Delitto di riciclaggio

Il delitto di riciclaggio e l'art. 648 bis c.p.

Il delitto di riciclaggio, oggi previsto all’art. 648 bis del codice penale, ha un’interessante evoluzione. Il legislatore ha introdotto nell’ordinamento questa norma al fine di contrastare la criminalità organizzata

 

Il delitto di riciclaggio: evoluzione storica

Il concetto di riciclaggio è riassumibile nella definizione fornita nel 1984 dalla Commissione Presidenziale statunitense sul crimine organizzato[1]. Già allora si sviluppò il concetto di delitto di riciclaggio, inquadrabile nell’ordinamento statunitense, e da lì si diffuse un’idea: follow the money è il principio attraverso cui bisogna colpire la criminalità organizzata.

Per riciclaggio si devono intendere i mezzi attraverso i quali si nasconde l’esistenza, la fonte illegale o l’utilizzo illegale di redditi e poi si camuffano questi redditi per farli apparire legittimi. Senza soffermarmi sulle fasi[2] del riciclaggio, è bene ricordare che il primo intervento legislativo in Italia diretto a reprimere le operazioni di riciclaggio risale al 1978.

L’art. 3 del D.L. 21 marzo 1978, n. 59, convertito con modificazioni dalla L. 18 maggio 1978, n. 191, aveva introdotto nel sistema del codice penale l’art. 648 bis che puniva con la reclusione da 4 a 10 anni e con la multa da 1 milione a 20 milioni di lire chiunque (“fuori dei casi di concorso del reato”) compiva fatti o atti diretti a sostituire denaro o valori provenienti da tali delitti con denaro o altri valori.

Il fenomeno del riciclaggio crebbe sempre di più. A questo effetto, il legislatore ha modificato la norma soprattutto per far fronte agli obblighi derivanti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro il traffico di sostanze stupefacenti, adottata a Vienna nel 1988. La Convenzione è stata infatti ratificata e resa esecutiva in Italia con la L. 19 marzo 1990, n. 55. L’art. 23 di detta legge modificò la rubrica in “riciclaggio”, ampliò la categoria dei reati-presupposto sino a ricomprendervi i delitti concernenti la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope e riformulò la condotta tipica[3].

 

La formulazione attuale della norma

La formulazione attuale dell’art. 648 bis c.p. è stata introdotta dall’art. 4 della L. 9 agosto 1993, n. 328[4].

In base alla norma si legge:

Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo; ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da euro 5.000 a euro 25.000.

La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale.

La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni.

Si applica l’ultimo comma dell’articolo 648.

 

Per affrontare il nocciolo della questione del riciclaggio, è bene conoscere non solo il fenomeno, ma anche come il diritto penale italiano configura il reato.

 

I punti chiave del delitto di riciclaggio

Il delitto di riciclaggio è un reato:

  • plurioffensivo, perché è delitto contro il patrimonio (è inserito infatti in questa sezione del codice) ma anche perché è l’amministrazione della giustizia ad essere un bene tutelato
  • comune a soggettività ristretta: una sorta di terzo genere che si colloca tra il reato comune, effettivamente rimproverabile a chiunque, ed il reato proprio, il cui destinatario la norma vincola a qualifiche formali
  • di mera condotta, privo di evento naturalistico
  • di pericolo concreto, perché nessuna condotta è punibile ai sensi dell’art. 648 bis c.p. se non è riscontrabile in essa l’attitudine ad ostacolare la ricostruzione del paper trail, cioè della pista di carta che conduce dal bene apparentemente legittimo, attraverso tutti i passaggi e le operazioni di lavaggio, sino all’originaria provenienza delittuosa
  • istantaneo e molto spesso come a consumazione prolungata: ciò si verifica nei casi in cui la condotta si articola in una serie di operazioni collegate l’una all’altra, frammentarie o progressive, compiute sulla medesima somma di denaro/medesimo bene e finalizzate a far perdere le tracce dell’origine delittuosa.

 

Non è un caso quindi che il reato sia inserito nel Titolo XIII – Dei delitti contro il patrimonio, Capo II – Dei delitti contro il patrimonio mediante frode.

In tale prospettiva, è chiara l’utilità di una norma di questo tipo nel novero delle disposizioni[5] contro la criminalità, anche per le tante pronunce giurisprudenziali.

Informazioni

Petrucci, R. and Marino, R. (2019) Codice penale: annotato con la giurisprudenza. 25. ed. Edizioni giuridiche Simone

https://www.unodc.org/unodc/en/money-laundering/introduction.html?ref=menuside

[1] The Cash Connection: Organized Crime, Financial Institutions, and Money Laundering

[2] Placement, Layering and Integration. Ne ho parlato in quest’altro articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/08/17/riciclare-denaro-fenomeno-e-attivita/

[3] Veniva infatti punita la condotta di chi (“fuori dei casi di concorso del reato”) sostituiva “denaro, beni o altre utilità provenienti dai delitti” indicati “con altro denaro, altri beni o altre utilità” ovvero ostacolava “l’identificazione della loro provenienza dai delitti suddetti”

[4] Con questa legge è stata ratificata e data esecuzione alla Convenzione sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di reato, adottata dal Consiglio d’Europa a Strasburgo l’8 novembre 1990

[5] Si pensi all’art. 416 bis c.p.: https://www.dirittoconsenso.it/2018/06/07/l-articolo-416-bis-del-codice-penale-italiano/


Riciclaggio e beni culturali

Il riciclaggio di denaro e il traffico di beni culturali

Riciclaggio di denaro e traffico di beni culturali possono certamente coesistere. Un sistema potenzialmente difficile da sconvolgere per vari motivi analizzati in questo articolo

 

Il binomio riciclaggio di denaro e beni culturali e la Convenzione di Palermo

Per inquadrare il rapporto tra riciclaggio di denaro e il traffico di beni culturali è necessario specificare alcuni fattori che riguardano direttamente la comunità internazionale. Sia il riciclaggio che il traffico illecito di beni culturali sono oggetto di trattazione di trattati internazionali. Infatti è ampio lo sforzo non solo dei singoli Stati ma anche di organizzazioni internazionali: gli Stati dispongono di norme punitive del riciclaggio e del traffico di beni culturali mentre i trattati, oltre a richiamare l’attenzione sulla pericolosità di questi fenomeni[1], invocano la collaborazione tra gli Stati e l’adozione di criteri comuni.

Il trattato internazionale più importante per la lotta alla criminalità internazionale è la Convenzione di Palermo del 2000, che non è specifica: non punisce un singolo reato. È il trattato contro la criminalità transnazionale, cioè quella che trascende i confini nazionali nelle attività e nei gruppi criminali. La Convenzione abbraccia un ampio ventaglio di reati di natura internazionale e include le importanti definizioni sui serious crimes[2] e sulla transnational offence[3].

La Convenzione di Palermo[4] estende pertanto l’ambito dei reati di riciclaggio di denaro oltre quello del (tipico) traffico di droga a quelli come i crimini contro il patrimonio culturale. La Convenzione elenca una serie di reati (crimes) ai sensi del diritto internazionale e richiede agli Stati parte di attuare misure per combattere questi reati. In considerazione di ciò, gli articoli 6 e 7 si riferiscono specificamente al riciclaggio di denaro come un crimine che deve essere stabilito dalla legge nazionale di quello Stato parte o attraverso altre misure.

I sistemi di tutela e protezione non sono (ahinoi) perfetti e su molti di questi ci sarebbe da discutere. Il binomio riciclaggio di denaro e beni culturali è forse la parte più oscura del mondo criminale per varie ragioni qui considerate.

 

Come può esserci riciclaggio per un bene culturale?

Procedendo in un ordine tendenzialmente cronologico si presume che:

  • Un certo bene sia rimosso da un contesto archeologico, rubato o illecitamente esportato
  • Questo bene sia poi venduto da un intermediario[5] ad un privato o ad un collezionista che intenda a sua volta rivenderlo
  • Il bene, ricomparso in forma pulita sul mercato, sia ormai esposto (rimanendo tale fin quando non si scopra che il bene sia stato oggetto di furto, esportazione illecita, etc.).

 

Questo un esempio di ciò che avviene nel mercato illecito dei beni culturali. In tale ordine, il riciclaggio può avvenire tra i passaggi di proprietà (illecita). Le possibilità sono che accada questo:

  • Chi ha rimosso il bene lo vende ad un intermediario e quest’ultimo acquista con i proventi di un’altra transazione riguardante un diverso bene rubato
  • Il privato che abbia ricevuto il denaro da un collezionista si comporterà in modo tale per cui quei proventi siano falsamente dichiarati leciti

 

Nelle parole di Burroughs[6] si legge come esempio:

The archetypical example follows. Criminal proceeds are collected by a money launderer and placed in bank accounts or used to purchase a series of monetary instruments that are deposited into accounts at another location. The money launderer layers the funds by using a complex chain of domestic and international shell company accounts, utilizing virtual currencies or by using trade-based techniques such as purchasing high-value goods and then shipping and reselling the goods overseas. Finally, the laundered funds are returned to clients for investment or asset acquisition, which could include the purchase of luxury goods.

 

Il riciclatore di denaro[7] dovrebbe acquisire una certa conoscenza del mondo dell’arte prima di utilizzare questo metodo, ma non è necessario che questi abbia perfetta familiarità con tutti gli aspetti del mercato dei beni culturali. Questo, si può facilmente immaginare, non è sempre agevole.

In ogni caso, chi vorrà riciclare il denaro si concentrerà su pezzi meno conosciuti anziché su quelli che potenzialmente potrebbero attirare l’attenzione nelle aste pubbliche: manipolare i loro prezzi sarebbe infatti assai più rischioso. Colui che ricicla denaro non vuole affatto questo[8] e, pertanto, eviterà sia le aste che i pezzi, specie se di altissimo prestigio, che sono apparsi di recente nelle aste.

 

Quando la realtà si complica

A volte il legame tra riciclaggio e beni culturali è ancora più complesso, specie se di mezzo vi è un’organizzazione criminale o terroristica.

I beni culturali infatti possono essere acquistati direttamente con il denaro[9] proveniente da attività come la tratta di persone, il traffico di stupefacenti, la compravendita di armi, la contraffazione di documenti etc. Sono affascinanti i casi di antichità, quadri famosi e beni dal valore incalcolabile ritrovati nei nascondigli dei boss mafiosi così come beni archeologici misteriosamente (è ironico) rimossi o rubati in Iraq, Siria e Iran.

Complicazione, segreto e trattative: i commercianti d’arte spesso non sono tenuti a identificare, figuriamoci a voler conoscere, la loro controparte. Questo è utilissimo per i criminali che vogliono nascondere la propria identità.

Ricordiamoci che il mercato delle antichità è caratterizzato da ricavi elevati. I beni di grande valore, specie se antichi, possono essere venduti per ingenti somme di denaro senza destare sospetti. A peggiorare le cose, è quasi impossibile definire oggettivamente il valore di un determinato oggetto: il prezzo pagato è spesso un riflesso di criteri soggettivi e preferenze personali. Gonfiando il prezzo un riciclatore ottiene ciò che vuole: in altre parole, se un bene che è stato precedentemente acquistato per 15.000 euro viene rivenduto a 30.000 euro, il riciclatore lo comprerà per questa seconda cifra senza problemi pur di riciclare il denaro.

Pare inoltre che negli ultimi anni i beni culturali antichi siano una gradita fonte di reddito per i terroristi. Lo Stato Islamico e organizzazioni simili traggono vantaggio finanziario dall’occupazione di aree e dal sequestro[10] di tali beni fisici ai legittimi proprietari. Tuttavia, poiché gli oggetti sono di per sé di scarsa utilità per i terroristi, questi devono venderli per ottenere il denaro necessario per poter acquistare armi e pagare i loro combattenti. Con un mercato di beni così liquido, la vendita di oggetti rimossi o rubati è un’ottima fonte di guadagno.

 

Che misure prendere?

Le misure antiriciclaggio e le disposizioni riguardanti la salvaguardia dei beni culturali devono quindi essere efficacemente e simultaneamente applicate. La restituzione dei beni culturali deve andare di pari passo alle regole sul sequestro e sulla confisca, le misure di lotta al finanziamento del terrorismo devono essere adottate per impedire la vendita di beni archeologici rubati.

Tra le misure che potrebbero avere maggior impatto nella lotta al riciclaggio e al traffico di beni culturali ci sono quelle sull’identità dei compratori e dei venditori (KYC requirements). Senza i requisiti KYC, i fornitori di beni di lusso e i commercianti d’arte possono continuare a sostenere di essere stati fuorviati dai riciclatori di denaro internazionali ed esprimere simpatia per coloro che sono stati danneggiati, senza assumersi la responsabilità.

Infine, le raccomandazioni del FATF/GAFI[11] risultano ancora più fondamentali per arginare il riciclaggio e il traffico di beni culturali.

Informazioni

Hufnagel, S. and King, C. (2020) “Anti-money laundering regulation and the art market,” Legal Studies. Cambridge University Press, 40(1), pp. 131–150

Burroughs, T. E. (2019) ‘US and EU Efforts to Combat International Money Laundering in the Art Market are no Masterpiece’, Vanderbilt Journal of Transnational Law, 52(4), pp. 1061–1096

Dombrowski, E. (2018) ‘Addressing Art Trafficking and Restitution through Anti-Money Laundering Legal Regimes’, Tulane Journal of International and Comparative Law, 27(1), pp. 111–130

Ulph, J. (2011) ‘The Impact of the Criminal Law and Money Laundering Measures upon the Illicit Trade in Art and Antiquities’, Art Antiquity and Law, 16(1), pp. 39–52

[1] Oltre a determinare una stima del valore complessivo delle attività illegali menzionate

[2] “’Serious crime’ shall mean conduct constituting an offence punishable by a maximum deprivation of liberty of at least four years or a more serious penalty”

[3] “[…] an offence is transnational in nature if: (a) It is committed in more than one State; (b) It is committed in one State but a substantial part of its preparation, planning, direction or control takes place in another State; (c) It is committed in one State but involves an organized criminal group that engages in criminal activities in more than one State; or (d) It is committed in one State but has substantial effects in another State

[4] Ho parlato delle misure di prevenzione della Convenzione di Palermo in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/01/16/le-misure-di-prevenzione-nella-convenzione-di-palermo/

[5] E magari sia stato un tombarolo ad averlo venduto all’intermediario. Su chi sono i tombaroli: https://www.dirittoconsenso.it/2020/07/13/chi-sono-i-tombaroli/

[6] Burroughs, T. E. (2019) ‘US and EU Efforts to Combat International Money Laundering in the Art Market are no Masterpiece’, Vanderbilt Journal of Transnational Law, 52(4), p. 1066

[7] Che potrebbe anche essere un soggetto che intenda finanziare il terrorismo. In diritto internazionale infatti si ricorre alla sigla AML/CFT

[8] La segretezza è un’arma potente nel mondo dell’arte tanto quanto per riciclare denaro. Sotto questo aspetto cito le 3 modalità per riciclare denaro: placement, layering e integration. Ne ho parlato approfonditamente qui: https://www.dirittoconsenso.it/2020/08/17/riciclare-denaro-fenomeno-e-attivita/

[9] Le disponibilità economiche delle organizzazioni potrebbero variare: saranno maggiormente disponibili ad organizzazioni strutturate e ben ramificate anziché ad organizzazioni piccole e locali

[10] Non solo la distruzione di imponenti scavi o siti archeologici come è successo a Palmira o a Mosul

[11] Ho parlato del FATF in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/20/il-financial-action-task-force/


Modi per riciclare denaro

12 modi per riciclare denaro

Tra le tante forme per poter riciclare denaro, esistono alcuni modi più ricorrenti rispetto ad altri. Oro, conti bancari e società possono essere perfetti per occultare il denaro sporco

 

Quali sono i modi per riciclare denaro?

Il riciclaggio di denaro trova attuazione con schemi complessi e contorti. Le autorità negli ultimi 50 anni hanno scoperto trame nazionali ed internazionali in cui sono spesso apparsi politici, grandi imprenditori e rinomati istituti bancari. I modi per riciclare denaro sono quindi sempre al centro di attenzione, sia da chi intende usarli, sia da chi intende regolarli e/o sottoporli a precisi controlli.

Il riciclaggio è punito in Italia dall’articolo 648 del codice penale[1]. La norma nulla dice sul modus operandi del riciclaggio (non vengono infatti disciplinate le varie fasi che costituiscono il riciclaggio) ed è indubbia la natura di reato plurioffensivo.

Detto questo, ed in riferimento ad altri schemi di riciclaggio di cui ho già parlato[2], bisogna approfondire questi modi che, ancora oggi, richiamano l’attenzione degli inquirenti e fanno scattare i controlli finanziari e tributari. Si tratta di 12 modi per riciclare denaro che possono nascondere i proventi illeciti in men che non si dica.

 

Le attività, una per una

Prima di procedere, ricordo che l’attuale pressione sul settore finanziario per attuare rigorosi meccanismi di antiriciclaggio non porterà ai risultati desiderati fintanto che è possibile riciclare denaro in altri settori economici o in Stati con normative permissive.

Ecco 12 modi per riciclare denaro.

  1. Oro. L’oro sembra essere particolarmente apprezzato sia per la fase di placement che per il layering del processo di riciclaggio[3]. La principale sfida dell’oro per i riciclatori di denaro è la documentazione della sua origine: solitamente infatti si nasconde la provenienza dell’oro e quindi dell’acquisto con i proventi illeciti con la scusa che sia stato ereditato da un parente (e le autorità potrebbero compiere le indagini sul patrimonio di questa verosimile eredità). Il passaggio che rende quasi impossibile scoprire l’origine illecita dell’oro avviene quando l’oro viene fuso.
  2. Gioielli. Del tutto simili all’oro, i gioielli risultano maggiormente anonimi per il fatto che non è possibile predeterminare un prezzo di acquisto e di vendita. Un esempio per essere più chiari. Immaginiamo di avere 5.000 euro (tutti di origine illecita) in contanti e volessimo comprare un collier di rubini. A settembre 2020 potremmo rivendere i preziosi a 8.000 euro e ottenere, oltre al riciclaggio dei 5.000 euro, anche un guadagno importante (per la differenza ottenuta). Oltre a questo caso, c’è inoltre la possibilità di gestire un’attività di gioielleria per dimostrare entrate legali con beni ottenuti illecitamente inventando clienti inesistenti. È più semplice del previsto: questo metodo prevede la creazione di una vera e propria attività di gioielleria, che potrebbe includere l’apertura di un negozio, il lancio di un sito Web e l’offerta di acquistare gioielli in determinati eventi per essere poi rivenduti (è questo il passaggio chiave) ad un prezzo maggiore e chiudere così il ciclo del riciclaggio.
  3. Diamanti grezzi. I diamanti vengono solitamente trasportati nelle tasche dei riciclatori o conservati in deposito gratuitamente. Esempio: si costituisce una società di commercio di diamanti e, trovati i diamanti sul mercato, si paga 50% del valore con proventi leciti e 50% del valore con proventi illeciti. Così è sufficiente acquistare certificati di origine e vendere i diamanti a terzi al loro valore effettivo. Il guadagno sarà totalmente lecito. In più, specifico del mercato dei diamanti, è che un prezzo di acquisto vantaggioso può essere giustificato da un aumento di valore ottenuto durante il processo di taglio della pietra.
  4. Beni antichi. I beni antichi sono, come i diamanti e i gioielli, beni particolari: il loro più grande vantaggio sembra essere il loro valore incerto e difficile da misurare. La pericolosità che il riciclaggio possa essere attività a fine di acquisto di beni culturali è sottolineata da tempo da molte organizzazioni internazionali ma ancora non ci sono stati dei casi in cui beni di grandissimo valore siano stati al centro di casi di riciclaggio.
  5. Arte. Allargando la portata dei beni artistici, e quindi non soltanto quelli antichi, il mercato dell’arte può rappresentare un mercato d’élite in cui i riciclatori, tanto quanto i tombaroli, i mercanti d’arte disonesti e gli intermediari, siano in un ambiente proficuo per gli affari perché noto per il suo silenzio e per i segreti sulle identità di compratori e venditori (figurarsi sulla provenienza degli oggetti). Il settore è al vaglio negli ultimi anni di organizzazioni internazionali, tra cui l’Interpol[4], perché, come per i gioielli e i diamanti, è necessaria una competenza tecnica, soprattutto a causa della volatilità dei mercati dei beni antichi e del rischio di acquistare prodotti contraffatti. Un’ulteriore sfida per i riciclatori di denaro è che quando si trasportano beni culturali, si deve essere consapevoli dei controlli doganali e della maggiore attenzione delle forze dell’ordine dovuta al fatto che alcune organizzazioni terroristiche hanno cercato di vendere antichità rubate.
  6. Società di consulenze. Le società di consulenza sembrano essere realtà popolari tra i riciclatori di denaro. Fintanto che si evitino settori ampiamente regolamentati, come, è ovvio, la gestione patrimoniale, queste società di solito non sono soggette a particolari controlli. Inoltre, è utile che i prezzi e le prestazioni siano piuttosto soggettivi e difficili da misurare. Per fare un esempio, desteranno sospetti operazioni cicliche di pagamenti ad una società di consulenza che siano effettuate con cifre giusto al di sotto di segnalazioni. Per utilizzare con successo questo metodo, il riciclatore di denaro deve ovviamente evitare sospetti conservando i beni ottenuti illecitamente in un conto bancario all’estero rispetto alla sede della società, nonché nominando direttori designati con una buona reputazione (nel caso in cui ci si avvalga di prestanome). Ulteriori rischi associati a questo metodo includono l’analisi delle transazioni bancarie e l’attenzione delle autorità se la società ha ricavi elevati e spese molto basse.
  7. Mergers and acquisitions. Le operazioni di M&A, in italiano traducibili come fusioni e acquisizioni (di società), sembrano essere un altro popolare metodo per il layering e l’integration. L’acquisto di aziende in difficoltà, facili da trovare e il cui valore può essere valutato da un contabile o un commercialista corrotto, può essere utilizzato per creare pratiche cartacee confacenti all’acquisto al ribasso. L’attenzione viene posta in particolare sulla figura del business angel/angel investor ossia un investitore che solitamente si appassiona a una startup, la finanzia e l’aiuta, portando, oltre al capitale, la propria esperienza, conoscenze, contatti. Se questa figura dovesse essere in realtà un riciclatore c’è solo da immaginarsi quanto sia facile immettere nell’economia legale i guadagni illeciti
  8. Apertura di conti correnti. È un modo ricorrente per riciclare denaro. L’apertura in sé di un conto corrente non desta sospetti. Ciò che rileva sono i controlli sulle transazioni, i limiti delle soglie, etc. Un attento titolare del conto potrà eventualmente gestire più conti (ma i controlli aumenteranno in ragione dello stile di vita, dell’occupazione, pagamento delle tasse ed evasione fiscale, etc.)
  9. Collocamento in depositi o cassette di sicurezza. La liquidità dei proventi illeciti può essere mantenuta nel caso in cui un soggetto intenda depositare il denaro sporco. Il modo per riciclare denaro ricorrendo ai depositi o alle cassette di sicurezza è spesso privo di grandi controlli. Il denaro così salvaguardato potrà essere usato nel tempo gradualmente, senza destare quell’attenzione così detestata dai riciclatori.
  10. Cambio valuta. Sia che il cambio sia attraverso l’iter legale (quindi attraverso la richiesta ad una banca) o illegale (tra organizzazioni criminali operanti in Stati con valute differenti), il passaggio da una moneta ad un’altra può essere fatto se all’interno di un istituto economico o finanziario sia presente un contatto che favorisca il riciclaggio. Questo metodo generalmente ha due controindicazioni: nel caso di cambio valuta attraverso il metodo legale, è necessario avere contatti di alto livello e conoscere il sistema antiriciclaggio di un certo Stato. Nel caso invece che ci sia uno scambio di valute (pensiamo, da rubli a euro) tra due organizzazioni criminali c’è il rischio di ricevere soldi falsi.
  11. Settore immobiliare. È il settore privilegiato per il riciclaggio di denaro in particolare quando si porti avanti l’acquisto di proprietà immobiliare in disuso o in rovina nelle grandi città che richiedano un rinnovamento o un restauro. È tra i modi per riciclare denaro più in uso in Europa, specie in Germania secondo DW[5]. Negli aspetti più pratici del caso, è ovvio che le società del settore immobiliare saranno dotate di una figura di facciata (prestanome) per i lavori menzionati perché è importante mantenersi, qui forse più che in altri rami, soggetti plausibili. La facilità di questo metodo dipende dal fatto che solitamente chi sia intenzionato a “sbarazzarsi” di una proprietà sia molto più intenzionato a ricevere il compenso in contanti e il più in fretta possibile.
  12. Trasferimenti su conti esteri, con particolare riguardo verso istituti bancari in paradisi fiscali. Basti pensare ai Panama Papers[6], il caso di riciclaggio internazionale più incredibile degli ultimi 25 anni. In genere i paradisi fiscali sono piccoli Stati[7], per i quali i proventi delle attività correlate alla registrazione delle società e all’intermediazione finanziaria costituiscono una parte cospicua delle entrate. Nonostante nell’immaginario collettivo si faccia spessissimo riferimento agli Stati caraibici, anche in Europa ci sono Austria, Belgio, Lussemburgo e Svizzera. Solitamente gli Stati considerati paradisi fiscali sono dotati di regole particolarmente rigide sul segreto bancario che consentono di compiere transazioni coperte.

 

Un auspicio generico, ma mai banale

Cosa si può imparare[8] dai casi di riciclaggio e dai modi per riciclare denaro? Che non si deve abbassare la guardia. Sia le disposizioni interne, sia gli scambi di informazioni utili per combattere organizzazioni criminali e terroristiche necessitano di un più ampio sistema di disposizioni che accomunino gli Stati alla lotta al riciclaggio. Se è vero che questo sembri verosimilmente raggiungibile nell’Unione Europea[9], è altrettanto importante rafforzare i sistemi di red flags e allarme per le operazioni sospette.

Informazioni

https://www.int-comp.com/ict-views/posts/2016/07/22/top-5-money-laundering-cases-of-the-last-30-years/

Razzante, R. (2014) Il riciclaggio come fenomeno transnazionale : normative a confronto. Giuffrè

Teichmann, F. M. J. (2017) ‘Twelve methods of money laundering’, Journal of Money Laundering Control, 20(2), p. 130

Gilmour, N. (2020) ‘Illustrating the incentivised steps criminals take to launder cash while avoiding government anti-laundering measures’, Journal of Money Laundering Control, 23(2), pp. 515–526

[1] È punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 5.000 a 25.000 euro ma la pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale

[2] In questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/02/alcuni-metodi-di-riciclaggio-di-denaro/

[3] In questo articolo l’iter per il compimento di un modello di riciclaggio: https://www.dirittoconsenso.it/2020/08/17/riciclare-denaro-fenomeno-e-attivita/

[4] Tra le varie attività di contrasto alla criminalità organizzata, l’Interpol si occupa anche del recupero dei beni culturali rubati. Ne ho parlato in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/interpol-lotta-traffico-illecito-beni-culturali/

[5] https://www.dw.com/en/germany-sees-record-spike-in-money-laundering-cases-report/a-54603783

[6] Scoppiata la bolla, è arrivato il conto da pagare. La preziosa ricostruzione del’ICIJ: https://www.icij.org/investigations/panama-papers/what-happened-after-the-panama-papers/

[7] Con l’espressione “paradiso fiscale” si fa riferimento a Stati o territori autonomi nei quali il prelievo fiscale sui redditi è comparativamente assai ridotto o del tutto assente, consentendo quindi notevoli risparmi a quei soggetti (persone singole o imprese) che vi stabiliscono la residenza o la sede legale

[8] Un imperativo divenuto importante anche per il Basel Institute of Governance. Qui un recente articolo su casi di riciclaggio nel 2018 e 2019: https://www.baselgovernance.org/blog/what-can-we-learn-recent-money-laundering-cases

[9] Quanto dovremo attendere perché ci sia un diritto penale europeo? Ne ho parlato in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/01/diritto-penale-europeo-sogno-o-realta/


Riciclare denaro

Riciclare denaro: fenomeno e attività

Riciclare denaro è un’attività necessaria per occultare la natura illegale di proventi da attività illecite. È un’attività semplice? Come si articola?

 

Perchè riciclare denaro?

Studiare il riciclaggio significa studiare sia un fenomeno che una serie più o meno complessa di attività. È un fenomeno ampio, incalcolabile[1] e fortemente legato a strutture economiche e finanziarie cresciute enormemente con la globalizzazione. In aggiunta a questo quadro, si tenga a mente l’indiscussa presenza di organizzazioni criminali, sia italiane sia straniere, che hanno tutto l’interesse per riciclare denaro.

È ovvio infatti che se da un lato un’economia di origine illecita deve essere resa lecita a tutti gli effetti, è anche vero che bisogna approfondire il concetto di trasformazione di potere d’acquisto potenziale in effettivo. Questo concetto è il tema centrale del riciclaggio. Su che cosa si intenda per potere di acquisto potenziale è facile: è Il reddito illecito. Un uso diretto del reddito illecito aumenta la possibilità di scoperta dei reati commessi dal reo. Perché solo quando il potere di acquisto è effettivo le cose cambiano: questo è il risultato che il riciclaggio è andato a buon fine.

Ma non basta individuare chi, bisogna comprendere come e dove.

Affrontare il fenomeno del riciclaggio di denaro, anche a livello internazionale[2], richiede la massima attenzione su almeno 3 fattori generici:

  • I flussi finanziari,
  • le ricchezze/beni (intesi come momenti terminali di tali flussi), e
  • i soggetti titolari delle ricchezze e dei beni

 

L’attività di riciclare denaro è specifica rispetto ad altre attività criminali. Se queste ultime sono tipicamente di accumulo e rimpiego, il riciclaggio segue il seguente criterio: l’operazione di laundering permette di trasformare un potere di acquisto potenziale in potere di acquisto effettivo.

I soggetti titolari accumulano risorse (illegali) e nel momento stesso in cui vi è accumulo si pone il problema di riciclarle. Per questo motivo in gergo comune si usano le espressioni “soldi sporchi” e “soldi puliti”, proprio ad indicare come i soldi puliti siano immacolati, intoccabili e di maggior valore rispetto ai soldi sporchi. Il reo infatti non ambisce ad altro che a ripulire tutti i soldi sporchi e al contempo non essere scoperto.

Per avviare l’attività di riciclaggio il reo detentore della liquidità proveniente da attività illecita deciderà se porre in atto un illecito specifico (il riciclaggio) valutando due elementi ben precisi:

  1. La probabilità di essere scoperto
  2. La relativa pena che si confronta con i guadagni attesi

 

Nel calcolo, per così dire, dei costi e dei benefici, il riciclaggio continua grazie ai tanti reati a monte: traffico di stupefacenti, sequestro di persona, traffico di organi, sfruttamento della prostituzione, evasione fiscale, finanziamento del terrorismo ed altri più recenti, certamente favoriti dall’uso della tecnologia e del mondo digitale.

 

L’attività in più fasi del riciclaggio

Se si studia il fenomeno del riciclaggio è possibile effettuare una distinzione delle attività che lo compongono. La dottrina infatti, sia nordamericana che europea, si occupa del problema del riciclaggio da almeno 50 anni.

In passato, il riciclaggio era considerata un’attività snodabile in due fasi:

  1. Il lavaggio (money laundering), individuato nelle operazioni a brevi termine volte a camuffare l’origine illecita del denaro o di altri beni, e
  2. L’impiego (recycling), consistente in operazioni a medio o a lungo termine volte a reimmettere i capitali “lavati” nel ciclo economico lecito.

 

Tale suddivisione rappresenta la disciplina penale italiana: si prevede infatti la fattispecie di riciclaggio (art. 648 bis c.p.) e la fattispecie di ricettazione[3] (art. 648 ter c.p.).

Con il passare del tempo si è passati ad un’analisi più complessa delle attività. Potendo infatti queste essere collegate tra loro, o addirittura simultanee, si è optato per lo studio del riciclaggio individuando 3 tipi di attività:

  1. il collocamento materiale dei proventi da reato nel sistema legale (placement),
  2. la dissimulazione o stratificazione (layering), consistente in operazioni dirette alla separazione dei proventi illeciti dalla loro fonte,
  3. l’integrazione definitiva con le ricchezze di provenienza lecita (integration).

 

Vediamole più nello specifico.

 

Il Placement

Questa prima fase consiste nel collocamento materiale dei proventi di reato presso istituzioni o intermediari finanziari direttamente nel mercato (interno o esterno). Tipico di quest’inizio di operazioni è il frazionamento delle operazioni effettuate su denaro contante (smurfing) allo scopo di sfuggire agli obblighi di segnalazione. Sotto queste soglie infatti le operazioni sono perfettamente legittime.

Oggigiorno ci sono anche altre attività non strettamente finanziarie sulle quali ha esercitato un forte influsso l’avvento delle modalità tipiche della net economy. Basti pensare al banking on line, al trading on line, alla moneta elettronica e alle carte prepagate.

 

Il Layering

La seconda fase, nota anche come dissimulazione o stratificazione, consiste nel compimento di una serie di operazioni finanziarie dirette a separare il capitale dalla sua origine illecita. È qui che generalmente (ma forse in maniera troppo romanzata) si fa riferimento ai grandi circuiti internazionali del riciclaggio di denaro in cui sono presenti professionisti dell’alta finanza capaci di dirottare i soldi sporchi. Il denaro infatti è indirizzato verso le istituzioni finanziarie di molti Stati e tra questi si tende a preferire i paradisi off shore.

I trasferimenti elettronici di fondi costituiscono il metodo più moderno e insidioso per i vantaggi connessi alla velocità delle transazioni, alla distanza delle successive allocazioni, alle minime tracce nei passaggi. Rispetto alle classiche operazioni bancarie, i trasferimenti elettronici sono le nuove frontiere del riciclaggio (anche se c’è da citare sempre di più il cyberlaundering).

 

L’Integration

Terza fase, infine, che è costituita dallo sforzo di integrare (da qui il nome) nei circuiti dell’economia lecita i capitali di origine delittuosa.  È qui che si conclude la suddivisione delle attività del riciclaggio.

Tuttavia, accanto a percorsi decisamente più facili, come il cash smuggling, ci sono percorsi più contorti e che richiedono il concorso di altre persone, come il ricorso al metodo dello shell company, specie professionisti ed esperti delle legislazioni antiriciclaggio.

Giungere a questa fase non è sempre facile, fortunatamente. Durante tutte queste fasi infatti esistono numerosissimi controlli sia a livello locale che internazionale (specie se il riciclaggio viene operato con un modello su larga scala).

 

Un’ultima considerazione

È opportuno segnalare che l’attuale sistema per il contrasto del riciclaggio si sviluppa su più livelli, legati tra loro. Non è possibile passare in rassegna l’intera normativa antiriciclaggio ma mi pare corretto far notare che esistono altre norme di contrasto al riciclaggio che riguardano: la prevenzione del riciclaggio sotto il profilo finanziario, la collaborazione attiva sia del sistema bancario[4] che dei professionisti, la responsabilità degli enti e le norme provenienti dal diritto internazionale.

Questa considerazione infatti mi sembra opportuna per non dare l’idea che riciclare denaro sia, oltre che facile e alla portata di tutti, attività da emulare.

Informazioni

Cerqua, L. D. and Cappa, E. (2012) Il riciclaggio del denaro : il fenomeno, il reato, le norme di contrasto. Giuffrè

Razzante, R. (2011) Il riciclaggio nella giurisprudenza : normativa e prassi applicative. Giuffrè

https://www.lexology.com/library/detail.aspx?g=1fd0f7c7-f9ab-457a-9972-e2b0e8239a1f

https://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/07231dl.htm

[1] Perché un’economia sconosciuta è difficilmente calcolabile. Si parla infatti di stime dell’impatto del riciclaggio. Tra le organizzazioni più impegnate a livello internazionale si considerino l’UNODC e il FATF/GAFI

[2] Ho scritto sul riciclaggio internazione di denaro un altro articolo sempre per DirittoConsenso. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2019/04/23/il-riciclaggio-internazionale-di-denaro/

[3] Nella cui norma si fa ricomprendere anche l’autoriciclaggio. Ho spiegato cosa sia in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/18/autoriciclaggio-la-norma/

[4] Si veda il D. Lgs. 231/2007 (riportata in bibliografia con link ipertestuale)


Tombaroli

Chi sono i tombaroli?

I tombaroli sono figure che compiono danni enormi al patrimonio culturale e artistico. Che danni derivano dalla loro condotta?

 

Tombaroli: cosa fanno

I tombaroli sono soggetti molto importanti per il traffico illecito dei beni culturali. Sono coloro che ricercano e scavano abusivamente nelle aree archeologiche scoperte o non ancora scoperte per rubare beni antichi. Originariamente ci si riferiva ad una serie di persone che violavano le tombe antiche (specialmente etrusche) per rubarne i reperti e farne commercio.

I tombaroli[1] sono un fenomeno tutto italiano e che non conosce confini regionali: da nord a sud infatti sono tanti i reperti trafugati da singoli individui o da gruppi veri e propri di tombaroli. Quando un bene finisce nel mercato illecito, può finire nelle mani della criminalità organizzata oppure in contesti molto diversi, come un museo o una collezione privata.

L’Italia è purtroppo uno Stato di origine dei beni culturali[2], ossia uno Stato talmente ricco di storia che è impossibile quantificare i danni apportati al patrimonio. E i danni compiuti dai tombaroli sono ingenti.

Ma come è possibile che i tombaroli riescano a razziare scavi archeologici anche sottomarini? Che tutela offre l’ordinamento italiano?

 

La tutela dei beni culturali

L’attuale sistema normativo italiano in tema di protezione dei beni culturali si basa sul Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (d. lgs. 42/2004 del 22 gennaio 2004)[3]. Nelle disposizioni generali del Codice si evidenziano importanti principi in nome dei quali si stabiliscono regole per la protezione dei beni di cui parliamo. Le funzioni di “tutela”, che consiste “nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione” (articolo 3 co. 1), dei beni culturali e paesaggistici spettano in parte allo Stato e in parte alle Regioni (artt. 4 e 5).

 

I beni archeologici nel Codice 42/2004

Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio inoltre prevede al Capo VI – Ritrovamenti e scoperte, alcune disposizioni specifiche sui beni archeologici:

  • Art. 88 – Attività di ricerca
  • Art. 89 – Concessione di ricerca
  • Art. 90 – Scoperte fortuite
  • Art. 91 – Appartenenza e qualificazione delle cose ritrovate
  • Art. 92 – Premio per i ritrovamenti
  • Art. 93 – Determinazione del premio

 

In particolare l’art. 88 stabilisce che:

Le ricerche archeologiche e, in genere, le opere per il ritrovamento delle cose indicate all’articolo 10 in qualunque parte del territorio nazionale sono riservate al Ministero.

Il Ministero può ordinare l’occupazione temporanea degli immobili ove devono eseguirsi le ricerche o le opere di cui al comma 1.

Il proprietario dell’immobile ha diritto ad un’indennità per l’occupazione, determinata secondo le modalità stabilite dalle disposizioni generali in materia di espropriazione per pubblica utilità. L’indennità può essere corrisposta in denaro o, a richiesta del proprietario, mediante rilascio delle cose ritrovate o di parte di esse, quando non interessino le raccolte dello Stato.

 

È illegale quindi impossessarsi di beni “ritrovati”: i tombaroli altro non sono che ladri di beni dello Stato.

La protezione dei beni culturali a livello penale passa anche da una tutela offerta dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Il Codice però non tutela direttamente i beni culturali ma tutela tutti i beni potenzialmente danneggiabili e ci sono disposizioni[4] (presenti alla Parte IV, Titolo II, Capo I) che devono essere in collegamento alle disposizioni del codice penale. Una tutela che è però lacunosa e questa mancanza favorisce in parte proprio i tombaroli: con rischi minimi, si ottengono grandi guadagni dalla vendita dei beni rubati.

 

I fattori che causano gli scavi archeologici illeciti

Il mercato illecito dei beni culturali è popolato da varie figure. Oltre ai tombaroli ci sono ricettatori, commercianti, intermediari, restauratori, trasportatori, esperti, curatori di musei, collezionisti. Competenze, motivazioni, condotte possono essere molto diverse tra persona e persona e tra le categorie elencate.

Tipicamente si può dire che un tombarolo non viene di certo spinto a razziare tombe per interesse storico o archeologico: si tratta invece di ottenere facili guadagni là dove vi siano richieste “dall’alto”, cioè da esperti e collezionisti disposti a pagare profumatamente per avere un vaso antico, un monile d’oro, etc.

Sono quindi partito dallo studio di Campbell in cui si legge[5]:

Antiquities can be distinguished from other trafficking in three regards: Cultural heritage is a finite resource that cannot be cultivated or manufactured, profits increase progressively from source to market, and artifacts must be laundered in order to appear legitimate. While narcotics can be cultivated and arms can be manufactured, antiquities are a finite resource derived solely from looting cultural sites. Looters can be highly skilled at locating sites and knowledgeable about the local landscape, but they often lack the means to transport artifacts out of their immediate region or across international borders. Antiquities are therefore typically transferred to participants with the means and knowledge to transport illicit commodities internationally. In turn, these early stage intermediaries lack the knowledge to judge the value of antiquities, including whether artifacts are real or fake, or the ability to appear legitimate to collectors.

 

A queste considerazioni così chiare, Campbell, citando altri studiosi, offre nel suo scritto un’interessante visione dei ruoli all’interno del mercato degli oggetti d’arte. Considerando infatti che in questo mercato il confine tra legale e illegale è molto sottile, vi sono dinamiche che cambiano dal momento in cui il bene viene saccheggiato fino al momento in cui viene venduto. In primo luogo aumenta il livello di conoscenza specifica dei soggetti coinvolti. In secondo luogo aumenta il margine di profitto.

 

Dove è possibile collocare i tombaroli nel mercato illecito dei beni culturali?

Le quattro fasi in cui si divide il traffico di beni culturali sono:

  1. Quando il bene è rubato (stolen)
  2. Quando è trasportato (transported)
  3. Quando è oggetto di riciclaggio (laundered)
  4. Quando è oggetto di acquisto (purchased)

 

I tombaroli rientrano ovviamente nella prima fase perché sono coloro che compiono materialmente la rimozione del bene dal contesto archeologico (sia esso già noto o no).

Non bisogna quindi sottovalutare queste figure. È fondamentale intervenire per evitare che una lenta e costante razzia contro il patrimonio continui a cancellare la storia e la cultura.

Informazioni

Cambpell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013

Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (d. lgs. 42/2004 del 22 gennaio 2004)

[1] Il Perù conosce figure simili note come huaqueros

[2] Sulla differenza tra Stati di origine e Stati di destinazione si veda: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/05/il-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[3] In Gazzetta Ufficiale n. 45 del 24 febbraio 2004

[4] Ne ho parlato in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/09/reati-contro-i-beni-culturali-codice-42-2004/

[5] Cambpell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013, p. 117


World Drug Report 2020

World Drug Report 2020: il resoconto

Il nuovissimo rapporto del UNODC, pubblicato pochi giorni fa, è composto da 6 opuscoli. Il World Drug Report 2020 è ricco di informazioni utili per comprendere cosa succede nel mondo

 

I temi fondamentali del World Drug Report 2020

Il rapporto fornisce il riassunto dei sei successivi opuscoli del World Drug Report 2020 esaminando i loro risultati chiave ed evidenziando le implicazioni politiche basate sulle loro conclusioni. I principali risultati nel 2020 sono stati:

  • L’impatto del Covid-19
  • La crescita del mercato
  • I rapidi cambiamenti interni al mercato
  • Le fasce più deboli sono le più colpite dai mercati leciti e illeciti.

 

Premessa: non è qui presente l’analisi dei comportamenti delle organizzazioni criminali e dei trafficanti perché merita, a mio giudizio, uno spazio a parte.

 

Effetti di covid-19 sui mercati degli stupefacenti

Il World Drug Report 2020 considera l’impatto del Covid-19 del tutto simile a quello della crisi economica del 2008.

L’effetto della pandemia sui mercati degli stupefacenti è ancora sconosciuto e difficile da prevedere, ma potrebbe essere di vasta portata[1]. Alcuni produttori potrebbero essere costretti a cercare nuovi modi per fabbricare droghe poiché le restrizioni ai movimenti limitano l’accesso a precursori e sostanze chimiche essenziali per la lavorazione o la raffinazione delle sostanze stupefacenti.

A seguito infatti della crisi economica del 2008, gli assuntori avevano iniziato a cercare sostanze sintetiche più economiche e tra i modi di utilizzo si è ricorso all’iniezione delle sostanze. Nel frattempo, la maggior parte degli Stati hanno ridotto i costi sulle politiche collegate alle droghe (salute, programmi di reinserimento, cure in carcere, etc.). È immaginabile un approccio simile con la diffusione incontrollata del Covid-19.

Nel World Drug Report è stato considerato che il maggiore impatto immediato sul traffico di stupefacenti è prevedibile negli Stati in cui grandi quantità vengono contrabbandate con i voli di aerei di linea.

Sul lungo periodo, la recessione economica e i relativi blocchi, specie se collegati al traffico di persone e alla chiusura delle frontiere esterne, potrebbero potenzialmente perturbare i mercati della droga. L’aumento della disoccupazione e la mancanza di opportunità di lavoro aumenteranno le probabilità che le persone povere e svantaggiate ricorrano a modalità dannose del consumo di droghe, soffrano di disturbi da consumo e abuso di droghe e si adoperino in attività illecite legate alle droghe, in particolare la produzione o il trasporto.

 

Espansione e complessità: crescita del mercato

I modelli di crescita della popolazione spiegano in parte l’espansione del mercato. Nel World Drug Report 2020 si stabilisce che l’uso di droghe in tutto il mondo è in aumento, in termini sia di numeri complessivi che di proporzione della popolazione mondiale che usa droghe.

Nel 2009, i 210 milioni di utenti stimati rappresentavano il 4,8 per cento della popolazione globale di età compresa tra 15 e 64 anni, rispetto ai 269 milioni di utenti stimati nel 2018, ovvero il 5,3 per cento della popolazione.

L’urbanizzazione è un fattore trainante nei mercati della droga attuali e futuri. L’uso di droghe è più elevato nelle aree urbane che nelle aree rurali, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Il movimento di massa di persone dalle campagne alle città – più della metà della popolazione mondiale vive ora nelle aree urbane rispetto al 34% nel 1960 – spiega in parte l’aumento generale del consumo di droghe.

L’aumento della ricchezza è legato all’aumento del consumo di droghe, ma i più poveri subiscono il più grande onere di disturbi. In tutto il mondo, il consumo di droga è più diffuso nei paesi sviluppati che nei paesi in via di sviluppo. Sostanze come la cocaina sono ancora più saldamente associate alle parti più ricche del mondo. Ma non è tutto.

Si assiste alla stabilizzazione delle sostanze non registrate, note come designer drugs. Sono soprattutto i nuovi oppioidi potenzialmente dannosi ad essere in aumento. Ma non c’è da sorprendersi perché generalmente parlando i mercati della droga stanno diventando sempre più complessi. Sostanze a base vegetale come cannabis, cocaina ed eroina sono state unite a centinaia di droghe sintetiche, molte delle quali non sotto il controllo internazionale. Si è assistito anche ad un rapido aumento dell’uso non medico dei farmaci[2].

 

Rapidi cambiamenti del mercato

Passiamo quindi al mercato internazionale[3] che sta osservando alcuni cambiamenti. I più eccezionali sono che:

  • le droghe sintetiche sostituiscono gli oppiacei in Asia centrale e in Russia e
  • il mercato della metanfetamina cresce in Afghanistan e Iraq.

 

È poi importante considerare alcuni cambiamenti politici e tendenze mutevoli in atto. L’uso della cannabis è in aumento nella maggior parte delle giurisdizioni in cui l’uso non medico è legalizzato. Canada, Uruguay e 11 giurisdizioni negli Stati Uniti consentono la produzione e la vendita di prodotti a base di cannabis per uso non medico. Nella maggior parte di tali giurisdizioni, l’uso di cannabis è aumentato dalla sua legalizzazione.

 

Coloro che soffrono problemi legati agli stupefacenti subiscono danni sia da mercati legali che illeciti delle sostanze

Gli oppioidi farmaceutici per la gestione del dolore e le cure palliative sono disponibili principalmente nei paesi ad alto reddito: è noto infatti che i medicinali per alleviare il dolore sono distribuiti in modo diseguale tra regione e regione. Nel 2018, oltre il 90% di tutti gli oppioidi farmaceutici disponibili per il consumo medico erano in paesi ad alto reddito. Nel World Drug Report 2020 infatti viene ricordata la terribile crisi degli oppioidi negli Stati Uniti.

Le persone più povere affrontano un rischio maggiore di disturbi da uso di droghe. Nel 2018 circa 35,6 milioni di persone hanno sofferto di disturbi da uso di droghe. Povertà, istruzione limitata ed emarginazione sociale possono aumentare il rischio di disturbi da uso di droghe e aggravarne le conseguenze.

 

Le ultime tendenze

Nel Booklet 4 del rapporto l’analisi si concentra invece sugli andamenti nel mercato. E su altri temi specifici (darknet, legislazione su alcuni stupefacenti, etc.). Specificamente all’uso di sostanze, la cannabis è la sostanza più utilizzata, gli oppioidi invece i più dannosi.

Nel World Drug Report 2020 si stima che 192 milioni di persone abbiano usato la cannabis nel 2018, rendendola la droga più utilizzata a livello globale. In confronto, 58 milioni di persone hanno usato oppioidi nel 2018. Hanno rappresentato il 66% delle 167.000 morti stimate correlate a disturbi da uso di droghe nel 2017 e il 50% dei 42 milioni di anni (o 21 milioni di anni) persi a causa di disabilità o morte precoce, attribuito al consumo di droga. Più di 11 milioni di persone iniettano droghe, mentre 1,4 milioni di persone che iniettano droghe (people who inject drugs, PWID[4]) vivono con l’HIV, 5,5 milioni con l’epatite C e 1,2 milioni vivono con l’epatite C e l’HIV.

L’uso non medico di oppiacei sintetici alimenta le crisi di salute pubblica come avviene nell’Africa occidentale, centrale e settentrionale. Generalmente la sostanza che sta determinando i danni maggiori nella crisi è il tramadol, ma in Nord America è il fentanyl.

La scena stimolante è dominata dalla cocaina e dalla metanfetamina e l’uso di entrambe le sostanze è in aumento nei loro mercati principali. Circa 19 milioni di persone hanno usato la cocaina nel 2018, mentre circa 27 milioni di persone hanno usato le anfetamine nello stesso anno, la metanfetamina è l’ATS (Amphetamine-type stimulants) più utilizzato nel sud-est asiatico.

 

Cosa offre il mercato?

Il mercato offre da anni sostanze stupefacenti molto diverse tra loro. In base alle informazioni contenute nel World Drug Report 2020, l’offerta di farmaci a base vegetale è ancora ad alto livello, nonostante alcune diminuzioni.

L’area coltivata a papavero da oppio (240.800 ettari in tutto il mondo) si è ridotta per un secondo anno consecutivo nel 2019, guidata da un declino in Afghanistan e Myanmar. Anche le quantità di oppiacei sequestrate (704 tonnellate) nel 2018 sono notevolmente diminuite rispetto all’anno precedente.

La coltivazione di pianta di coca continua a un livello storicamente molto alto (244.200 ettari). L’area coltivata a coca è rimasta stabile dal 2017 al 2018. Tuttavia, la produzione globale stimata di cocaina ha raggiunto ancora una volta il massimo storico (1723 tonnellate) e i sequestri globali sono aumentati marginalmente (1.131 tonnellate).

Per quanto riguarda di metanfetamine sequestrata, le ATS con il più grande mercato a livello globale, hanno raggiunto un nuovo record, con 228 tonnellate equivalenti, nel 2018.

Informazioni

https://www.emcdda.europa.eu/best-practice/briefings/addressing-misuse-medicines_it

World Drug Report 2020, UNODC – reperibile nella rete interconnessa

[1] Ne ho parlato in un altro articolo citando le attività dell’Interpol durante la pandemia: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/23/le-attivita-dellinterpol-ai-tempi-del-covid-19/

[2] Il termine “uso scorretto di farmaci” si riferisce all’uso di farmaci psicoattivi a fini di automedicazione, ricreativi o stimolanti, con o senza prescrizione medica e al di fuori delle indicazioni terapeutiche ufficiali, eventualmente nel contesto della poliassunzione. Per maggiori informazioni si veda: https://www.emcdda.europa.eu/best-practice/briefings/addressing-misuse-medicines_it

[3] Sul traffico di droga bisogna agire a livello internazionale, rivedendo le politiche antidroga: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/08/traffico-di-droga-nel-diritto-internazionale/

[4] https://www.who.int/hiv/topics/idu/en/


IOCTA 2019

IOCTA 2019

Lo IOCTA 2019 è un report dell’Europol che riguarda l’impatto di internet e della criminalità organizzata

 

Tecnologia e criminalità: cos’è lo IOCTA 2019

Lo IOCTA[1] 2019 è ad oggi il più recente dossier dell’Europol sul binomio internet e criminalità organizzata. Si presenta con 63 pagine contenenti informazioni sulle minacce, sui casi e sugli sviluppi emergenti della criminalità informatica.

Lo IOCTA è un documento che viene pubblicato ogni anno dall’EC3, lo European Cybercrime Centre. Fondato dall’Europol[2] nel 2013 per rispondere specificamente alla minaccia della criminalità informatica[3] fa parte di Europol a tutti gli effetti insieme ad altri centri specializzati. L’ampia categoria di cybercrime è al centro d’attenzione dell’EC3 e di Europol perché si tratta di una forma di criminalità inserita nella lista delle attività più pericolose della 2018–2021 EU Policy Cycle[4]. Tanto preoccupante che, come sottolineato a pagina 7 del Report Do Criminals dream of electric sheep? How technology shapes the future of crime and law enforcement si legge:

Technology has been a key driver in the evolution of crime and terrorism over recent years. Technological developments and the way they transform the criminal landscape present new, emerging challenges for law enforcement authorities. Developments in Artificial Intelligence, quantum computing and 5G, among others, are set to have a profound impact on the criminal landscape and the ability of law enforcement authorities to respond to emerging threats.

 

Con il progresso tecnologico sono quindi richieste nuove misure[5]. Per adottarne di efficaci, bisogna conoscere e studiare i nuovi fenomeni criminali, come appunto la criminalità informatica. Pertanto l’importanza dello IOCTA è che vengono così resi noti i pericoli di tutti quei reati che rientrano nella competenza dell’EC3. I reati sono:

  • Cybercrime: una forma di criminalità che prende di mira o utilizza un computer, una rete di computer o un dispositivo di rete.
  • Sfruttamento sessuale dei minori: da intendersi come abuso sessuale di una persona di età inferiore ai 18 anni, nonché la produzione di immagini di tale abuso e la condivisione di tali immagini online.
  • Frode con carta di pagamento[6]: può essere distinta in frode con carta non presente (CNP, card not present), che si verifica in gran parte online per il furto di dati per i buchi di sicurezza o per il fenomeno dell’ingegneria sociale[7], e la frode con carta presente, che di solito si verifica in negozi e punti vendita e negli sportelli automatici di prelievo di contanti.
  • L’acquisto di beni o servizi illeciti sui mercati illegali online: genericamente parlando, la Darknet[8], un mondo complesso e particolarmente attivo. Tale mondo viene solitamente descritto come un arcipelago dove i siti rappresentano le isole.

 

Oltre a questi, si deve fare riferimento a una serie di manipolazioni o attività che facilitano la commissione dei reati, come il phishing, lo smishing e il vishing, strumenti di anonimizzazione o oscuramento, l’uso di criptovalute e il money muling.

 

Contenuti dello IOCTA 2019

Lo IOCTA 2019 contiene molte informazioni frutto della raccolta di dati a livello europeo. Ha per scopo informare le autorità nazionali a livello strategico, politico e tattico nella lotta alla criminalità informatica, per orientare l’attenzione operativa delle forze dell’ordine dell’UE.

Lo IOCTA 2019 infatti, riprendendo in parte quando detto nel SOCTA 2017[9], considera la criminalità informatica una realtà che, seppur ormai al centro dell’attenzione delle autorità da tempo, riesce a innovarsi per modalità, attori coinvolti e sistemi operativi e tecnologici.

Andando in dettaglio, si legge nel report che:

  • il ransomware rimane la minaccia più grave e sarà probabilmente così fin quando con questo mezzo si potranno causare danni che possano generare un profitto ai criminali. Nel 2019 in particolare si è diffuso il GermanWiper, un ransomware (che si è rifatto sul modello di Ordinypt/HSDFSDCrypt) in grado, oltre a distruggere dati, di bloccare contenuti chiedendo un pagamento;
  • sono sempre più comuni i BEC, sistemi che colpiscono il settore privato. Si tratta dei Business Email Compromise, una pratica informatica presente da tempo ma in evoluzione, con cui si attaccano le strutture e si scardinano i sistemi interni di verifica di pagamento delle società[10];
  • sono ancora usati i DDoS, acronimo che indica il Destributed Denial of Service, ossia attacchi che generalmente riguardano il blocco o l’intasamento di un sito internet. L’attacco è, in base alle informazioni raccolte, solitamente effettuato per richiedere un riscatto per lo sblocco del sito. La maggior parte dei DDoS colpiscono soprattutto a fini di estorsione ma sono anche presenti attacchi di natura ideologica o politica. Nel 2018 si è conclusa l’operazione Power Off che ha portato alla chiusura di webstresser.org, un sito che offriva servizi DDoS;
  • si assiste all’incremento del materiale di CSE[11]. I file in tema di Child Sexual Exploitation sono molti e richiedono spesso operazioni lunghe e costose per essere rimossi perché è difficile individuare i responsabili. In aggiunta a ciò aumenta il fenomeno del Live Distant Child Abuse, ossia la pratica che prevede l’uso di una webcam per trasmettere in tempo reale episodi di abusi sessuali su minori in località remote;
  • l’uso e il furto di dati personali, rivenduti su piattaforme online illegali oppure direttamente riusati, rappresenta un’attività lucrosa ma poca usata. Sono una minaccia moderata i cosiddetti banking Trojans ossia quei virus che colpiscono specificamente i dati economico-finanziari[12];
  • è ancora vivo il fenomeno della diffusione di contenuti inneggianti al terrorismo, pur essendo stato negli ultimi mesi dimenticato o passato inosservato anche a causa della sconfitta dell’ISIS. La difficile risposta alla lotta al terrorismo passa anche dalla mole di informazioni reperibile o consultabile. La propaganda online infatti si diffonde con forum, siti di condivisione file, pastebins, siti di streaming/condivisione video, servizi di accorciamento URL, blog, applicazioni di messaggistica/trasmissione, siti web di notizie, piattaforme di streaming live, siti di social media e vari servizi a supporto della creazione e dell’hosting di siti web.
  • la chiusura di grosse piattaforme del darkweb, in cui erano offerti beni e servizi illeciti, porta verso altri siti. Ad esempio, dopo il blocco di Silk Road, nel maggio 2019 sono stati chiusi altri due grosse realtà: si tratta di Wall Street Market e Valhalla. È probabile che si formino nuovi mercati per sopperire alla sparizione di queste piattaforme;
  • è possibile che vi siano spostamenti verso forme di comunicazioni criptate in piccolo, quindi non affidandosi a siti ma a singoli canali di comunicazione fornite da diverse app anche notissime. La facilità di tutto questo risiede infatti nel collegamento diretto tra venditori e compratori nonché sulla facilità di cancellazione del canale.

 

Cosa può essere migliorato secondo l’Europol

Il testo dello IOCTA 2019 riporta metodologie che dovrebbero essere considerate per la lotta alle attività criminali menzionate fino ad adesso[13]. In particolare:

  • una riconsiderazione parziale o totale del principio di territorialità almeno in ambito europeo perché a minacce transnazionali si deve rispondere con una legislazione condivisa in tema di indagini, informazioni, prove, etc.;
  • una miglior cooperazione tra le autorità degli Stati membri a causa della complessità delle minacce online così come usufruire delle misure di cooperazione fornite dalle agenzie europee di Europol e Eurojust[14];
  • la creazione di un registro dati dei passeggeri per prevenire il fenomeno dei viaggi verso destinazioni note per il turismo sessuale che sia accessibile alla squadra Travel Intelligence dell’Europol;
  • consentire alle autorità giudiziarie di adottare i primi passi per attribuire un caso a uno Stato in cui non è evidente alcun legame iniziale a causa di problemi di anonimato (tema questo collegato all’anonimizzazione o all’oscuramento dell’indirizzo IP);
  • il funzionamento dei sistemi di encryption delle comunicazioni, usate da chiunque e che possono per tale motivo essere usati dai criminali;
  • un complesso normativo uniforme perché i sistemi normativi dei singoli Stati, soprattutto in relazione alle indagini e alla lotta al cybercrime, sono distanti tra loro;
  • un rapporto più armonioso tra il settore pubblico e il privato perché è proprio quest’ultimo a disporre di un’enorme mole di dati di utenti.
  • prestare attenzione allo sviluppo degli usi dell’intelligenza artificiale, considerato uno strumento fondamentale nei prossimi anni per moltissime attività economiche e produttive. Tra queste potrebbe rientrare anche un uso da parte delle organizzazioni criminali;
  • attendere e successivamente analizzare risultati e impatto dell’AMLD 5, la direttiva europea contro il riciclaggio di denaro che comprende, tra le misure, il regolamento delle piattaforme di monete virtuali
  • dare maggior importanza al tema della privacy, sempre in bilico tra esigenze di sicurezza nazionale e economia dei dati.

 

È immaginabile che nello IOCTA 2020 saranno presenti temi strettamente legati al Covid-19. A dimostrazione del fatto che in poco tempo una pandemia possa generare effetti a catena del confinamento, dell’interruzione delle attività economiche e dell’uso di internet basti infatti guardare anche il traffico di droga[15]. Lo IOCTA 2020 riserverà sicuramente nuove soprese, forse maggiori di quelle dello IOCTA 2019.

Informazioni

Internet Organised Crime Threat Assessment (IOCTA) 2019 – Report – reperito nella rete interconnessa

Do Criminals dream of electric sheep? How technology shapes the future of crime and law enforcement – Report – reperito nella rete interconnessa

[1] L’acronimo sta per Internet Organised Crime Threat Assessment

[2] Per conoscere la struttura e il funzionamento dell’Europol rimando a questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/04/leuropol/

[3] “Combating crime in a digital age”

[4] In merito si legga: https://www.consilium.europa.eu/en/policies/eu-fight-against-organised-crime-2018-2021/

[5] La lotta al crimine informatico riguarda tanto le sue forme attuali quanto le proiezioni future. Le nuove minacce non derivano solo dalle nuove tecnologie, ma, come spesso dimostrato, provengono da vulnerabilità note nelle tecnologie esistenti

[6] La contraffazione delle carte di pagamento avviene solitamente con la tecnica dello skimming ossia con la duplicazione della banda magnetica di una carta

[7] Con cui si identifica una serie di tecniche usate dai criminali per spingere gli utenti a rivelare password o informazioni bancarie

[8] Rimando alla lettura di un altro articolo di DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2019/02/06/la-darknet-e-il-mercato-della-droga/

[9] Ho parlato del Serious and Organised Crime Threat Assessment del 2017 in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2018/03/26/europol-e-il-socta-2017-analisi-sulla-criminalita/

[10] Secondo l’Internet Crime Complaint Center, tra dicembre 2016 e maggio 2018, si è registrato un aumento del 136% delle perdite esposte globali identificate e oltre 12 miliardi di dollari di perdite dall’ottobre 2013

[11] Nello IOCTA si legge: “Online CSE refers to the sexual abuse and exploitation of children via internet. Whereas the sexual abuse or exploitation very much takes place in the physical world, the subsequent sharing of images and videos depicting this abuse significantly aggravates the impact of this crime.” (Pag. 29)

[12] Tra i più recenti si conta il phishing software Cerberus

[13] Tali metodi, è sottolineato nel report, sono relazionati alle tecnologie ad oggi in uso

[14] Ho parlato di quest’altra agenzia per la sicurezza e per la cooperazione giudiziaria penale in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2018/01/07/il-ruolo-di-eurojust-per-la-cooperazione-giudiziaria-penale/

[15] Sull’improbabile ma effettivo rapporto causa-effetto del traffico di droga e del Covid-19 ne ho parlato qui: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/14/traffico-di-droga-e-covid-19/


Parole di diritto

10 parole di diritto usate durante la pandemia di Covid-19

In questi mesi abbiamo sentito e usato parole di diritto dalla mattina alla sera. Quante di queste sono state usate correttamente? Conosciamo bene i significati?

 

Parole di diritto e informazioni durante la pandemia da Covid-19

Prima di passare alle parole di diritto, sento il bisogno di fare qualche precisazione sul perché ho scritto questo articolo. Ho passato molto tempo nello studio e nell’approfondimento del linguaggio giuridico usato durante la quarantena. Nelle tante settimane tra le mura di casa ho posto l’informazione al centro del mio tempo libero. La natura eccezionale della pandemia ha dato spazio a nuovi temi (o non visti prima?) e a concetti rivisitati a fini politici-propagandistici. Pensiamo allo smartworking[1], alla tutela del made in Italy e all’economia e all’ambiente[2].

Detto questo, intendo dare un’occhiata a quanto diverso sia il glossario giuridico e a quanto importante sia conoscere la lingua italiana prima che la lingua del diritto, che mai come oggi appare alla maggioranza della popolazione come il linguaggio dell’Azzeccagarbugli e come un odiosissimo burocratese. Potrà cambiare questo sentimento? Oppure sarà sempre così e bisogna solo sperare che le persone intendano informarsi ed approfondire una materia che ha un vocabolario così ampio e complesso?

 

10 parole, significati diversi

Ecco l’elenco delle 10 parole di diritto:

  1. DPCM: è l’acronimo usato per Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, un atto amministrativo. I DPCM, per dirla breve, sono tutti quegli atti di cui abbiamo sentito parlare in tema di riaperture, spostamenti, visite dai parenti e amici, etc. Attenzione a non confondere i DPCM[3] quindi con gli strumenti dei decreti legge e dei decreti legislativi.
  2. Condono: si tratta di un atto che prevede, da parte, solitamente, del Governo o di un’autorità, l’annullamento di una sanzione o di una pena. L’Italia, nella storia repubblicana, può definirsi la terra dei condoni[4].
  3. Scarcerazione: la lettera ‘S’ è prefisso, in questo caso, per indicare un’interruzione o un’azione contraria alla parola a cui è legata. Fine della carcerazione, quindi, là dove sia tutto regolare e in ottemperanza ad un provvedimento delle autorità competenti. Ma legare automaticamente “scarcerazione” a “mala-giustizia” o “inefficienza dell’amministrazione della Giustizia” è fuori luogo oltre che miserevole. Quest’idea che tutti la facciano franca è vecchia, è uno schiaffo a chi ha lottato per una società migliore e per il buon funzionamento dell’apparato giudiziario.
  4. Ammenda: confusa con multa perché per entrambe ci sono pene pecuniarie, l’ammenda è pena per le contravvenzioni. La confusione di questi termini durante l’emergenza è stata grande visto che si è parlato di multa per le contravvenzioni che riguardavano l’inosservanza delle disposizioni inerenti il corretto uso delle mascherine[5].
  5. Libertà: dal lockdown alle proteste di Hong Kong, da quella di manifestare a quella di culto, il termine libertà evoca una lunghissima evoluzione storica. È un concetto tanto richiamato quanto abusato, che va per molti a spizzichi e bocconi. La forma più paradossale è “Libertà sì, ma …”.
  6. BCE: questa sconosciuta. La Banca Centrale Europea ha diverse funzioni come previsto dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (art. 127, par. 2) e dallo Statuto della BCE. Se è certo che la BCE non è l’unico organo dell’Unione Europea, è anche vero che basta poco per informarsi quanto meno sul cosa faccia[6].
  7. Congiunti: il termine più ricercato da inizio maggio ma che, paradossalmente, non trova una definizione nel DPCM del 26 aprile 2020 che dava il via alla “fase 2”. Dal punto di vista dispositivo, è presente nel codice penale[7] la categoria di “prossimi congiunti”. Così si è scherzato ricordando il proverbio “parenti serpenti”, mentre altri hanno giustamente fatto notare che tra i “prossimi congiunti” non rientrassero alcune categorie di persone. Aiutiamoci tutti allora usando il termine “affetti stabili”.
  8. DPI: ormai noti a tutti, i dispositivi di protezione individuale sono quelli gergalmente noti come mascherine. Presentandosi invece con differenze interne per protezione e uso[8], anche alcune aziende hanno avuto la rapidità di riconvertire la loro produzione per la vendita di DPI tanto ricercati e tanto oggetto di critiche in relazione al prezzo stabilito dal commissario Michele Arcuri. Si può evitare un’epidemia[9] senza i DPI?
  9. Protezione civile: mobilita e coordina tutte le risorse nazionali utili ad assicurare assistenza alla popolazione in caso di grave emergenza. Il Dipartimento della Protezione Civile, questo il nome completo, opera con le Regioni e le Province autonome: non esiste la Protezione Civile lombarda o emiliana. Infine, un grande riconoscimento deve essere fatto ai volontari[10] della Protezione Civile che rappresentano solo una parte dell’apparato in questione.
  10. Golden Power: non è un termine strettamente giuridico e non trova una specifica traduzione in italiano. Con questa espressione si individuano i settori di fondamentale importanza per l’economia di uno Stato tanto da richiedere un intervento di questo[11]. La funzione che sta alla base dell’adozione del Decreto del 28 aprile 2020 è proprio quella di proteggere gli assets strategici in un periodo di vulnerabilità finanziaria aggravata dalla pandemia. Non è un caso quindi che con il Decreto di aprile siano stati ampliati i settori che si ritengono siano di vitale importanza.

 

I motivi della scelta

La scelta di queste parole è stata fatta perché in questi mesi c’è stata la possibilità per molti di avvicinarsi a tanti temi, non solo politici. Il diritto è parte integrante delle nostre vite, non ce ne rendiamo conto, ma è così. Le parole di diritto in elenco sono, oltre probabilmente ad essere quelle tra le più cercate sui motori di ricerca, anche quelle che hanno maggiormente suscitato l’interesse e la curiosità di individuare un certo argomento. Ma non basta: un linguaggio specialistico come quello del diritto richiede attenzione e precisione. Un uso scorretto provoca infatti non pochi problemi.

A ben rivedere la lista, avrei potuto aggiungere anche parole che riguardano altri sistemi normativi, come “Bundesverfassungsgericht”[12], “racial profiling”[13] o “Knesset” ma sarebbero state troppo specifiche e meno note alla maggior parte dei lettori italiani.

Per concludere, tra alcuni termini che probabilmente dimenticheremo o non useremo con frequenze, altri saranno per molto tempo al centro di dibattito.

Informazioni

[1] Carlotta Pellecchia ha parlato dello smartworking in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/20/lo-smart-working/

[2] Un tema poco conosciuto ma che ha notevole impatto economico è il Green Public Procurement. Elisa Goglio ha spiegato il suo funzionamento qui: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/12/il-gpp-green-public-procurement/

[3] Su DirittoConsenso ne ha parlato Gennaro De Lucia per evidenziare il carattere al limite della legge del ricorso a tale strumento: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/04/dpcm-e-ordinanze-regionali-al-limite-della-legge/

[4] L’opinione di Paolo Fallai: https://www.corriere.it/scuola/18_novembre_02/condono-quello-che-significa-concessione-un-bel-regalo-f5115d6a-dd14-11e8-989f-9f5167836d06.shtml

[5] Sulle mascherine e, ancora meglio, sui DPI l’articolo di Roberto Giuliani: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/24/i-dpi-alla-luce-dellemergenza-coronavirus/

[6] https://www.ecb.europa.eu/explainers/topic/html/index.it.html

[7] L’articolo è il 307, “Assistenza ai partecipi di cospirazione o di banda armata”: “Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato o di favoreggiamento, dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano all’associazione o alla banda indicate nei due articoli precedenti, è punito con la reclusione fino a due anni.

La pena è aumentata se l’assistenza è prestata continuatamente.

Non è punibile chi commette il fatto in favore di un prossimo congiunto.

Agli effetti della legge penale, s’intendono per i prossimi congiunti gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti: nondimeno, nella denominazione di prossimi congiunti, non si comprendono gli affini, allorché sia morto il coniuge e non vi sia prole

[8] Su DirittoConsenso ne ha parlato Roberto Giuliani con questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/24/i-dpi-alla-luce-dellemergenza-coronavirus/

[9] Luca Lotti ha parlato in particolare dell’epidemia colposa: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/26/cose-lepidemia-colposa/

[10] Il volontariato di protezione civile si articola in organizzazioni nazionali e locali su tutto il territorio nazionale ed è rappresentato dal nuovo Comitato nazionale, previsto dall’art. 42 del Codice di protezione civile

[11] La “minaccia di grave pregiudizio” per gli interessi pubblici viene valutata dal Governo tenendo conto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza. I poteri di intervento riconosciuti al Governo, diversi a seconda dei casi e da esercitare sulla base di criteri oggettivi e non discriminatori, sono sostanzialmente l’opposizione all’acquisto di partecipazioni; il veto all’adozione di delibere societarie e l’imposizione di specifiche prescrizioni e condizioni

[12] È la Corte Costituzionale tedesca, BVerfG

[13] Sicuri che sia solo negli Stati Uniti?


Accertamento tecnico

L'accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente

Il narcotest è solo uno delle modalità di accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente. Perché allora fare analisi specialistiche e quale è l’orientamento giurisprudenziale?

 

Perché si compie l’accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente?

Nell’ambito dei procedimenti per droga un ruolo chiave è assunto dall’accertamento tecnico sulla qualità e sulla quantità della sostanza stupefacente. Il fondamento normativo di tale accertamento è l’articolo 359 c.p.p.. È consentito al pubblico ministero, che intenda procedere ad accertamenti o ad altra operazione per cui appaiano necessarie specifiche competenze, di nominare e di avvalersi di consulenti i quali non possono rifiutare la loro prestazione.

La norma citata prevede che:

Il pubblico ministero, quando procede ad accertamenti, rilievi segnaletici, descrittivi o fotografici e ad ogni altra operazione tecnica per cui sono necessarie specifiche competenze, può nominare e avvalersi di consulenti, che non possono rifiutare la loro opera.

Il consulente può essere autorizzato dal pubblico ministero ad assistere a singoli atti di indagine.

 

Un potere analogo è conferito alla polizia giudiziaria ai sensi dell’articolo 348 c.p.p. al fine di assicurare le fonti di prova. Testualmente:

Anche successivamente alla comunicazione della notizia di reato [347], la polizia giudiziaria continua a svolgere le funzioni indicate nell’articolo 55 raccogliendo in specie ogni elemento utile alla ricostruzione del fatto e alla individuazione del colpevole.

Al fine indicato nel comma 1, procede, fra l’altro:

a) alla ricerca delle cose e delle tracce pertinenti al reato nonché alla conservazione di esse e dello stato dei luoghi;

b) alla ricerca delle persone in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti;

c) al compimento degli atti indicati negli articoli seguenti.

 

Dopo l’intervento del pubblico ministero, la polizia giudiziaria compie gli atti a essa specificamente delegati a norma dell’articolo 370, esegue le direttive del pubblico ministero ed inoltre svolge di propria iniziativa, informandone prontamente il pubblico ministero, tutte le altre attività di indagine per accertare i reati ovvero richieste da elementi successivi emersi e assicura le nuove fonti di prova.

La polizia giudiziaria, quando, di propria iniziativa o a seguito di delega del pubblico ministero, compie atti od operazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, può avvalersi di persone idonee le quali non possono rifiutare la propria opera.

 

Peraltro la polizia può compiere di propria iniziativa le analisi sulla sostanza rinvenuta, compiendo accertamenti non particolarmente complessi. Il narcotest in dotazione alle forze di polizia infatti è un esame basato su semplici reazioni chimiche al contatto di determinati reagenti con le droghe sequestrate. In alternativa, si è diffuso l’uso del drogometro[1] che, al pari dell’etilometro, permette di accertare l’assunzione di sostanze stupefacenti (cocaina, oppiacei, cannabinoidi – hashish e marijuana – , anfetamine e metanfetamine).

La polizia giudiziaria può inoltre far eseguire esami più approfonditi della sostanza rinvenuta previa trasmissione del reperto sequestrato per accertamenti medico-legali e tossicologico-forensi ad istituti di medicina legale[2], laboratori universitari di tossicologia forense[3], strutture delle forze di polizia o strutture pubbliche di base per stabilire la quantità del principio attivo presente nella sostanza sequestrata.

C’è quindi da sottolineare questo binomio tra l’accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente e la consulenza tossicologica.

 

La perizia e la specificità di tipo tossicologico

La consulenza tecnica o la perizia vengono disposte quando vi è la necessità di svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze. Si tratta quindi di integrare le conoscenze di una delle parti del processo (pubblico ministero, difensore o giudice) grazie al lavoro svolto di un esperto. Nei casi in cui è bene conoscere una data sostanza stupefacente, e gli effetti che questa produce, è necessaria propria una consulenza. La norma base è l’articolo 201 c.p.c. e in ambito giudiziario si suole fare la distinzione in consulente tecnico d’ufficio (CTU) e consulente tecnico di parte (CTP).

L’importanza del ricorso alla perizia sono state sottolineate dalla Cassazione nel 2014[4]:

Per valutare l’attendibilità di una teoria occorre esaminare gli studi che la sorreggono; le basi fattuali sui quali essi sono condotti; l’ampiezza, la rigorosità, l’oggettività della ricerca; il grado di sostegno che i fatti accordano alla tesi; la discussione critica che ha accompagnato l’elaborazione dello studio, focalizzata sia sui fatti che mettono in discussione l’ipotesi sia sulle diverse opinioni che nel corso della discussione si sono formate; l’attitudine esplicativa dell’elaborazione teorica. Ancora, rileva il grado di consenso che la tesi raccoglie nella comunità scientifica. Infine, dal punto di vista del giudice, che risolve casi ed esamina conflitti aspri, è di preminente rilievo l’identità, l’autorità indiscussa, l’indipendenza del soggetto che gestisce la ricerca, le finalità per le quali si muove.

 

Detto ciò, è proprio in tema di insorgenza di patologie poco note che vengono in rilievo elementi causali particolarmente difficili da individuare. Il fondamento scientifico[5] dunque è alla base delle indagini dei consulenti ed il giudice darà conto di quanto spiegato dagli esperti nella motivazione.

In relazione agli stupefacenti, si parla di perizia tossicologica, ossia una tipologia di perizia giudiziaria strettamente legata alla medicina legale che viene svolta da istituti specializzati. La perizia in questione consiste per lo più nella ricerca e nello studio sulle droghe e sui veleni e su ogni possibile implicazione clinica, fisica e legale dovuta all’uso di tali droghe e veleni.

Ricordo che per droga, ai fini della rilevanza penale, si considera solo quella inserita nelle Tabelle allegate al DPR 309/90[6].

 

L’orientamento della giurisprudenza

Secondo i più recenti orientamenti della Cassazione, risulta ormai consolidata la rilevanza dell’accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente, sia essa condotta dal pubblico ministero, sia dalla polizia giudiziaria.

Nel 2013 la Corte ha stabilito[7], in relazione ad un caso di modestissima quantità di eroina che:

“… infatti, solo un accertamento tecnico specifico avrebbe consentito di quantificare la percentuale e la quantità di principio attivo effettivamente presente in ciascuna delle confezioni e nelle tre confezioni complessivamente considerate. La mancanza di detto accertamento rende impossibile affermare con certezza che il quantitativo modestissimo della sostanza sequestrata possieda livelli di principio attivo tali da avere concreti effetti stupefacenti e da comportare quelle possibili alterazioni dell’organismo che costituiscono l’offesa al bene protetto oggetto di sanzione penale. L’incertezza sulla offensività concreta della condotta fa venire meno uno degli elementi costitutivi del reato contestato e genera un vuoto ricostruttivo non superabile in virtù del richiamo al rito adottato.

 

La Cassazione nel 2013 ha stabilito che in tema di reati concernenti le sostanze stupefacenti, il giudice non ha alcun dovere di procedere a perizia o ad accertamento tecnico per stabilire la qualità e la quantità del principio attivo di una sostanza drogante, in quanto, da un lato, egli può attingere tale conoscenza dalle diverse fonti di prova acquisite, e, dall’altro, grava sul pubblico ministero il rischio di mancata prova in ordine agli elementi a carico dell’imputato. Questo altro non è che un’ulteriore affermazione del principio accusatorio, garanzia fondamentale del processo.

L’accertamento della natura stupefacente di una sostanza passa per il c.d. narcotest non essendo necessario svolgere alcuna perizia tossicologica o accertamento tecnico irripetibile ai sensi dell’articolo 360 c.p.p.. Infatti in tema di reati concernenti le sostanze stupefacenti, l’accertamento svolto con il narcotest “consente di provare la natura stupefacente di una determinata sostanza, ma non fornisce la prova relativa alla quantità del principio attivo contenuto[8].

Per quanto attiene invece alla verifica dell’entità o dell’indice dei principi attivi contenuti nei reperti, è necessario svolgere un accertamento peritale chimico-tossicologico sulla sostanza. Come è stato stabilito dalla Cassazione “per stabilire l’effettiva natura stupefacente di una determinata sostanza è sufficiente il narcotest, senza che sia indispensabile far ricorso ad una perizia chimica tossicologica, tale ultimo accertamento tecnico è necessario, invece, ove occorra valutare l’entità o l’indice dei principi attivi contenuti nei reperti (…) e il giudice non possa attingere tale conoscenza anche da altre fonti di prova acquisite agli atti[9].

 

Con tali (ed altre non citate) pronunce si sottolinea quindi l’importanza della figura del consulente e della consulenza tossicologica per determinare qualsiasi forma di accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente di volta in volta esaminata.

Informazioni

Marcheselli, F., La consulenza tecnica di parte in ambito clinico-forense: aspetti pratici, metodologici e formativi, 2012

Guadalupi, S., Commentario sistematico al codice di procedura penale, 2016

[1] Si tratta infatti di un esame medico a tutti gli effetti, realizzato attraverso un test basato sull’uso di enzimi che reagiscono in presenza dei metaboliti assumendo una colorazione particolare

[2] Come quello di Torino: https://www.unito.it/media-gallery/detail/2093/53851

[3] Come quello dell’Università Statale di Milano: http://www.disbioc.unimi.it/ecm/home/ricerca/sezione-tossicologia-forense

[4] Cass. Pen., Sez IV, 8 maggio 2014, n. 18933/2014 (sull’accelerazione dell’evoluzione della malattia nei lavoratori esposti all’amianto)

[5] In tema di dati scientifici e di ragionevole probabilità scientifica invito a leggere questo articolo di Giulia Annunzi per DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2019/06/05/il-nesso-di-causalita-tra-vaccini-e-autismo-limportanza-del-dato-scientifico-quale-fondamento-di-un-giudizio-obiettivo/

[6] Ho parlato in particolare dell’articolo 73 del DPR 309/90 in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/05/le-condotte-punite-nell-art-73-dpr-309-90/

[7] Cass. Pen., Sez III, 4 novembre 2013, n. 44420

[8] Cass. Pen., Sez VI, 26 settembre 2013, n. 43226 (su un caso relativo all’accertamento svolto su della ketamina)

[9] Cass. Pen., Sez VI, 12 aprile 2017, n. 18405 (su un caso relativo ad un fungo allucinogeno contenente psilocibina)


La delimitazione territoriale degli Stati

Sul mappamondo è possibile vedere Stati dalle forme più variegate. La delimitazione territoriale degli Stati infatti segue alcuni criteri molto particolari

 

Cos’è una frontiera?

La delimitazione del territorio di uno Stato si esprime per mezzo di uno strumento giuridico e politico che conosciamo tutti come frontiera. Questa altro non è che la linea che segna il limite del territorio dentro il quale uno Stato può esercitare i propri diritti di sovranità. Ciò è possibile per gli Stati esistenti, ossia per gli Stati che oggi sono riconosciuti nel diritto internazionale.

Stabilire una frontiera è possibile seguendo un processo che è costituito da due fasi: la delimitazione e la demarcazione. La delimitazione è la parte più complessa per la costituzione di una frontiera. Normalmente la frontiera viene individuata o stabilita di comune accordo tra gli Stati confinanti. Pensiamo alla frontiera tra Italia e Austria o tra Stati Uniti e Canada. Tale accordo ovviamente si riflette in un trattato internazionale che viene appunto definito trattato di frontiera: in caso di mancato raggiungimento dell’accordo sorge una controversia che solitamente viene risolta attraverso l’arbitrato internazionale[1] o la Corte Internazionale di Giustizia[2]. Con la sentenza quindi verrà stabilita la delimitazione territoriale degli Stati coinvolti.

 

I criteri di delimitazione territoriale degli Stati

Da questo momento, le cose però possono complicarsi. Il limite adottato può essere un limite preesistente. Questo succede nei casi in cui si applica il principio dell’uti possidetis iuris (traducibile in “così come possedete”) o di successione ai trattati di frontiera per gli Stati che hanno ottenuto l’indipendenza, nei quali le frontiere dei nuovi Stati sono i limiti che avevano quando erano colonie.

È possibile però stabilire anche un nuovo limite. Quando avviene il fenomeno della successione di Stati nella ipotesi di Stati che hanno ottenuto da poco l’indipendenza, il successore succede ai limiti che erano dello Stato predecessore. Il nuovo Stato quindi manterrà i confini preesistenti. L’aspetto più importante in questi casi è relativo ai trattati di frontiera. Qui infatti vige il principio della continuità dei trattati di frontiera, la cui formulazione si ritrova nell’articolo 11 della Convenzione di Vienna sulla successione degli Stati in materia di trattati del 1978.

In base appunto all’articolo 11, nel caso in cui fossero esistiti trattati internazionali che stabilissero limiti, lo Stato successore è obbligato a rispettare le frontiere preesistenti così come i trattati che le hanno stabilite. Esempi di applicazione di questi titoli giuridici sono:

  • Il caso della controversia territoriale tra Libia e Chad del 1994, la cui soluzione è stata raggiunta dalla Corte Internazionale di Giustizia sulla base del trattato franco-libico del 1955 stabilendo la sovranità del Ciad sulla striscia di Aouzou
  • Il caso della frontiera terreste e marittima tra Camerun e Nigeria del 2002, per il quale la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che le regioni del Lago Chad e di Bakassi fossero di sovranità camerunense basandosi sui trattati franco-britannico del 1919 e del 1931 (nel caso del Lago Chad) e dell’accordo anglo-tedesco del 1913 (nel caso della penisola e delle isole di Bakassi)

 

Il principio dell’uti possidetis iuris

La regola dell’uti possidetis iuris è strettamente legata al fenomeno della decolonizzazione. Tale principio[3] può essere definito come il criterio in base al quale i nuovi Stati devono rispettare e mantenere come frontiere i limiti coloniali esistenti al momento dell’ottenimento dell’indipendenza, nel modo in cui erano stati stabiliti dal diritto interno del precedente Stato colonizzatore.

Teniamo presente che per decolonizzazione, indipendentemente se preceduta da un conflitto o dal semplice riconoscimento con un processo di transizione pacifico, intendiamo quel fenomeno in cui Stati che erano stati colonizzati da potenze straniere raggiunsero l’indipendenza tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni70[4]. Tale percorso ha accomunato perlopiù paesi africani e asiatici. Con l’ottenimento dell’indipendenza viene così riconosciuta la soggettività giuridica di diritto internazionale per uno Stato. Con questo mutamento dello scenario internazionale si assistette ad un vero e proprio boom dei membri delle Nazioni Unite. Basti guardare che dal 1950 al 1980 si passò da 60 a 154 Stati membri delle Nazioni Unite.

Il principio quindi dell’uti possidetis iuris svolge un doppio ruolo nei conflitti territoriali: è un criterio giuridico acquisitivo della sovranità su un territorio così come un criterio delimitatore delle frontiere. Attenzione però. Il principio in questione richiede che i nuovi Stati debbano essere della stessa potenza coloniale (un esempio potrebbe essere del caso di Ruanda e Burundi, ex colonie belghe, o di Uganda e Kenya, ex colonie britanniche). Nel caso in cui i limiti siano tra due nuovi Stati che abbiano avuto due potenze coloniali diverse allora è necessario un trattato di frontiera (come è avvenuto per esempio tra Mozambico e Sudafrica, antiche colonie rispettivamente di Portogallo e Regno Unito).

 

I criteri di delimitazione territoriale degli Stati

Detto questo, bisogna identificare i limiti degli Stati. Per tracciare le frontiere esistono vari criteri:

  • Criteri naturali, sono quelli segnati dalla presenza di elementi come montagne, fiumi e laghi. Alcuni esempi sono la cordigliera della Ande tra Argentina e Cile, il Danubio che segna in parte il confine tra Bulgaria e Romania e la regione dei Grandi Laghi tra Canada e Stati Uniti
  • Criteri artificiali, sono quelli che implicano l’azione dell’uomo o che si relazionino a edifici o a strutture. Alcuni esempi sono la Grande Muraglia cinese, il Muro di Berlino o il Vallo di Adriano (alcuni di questi sono ovviamente esempi storici e non più adattabili ad oggi)
  • Criteri immaginari, sono quelli che si sovrappongono a limiti astronomici o geometrici. Limiti astronomici sono la frontiera tra Stati Uniti e Canada che è fissata in relazione al 45esimo parallelo nord o la frontiera tra l’Alaska e Canada che segue il 140esimo meridiano ovest, oppure, per un esempio storico, il 38esimo parallelo nord che segnava la divisione tra le due Coree prima dello scoppio della Guerra di Corea. Limiti geometrici invece sono le frontiere stabilite tra Egitto e Libia o tra Siria e Giordania

 

 

La demarcazione della frontiera

La demarcazione, come abbiamo detto prima, è la seconda fase del trattato di frontiera. Rappresenta la parte che, potremmo definire, più tecnica: si tratta di un insieme di operazioni materiali che stabiliscono direttamente sul terreno il tracciato della frontiera stabilita. A questo proposito, gli Stati coinvolti devono nominare una “Commissione di demarcazione”, composta da tecnici esperti che si occuperanno della segnalazione della frontiera collocando pietre miliari e punti di riferimento.

 

La delimitazione territoriale e le contese territoriali

Le contese territoriali hanno storicamente causato (o sono state il pretesto, a volte neanche tanto velato) i conflitti militari tra Stati. Ad oggi, sperando di non rivivere episodi di guerra tra attori internazionali, ci sono ancora molte contese territoriali aperte.

L’elenco è molto lungo e potremmo considerare vari elementi che spiegano come mai le contese non siano state risolte. Ne elenco 7 che sono, a mio giudizio, particolarmente interessanti individuando dapprima l’area geografica.

  • L’Antartide: è il continente in cui non ci sono Stati ma che è contesa da Stati vicini ad esso (come Cile, Argentina, Nuova Zelanda e Australia) e Stati con legami e interessi economici come Francia, Regno Unito e Norvegia.
  • Il mar cinese meridionale: è un’area marittima in cui sono presenti da tempo diverse contese territoriali tra Cina, Filippine, Giappone, Vietnam, Indonesia, Maleysia e Brunei. L’influenza cinese nella regione è quella più forte[5].
  • Il confine tra Egitto e Sudan: i due Stati sono in contrasto su due zone al confine. Si tratta del triangolo di Hala’ib (un’area di circa 20.000 km2) e Bir Tawil che rappresenta una modesta zona di territorio che, forse per la prima volta nel diritto internazionale, ad oggi non è rivendicata da nessuno Stato.
  • Le isole Curili: isole divise geograficamente in Curili settentrionali, centrali e meridionali, sono il motivo di disputa territoriale dalla fine della seconda guerra mondiale tra Giappone e Russia ma trattati internazionali precedenti alla guerra hanno creato questa lunga contesa. Il Giappone infatti rivendica quattro isole delle Curili meridionali e i negoziati si protraggono[6] tra alti e bassi dal 1956.
  • Il Kashmir: territorio conteso da India e Pakistan e in misure minore dalla Cina, è motivo di contesa dal 1947. Un problema di non poco conto è la continua contesa tra India e Pakistan, stati con composizione religiosa, sociale ed economica molto diversa. Non meno particolare, entrambi gli Stati detengono armi nucleari ma non sono parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare[7].
  • Cipro: la contesa ovviamente non riguarda l’isola, ma la particolare situazione di divisione. Cipro infatti è un’isola segnata dalla distinzione in Repubblica di Cipro (greco-cipriota) e Repubblica Turca di Cipro del Nord (che occupa la parte settentrionale dell’isola).
  • Olivenza: in Europa, oltre a Cipro, si assiste ad una contesa che riguarda Portogallo e Spagna. La città di Olivenza infatti è motivo di contesa da più di 200 anni a seguito della Guerra delle Arance.

 

A ben vedere quindi il tema della delimitazione territoriale degli Stati è tutt’altro che arcaico e stabilito in forme cristalline. La comunità internazionale infatti è attiva anche su queste tematiche, tra lunghi negoziati in stallo e visibili tensioni.

Informazioni

María Teresa Infante Caffi, Las fronteras desde la perspectiva del Derecho Internacional in Estud. int. (Santiago, en línea) vol. 48 no. 185, Santiago, 2016

https://www.icj-cij.org/files/case-related/83/6687.pdf

https://www.britannica.com/place/Nigeria/Bakassi-Peninsula-dispute#ref953498

https://scielo.conicyt.cl/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0719-37692016000300004

[1] Come nel caso tra Etiopia ed Eritrea del 2002

[2] Come nel caso tra Benin e Niger del 2005

[3] http://www.enciclopedia-juridica.com/it/d/uti-possidetis/uti-possidetis.htm

[4] Ma con casi assai più recenti, come Macao nel 1999

[5] Un’analisi geopolitica su quest’area è stata fatta da Luca Giro in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/07/22/mar-cinese-meridionale-geografia-e-diritto-internazionale/

[6] https://www.bbc.com/news/world-asia-pacific-11671514

[7] Di questo trattato ne ha parlato Giuseppe Guerra in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/10/il-regime-di-non-proliferazione-nucleare/