Beni culturali Siria e Iraq

I beni culturali in Siria e Iraq dal 1990 ad oggi

Il Medio Oriente è un’area nota del traffico illecito dell’arte. In che condizioni sono i beni culturali in Siria e Iraq?

 

L’instabilità economica e politica indebolisce la protezione dei beni culturali in Siria e Iraq

La complessità della ricostruzione del mercato in cui si muovono i beni culturali è legato da fattori geografici, politici, culturali ed economici[1]. È per tanti motivi che il problema del mercato nero dell’arte persiste. La presenza di instabilità in alcuni contesti crea terreno fertile per la diffusione del fenomeno della rimozione dei beni culturali da luoghi archeologici e paleontologici. I beni culturali in Siria e Iraq sono stati non solamente danneggiati ma anche rubati e rivenduti all’estero. Negli ultimi 30 anni questi due Stati sono stati depredati di moltissimi tesori sia noti che meno noti.

In Iraq[2], finanche istituti culturali e musei sono stati vittime di furti. Il caso più eclatante è quello del Museo nazionale iracheno di Baghdad: 15.000 reperti archeologici, questo il numero più probabile[3].

Anche la Siria ha vissuto momenti drammatici: indimenticabili le immagini e i video di alcuni membri dell’ISIS che attaccarono e distrussero alcune parti di Palmira, la celeberrima attrazione turistica di una delle antiche città meglio conservate al mondo.

Ma questi appena citati sono solamente la punta dell’iceberg: in che modo è possibile preservare i beni culturali in Siria e Iraq?

 

Le condizioni dei beni culturali in Siria e Iraq

Proprio sul tema della instabilità, l’Iraq ha vissuto per molto più tempo una situazione di violenza terrorista e di occupazione e la conseguente precarietà politico-istituzionale. Si deve perciò citare la risoluzione[4] del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla restituzione di beni culturali saccheggiati in Iraq. Moltissimi beni infatti sono stati rubati nel corso delle varie vicende che si sono susseguite a partire dal 6 agosto 1990. La risoluzione infatti dispone al paragrafo 7[5] che:

tutti gli Stati membri adottano le misure appropriate per facilitare la restituzione sicura alle istituzioni irachene dei beni culturali iracheni e di altri oggetti di importanza archeologica, storica, culturale, scientifica rara e religiosa rimossi illegalmente dal Museo nazionale iracheno, dalla Biblioteca nazionale e da altri luoghi in Iraq dall’adozione della risoluzione 661 (1990) del 6 agosto 1990, anche stabilendo un divieto al commercio o al trasferimento di tali oggetti e articoli per i quali esiste il ragionevole sospetto che siano stati rimossi illegalmente, e fa appello all’UNESCO, all’INTERPOL e altre organizzazioni internazionali, a seconda dei casi, per assistere nell’attuazione del presente paragrafo”.

 

Ma non è solo l’Iraq, anche la Siria ha sofferto dal 2011 ad oggi gravissimi danni. Il patrimonio siriano è stato danneggiato e saccheggiato. Come spiega Brodie[6]:

L’inizio dei disordini civili e il successivo conflitto armato in Siria nel marzo 2011 è stato accompagnato da un’ondata di segnalazioni nei media convenzionali e sui social dei danni inflitti al patrimonio culturale. Siti archeologici, musei, monumenti storici ed edifici religiosi sono stati danneggiati sia intenzionalmente che non intenzionalmente da azioni militari, attacchi ideologicamente motivati, furti e saccheggi per motivi commerciali e lavori di costruzione non autorizzati. È stato segnalato che materiale saccheggiato è passato dalla Siria in Libano, Giordania e Turchia. L’UNESCO ha risposto organizzando una serie di workshop regionali e incontri di esperti ad Amman (10-13 febbraio 2013), Damasco (12-13 maggio 2013) e Parigi (29 agosto 2013). Uno degli obiettivi principali dell’incontro di Amman era quello di sviluppare un piano d’azione in linea con la politica di protezione e recupero che avrebbe “…protetto musei e siti archeologici dal saccheggio, prevenuto i traffici illeciti, migliorato le restituzioni alla Siria…. ”. Per raggiungere questi obiettivi, è stato concordato un programma d’azione globale che definisce una serie di obiettivi operativi. Veniva richiesta la ratifica da parte dello Stato siriano del secondo protocollo del 1999 alla Convenzione dell’Aia del 1954 e della Convenzione UNIDROIT del 1995, e una migliore protezione dei siti attraverso la sensibilizzazione e lo sviluppo di programmi operativi in Siria e in altri paesi e mediazioni sostenute dall’UNESCO con i paesi vicini e altri Stati per il ritorno di oggetti siriani sfruttando appieno lo Stolen Works of Art Database dell’INTERPOL.

 

Fare luce sulla distruzione di interi luoghi e sulla spoliazione di beni

Tra gli studi più recenti su questo fenomeno vi è quello di Vlasic e Turku[7]. Nel loro contributo si considera il tema della sicurezza e della stabilità nel Medio Oriente e l’autofinanziamento dell’ISIS come organizzazione terroristica dedita sia a esportare oggetti di grande valore artistico e storico sia a distruggere resti delle antiche civiltà[8].

In questo studio è delineata la sconcertante situazione in cui versano i beni culturali in Siria ed Iraq. Questi due Stati sono accomunati dalle dirette conseguenze dei furti, dei saccheggi e dalle distruzioni. Le più brutali ed eclatanti possibili avvengono tra il 2015 e il 2016. Poiché la volontà del sedicente Stato dell’ISIS è stata proprio quella di danneggiare irreparabilmente o distruggere interi siti antichi di enorme prestigio culturale, prima fra tutti la città di Palmira[9], è rinato l’interesse in Siria ed Iraq per la tutela dei siti a rischio e per i beni culturali coinvolti nelle distruzioni o nei saccheggi.

Ciò ha dimostrato di fatto quanto siano effettivamente in pericolo i beni culturali e i luoghi di grande importanza storica, artistica e culturale: tra le distruzioni a Palmira si ricordano il Tempio di Bel, il Tempio di Baalshamin e l’Arco di Trionfo. Nello studio citato si legge:

Da quando l’organizzazione criminale ha conquistato vaste aree di territorio in Siria e Iraq, il saccheggio e il traffico di antichità hanno raggiunto proporzioni industriali.

 

Gli studiosi ricordano che i dati che erano stati raccolti dai satelliti hanno fotografato distruzioni su larga scala addirittura con l’uso di bulldozer. Eppure, sebbene siano state diffuse immagini e video della distruzione del museo di Mosul[10] e delle città di Nimrud, di Hatra e di Palmira, vi sono prove che prima delle distruzioni vi fossero state spoliazioni di beni di piccole e medie dimensioni da tali luoghi.

Nello studio viene riportato che l’ISIS vendeva beni illegalmente scavati dal valore di milioni di sterline direttamente a collezionisti occidentali. Nella debolezza e nella mancanza di dati precisi si stima che meno dell’un per cento dei beni rubati da chiese e antiche città in Siria e in Iraq sono stati recuperati o restituiti.

Lo studio affronta inoltre un ulteriore aspetto sul tema dei guadagni provenienti dai beni antichi saccheggiati e poi venduti[11]. Dato il forte legame tra finanziamento delle attività terroristiche e la vendita di beni, sicurezza e stabilità in uno Stato o in una regione sono gli anticorpi per evitare, tra i tanti, il fenomeno in questione.

Negli ultimi 20 anni la preservazione dei beni culturali in Medio Oriente è stata messa a dura prova. La comunità internazionale si è impegnata là dove possibile mantenendo alta l’attenzione dei rischi enormi che avrebbe corso il patrimonio iracheno e siriano[12]. In particolare nello studio sopramenzionato si sottolinea l’importanza di ben tre risoluzioni dell’ONU per combattere il fenomeno del finanziamento del terrorismo attraverso il traffico di beni culturali: di seguito l’analisi delle risoluzioni.

 

Le risoluzioni dell’ONU

Il tema di fondo comune delle risoluzioni è l’eliminazione del traffico illecito di beni culturali in Siria e in Iraq per garantire la pace e la sicurezza. La prima risoluzione[13], del Consiglio di Sicurezza, invita tutti gli Stati membri a:

adottare misure appropriate per prevenire il commercio di beni culturali iracheni e siriani e altri oggetti di importanza archeologica, storica, culturale, scientifica rara e religiosa rimossi illegalmente dall’Iraq dal 6 agosto 1990 e dalla Siria dal 15 marzo 2011.”.

 

La seconda risoluzione[14] è dell’Assemblea Generale, “Saving the Cultural Heritage of Iraq”. Essa stabilisce[15] che:

gli attacchi diretti intenzionalmente contro edifici dedicati alla religione, all’istruzione, all’arte, alla scienza o a scopi di beneficenza, o a monumenti storici, possono costituire crimini di guerra.”.

 

La terza risoluzione[16] è del Consiglio di Sicurezza. La risoluzione condanna la violenza sistematica dell’ISIS sottolineando le barbare attività di distruzione e saccheggio di beni culturali. Nel testo della risoluzione si legge[17]:

l’eliminazione del patrimonio culturale e il traffico di beni culturali … costituisce una minaccia globale e senza precedenti alla pace e alla sicurezza internazionali.”.

 

Cosa bisognerebbe fare?

Per tentare di rimediare alle spoliazioni e alle distruzioni avvenute, è fondamentale:

  • che Iraq e Siria diventino Stati parti dei trattati che prevedono la tutela del patrimonio e la restituzione dello stesso nel caso di esportazione illecita;
  • rafforzare il sistema di cooperazione tra gli Stati e favorire la restituzione dei beni culturali illecitamente rimossi ed esportati;
  • sensibilizzare gli Stati perché sono in possesso di tesori inestimabili che rappresentano non solamente la storia antica di popoli e culture lontane ma un bene prezioso per l’umanità.

Informazioni

Manacorda and Chappell, Crime in the art and antiquities world : illegal trafficking in cultural property, New York, 2011, pp. 144 – 152

Vlasic and Turku, Protecting Cultural Heritage as a Means for International Peace, Security and Stability: The Case of ISIS, Syria and Iraq, in Vanderbilt Journal of Transnational Law, 2016, pp. 1371 – 1416

Jones: Understanding ISIS’s Destruction of Antiquities as a Rejection of Nationalism in Journal of Eastern Mediterranean Archaeology & Heritage Studies, Vol. 6, No. 1-2, 2018, pp. 31-58

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2021/08/12/iraqda-usa-tornano-migliaia-manufatti-riapre-museo-baghdad_26756927-d401-439d-aff1-d96a43bbeda5.html

https://en.unesco.org/news/call-save-iraqs-cultural-heritage

https://www.theartnewspaper.com/news/body-of-archaeologist-who-died-defending-palmyra-from-isis-has-been-found-says-syrian-media

https://traffickingculture.org/app/uploads/2015/10/Brodie-Syria-Neighbours.pdf

https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/13527258.2019.1608585

[1] In particolare si deve prestare attenzione a particolarità di questo mercato illecito come la distinzione tra source countries, transit countries e market countries. Per un approfondimento: https://www.dirittoconsenso.it/2021/03/22/mercato-illecito-beni-culturali/ . In più non è bene di fare di tutta l’erba un fascio: l’Afghanistan per esempio non può essere paragonato a Siria e Iraq. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2021/02/22/afghanistan-traffico-illecito-beni-culturali/

[2] Si veda Bogdanos, Thieves of Baghdad: The Global Traffic in Stolen Iraqi Antiquities in Manacorda and Chappell, Crime in the art and antiquities world : illegal trafficking in cultural property, New York, 2011, pp. 144 – 152. Bogdanos si riferisce al furto dal museo nazionale iracheno come “one of the greatest art crimes in recent memory

[3] Molti dei quali trafugati a partire dall’invasione anglo-americana del 2003 e dei successivi conflitti armati svoltisi in Iraq

[4] S.C. Res. 1483 – reperibile nella rete interconnessa

[5] Testualmente, “all Member States shall take appropriate steps to facilitate the safe return to Iraqi institutions of Iraqi cultural property and other items of archaeological, historical, cultural, rare scientific, and religious importance illegally removed from the Iraq National Museum, the National Library, and other locations in Iraq since the adoption of resolution 661 (1990) of 6 August 1990, including by establishing a prohibition on trade in or transfer of such items and items with respect to which reasonable suspicion exists that they have been illegally removed, and calls upon the United Nations Educational, Scientific, and Cultural Organization, Interpol, and other international organizations, as appropriate, to assist in the implementation of this paragraph

[6] Brodie, Syria and its Regional Neighbors: A Case of Cultural Property Protection Policy Failure, 2015 (consultabilie al link: https://traffickingculture.org/app/uploads/2015/10/Brodie-Syria-Neighbours.pdf )

[7] Vlasic and Turku, Protecting Cultural Heritage as a Means for International Peace, Security and Stability: The Case of ISIS, Syria and Iraq, in Vanderbilt Journal of Transnational Law, 2016, pp. 1371 – 1416

[8] Si rinvia ad un’interessante pubblicazione accademica di Christopher W. Jones: “Understanding ISIS’s Destruction of Antiquities as a Rejection of Nationalism“ in Journal of Eastern Mediterranean Archaeology & Heritage Studies, Vol. 6, No. 1-2, 2018, pp. 31-58 (28 pages), Penn State University Press

[9] Tristemente noto è anche l’uccisione di Khaled al-Asaad, l’archeologo che ha protetto Palmira dalla furia iconoclasta dei tesori più nascosti del luogo: fu decapitato per questo. Il corpo è stato ritrovato nel 2021 poco fuori Palmira

[10] Già pesantemente saccheggiato nel 2003 venne danneggiato dall’ISIS nel 2015

[11] A cui può essere aggiunta un’interessante analisi pubblicata sull’Atlantic di pochi anni fa che racconta di un pezzo eccezionale: la Dama di Warka. Link: https://www.theatlantic.com/international/archive/2018/03/iraq-war-archeology-invasion/555200/

[12] Quello siriano è stato fortemente impoverito. Brodie in Syria and its Regional Neighbors: A Case of Cultural Property Protection Policy Failure (consultabilie al link: https://traffickingculture.org/app/uploads/2015/10/Brodie-Syria-Neighbours.pdf) ha affermato: “L’inizio dei disordini civili e il successivo conflitto armato in Siria nel marzo 2011 è stato accompagnato da un’ondata di segnalazioni nei media convenzionali e sui social dei danni inflitti al patrimonio culturale. Siti archeologici, musei, monumenti storici ed edifici religiosi sono stati danneggiati intenzionalmente e non intenzionalmente da azioni militari, attacchi ideologicamente motivati, furti e saccheggi di ispirazione commerciale e lavori di costruzione non autorizzati. È stato segnalato che materiale saccheggiato è passato dalla Siria in Libano, Giordania e Turchia.

[13] S.C. Res. 2199 – reperibile nella rete interconnessa

[14] G.A. Res. A/69/281 – reperibile nella rete interconnessa

[15] Testualmente, “attacks intentionally directed against buildings dedicated to religion, education, art, science or charitable purposes, or historic monuments, may amount to war crimes.

[16] S.C. Res. 2249 – reperibile nella rete interconnessa

[17] Testualmente, “eradication of cultural heritage and trafficking of cultural property … constitutes a global and unprecedented threat to international peace and security.


Stolen Works of Art Database INTERPOL

Lo Stolen Works of Art Database dell'INTERPOL

Dare slancio alla lotta al traffico illecito dei beni culturali: lo Stolen Works of Art Database dell’INTERPOL è lo strumento ideale ma deve essere migliorato

 

Lo Stolen Works of Art Database dell’INTERPOL per il contrasto al traffico illecito dei beni culturali

L’INTERPOL è un’organizzazione internazionale di polizia criminale. È un’agenzia intergovernativa riconosciuta dalle Nazioni Unite e conta 194 Stati membri. Favorendo la cooperazione per la lotta alla criminalità, l’INTERPOL si impegna anche[1] contro il traffico illecito[2] dei beni culturali. In primo luogo, si sottolinea l’impegno del Segretariato Generale nel supporto alle unità specializzate dei singoli Stati membri per la lotta al fenomeno del traffico illecito dei beni culturali[3]. In tal senso, si assicura un impegno costante nello scambio di informazioni, così come si favorisce la riunione degli esperti in gruppi di lavoro e conferenze[4] per conoscere e saper affrontare il fenomeno. In secondo luogo, esistono due interessanti strumenti:

  • lo Stolen Works of Art Database e
  • l’Object ID[5].

 

Se il secondo è uno strumento che permette l’identificazione di beni culturali che siano stati rubati, ci soffermiamo adesso sul primo. In aggiunta ad un aspetto formativo-conoscitivo, l’INTERPOL ha uno strumento per raccogliere dati sui beni venduti illecitamente o rubati: è lo Stolen Works of Art Database.

 

Cosa contiene il database? E come funziona?

Lo Stolen Works of Art Database è una piattaforma dati con descrizioni e immagini di più di 52,000 oggetti, nonché l’unica su scala internazionale che si concentra sui beni culturali con informazioni raccolte da forze di polizia[6].

Gli Stati possono inviare informazioni su beni rubati o mancanti e gli esperti dell’INTERPOL aggiungono le più recenti informazioni sui beni. Nel database possono essere inserite solo le informazioni fornite dagli organi autorizzati (come gli Uffici Nazionali Centrali e specifiche organizzazioni internazionali con cui l’Interpol collabora, come l’UNESCO, l’ICOM e l’ICCROM) e solo oggetti completamente identificabili. Oltre ai classici campi dati, gli utenti possono completare la loro ricerca caricando un’immagine di qualsiasi oggetto d’arte, anche grazie ad un software di abbinamento delle immagini.

Al database possono accedere case d’asta, mercanti d’arte, pubblico in generale, forze di polizia, musei, giornalisti e università compilando un modulo di richiesta iscrizione sul sito dell’INTERPOL. È dall’agosto 2009 che il database opera ed è da quel momento che ogni singola persona nel mondo può chiedere e ottenere un accesso gratuitamente.

 

Ma attenzione…

Pensare che questo strumento sia impeccabile o che risolva automaticamente il fenomeno del traffico illecito dei beni culturali è un grave errore.

Bisogna dirlo a chiare lettere: il fatto che un bene non sia incluso in questo database non significa che non sia stato rubato. In altre parole, bisogna interpretare i risultati della piattaforma con cautela poiché un bene potrebbe essere stato rubato, anche se non appare nello Stolen Works of Art Database dell’INTERPOL.

In effetti, un bene culturale potrebbe essere stato rubato ma non è incluso nel database per uno dei seguenti motivi:

  • non è stato ancora segnalato come rubato alla polizia;
  • la denuncia di furto non è ancora pervenuta all’INTERPOL attraverso i canali ufficiali;
  • l’oggetto non è ancora stato inserito nel database;
  • le ricerche dell’oggetto mancante/rubato vengono effettuate solo a livello nazionale;
  • l’oggetto è stato trafugato da un sito archeologico e non è noto alla polizia[7].

 

Ovviamente non è il database o le sue funzionalità che devono essere migliorate ma è l’intero sistema della lotta al traffico illecito dei beni culturali che richiede una notevole collaborazione tra tutti i soggetti di diritto internazionale e una maggiore attenzione delle autorità competenti.

 

Perché è (e rimane) uno strumento importante

Le attività dell’INTERPOL sono svolte anche grazie alle informazioni che vengono scambiate con altre organizzazioni[8] non solamente con gli Stati. Tale scambio è fondamentale ed è stato riconosciuto anche da risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

La risoluzione 2199 del Consiglio di Sicurezza[9] chiede agli Stati di adottare misure adeguate per prevenire il traffico di beni culturali iracheni e siriani che siano stati rubati. Lo stesso Consiglio riconosce il ruolo di primo piano dell’INTERPOL nella lotta al fenomeno del traffico illecito. E ancora, la risoluzione 2347 del Consiglio di Sicurezza[10], la prima che si concentra esclusivamente sulla protezione dei beni culturali, ribadisce la necessità di fermare il traffico illecito di beni culturali sottolineando il legame tra tale attività e il finanziamento delle attività terroristiche. La risoluzione inoltre incoraggia gli Stati:

all’uso e a contribuire allo Stolen Works of Art database dell’INTERPOL

 

Un uso pratico dello Stolen Works of Art Database dell’INTERPOL

Il ruolo dell’INTERPOL nel favorire il recupero dei beni culturali è evidente nelle operazioni congiunte delle organizzazioni internazionali e dei singoli Stati. Per questo è altrettanto importante citare un’operazione in cui è stato usato lo Stolen Works of Art Database dell’INTERPOL.

Tra le più importanti degli ultimi anni vi è Operazione Pandora III[11]. Si tratta di un’enorme operazione per smantellare le organizzazioni criminali dedite al traffico illecito di beni culturali su internet.

L’Operazione Pandora III rappresenta un’operazione di polizia a livello internazionale contro il traffico illecito di beni culturali con la quale sono stati sequestrati 18.000 beni e sono state arrestate 59 persone. Tra i beni sequestrati sono stati ritrovati beni archeologici, mobili antichi, monete, dipinti, strumenti musicali e sculture. L’Operazione Pandora III è stata condotta dalla polizia spagnola (Guardia Civil), sostenuta dall’Europol, dall’INTERPOL e dalla WCO.

Le autorità di ben 29 Stati hanno preso parte all’operazione e si sono concentrate in particolare sulle vendite su internet. Inoltre, mentre circa 10.000 beni culturali venivano sequestrati dalla polizia spagnola, il reparto speciale del Comando dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale[12] ritrovava 91 oggetti in ceramica e 109 monete antiche in locali privati e centri postali.

La complessità dell’operazione, condotta simultaneamente in più Stati, ha permesso anche il ritrovamento da parte della polizia olandese (Politie) di un’antica Bibbia tedesca del quindicesimo secolo che era stata rubata.

L’Operazione Pandora III è stata possibile grazie alla coordinazione e alla collaborazione tra i vari attori internazionali. Data la dimensione transnazionale del traffico illecito di beni culturali, l’Europol[13], l’INTERPOL e la WCO hanno istituito unità di coordinamento operativo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per supportare la condivisione di informazioni, nonché per diffondere allarmi e avvertenze ed eseguire controlli incrociati in diverse banche dati internazionali e nazionali.

Le autorità investigative e di polizia hanno sfruttato appieno lo Stolen Works of Art dell’INTERPOL, con diverse centinaia di ricerche eseguite durante l’operazione. Diversi esperti dell’Europol, dell’INTERPOL e della WCO sono stati inoltre impiegati per fornire supporto analitico nel corso dell’operazione per monitorare le transazioni via internet.

Informazioni

[1] Corruzione, contraffazione di valuta e di documenti, crimini contro minori, crimini informatici, traffico di droga, criminalità ambientale, criminalità finanziaria, traffico di armi da fuoco, tratta di esseri umani, beni illeciti, criminalità marittima, criminalità organizzata, traffico di persone, terrorismo, crimini di guerra

[2] Una doverosa precisazione: il traffico illecito si inserisce in un mercato (in parte legale ed in parte illegale). Non bisogna infatti confondere questi fenomeni. Per un approfondimento sul mercato illecito dei beni culturali si veda: https://www.dirittoconsenso.it/2021/03/22/mercato-illecito-beni-culturali/

[3] Sul traffico e sugli elementi caratterizzanti rimando a: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/05/il-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[4] Per esempio, lo European Working Meeting on Illicit Trafficking in Cultural Property, un evento tenutosi a Wiesbaden, in Germania, dal 10 al 12 settembre 2019. Durante l’incontro si è discusso dell’importanza di affrontare con tenacia il saccheggio dei beni culturali nelle aree in cui vi sono situazioni di crisi e instabilità

[5] Anche qui, attenzione a non confondere l’Object ID con l’app ID-Art, un’applicazione che consente l’accesso mobile al database INTERPOL, crea inventari di collezioni d’arte e segnala e registra siti culturali a rischio. Gli utenti di ID-Art possono verificare istantaneamente se un oggetto è tra le migliaia di oggetti registrati come rubati nello Stolen Works of Art Database. Per maggiori informazioni: https://www.interpol.int/News-and-Events/News/2021/INTERPOL-launches-app-to-better-protect-cultural-heritage

[6] Ad oggi sono 134 gli Stati che contribuiscono alle informazioni della piattaforma dati

[7] Questo è il punto più delicato dell’intera faccenda e su cui i criminali lucrano maggiormente: quando viene rimosso un bene da uno scavo archeologico il danno causato da questi scavi va al di là del furto perché distrugge il concetto di appartenenza di un oggetto a quel sito. Così facendo, viene meno la possibilità di capire e studiare il contesto storico e antropologico di quel bene nel contesto dello scavo. L’art looting è infatti necessariamente un’attività clandestina e ciò rende difficile, se non impossibile, documentarne l’estensione e individuare quali beni siano stati saccheggiati. In Italia in particolare vi sono individui specializzati in questa attività di scavo e di rimozione dei beni dai contesti archeologici noti come tombaroli, mentre il Perù conosce figure simili note come huaqueros. In più, i saccheggi riguardano due tipi di siti: i luoghi noti agli archeologi e quelli che non sono ancora stati scoperti. Per tale ragione, a compimento di uno scavo illecito, si realizza un danno la cui entità è incalcolabile.

[8] Tra le organizzazioni che collaborano con l’INTERPOL bisogna citare l’Europol, l’ICCROM, l’ICOM, l’UNIDROIT, l’OSCE, l’UNESCO, l’UNODC e la WCO

[9] Ris. 2199/2015 UNSC

[10] Ris. 2347/2017 UNSC

[11] Le precedenti operazioni Pandora I e Pandora II hanno avuto anch’esse come oggetto la lotta al traffico illecito di beni culturali

[12] Si tratta di uno specifico reparto dei Carabinieri con particolare formazione e professionalità nei reati commessi contro i beni culturali. Per maggiori informazioni si rimanda al sito internet: http://www.carabinieri.it/cittadino/tutela/patrimonio-culturale/introduzione

[13] L’Europol ha svolto un ruolo chiave nell’attuazione dell’intera operazione facilitando lo scambio di informazioni e fornendo supporto analitico e operativo. Su quest’altra organizzazione si veda: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/04/europol/


Segnalazione di operazione sospetta

La segnalazione di operazione sospetta (SOS)

La segnalazione di operazione sospetta (SOS) rappresenta un mezzo di tutela contro il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo da parte di vari operatori e professionisti. Vediamo come

 

Cos’è una segnalazione di operazione sospetta?

Una segnalazione di operazione sospetta, nota anche con l’acronimo SOS, è una segnalazione compiuta da un professionista[1] per qualsiasi attività – compiuta o tentata dal cliente – apparentemente finalizzata al compimento di operazioni di riciclaggio[2] o di finanziamento del terrorismo[3].

La segnalazione è valutata sulla base di un’anomalia[4]. È considerata anomala ogni operazione o comportamento non coerente col profilo economico e finanziario del cliente[5]. L’operatore compie quindi le dovute verifiche. Se giustificate da specifiche (ed eventualmente documentate) ragioni viene chiusa l’anomalia, altrimenti, se l’anomalia non può essere giustificata[6], si procederà ad inoltrare una segnalazione di operazione sospetta all’Unità di Informazione Finanziaria (UIF)[7]. Pertanto la segnalazione, come previsto al primo comma dell’articolo 35 del d.lgs. 231 del 2007, è il risultato di un complesso processo valutativo fondato su: elementi oggettivi, elementi soggettivi e ogni altra circostanza.

Le norme in materia di segnalazione di operazioni sospette sono contenute nella sezione II, capo III del decreto legislativo 231/2007, articoli da 35 a 48.

 

La base normativa delle SOS

È quindi necessario introdurre il primo comma dell’articolo 35 del d.lgs. 231/2007. Questo prevede che:

I soggetti obbligati, prima di compiere l’operazione, inviano senza ritardo alla UIF, una segnalazione di operazione sospetta quando sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che siano in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo o che comunque i fondi, indipendentemente dalla loro entità, provengano da attività criminosa. Il sospetto è desunto dalle caratteristiche, dall’entità, dalla natura delle operazioni, dal loro collegamento o frazionamento o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta, in ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell’attività svolta dal soggetto cui è riferita, in base agli elementi acquisiti ai sensi del presente decreto. Il ricorso frequente o ingiustificato ad operazioni in contante, anche se non eccedenti la soglia di cui all’articolo 49 e, in particolare, il prelievo o il versamento in contante di importi non coerenti con il profilo di rischio del cliente, costituisce elemento di sospetto. La UIF, con le modalità di cui all’articolo 6, comma 4, lettera e), emana e aggiorna periodicamente indicatori di anomalia, al fine di agevolare l’individuazione delle operazioni sospette.

 

La segnalazione si basa, badate bene, su un sospetto: non c’è alcuna denuncia.

 

Come inquadrare il concetto di “sospetto”?

Se i termini “segnalazione” e “operazione” non destano particolari dubbi, più complicato, anche ai fini pratici di invio di una SOS, è il termine “sospetto”. L’enciclopedia Treccani dà la seguente definizione di sospetto:

Supposizione, più o meno fondata, nei riguardi di persone e del loro comportamento; che dà adito a sospetti, che dà motivo di sospettare

 

Da questa si comprende già meglio cosa sia una segnalazione di operazione, appunto, sospetta.

Il sospetto in una SOS quindi dovrà essere desunto dalle caratteristiche, dall’entità, dalla natura dell’operazione, nonché da qualsiasi altra circostanza di cui il professionista sia a conoscenza in ragione delle proprie funzioni. Rileveranno anche la capacità economica e l’attività svolta dal cliente. In altre parole, il professionista dovrà effettuare una valutazione complessiva dei rapporti intercorsi nel tempo con ciascun cliente, non essendo sufficiente, ai fini dell’adempimento dell’obbligo in esame, un giudizio limitato a singole operazioni.

Ribadisco quindi in altri termini perché sia chiaro: l’operatore che fa la segnalazione non procede con una denuncia, cioè con la comunicazione disciplinata nel codice penale.

Pertanto, passiamo alla lettura degli altri 4 commi dell’articolo 35.

 

I commi successivi dell’articolo 35 del d. lgs. 21 novembre 2007, n. 231

2. In presenza degli elementi di sospetto di cui al comma 1, i soggetti obbligati non compiono l’operazione fino al momento in cui non hanno provveduto ad effettuare la segnalazione di operazione sospetta. Sono fatti salvi i casi in cui l’operazione debba essere eseguita in quanto sussiste un obbligo di legge di ricevere l’atto ovvero nei casi in cui l’esecuzione dell’operazione non possa essere rinviata tenuto conto della normale operatività ovvero nei casi in cui il differimento dell’operazione possa ostacolare le indagini. In dette ipotesi, i soggetti obbligati, dopo aver ricevuto l’atto o eseguito l’operazione, ne informano immediatamente la UIF.

3. I soggetti obbligati effettuano la segnalazione contenente i dati, le informazioni, la descrizione delle operazioni ed i motivi del sospetto, e collaborano con la UIF, rispondendo tempestivamente alla richiesta di ulteriori informazioni. La UIF, con le modalità di cui all’articolo 6, comma 4, lettera d), emana istruzioni per la rilevazione e la segnalazione delle operazioni sospette al fine di assicurare tempestività, completezza e riservatezza delle stesse.

4. Le comunicazioni delle informazioni, effettuate in buona fede dai soggetti obbligati, dai loro dipendenti o amministratori ai fini della segnalazione di operazioni sospette, non costituiscono violazione di eventuali restrizioni alla comunicazione di informazioni imposte in sede contrattuale o da disposizioni legislative, regolamentari o amministrative. Le medesime comunicazioni non comportano responsabilità di alcun tipo anche nelle ipotesi in cui colui che le effettua non sia a conoscenza dell’attività criminosa sottostante e a prescindere dal fatto che l’attività illegale sia stata realizzata.

5. L’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette non si applica ai professionisti per le informazioni che essi ricevono da un loro cliente o ottengono riguardo allo stesso nel corso dell’esame della posizione giuridica o dell’espletamento dei compiti di difesa o di rappresentanza del medesimo in un procedimento innanzi a un’autorità giudiziaria o in relazione a tale procedimento, anche tramite una convenzione di negoziazione assistita da uno o più avvocati ai sensi di legge, compresa la consulenza sull’eventualità di intentarlo o evitarlo, ove tali informazioni siano ricevute o ottenute prima, durante o dopo il procedimento stesso.”.

 

In breve

La segnalazione di operazione sospetta in sintesi:

  • È una congettura supportata da obiettive circostanze di fatto
  • È fondata sulle competenze tecniche e sul patrimonio informativo del segnalante acquisito in base al decreto
  • Deve essere effettuata senza ritardo (art. 35, comma 1), ove possibile prima di eseguire l’operazione (art. 35, comma 2)
  • È un atto diverso dalla denuncia di fatti che hanno rilevanza penale
  • Riguarda operazioni tentate, rifiutate e più in generale non concluse che riguardino il riciclaggio di denaro o di finanziamento del terrorismo o dove i fondi siano di provenienza illecita
  • Non viola obblighi di segretezza e, nel rispetto degli obblighi di legge, non comporta responsabilità di alcun tipo (art. 35, comma 4).

 

Qualche dato

Spiegato cosa sia una SOS, presento qualche dato pubblicato dall’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) per l’Italia. Tra le statistiche del secondo semestre 2020 ne spiccano alcune a dir poco interessanti. In breve:

  • Nel secondo semestre del 2020, l’UIF ha ricevuto 60.220 segnalazioni di operazioni sospette, con un aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente del 10,3%
  • Con riguardo alla suddivisione territoriale, i dati hanno evidenziato incremento delle segnalazioni relative a operazioni effettuate nel Lazio (dalle 5.662 del secondo semestre 2019 alle 7.574 di quello in esame), soprattutto per effetto del maggior contributo della città metropolitana di Roma capitale (da 4.820 a 6.680), seguito da quello della Campania (da 6.474 a 7.645), della Puglia (da 2.688 a 3.573) e della Sicilia (da 3.765 a 4.444)
  • Le segnalazioni pervenute nel semestre hanno riguardato operazioni per oltre 48 miliardi di euro, in linea con i risultati del secondo semestre del 2019
  • L’attività di collaborazione con l’Autorità giudiziaria si conferma in forte crescita: le richieste, 286 nel secondo semestre e 558 nell’anno, crescono del 26,5 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e del 41,3 per cento rispetto all’intero 2019.

 

Se si guarda all’intero 2020[8], si legge sul sito dell’UIF:

nel 2020, le segnalazioni di operazioni sospette ricevute sono ancora significativamente aumentate attestandosi a oltre 113.000 unità, di cui quasi 2.300 relative a contesti di rischio legati all’emergenza sanitaria.

 

E ancora, nel rapporto dell’UIF per l’anno 2020[9], pubblicato a maggio 2021, si legge che le segnalazioni di operazioni sospette sono state 113.187 di cui:

  • 651 di riciclaggio
  • 513 di finanziamento al terrorismo
  • 23 di finanziamento dei programmi di proliferazione di armi di distruzione di massa

 

Altrettanto interessante è la distribuzione territoriale[10] delle SOS:

La Lombardia, pur registrando una flessione del 6,2% rispetto all’anno precedente, si conferma   in valore assoluto la prima regione di localizzazione dell’operatività sospetta, con un’incidenza del 17,3% sul totale; seguono la Campania (13%) e il Lazio (12,7). Se si rapporta la distribuzione territoriale delle segnalazioni alla popolazione residente, la prima regione per localizzazione dell’operatività sospetta è la Campania, seguita da Lazio e Lombardia.”.

Informazioni

DECRETO LEGISLATIVO 21 novembre 2007, n. 231 – Attuazione della direttiva 2005/60/CE concernente la prevenzione dell’utilizzo del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo nonché della direttiva 2006/70/CE che ne reca misure di esecuzione. Link per consultare il decreto: https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2007;231

https://uif.bancaditalia.it/adempimenti-operatori/segnalazioni-sos/manuale_SOS.pdf

https://uif.bancaditalia.it/pubblicazioni/rapporto-annuale/2021/Rapporto-UIF-anno-2020.pdf

[1] Si tratta di diversi professionisti indicati dalla legge: sono i soggetti indicati negli articoli 10, comma 2, 11, 12, 13 e 14 del d.lgs. 231/2007

[2] Sul riciclaggio rimando ad una serie di articoli che ho pubblicato su DirittoConsenso. Tra questi invito a leggerne due: quello riguardante l’influenza che la normativa europea ha determinato sulla legislazione degli Stati membri, https://www.dirittoconsenso.it/2020/10/26/normativa-europea-antiriciclaggio-quadro-generale/ e quello sulle fasi del riciclaggio: https://www.dirittoconsenso.it/2021/03/31/fasi-del-riciclaggio-i-passaggi/

[3] Quello che a livello internazionale è conosciuto con le sigle AML/CFT, ossia Anti-Money Laundering / Combating Financing of Terrorism

[4] L’uso del termine “anomalia” non è casuale. L’Unità di Informazione Finanziaria (UIF) ha elaborato gli Indicatori di Anomalia e li aggiorna periodicamente. Questi Indicatori vengono aggiornati sempre in seguito ad un’approvazione del Comitato di Sicurezza Finanziaria.

[5] Si tratta del principio del KYC, acronimo inglese che significa Know Your Customer. Rientra tra i principi della due diligence ed è fondamentale per comprendere il profilo economico-finanziario dei clienti (siano tali di aziende o di banche)

[6] In caso di un’anomalia non giustificata si procede con la segnalazione di operazione sospetta. Al contrario, movimentazioni o comportamenti ‘normali’ sono quelli coerenti con il profilo economico individuato

[7] L’Unità di informazione finanziaria per l’Italia (UIF) è istituita presso la Banca d’Italia

[8] Il 2020 è stato, con il 2021, l’anno della pandemia da Covid19. L’impegno dei soggetti obbligati all’invio delle segnalazioni di operazioni sospette, dei dati SARA (le SARA sono le segnalazioni antiriciclaggio aggregate) e delle comunicazioni oggettive è stato sostenuto dalla UIF con una crescente offerta di supporto tecnico e metodologico. In più, come sottolineato in altri report di altre organizzazioni (italiane e non), l’analisi strategica, già indirizzata allo sviluppo di indicatori del rischio di infiltrazione delle imprese da parte della criminalità organizzata, è stata volta anche a cogliere i sintomi dell’evoluzione del fenomeno favorita dalla pandemia.

[9] L’intero report è disponibile qui: https://uif.bancaditalia.it/pubblicazioni/rapporto-annuale/2021/Rapporto-UIF-anno-2020.pdf

[10] Fra le regioni con i maggiori aumenti assoluti delle SOS, quella con l’incremento percentuale più significativo è il Lazio (+35,6%), seguita da Puglia (+20,3%), Calabria (+19,8%) e Campania (+13,8%). Per quanto riferiti a incrementi più modesti in valore assoluto, si rilevano aumenti percentuali degni di nota anche da parte della Sardegna (+23,7%), del Trentino-Alto Adige (+23,5%) e della Basilicata (+13,1%). Prato e Milano si confermano rispettivamente la prima e la seconda provincia di localizzazione delle segnalazioni per 100.000 abitanti (Figura 1.2). Nella fascia alta si collocano le province di Napoli, Roma e Caserta. Infine, si conferma nel 2020 la minore incidenza delle province del Sud della Sardegna e di Nuoro alle quali si aggiunge Viterbo, con flussi segnaletici fra 57 e 75 unità per 100.000 abitanti


Elezioni del Perù 2021

Elezioni del Perù 2021: i risultati

Un focus sulle elezioni del Perù nel 2021: tra primo turno, ballottaggio e la conferma della vittoria per Pedro Castillo

 

I partecipanti alle elezioni del Perù 2021 nel clima di incertezza e debolezza politica

Il Perù è andato alle urne nei giorni scorsi in una situazione di profonda polarizzazione. Le elezioni 2021 dello Stato andino hanno riguardato la scelta del nuovo presidente della repubblica. Il Perù, una repubblica democratica presidenziale unitaria[1], ha però attraversato negli ultimi anni momenti di grande debolezza politica.

Ad aprile 2021, precisamente l’11, si è tenuto il primo turno delle votazioni presidenziali. I candidati che hanno superato il primo turno sono: Pedro Castillo[2], leader del partito di sinistra Partido Politico Nacion Perù Libre (o semplicemente Perù Libre) e Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori e leader di centrodestra di Fuerza Popular. Al terzo posto, un altro esponente della destra, Rafael López Aliaga di Renovación Popular, con l’11,699%, e al quarto l’economista liberale Hernando de Soto di Avanza País con l’11,593%.

Per la sorpresa di molti, Pedro Castillo, ex maestro di scuola elementare, si è ritrovato sfidante di un nome importante della politica, Fujimori. Il ballottaggio tra Pedro Castillo e Keiko Fujimori ha visto pertanto scontrarsi due candidati molto diversi tra loro sia per ciò che rappresentano che per schieramento politico.

 

Il ballottaggio tra Pedro Castillo e Keiko Fujimori

Come di consueto, tra i candidati ci sono stati degli incontri. Un primo incontro improvvisato si è tenuto sabato 1 maggio a Chota, a circa 950 km da Lima, dinanzi a poche centinaia di persone e a molti giornalisti[3]. Ma tra Castillo e Fujimori il vero incontro è stato quello di domenica 30 maggio. L’atteso dibattito, domenica 30 maggio, il Debate Presidencial del Jurado Nacional de Elecciones (JNE), tenuto nell’auditorium dell’Università Nazionale San Agustín, ad Arequipa.  Nel dibattito sono stati toccati i seguenti temi: Perù del Bicentenario[4]; salute e gestione della pandemia; economia e promozione dell’occupazione; istruzione, scienza e innovazione; lotta alla corruzione e all’integrità pubblica; diritti umani, politiche sociali e attenzione alle popolazioni vulnerabili[5].

Castillo e Fujimori si sono affrontati il 6 giugno: gli elettori peruviani hanno scelto Pedro Castillo. Si è trattato di un confronto serrato tanto che fino a poche ore dalla vittoria si calcolava un sottilissimo distacco che è trasparso anche nei risultati finali del ballottaggio.

Castillo tra l’altro si è dichiarato vincitore poco prima del conteggio totale delle schede suscitando subito la risposta di Fujimori che ha chiesto al tribunale elettorale l’annullamento di 200.000 voti. Fujimori, battuta per circa 74.000 voti dal rivale Castillo, ha chiesto alla corte l’annullamento del risultato in 802 seggi elettorali. Tuttavia non si contano episodi anomali né episodi di violenza.

Nei dati finali[6] dell’ONPE (Oficina Nacional de Procesos Electorales) infatti sono stati calcolati:

  • 883.185 voti per Pedro Castillo, con il 50,140%
  • 783.765 voti per Kiko Fujimori, con il 49,860%.

 

Questa è stata l’ultima parola dell’organo più seguito nelle ultime due settimane che ha cristallizzato una vittoria di Castillo.

Da questo evento quindi non possiamo che aspettarci di sperare per un generale miglioramento della situazione economica e sociale del Perù.

Informazioni

[1] Per un approfondimento della forma di governo del Perù si rimanda a quest’altro articolo di DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2021/06/09/la-forma-di-governo-del-peru/

[2] Con una campagna inizialmente sottotono, il candidato ha visto crescere la sua popolarità negli ultimi mesi, spinto dai settori della sinistra peruviana che non hanno voluto accettare la candidata progressista moderata Verónika Mendoza, del blocco Juntos por el Perù.

[3] https://elpais.com/internacional/2021-05-02/un-debate-improvisado-en-el-peru-rural-no-saca-de-dudas-a-los-peruanos.html

[4] Si tratta di una ricorrenza importantissima: duecento anni dall’indipendenza del Perù. Non si tratta di una ricorrenza fine a sé stessa ma è accompagnata da un progetto iniziato nel 2011 dal nome Plan Bicentenario: El Perú hacia el 2021 che è un piano a lungo termine di politiche di sviluppo da portare avanti appunto fino al 2021. Per maggiori informazioni si rimanda a: https://bicentenario.gob.pe/

[5] Non è però affatto chiaro il perché non sia stata trattata la questione di genere e la tutela dei diritti per gli individui della comunità LGBT. Un interessante approfondimento sul tema: https://especiales.elcomercio.pe/?q=especiales/elecciones-2021-propuestas-en-temas-de-genero-de-candidatos-ecpm/index.html

[6] https://www.resultadossep.eleccionesgenerales2021.pe/SEP2021/EleccionesPresidenciales/RePres/T


Forma di governo del Perù

La forma di governo del Perù

L’analisi della forma di governo del Perù: con un Presidente, un Congresso, un Consiglio dei Ministri e un potere giudiziario composito

 

Alcune informazioni e la forma di governo del Perù in tre punti

Iniziamo con alcune informazioni sul Perù. È uno Stato dell’America meridionale resosi indipendente dalla Spagna nel 1821. Si affaccia sull’Oceano Pacifico e non è ben chiaro quale sia l’estensione totale[1] dello Stato per via di una contesa territoriale in corso da anni con il Cile[2]. La capitale è Lima e conta una popolazione totale di circa 32 milioni. Si ritiene che la popolazione cresca nel 2021 e che raggiunga i 33[3].

Per passare alla forma di governo[4] del Perù, possiamo brevemente introdurla secondo questa struttura:

  • è basata sulla Costituzione del 1993,
  • è una repubblica democratica e unitaria,
  • è di tipo presidenziale.

 

Partiamo dalla base normativa: la Costituzione

La Costituzione dello stato peruviano più recente[5] è quella del 1993[6]. Con questa si configura una specifica forma di governo del Perù[7]: è una repubblica democratica rappresentativa presidenziale unitaria[8] con un sistema multipartitico[9]. Il paese ha mantenuto un sistema democratico liberale che ha sostituito una costituzione che ha appoggiato il governo a una federazione per autorizzare più potere al presidente. Per “repubblica unitaria” si intende un sistema in cui il governo centrale detiene il maggior potere e può creare divisioni amministrative.

Le disposizioni riguardanti il funzionamento dello Stato sono quelle contenute nella parte più corposa della Costituzione, il Titolo IV – Della Struttura dello Stato (art. 90 – 199).

 

Il Congresso: composizione e poteri

Passiamo quindi al Congreso de la República. Il Congresso è l’organo unicamerale come espressamente stabilito dall’articolo 90[10].

La composizione del Congresso è stabilita dal Capitolo I del Titolo IV della Costituzione del Perù. Il Congresso è composto da rappresentanti che siedono nei distretti congressuali assegnati a ciascuna regione, nonché da due distretti speciali, provincia di Lima[11] e cittadini peruviani che vivono all’estero. Il numero dei rappresentanti votanti è fissato a 130[12] dalla Costituzione.

Il Congresso è incaricato della responsabilità di approvare leggi[13] e risoluzioni legislative, nonché di interpretare, modificare o abrogare le leggi esistenti. Il Congresso ratifica anche i trattati internazionali, approva il bilancio nazionale e autorizza prestiti per conto del paese. Può anche sostituire le osservazioni presidenziali sui progetti di legge con un voto di oltre la metà del numero legale dei membri del Congresso. Può rimuovere funzionari governativi compreso il presidente, acconsentire all’ingresso di truppe straniere nel territorio nazionale e autorizzare il presidente a lasciare il paese. Il Congresso si riunisce al Palazzo Legislativo a Lima, nel centro storico.

Il Congresso è presieduto dal Presidente del Congresso, eletto dai membri dello stesso (ed è quindi tradizionalmente il leader del partito di maggioranza). Il presidente e tre vicepresidenti sono scelti dalla coalizione di governo.

L’attuale Congresso del Perù, che ha prestato giuramento dopo le elezioni del 2020, è stato eletto dopo lo scioglimento del precedente Congresso dal presidente Martín Vizcarra[14], innescando la crisi costituzionale peruviana del 2019-2020. Vizcarra ha emesso un decreto che ha fissato le elezioni anticipate per il 26 gennaio 2020. I rappresentanti serviranno per il resto del mandato legislativo originale, che scadrà nel luglio 2021.

 

Il Presidente della Repubblica

Nel clima appunto di instabilità politica si sono succeduti ben 3 presidenti in 4 anni. Si tratta di Martín Vizcarra, citato poco fa, Manuel Merino, solamente per 5 giorni, e Francisco Sagasti, presidente dal 17 novembre 2020. Una situazione però che risulta del tutto regolare dal punto di vista costituzionale: nella forma di governo del Perù sono costituzionalmente previste disposizioni infatti riguardanti l’assenza del Presidente, la sospensione del diritto alla Presidenza e i casi di impedimento temporale o permanente.

Come stabilito dall’articolo 110, il presidente è il capo di Stato ed è votato per suffragio diretto. La durata del mandato è di 5 anni ma non immediatamente ripetibile. Passiamo quindi ai suoi poteri.

 

Quali sono i poteri del Presidente nell’attuale forma di governo del Perù?

I poteri del Presidente sono espressamente indicati dall’articolo 118. Spetta infatti al Presidente:

  • rispettare e far rispettare la Costituzione, i trattati, le leggi e le altre disposizioni legali
  • rappresentare lo Stato, dentro e fuori la Repubblica
  • dirigere la politica generale del governo
  • vigilare sull’ordine interno e sulla sicurezza esterna della Repubblica
  • convocare le elezioni del Presidente della Repubblica e dei rappresentanti al Congresso, nonché dei sindaci e degli assessori e degli altri funzionari stabiliti dalla legge
  • convocare il Congresso in legislatura straordinaria; e sottoscrivere, in tal caso, il decreto di convocazione
  • indirizzare messaggi al Congresso in qualsiasi momento e obbligatoriamente, personalmente e per iscritto, quando si insedia la prima legislatura ordinaria annuale. I messaggi annuali contengono una dettagliata esposizione della situazione della Repubblica e dei miglioramenti e delle riforme che il Presidente ritiene necessarie e convenienti per l’esame del Congresso. I messaggi del Presidente della Repubblica, ad eccezione del primo, sono approvati dal Consiglio dei ministri
  • esercitare il potere di regolare le leggi senza trasgredirle o snaturarle; e, entro tali limiti, emanare decreti e delibere
  • rispettare ed eseguire le sentenze e le risoluzioni degli organi giurisdizionali
  • rispettare e far rispettare le risoluzioni della giuria elettorale nazionale
  • dirigere la politica estera e le relazioni internazionali; e stipulare e ratificare trattati
  • nominare ambasciatori e ministri plenipotenziari, con l’approvazione del Consiglio dei ministri, incaricati di riferire al Congresso
  • ricevere agenti diplomatici stranieri e autorizzare i consoli ad esercitare le loro funzioni
  • presiedere al Sistema di Difesa Nazionale; e organizzare, distribuire e organizzare l’impiego delle Forze Armate e della Polizia Nazionale
  • adottare le misure necessarie per la difesa della Repubblica, dell’integrità del territorio e della sovranità dello Stato
  • dichiarare guerra e firmare la pace, con l’autorizzazione del Congresso
  • gestire le finanze pubbliche
  • negoziare prestiti
  • dettare misure straordinarie, mediante decreti urgenti con forza di legge, in materia economico-finanziaria, quando l’interesse nazionale lo richieda e con facoltà di riferire al Congresso. Il Congresso può modificare o abrogare i suddetti decreti urgenti
  • regolamentare le aliquote tariffarie
  • concedere la grazia e commutare le pene. Esercitare il diritto di grazia a favore degli imputati nei casi in cui la fase istruttoria abbia superato il doppio del suo termine più la sua proroga
  • conferire decorazioni per conto della Nazione, previo accordo del Consiglio dei ministri
  • autorizzare i peruviani a prestare servizio in un esercito straniero; e
  • esercitare le altre funzioni di governo e di amministrazione affidategli dalla Costituzione e dalle leggi.

 

Il Consiglio dei Ministri

Accanto al Presidente bisogna citare anche il Consiglio dei Ministri, un organo importante nella forma di governo del Perù. I ministri, che devono essere necessariamente peruviani, dotati del diritto di voto e aver compiuto 25 anni, formano il Consiglio dei Ministri. Se è vero che il Consiglio dei Ministri ha il suo Presidente spetta però al Presidente della Repubblica presiedere il Consiglio dei Ministri[15] quando è convocato o quando partecipa alle sue sessioni. Il Consiglio dei Ministri è organo immancabile per la gestione del governo nazionale.

Spetta al Consiglio dei Ministri:

  • approvare i disegni di legge che il Presidente della Repubblica sottopone al Congresso
  • approvare i decreti legislativi e i decreti urgenti del Presidente della Repubblica, nonché i disegni di legge, i decreti e le deliberazioni che la legge prevede
  • deliberare su questioni di interesse pubblico e su altre che gli sono concessi dalla Costituzione e dalla legge.

 

Titolo IV – Capitolo VI: le relazioni con il potere legislativo e la questione di fiducia

Questa parte riguarda il cuore del rapporto tra il Congresso ed il Consiglio dei Ministri. Entro trenta giorni dall’insediamento, il Presidente del Consiglio dei Ministri si presenta al Congresso[16], insieme agli altri ministri, per presentare e discutere la politica generale del governo. Solleva così la questione di fiducia. Il Congresso dà attuazione alla responsabilità politica del Consiglio di Ministri, o ministri separatamente, attraverso un voto di sfiducia o il rigetto della questione di fiducia. Quest’ultimo è sollevato solo per iniziativa ministeriale.

Che numeri sono richiesti di preciso? Ogni mozione di sfiducia contro il Consiglio dei Ministri, o contro uno qualsiasi dei ministri, deve essere presentata da non meno del venticinque per cento del numero legale dei membri del Congresso. Viene discusso e votato tra il quarto e il decimo giorno di calendario successivo alla sua presentazione. L’approvazione richiede il voto di più della metà del numero legale dei membri del Congresso.

Il Consiglio dei ministri o il ministro sfiduciato devono dimettersi[17]. Il Presidente della Repubblica accetta le dimissioni entro le successive settantadue ore.

È possibile anche che avvenga la crisi di governo. Il Presidente del Consiglio dei Ministri può sollevare una questione di fiducia davanti al Congresso a nome del Consiglio dei Ministri. Se gli viene negata la fiducia, o se viene censurato, o se si dimette o viene rimosso dal Presidente della Repubblica, si verifica la crisi totale del gabinetto.

Il Presidente della Repubblica ha facoltà di sciogliere il Congresso[18] se ha censurato o negato la fiducia a due Consigli dei Ministri cioè a due formazioni ministeriali. Il decreto di scioglimento contiene l’indizione delle elezioni per un nuovo Congresso: si ritorna così alle urne. Tali elezioni si svolgono entro quattro mesi dalla data di scioglimento, senza che venga modificato il sistema elettorale preesistente.

 

Potere giudiziario e amministrazione della giustizia

Per chiudere quindi l’analisi della forma di governo del Perù passiamo agli organi fondamentali del potere giudiziario. Questi sono:

  • il Consiglio Nazionale della Magistratura (Consejo Nacional de la Magistratura) che, come dispone l’articolo 150, ha il compito di selezionare e nominare giudici e pubblici ministeri, salvo quando provengano da elezioni popolari. È indipendente e retto dalla sua legge organica.
  • Il Pubblico Ministero (Ministerio Público), organo autonomo. Lo presiede il Procuratore della Nazione (Fiscal de la Nación). Viene eletto dal Collegio dei Procuratori Supremi. La carica di Procuratore della Nazione dura tre anni, ed è rinnovabile, per rielezione, solo per altri due. I membri del Pubblico Ministero hanno gli stessi diritti e prerogative e sono soggetti agli stessi obblighi del Potere Giudiziario nella rispettiva categoria. Sono affetti dalle stesse incompatibilità. La loro nomina è soggetta a requisiti e procedure identiche a quelle dei membri della Magistratura nella rispettiva categoria.
  • L’ufficio del Difensore Civico (Defensoría del Pueblo), anch’esso autonomo. Gli enti pubblici sono tenuti a collaborare con l’Ufficio del Difensore Civico quando lo richieda. La sua struttura, a livello nazionale, è stabilita dalla legge organica. L’Ombudsman è eletto e rimosso dal Congresso con un voto di due terzi del suo numero legale. Gode ​​della stessa immunità e delle stesse prerogative dei deputati. Per essere eletto Difensore civico è necessario aver compiuto i trentacinque anni di età ed essere un avvocato. L’incarico dura cinque anni e non è soggetto a mandato obbligatorio.
  • Il Tribunale Costituzionale (Tribunal Constitucional), che è l’organo di controllo della Costituzione. È autonomo e indipendente. È composto da sette membri eletti per cinque anni. Il controllo costituzionale riguarda sia le norme che i potenziali conflitti di competenza tra organi[19]. Se il Tribunale dichiara incostituzionale una norma, essa perde efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza, vale a dire che, da quel momento, cessa di esistere nell’ordinamento.

Informazioni

[1] È all’incirca di 1.285.000 chilometri quadrati.

[2] In più, per approfondire la questione della delimitazione territoriale di uno Stato rimando a quest’altro articolo pubblicato su DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/26/la-delimitazione-territoriale-degli-stati/

[3] Dati INEI: http://m.inei.gob.pe/prensa/noticias/en-el-2021-ano-del-bicentenario-de-la-independencia-el-peru-contara-con-una-poblacion-de-33-millones-35-mil-304-habitantes-11624/ e https://www.inei.gob.pe/media/MenuRecursivo/publicaciones_digitales/Est/Lib1743/Libro.pdf

[4] Francesco Pacilè ha scritto per DirittoConsenso un articolo specifico sulle varie forme di governo parlamentare. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/10/le-varie-forme-di-governo-parlamentare/

[5] Il Perù ha avuto dodici costituzioni, dalla sua nascita come Repubblica (1823, 1826, 1828, 1834, 1839, 1856, 1860, 1867, 1920, 1933, 1979, 1993)

[6] Il 31 agosto 1993 il Congresso Costituente Democratico (Congreso Constituyente Democrático) ha sottoposto al voto popolare l’approvazione della nuova carta. Il 31 ottobre dello stesso anno si tenne il referendum per l’approvazione della Costituzione politica, poi promulgata il 29 dicembre 1993 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1994

[7] Il sistema di governo peruviano combina elementi derivati dai sistemi politici degli Stati Uniti (una costituzione scritta, una Corte suprema autonoma, un sistema presidenziale) e della Repubblica popolare cinese (un congresso unicamerale, un premier e un sistema ministeriale, e un forte esecutivo). La storia del Perù tra l’altro è legata proprio a questi due Stati da cui ha tratto alcuni principi di funzionamento politico-istituzionale

[8] Come testualmente previsto dall’articolo 43 della Costituzione: “La República del Perú es democrática, social, independiente y soberana. El Estado es uno e indivisible. Su gobierno es unitario, representativo y descentralizado y se organiza según el principio de la separación de poderes

[9] I partiti oggi presenti sono: Acción Popular, Alianza para el Progreso, Avanza País, Democracia Directa, Frente Amplio, Fuerza Popular, Juntos por el Perú, Somos Perú, Partido Morado, Partido Nacionalista, Perú Libre, PPC, Perú Patria Segura, Podemos Perú, RUNA, Renovación Popular, Unión por el Perú, Victoria Nacional

[10] Testualmente, “El Poder Legislativo reside en el Congreso de la República, el cual consta de cámara única.

El número de congresistas es de ciento treinta. El Congreso de la República se elige por un período de cinco años mediante un proceso electoral organizado conforme a ley. Los candidatos a la Presidencia de la República no pueden integrar la lista de candidatos a congresistas. Los candidatos a vicepresidentes pueden ser simultáneamente candidatos a una representación en el Congreso. Para ser elegido congresista, se requiere ser peruano de nacimiento, haber cumplido veinticinco años y gozar de derecho de sufragio.

[11] In seguito al censimento del 2017, la delegazione più numerosa è quella della provincia di Lima, con 36 rappresentanti

[12] Che però nella Costituzione originaria del 1993 ne prevedeva 120

[13] Si rimanda per queste alle disposizioni 105-109

[14] Per un rimando all’evento: https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/In-Peru-il-Parlamento-destituisce-il-presidente-Vizcarra-dopo-le-accuse-di-corruzione-a33218f3-5748-421f-bbac-6cb4e9892e84.html

[15] Il Presidente si interfaccia anche in altro senso: Il Presidente della Repubblica nomina e revoca il Presidente del Consiglio. Nomina e revoca gli altri ministri, su proposta e d’intesa, rispettivamente, del Presidente del Consiglio come previsto dall’articolo 122

[16] Se il Congresso non è in sessione, il Presidente della Repubblica convoca una legislatura straordinaria

[17] La mancata approvazione di un’iniziativa ministeriale non obbliga il ministro a dimettersi, a meno che non abbia posto una questione di fiducia nell’approvazione

[18] Anche se, bisogna precisare, Il Congresso non può essere sciolto nell’ultimo anno del suo mandato. Sciolto il Congresso, resta in carica la Commissione Permanente, che non può essere sciolta.

[19] Più precisamente per i seguenti conflitti di competenza: i) tra il Potere Esecutivo e uno o più Governi Regionali o Comunali; ii) tra due o più Regioni, Comuni, o tra di essi; e, iii) tra gli stessi Poteri dello Stato o uno qualsiasi degli altri organi costituzionali, o tra di essi.


Codificazione nel diritto internazionale

La codificazione nel diritto internazionale

Quanto è importante la codificazione nel diritto internazionale? E quali sono gli effetti di questa attività?

 

Introduzione alle fonti e alla codificazione nel diritto internazionale

Per addentrarci nell’argomento della codificazione nel diritto internazionale, è necessario prima indicare le fonti di questo ramo del diritto, cioè su cosa si basa il funzionamento del moderno diritto internazionale.

Si può intanto dire brevemente che le fonti sono quelle che la stessa Corte Internazionale di Giustizia[1] applica per dare una soluzione alle “divergenze che le sono sottoposte”[2]. Senza approfondire la questione delle fonti in senso formale e delle fonti in senso materiale, basterà qui dire, per semplicità della trattazione, che le fonti del diritto internazionale sono[3]:

  • la consuetudine, che è possibile definire come la ripetizione di una serie di comportamenti da parte di tutti i soggetti internazionali che siano convinti che tale serie di comportamenti siano conformi al diritto. Con la consuetudine è possibile creare norme flessibili oppure norme cogenti[4]
  • l’accordo, termine che può essere anche sostituito con trattato o convenzione, che è individuato precisamente nell’articolo 2 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati[5].

 

È dibattuto quindi non tanto la questione della sfera dei destinatari delle norme di diritto internazionale, ma molto di più quella della gerarchia delle fonti. In sostanza: è da dare maggiore importanza solo ad una consuetudine? Oppure anche un trattato è fonte primaria? La questione in realtà è tutt’altro che di poca rilevanza, ma rimando ad una trattazione più specifica alla sterminata dottrina sul punto[6].

 

La codificazione: cos’è esattamente?

Quello che rileva in questo articolo è l’importanza della codificazione nel diritto internazionale. In base all’articolo 13, paragrafo 1, lettera (a) della Carta delle Nazioni Unite, l’Assemblea Generale è incaricata di incoraggiare il progressivo sviluppo del diritto internazionale e la sua codificazione. Non è un caso che le Nazioni Unite abbiano dato grande impulso alla codificazione: dal 1945 ad oggi i trattati sono aumentati enormemente di numero e per disciplinare settori molto ampi.

Se però il progressivo sviluppo del diritto internazionale comprende la redazione di norme giuridiche in settori che non sono stati ancora regolamentati dal diritto internazionale o sufficientemente affrontati nella pratica statale, dall’altra parte la codificazione del diritto internazionale si riferisce alla più precisa formulazione e sistematizzazione delle norme del diritto internazionale su argomenti che sono già stati ampiamente trattati dalla prassi, dai precedenti e dalla dottrina dello Stato. Questa è una distinzione da tenere sempre a mente.

La codificazione nel diritto internazionale è fondamentale[7]: si tratta di un’operazione che consiste nell’esporre in forma scritta e in maniera uniforme e sistematica le norme consuetudinarie vigenti in un determinato settore del diritto internazionale. Per sua natura infatti è facile capire una cosa basilare: la consuetudine è fonte di norme non scritte e da qui deriva che l’accertamento da parte di un giudice[8] non è sempre facile. Avviene il contrario invece per un trattato, la cui interpretazione lascia molto meno spazio.

 

I tipi di codificazione

Possiamo fare un passo in avanti per comprendere cosa sia la codificazione nel diritto internazionale. L’esposizione in forma scritta di norme di diritto internazionale si accompagna allo sviluppo progressivo del diritto internazionale generale. Così la codificazione aiuta a:

  • colmare eventuali lacune del diritto internazionale
  • eliminare le contraddizioni della prassi in un settore in cui il contenuto sia incerto o confuso[9]

 

Generalmente si distinguono due tipi di codificazione:

  • Quella scientifica o dottrinale. Questa indica l’esposizione delle norme generali vigenti in un determinato settore del diritto internazionale in un testo non giuridicamente vincolante predisposto da studiosi del diritto internazionale. Nella codificazione scientifica/dottrinale rientrano le opere della dottrina, cioè i testi che accertano l’esistenza ed il contenuto del diritto internazionale così come anche associazioni di studiosi della materia come ad esempio l’”Institut de droit international[10] e l’”International Law Association[11];
  • Quella normativa. Questa invece indica l’esposizione delle norme generali vigenti in un determinato settore che viene effettuata in un testo giuridicamente vincolante, in quanto prodotto da una fonte di diritto in senso formale. In altre parole, sono gli accordi stessi (trattati, convenzioni, etc.) perché cristallizzano in forma scritta delle norme.

 

Gli effetti della codificazione

Dalla codificazione scientifica/dottrinale, in particolare dai lavori svolti dall’International Law Commission, possono essere elaborati dei progetti che sono successivamente trasformati in accordi di codificazione. La vera e propria codificazione normativa si traduce nell’adozione di un accordo di codificazione che, in quanto tale, crea norme giuridicamente vincolanti per gli Stati parti. Questi ultimi sono vincolati a dare esecuzione al trattato, sia che esso contenga norme di vera e proprie codificazione del diritto consuetudinario vigente, sia che esso contenga invece (anche) norme di sviluppo progressivo del diritto internazionale.

Un accordo di codificazione può avere (proprio perché si propone di codificare e di sviluppare il diritto internazionale consuetudinario) un’importanza non secondaria sotto due aspetti:

  • Sia allo scopo di accertare il contenuto di una norma vigente nel diritto internazionale generale,
  • Sia allo scopo di influenzare l’evoluzione del diritto internazionale vigente.

 

Per questi motivi, si possono distinguere tre possibili effetti di un accordo di comunicazione sul diritto consuetudinario generale.

  1. L’effetto dichiarativo: questo si produce quando l’accordo si limita a dare forma scritta a norme già vigenti nel diritto internazionale consuetudinario, a fare, cioè opera di codificazione in senso stretto.
  2. L’effetto di cristallizzazione: questo si produce quando l’accordo dà forma scritta a norme che sono in corso di formazione del diritto internazionale consuetudinario, costituendo, in un certo senso, il coronamento del processo consuetudinario: la stipulazione dell’accordo evidenzia la generalizzazione della prassi, e/o la realizzazione nell’insieme della società internazionale di una corrispondente opinio juris.
  3. L’effetto creativo: questo può prodursi quando l’accordo innova rispetto al diritto consuetudinario vigente, facendo opera di sviluppo progressivo del diritto internazionale generale anziché di codificazione in senso stretto. Qui un elemento fondamentale ai fini dell’innovazione è il numero degli Stati parti di un accordo.

 

È chiaro quindi che è necessario molto tempo perché il diritto internazionale possa assumere il tratto della completezza. E non è detto che questo avvenga nonostante i lavori di gruppi di eccellenti studiosi.

Informazioni

https://www.oxfordbibliographies.com/view/document/obo-9780199796953/obo-9780199796953-0079.xml

Nys, Ernest. “The Codification of International Law.” The American Journal of International Law 5, no. 4 (1911): 871-900. Accessed April 19, 2021. doi:10.2307/2186528.

Norman, George, and Joel P. Trachtman. “The Customary International Law Game.” The American Journal of International Law 99, no. 3 (2005): 541-80. Accessed April 19, 2021. doi:10.2307/1602291.

https://www.dirittoconsenso.it/2020/10/24/75-anni-di-nazioni-unite/

Andrea Gioia, Manuale breve Diritto internazionale, Percorsi, Giuffrè Editore, 2010

Draft Conclusions on Identification of customary international law, with commentaries, 2018. Link: https://legal.un.org/ilc/texts/instruments/english/commentaries/1_13_2018.pdf

Shabtai Rosenne, Some Diplomatic Problems of Codification of the Law of Treaties, 41 Wash.L. Rev.261 (1966). Available at: https://digitalcommons.law.uw.edu/wlr/vol41/iss2/3

[1] La Corte che ho appena citato si trova spesso nella manualistica e gli articoli in lingua inglese con la sigla ICJ (International Court of Justice)

[2] La Corte Internazionale di Giustizia è un fondamentale organo giudiziario nel diritto internazionale attivo sin dal 1945 per la soluzione di controversie tra Stati, figlia, per chi non lo sapesse, della Corte Permanente di Giustizia Internazionale operante dal 1921 al 1946

[3] Rinvio precisamente all’articolo 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia

[4] Anche la questione delle norme cogenti e del diritto internazionale cogente è affascinante. L’articolo 53 della Convenzione sul diritto dei trattati, tra le cause di invalidità dei trattati, prevede il conflitto con una “norma imperativa del diritto internazionale generale (ius cogens)”. Inoltre, la sopravvenienza di una nuova norma imperativa del diritto internazionale generale è inoltre prevista dall’articolo 64 della Convenzione sul diritto dei trattati tra le cause di estinzione dei trattati. Ciò significa che esistono norme materiali di diritto internazionale generale che devono considerarsi gerarchicamente superiori alle norme poste mediante accordo non solo (o non tanto) da un punto di vista formale, ma anche (o soltanto) dal punto di vista della loro forza obbligatoria. Sulla questione più approfondita dello ius cogens rimando ad un articolo di Nicolò Brugnera pubblicato su DirittoConsenso sui cambiamenti delle fonti nel diritto internazionale: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/28/le-fonti-del-diritto-internazionale-e-i-cambiamenti-della-comunita-internazionale/

[5] Si definisce trattato: “un accordo internazionale concluso tra Stati in forma scritta e disciplinato dal diritto internazionale, incorporato in un unico strumento o in due o più strumenti correlati e qualunque sia la sua particolare designazione

[6] Rimando ad esempio a: Nys, Ernest. “The Codification of International Law.” The American Journal of International Law 5, no. 4 (1911): 871-900. Accessed April 19, 2021. doi:10.2307/2186528. E ancora: Shabtai Rosenne, Some Diplomatic Problems of Codification of the Law of Treaties, 41 Wash.L. Rev.261 (1966). Available at: https://digitalcommons.law.uw.edu/wlr/vol41/iss2/3 , una fonte particolarmente interessante su cui approfondire perchè se ne discuteva mentre si sviluppava il progetto della Convenzione sul diritto dei trattati. E ancora per una lettura più moderna della questione: https://academic.oup.com/ejil/article/21/1/173/363352

[7] Detto diversamente: “The process of codification tends to change the law, because transforming unwritten rules into written rules requires precision, systematization, and definition of the relevant terms and rules. These changes can be minor or substantial.” Maggiori informazioni consultabili qui: https://www.oxfordbibliographies.com/view/document/obo-9780199796953/obo-9780199796953-0079.xml

[8] Nel diritto internazionale più spesso deve farsi riferimento a corti o tribunali internazionali che ad un singolo individuo

[9] Un problema che rimane ancora comune. In “Draft Conclusions on Identification of customary international law, with commentaries” si legge: “Some important fields of international law are still governed essentially by customary international law, with few if any applicable treaties. Even where there is a treaty in force, the rules of customary international law continue to govern questions not regulated by the treaty and continue to apply in relations with and among non-parties to the treaty. In addition, treaties may refer to rules of customary international law; and such rules may be taken into account in treaty interpretation in accordance with article 31, paragraph 3 (c), of the Vienna Convention on the Law of Treaties

[10] Noto anche con l’acronimo IDL, l’Istituto di Diritto Internazionale (IDI) è stato fondato l’8 settembre 1873 presso il municipio di Gand in Belgio da undici avvocati di fama internazionale. Scopo dell’istituto è promuovere il progresso del diritto internazionale

[11] Nota anche con l’acronimo ILC, la Commissione di Diritto Internazionale (CDI) è stata istituita dall’Assemblea Generale, nel 1947, per assumere il mandato dell’Assemblea, ai sensi dell’articolo 13 (1) (a) della Carta delle Nazioni Unite, di “avviare studi e formulare raccomandazioni allo scopo di … incoraggiare il progressivo sviluppo del diritto internazionale e la sua codificazione“. La CDI è un organo collegiale composto da individui indipendenti, eletti dall’Assemblea Generale sulla base di liste presentate dagli Stati membri. La prossima sessione di lavoro che sarà tenuta dalla CDI sarà la settantaduesima della sua storia


Cooperazione rafforzata dell'UE

La cooperazione rafforzata dell'UE

L’interessante strumento della cooperazione rafforzata dell’UE, tra procedura di instaurazione e significato

 

Cos’è la cooperazione rafforzata dell’Unione Europea?

La cooperazione rafforzata dell’UE è un particolare punto di incontro che unisce alcuni Stati Membri dell’Unione Europea su una determinata materia. Questa è il concetto semplice, ma che merita un approfondimento sul funzionamento e sul significato.

Partiamo da una solida base di diritto. Rimangono fermi i principi di diritto dell’Unione Europea come: il primato del diritto dell’Unione, il suo diretto effetto e l’uniformità di interpretazione nel caso di uno specifico scopo geografico, il rispetto dei diritti fondamentali e il principio della non-discriminazione, insieme alla fondatezza del mutuo rispetto e lealtà dell’Unione e degli Stati membri.

La cooperazione rafforzata è ben allineata in particolare ad un principio del diritto dell’Unione: il principio di flessibilità. Questo è cristallizzato nella clausola di flessibilità[1]. Tale clausola è prevista dall’art. 352[2] del TFUE, una disposizione che consente all’UE di adottare atti necessari a raggiungere gli obiettivi fissati dai trattati, salvo che i trattati non abbiano previsto poteri di azione a tal fine[3].

A ben vedere si potrebbe dire che la cooperazione rafforzata possa mostrare all’interno del diritto dell’Unione Europea due facce del processo di integrazione: da una parte inquadra chi è interessato a fare un passo in più per l’uniformità delle regole, dall’altra mostra un’asimmetria incomprensibile per chi invece ritiene fondamentale che l’ordine sovranazionale sia comune a tutti.

Ma senza entrare nel dibattito di questo specifico settore, passiamo all’analisi della cooperazione rafforzata dell’UE e successivamente dell’iter.

 

L’art. 20 del TUE

L’articolo 20 del Trattato sull’Unione Europea stabilisce che:

1. Gli Stati membri che intendono instaurare tra loro una cooperazione rafforzata nel quadro delle competenze non esclusive dell’Unione possono far ricorso alle sue istituzioni ed esercitare tali competenze applicando le pertinenti disposizioni dei trattati, nei limiti e con le modalità previsti nel presente articolo e negli articoli da 326 a 334 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Le cooperazioni rafforzate sono intese a promuovere la realizzazione degli obiettivi dell’Unione, a proteggere i suoi interessi e a rafforzare il suo processo di integrazione. Sono aperte in qualsiasi momento a tutti gli Stati membri ai sensi dell’articolo 328 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

2. La decisione che autorizza una cooperazione rafforzata è adottata dal Consiglio in ultima istanza, qualora esso stabilisca che gli obiettivi ricercati da detta cooperazione non possono essere conseguiti entro un termine ragionevole dall’Unione nel suo insieme, e a condizione che vi partecipino almeno nove Stati membri. Il Consiglio delibera secondo la procedura di cui all’articolo 329 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

3. Tutti i membri del Consiglio possono partecipare alle sue deliberazioni, ma solo i membri del Consiglio che rappresentano gli Stati membri partecipanti ad una cooperazione rafforzata prendono parte al voto. Le modalità di voto sono previste all’articolo 330 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

4. Gli atti adottati nel quadro di una cooperazione rafforzata vincolano solo gli Stati membri partecipanti. Non sono considerati un acquis che deve essere accettato dagli Stati candidati all’adesione all’Unione.

 

Le condizioni per formare una cooperazione rafforzata dell’UE

In breve, le condizioni generali per instaurare una cooperazione rafforzata, stabilite dall’art. 20 del TUE e dagli artt. 326-334 del TFUE, sono le seguenti:

  • deve essere diretta a rafforzare il processo di integrazione e promuovere la realizzazione degli obiettivi dell’UE
  • deve rispettare i Trattati[4] e il diritto dell’Unione[5]
  • deve rimanere nei limiti delle competenze dell’Unione e non riguardare settori di sua competenza esclusiva[6]
  • non deve arrecare pregiudizio né al mercato interno né alla coesione economica, sociale e territoriale, né costituire un ostacolo per gli scambi tra gli Stati membri o procurare distorsioni alla concorrenza
  • devono parteciparvi almeno 9 Stati Membri
  • deve rispettare le competenze, i diritti e gli obblighi degli Stati Membri che non vi partecipano, i quali a loro volta non devono ostacolarne l’attuazione
  • deve essere aperta fin dall’inizio a tutti gli Stati Membri, i quali possono parteciparvi in qualsiasi momento, previa verifica da parte della Commissione (o del Consiglio, a seconda della materia interessata) che le condizioni di partecipazione siano soddisfatte.

 

L’iter generico, come previsto dall’art. 329 del TFUE

La richiesta di instaurare una cooperazione rafforzata dell’UE è trasmessa, come già detto, da almeno 9 Stati Membri in uno dei settori di cui ai trattati (eccetto i settori di competenza esclusiva e la Politica Estera e di Sicurezza Comune) alla Commissione Europea. Questa può presentare al Consiglio una proposta in merito. L’autorizzazione è concessa con decisione del Consiglio che:

  • delibera a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento Europeo;
  • delibera all’unanimità se la disposizione dei Trattati che può essere applicata nel quadro di una cooperazione rafforzata prevede che il Consiglio in quella materia deliberi all’unanimità[7].

 

La decisione di autorizzazione di instaurare una cooperazione rafforzata “è adottata dal Consiglio in ultima istanza, qualora esso stabilisca che gli obiettivi ricercati da detta cooperazione non possono essere conseguiti entro un termine ragionevole dall’Unione nel suo insieme”.

Per l’adozione degli atti e delle decisioni necessarie per l’attuazione di una cooperazione rafforzata, si applicano le pertinenti disposizioni istituzionali dei Trattati con le seguenti precisazioni:

  • in seno al Consiglio, solo i rappresentanti degli Stati partecipanti a tale cooperazione prendono parte al voto nelle materie oggetto della cooperazione, anche se tutti gli altri Stati membri del Consiglio possono partecipare alle sue deliberazioni;
  • l’unanimità è costituita unicamente dal voto degli Stati Membri interessati;
  • gli atti e le decisioni adottati per l’attuazione della cooperazione rafforzata vincolano solo gli Stati Membri partecipanti.

 

Alcuni casi di cooperazione rafforzata

Dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, sono state instaurate poche cooperazioni rafforzate. Si possono citare:

  • Quella in materia di legge applicabile al divorzio e alla separazione legale, autorizzata dal Consiglio con decisione n. 2010/405/UE del 12 luglio 2010[8]
  • Quella in materia di brevetto europeo, autorizzata dal Consiglio con decisione n. 2011/167/UE del 10 marzo 2011[9]
  • Quella in materia di regimi di proprietà per le coppie internazionali, autorizzata dal Consiglio con decisione n. 2016/954/UE del 9 giugno 2016[10].

 

Infine, un’interessante forma di cooperazione rafforzata di cui si è discusso negli ultimi 10 anni è quella in materia di imposta sulle transazioni finanziarie[11] ma che per il momento sembra sia in fase di stallo.

 

Una forma particolare di cooperazione rafforzata: quella in materia di cooperazione giudiziaria penale

In tema di cooperazione rafforzata è bene fare una precisazione: in materia di cooperazione giudiziaria penale è possibile instaurare una cooperazione di forma particolare. Quando Consiglio e Parlamento Europeo ritengono necessario emanare direttive che stabiliscono norme minime relative alla definizione dei reati[12] e delle sanzioni per garantire l’attuazione efficace di una politica dell’Unione in un settore che è stato oggetto di misure di armonizzazione, in caso di disaccordo in seno al Consiglio europeo, almeno 9 Stati Membri possono instaurare una cooperazione rafforzata sulla base del progetto di direttiva in questione, dandone informazione al Consiglio, al Parlamento europeo e alla Commissione. In tal caso si applica la c.d. clausola di accelerazione, cioè un’autorizzazione concessa automaticamente.

Sempre in materia di cooperazione nel settore penale, due altre clausole di accelerazione sono state introdotte dal Trattato di Lisbona:

  • Per l’istituzione di una procura europea[13] (art. 86, par. 1, comma 3 TFUE) e
  • Per la cooperazione di polizia (art. 87, par. 3 TFUE).

 

La situazione attuale

Il ricorso alla cooperazione rafforzata UE è in diminuzione rispetto al passato: il sistema in questione infatti era più ricorrente tra gli anni 70 e 80 su alcune aree precedentemente all’adozione dell’Atto Unico Europeo[14] del 1987. Poi, pur avendo il Trattato di Nizza del 2000 semplificato la procedura di attuazione della cooperazione rafforzata per la prospettiva dell’allargamento dell’UE, in realtà non si è assistito ad un incremento di questo meccanismo.

Bisogna dire comunque che, con l’eccezione della cooperazione rafforzata sulla tassazione delle transazioni finanziarie, è difficile immaginare un uso diffuso di questo meccanismo per il rischio di un concreto affermarsi di un’Europa a tante velocità discontinue. Per comprendere questo rischio basta riprendere pochi criteri: la cooperazione rafforzata è una procedura in cui un minimo di 9 Stati dell’UE può stabilire un’integrazione o una cooperazione avanzata in un’area all’interno delle strutture dell’UE, ma senza che gli altri Stati dell’UE siano coinvolti. Questo, per alcuni Stati, basta e avanza.

Informazioni

[1] Vedi l’art. 352 del TFUE

[2] Più di preciso poi, l’articolo 352 del TFUE può servire come base giuridica unicamente quando sono soddisfatte le seguenti condizioni: l’azione prevista è «necessaria per raggiungere, nell’ambito delle politiche definite dai trattati (ad eccezione della politica estera e di sicurezza comune), uno degli scopi dell’Unione»; non esiste alcuna disposizione del trattato che preveda un’azione per il raggiungimento di tale «scopo»; l’azione prevista non deve condurre all’estensione delle competenze dell’UE al di là di quanto previsto dai trattati.

[3] In breve si ricordi che la clausola di flessibilità presenta altri limiti che sono: le misure adottate sulla base della clausola ex art. 352 TFUE non possono comportare un’armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri nei casi in cui i Trattati lo escludano; la clausola non può essere usata per l’adozione di disposizioni che conducano sostanzialmente a una modifica del Trattato sfuggendo così alla procedura prevista; l’applicazione della teoria dei c.d. poteri impliciti, cioè quella teoria che riconosce poteri non espressamente conferiti dai Trattati all’Unione Europea ma che risultino indispensabili per un esercizio efficace ed appropriato delle competenze già attribuite

[4] Quando si parla di rispetto dei Trattati significa rispettare le norme contenute nei trattati vigenti

[5] L’espressione generica Diritto dell’Unione implica che all’interno del diritto siano inclusi anche i principi

[6] Le competenze esclusive dell’Unione Europea, in base all’art. 3, sono: l’unione doganale, la definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno, la politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro, la conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca, la politica commerciale comune, la conclusione di accordi internazionali quando la conclusione è prevista in un atto legislativo dell’Unione o è necessaria per consentire all’Unione di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o modificarne la portata.

[7] Vedi artt. 330 e 332 del TFUE

[8] In dettaglio si rimanda a: https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2010:343:0010:0016:EN:PDF

[9] In attuazione di tale cooperazione sono stati adottati il regolamento UE n. 1257/2012 e il regolamento UE n. 1260/2012

[10] In dettaglio si rimanda a: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/HTML/?uri=CELEX:32016D0954&rid=1

[11] Tale imposta in inglese viene comunemente chiamata FTT, cioè Financial Transaction Tax

[12] Sul tema dei reati sovranazionali o europei in realtà c’è poco da dire. L’Unione Europea, che è un’organizzazione internazionale dotata di personalità giuridica, non detiene una competenza nel settore della legislazione penale. Tuttavia, nel corso degli anni si è potuto notare un progressivo avvicinamento delle legislazioni degli Stati membri per contrastare particolari e diffusi fenomeni di criminalità… grazie in parte alla stessa Unione Europea! Per maggiori dettagli rimando a quest’altro articolo pubblicato su DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/01/diritto-penale-europeo-sogno-o-realta/

[13] La procura europea, nota anche con la sigla EPPO, è il frutto di lunghe trattative tra Stati membri. Per conoscere il funzionamento e la storia di quest’organo dell’UE si rimanda al seguente articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2021/02/04/procura-europea/

[14] Trattato noto anche con la sigla inglese SEA, l’Atto Unico Europeo ha introdotto articoli più specifici e capitoli che conferiscono all’UE il potere di legiferare in settori quali l’ambiente, la ricerca, lo sviluppo e la politica regionale


Differenza tra firma e ratifica di trattato

La differenza tra firma e ratifica di trattato

Ogni trattato nel diritto internazionale è frutto di negoziati fra due o più Stati ma che differenza c’è tra firma e ratifica di trattato?

 

Che differenza c’è tra firma e ratifica di trattato?

In tema di trattati ci sono vari termini che conducono alla conclusione di un accordo tra le parti. Inoltrandosi verso la stipulazione di un trattato[1] gli Stati esprimono il consenso ad obbligarsi alle disposizioni contenute nel testo del trattato: questo consenso può essere prestato in due forme diverse. Ecco perché ho inteso analizzare in questo articolo la differenza tra firma e ratifica di trattato.

Prima di tutto: cos’è un trattato? In base all’articolo 2[2] della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, si definisce trattato:

un accordo internazionale concluso tra Stati in forma scritta e disciplinato dal diritto internazionale, incorporato in un unico strumento o in due o più strumenti correlati e qualunque sia la sua particolare designazione

 

I trattati fanno parte delle fonti del diritto internazionale pubblico[3] perché stabiliscono regole. Tali regole possono avere vari effetti. Si rimanda ai numerosi trattati che dall’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite[4] (ONU) ad oggi hanno riguardato settori del diritto anche molto diversi tra loro[5].

 

La firma

La firma (signature) è, a differenza della ratifica (che vedremo più avanti), una forma semplice o semplificata con cui uno Stato manifesta il proprio consenso. Così, in base all’articolo 12 della Convenzione di Vienna, un rappresentante può firmare un trattato a condizione che la firma sia confermata dal suo Stato. In questo caso la firma diventa definitiva una volta confermata dall’organo responsabile.

Bisogna poi prestare attenzione ad una forma particolare: quando la firma è soggetta a ratifica, accettazione o approvazione (tutti elementi che specificheremo successivamente), la firma non stabilisce il consenso ad essere vincolati. Tuttavia, è un mezzo di autenticazione ed esprime la volontà dello Stato firmatario di continuare il processo di elaborazione del trattato. La firma pertanto qualifica lo Stato firmatario[6] a procedere alla ratifica, accettazione o approvazione. Crea inoltre l’obbligo di astenersi, in buona fede, da atti che vanificherebbero l’oggetto e lo scopo del trattato.

 

La ratifica

La ratifica (ratification) definisce l’atto internazionale in base al quale uno Stato esprime il proprio consenso ad essere vincolato a un trattato se le parti intendevano manifestare il proprio consenso mediante tale atto. C’è però una differenza nel caso in cui il trattato sia:

  • bilaterale, cioè quando gli Stati partecipanti sono due: la ratifica si ottiene solitamente scambiando gli strumenti necessari
  • multilaterale, quando ci sono più di due Stati partecipanti: la procedura usuale prevede che lo Stato depositario[7] raccolga le ratifiche di tutti gli Stati, tenendo tutte le parti informate della situazione.

 

La ratifica è, fate attenzione, un atto successivo alla firma: per questo motivo si dice che un trattato è stipulato in forma solenne. A differenza della firma, che è apposta direttamente dal plenipotenziario, sia pure sulla base di pieni poteri ricevuti, la ratifica promana dall’organo centrale dello Stato costituzionalmente competente a stipulare il trattato (organo che in genere è il Capo dello Stato), il quale ratifica, appunto, l’operato del plenipotenziario.

È bene ricordare che esistono altri modi per indicare lo stesso effetto[8] della ratifica dei trattati e tali modalità sono ugualmente forme solenni con cui gli Stati manifestano il consenso ad obbligarsi alle disposizioni dei trattati. Queste forme sono:

  • Accettazione (acceptance)
  • Approvazione (approval)
  • Adesione (accession), di cui si parlerà più avanti.

 

 

L’adesione: la particolarità di questa forma

L’adesione (accession) è l’atto con cui uno Stato accetta l’offerta o l’opportunità di diventare parte di un trattato già negoziato e firmato da altri Stati. In altre parole, l’adesione è l’atto con cui uno Stato che non ha partecipato ai negoziati può divenire parte di un trattato c.d. aperto.

L’adesione pertanto avviene solitamente dopo l’entrata in vigore del trattato.

L’adesione è prevista dall’art. 15 della Convenzione di Vienna che indica che[9]:

Il consenso di uno Stato ad essere vincolato da un trattato si esprime con l’adesione:

  1. quando il trattato prevede che tale consenso possa essere espresso da tale Stato con l’adesione;
  2. quando sia altrimenti accertato che gli Stati che hanno partecipato ai negoziati avevano convenuto che tale consenso avrebbe potuto essere espresso da tale Stato con l’adesione;
  3. quando tutte le parti abbiano convenuto successivamente che il consenso avrebbe potuto essere espresso da tale Stato con l’adesione.

 

 

Un esempio di firma e ratifica di trattato: la Convenzione di Vienna del 1969

Per offrire un esempio della differenza tra firma e ratifica di trattato prendiamo come riferimento il trattato multilaterale citato fino ad adesso: la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969.

La Convenzione è stata adottata il 22 maggio e aperta alla firma il 23 maggio 1969 dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul diritto dei trattati. La Conferenza è stata convocata ai sensi delle risoluzioni 2166 (XXI)1 del 5 dicembre 1966 e 2287 (XXII)2 del 6 dicembre 1967 dell’Assemblea Generale. La Conferenza ha tenuto due sessioni, entrambe presso la Neue Hofburg di Vienna[10], la prima sessione dal 26 marzo al 24 Maggio 1968 e seconda sessione dal 9 aprile al 22 maggio 1969. Oltre alla Convenzione, la Conferenza ha adottato l’Atto finale e alcune dichiarazioni e risoluzioni, che sono allegate a tale Atto. Con decisione unanime della Conferenza, l’originale dell’Atto Finale[11] è stato depositato negli archivi del Ministero Federale degli Affari Esteri d’Austria.

Vediamo quindi cosa hanno fatto alcuni Stati[12]:

  • L’Italia ha firmato il 22 aprile 1970 e ha ratificato la Convenzione il 25 luglio 1974
  • Il Brasile è stato tra i primi firmatari (ha firmato il 23 maggio 1969) ma ha ratificato la Convenzione solamente il 25 settembre 2009
  • Gli Stati Uniti hanno firmato il 24 aprile 1970 ma non hanno ratificato
  • La Cina ha aderito alla Convenzione il 3 settembre 1997
  • Afghanistan, Bolivia, Cambogia, Ghana, Iran, Kenya, Madagascar, Trinidad e Tobago e Zambia hanno firmato la Convenzione nel 1969 ma non hanno ratificato.

Informazioni

[1] Siamo in una fase avanzata del processo di creazione di un accordo: quando due o più Stati intendono stabilire un accordo internazionale aprono delle trattative. Se il negoziato ha successo, esso si conclude con l’adozione del testo del trattato. Normalmente con l’adozione del testo vi è anche autenticazione del testo (anche se la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 distingue adozione e autenticazione). Il testo del trattato è certificato come autentico e definitivo in due modi: o con la procedura prevista dal testo dello stesso trattato, oppure con la firma

[2] L’articolo 2 della Convenzione, dal testo originale in inglese, stabilisce che ““treaty” means an international agreement concluded between States in written form and governed by international law, whether embodied in a single instrument or in two or more related instruments and whatever its particular designation

[3] La questione delle fonti del diritto internazionale pubblico è stato oggetto di trattazione di Nicolò Brugnera. Nel suo articolo infatti ha ricordato come le fonti non siano cristallizzate e immutabili, ma, al contrario, siano mutate nel tempo. L’approfondimento: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/28/le-fonti-del-diritto-internazionale-e-i-cambiamenti-della-comunita-internazionale/

[4] Nel 2020 l’ONU ha festeggiato 75 anni di attività. Lorenzo Argirò ne ha parlato per DirittoConsenso in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/10/24/75-anni-di-nazioni-unite/

[5] Esempi di trattati su cui si è scritto su DirittoConsenso sono: il regime sugli stretti internazionali, https://www.dirittoconsenso.it/2020/08/10/regime-giuridico-canale-di-suez/ ;  le delimitazioni territoriali degli Stati, https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/26/la-delimitazione-territoriale-degli-stati/ ; la protezione del patrimonio culturale subacqueo, https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/13/convenzione-protezione-patrimonio-culturale-subacqueo/

[6] Crea inoltre l’obbligo di astenersi, in buona fede, da atti che vanificherebbero l’oggetto e lo scopo del trattato

[7] Depositare un trattato ha un preciso significato: le principali funzioni di un depositario sono codificate nell’articolo 77 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati. Dopo la conclusione di un trattato, gli strumenti scritti, che forniscono la prova formale del consenso da parte degli Stati a essere vincolati, nonché le riserve e le dichiarazioni, sono posti sotto la custodia di un depositario. Salvo disposizione contraria del trattato, il deposito degli strumenti di ratifica, accettazione, approvazione o adesione stabilisce il consenso di uno Stato ad essere vincolato dal trattato. Per i trattati con un numero limitato di parti, il depositario sarà solitamente il governo dello stato sul cui territorio è stato firmato il trattato. A volte vari Stati vengono scelti come depositari. I trattati multilaterali di solito designano un’organizzazione internazionale o il Segretario generale delle Nazioni Unite come depositari. Il depositario deve accettare tutte le notifiche e i documenti relativi al trattato, esaminare se tutti i requisiti formali sono soddisfatti, depositarli, registrare il trattato e notificare tutti gli atti pertinenti alle parti interessate.

[8] Come tra l’altro è stabilito nell’articolo 2 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati: ““ratification”, “acceptance”, “approval” and “accession” mean in each case the international act so named whereby a State establishes on the international plane its consent to be bound by a treaty

[9] Testo originale, in inglese: “The consent of a State to be bound by a treaty is expressed by accession when: (a) the treaty provides that such consent may be expressed by that State by means of accession; (b) it is otherwise established that the negotiating States were agreed that such consent may be expressed by that State by means of accession; or (c) all the parties have subsequently agreed that such consent may be expressed by that State by means of accession.

[10] È la residenza ufficiale del Presidente federale dell’Austria

[11] Il testo dell’Atto Finale è incluso nel documento A/CONF.39/11/Add.2.

[12] I dati di seguito riportati sono stati scritti il 31 marzo 2021


Fasi del riciclaggio

Le fasi del riciclaggio: i passaggi

Identificare le fasi del riciclaggio e comprendere la struttura del fenomeno: cosa avviene perchè il riciclaggio si consideri compiuto?

 

Cosa sono le fasi del riciclaggio?

Le fasi di riciclaggio rappresentano il percorso che il denaro sporco compie per passare da illecito a lecito. Questo arrivo dei proventi illeciti alla forma pulita è il fine stesso dell’attività di riciclaggio. In sostanza sono una serie di azioni determinate per attribuire un’origine lecita a valori di provenienza criminosa.

Punito in moltissimi Stati[1] (anche se con forme diverse) e considerato una piaga a livello internazionale[2], è importante capire perché il riciclaggio possa poggiare su alcuni passaggi di base.

 

E quali sono?

Le fasi del riciclaggio sono 3.

  1. Collocazione o placement: collocare il denaro sporco significa immettere il denaro nei circuiti legali dell’economia o della finanza.
  2. Dissimulazione/stratificazione o layering: dissimulare è fondamentale per far perdere la traccia documentale del denaro sporco. Si usa anche il termine “stratificazione” perché più le operazioni sono complesse, maggiore è la possibilità che il denaro sporco non sia rintracciato
  3. Integrazione o integration: integrare i soldi riciclati nell’economia legale. L’ultima fase è quella ormai di immissione nel circuito economico-finanziario legale di proventi di natura illecita.

 

Vediamole con più attenzione.

 

Collocazione

Questa prima fase consiste nel collocamento materiale dei proventi di reato presso istituzioni o intermediari bancari e finanziari[3] direttamente nel mercato (interno o esterno). Tipico di quest’inizio di operazioni è il frazionamento delle operazioni effettuate su denaro contante[4] allo scopo di sfuggire agli obblighi di segnalazione. Sotto queste soglie infatti le operazioni sono perfettamente legittime.

Oggigiorno ci sono anche altre attività non strettamente finanziarie sulle quali ha esercitato un forte influsso l’avvento delle modalità tipiche della net economy[5]. Basti pensare al banking on line, al trading on line, alla moneta elettronica[6] e alle carte prepagate.

 

Dissimulazione o stratificazione

La seconda fase, nota anche come dissimulazione o stratificazione, consiste nel compimento di una serie di operazioni finanziarie dirette a separare il capitale dalla sua origine illecita. È qui che generalmente si fa riferimento ai grandi circuiti internazionali del riciclaggio di denaro in cui sono presenti professionisti compiacenti capaci di dirottare i soldi sporchi. Il denaro infatti è indirizzato verso le istituzioni finanziarie di molti Stati e tra questi si tende a preferire i paradisi off shore[7].

I trasferimenti elettronici di fondi costituiscono il metodo più moderno e insidioso per i vantaggi connessi alla velocità delle transazioni, alla distanza delle successive allocazioni, alle minime tracce nei passaggi. Rispetto alle classiche operazioni bancarie, i trasferimenti elettronici sono le nuove frontiere del riciclaggio (anche se c’è da citare anche il cyberlaundering).

 

Integrazione

Terza fase, infine, che è costituita dallo sforzo di integrare (da qui il nome) nei circuiti dell’economia lecita i capitali di origine delittuosa.  È qui che si conclude il percorso in fasi del riciclaggio.

Tuttavia, accanto a percorsi decisamente più facili, come il cash smuggling[8], ci sono percorsi più contorti e che richiedono il concorso di altre persone, come il ricorso al metodo della shell company[9], specie professionisti ed esperti delle legislazioni antiriciclaggio.

Giungere a questa fase non è sempre facile, fortunatamente aggiungo. Durante queste fasi infatti esistono numerosissimi controlli sia a livello locale che internazionale[10] (specie se il riciclaggio viene operato con un modello su larga scala magari di natura transfrontaliera).

 

Un esempio recente di riciclaggio di denaro con individuazione delle fasi

Partiamo da un recente caso di riciclaggio[11] che ha coinvolto un imprenditore, un quarantacinquenne milanese per aver riciclato e reinvestito denaro proveniente da una truffa che aveva colpito migliaia di risparmiatori. La truffa era stata compiuta da alcune società che, attraverso il sistema bancario, promuovevano e vendevano diamanti a prezzi notevolmente superiori rispetto all’effettivo valore, paventando agli investitori rendimenti irrealistici ed applicando loro esorbitanti provvigioni.

L’imprenditore di cui prima aveva riciclato e reinvestito le somme distratte, in fondi gestiti da una società d’investimento lussemburghese, nonché finanziando numerose imprese riconducibili a lui. Queste imprese erano tutte attive nel Centro-Nord Italia nei più diversificati settori economici: un ristorante a Forte dei Marmi, una cava di marmo, una sartoria e un concessionario di autovetture, tutti ubicati a Carrara, e due società operanti nel recupero crediti e nell’intermediazione immobiliare, con sede in Milano.

Da questo semplice episodio si possono inquadrare le fasi del riciclaggio:

  1. Collocazione: le somme di origine illecita (cioè quelle della società che aveva truffato i risparmiatori) vengono incanalate nella società d’investimento lussemburghese
  2. Dissimulazione/stratificazione: la separazione del capitale illecito viene appunto smistato in molte attività (il ristorante, la cava di marmo, etc.). Così il riciclatore, con accortezza criminale, non deve fare altro che mantenere le attività non esattamente o non completamente con i guadagni leciti dell’attività stessa ma riutilizzando il denaro sporco
  3. Integrazione: i proventi illeciti confluiti nelle attività diventano in mancanza di controlli un guadagno lecito.

 

Per concludere quindi la trattazione delle fasi del riciclaggio, solitamente è proprio nella fase della collocazione che è possibile individuare il denaro sporco: perché per compiere operazioni economico-finanziarie sono richiesti requisiti di rendicontazione e della persona che le compie che bloccano (o meglio, possono bloccare) il riciclaggio dall’origine.

Informazioni

Della Ragione, L. and Maiello, V. (2018) Riciclaggio e reati nella gestione dei flussi di denaro sporco. Giuffrè

Gilmour, N. (2020) ‘Illustrating the incentivised steps criminals take to launder cash while avoiding government anti-laundering measures’, Journal of Money Laundering Control, 23(2), pp. 515–526

https://www.europol.europa.eu/publications-documents/enterprising-criminals-%E2%80%93-europe%E2%80%99s-fight-against-global-networks-of-financial-and-economic-crime

https://www.gdf.gov.it/stampa/ultime-notizie/anno-2021/febbraio/confiscato-ingente-patrimonio-a-imprenditore-condannato-per-riciclaggio

[1] Ho parlato per esempio del riciclaggio di denaro in Brasile qui: https://www.dirittoconsenso.it/2020/11/17/riciclaggio-denaro-in-brasile/

[2] Ho parlato del riciclaggio internazionale di denaro in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/04/23/il-riciclaggio-internazionale-di-denaro/

[3] La normativa italiana prevede che, all’art. 35 del d. lgs. 21 novembre 2007, n. 231 l’obbligo per un’ampia platea di soggetti, tra cui rientrano gli intermediari bancari e finanziari, i professionisti, i prestatori di servizi di gioco, le società di gestione accentrata di strumenti finanziari e di gestione dei mercati regolamentati di strumenti finanziari, di segnalare all’UIF, ossia l’unità di intelligence finanziaria italiana, le operazioni sospette

[4] La tecnica dello smurfing riguarda il deposito di soldi. Per il gran numero di legislazioni antiriciclaggio, spesso si ricorre a piccoli depositi e non al deposito in unica quantità, magari differenziando i versamenti tra privati, persone fisiche e imprenditori o professionisti.

[5] Cioè quella parte dell’economia legata alle tecnologie informatiche.

[6] Anche le cripto-valute rappresentano un’innovazione operativa per i criminali. L’Europol ad esempio in un comunicato stampa ha reso noto un’operazione della polizia spagnola contro un’associazione criminale che operava con monete virtuali. Link: https://www.europol.europa.eu/newsroom/news/international-fraud-in-forex-trade-and-binary-options-busted-in-andorra

[7] Per Stati off-shore si intendono quelle giurisdizioni che consentono la creazione di società offshore. Per una visione generale del tema rimando a: https://www.investopedia.com/terms/o/offshore.asp

[8] Si tratta di inviare contante via posta o di portare fisicamente il denaro contante da un luogo ad un altro. Da un punto di vista pratico, lo smuggler preferisce usare banconote di grosso valore per lo spostamento di denaro: 100.000 euro in una valigetta sono facilmente trasportabili con banconote da 500 euro anziché con centinaia di banconote da 10 e da 20 euro. Per il traffico di denaro ci sono molti fattori da tenere in considerazione: spostamenti aerei, valute diverse da uno Stato ad un altro, libera circolazione delle persone etc.

[9] I riciclatori di denaro creano società esclusivamente per fornire copertura per movimenti di fondi senza attività commerciali legittime. Un buon numero di società di comodo/società fittizie sono insediate in paesi noti per le leggi sul segreto bancario o per la debole applicazione delle leggi sul riciclaggio di denaro. Possono anche essere sotto forma di Special Purpose Entities (SPEs) o International Business Companies (IBC). I soldi sporchi vengono quindi distribuiti all’interno di queste società di comodo tramite due metodi. Il primo è il sistema di prestito e l’altro è il doppio sistema di fatturazione. Nel caso del metodo del prestito, il criminale costituisce una società offshore e deposita i guadagni illeciti con la rispettiva compagnia, che successivamente restituisce i fondi al trasgressore. Dato che la proprietà delle società offshore è molto difficile da stabilire, sembrerà che una società presti denaro al criminale, mentre in realtà lo sta prestando a sé stesso. Il doppio sistema di fatturazione equivale a mantenere due serie di libri o false fatture. I fondi possono essere trasferiti attraverso le frontiere attraverso il sovraccarico o la vendita di importazioni ed esportazioni sottocosto.

[10] Per cercare di rendere completa la trattazione, bisogna ricordare che molte organizzazioni internazionali si trovano al fianco degli Stati, nel limite del possibile, a cooperare. Pensiamo all’Europol, all’INTERPOL e al GAFI (o FATF). Inoltre gli Stati si servono di banche dati che aiutano a contrastare il fenomeno del riciclaggio.

[11] Fonte: https://www.gdf.gov.it/stampa/ultime-notizie/anno-2021/febbraio/confiscato-ingente-patrimonio-a-imprenditore-condannato-per-riciclaggio


Mercato illecito dei beni culturali

Il mercato illecito dei beni culturali

Il mercato illecito dei beni culturali è caratterizzato da alcune particolarità. Capiamo perché valore, destinazione dei beni e soggetti coinvolti determinano l’unicità del settore

 

Identificare il mercato illecito dei beni culturali

Il mercato illecito dei beni culturali riguarda l’acquisto e la vendita di questi beni. Quest’ultima categoria è individuata nel diritto internazionale così come dalle legislazioni nazionali.

Il traffico illecito dei beni culturali è vasto. Molte organizzazioni internazionali infatti sono impegnate[1] nella lotta al fenomeno. Per contrastare queste attività illecite, bisogna tenere a mente 3 aspetti del traffico illecito dei beni culturali:

  1. il patrimonio culturale è una risorsa limitata che non può essere coltivata o fabbricata (come sono invece gli stupefacenti di origine naturale o le armi),
  2. i profitti aumentano progressivamente dal momento in cui vengono rubati o estratti, al momento in cui vengono immessi nel mercato, e
  3. i beni devono essere sempre riciclati per apparire legittimi (perché altrimenti il bene “scoperto” dovrà essere restituito).

 

Prima considerazione: valutare il mercato

La prima considerazione sul mercato illecito è che vi è un serio impedimento a una quantificazione del commercio illegale dei beni culturali. Questo avviene perché gran parte delle condotte illecite si svolge al di fuori dei dati ufficiali che derivano dalle denunce dei beni andati perduti o rubati e dai dati relativi all’individuazione dei beni. La valutazione quindi dell’estensione dei crimini contro i beni culturali si presenta estremamente problematica sotto vari profili.

Sul problema dell’entità del valore del traffico illecito dei beni culturali, l’UNESCO ha stimato che il commercio di antichità valga 2,2 miliardi di dollari all’anno[2]. Nel complesso, la portata finanziaria del commercio illecito è in definitiva inconoscibile in quanto le statistiche del mercato nero sono notoriamente difficili da accertare. Natali afferma[3] che:

La valutazione dell’estensione dei crimini contro i beni culturali si presenta, dunque, estremamente problematica sotto vari profili. La maggior parte di tali crimini passa inosservata, in quanto non dichiarata alle autorità. Vi sono, poi, ulteriori impedimenti a un’adeguata misurazione dell’entità di tale mercato, come per esempio il fatto che il valore monetario degli oggetti d’arte non è mai stabile.

 

Il problema maggiore nel traffico dei beni culturali è senza dubbio quello relativo alla presenza di beni che siano stati saccheggiati da siti archeologici. Il saccheggio di beni culturali[4] è necessariamente un’attività clandestina e ciò rende difficile, se non impossibile, documentarne l’estensione e individuare quali beni siano stati saccheggiati. La conseguenza è che il valore economico perduto è incalcolabile.

 

Seconda considerazione: dove vanno i beni culturali rubati o illecitamente rimossi da scavi archeologici

I beni culturali illecitamente ottenuti compiono percorsi particolari. Avviene un trasferimento dallo Stato in cui il bene è stato saccheggiato allo Stato di “mercato”. Su una linea immaginaria, il bene viene quindi spostato da A a C, passando per B:

  • “A” viene indicato come Source country, cioè stato di origine del bene (perché era lì sotterrato o perché faceva parte di una collezione di un museo, etc.)
  • “C”, che è ovviamente lo Stato di destinazione, è Market country quindi è importante che il bene entri sotto mentite spoglie (perché ben nascosto oppure perché abbia un certificato che dimostri la legittimità della compravendita)
  • “B”, in cui avviene il transito, è uno Stato definito Transit country (qui il bene può rimanere per molto tempo in attesa di essere ricollocato oppure in attesa che si trovi un acquirente)

 

Ma vediamo bene quali sono questi Stati.

 

Source, transit e market countries

L’esempio A, B e C è per rendere l’idea di come generalmente si muovano i beni nel mercato illecito di beni culturali. La realtà però è più complessa.

In base ad un fenomeno notoriamente transnazionale possiamo considerare il passaggio attraverso gli Stati di transito come fondamentale per favorire le operazioni di riciclaggio[5] di un bene nel mercato legittimo.

Analizzando il fenomeno su scala globale possono essere fatte delle considerazioni sugli Stati. Nella categoria di source countries rientrano l’Italia e la Grecia[6], gli Stati del Sud-est asiatico[7] e del Medio Oriente[8], l’Afghanistan[9] e, in forme minori, l’America meridionale[10].

Nella categoria di market countries sono molto attivi gli Stati Uniti[11], la Gran Bretagna[12] e più di recente Cina[13] e Russia[14]. Il passaggio attraverso Stati di esportazione e Stati di importazione avviene spesso attraverso le già citate transit countries anche se a volte si tratta di punti strategici che nell’economia moderna hanno acquisito un ruolo fondamentale nella logistica o nelle comunicazioni. Si tratta sia di Stati, come la Svizzera[15], sia di singole città che, dotate di grandi infrastrutture, possono influenzare il commercio illecito dei beni culturali. Per il sud-est asiatico tra i più importanti centri si possono citare Singapore, Hong Kong, Macao[16]. Si tratta spesso di Stati la cui legislazione o quantomeno la sua concreta applicazione rende possibile svolgere le trattative e quindi creare un titolo lecito di possesso del bene.

In più, è bene considerare che la distinzione tra Stati di origine, ricchi di antichità e di opere d’arte, e Stati di mercato, potenti attrattori di questi beni, corrisponde spesso alla divisione tra Stati dotati di una forte economia e Stati più svantaggiati sul piano sia economico che sociale. Una distinzione che ricalcherebbe la nota distinzione delle relazioni internazionali tra Stati Occidentali e Stati del terzo mondo o concentrati a sud del mondo. In Yates infatti si legge[17]:

“… il moderno mercato internazionale dell’arte… è socialmente ed economicamente strutturato per favorire l’ovest/il nord globale a scapito dell’est/del sud. Ha sfruttato le risorse del patrimonio culturale dei paesi poveri per alimentare le prerogative del mondo dell’alta cultura che si è sviluppato prevalentemente nei paesi ricchi.

 

Questa dicotomia però è imprecisa soprattutto in tema di mercato dei beni culturali perché gli scenari in cui sono mossi i beni sono molto più complessi. A volte infatti sono proprio gli Stati di mercato ad essere fonte di antichità e diventare, a loro volta, oggetto di saccheggi come nel caso dell’Italia[18].

Inoltre alcuni Stati possono essere il terreno fertile del traffico illecito interno. Si pensi ad un oggetto scavato illecitamente da un contesto archeologico e che sia venduto ad un compratore nello stesso stato di provenienza del bene.

 

Terza considerazione: chi opera nel mercato illecito dei beni culturali

Lo studio da cui sono partito per l’analisi dei soggetti operanti nel mercato illecito dei beni culturali è quello di Campbell[19]. Lo studioso infatti dato che individua 4 fasi in cui si divide il traffico dei beni in questione fa combaciare a ciascuno stadio soggetti diversi che vengono in possesso del bene. In breve:

  1. Quando il bene è rubato (stolen), vi è chi ha fisicamente rimosso il bene dal suo contesto archeologico o paleontologico
  2. Quando è trasportato (transported), vi è uno o più soggetti che saranno identificati come intermediari iniziali
  3. Quando è oggetto di riciclaggio (laundered), il bene richiama e richiede una conoscenza specifica rilevante: qui il bene deve essere riciclato da un intermediario che sia molto vicino al grande mercato dell’arte
  4. Quando è oggetto di acquisto (purchased), spicca il collezionista, sia esso persona fisica o giuridica

 

Con una sequenza tale, non bisogna cadere nell’errore che questi soggetti siano necessariamente legati tra loro. Questi soggetti infatti interagiscono raramente e senza continuità. In altri termini, non si tratta di organizzazioni criminali o associazioni a delinquere ma più spesso di realtà criminali perché ciascun soggetto non necessariamente ha conoscenza di chi e di quanti altri siano nella rete criminale[20].

 

Considerazione finale

La complessità della ricostruzione del mercato in cui si muovono i beni culturali è legato da fattori geografici, politici, culturali ed economici. È per tanti motivi che il problema del mercato nero dell’arte persiste. Ancora una volta sottolineo l’importanza di una maggiore collaborazione tra gli Stati, sfruttando appieno non solamente i meccanismi offerti dai trattati internazionali ma anche la tecnologia che può aiutare nell’individuazione dei beni culturali rimossi o rubati.

Informazioni

Polk, “Fermate questo terribile saccheggio”. Il traffico illecito di oggetti antichi analizzato come un mercato criminale, 2002

Yates, Smith and Mackenzie, The cultural capitalists: Notes on the ongoing reconfiguration of trafficking culture in Asia, Crime, Media, Culture, 2017

Natali, Patrimonio culturale e immaginazione criminologica. Panorami teorici e metodologici, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale: un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015

International flows of selected cultural goods and services, 1994-2003: defining and capturing the flows of global cultural trade, p. 37

Cambpell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013

[1] Ho scritto del ruolo dell’Interpol nella lotta al traffico illecito in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/interpol-lotta-traffico-illecito-beni-culturali/  . Ho approfondito anche i trattati internazionali adottati grazie all’UNESCO e il sistema di protezione a livello internazionale: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/21/unesco-trattati-contro-traffico-illecito-beni-culturali/

[2] International flows of selected cultural goods and services, 1994-2003: defining and capturing the flows of global cultural trade, p. 37 – reperibile nella rete interconnessa

[3] Natali, Patrimonio culturale e immaginazione criminologica. Panorami teorici e metodologici, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale: un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015, p. 37

[4] Questo è noto in inglese come art looting

[5] In più è proprio nel mercato illecito di beni culturali che è possibile assistere ad operazioni di riciclaggio di denaro sporco. Ho voluto approfondire questo fenomeno così specifico e ho raccolto varie informazioni in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/09/28/riciclaggio-di-denaro-e-traffico-di-beni-culturali/

[6] Nikolentzos, Voutsa and Koutsothanasis, What Does It Take to Protect Cultural Property: Some Aspects on the Fight against Illegal Trade of Cultural Goods from the Greek Point of View, in International Journal of Cultural Property, 2017

[7] Yates, Smith and Mackenzie, The cultural capitalists: Notes on the ongoing reconfiguration of trafficking culture in Asia, Crime, Media, Culture, 2017, pp. 245 – 254; Gruber, The Fight Against the Illicit Trade in Asian Cultural Artefacts: Connecting International Agreements, Regional Co-operation, and Domestic Strategies, in Asian Journal of International Law, 2013, p. 341

[8] Vlasic and Turku, Protecting Cultural Heritage as a Means for International Peace, Security and Stability: The Case of ISIS, Syria and Iraq, in Vanderbilt Journal of Transnational Law, 2016, pp. 1371 – 1416; Brodie, The Market in Iraqi Antiquities 1980-2009 and Academic Involvement in the Marketing Process in Manacorda and Chappell, Crime in the art and antiquities world : illegal trafficking in cultural property, New York, 2011, Chapter 7, p. 117-134; Campbell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013, p. 122 – 123

[9] Sull’Afghanistan ho voluto approfondire le cause del perché questo Stato sia martoriato sia dal traffico illecito che dalla distruzione dei beni culturali. Link all’articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2021/02/22/afghanistan-traffico-illecito-beni-culturali/

[10] Lopes Fabris, South-South Cooperation on the Return of Cultural Property: The Case of South America, in Case Western Reserve Journal of International Law, 2017, pp. 173 – 196; Saliba and Lopes Fabris, O retorno de bens culturais., in Revista de Direito Internacional, 2017, p. 490

[11] Particolarmente attivi risultano gli acquisti di beni culturali da parte di istituzioni e musei americani. Tra i tanti acquisti però sono stati scoperti anche beni illecitamente esportati da uno Stato o beni scavati illegalmente. Molti accordi sono stati stabiliti tra l’Italia e istituzioni culturali straniere come spiegato in Scovazzi, La restituzione dei beni culturali rimossi con particolare riguardo alla pratica italiana, Milano, 2014

[12] Vozza, La prevenzione e il contrasto al traffico illecito di beni culturali mobili fra spunti comparati e prospettive di riforma, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale: un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015, pp. 217 ss.

[13] Il ruolo della Cina nel mercato globale dell’arte è aumentato negli ultimi 15 anni. Nei dati riportati in Bialynicka-Birula, si legge: “The value of sales on the art market in China in the 2004-2014 period increased from 860 million USD in 2004 to 10 billion USD in 2014.” ; Yates, Smith and Mackenzie, The cultural capitalists: Notes on the ongoing reconfiguration of trafficking culture in Asia, in Crime, Media, Culture, 2017, p. 247

[14] European Commission, Moving art – A guide to the export and import of cultural goods between Russia and the EU, 2007, http://eeas.europa.eu/delegations/russia/documents/eu_russia/moving_art_07_en.pdf

[15] Vozza, La prevenzione e il contrasto al traffico illecito di beni culturali mobili fra spunti comparati e prospettive di riforma, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale: un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015, pp. 203 ss

[16] Alder, C., Chappell, D., Polk, K., Perspectives on the organisation and control of the illicit traffic in antiquities in South East Asia, in Manacorda, S., Organised Crime in Art and Antiquities, ISPAC, 2009, p. 121 ss.

[17] Yates, Smith and Mackenzie, The cultural capitalists: Notes on the ongoing reconfiguration of trafficking culture in Asia, Crime, Media, Culture, 2017, p. 246. Testo originale in lingua inglese: “… the modern international art market … is socially and economically structured to benefit the global west/north at the expense of the east/south. It has exploited the cultural heritage resources of poor countries to feed the prerogatives of the world of high culture which has developed predominantly in rich countries.

[18] Polk, “Fermate questo terribile saccheggio”. Il traffico illecito di oggetti antichi analizzato come un mercato criminale, 2002 – reperibile nella rete interconnessa. Oltre alla fonte menzionata, si rimanda all’incredibile storia del Cratere di Eufronio, un vaso usato per mescolare acqua e vino risalente al V secolo a.C. e che fu esposto al pubblico per la prima volta nel 1972 al Metropolitan Museum di New York, un oggetto scoperto durante il c.d. Caso Medici

[19] Cambpell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013, p. 117

[20] Lo stesso Campbell dice: “By focusing on a structural approach rather than specific individuals or crimes, behaviour is explained as opposed to simply describing observable actions. During interactions participants are motivated based on personal risk and specialization, often with no cognizance of the preceding or proceeding nodes in the network. Money is exchanged at each interaction rather than collaborating together as a chain and partitioning profits after the final sale, so personal profit is a result of risk and specialization.”