West Africa) Notwithstanding Security Council Resolution 276, e Western Sahara

[11] Su cosa sia il principio di autodeterminazione dei popoli si rinvia all’interessante approfondimento di Angela Federico per DirittoConsenso: http://www.dirittoconsenso.it/2020/07/15/principio-di-autodeterminazione-dei-popoli-profili-attuali/


Articolo 4 GDPR

L'articolo 4 del GDPR: le definizioni del Regolamento

Tra le disposizioni più importanti del diritto derivato europeo in materia di privacy c’è l’articolo 4 del GDPR: cosa contiene?

 

La necessaria comprensione dell’articolo 4 del GDPR

L’analisi che segue è importante perché contiene tutte le definizioni su principi, soggetti, pratiche, figure professionali: è bene soffermarsi cioè sull’articolo 4 del GDPR.

Il GDPR, ripetiamolo, è l’acronimo che indica il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati. È uno dei regolamenti europei che ha avuto più impatto sulle legislazioni degli Stati membri dell’UE: è il regolamento sulla privacy che, con 99 articoli, fa spesso riferimento a precedenti regolamenti o direttive[1]. Bisogna così prendere in considerazione una nuova terminologia (date anche le evoluzioni tecnologiche ed informatiche).

 

Le definizioni presenti nel GDPR all’articolo 4

Passiamo quindi all’articolo 4 del GDPR. Esso contiene una lista di definizioni utili per comprendere la materia privacy.

Tra queste, non riporto le definizioni date di “impresa”[2], “gruppo di imprese”[3] e “organizzazione internazionale”[4] perché semplici, non perché inutili per la comprensione della materia.

Ai sensi dell’articolo 4 del GDPR riporto le definizioni presenti nello stesso ordine:

  • dato personale” (personal data): si tratta di quelle informazioni relative a una persona fisica identificata o identificabile[5], l’”interessato” (data subject);
  • trattamento” (processing): qualsiasi operazione o insieme di operazioni eseguite su dati personali o su insiemi di dati personali, anche con mezzi automatizzati, quali raccolta, registrazione, organizzazione, strutturazione, conservazione, adattamento o modifica, recupero, consultazione, utilizzo, divulgazione mediante trasmissione, diffusione o messa a disposizione in altro modo, allineamento o combinazione, restrizione, cancellazione o distruzione;
  • limitazione del trattamento” (restriction of processing): è il contrassegno dei dati personali archiviati allo scopo di limitarne il trattamento in futuro[6];
  • profilazione” (profiling): qualsiasi forma di trattamento automatizzato di dati personali consistente nell’uso di dati personali per valutare determinati aspetti personali relativi a una persona fisica, in particolare per analizzare o prevedere aspetti riguardanti le prestazioni di tale persona fisica sul lavoro, la situazione economica, la salute, le preferenze personali, gli interessi, l’affidabilità, il comportamento, la posizione o i movimenti[7];
  • pseudonimizzazione” (pseudonymisation)[8]: è il trattamento dei dati personali in modo tale che i dati non possano più essere attribuiti a un determinato interessato senza l’uso di informazioni aggiuntive, a condizione che tali informazioni aggiuntive siano conservate separatamente e siano soggette a misure tecniche e organizzative per garantire che i dati personali non siano attribuiti a persona fisica identificata o identificabile;
  • sistema di archiviazione” (filing system): qualsiasi insieme strutturato di dati personali accessibili secondo criteri specifici, centralizzato, decentralizzato o disperso su base funzionale o geografica;
  • titolare” (controller): la persona fisica o giuridica, l’autorità pubblica, il servizio o altro organismo che, singolarmente o insieme ad altri, determina le finalità e i mezzi del trattamento di dati personali; qualora le finalità e i mezzi di tale trattamento siano determinati dal diritto dell’Unione o dello Stato membro, il titolare del trattamento o i criteri specifici per la sua nomina possono essere previsti dal diritto dell’Unione o dello Stato membro;
  • responsabile del trattamento” (processor): persona fisica o giuridica, autorità pubblica, agenzia o altro organismo che tratta dati personali per conto del titolare del trattamento;
  • destinatario” (recipient): una persona fisica o giuridica, un’autorità pubblica, un’agenzia o un altro organismo a cui sono comunicati i dati personali, che si tratti o meno di un terzo[9];
  • terzo” (third party): una persona fisica o giuridica, un’autorità pubblica, un’agenzia o un organismo diverso dall’interessato, dal titolare del trattamento, dal responsabile e dalle persone che, sotto la diretta autorità del titolare o del responsabile, sono autorizzate a trattare dati personali;
  • consenso dell’interessato” (consent): qualsiasi manifestazione di volontà liberamente data, specifica, informata e inequivocabile dell’interessato con la quale lo stesso, mediante una dichiarazione o un’azione affermativa inequivocabile, esprime il consenso al trattamento dei dati personali che lo riguardano o lei;
  • violazione dei dati personali” (personal data breach): è la violazione della sicurezza che porta alla distruzione, perdita, alterazione, divulgazione non autorizzata o all’accesso non autorizzati o illeciti a dati personali trasmessi, archiviati o altrimenti trattati;
  • dati genetici” (genetic data): i dati personali relativi alle caratteristiche genetiche ereditate o acquisite di una persona fisica che forniscono informazioni uniche sulla fisiologia o sulla salute di tale persona fisica e che risultano, in particolare, dall’analisi di un campione biologico della persona in questione;
  • dati biometrici” (biometric data): i dati personali risultanti da un trattamento tecnico specifico relativo alle caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di una persona fisica, che consentono o confermano l’identificazione univoca di tale persona fisica, come le immagini del volto o i dati dattiloscopici;
  • dati relativi alla salute” (data concerning health): sono i dati personali relativi alla salute fisica o mentale di una persona fisica, compresa la prestazione di servizi di assistenza sanitaria, che rivelano informazioni sul suo stato di salute;
  • stabilimento principale” (main establishment): per quanto riguarda un titolare del trattamento con sedi in più di uno Stato membro, la sede della sua amministrazione centrale nell’Unione, a meno che le decisioni sulle finalità e sui mezzi del trattamento di dati personali non siano prese in un altro stabilimento del titolare del trattamento nell’Unione e che quest’ultimo stabilimento abbia facoltà di ordinare l’esecuzione di tali decisioni, nel qual caso lo stabilimento che ha adottato tali decisioni deve essere considerato lo stabilimento principale; per quanto riguarda un responsabile del trattamento con sedi in più di uno Stato membro, il luogo della sua amministrazione centrale nell’Unione o, se il responsabile del trattamento non ha un’amministrazione centrale nell’Unione, lo stabilimento del responsabile del trattamento nell’Unione in cui sono condotte le principali attività di trattamento nel contesto delle attività di uno stabilimento del responsabile del trattamento nella misura in cui tale responsabile è soggetto a obblighi specifici ai sensi del presente regolamento;
  • rappresentante” (representative): una persona fisica o giuridica stabilita nell’Unione che, designata per iscritto dal titolare o dal responsabile del trattamento a norma dell’Articolo 27[10], rappresenta il titolare o il responsabile del trattamento in relazione ai rispettivi obblighi ai sensi del presente regolamento;
  • norme vincolanti d’impresa” (binding corporate laws): sono politiche di protezione dei dati personali a cui aderisce un titolare o responsabile del trattamento stabilito nel territorio di uno Stato membro per trasferimenti o un insieme di trasferimenti di dati personali a un titolare o responsabile del trattamento in uno o più paesi terzi all’interno di un gruppo di imprese, o gruppo di imprese che svolgono un’attività economica comune;
  • autorità di controllo” (supervisory authority): un’autorità pubblica indipendente istituita da uno Stato membro a norma dell’Articolo 51[11];
  • autorità di controllo interessata” (supervisory authority concerned): un’autorità di controllo interessata dal trattamento dei dati personali perché: il titolare o il responsabile del trattamento è stabilito nel territorio dello Stato membro di tale autorità di controllo; gli interessati residenti nello Stato membro di tale autorità di controllo sono sostanzialmente interessati o possono essere sostanzialmente interessati dal trattamento; o è stato presentato un reclamo a tale autorità di controllo;
  • trattamento transfrontaliero” (cross-border processing): significa trattamento di dati personali che ha luogo nell’ambito delle attività di stabilimenti in più di uno Stato Membro di un responsabile del trattamento o responsabile del trattamento nell’Unione in cui il responsabile del trattamento o responsabile del trattamento è stabilito in più di uno Stato membro; o trattamento di dati personali che ha luogo nel contesto delle attività di un unico stabilimento di un titolare del trattamento o responsabile del trattamento nell’Unione ma che incide o può incidere in modo sostanziale sugli interessati in più di uno Stato membro;
  • obiezione pertinente e motivata” (relevant and reasoned objection): un’obiezione al progetto di decisione sul fatto che vi sia o meno una violazione del presente regolamento, oppure che l’azione prevista in relazione al titolare del trattamento o responsabile del trattamento sia conforme al presente regolamento, la quale obiezione dimostra chiaramente la rilevanza dei rischi posti dal progetto di decisione riguardo ai diritti e alle libertà fondamentali degli interessati e, ove applicabile, alla libera circolazione dei dati personali all’interno dell’Unione;
  • servizio della società dell’informazione (information society service): si tratta di un servizio quale definito all’articolo 1, paragrafo 1, lettera b), della direttiva (UE) 2015/1535 del Parlamento europeo e del Consiglio[12].

Informazioni

[1] Per un approfondimento sul GDPR rimando all’articolo più specifico che ho scritto per DirittoConsenso: http://www.dirittoconsenso.it/2021/11/26/il-gdpr/

[2] Termine che indica una persona fisica o giuridica che esercita un’attività economica, indipendentemente dalla sua forma giuridica, comprese le società di persone o le associazioni che esercitano regolarmente un’attività economica.

[3] Termine che indica un’impresa controllante e le sue controllate.

[4] Termine che indica un’organizzazione e gli suoi organi subordinati regolati dal diritto internazionale pubblico, o qualsiasi altro organismo istituito da o sulla base di un accordo tra due o più Stati.

[5] È persona fisica identificabile quella persona che può essere identificata, direttamente o indirettamente, in particolare facendo riferimento a un identificatore come un nome, un numero di identificazione, dati relativi all’ubicazione, un identificatore online o a uno o più fattori specifici del fisico, della fisiologia, dell’identità genetica, mentale, economica, culturale o sociale della persona fisica.

[6] Si rimanda più di preciso all’articolo 18 del GDPR.

[7] Il rischio del profiling delle persone è salito alla ribalta con la diffusione del Covid-19 e con le app di tracciamento. Per un approfondimento sull’argomento rimando all’articolo di Guido Casavecchia: http://www.dirittoconsenso.it/2020/06/14/contact-tracing-e-app/

[8] Attenzione a non confondere pseudonimizzazione con anonimizzazione. Sul punto è necessario citare il considerando 26 del GDPR. Questo recita: “È auspicabile applicare i principi di protezione dei dati a tutte le informazioni relative a una persona fisica identificata o identificabile. I dati personali sottoposti a pseudonimizzazione, i quali potrebbero essere attribuiti a una persona fisica mediante l’utilizzo di ulteriori informazioni, dovrebbero essere considerati informazioni su una persona fisica identificabile. Per stabilire l’identificabilità di una persona è opportuno considerare tutti i mezzi, come l’individuazione, di cui il titolare del trattamento o un terzo può ragionevolmente avvalersi per identificare detta persona fisica direttamente o indirettamente. Per accertare la ragionevole probabilità di utilizzo dei mezzi per identificare la persona fisica, si dovrebbe prendere in considerazione l’insieme dei fattori obiettivi, tra cui i costi e il tempo necessario per l’identificazione, tenendo conto sia delle tecnologie disponibili al momento del trattamento, sia degli sviluppi tecnologici. I principi di protezione dei dati non dovrebbero pertanto applicarsi a informazioni anonime, vale a dire informazioni che non si riferiscono a una persona fisica identificata o identificabile o a dati personali resi sufficientemente anonimi da impedire o da non consentire più l’identificazione dell’interessato. Il presente regolamento non si applica pertanto al trattamento di tali informazioni anonime, anche per finalità statistiche o di ricerca.”.

[9] Tuttavia, non sono considerate destinatari le autorità pubbliche che possono ricevere dati personali nell’ambito di una particolare indagine conformemente al diritto dell’Unione o degli Stati membri; il trattamento di tali dati da parte di tali autorità pubbliche deve essere conforme alle norme sulla protezione dei dati applicabili in base alle finalità del trattamento.

[10] Rubricato “Rappresentanti di titolari del trattamento o dei responsabili del trattamento non stabiliti nell’Unione”.

[11] Rubricato “Autorità di controllo”. Nel caso dell’Italia è il Garante per la Protezione dei Dati Personali (GPDP, noto anche come Garante Privacy).

[12] Testualmente, l’articolo recita “‘service’ means any Information Society service, that is to say, any service normally provided for remuneration, at a distance, by electronic means and at the individual request of a recipient of services.

For the purposes of this definition:

(i) ‘at a distance’ means that the service is provided without the parties being simultaneously present;

(ii) ‘by electronic means’ means that the service is sent initially and received at its destination by means of electronic equipment for the processing (including digital compression) and storage of data, and entirely transmitted, conveyed and received by wire, by radio, by optical means or by other electromagnetic means;

(iii) ‘at the individual request of a recipient of services’ means that the service is provided through the transmission of data on individual request”.