Elezioni del Perù 2021

Elezioni del Perù 2021: i risultati

Un focus sulle elezioni del Perù nel 2021: tra primo turno, ballottaggio e la conferma della vittoria per Pedro Castillo

 

I partecipanti alle elezioni del Perù 2021 nel clima di incertezza e debolezza politica

Il Perù è andato alle urne nei giorni scorsi in una situazione di profonda polarizzazione. Le elezioni 2021 dello Stato andino hanno riguardato la scelta del nuovo presidente della repubblica. Il Perù, una repubblica democratica presidenziale unitaria[1], ha però attraversato negli ultimi anni momenti di grande debolezza politica.

Ad aprile 2021, precisamente l’11, si è tenuto il primo turno delle votazioni presidenziali. I candidati che hanno superato il primo turno sono: Pedro Castillo[2], leader del partito di sinistra Partido Politico Nacion Perù Libre (o semplicemente Perù Libre) e Keiko Fujimori, figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori e leader di centrodestra di Fuerza Popular. Al terzo posto, un altro esponente della destra, Rafael López Aliaga di Renovación Popular, con l’11,699%, e al quarto l’economista liberale Hernando de Soto di Avanza País con l’11,593%.

Per la sorpresa di molti, Pedro Castillo, ex maestro di scuola elementare, si è ritrovato sfidante di un nome importante della politica, Fujimori. Il ballottaggio tra Pedro Castillo e Keiko Fujimori ha visto pertanto scontrarsi due candidati molto diversi tra loro sia per ciò che rappresentano che per schieramento politico.

 

Il ballottaggio tra Pedro Castillo e Keiko Fujimori

Come di consueto, tra i candidati ci sono stati degli incontri. Un primo incontro improvvisato si è tenuto sabato 1 maggio a Chota, a circa 950 km da Lima, dinanzi a poche centinaia di persone e a molti giornalisti[3]. Ma tra Castillo e Fujimori il vero incontro è stato quello di domenica 30 maggio. L’atteso dibattito, domenica 30 maggio, il Debate Presidencial del Jurado Nacional de Elecciones (JNE), tenuto nell’auditorium dell’Università Nazionale San Agustín, ad Arequipa.  Nel dibattito sono stati toccati i seguenti temi: Perù del Bicentenario[4]; salute e gestione della pandemia; economia e promozione dell’occupazione; istruzione, scienza e innovazione; lotta alla corruzione e all’integrità pubblica; diritti umani, politiche sociali e attenzione alle popolazioni vulnerabili[5].

Castillo e Fujimori si sono affrontati il 6 giugno: gli elettori peruviani hanno scelto Pedro Castillo. Si è trattato di un confronto serrato tanto che fino a poche ore dalla vittoria si calcolava un sottilissimo distacco che è trasparso anche nei risultati finali del ballottaggio.

Castillo tra l’altro si è dichiarato vincitore poco prima del conteggio totale delle schede suscitando subito la risposta di Fujimori che ha chiesto al tribunale elettorale l’annullamento di 200.000 voti. Fujimori, battuta per circa 74.000 voti dal rivale Castillo, ha chiesto alla corte l’annullamento del risultato in 802 seggi elettorali. Tuttavia non si contano episodi anomali né episodi di violenza.

Nei dati finali[6] dell’ONPE (Oficina Nacional de Procesos Electorales) infatti sono stati calcolati:

  • 883.185 voti per Pedro Castillo, con il 50,140%
  • 783.765 voti per Kiko Fujimori, con il 49,860%.

 

Questa è stata l’ultima parola dell’organo più seguito nelle ultime due settimane che ha cristallizzato una vittoria di Castillo.

Da questo evento quindi non possiamo che aspettarci di sperare per un generale miglioramento della situazione economica e sociale del Perù.

Informazioni

[1] Per un approfondimento della forma di governo del Perù si rimanda a quest’altro articolo di DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2021/06/09/la-forma-di-governo-del-peru/

[2] Con una campagna inizialmente sottotono, il candidato ha visto crescere la sua popolarità negli ultimi mesi, spinto dai settori della sinistra peruviana che non hanno voluto accettare la candidata progressista moderata Verónika Mendoza, del blocco Juntos por el Perù.

[3] https://elpais.com/internacional/2021-05-02/un-debate-improvisado-en-el-peru-rural-no-saca-de-dudas-a-los-peruanos.html

[4] Si tratta di una ricorrenza importantissima: duecento anni dall’indipendenza del Perù. Non si tratta di una ricorrenza fine a sé stessa ma è accompagnata da un progetto iniziato nel 2011 dal nome Plan Bicentenario: El Perú hacia el 2021 che è un piano a lungo termine di politiche di sviluppo da portare avanti appunto fino al 2021. Per maggiori informazioni si rimanda a: https://bicentenario.gob.pe/

[5] Non è però affatto chiaro il perché non sia stata trattata la questione di genere e la tutela dei diritti per gli individui della comunità LGBT. Un interessante approfondimento sul tema: https://especiales.elcomercio.pe/?q=especiales/elecciones-2021-propuestas-en-temas-de-genero-de-candidatos-ecpm/index.html

[6] https://www.resultadossep.eleccionesgenerales2021.pe/SEP2021/EleccionesPresidenciales/RePres/T


Forma di governo del Perù

La forma di governo del Perù

L’analisi della forma di governo del Perù: con un Presidente, un Congresso, un Consiglio dei Ministri e un potere giudiziario composito

 

Alcune informazioni e la forma di governo del Perù in tre punti

Iniziamo con alcune informazioni sul Perù. È uno Stato dell’America meridionale resosi indipendente dalla Spagna nel 1821. Si affaccia sull’Oceano Pacifico e non è ben chiaro quale sia l’estensione totale[1] dello Stato per via di una contesa territoriale in corso da anni con il Cile[2]. La capitale è Lima e conta una popolazione totale di circa 32 milioni. Si ritiene che la popolazione cresca nel 2021 e che raggiunga i 33[3].

Per passare alla forma di governo[4] del Perù, possiamo brevemente introdurla secondo questa struttura:

  • è basata sulla Costituzione del 1993,
  • è una repubblica democratica e unitaria,
  • è di tipo presidenziale.

 

Partiamo dalla base normativa: la Costituzione

La Costituzione dello stato peruviano più recente[5] è quella del 1993[6]. Con questa si configura una specifica forma di governo del Perù[7]: è una repubblica democratica rappresentativa presidenziale unitaria[8] con un sistema multipartitico[9]. Il paese ha mantenuto un sistema democratico liberale che ha sostituito una costituzione che ha appoggiato il governo a una federazione per autorizzare più potere al presidente. Per “repubblica unitaria” si intende un sistema in cui il governo centrale detiene il maggior potere e può creare divisioni amministrative.

Le disposizioni riguardanti il funzionamento dello Stato sono quelle contenute nella parte più corposa della Costituzione, il Titolo IV – Della Struttura dello Stato (art. 90 – 199).

 

Il Congresso: composizione e poteri

Passiamo quindi al Congreso de la República. Il Congresso è l’organo unicamerale come espressamente stabilito dall’articolo 90[10].

La composizione del Congresso è stabilita dal Capitolo I del Titolo IV della Costituzione del Perù. Il Congresso è composto da rappresentanti che siedono nei distretti congressuali assegnati a ciascuna regione, nonché da due distretti speciali, provincia di Lima[11] e cittadini peruviani che vivono all’estero. Il numero dei rappresentanti votanti è fissato a 130[12] dalla Costituzione.

Il Congresso è incaricato della responsabilità di approvare leggi[13] e risoluzioni legislative, nonché di interpretare, modificare o abrogare le leggi esistenti. Il Congresso ratifica anche i trattati internazionali, approva il bilancio nazionale e autorizza prestiti per conto del paese. Può anche sostituire le osservazioni presidenziali sui progetti di legge con un voto di oltre la metà del numero legale dei membri del Congresso. Può rimuovere funzionari governativi compreso il presidente, acconsentire all’ingresso di truppe straniere nel territorio nazionale e autorizzare il presidente a lasciare il paese. Il Congresso si riunisce al Palazzo Legislativo a Lima, nel centro storico.

Il Congresso è presieduto dal Presidente del Congresso, eletto dai membri dello stesso (ed è quindi tradizionalmente il leader del partito di maggioranza). Il presidente e tre vicepresidenti sono scelti dalla coalizione di governo.

L’attuale Congresso del Perù, che ha prestato giuramento dopo le elezioni del 2020, è stato eletto dopo lo scioglimento del precedente Congresso dal presidente Martín Vizcarra[14], innescando la crisi costituzionale peruviana del 2019-2020. Vizcarra ha emesso un decreto che ha fissato le elezioni anticipate per il 26 gennaio 2020. I rappresentanti serviranno per il resto del mandato legislativo originale, che scadrà nel luglio 2021.

 

Il Presidente della Repubblica

Nel clima appunto di instabilità politica si sono succeduti ben 3 presidenti in 4 anni. Si tratta di Martín Vizcarra, citato poco fa, Manuel Merino, solamente per 5 giorni, e Francisco Sagasti, presidente dal 17 novembre 2020. Una situazione però che risulta del tutto regolare dal punto di vista costituzionale: nella forma di governo del Perù sono costituzionalmente previste disposizioni infatti riguardanti l’assenza del Presidente, la sospensione del diritto alla Presidenza e i casi di impedimento temporale o permanente.

Come stabilito dall’articolo 110, il presidente è il capo di Stato ed è votato per suffragio diretto. La durata del mandato è di 5 anni ma non immediatamente ripetibile. Passiamo quindi ai suoi poteri.

 

Quali sono i poteri del Presidente nell’attuale forma di governo del Perù?

I poteri del Presidente sono espressamente indicati dall’articolo 118. Spetta infatti al Presidente:

  • rispettare e far rispettare la Costituzione, i trattati, le leggi e le altre disposizioni legali
  • rappresentare lo Stato, dentro e fuori la Repubblica
  • dirigere la politica generale del governo
  • vigilare sull’ordine interno e sulla sicurezza esterna della Repubblica
  • convocare le elezioni del Presidente della Repubblica e dei rappresentanti al Congresso, nonché dei sindaci e degli assessori e degli altri funzionari stabiliti dalla legge
  • convocare il Congresso in legislatura straordinaria; e sottoscrivere, in tal caso, il decreto di convocazione
  • indirizzare messaggi al Congresso in qualsiasi momento e obbligatoriamente, personalmente e per iscritto, quando si insedia la prima legislatura ordinaria annuale. I messaggi annuali contengono una dettagliata esposizione della situazione della Repubblica e dei miglioramenti e delle riforme che il Presidente ritiene necessarie e convenienti per l’esame del Congresso. I messaggi del Presidente della Repubblica, ad eccezione del primo, sono approvati dal Consiglio dei ministri
  • esercitare il potere di regolare le leggi senza trasgredirle o snaturarle; e, entro tali limiti, emanare decreti e delibere
  • rispettare ed eseguire le sentenze e le risoluzioni degli organi giurisdizionali
  • rispettare e far rispettare le risoluzioni della giuria elettorale nazionale
  • dirigere la politica estera e le relazioni internazionali; e stipulare e ratificare trattati
  • nominare ambasciatori e ministri plenipotenziari, con l’approvazione del Consiglio dei ministri, incaricati di riferire al Congresso
  • ricevere agenti diplomatici stranieri e autorizzare i consoli ad esercitare le loro funzioni
  • presiedere al Sistema di Difesa Nazionale; e organizzare, distribuire e organizzare l’impiego delle Forze Armate e della Polizia Nazionale
  • adottare le misure necessarie per la difesa della Repubblica, dell’integrità del territorio e della sovranità dello Stato
  • dichiarare guerra e firmare la pace, con l’autorizzazione del Congresso
  • gestire le finanze pubbliche
  • negoziare prestiti
  • dettare misure straordinarie, mediante decreti urgenti con forza di legge, in materia economico-finanziaria, quando l’interesse nazionale lo richieda e con facoltà di riferire al Congresso. Il Congresso può modificare o abrogare i suddetti decreti urgenti
  • regolamentare le aliquote tariffarie
  • concedere la grazia e commutare le pene. Esercitare il diritto di grazia a favore degli imputati nei casi in cui la fase istruttoria abbia superato il doppio del suo termine più la sua proroga
  • conferire decorazioni per conto della Nazione, previo accordo del Consiglio dei ministri
  • autorizzare i peruviani a prestare servizio in un esercito straniero; e
  • esercitare le altre funzioni di governo e di amministrazione affidategli dalla Costituzione e dalle leggi.

 

Il Consiglio dei Ministri

Accanto al Presidente bisogna citare anche il Consiglio dei Ministri, un organo importante nella forma di governo del Perù. I ministri, che devono essere necessariamente peruviani, dotati del diritto di voto e aver compiuto 25 anni, formano il Consiglio dei Ministri. Se è vero che il Consiglio dei Ministri ha il suo Presidente spetta però al Presidente della Repubblica presiedere il Consiglio dei Ministri[15] quando è convocato o quando partecipa alle sue sessioni. Il Consiglio dei Ministri è organo immancabile per la gestione del governo nazionale.

Spetta al Consiglio dei Ministri:

  • approvare i disegni di legge che il Presidente della Repubblica sottopone al Congresso
  • approvare i decreti legislativi e i decreti urgenti del Presidente della Repubblica, nonché i disegni di legge, i decreti e le deliberazioni che la legge prevede
  • deliberare su questioni di interesse pubblico e su altre che gli sono concessi dalla Costituzione e dalla legge.

 

Titolo IV – Capitolo VI: le relazioni con il potere legislativo e la questione di fiducia

Questa parte riguarda il cuore del rapporto tra il Congresso ed il Consiglio dei Ministri. Entro trenta giorni dall’insediamento, il Presidente del Consiglio dei Ministri si presenta al Congresso[16], insieme agli altri ministri, per presentare e discutere la politica generale del governo. Solleva così la questione di fiducia. Il Congresso dà attuazione alla responsabilità politica del Consiglio di Ministri, o ministri separatamente, attraverso un voto di sfiducia o il rigetto della questione di fiducia. Quest’ultimo è sollevato solo per iniziativa ministeriale.

Che numeri sono richiesti di preciso? Ogni mozione di sfiducia contro il Consiglio dei Ministri, o contro uno qualsiasi dei ministri, deve essere presentata da non meno del venticinque per cento del numero legale dei membri del Congresso. Viene discusso e votato tra il quarto e il decimo giorno di calendario successivo alla sua presentazione. L’approvazione richiede il voto di più della metà del numero legale dei membri del Congresso.

Il Consiglio dei ministri o il ministro sfiduciato devono dimettersi[17]. Il Presidente della Repubblica accetta le dimissioni entro le successive settantadue ore.

È possibile anche che avvenga la crisi di governo. Il Presidente del Consiglio dei Ministri può sollevare una questione di fiducia davanti al Congresso a nome del Consiglio dei Ministri. Se gli viene negata la fiducia, o se viene censurato, o se si dimette o viene rimosso dal Presidente della Repubblica, si verifica la crisi totale del gabinetto.

Il Presidente della Repubblica ha facoltà di sciogliere il Congresso[18] se ha censurato o negato la fiducia a due Consigli dei Ministri cioè a due formazioni ministeriali. Il decreto di scioglimento contiene l’indizione delle elezioni per un nuovo Congresso: si ritorna così alle urne. Tali elezioni si svolgono entro quattro mesi dalla data di scioglimento, senza che venga modificato il sistema elettorale preesistente.

 

Potere giudiziario e amministrazione della giustizia

Per chiudere quindi l’analisi della forma di governo del Perù passiamo agli organi fondamentali del potere giudiziario. Questi sono:

  • il Consiglio Nazionale della Magistratura (Consejo Nacional de la Magistratura) che, come dispone l’articolo 150, ha il compito di selezionare e nominare giudici e pubblici ministeri, salvo quando provengano da elezioni popolari. È indipendente e retto dalla sua legge organica.
  • Il Pubblico Ministero (Ministerio Público), organo autonomo. Lo presiede il Procuratore della Nazione (Fiscal de la Nación). Viene eletto dal Collegio dei Procuratori Supremi. La carica di Procuratore della Nazione dura tre anni, ed è rinnovabile, per rielezione, solo per altri due. I membri del Pubblico Ministero hanno gli stessi diritti e prerogative e sono soggetti agli stessi obblighi del Potere Giudiziario nella rispettiva categoria. Sono affetti dalle stesse incompatibilità. La loro nomina è soggetta a requisiti e procedure identiche a quelle dei membri della Magistratura nella rispettiva categoria.
  • L’ufficio del Difensore Civico (Defensoría del Pueblo), anch’esso autonomo. Gli enti pubblici sono tenuti a collaborare con l’Ufficio del Difensore Civico quando lo richieda. La sua struttura, a livello nazionale, è stabilita dalla legge organica. L’Ombudsman è eletto e rimosso dal Congresso con un voto di due terzi del suo numero legale. Gode ​​della stessa immunità e delle stesse prerogative dei deputati. Per essere eletto Difensore civico è necessario aver compiuto i trentacinque anni di età ed essere un avvocato. L’incarico dura cinque anni e non è soggetto a mandato obbligatorio.
  • Il Tribunale Costituzionale (Tribunal Constitucional), che è l’organo di controllo della Costituzione. È autonomo e indipendente. È composto da sette membri eletti per cinque anni. Il controllo costituzionale riguarda sia le norme che i potenziali conflitti di competenza tra organi[19]. Se il Tribunale dichiara incostituzionale una norma, essa perde efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza, vale a dire che, da quel momento, cessa di esistere nell’ordinamento.

Informazioni

[1] È all’incirca di 1.285.000 chilometri quadrati.

[2] In più, per approfondire la questione della delimitazione territoriale di uno Stato rimando a quest’altro articolo pubblicato su DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/26/la-delimitazione-territoriale-degli-stati/

[3] Dati INEI: http://m.inei.gob.pe/prensa/noticias/en-el-2021-ano-del-bicentenario-de-la-independencia-el-peru-contara-con-una-poblacion-de-33-millones-35-mil-304-habitantes-11624/ e https://www.inei.gob.pe/media/MenuRecursivo/publicaciones_digitales/Est/Lib1743/Libro.pdf

[4] Francesco Pacilè ha scritto per DirittoConsenso un articolo specifico sulle varie forme di governo parlamentare. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/10/le-varie-forme-di-governo-parlamentare/

[5] Il Perù ha avuto dodici costituzioni, dalla sua nascita come Repubblica (1823, 1826, 1828, 1834, 1839, 1856, 1860, 1867, 1920, 1933, 1979, 1993)

[6] Il 31 agosto 1993 il Congresso Costituente Democratico (Congreso Constituyente Democrático) ha sottoposto al voto popolare l’approvazione della nuova carta. Il 31 ottobre dello stesso anno si tenne il referendum per l’approvazione della Costituzione politica, poi promulgata il 29 dicembre 1993 ed entrata in vigore il 1 gennaio 1994

[7] Il sistema di governo peruviano combina elementi derivati dai sistemi politici degli Stati Uniti (una costituzione scritta, una Corte suprema autonoma, un sistema presidenziale) e della Repubblica popolare cinese (un congresso unicamerale, un premier e un sistema ministeriale, e un forte esecutivo). La storia del Perù tra l’altro è legata proprio a questi due Stati da cui ha tratto alcuni principi di funzionamento politico-istituzionale

[8] Come testualmente previsto dall’articolo 43 della Costituzione: “La República del Perú es democrática, social, independiente y soberana. El Estado es uno e indivisible. Su gobierno es unitario, representativo y descentralizado y se organiza según el principio de la separación de poderes

[9] I partiti oggi presenti sono: Acción Popular, Alianza para el Progreso, Avanza País, Democracia Directa, Frente Amplio, Fuerza Popular, Juntos por el Perú, Somos Perú, Partido Morado, Partido Nacionalista, Perú Libre, PPC, Perú Patria Segura, Podemos Perú, RUNA, Renovación Popular, Unión por el Perú, Victoria Nacional

[10] Testualmente, “El Poder Legislativo reside en el Congreso de la República, el cual consta de cámara única.

El número de congresistas es de ciento treinta. El Congreso de la República se elige por un período de cinco años mediante un proceso electoral organizado conforme a ley. Los candidatos a la Presidencia de la República no pueden integrar la lista de candidatos a congresistas. Los candidatos a vicepresidentes pueden ser simultáneamente candidatos a una representación en el Congreso. Para ser elegido congresista, se requiere ser peruano de nacimiento, haber cumplido veinticinco años y gozar de derecho de sufragio.

[11] In seguito al censimento del 2017, la delegazione più numerosa è quella della provincia di Lima, con 36 rappresentanti

[12] Che però nella Costituzione originaria del 1993 ne prevedeva 120

[13] Si rimanda per queste alle disposizioni 105-109

[14] Per un rimando all’evento: https://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/In-Peru-il-Parlamento-destituisce-il-presidente-Vizcarra-dopo-le-accuse-di-corruzione-a33218f3-5748-421f-bbac-6cb4e9892e84.html

[15] Il Presidente si interfaccia anche in altro senso: Il Presidente della Repubblica nomina e revoca il Presidente del Consiglio. Nomina e revoca gli altri ministri, su proposta e d’intesa, rispettivamente, del Presidente del Consiglio come previsto dall’articolo 122

[16] Se il Congresso non è in sessione, il Presidente della Repubblica convoca una legislatura straordinaria

[17] La mancata approvazione di un’iniziativa ministeriale non obbliga il ministro a dimettersi, a meno che non abbia posto una questione di fiducia nell’approvazione

[18] Anche se, bisogna precisare, Il Congresso non può essere sciolto nell’ultimo anno del suo mandato. Sciolto il Congresso, resta in carica la Commissione Permanente, che non può essere sciolta.

[19] Più precisamente per i seguenti conflitti di competenza: i) tra il Potere Esecutivo e uno o più Governi Regionali o Comunali; ii) tra due o più Regioni, Comuni, o tra di essi; e, iii) tra gli stessi Poteri dello Stato o uno qualsiasi degli altri organi costituzionali, o tra di essi.


Codificazione nel diritto internazionale

La codificazione nel diritto internazionale

Quanto è importante la codificazione nel diritto internazionale? E quali sono gli effetti di questa attività?

 

Introduzione alle fonti e alla codificazione nel diritto internazionale

Per addentrarci nell’argomento della codificazione nel diritto internazionale, è necessario prima indicare le fonti di questo ramo del diritto, cioè su cosa si basa il funzionamento del moderno diritto internazionale.

Si può intanto dire brevemente che le fonti sono quelle che la stessa Corte Internazionale di Giustizia[1] applica per dare una soluzione alle “divergenze che le sono sottoposte”[2]. Senza approfondire la questione delle fonti in senso formale e delle fonti in senso materiale, basterà qui dire, per semplicità della trattazione, che le fonti del diritto internazionale sono[3]:

  • la consuetudine, che è possibile definire come la ripetizione di una serie di comportamenti da parte di tutti i soggetti internazionali che siano convinti che tale serie di comportamenti siano conformi al diritto. Con la consuetudine è possibile creare norme flessibili oppure norme cogenti[4]
  • l’accordo, termine che può essere anche sostituito con trattato o convenzione, che è individuato precisamente nell’articolo 2 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati[5].

 

È dibattuto quindi non tanto la questione della sfera dei destinatari delle norme di diritto internazionale, ma molto di più quella della gerarchia delle fonti. In sostanza: è da dare maggiore importanza solo ad una consuetudine? Oppure anche un trattato è fonte primaria? La questione in realtà è tutt’altro che di poca rilevanza, ma rimando ad una trattazione più specifica alla sterminata dottrina sul punto[6].

 

La codificazione: cos’è esattamente?

Quello che rileva in questo articolo è l’importanza della codificazione nel diritto internazionale. In base all’articolo 13, paragrafo 1, lettera (a) della Carta delle Nazioni Unite, l’Assemblea Generale è incaricata di incoraggiare il progressivo sviluppo del diritto internazionale e la sua codificazione. Non è un caso che le Nazioni Unite abbiano dato grande impulso alla codificazione: dal 1945 ad oggi i trattati sono aumentati enormemente di numero e per disciplinare settori molto ampi.

Se però il progressivo sviluppo del diritto internazionale comprende la redazione di norme giuridiche in settori che non sono stati ancora regolamentati dal diritto internazionale o sufficientemente affrontati nella pratica statale, dall’altra parte la codificazione del diritto internazionale si riferisce alla più precisa formulazione e sistematizzazione delle norme del diritto internazionale su argomenti che sono già stati ampiamente trattati dalla prassi, dai precedenti e dalla dottrina dello Stato. Questa è una distinzione da tenere sempre a mente.

La codificazione nel diritto internazionale è fondamentale[7]: si tratta di un’operazione che consiste nell’esporre in forma scritta e in maniera uniforme e sistematica le norme consuetudinarie vigenti in un determinato settore del diritto internazionale. Per sua natura infatti è facile capire una cosa basilare: la consuetudine è fonte di norme non scritte e da qui deriva che l’accertamento da parte di un giudice[8] non è sempre facile. Avviene il contrario invece per un trattato, la cui interpretazione lascia molto meno spazio.

 

I tipi di codificazione

Possiamo fare un passo in avanti per comprendere cosa sia la codificazione nel diritto internazionale. L’esposizione in forma scritta di norme di diritto internazionale si accompagna allo sviluppo progressivo del diritto internazionale generale. Così la codificazione aiuta a:

  • colmare eventuali lacune del diritto internazionale
  • eliminare le contraddizioni della prassi in un settore in cui il contenuto sia incerto o confuso[9]

 

Generalmente si distinguono due tipi di codificazione:

  • Quella scientifica o dottrinale. Questa indica l’esposizione delle norme generali vigenti in un determinato settore del diritto internazionale in un testo non giuridicamente vincolante predisposto da studiosi del diritto internazionale. Nella codificazione scientifica/dottrinale rientrano le opere della dottrina, cioè i testi che accertano l’esistenza ed il contenuto del diritto internazionale così come anche associazioni di studiosi della materia come ad esempio l’”Institut de droit international[10] e l’”International Law Association[11];
  • Quella normativa. Questa invece indica l’esposizione delle norme generali vigenti in un determinato settore che viene effettuata in un testo giuridicamente vincolante, in quanto prodotto da una fonte di diritto in senso formale. In altre parole, sono gli accordi stessi (trattati, convenzioni, etc.) perché cristallizzano in forma scritta delle norme.

 

Gli effetti della codificazione

Dalla codificazione scientifica/dottrinale, in particolare dai lavori svolti dall’International Law Commission, possono essere elaborati dei progetti che sono successivamente trasformati in accordi di codificazione. La vera e propria codificazione normativa si traduce nell’adozione di un accordo di codificazione che, in quanto tale, crea norme giuridicamente vincolanti per gli Stati parti. Questi ultimi sono vincolati a dare esecuzione al trattato, sia che esso contenga norme di vera e proprie codificazione del diritto consuetudinario vigente, sia che esso contenga invece (anche) norme di sviluppo progressivo del diritto internazionale.

Un accordo di codificazione può avere (proprio perché si propone di codificare e di sviluppare il diritto internazionale consuetudinario) un’importanza non secondaria sotto due aspetti:

  • Sia allo scopo di accertare il contenuto di una norma vigente nel diritto internazionale generale,
  • Sia allo scopo di influenzare l’evoluzione del diritto internazionale vigente.

 

Per questi motivi, si possono distinguere tre possibili effetti di un accordo di comunicazione sul diritto consuetudinario generale.

  1. L’effetto dichiarativo: questo si produce quando l’accordo si limita a dare forma scritta a norme già vigenti nel diritto internazionale consuetudinario, a fare, cioè opera di codificazione in senso stretto.
  2. L’effetto di cristallizzazione: questo si produce quando l’accordo dà forma scritta a norme che sono in corso di formazione del diritto internazionale consuetudinario, costituendo, in un certo senso, il coronamento del processo consuetudinario: la stipulazione dell’accordo evidenzia la generalizzazione della prassi, e/o la realizzazione nell’insieme della società internazionale di una corrispondente opinio juris.
  3. L’effetto creativo: questo può prodursi quando l’accordo innova rispetto al diritto consuetudinario vigente, facendo opera di sviluppo progressivo del diritto internazionale generale anziché di codificazione in senso stretto. Qui un elemento fondamentale ai fini dell’innovazione è il numero degli Stati parti di un accordo.

 

È chiaro quindi che è necessario molto tempo perché il diritto internazionale possa assumere il tratto della completezza. E non è detto che questo avvenga nonostante i lavori di gruppi di eccellenti studiosi.

Informazioni

https://www.oxfordbibliographies.com/view/document/obo-9780199796953/obo-9780199796953-0079.xml

Nys, Ernest. “The Codification of International Law.” The American Journal of International Law 5, no. 4 (1911): 871-900. Accessed April 19, 2021. doi:10.2307/2186528.

Norman, George, and Joel P. Trachtman. “The Customary International Law Game.” The American Journal of International Law 99, no. 3 (2005): 541-80. Accessed April 19, 2021. doi:10.2307/1602291.

https://www.dirittoconsenso.it/2020/10/24/75-anni-di-nazioni-unite/

Andrea Gioia, Manuale breve Diritto internazionale, Percorsi, Giuffrè Editore, 2010

Draft Conclusions on Identification of customary international law, with commentaries, 2018. Link: https://legal.un.org/ilc/texts/instruments/english/commentaries/1_13_2018.pdf

Shabtai Rosenne, Some Diplomatic Problems of Codification of the Law of Treaties, 41 Wash.L. Rev.261 (1966). Available at: https://digitalcommons.law.uw.edu/wlr/vol41/iss2/3

[1] La Corte che ho appena citato si trova spesso nella manualistica e gli articoli in lingua inglese con la sigla ICJ (International Court of Justice)

[2] La Corte Internazionale di Giustizia è un fondamentale organo giudiziario nel diritto internazionale attivo sin dal 1945 per la soluzione di controversie tra Stati, figlia, per chi non lo sapesse, della Corte Permanente di Giustizia Internazionale operante dal 1921 al 1946

[3] Rinvio precisamente all’articolo 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia

[4] Anche la questione delle norme cogenti e del diritto internazionale cogente è affascinante. L’articolo 53 della Convenzione sul diritto dei trattati, tra le cause di invalidità dei trattati, prevede il conflitto con una “norma imperativa del diritto internazionale generale (ius cogens)”. Inoltre, la sopravvenienza di una nuova norma imperativa del diritto internazionale generale è inoltre prevista dall’articolo 64 della Convenzione sul diritto dei trattati tra le cause di estinzione dei trattati. Ciò significa che esistono norme materiali di diritto internazionale generale che devono considerarsi gerarchicamente superiori alle norme poste mediante accordo non solo (o non tanto) da un punto di vista formale, ma anche (o soltanto) dal punto di vista della loro forza obbligatoria. Sulla questione più approfondita dello ius cogens rimando ad un articolo di Nicolò Brugnera pubblicato su DirittoConsenso sui cambiamenti delle fonti nel diritto internazionale: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/28/le-fonti-del-diritto-internazionale-e-i-cambiamenti-della-comunita-internazionale/

[5] Si definisce trattato: “un accordo internazionale concluso tra Stati in forma scritta e disciplinato dal diritto internazionale, incorporato in un unico strumento o in due o più strumenti correlati e qualunque sia la sua particolare designazione

[6] Rimando ad esempio a: Nys, Ernest. “The Codification of International Law.” The American Journal of International Law 5, no. 4 (1911): 871-900. Accessed April 19, 2021. doi:10.2307/2186528. E ancora: Shabtai Rosenne, Some Diplomatic Problems of Codification of the Law of Treaties, 41 Wash.L. Rev.261 (1966). Available at: https://digitalcommons.law.uw.edu/wlr/vol41/iss2/3 , una fonte particolarmente interessante su cui approfondire perchè se ne discuteva mentre si sviluppava il progetto della Convenzione sul diritto dei trattati. E ancora per una lettura più moderna della questione: https://academic.oup.com/ejil/article/21/1/173/363352

[7] Detto diversamente: “The process of codification tends to change the law, because transforming unwritten rules into written rules requires precision, systematization, and definition of the relevant terms and rules. These changes can be minor or substantial.” Maggiori informazioni consultabili qui: https://www.oxfordbibliographies.com/view/document/obo-9780199796953/obo-9780199796953-0079.xml

[8] Nel diritto internazionale più spesso deve farsi riferimento a corti o tribunali internazionali che ad un singolo individuo

[9] Un problema che rimane ancora comune. In “Draft Conclusions on Identification of customary international law, with commentaries” si legge: “Some important fields of international law are still governed essentially by customary international law, with few if any applicable treaties. Even where there is a treaty in force, the rules of customary international law continue to govern questions not regulated by the treaty and continue to apply in relations with and among non-parties to the treaty. In addition, treaties may refer to rules of customary international law; and such rules may be taken into account in treaty interpretation in accordance with article 31, paragraph 3 (c), of the Vienna Convention on the Law of Treaties

[10] Noto anche con l’acronimo IDL, l’Istituto di Diritto Internazionale (IDI) è stato fondato l’8 settembre 1873 presso il municipio di Gand in Belgio da undici avvocati di fama internazionale. Scopo dell’istituto è promuovere il progresso del diritto internazionale

[11] Nota anche con l’acronimo ILC, la Commissione di Diritto Internazionale (CDI) è stata istituita dall’Assemblea Generale, nel 1947, per assumere il mandato dell’Assemblea, ai sensi dell’articolo 13 (1) (a) della Carta delle Nazioni Unite, di “avviare studi e formulare raccomandazioni allo scopo di … incoraggiare il progressivo sviluppo del diritto internazionale e la sua codificazione“. La CDI è un organo collegiale composto da individui indipendenti, eletti dall’Assemblea Generale sulla base di liste presentate dagli Stati membri. La prossima sessione di lavoro che sarà tenuta dalla CDI sarà la settantaduesima della sua storia


Cooperazione rafforzata dell'UE

La cooperazione rafforzata dell'UE

L’interessante strumento della cooperazione rafforzata dell’UE, tra procedura di instaurazione e significato

 

Cos’è la cooperazione rafforzata dell’Unione Europea?

La cooperazione rafforzata dell’UE è un particolare punto di incontro che unisce alcuni Stati Membri dell’Unione Europea su una determinata materia. Questa è il concetto semplice, ma che merita un approfondimento sul funzionamento e sul significato.

Partiamo da una solida base di diritto. Rimangono fermi i principi di diritto dell’Unione Europea come: il primato del diritto dell’Unione, il suo diretto effetto e l’uniformità di interpretazione nel caso di uno specifico scopo geografico, il rispetto dei diritti fondamentali e il principio della non-discriminazione, insieme alla fondatezza del mutuo rispetto e lealtà dell’Unione e degli Stati membri.

La cooperazione rafforzata è ben allineata in particolare ad un principio del diritto dell’Unione: il principio di flessibilità. Questo è cristallizzato nella clausola di flessibilità[1]. Tale clausola è prevista dall’art. 352[2] del TFUE, una disposizione che consente all’UE di adottare atti necessari a raggiungere gli obiettivi fissati dai trattati, salvo che i trattati non abbiano previsto poteri di azione a tal fine[3].

A ben vedere si potrebbe dire che la cooperazione rafforzata possa mostrare all’interno del diritto dell’Unione Europea due facce del processo di integrazione: da una parte inquadra chi è interessato a fare un passo in più per l’uniformità delle regole, dall’altra mostra un’asimmetria incomprensibile per chi invece ritiene fondamentale che l’ordine sovranazionale sia comune a tutti.

Ma senza entrare nel dibattito di questo specifico settore, passiamo all’analisi della cooperazione rafforzata dell’UE e successivamente dell’iter.

 

L’art. 20 del TUE

L’articolo 20 del Trattato sull’Unione Europea stabilisce che:

1. Gli Stati membri che intendono instaurare tra loro una cooperazione rafforzata nel quadro delle competenze non esclusive dell’Unione possono far ricorso alle sue istituzioni ed esercitare tali competenze applicando le pertinenti disposizioni dei trattati, nei limiti e con le modalità previsti nel presente articolo e negli articoli da 326 a 334 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

Le cooperazioni rafforzate sono intese a promuovere la realizzazione degli obiettivi dell’Unione, a proteggere i suoi interessi e a rafforzare il suo processo di integrazione. Sono aperte in qualsiasi momento a tutti gli Stati membri ai sensi dell’articolo 328 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

2. La decisione che autorizza una cooperazione rafforzata è adottata dal Consiglio in ultima istanza, qualora esso stabilisca che gli obiettivi ricercati da detta cooperazione non possono essere conseguiti entro un termine ragionevole dall’Unione nel suo insieme, e a condizione che vi partecipino almeno nove Stati membri. Il Consiglio delibera secondo la procedura di cui all’articolo 329 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

3. Tutti i membri del Consiglio possono partecipare alle sue deliberazioni, ma solo i membri del Consiglio che rappresentano gli Stati membri partecipanti ad una cooperazione rafforzata prendono parte al voto. Le modalità di voto sono previste all’articolo 330 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.

4. Gli atti adottati nel quadro di una cooperazione rafforzata vincolano solo gli Stati membri partecipanti. Non sono considerati un acquis che deve essere accettato dagli Stati candidati all’adesione all’Unione.

 

Le condizioni per formare una cooperazione rafforzata dell’UE

In breve, le condizioni generali per instaurare una cooperazione rafforzata, stabilite dall’art. 20 del TUE e dagli artt. 326-334 del TFUE, sono le seguenti:

  • deve essere diretta a rafforzare il processo di integrazione e promuovere la realizzazione degli obiettivi dell’UE
  • deve rispettare i Trattati[4] e il diritto dell’Unione[5]
  • deve rimanere nei limiti delle competenze dell’Unione e non riguardare settori di sua competenza esclusiva[6]
  • non deve arrecare pregiudizio né al mercato interno né alla coesione economica, sociale e territoriale, né costituire un ostacolo per gli scambi tra gli Stati membri o procurare distorsioni alla concorrenza
  • devono parteciparvi almeno 9 Stati Membri
  • deve rispettare le competenze, i diritti e gli obblighi degli Stati Membri che non vi partecipano, i quali a loro volta non devono ostacolarne l’attuazione
  • deve essere aperta fin dall’inizio a tutti gli Stati Membri, i quali possono parteciparvi in qualsiasi momento, previa verifica da parte della Commissione (o del Consiglio, a seconda della materia interessata) che le condizioni di partecipazione siano soddisfatte.

 

L’iter generico, come previsto dall’art. 329 del TFUE

La richiesta di instaurare una cooperazione rafforzata dell’UE è trasmessa, come già detto, da almeno 9 Stati Membri in uno dei settori di cui ai trattati (eccetto i settori di competenza esclusiva e la Politica Estera e di Sicurezza Comune) alla Commissione Europea. Questa può presentare al Consiglio una proposta in merito. L’autorizzazione è concessa con decisione del Consiglio che:

  • delibera a maggioranza qualificata, su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento Europeo;
  • delibera all’unanimità se la disposizione dei Trattati che può essere applicata nel quadro di una cooperazione rafforzata prevede che il Consiglio in quella materia deliberi all’unanimità[7].

 

La decisione di autorizzazione di instaurare una cooperazione rafforzata “è adottata dal Consiglio in ultima istanza, qualora esso stabilisca che gli obiettivi ricercati da detta cooperazione non possono essere conseguiti entro un termine ragionevole dall’Unione nel suo insieme”.

Per l’adozione degli atti e delle decisioni necessarie per l’attuazione di una cooperazione rafforzata, si applicano le pertinenti disposizioni istituzionali dei Trattati con le seguenti precisazioni:

  • in seno al Consiglio, solo i rappresentanti degli Stati partecipanti a tale cooperazione prendono parte al voto nelle materie oggetto della cooperazione, anche se tutti gli altri Stati membri del Consiglio possono partecipare alle sue deliberazioni;
  • l’unanimità è costituita unicamente dal voto degli Stati Membri interessati;
  • gli atti e le decisioni adottati per l’attuazione della cooperazione rafforzata vincolano solo gli Stati Membri partecipanti.

 

Alcuni casi di cooperazione rafforzata

Dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, sono state instaurate poche cooperazioni rafforzate. Si possono citare:

  • Quella in materia di legge applicabile al divorzio e alla separazione legale, autorizzata dal Consiglio con decisione n. 2010/405/UE del 12 luglio 2010[8]
  • Quella in materia di brevetto europeo, autorizzata dal Consiglio con decisione n. 2011/167/UE del 10 marzo 2011[9]
  • Quella in materia di regimi di proprietà per le coppie internazionali, autorizzata dal Consiglio con decisione n. 2016/954/UE del 9 giugno 2016[10].

 

Infine, un’interessante forma di cooperazione rafforzata di cui si è discusso negli ultimi 10 anni è quella in materia di imposta sulle transazioni finanziarie[11] ma che per il momento sembra sia in fase di stallo.

 

Una forma particolare di cooperazione rafforzata: quella in materia di cooperazione giudiziaria penale

In tema di cooperazione rafforzata è bene fare una precisazione: in materia di cooperazione giudiziaria penale è possibile instaurare una cooperazione di forma particolare. Quando Consiglio e Parlamento Europeo ritengono necessario emanare direttive che stabiliscono norme minime relative alla definizione dei reati[12] e delle sanzioni per garantire l’attuazione efficace di una politica dell’Unione in un settore che è stato oggetto di misure di armonizzazione, in caso di disaccordo in seno al Consiglio europeo, almeno 9 Stati Membri possono instaurare una cooperazione rafforzata sulla base del progetto di direttiva in questione, dandone informazione al Consiglio, al Parlamento europeo e alla Commissione. In tal caso si applica la c.d. clausola di accelerazione, cioè un’autorizzazione concessa automaticamente.

Sempre in materia di cooperazione nel settore penale, due altre clausole di accelerazione sono state introdotte dal Trattato di Lisbona:

  • Per l’istituzione di una procura europea[13] (art. 86, par. 1, comma 3 TFUE) e
  • Per la cooperazione di polizia (art. 87, par. 3 TFUE).

 

La situazione attuale

Il ricorso alla cooperazione rafforzata UE è in diminuzione rispetto al passato: il sistema in questione infatti era più ricorrente tra gli anni 70 e 80 su alcune aree precedentemente all’adozione dell’Atto Unico Europeo[14] del 1987. Poi, pur avendo il Trattato di Nizza del 2000 semplificato la procedura di attuazione della cooperazione rafforzata per la prospettiva dell’allargamento dell’UE, in realtà non si è assistito ad un incremento di questo meccanismo.

Bisogna dire comunque che, con l’eccezione della cooperazione rafforzata sulla tassazione delle transazioni finanziarie, è difficile immaginare un uso diffuso di questo meccanismo per il rischio di un concreto affermarsi di un’Europa a tante velocità discontinue. Per comprendere questo rischio basta riprendere pochi criteri: la cooperazione rafforzata è una procedura in cui un minimo di 9 Stati dell’UE può stabilire un’integrazione o una cooperazione avanzata in un’area all’interno delle strutture dell’UE, ma senza che gli altri Stati dell’UE siano coinvolti. Questo, per alcuni Stati, basta e avanza.

Informazioni

[1] Vedi l’art. 352 del TFUE

[2] Più di preciso poi, l’articolo 352 del TFUE può servire come base giuridica unicamente quando sono soddisfatte le seguenti condizioni: l’azione prevista è «necessaria per raggiungere, nell’ambito delle politiche definite dai trattati (ad eccezione della politica estera e di sicurezza comune), uno degli scopi dell’Unione»; non esiste alcuna disposizione del trattato che preveda un’azione per il raggiungimento di tale «scopo»; l’azione prevista non deve condurre all’estensione delle competenze dell’UE al di là di quanto previsto dai trattati.

[3] In breve si ricordi che la clausola di flessibilità presenta altri limiti che sono: le misure adottate sulla base della clausola ex art. 352 TFUE non possono comportare un’armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri nei casi in cui i Trattati lo escludano; la clausola non può essere usata per l’adozione di disposizioni che conducano sostanzialmente a una modifica del Trattato sfuggendo così alla procedura prevista; l’applicazione della teoria dei c.d. poteri impliciti, cioè quella teoria che riconosce poteri non espressamente conferiti dai Trattati all’Unione Europea ma che risultino indispensabili per un esercizio efficace ed appropriato delle competenze già attribuite

[4] Quando si parla di rispetto dei Trattati significa rispettare le norme contenute nei trattati vigenti

[5] L’espressione generica Diritto dell’Unione implica che all’interno del diritto siano inclusi anche i principi

[6] Le competenze esclusive dell’Unione Europea, in base all’art. 3, sono: l’unione doganale, la definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno, la politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro, la conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca, la politica commerciale comune, la conclusione di accordi internazionali quando la conclusione è prevista in un atto legislativo dell’Unione o è necessaria per consentire all’Unione di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o modificarne la portata.

[7] Vedi artt. 330 e 332 del TFUE

[8] In dettaglio si rimanda a: https://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2010:343:0010:0016:EN:PDF

[9] In attuazione di tale cooperazione sono stati adottati il regolamento UE n. 1257/2012 e il regolamento UE n. 1260/2012

[10] In dettaglio si rimanda a: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/HTML/?uri=CELEX:32016D0954&rid=1

[11] Tale imposta in inglese viene comunemente chiamata FTT, cioè Financial Transaction Tax

[12] Sul tema dei reati sovranazionali o europei in realtà c’è poco da dire. L’Unione Europea, che è un’organizzazione internazionale dotata di personalità giuridica, non detiene una competenza nel settore della legislazione penale. Tuttavia, nel corso degli anni si è potuto notare un progressivo avvicinamento delle legislazioni degli Stati membri per contrastare particolari e diffusi fenomeni di criminalità… grazie in parte alla stessa Unione Europea! Per maggiori dettagli rimando a quest’altro articolo pubblicato su DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/01/diritto-penale-europeo-sogno-o-realta/

[13] La procura europea, nota anche con la sigla EPPO, è il frutto di lunghe trattative tra Stati membri. Per conoscere il funzionamento e la storia di quest’organo dell’UE si rimanda al seguente articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2021/02/04/procura-europea/

[14] Trattato noto anche con la sigla inglese SEA, l’Atto Unico Europeo ha introdotto articoli più specifici e capitoli che conferiscono all’UE il potere di legiferare in settori quali l’ambiente, la ricerca, lo sviluppo e la politica regionale


Differenza tra firma e ratifica di trattato

La differenza tra firma e ratifica di trattato

Ogni trattato nel diritto internazionale è frutto di negoziati fra due o più Stati ma che differenza c’è tra firma e ratifica di trattato?

 

Che differenza c’è tra firma e ratifica di trattato?

In tema di trattati ci sono vari termini che conducono alla conclusione di un accordo tra le parti. Inoltrandosi verso la stipulazione di un trattato[1] gli Stati esprimono il consenso ad obbligarsi alle disposizioni contenute nel testo del trattato: questo consenso può essere prestato in due forme diverse. Ecco perché ho inteso analizzare in questo articolo la differenza tra firma e ratifica di trattato.

Prima di tutto: cos’è un trattato? In base all’articolo 2[2] della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, si definisce trattato:

un accordo internazionale concluso tra Stati in forma scritta e disciplinato dal diritto internazionale, incorporato in un unico strumento o in due o più strumenti correlati e qualunque sia la sua particolare designazione

 

I trattati fanno parte delle fonti del diritto internazionale pubblico[3] perché stabiliscono regole. Tali regole possono avere vari effetti. Si rimanda ai numerosi trattati che dall’istituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite[4] (ONU) ad oggi hanno riguardato settori del diritto anche molto diversi tra loro[5].

 

La firma

La firma (signature) è, a differenza della ratifica (che vedremo più avanti), una forma semplice o semplificata con cui uno Stato manifesta il proprio consenso. Così, in base all’articolo 12 della Convenzione di Vienna, un rappresentante può firmare un trattato a condizione che la firma sia confermata dal suo Stato. In questo caso la firma diventa definitiva una volta confermata dall’organo responsabile.

Bisogna poi prestare attenzione ad una forma particolare: quando la firma è soggetta a ratifica, accettazione o approvazione (tutti elementi che specificheremo successivamente), la firma non stabilisce il consenso ad essere vincolati. Tuttavia, è un mezzo di autenticazione ed esprime la volontà dello Stato firmatario di continuare il processo di elaborazione del trattato. La firma pertanto qualifica lo Stato firmatario[6] a procedere alla ratifica, accettazione o approvazione. Crea inoltre l’obbligo di astenersi, in buona fede, da atti che vanificherebbero l’oggetto e lo scopo del trattato.

 

La ratifica

La ratifica (ratification) definisce l’atto internazionale in base al quale uno Stato esprime il proprio consenso ad essere vincolato a un trattato se le parti intendevano manifestare il proprio consenso mediante tale atto. C’è però una differenza nel caso in cui il trattato sia:

  • bilaterale, cioè quando gli Stati partecipanti sono due: la ratifica si ottiene solitamente scambiando gli strumenti necessari
  • multilaterale, quando ci sono più di due Stati partecipanti: la procedura usuale prevede che lo Stato depositario[7] raccolga le ratifiche di tutti gli Stati, tenendo tutte le parti informate della situazione.

 

La ratifica è, fate attenzione, un atto successivo alla firma: per questo motivo si dice che un trattato è stipulato in forma solenne. A differenza della firma, che è apposta direttamente dal plenipotenziario, sia pure sulla base di pieni poteri ricevuti, la ratifica promana dall’organo centrale dello Stato costituzionalmente competente a stipulare il trattato (organo che in genere è il Capo dello Stato), il quale ratifica, appunto, l’operato del plenipotenziario.

È bene ricordare che esistono altri modi per indicare lo stesso effetto[8] della ratifica dei trattati e tali modalità sono ugualmente forme solenni con cui gli Stati manifestano il consenso ad obbligarsi alle disposizioni dei trattati. Queste forme sono:

  • Accettazione (acceptance)
  • Approvazione (approval)
  • Adesione (accession), di cui si parlerà più avanti.

 

 

L’adesione: la particolarità di questa forma

L’adesione (accession) è l’atto con cui uno Stato accetta l’offerta o l’opportunità di diventare parte di un trattato già negoziato e firmato da altri Stati. In altre parole, l’adesione è l’atto con cui uno Stato che non ha partecipato ai negoziati può divenire parte di un trattato c.d. aperto.

L’adesione pertanto avviene solitamente dopo l’entrata in vigore del trattato.

L’adesione è prevista dall’art. 15 della Convenzione di Vienna che indica che[9]:

Il consenso di uno Stato ad essere vincolato da un trattato si esprime con l’adesione:

  1. quando il trattato prevede che tale consenso possa essere espresso da tale Stato con l’adesione;
  2. quando sia altrimenti accertato che gli Stati che hanno partecipato ai negoziati avevano convenuto che tale consenso avrebbe potuto essere espresso da tale Stato con l’adesione;
  3. quando tutte le parti abbiano convenuto successivamente che il consenso avrebbe potuto essere espresso da tale Stato con l’adesione.

 

 

Un esempio di firma e ratifica di trattato: la Convenzione di Vienna del 1969

Per offrire un esempio della differenza tra firma e ratifica di trattato prendiamo come riferimento il trattato multilaterale citato fino ad adesso: la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969.

La Convenzione è stata adottata il 22 maggio e aperta alla firma il 23 maggio 1969 dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul diritto dei trattati. La Conferenza è stata convocata ai sensi delle risoluzioni 2166 (XXI)1 del 5 dicembre 1966 e 2287 (XXII)2 del 6 dicembre 1967 dell’Assemblea Generale. La Conferenza ha tenuto due sessioni, entrambe presso la Neue Hofburg di Vienna[10], la prima sessione dal 26 marzo al 24 Maggio 1968 e seconda sessione dal 9 aprile al 22 maggio 1969. Oltre alla Convenzione, la Conferenza ha adottato l’Atto finale e alcune dichiarazioni e risoluzioni, che sono allegate a tale Atto. Con decisione unanime della Conferenza, l’originale dell’Atto Finale[11] è stato depositato negli archivi del Ministero Federale degli Affari Esteri d’Austria.

Vediamo quindi cosa hanno fatto alcuni Stati[12]:

  • L’Italia ha firmato il 22 aprile 1970 e ha ratificato la Convenzione il 25 luglio 1974
  • Il Brasile è stato tra i primi firmatari (ha firmato il 23 maggio 1969) ma ha ratificato la Convenzione solamente il 25 settembre 2009
  • Gli Stati Uniti hanno firmato il 24 aprile 1970 ma non hanno ratificato
  • La Cina ha aderito alla Convenzione il 3 settembre 1997
  • Afghanistan, Bolivia, Cambogia, Ghana, Iran, Kenya, Madagascar, Trinidad e Tobago e Zambia hanno firmato la Convenzione nel 1969 ma non hanno ratificato.

Informazioni

[1] Siamo in una fase avanzata del processo di creazione di un accordo: quando due o più Stati intendono stabilire un accordo internazionale aprono delle trattative. Se il negoziato ha successo, esso si conclude con l’adozione del testo del trattato. Normalmente con l’adozione del testo vi è anche autenticazione del testo (anche se la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 distingue adozione e autenticazione). Il testo del trattato è certificato come autentico e definitivo in due modi: o con la procedura prevista dal testo dello stesso trattato, oppure con la firma

[2] L’articolo 2 della Convenzione, dal testo originale in inglese, stabilisce che ““treaty” means an international agreement concluded between States in written form and governed by international law, whether embodied in a single instrument or in two or more related instruments and whatever its particular designation

[3] La questione delle fonti del diritto internazionale pubblico è stato oggetto di trattazione di Nicolò Brugnera. Nel suo articolo infatti ha ricordato come le fonti non siano cristallizzate e immutabili, ma, al contrario, siano mutate nel tempo. L’approfondimento: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/28/le-fonti-del-diritto-internazionale-e-i-cambiamenti-della-comunita-internazionale/

[4] Nel 2020 l’ONU ha festeggiato 75 anni di attività. Lorenzo Argirò ne ha parlato per DirittoConsenso in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/10/24/75-anni-di-nazioni-unite/

[5] Esempi di trattati su cui si è scritto su DirittoConsenso sono: il regime sugli stretti internazionali, https://www.dirittoconsenso.it/2020/08/10/regime-giuridico-canale-di-suez/ ;  le delimitazioni territoriali degli Stati, https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/26/la-delimitazione-territoriale-degli-stati/ ; la protezione del patrimonio culturale subacqueo, https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/13/convenzione-protezione-patrimonio-culturale-subacqueo/

[6] Crea inoltre l’obbligo di astenersi, in buona fede, da atti che vanificherebbero l’oggetto e lo scopo del trattato

[7] Depositare un trattato ha un preciso significato: le principali funzioni di un depositario sono codificate nell’articolo 77 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati. Dopo la conclusione di un trattato, gli strumenti scritti, che forniscono la prova formale del consenso da parte degli Stati a essere vincolati, nonché le riserve e le dichiarazioni, sono posti sotto la custodia di un depositario. Salvo disposizione contraria del trattato, il deposito degli strumenti di ratifica, accettazione, approvazione o adesione stabilisce il consenso di uno Stato ad essere vincolato dal trattato. Per i trattati con un numero limitato di parti, il depositario sarà solitamente il governo dello stato sul cui territorio è stato firmato il trattato. A volte vari Stati vengono scelti come depositari. I trattati multilaterali di solito designano un’organizzazione internazionale o il Segretario generale delle Nazioni Unite come depositari. Il depositario deve accettare tutte le notifiche e i documenti relativi al trattato, esaminare se tutti i requisiti formali sono soddisfatti, depositarli, registrare il trattato e notificare tutti gli atti pertinenti alle parti interessate.

[8] Come tra l’altro è stabilito nell’articolo 2 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati: ““ratification”, “acceptance”, “approval” and “accession” mean in each case the international act so named whereby a State establishes on the international plane its consent to be bound by a treaty

[9] Testo originale, in inglese: “The consent of a State to be bound by a treaty is expressed by accession when: (a) the treaty provides that such consent may be expressed by that State by means of accession; (b) it is otherwise established that the negotiating States were agreed that such consent may be expressed by that State by means of accession; or (c) all the parties have subsequently agreed that such consent may be expressed by that State by means of accession.

[10] È la residenza ufficiale del Presidente federale dell’Austria

[11] Il testo dell’Atto Finale è incluso nel documento A/CONF.39/11/Add.2.

[12] I dati di seguito riportati sono stati scritti il 31 marzo 2021


Fasi del riciclaggio

Le fasi del riciclaggio: i passaggi

Identificare le fasi del riciclaggio e comprendere la struttura del fenomeno: cosa avviene perchè il riciclaggio si consideri compiuto?

 

Cosa sono le fasi del riciclaggio?

Le fasi di riciclaggio rappresentano il percorso che il denaro sporco compie per passare da illecito a lecito. Questo arrivo dei proventi illeciti alla forma pulita è il fine stesso dell’attività di riciclaggio. In sostanza sono una serie di azioni determinate per attribuire un’origine lecita a valori di provenienza criminosa.

Punito in moltissimi Stati[1] (anche se con forme diverse) e considerato una piaga a livello internazionale[2], è importante capire perché il riciclaggio possa poggiare su alcuni passaggi di base.

 

E quali sono?

Le fasi del riciclaggio sono 3.

  1. Collocazione o placement: collocare il denaro sporco significa immettere il denaro nei circuiti legali dell’economia o della finanza.
  2. Dissimulazione/stratificazione o layering: dissimulare è fondamentale per far perdere la traccia documentale del denaro sporco. Si usa anche il termine “stratificazione” perché più le operazioni sono complesse, maggiore è la possibilità che il denaro sporco non sia rintracciato
  3. Integrazione o integration: integrare i soldi riciclati nell’economia legale. L’ultima fase è quella ormai di immissione nel circuito economico-finanziario legale di proventi di natura illecita.

 

Vediamole con più attenzione.

 

Collocazione

Questa prima fase consiste nel collocamento materiale dei proventi di reato presso istituzioni o intermediari bancari e finanziari[3] direttamente nel mercato (interno o esterno). Tipico di quest’inizio di operazioni è il frazionamento delle operazioni effettuate su denaro contante[4] allo scopo di sfuggire agli obblighi di segnalazione. Sotto queste soglie infatti le operazioni sono perfettamente legittime.

Oggigiorno ci sono anche altre attività non strettamente finanziarie sulle quali ha esercitato un forte influsso l’avvento delle modalità tipiche della net economy[5]. Basti pensare al banking on line, al trading on line, alla moneta elettronica[6] e alle carte prepagate.

 

Dissimulazione o stratificazione

La seconda fase, nota anche come dissimulazione o stratificazione, consiste nel compimento di una serie di operazioni finanziarie dirette a separare il capitale dalla sua origine illecita. È qui che generalmente si fa riferimento ai grandi circuiti internazionali del riciclaggio di denaro in cui sono presenti professionisti compiacenti capaci di dirottare i soldi sporchi. Il denaro infatti è indirizzato verso le istituzioni finanziarie di molti Stati e tra questi si tende a preferire i paradisi off shore[7].

I trasferimenti elettronici di fondi costituiscono il metodo più moderno e insidioso per i vantaggi connessi alla velocità delle transazioni, alla distanza delle successive allocazioni, alle minime tracce nei passaggi. Rispetto alle classiche operazioni bancarie, i trasferimenti elettronici sono le nuove frontiere del riciclaggio (anche se c’è da citare anche il cyberlaundering).

 

Integrazione

Terza fase, infine, che è costituita dallo sforzo di integrare (da qui il nome) nei circuiti dell’economia lecita i capitali di origine delittuosa.  È qui che si conclude il percorso in fasi del riciclaggio.

Tuttavia, accanto a percorsi decisamente più facili, come il cash smuggling[8], ci sono percorsi più contorti e che richiedono il concorso di altre persone, come il ricorso al metodo della shell company[9], specie professionisti ed esperti delle legislazioni antiriciclaggio.

Giungere a questa fase non è sempre facile, fortunatamente aggiungo. Durante queste fasi infatti esistono numerosissimi controlli sia a livello locale che internazionale[10] (specie se il riciclaggio viene operato con un modello su larga scala magari di natura transfrontaliera).

 

Un esempio recente di riciclaggio di denaro con individuazione delle fasi

Partiamo da un recente caso di riciclaggio[11] che ha coinvolto un imprenditore, un quarantacinquenne milanese per aver riciclato e reinvestito denaro proveniente da una truffa che aveva colpito migliaia di risparmiatori. La truffa era stata compiuta da alcune società che, attraverso il sistema bancario, promuovevano e vendevano diamanti a prezzi notevolmente superiori rispetto all’effettivo valore, paventando agli investitori rendimenti irrealistici ed applicando loro esorbitanti provvigioni.

L’imprenditore di cui prima aveva riciclato e reinvestito le somme distratte, in fondi gestiti da una società d’investimento lussemburghese, nonché finanziando numerose imprese riconducibili a lui. Queste imprese erano tutte attive nel Centro-Nord Italia nei più diversificati settori economici: un ristorante a Forte dei Marmi, una cava di marmo, una sartoria e un concessionario di autovetture, tutti ubicati a Carrara, e due società operanti nel recupero crediti e nell’intermediazione immobiliare, con sede in Milano.

Da questo semplice episodio si possono inquadrare le fasi del riciclaggio:

  1. Collocazione: le somme di origine illecita (cioè quelle della società che aveva truffato i risparmiatori) vengono incanalate nella società d’investimento lussemburghese
  2. Dissimulazione/stratificazione: la separazione del capitale illecito viene appunto smistato in molte attività (il ristorante, la cava di marmo, etc.). Così il riciclatore, con accortezza criminale, non deve fare altro che mantenere le attività non esattamente o non completamente con i guadagni leciti dell’attività stessa ma riutilizzando il denaro sporco
  3. Integrazione: i proventi illeciti confluiti nelle attività diventano in mancanza di controlli un guadagno lecito.

 

Per concludere quindi la trattazione delle fasi del riciclaggio, solitamente è proprio nella fase della collocazione che è possibile individuare il denaro sporco: perché per compiere operazioni economico-finanziarie sono richiesti requisiti di rendicontazione e della persona che le compie che bloccano (o meglio, possono bloccare) il riciclaggio dall’origine.

Informazioni

Della Ragione, L. and Maiello, V. (2018) Riciclaggio e reati nella gestione dei flussi di denaro sporco. Giuffrè

Gilmour, N. (2020) ‘Illustrating the incentivised steps criminals take to launder cash while avoiding government anti-laundering measures’, Journal of Money Laundering Control, 23(2), pp. 515–526

https://www.europol.europa.eu/publications-documents/enterprising-criminals-%E2%80%93-europe%E2%80%99s-fight-against-global-networks-of-financial-and-economic-crime

https://www.gdf.gov.it/stampa/ultime-notizie/anno-2021/febbraio/confiscato-ingente-patrimonio-a-imprenditore-condannato-per-riciclaggio

[1] Ho parlato per esempio del riciclaggio di denaro in Brasile qui: https://www.dirittoconsenso.it/2020/11/17/riciclaggio-denaro-in-brasile/

[2] Ho parlato del riciclaggio internazionale di denaro in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/04/23/il-riciclaggio-internazionale-di-denaro/

[3] La normativa italiana prevede che, all’art. 35 del d. lgs. 21 novembre 2007, n. 231 l’obbligo per un’ampia platea di soggetti, tra cui rientrano gli intermediari bancari e finanziari, i professionisti, i prestatori di servizi di gioco, le società di gestione accentrata di strumenti finanziari e di gestione dei mercati regolamentati di strumenti finanziari, di segnalare all’UIF, ossia l’unità di intelligence finanziaria italiana, le operazioni sospette

[4] La tecnica dello smurfing riguarda il deposito di soldi. Per il gran numero di legislazioni antiriciclaggio, spesso si ricorre a piccoli depositi e non al deposito in unica quantità, magari differenziando i versamenti tra privati, persone fisiche e imprenditori o professionisti.

[5] Cioè quella parte dell’economia legata alle tecnologie informatiche.

[6] Anche le cripto-valute rappresentano un’innovazione operativa per i criminali. L’Europol ad esempio in un comunicato stampa ha reso noto un’operazione della polizia spagnola contro un’associazione criminale che operava con monete virtuali. Link: https://www.europol.europa.eu/newsroom/news/international-fraud-in-forex-trade-and-binary-options-busted-in-andorra

[7] Per Stati off-shore si intendono quelle giurisdizioni che consentono la creazione di società offshore. Per una visione generale del tema rimando a: https://www.investopedia.com/terms/o/offshore.asp

[8] Si tratta di inviare contante via posta o di portare fisicamente il denaro contante da un luogo ad un altro. Da un punto di vista pratico, lo smuggler preferisce usare banconote di grosso valore per lo spostamento di denaro: 100.000 euro in una valigetta sono facilmente trasportabili con banconote da 500 euro anziché con centinaia di banconote da 10 e da 20 euro. Per il traffico di denaro ci sono molti fattori da tenere in considerazione: spostamenti aerei, valute diverse da uno Stato ad un altro, libera circolazione delle persone etc.

[9] I riciclatori di denaro creano società esclusivamente per fornire copertura per movimenti di fondi senza attività commerciali legittime. Un buon numero di società di comodo/società fittizie sono insediate in paesi noti per le leggi sul segreto bancario o per la debole applicazione delle leggi sul riciclaggio di denaro. Possono anche essere sotto forma di Special Purpose Entities (SPEs) o International Business Companies (IBC). I soldi sporchi vengono quindi distribuiti all’interno di queste società di comodo tramite due metodi. Il primo è il sistema di prestito e l’altro è il doppio sistema di fatturazione. Nel caso del metodo del prestito, il criminale costituisce una società offshore e deposita i guadagni illeciti con la rispettiva compagnia, che successivamente restituisce i fondi al trasgressore. Dato che la proprietà delle società offshore è molto difficile da stabilire, sembrerà che una società presti denaro al criminale, mentre in realtà lo sta prestando a sé stesso. Il doppio sistema di fatturazione equivale a mantenere due serie di libri o false fatture. I fondi possono essere trasferiti attraverso le frontiere attraverso il sovraccarico o la vendita di importazioni ed esportazioni sottocosto.

[10] Per cercare di rendere completa la trattazione, bisogna ricordare che molte organizzazioni internazionali si trovano al fianco degli Stati, nel limite del possibile, a cooperare. Pensiamo all’Europol, all’INTERPOL e al GAFI (o FATF). Inoltre gli Stati si servono di banche dati che aiutano a contrastare il fenomeno del riciclaggio.

[11] Fonte: https://www.gdf.gov.it/stampa/ultime-notizie/anno-2021/febbraio/confiscato-ingente-patrimonio-a-imprenditore-condannato-per-riciclaggio


Mercato illecito dei beni culturali

Il mercato illecito dei beni culturali

Il mercato illecito dei beni culturali è caratterizzato da alcune particolarità. Capiamo perché valore, destinazione dei beni e soggetti coinvolti determinano l’unicità del settore

 

Identificare il mercato illecito dei beni culturali

Il mercato illecito dei beni culturali riguarda l’acquisto e la vendita di questi beni. Quest’ultima categoria è individuata nel diritto internazionale così come dalle legislazioni nazionali.

Il traffico illecito dei beni culturali è vasto. Molte organizzazioni internazionali infatti sono impegnate[1] nella lotta al fenomeno. Per contrastare queste attività illecite, bisogna tenere a mente 3 aspetti del traffico illecito dei beni culturali:

  1. il patrimonio culturale è una risorsa limitata che non può essere coltivata o fabbricata (come sono invece gli stupefacenti di origine naturale o le armi),
  2. i profitti aumentano progressivamente dal momento in cui vengono rubati o estratti, al momento in cui vengono immessi nel mercato, e
  3. i beni devono essere sempre riciclati per apparire legittimi (perché altrimenti il bene “scoperto” dovrà essere restituito).

 

Prima considerazione: valutare il mercato

La prima considerazione sul mercato illecito è che vi è un serio impedimento a una quantificazione del commercio illegale dei beni culturali. Questo avviene perché gran parte delle condotte illecite si svolge al di fuori dei dati ufficiali che derivano dalle denunce dei beni andati perduti o rubati e dai dati relativi all’individuazione dei beni. La valutazione quindi dell’estensione dei crimini contro i beni culturali si presenta estremamente problematica sotto vari profili.

Sul problema dell’entità del valore del traffico illecito dei beni culturali, l’UNESCO ha stimato che il commercio di antichità valga 2,2 miliardi di dollari all’anno[2]. Nel complesso, la portata finanziaria del commercio illecito è in definitiva inconoscibile in quanto le statistiche del mercato nero sono notoriamente difficili da accertare. Natali afferma[3] che:

La valutazione dell’estensione dei crimini contro i beni culturali si presenta, dunque, estremamente problematica sotto vari profili. La maggior parte di tali crimini passa inosservata, in quanto non dichiarata alle autorità. Vi sono, poi, ulteriori impedimenti a un’adeguata misurazione dell’entità di tale mercato, come per esempio il fatto che il valore monetario degli oggetti d’arte non è mai stabile.

 

Il problema maggiore nel traffico dei beni culturali è senza dubbio quello relativo alla presenza di beni che siano stati saccheggiati da siti archeologici. Il saccheggio di beni culturali[4] è necessariamente un’attività clandestina e ciò rende difficile, se non impossibile, documentarne l’estensione e individuare quali beni siano stati saccheggiati. La conseguenza è che il valore economico perduto è incalcolabile.

 

Seconda considerazione: dove vanno i beni culturali rubati o illecitamente rimossi da scavi archeologici

I beni culturali illecitamente ottenuti compiono percorsi particolari. Avviene un trasferimento dallo Stato in cui il bene è stato saccheggiato allo Stato di “mercato”. Su una linea immaginaria, il bene viene quindi spostato da A a C, passando per B:

  • “A” viene indicato come Source country, cioè stato di origine del bene (perché era lì sotterrato o perché faceva parte di una collezione di un museo, etc.)
  • “C”, che è ovviamente lo Stato di destinazione, è Market country quindi è importante che il bene entri sotto mentite spoglie (perché ben nascosto oppure perché abbia un certificato che dimostri la legittimità della compravendita)
  • “B”, in cui avviene il transito, è uno Stato definito Transit country (qui il bene può rimanere per molto tempo in attesa di essere ricollocato oppure in attesa che si trovi un acquirente)

 

Ma vediamo bene quali sono questi Stati.

 

Source, transit e market countries

L’esempio A, B e C è per rendere l’idea di come generalmente si muovano i beni nel mercato illecito di beni culturali. La realtà però è più complessa.

In base ad un fenomeno notoriamente transnazionale possiamo considerare il passaggio attraverso gli Stati di transito come fondamentale per favorire le operazioni di riciclaggio[5] di un bene nel mercato legittimo.

Analizzando il fenomeno su scala globale possono essere fatte delle considerazioni sugli Stati. Nella categoria di source countries rientrano l’Italia e la Grecia[6], gli Stati del Sud-est asiatico[7] e del Medio Oriente[8], l’Afghanistan[9] e, in forme minori, l’America meridionale[10].

Nella categoria di market countries sono molto attivi gli Stati Uniti[11], la Gran Bretagna[12] e più di recente Cina[13] e Russia[14]. Il passaggio attraverso Stati di esportazione e Stati di importazione avviene spesso attraverso le già citate transit countries anche se a volte si tratta di punti strategici che nell’economia moderna hanno acquisito un ruolo fondamentale nella logistica o nelle comunicazioni. Si tratta sia di Stati, come la Svizzera[15], sia di singole città che, dotate di grandi infrastrutture, possono influenzare il commercio illecito dei beni culturali. Per il sud-est asiatico tra i più importanti centri si possono citare Singapore, Hong Kong, Macao[16]. Si tratta spesso di Stati la cui legislazione o quantomeno la sua concreta applicazione rende possibile svolgere le trattative e quindi creare un titolo lecito di possesso del bene.

In più, è bene considerare che la distinzione tra Stati di origine, ricchi di antichità e di opere d’arte, e Stati di mercato, potenti attrattori di questi beni, corrisponde spesso alla divisione tra Stati dotati di una forte economia e Stati più svantaggiati sul piano sia economico che sociale. Una distinzione che ricalcherebbe la nota distinzione delle relazioni internazionali tra Stati Occidentali e Stati del terzo mondo o concentrati a sud del mondo. In Yates infatti si legge[17]:

“… il moderno mercato internazionale dell’arte… è socialmente ed economicamente strutturato per favorire l’ovest/il nord globale a scapito dell’est/del sud. Ha sfruttato le risorse del patrimonio culturale dei paesi poveri per alimentare le prerogative del mondo dell’alta cultura che si è sviluppato prevalentemente nei paesi ricchi.

 

Questa dicotomia però è imprecisa soprattutto in tema di mercato dei beni culturali perché gli scenari in cui sono mossi i beni sono molto più complessi. A volte infatti sono proprio gli Stati di mercato ad essere fonte di antichità e diventare, a loro volta, oggetto di saccheggi come nel caso dell’Italia[18].

Inoltre alcuni Stati possono essere il terreno fertile del traffico illecito interno. Si pensi ad un oggetto scavato illecitamente da un contesto archeologico e che sia venduto ad un compratore nello stesso stato di provenienza del bene.

 

Terza considerazione: chi opera nel mercato illecito dei beni culturali

Lo studio da cui sono partito per l’analisi dei soggetti operanti nel mercato illecito dei beni culturali è quello di Campbell[19]. Lo studioso infatti dato che individua 4 fasi in cui si divide il traffico dei beni in questione fa combaciare a ciascuno stadio soggetti diversi che vengono in possesso del bene. In breve:

  1. Quando il bene è rubato (stolen), vi è chi ha fisicamente rimosso il bene dal suo contesto archeologico o paleontologico
  2. Quando è trasportato (transported), vi è uno o più soggetti che saranno identificati come intermediari iniziali
  3. Quando è oggetto di riciclaggio (laundered), il bene richiama e richiede una conoscenza specifica rilevante: qui il bene deve essere riciclato da un intermediario che sia molto vicino al grande mercato dell’arte
  4. Quando è oggetto di acquisto (purchased), spicca il collezionista, sia esso persona fisica o giuridica

 

Con una sequenza tale, non bisogna cadere nell’errore che questi soggetti siano necessariamente legati tra loro. Questi soggetti infatti interagiscono raramente e senza continuità. In altri termini, non si tratta di organizzazioni criminali o associazioni a delinquere ma più spesso di realtà criminali perché ciascun soggetto non necessariamente ha conoscenza di chi e di quanti altri siano nella rete criminale[20].

 

Considerazione finale

La complessità della ricostruzione del mercato in cui si muovono i beni culturali è legato da fattori geografici, politici, culturali ed economici. È per tanti motivi che il problema del mercato nero dell’arte persiste. Ancora una volta sottolineo l’importanza di una maggiore collaborazione tra gli Stati, sfruttando appieno non solamente i meccanismi offerti dai trattati internazionali ma anche la tecnologia che può aiutare nell’individuazione dei beni culturali rimossi o rubati.

Informazioni

Polk, “Fermate questo terribile saccheggio”. Il traffico illecito di oggetti antichi analizzato come un mercato criminale, 2002

Yates, Smith and Mackenzie, The cultural capitalists: Notes on the ongoing reconfiguration of trafficking culture in Asia, Crime, Media, Culture, 2017

Natali, Patrimonio culturale e immaginazione criminologica. Panorami teorici e metodologici, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale: un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015

International flows of selected cultural goods and services, 1994-2003: defining and capturing the flows of global cultural trade, p. 37

Cambpell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013

[1] Ho scritto del ruolo dell’Interpol nella lotta al traffico illecito in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/interpol-lotta-traffico-illecito-beni-culturali/  . Ho approfondito anche i trattati internazionali adottati grazie all’UNESCO e il sistema di protezione a livello internazionale: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/21/unesco-trattati-contro-traffico-illecito-beni-culturali/

[2] International flows of selected cultural goods and services, 1994-2003: defining and capturing the flows of global cultural trade, p. 37 – reperibile nella rete interconnessa

[3] Natali, Patrimonio culturale e immaginazione criminologica. Panorami teorici e metodologici, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale: un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015, p. 37

[4] Questo è noto in inglese come art looting

[5] In più è proprio nel mercato illecito di beni culturali che è possibile assistere ad operazioni di riciclaggio di denaro sporco. Ho voluto approfondire questo fenomeno così specifico e ho raccolto varie informazioni in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/09/28/riciclaggio-di-denaro-e-traffico-di-beni-culturali/

[6] Nikolentzos, Voutsa and Koutsothanasis, What Does It Take to Protect Cultural Property: Some Aspects on the Fight against Illegal Trade of Cultural Goods from the Greek Point of View, in International Journal of Cultural Property, 2017

[7] Yates, Smith and Mackenzie, The cultural capitalists: Notes on the ongoing reconfiguration of trafficking culture in Asia, Crime, Media, Culture, 2017, pp. 245 – 254; Gruber, The Fight Against the Illicit Trade in Asian Cultural Artefacts: Connecting International Agreements, Regional Co-operation, and Domestic Strategies, in Asian Journal of International Law, 2013, p. 341

[8] Vlasic and Turku, Protecting Cultural Heritage as a Means for International Peace, Security and Stability: The Case of ISIS, Syria and Iraq, in Vanderbilt Journal of Transnational Law, 2016, pp. 1371 – 1416; Brodie, The Market in Iraqi Antiquities 1980-2009 and Academic Involvement in the Marketing Process in Manacorda and Chappell, Crime in the art and antiquities world : illegal trafficking in cultural property, New York, 2011, Chapter 7, p. 117-134; Campbell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013, p. 122 – 123

[9] Sull’Afghanistan ho voluto approfondire le cause del perché questo Stato sia martoriato sia dal traffico illecito che dalla distruzione dei beni culturali. Link all’articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2021/02/22/afghanistan-traffico-illecito-beni-culturali/

[10] Lopes Fabris, South-South Cooperation on the Return of Cultural Property: The Case of South America, in Case Western Reserve Journal of International Law, 2017, pp. 173 – 196; Saliba and Lopes Fabris, O retorno de bens culturais., in Revista de Direito Internacional, 2017, p. 490

[11] Particolarmente attivi risultano gli acquisti di beni culturali da parte di istituzioni e musei americani. Tra i tanti acquisti però sono stati scoperti anche beni illecitamente esportati da uno Stato o beni scavati illegalmente. Molti accordi sono stati stabiliti tra l’Italia e istituzioni culturali straniere come spiegato in Scovazzi, La restituzione dei beni culturali rimossi con particolare riguardo alla pratica italiana, Milano, 2014

[12] Vozza, La prevenzione e il contrasto al traffico illecito di beni culturali mobili fra spunti comparati e prospettive di riforma, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale: un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015, pp. 217 ss.

[13] Il ruolo della Cina nel mercato globale dell’arte è aumentato negli ultimi 15 anni. Nei dati riportati in Bialynicka-Birula, si legge: “The value of sales on the art market in China in the 2004-2014 period increased from 860 million USD in 2004 to 10 billion USD in 2014.” ; Yates, Smith and Mackenzie, The cultural capitalists: Notes on the ongoing reconfiguration of trafficking culture in Asia, in Crime, Media, Culture, 2017, p. 247

[14] European Commission, Moving art – A guide to the export and import of cultural goods between Russia and the EU, 2007, http://eeas.europa.eu/delegations/russia/documents/eu_russia/moving_art_07_en.pdf

[15] Vozza, La prevenzione e il contrasto al traffico illecito di beni culturali mobili fra spunti comparati e prospettive di riforma, in Circolazione dei beni culturali mobili e tutela penale: un’analisi di diritto interno, comparato e internazionale, Milano, 2015, pp. 203 ss

[16] Alder, C., Chappell, D., Polk, K., Perspectives on the organisation and control of the illicit traffic in antiquities in South East Asia, in Manacorda, S., Organised Crime in Art and Antiquities, ISPAC, 2009, p. 121 ss.

[17] Yates, Smith and Mackenzie, The cultural capitalists: Notes on the ongoing reconfiguration of trafficking culture in Asia, Crime, Media, Culture, 2017, p. 246. Testo originale in lingua inglese: “… the modern international art market … is socially and economically structured to benefit the global west/north at the expense of the east/south. It has exploited the cultural heritage resources of poor countries to feed the prerogatives of the world of high culture which has developed predominantly in rich countries.

[18] Polk, “Fermate questo terribile saccheggio”. Il traffico illecito di oggetti antichi analizzato come un mercato criminale, 2002 – reperibile nella rete interconnessa. Oltre alla fonte menzionata, si rimanda all’incredibile storia del Cratere di Eufronio, un vaso usato per mescolare acqua e vino risalente al V secolo a.C. e che fu esposto al pubblico per la prima volta nel 1972 al Metropolitan Museum di New York, un oggetto scoperto durante il c.d. Caso Medici

[19] Cambpell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013, p. 117

[20] Lo stesso Campbell dice: “By focusing on a structural approach rather than specific individuals or crimes, behaviour is explained as opposed to simply describing observable actions. During interactions participants are motivated based on personal risk and specialization, often with no cognizance of the preceding or proceeding nodes in the network. Money is exchanged at each interaction rather than collaborating together as a chain and partitioning profits after the final sale, so personal profit is a result of risk and specialization.”


Afghanistan traffico illecito beni culturali

L'Afghanistan e il traffico illecito di beni culturali

Perché l’Afghanistan è una miniera d’oro per il traffico illecito di beni culturali? Una serie concatenate di cause spiega il motivo

 

Le ferite aperte dell’Afghanistan e il traffico illecito di beni culturali

L’Afghanistan è uno Stato che da molti anni soffre un’instabilità generale. Tra i tanti problemi[1], anche se è poco conosciuto, c’è il traffico illecito di beni culturali[2]. Ci sono infatti numerosi studi che confermano che l’Afghanistan sia uno stato di origine dei beni culturali. Con questa espressione si indica uno Stato il cui patrimonio culturale[3] sia stato rubato e illegittimamente esportato. E non si cada nell’errore che la qualifica (come viene detto in inglese di source country) sia una condizione esclusiva dell’Afghanistan[4].

La presenza di inestimabili beni culturali però non fa gola solamente ai commercianti disonesti, ai curatori d’aste compiacenti o ai compratori che intendono rimanere anonimi il più a lungo possibile. Infatti anche i gruppi terroristi intendono mettere le mani su queste ricchezze. Pezzi antichi, ori, statue e preziosi finemente lavorati rappresentano ottimi investimenti per il finanziamento delle attività terroristiche. Se poi a queste attività si aggiunge la distruzione dei beni, l’Afghanistan è forse lo Stato che più ha subito l’onta della riduzione in polvere (letteralmente, e vedremo perchè) del proprio patrimonio culturale.

 

Più cause, un unico sconfitto: il patrimonio culturale afgano

L’Afghanistan è severamente colpito dal traffico illecito dei beni culturali. La difficile situazione interna a seguito di due invasioni militari e poi il conflitto tra governo centrale e gruppi dei talebani dagli anni 90 crea deboli presupposti per una salvaguardia sufficiente del patrimonio nazionale. Tra le cause del danneggiamento del patrimonio afgano, ricchissimo e oggetto di influenze di numerose civiltà[5], vi è, sorprendentemente, l’urbanizzazione e la crescita della popolazione nelle città[6].

Inoltre la presenza di gruppi terroristici non aiuta ad arginare il fenomeno del traffico illecito, specie del saccheggio dei beni culturali[7] e della distruzione dei beni culturali: il caso più eclatante è stata la distruzione delle statue dei Buddah di Bamiyan nel 2001 da parte dei talebani. Ma c’è di più. Le ricerche effettuate e i casi scoperti nel traffico internazionale di beni culturali hanno mostrato diverse forme organizzative criminali. Negli ultimi anni si è data sempre più importanza al rapporto tra il furto o il saccheggio di opere d’arte o di beni archeologici e il finanziamento di attività illecite[8].

Come citato[9] in Charney:

I gruppi terroristici fondamentali si affidano alle antichità saccheggiate come una delle principali fonti di finanziamento. Mohammed Atta ha cercato di vendere antichità saccheggiate nel 1999 come fonte di finanziamento per gli attacchi dell’11 settembre. In regioni come l’Afghanistan, gli agricoltori locali scavano tesori sotterranei e li vendono a organizzazioni criminali o governative locali per una piccola frazione del loro valore effettivo. Le antichità poi vengono contrabbandate all’estero, con una falsa provenienza e vendute, spesso su un mercato aperto, a ignari musei e collezionisti che non immaginerebbero mai che il loro acquisto possa finanziare indirettamente i talebani. Uno dei modi più importanti per convincere il pubblico in generale e i governi a prendere sul serio il crimine artistico tanto quanto merita è quello di evidenziare i modi in cui questa categoria di crimine apparentemente innocua non solo esaurisce e danneggia l’arte del mondo e la sua comprensione di essa, ma alimenta anche il commercio di armi, il traffico di droga e l’attività terroristica.[10].

 

Il saccheggio di beni culturali

Il saccheggio di beni culturali, in particolare[11], avviene per cause economiche e per la povertà dei cittadini. In Van Krieken-Pieters si legge:

Il problema più importante attualmente è il saccheggio indiscriminato di siti archeologici conosciuti e sconosciuti. Interi siti sono stati scavati utilizzando pale e bulldozer. Ad Aï Khanoum, una città greca probabilmente fondata da Alessandro Magno, furono scoperte tracce di un teatro, una palestra e dei mosaici. Tutto ciò che resta oggi è un campo adatto solo alla coltivazione. Altri esempi di siti che sono caduti vittima di scavatori illegali che lavorano per commercianti senza scrupoli sono i numerosi siti buddisti di Hadda e le montagne dorate di Tellya Tepe. È impossibile proteggere i siti in un Paese che è ancora soggetto a guerre latenti e dove è troppo pericoloso avviare scavi ufficiali.[12].

 

Inoltre nei risultati ottenuti dall’analisi sul saccheggio dei beni culturali in Afghanistan di Hammer et al. si legge[13]:

La nostra analisi indica una tempistica prolungata per i saccheggi in Afghanistan, con quantità significative di danni ai siti verificatisi prima e dopo l’invasione degli Stati Uniti e che continuano fino ad oggi. I danni ai siti in Afghanistan sono causati da una pluralità di fattori non direttamente motivati dalla vendita di antichità saccheggiate. Tuttavia, questi fattori (in particolare l’agricoltura e lo sviluppo) distruggono i siti e aprono possibilità di saccheggio dei manufatti. I saccheggi in corso si verificano in tutto il paese, ma sono fortemente concentrati nelle aree settentrionali che non sono state roccaforti talebane. Ciò suggerisce che attori di varie fazioni e affiliazioni etniche siano coinvolti nel saccheggio e nel traffico di antichità, non solo i talebani estremisti.[14].

 

Afghanistan e il traffico illecito dei beni culturali: bastano i trattati internazionali?

Una maggior cooperazione internazionale sarebbe auspicabile dato che l’attuale sistema dei trattati[15] non consente una tutela piena ed efficace. Nonostante infatti l’ampia rete di collegamenti e di sforzi comuni delle organizzazioni internazionali (ICCROM, INTERPOL, UNICRI, UNIDROIT, a capo delle quali vi è simbolicamente l’UNESCO[16]), è richiesto, a parere di chi scrive, un impegno più costante nella lotta al traffico illecito dei beni culturali.

Tra i progetti a conduzione UNESCO da menzionare, vi è quello dell’International Coordination Committee for the Safeguarding of Afghanistan’s Cultural Heritage (ICC). Si intravedono inoltre spiragli di luce anche con il ripristino di collezioni del Museo Nazionale Afghano[17] oppure la restaurazione del tetto dell’antica moschea di Haji Pyada[18]. A tutto questo dovrà seguire un impegno profondo frutto sia di una scelta politica precisa che dell’impegno della società afghana: la lotta al traffico illecito di beni culturali in Afghanistan passa soprattutto da qui.

Informazioni

Campbell, The illicit antiquities trade as a transnational criminal network: characterizing and anticipating trafficking of cultural heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013, p. 126

Charney, Denton and Kleberg, Protecting Cultural Heritage from Art Theft: International Challenge, Local Opportunity, in FBI Law Enforcement Bulletin, 2012

Hammer et al., Remote assessments of the archaeological heritage situation in Afghanistan, in Journal of Cultural Heritage, 2018

Kristy, The impact of urban sprawl on cultural heritage in Herat, Afghanistan: a GIS analysis, in Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage, 2018, p. e00086

https://www.unodc.org/unodc/en/about-unodc/campaigns/list-of-further-resources-on-trafficking-in-cultural-property.html

https://whc.unesco.org/en/activities/245/

[1] Sulla situazione più recente dell’Afghanistan da un punto di vista politico e istituzionale rimando all’articolo di Annarita Silverii: https://www.dirittoconsenso.it/2021/01/16/afghanistan-e-talebani-difficili-trattative/

[2] Deve essere chiaro che il problema del traffico illecito di beni culturali è di dimensione internazionale anche se meno noto di altre forme di criminalità transnazionale. Rimando in particolare agli sforzi dell’INTERPOL come organizzazione internazionale per la lotta al fenomeno criminale: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/interpol-lotta-traffico-illecito-beni-culturali/

[3] È interessante notare che Italia e Afghanistan hanno intrapreso misure per la tutela del patrimonio culturale. L’Italia ad esempio ha lanciato la Ghazni Italian Archaeological Mission in Afghanistan. Grazie a specifici accordi con l’Archaeology Institute of Afghanistan, la Missione collabora agli scavi di siti buddhisti nella zona di Kabul. Impegnata nella conservazione non solo fisica dei beni archeologici e artistici, ma anche del loro valore di testimonianza storica, la Missione ne cura il restauro, la corretta documentazione e lo studio e ne promuove e condivide la conoscenza, anche attraverso risorse digitali condivisibili. Maggior informazioni si trovano a questo indirizzo: http://ghazni.bradypus.net/archaeological_mission

[4] Nella categoria di source countries rientrano l’Italia, la Grecia, gli Stati del sud-est asiatico e del Medio Oriente e, in forme minori, l’America meridionale

[5] L’Enciclopedia Treccani riporta nella storia dell’Afghanistan un continuo crocevia di popoli (greci, turchi, iranici in passato, oggi Pashtun, Hazara, Uzbeki, Balkh e altri minori), regni (dinastia degli Achemenidi, Impero seleucida, dinastia dei Ghaznavidi, etc.), culture e religioni (paganesimo, zoroastrismo, buddismo e islamismo).

[6] Kristy, The impact of urban sprawl on cultural heritage in Herat, Afghanistan: a GIS analysis, in Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage, 2018, p. e00086

[7] Van Krieken-Pieters, Afghanistan’s cultural heritage an exceptional case? In Brodie, Kersel, Luke and Tubb, Archaeology, cultural heritage, and the antiquities trade, Gainesville, Florida, 2006, pp. 227-235

[8] Anche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è espresso negli ultimi anni. Si contano alcune risoluzioni sulla vendita dei beni culturali rubati da istituti culturali e musei iracheni o illecitamente scavati o rimossi da contesti archeologici in Iraq e venuti dall’ISIS. In particolare si consiglia la lettura della risoluzione 2347/2017 del Consiglio di Sicurezza, la prima che si concentra esclusivamente sulla protezione dei beni culturali, ribadisce la necessità di fermare il traffico illecito di beni culturali sottolineando il legame tra tale attività e il finanziamento delle attività terroristiche.

[9] Charney, Denton and Kleberg, Protecting Cultural Heritage from Art Theft: International Challenge, Local Opportunity, in FBI Law Enforcement Bulletin, 2012, p. 2

[10] Traduzione dall’inglese. Testo originale: “Fundamental terrorist groups rely on looted antiquities as a major funding source. Mohammed Atta tried to sell looted antiquities in 1999 as a funding source for the 9/11 attacks. In regions, such as Afghanistan, local farmers dig up treasure troves beneath the soil and sell them to local criminal or government organizations for a tiny fraction of their actual value. The antiquities then are smuggled abroad, given a false provenance, and sold, often on an open market to unsuspecting museums and collectors who never would imagine that their purchase might indirectly fund the Taliban. One of the most important ways to get the general public and governments alike to take art crime as seriously as it warrants is to highlight the ways in which this seemingly innocuous category of crime not only depletes and damages the world’s art and its understanding of it but also fuels the arms trade, drug trafficking, and terrorist activity.

[11] È bene ricordare infatti che le cause interne alla rimozione di beni culturali o alla distruzione di questi varia da Stato a Stato o addirittura da regione a regione. Per esempio in Italia è noto il fenomeno dei tombaroli nonostante l’operato di questi criminali non sia dettato dal bisogno di sopravvivere perché in condizioni di indigenza o di conflitti interni. Ho scritto un articolo su queste figure, di seguito il link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/07/13/chi-sono-i-tombaroli/

[12] Traduzione dall’inglese. Testo originale: “The most important problem at present is the indiscriminate plundering of both known and unknown archaeological sites. Complete sites have been dug up using shovels and bulldozers. At Aï Khanoum, a Greek town probably founded by Alexander the Great, traces of a theatre, gymnasium, and mosaics were discovered. All that is left today is a field that is fit only for growing crops. Other examples of sites that have fallen victim to illegal diggers working for unscrupulous dealers are the numerous Buddhist sites of Hadda and the golden mounds of Tellya Tepe. It is impossible to protect sites in a country that is still subject to latent war and where it is too dangerous to start official excavations.

[13] Hammer et al., Remote assessments of the archaeological heritage situation in Afghanistan, in Journal of Cultural Heritage, 2018, p. 142

[14] Traduzione dall’inglese. Testo originale: “Our analysis indicates a protracted timeline for looting in Afghanistan, with significant amounts of damage to sites occurring before and after the US invasion and continuing up to the present. Damage to sites in Afghanistan is caused by a plurality of factors not directly motivated by the sale of looted antiquities. Nonetheless, these factors (especially agriculture and development) destroy sites and open up possibilities for the looting of artifacts. Ongoing looting occurs across the country, but it is heavily concentrated in northern areas that have not been Taliban strongholds. This suggests that actors of various factions and ethnic affiliations engage in looting and antiquities trafficking, not just the extremist Taliban.

[15] Bisogna citare principalmente la Convenzione dell’Aia del 1954 e la Convenzione UNESCO del 1970 (che costituiscono un sistema cosiddetto complementare) più altre convenzioni minori. Anche il patrimonio culturale subacqueo è tutelato, non dimentichiamolo. In merito si veda: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/13/convenzione-protezione-patrimonio-culturale-subacqueo/

[16] Ho parlato dell’UNESCO e delle Convenzioni del 1954 e del 1970 che regolano la materia della restituzione dei beni culturali in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/21/unesco-trattati-contro-traffico-illecito-beni-culturali/

[17] Più in dettaglio si veda: https://whc.unesco.org/en/activities/503

[18] Più in dettaglio si veda: https://whc.unesco.org/en/activities/256


Linguaggio giuridico

Una critica al linguaggio giuridico

Perché il linguaggio giuridico è così complesso? Cosa ci può aiutare nella comprensione di un linguaggio così tecnico e specifico?

 

Cos’è il linguaggio giuridico?

Il linguaggio giuridico è un linguaggio settoriale della lingua italiana. Un linguaggio settoriale è quello proprio di uno specifico ambito, in particolare tecnico o scientifico. Esso viene utilizzato in testi di vario genere: dalle norme di legge, alle sentenze, alle ordinanze, fino alle monografie e agli articoli[1].

Una caratteristica distingue il linguaggio giuridico dagli altri linguaggi settoriali: descrive ed al tempo stesso crea il diritto. Ad esempio, se la parola utilizzata per descrivere una fattispecie di reato è assente in un ordinamento, in quell’ordinamento un certo comportamento non configurerà reato e non sarà perseguibile dalla legge.

Proprio per questo motivo è importante che il linguaggio giuridico sia semplice e preciso. Se il diritto serve a fornire ai singoli individui che compongono la società le regole per una corretta convivenza non è forse logico che essi siano messi nella condizione di comprendere[2] simili regole?

Dando poi per vero che gli stessi problemi di comprensione non si ripropongano per gli operatori del diritto (cioè coloro che, a vario titolo, con il diritto ci lavorano ogni giorno), è comunque possibile osservare la mutevolezza del linguaggio nei vari tipi di atti giuridici. Si pensi alla differenza tra il linguaggio utilizzato in una sentenza della Corte di Cassazione e quello utilizzato in una disposizione di legge o un atto amministrativo.

Stiamo quindi partendo dal presupposto che gli addetti ai lavori comprendano bene il linguaggio giuridico, ma, se al momento di utilizzarlo, essi producono testi non chiari e non efficaci, è davvero così oppure esiste uno spazio residuale in cui possono insinuarsi dei ragionevoli dubbi?

 

Una lunga tradizione…

La trasparenza comunicativa riguarda tutti i settori, non solo quello giuridico, ma in questo caso la chiarezza del linguaggio utilizzato sembrerebbe una scelta politica: una maggiore o minore trasparenza dei contenuti è sinonimo della volontà di coinvolgere il cittadino. In altre parole, trasparenza è sinonimo di democraticità.

Tutto questo in teoria, ma storicamente il linguaggio giuridico è ancora un po’ quello descritto da Manzoni nell’Azzeccagarbugli o del brigadiere alle prese con la “fedele” trascrizione di un interrogatorio nell’Antilingua di Calvino.

A parere di chi scrive ci troviamo di fronte ad un caso di elephant in the room, ossia di fronte ad un problema del tutto evidente che (quasi) nessuno “nella stanza” ha però ha il coraggio di riconoscere e affrontare.

 

… Alla quale possiamo sostituirne di nuove

Il tecnicismo è presente perché, entro un certo limite, svolge quella funzione creatrice del diritto di cui parlavamo poco fa. Così come un’arteria è cosa diversa da una vena, una legge è cosa diversa da un decreto legge ed è necessario e funzionale che i due concetti vengano lessicalmente distinti.

È però la morfosintassi a creare numerosi grattacapi per chi non “mastica” il diritto. La morfosintassi è quella branca della linguistica che studia il rapporto tra le varie parole di una frase affinché siano correttamente coordinate tra loro. Ad esempio, l’uso di congiunzioni tra periodi, di participi e di forme impersonali sembra a volte finalizzato solo a rendere la frase più formale che a comunicare efficacemente un concetto.

Quella che a prima vista sembrerebbe una banale questione stilistica ha invece un impatto del tutto pratico-concreto sulla vita delle persone. Per ovviare a questo genere di problemi, oltre che ai criteri di chiarezza e precisione, Danovi suggerisce[3] di rifarsi a quelli di:

  1. Logicità,
  2. Completezza,
  3. Sintesi.

 

Un esempio di (brutto) linguaggio giuridico

Per l’anno 2020, al fine di rafforzare l’offerta sanitaria e sociosanitaria territoriale, necessaria a fronteggiare l’emergenza epidemiologica conseguente alla diffusione del virus SARS-Cov-2 soprattutto in una fase di progressivo allentamento delle misure di distanziamento sociale, con l’obiettivo di implementare e rafforzare un solido sistema di accertamento diagnostico, monitoraggio e sorveglianza della circolazione di SARS-CoV-2, dei casi confermati e dei loro contatti al fine di intercettare tempestivamente eventuali focolai di trasmissione del virus, oltre ad assicurare una presa in carico precoce dei pazienti contagiati, dei pazienti in isolamento domiciliare obbligatorio, dimessi o paucisintomatici non ricoverati e dei pazienti in isolamento fiduciario, le regioni e le province autonome adottano piani di potenziamento e riorganizzazione della rete assistenziale.” (primo periodo dell’Art. 1 del D.l. 19 maggio 2020, n. 34[4])

 

È un periodo lunghissimo – di 115 parole – che conta almeno 10 termini tecnici del linguaggio settoriale medico (tra cui spiccano per grado di tecnicismo “paucisintomatici” e “isolamento fiduciario”) senza contare il numero di subordinate che formano il periodo. Esattamente il contrario di quanto espresso nella “Guida alla redazione dei testi normativi” del 2001[5].

Infine, riporto qui un passaggio della sentenza Cass. SS.UU. num. 964/2017 che tratta proprio del binomio sinteticità-chiarezza.

Quanto agli ulteriori aspetti della mancanza di sinteticità e chiarezza, questa Corte di Cassazione ha già avuto modo di chiarire che queste condizioni sono ora fissate nel nostro ordinamento dall’art. 3 c.p.a., comma 2, che esprime un principio generale del diritto processuale, destinato ad operare anche nel processo civile, la cui mancanza espone il ricorrente al rischio di una declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione, in quanto rischia di pregiudicare l’intelligibilità delle questioni, rendendo oscura l’esposizione dei fatti di causa e confuse le censure mosse alla sentenza gravata, con ciò ponendosi in contrasto con il principio di ragionevole durata del processo, costituzionalizzato con la modifica dell’art. 111 Cost., e, per altro verso, con il principio di leale collaborazione tra le parti processuali e tra queste ed il giudice risolvendosi, in definitiva, in un impedimento al pieno e proficuo svolgimento del contraddittorio processuale (cfr. Cass. n. 11199/12, Cass. n. 21297/16)” (Cass. SS.UU. num. 964/2017).

 

Anche in questo caso, la struttura della frase potrebbe essere migliorata, ma almeno stiamo assistendo al riconoscimento della necessità di maggior chiarezza del testo da parte della stessa Corte di Cassazione a Sezioni Unite.

 

Verso un diritto più vicino a tutti

Il fatto che, nella stessa sentenza appena riportata, il linguaggio giuridico potrebbe essere impiegato meglio, è prova della difficoltà che gli operatori del diritto incontrano nell’esprimersi, perché, entro un certo grado, non è possibile fare a meno di utilizzare termini tecnici onde evitare distorsioni del concetto che stanno veicolando. Allo stesso tempo, va però anche evidenziata la tendenza degli stessi a non liberarsi da vizi stilistici tipici dell’ormai passato e duri a morire.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese

 

A parere di chi scrive, alla luce del comma 2 dell’art. 3 della Costituzione appena riportato, un impiego più efficace del linguaggio giuridico è garanzia essenziale per il cittadino di uno Stato democratico. È pertanto (o dovrebbe essere) impegno improrogabile del legislatore incoraggiare una riforma dell’attività di produzione degli atti giuridici in modo tale che l’intenzione non resti affermata sulla carta ma diventi la quotidianità di chiunque si accinga ad utilizzare il linguaggio giuridico.

Un migliore impiego del linguaggio giuridico è garanzia essenziale per il cittadino di uno Stato democratico ed è pertanto impegno irrinunciabile procedere a una riforma dello stesso che non si fermi sulla carta, ma diventi attività esercitata quotidianamente e con coscienza da chiunque si accinga ad utilizzarlo.

Informazioni

https://www.palestradellascrittura.it/ricerche/scriverediritto/

Costituzione italiana

“Linguaggio settoriale”, voce dell’Enciclopedia Treccani

F. Danovi, Il linguaggio del processo, Giuffré Editore, 2018

F. Galgano, Le insidie del linguaggio giuridico, Il Mulino, 2010

[1] Il bell’articolo (semplice!) di Roberto Giuliani sul legal design: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/22/legal-design/ per comprendere un nuovo tema del diritto.

[2] Sono diffusi i concetti di burocratese e giuridichese, che danno l’idea peggiorativa di una lingua.

[3] Danovi, p. 181.

[4] Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. Attenzione inoltre a non confondersi tra i tanti DPCM adottati nel 2020. Su cosa siano i DPCM e sul loro uso rimando a: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/04/dpcm-e-ordinanze-regionali-al-limite-della-legge/

[5] Sconosciuta ai più, la “Guida alla redazione dei testi normativi” del 2001 afferma che “Il precetto normativo ha la valenza di un ordine. Esso, dunque, è efficace ed autorevole solo se è preciso, sintetico e chiaro per il destinatario”.


Cos'è una ndrina

Cos'è una ndrina?

Quando si parla di Ndrangheta bisogna sapere cos’è una ndrina e quali sono i suoi elementi fondanti per conoscere la base organizzativa di questa criminalità

 

Cos’è una ndrina: tra famiglia e territorio

Da anni si sente parlare di Ndrangheta[1] e delle sue ramificazioni in Italia, in Europa e in altri continenti. Innumerevoli operazioni[2] in nome della lotta alla criminalità organizzata dimostrano la potenza di questa organizzazione. Prestando bene attenzione è possibile notare che non è facile colpire l’intera compagine ma è più facile colpire, pur tra tante difficoltà, una o più ndrine. Ma cos’è una ndrina?

Una ndrina è un gruppo familiare. Al centro di questo microcosmo c’è una famiglia di sangue, attorno alla quale si estende una vasta rete di parentele. Una ndrina controlla un territorio, un’area. A capo della famiglia, quindi della ndrina c’è una persona: il capobastone. La ndrina non nasce senza un disegno preciso: si forma dopo l’autorizzazione del locale principale ed è una famiglia nota a tutte le locali.

Il vincolo di sangue è il mezzo per rendere impermeabile la ndrina. La dimensione numerica della cosca è una variabile fondamentale per determinare il potere del suo capo, poiché da essa dipendono la sua forza, in termini di personale disponibile allo scontro armato, nonché la sua capacità di controllare il territorio e di influenzare la vita della comunità. Le ndrine numerose comandano, quelle meno soccombono o devono allearsi con le più potenti.

La coesione interna, continuamente rinsaldata dalla pratica di matrimoni incrociati, e il coinvolgimento di congiunti nelle attività illecite pongono la ndrina al riparo da delazioni e tradimenti.

 

Che differenza c’è tra una ndrina e una cosca?

Cos’è una ndrina? L’abbiamo in parte trattata ma allora cos’è una cosca? Si assiste spesso soprattutto nel gergo giornalistico all’uso di quest’espressione a mò di equivalenza a ndrina. Per essere precisi però la cosca intende un gruppo più ampio rispetto alla ndrina. La cosca è l’intero gruppo di affiliati ad una ndrina.

La cosca intende quindi un gruppo più ampio, fatto di persone che eventualmente oltre a non appartenere a livello parentale con la famiglia dell’omonima cosca non è neanche membro di Ndrangheta.

Inoltre per completare il quadro organizzativo e gerarchico minore, più ndrine nella stessa zona formano il locale. Ciascun locale ha un proprio capobastone (detto sacra corona) , un contabile[3] e un crimine[4].

 

Come si fonda una ndrina?

Ed è proprio il locale ad assumere importanza dato che, secondo una gerarchia di tipo verticistica, questo ha una struttura simile a quella della ndrina. Dopo aver inquadrato cos’è una ndrina bisogna individuare come nasce una ndrina.

Quando il capo di una famiglia (famiglia appartenente ad una ndrina) raggiunge un numero superiore a 49, può chiedere al capobastone nella ndrina di appartenenza di poter creare una ndrina distaccata[5]. Il capofamiglia si reca a San Luca[6] chiedendo l’autorizzazione alla creazione della nuova ndrina. Dovrà però comunicare dove sarà operante la nuova ndrina al capobastone del locale sito fuori dal territorio di origine.

Può anche succedere in un altro modo. Il capobastone di una ndrina può creare altre ndrine distaccate in altri territori. In questo caso è assente la richiesta di autorizzazione ma ha il solo dovere di comunicare al capo del locale (cioè il capobastone di locale, noto anche come sacra corona o mammasantissima) nel cui territorio la ndrina distaccata andrà ad insediarsi.

È per questo motivo che anche qui si ricorre ad espressioni più familiari al grande pubblico come ramificazione delle ndrine, diffusione, colonizzazione o aree di influenza quando in realtà si tratta di ndrine distaccate e non più in alcuni casi direttamente collegate tra loro. Questi sono infatti i casi di ndrine fondate nel nord Italia o in altri Stati, specie Stati Uniti, Canada e Australia.

 

Rapporti tra le ndrine: non è tutto rose e fiori

Anche se la ndrina rappresenta la realtà di tipo familiare o di più gruppi familiari[7] non è affatto detto che una ndrina non entri in conflitto in un contesto in cui siano presenti altre famiglie ndranghetiste. Tutt’altro. Le guerre tra queste possono raggiungere centinaia di vittime nel corso degli anni. Tali conflitti interfamiliari e non raramente anche intrafamiliari sono caratterizzati dalla ferocia e dalla violenza esplosiva: sono le violentissime faide.

Un esempio raccapricciante ma che racchiude in sé questa violenza semi-tribale è quello riportato da Enzo Ciconte in Processo alla ‘Ndrangheta riguardante la faida di Taurianova:

Venerdì 3 maggio 1991. Giorno di vendetta [dopo l’uccisione di Rocco Zagari]. Del tutto prevedibile; anzi addirittura prevista. Quattro le vittime. Una di loro è Giuseppe Grimaldi. Colpito da una raffica violenta di lupara, cade per terra. Il suo assassinio afferra il pesante coltello di acciaio che Grimaldi usava per il lavoro di salumaio, mozza la testa della sua vittima, l’afferra per i capelli e la lancia in aria mentre un suo compagno spara contro quella testa mozzata. Colpita, rimbalza e vola ancora più in alto. […] Una ventina di persone, annichilite dalla scena atroce, sono testimoni dell’ultimo episodio della “guerra civile” di Taurianova […].”

 

La faida si conclude o nel peggiore dei modi, cioè con l’eliminazione della cosca rivale, oppure con un accordo di pace. Alcune faide però sono riesplose[8] dopo anni di silenzio. Celeberrimo rimane anche a distanza di anni la strage di Duisburg.

Cos’è una ndrina allora? È l’embrione della Ndrangheta, una realtà apparentemente minuscola ma che può di per sé contare già una potenza di fuoco, un’organizzazione interna[9] e un codice che non discosta dalle altre. L’essenza pura e cruda della Ndrangheta, di una criminalità organizzata apparentemente invincibile.

Informazioni

N. Gratteri, A. Nicaso, La Malapianta, 2011

E. Ciconte, Processo alla ‘Ndrangheta, 1996

[1] Per comodità riporto la forma priva dell’aspirazione iniziale (‘ndrina, ‘ndrangheta, ‘ndranghetista, etc.). Interessantissima è tra le tante cose l’etimologia di questa parola, che deriverebbe dal greco, per indicare gli uomini d’onore.

[2] Tra queste una delle più recenti è quella che ha coinvolto il presidente del consiglio regionale calabrese e la cosca Grande Aracri: https://catanzaro.gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2020/11/19/la-ndrangheta-investe-sulle-farmacie-colpo-ai-grande-aracri-19-indagati-coinvolto-un-politico-e9f1a370-0d1f-4aec-9cb7-2bd2aed7d89a/ . È chiaro infatti che politica e ndrangheta comunicano tra loro creando un contesto di corruzione, clientelismo e favori di vario genere. Questo argomento l’ho trattato anche in quest’altro articolo per DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/26/larticolo-416-ter-del-codice-penale-italiano/

[3] Il contabile è colui che gestisce le finanze.

[4] Il crimine è il giudice delle controversie interne, governa le modalità di regolamento dei conti con le cosche rivali, organizzando omicidi, estorsioni e agguati.

[5] La ndrina nascente viene definita bastarda perché si allontana dal contesto originario.

[6] La mamma di San Luca è la locale dell’omonimo paese, di imprescindibile valenza storica per la Ndrangheta.

[7] Legati tra loro per accordi di alleanza, spessissimo via matrimonio.

[8] Come la faida di Oppido Mamertina o quella più antica ma non meno violenta di Motticella.

[9] Composta da varie figure con specifici ruoli come lo sgarrista, il santista, il vangelo etc.