Tombaroli

Chi sono i tombaroli?

I tombaroli sono figure poco conosciute ma che compiono, specie in Italia, danni enormi al patrimonio culturale e artistico. Che danni derivano dalla loro condotta?

 

Tombaroli: cosa fanno

I tombaroli sono dei soggetti molto importanti per il traffico illecito dei beni culturali. Sono coloro che ricercano e scavano abusivamente nelle aree archeologiche scoperte o non ancora scoperte per rubare beni antichi. Originariamente ci si riferiva ad una serie di persone che violavano le tombe antiche (specialmente etrusche) per rubarne i reperti e farne commercio.

I tombaroli[1] sono un fenomeno tutto italiano e che non conosce confini regionali: da nord a sud infatti sono tanti i reperti trafugati da singoli individui o da gruppi veri e propri di tombaroli. Quando un bene finisce nel mercato illecito, può finire nelle mani della criminalità organizzata oppure in contesti molto diversi, come un museo o una collezione privata.

L’Italia è purtroppo uno Stato di origine dei beni culturali[2], ossia uno Stato talmente ricco di storia che è impossibile quantificare i danni apportati al patrimonio.

 

La tutela dei beni culturali

Ma come è possibile che i tombaroli riescano a razziare scavi archeologici anche sottomarini? Che tutela offre l’ordinamento italiano?

L’attuale sistema normativo italiano in tema di protezione dei beni culturali si basa sul Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (d. lgs. 42/2004 del 22 gennaio 2004)[3]. Nelle disposizioni generali del Codice si evidenziano importanti principi in nome dei quali si stabiliscono regole per la protezione dei beni di cui parliamo. Le funzioni di “tutela”, che consiste “nell’esercizio delle funzioni e nella disciplina delle attività dirette, sulla base di un’adeguata attività conoscitiva, ad individuare i beni costituenti il patrimonio culturale ed a garantirne la protezione e la conservazione per fini di pubblica fruizione” (articolo 3 co. 1), dei beni culturali e paesaggistici spettano in parte allo Stato e in parte alle Regioni (artt. 4 e 5).

Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio inoltre prevede al Capo VI – Ritrovamenti e scoperte, alcune disposizioni specifiche sui beni archeologici:

  • 88 – Attività di ricerca
  • 89 – Concessione di ricerca
  • 90 – Scoperte fortuite
  • 91 – Appartenenza e qualificazione delle cose ritrovate
  • 92 – Premio per i ritrovamenti
  • 93 – Determinazione del premio

 

In particolare l’art. 88 stabilisce che:

Le ricerche archeologiche e, in genere, le opere per il ritrovamento delle cose indicate all’articolo 10 in qualunque parte del territorio nazionale sono riservate al Ministero.

Il Ministero può ordinare l’occupazione temporanea degli immobili ove devono eseguirsi le ricerche o le opere di cui al comma 1.

Il proprietario dell’immobile ha diritto ad un’indennità per l’occupazione, determinata secondo le modalità stabilite dalle disposizioni generali in materia di espropriazione per pubblica utilità. L’indennità può essere corrisposta in denaro o, a richiesta del proprietario, mediante rilascio delle cose ritrovate o di parte di esse, quando non interessino le raccolte dello Stato.

 

È illegale quindi impossessarsi di beni “ritrovati”: i tombaroli altro non sono che ladri di beni dello Stato.

La protezione dei beni culturali a livello penale passa anche da una tutela offerta dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio. Il Codice però non tutela direttamente i beni culturali ma tutela tutti i beni potenzialmente danneggiabili e ci sono disposizioni[4] (presenti alla Parte IV, Titolo II, Capo I) che devono essere in collegamento alle disposizioni del codice penale. Una tutela che è però lacunosa e questa mancanza favorisce in parte proprio i tombaroli: con rischi minimi, si ottengono grandi guadagni dalla vendita dei beni rubati.

 

Dove si collocano i tombaroli all’interno del traffico illecito dei beni culturali?

Il mercato illecito dei beni culturali è popolato da varie figure. Oltre ai tombaroli ci sono ricettatori, commercianti, intermediari, restauratori, trasportatori, esperti, curatori di musei, collezionisti. Competenze, motivazioni, condotte possono essere molto diverse tra persona e persona e tra le categorie elencate.

Tipicamente si può dire che un tombarolo non viene di certo spinto a razziare tombe per interesse storico o archeologico: si tratta invece di ottenere facili guadagni là dove vi siano richieste “dall’alto”, cioè da esperti e collezionisti disposti a pagare profumatamente per avere un vaso antico, un monile d’oro, etc.

Sono quindi partito dallo studio di Campbell in cui si legge[5]:

Antiquities can be distinguished from other trafficking in three regards: Cultural heritage is a finite resource that cannot be cultivated or manufactured, profits increase progressively from source to market, and artifacts must be laundered in order to appear legitimate. While narcotics can be cultivated and arms can be manufactured, antiquities are a finite resource derived solely from looting cultural sites. Looters can be highly skilled at locating sites and knowledgeable about the local landscape, but they often lack the means to transport artifacts out of their immediate region or across international borders. Antiquities are therefore typically transferred to participants with the means and knowledge to transport illicit commodities internationally. In turn, these early stage intermediaries lack the knowledge to judge the value of antiquities, including whether artifacts are real or fake, or the ability to appear legitimate to collectors.

 

A queste considerazioni così chiare, Campbell, citando altri studiosi, offre nel suo scritto un’interessante visione dei ruoli all’interno del mercato degli oggetti d’arte. Considerando infatti che in questo mercato il confine tra legale e illegale è molto sottile, vi sono dinamiche che cambiano dal momento in cui il bene viene saccheggiato fino al momento in cui viene venduto. In primo luogo aumenta il livello di conoscenza specifica dei soggetti coinvolti. In secondo luogo aumenta il margine di profitto.

Le quattro fasi in cui si divide il traffico di beni culturali sono:

  1. Quando il bene è rubato (stolen)
  2. Quando è trasportato (transported)
  3. Quando è oggetto di riciclaggio (laundered)
  4. Quando è oggetto di acquisto (purchased)

 

I tombaroli rientrano ovviamente nella prima fase, perché sono coloro che compiono materialmente la rimozione del bene dal contesto archeologico (sia esso già noto o no).

Non bisogna quindi sottovalutare queste figure. È fondamentale intervenire per evitare che una lenta e costante razzia contro il patrimonio continui a cancellare la storia e la cultura.

Informazioni

Cambpell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013

Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio (d. lgs. 42/2004 del 22 gennaio 2004)

[1] Il Perù conosce figure simili note come huaqueros

[2] Sulla differenza tra Stati di origine e Stati di destinazione si veda: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/05/il-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[3] In Gazzetta Ufficiale n. 45 del 24 febbraio 2004

[4] Ne ho parlato in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/09/reati-contro-i-beni-culturali-codice-42-2004/

[5] Cambpell, The Illicit Antiquities Trade as a Transnational Criminal Network: Characterizing and Anticipating Trafficking of Cultural Heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013, p. 117


World Drug Report 2020

World Drug Report 2020: il resoconto

Il nuovissimo rapporto del UNODC, pubblicato pochi giorni fa, è composto da 6 opuscoli. Il World Drug Report 2020 è ricco di informazioni utili per comprendere cosa succede nel mondo

 

I temi fondamentali del World Drug Report 2020

Il rapporto fornisce il riassunto dei sei successivi opuscoli del World Drug Report 2020 esaminando i loro risultati chiave ed evidenziando le implicazioni politiche basate sulle loro conclusioni. I principali risultati nel 2020 sono stati:

  • L’impatto del Covid-19
  • La crescita del mercato
  • I rapidi cambiamenti interni al mercato
  • Le fasce più deboli sono le più colpite dai mercati leciti e illeciti.

 

Premessa: non è qui presente l’analisi dei comportamenti delle organizzazioni criminali e dei trafficanti perché merita, a mio giudizio, uno spazio a parte.

 

Effetti di covid-19 sui mercati degli stupefacenti

Il World Drug Report 2020 considera l’impatto del Covid-19 del tutto simile a quello della crisi economica del 2008.

L’effetto della pandemia sui mercati degli stupefacenti è ancora sconosciuto e difficile da prevedere, ma potrebbe essere di vasta portata[1]. Alcuni produttori potrebbero essere costretti a cercare nuovi modi per fabbricare droghe poiché le restrizioni ai movimenti limitano l’accesso a precursori e sostanze chimiche essenziali per la lavorazione o la raffinazione delle sostanze stupefacenti.

A seguito infatti della crisi economica del 2008, gli assuntori avevano iniziato a cercare sostanze sintetiche più economiche e tra i modi di utilizzo si è ricorso all’iniezione delle sostanze. Nel frattempo, la maggior parte degli Stati hanno ridotto i costi sulle politiche collegate alle droghe (salute, programmi di reinserimento, cure in carcere, etc.). È immaginabile un approccio simile con la diffusione incontrollata del Covid-19.

Nel World Drug Report è stato considerato che il maggiore impatto immediato sul traffico di stupefacenti è prevedibile negli Stati in cui grandi quantità vengono contrabbandate con i voli di aerei di linea.

Sul lungo periodo, la recessione economica e i relativi blocchi, specie se collegati al traffico di persone e alla chiusura delle frontiere esterne, potrebbero potenzialmente perturbare i mercati della droga. L’aumento della disoccupazione e la mancanza di opportunità di lavoro aumenteranno le probabilità che le persone povere e svantaggiate ricorrano a modalità dannose del consumo di droghe, soffrano di disturbi da consumo e abuso di droghe e si adoperino in attività illecite legate alle droghe, in particolare la produzione o il trasporto.

 

Espansione e complessità: crescita del mercato

I modelli di crescita della popolazione spiegano in parte l’espansione del mercato. Nel World Drug Report 2020 si stabilisce che l’uso di droghe in tutto il mondo è in aumento, in termini sia di numeri complessivi che di proporzione della popolazione mondiale che usa droghe.

Nel 2009, i 210 milioni di utenti stimati rappresentavano il 4,8 per cento della popolazione globale di età compresa tra 15 e 64 anni, rispetto ai 269 milioni di utenti stimati nel 2018, ovvero il 5,3 per cento della popolazione.

L’urbanizzazione è un fattore trainante nei mercati della droga attuali e futuri. L’uso di droghe è più elevato nelle aree urbane che nelle aree rurali, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Il movimento di massa di persone dalle campagne alle città – più della metà della popolazione mondiale vive ora nelle aree urbane rispetto al 34% nel 1960 – spiega in parte l’aumento generale del consumo di droghe.

L’aumento della ricchezza è legato all’aumento del consumo di droghe, ma i più poveri subiscono il più grande onere di disturbi. In tutto il mondo, il consumo di droga è più diffuso nei paesi sviluppati che nei paesi in via di sviluppo. Sostanze come la cocaina sono ancora più saldamente associate alle parti più ricche del mondo. Ma non è tutto.

Si assiste alla stabilizzazione delle sostanze non registrate, note come designer drugs. Sono soprattutto i nuovi oppioidi potenzialmente dannosi ad essere in aumento. Ma non c’è da sorprendersi perché generalmente parlando i mercati della droga stanno diventando sempre più complessi. Sostanze a base vegetale come cannabis, cocaina ed eroina sono state unite a centinaia di droghe sintetiche, molte delle quali non sotto il controllo internazionale. Si è assistito anche ad un rapido aumento dell’uso non medico dei farmaci[2].

 

Rapidi cambiamenti del mercato

Passiamo quindi al mercato internazionale[3] che sta osservando alcuni cambiamenti. I più eccezionali sono che:

  • le droghe sintetiche sostituiscono gli oppiacei in Asia centrale e in Russia e
  • il mercato della metanfetamina cresce in Afghanistan e Iraq.

 

È poi importante considerare alcuni cambiamenti politici e tendenze mutevoli in atto. L’uso della cannabis è in aumento nella maggior parte delle giurisdizioni in cui l’uso non medico è legalizzato. Canada, Uruguay e 11 giurisdizioni negli Stati Uniti consentono la produzione e la vendita di prodotti a base di cannabis per uso non medico. Nella maggior parte di tali giurisdizioni, l’uso di cannabis è aumentato dalla sua legalizzazione.

 

Coloro che soffrono problemi legati agli stupefacenti subiscono danni sia da mercati legali che illeciti delle sostanze

Gli oppioidi farmaceutici per la gestione del dolore e le cure palliative sono disponibili principalmente nei paesi ad alto reddito: è noto infatti che i medicinali per alleviare il dolore sono distribuiti in modo diseguale tra regione e regione. Nel 2018, oltre il 90% di tutti gli oppioidi farmaceutici disponibili per il consumo medico erano in paesi ad alto reddito. Nel World Drug Report 2020 infatti viene ricordata la terribile crisi degli oppioidi negli Stati Uniti.

Le persone più povere affrontano un rischio maggiore di disturbi da uso di droghe. Nel 2018 circa 35,6 milioni di persone hanno sofferto di disturbi da uso di droghe. Povertà, istruzione limitata ed emarginazione sociale possono aumentare il rischio di disturbi da uso di droghe e aggravarne le conseguenze.

 

Le ultime tendenze

Nel Booklet 4 del rapporto l’analisi si concentra invece sugli andamenti nel mercato. E su altri temi specifici (darknet, legislazione su alcuni stupefacenti, etc.). Specificamente all’uso di sostanze, la cannabis è la sostanza più utilizzata, gli oppioidi invece i più dannosi.

Nel World Drug Report 2020 si stima che 192 milioni di persone abbiano usato la cannabis nel 2018, rendendola la droga più utilizzata a livello globale. In confronto, 58 milioni di persone hanno usato oppioidi nel 2018. Hanno rappresentato il 66% delle 167.000 morti stimate correlate a disturbi da uso di droghe nel 2017 e il 50% dei 42 milioni di anni (o 21 milioni di anni) persi a causa di disabilità o morte precoce, attribuito al consumo di droga. Più di 11 milioni di persone iniettano droghe, mentre 1,4 milioni di persone che iniettano droghe (people who inject drugs, PWID[4]) vivono con l’HIV, 5,5 milioni con l’epatite C e 1,2 milioni vivono con l’epatite C e l’HIV.

L’uso non medico di oppiacei sintetici alimenta le crisi di salute pubblica come avviene nell’Africa occidentale, centrale e settentrionale. Generalmente la sostanza che sta determinando i danni maggiori nella crisi è il tramadol, ma in Nord America è il fentanyl.

La scena stimolante è dominata dalla cocaina e dalla metanfetamina e l’uso di entrambe le sostanze è in aumento nei loro mercati principali. Circa 19 milioni di persone hanno usato la cocaina nel 2018, mentre circa 27 milioni di persone hanno usato le anfetamine nello stesso anno, la metanfetamina è l’ATS (Amphetamine-type stimulants) più utilizzato nel sud-est asiatico.

 

Cosa offre il mercato?

Il mercato offre da anni sostanze stupefacenti molto diverse tra loro. In base alle informazioni contenute nel World Drug Report 2020, l’offerta di farmaci a base vegetale è ancora ad alto livello, nonostante alcune diminuzioni.

L’area coltivata a papavero da oppio (240.800 ettari in tutto il mondo) si è ridotta per un secondo anno consecutivo nel 2019, guidata da un declino in Afghanistan e Myanmar. Anche le quantità di oppiacei sequestrate (704 tonnellate) nel 2018 sono notevolmente diminuite rispetto all’anno precedente.

La coltivazione di pianta di coca continua a un livello storicamente molto alto (244.200 ettari). L’area coltivata a coca è rimasta stabile dal 2017 al 2018. Tuttavia, la produzione globale stimata di cocaina ha raggiunto ancora una volta il massimo storico (1723 tonnellate) e i sequestri globali sono aumentati marginalmente (1.131 tonnellate).

Per quanto riguarda di metanfetamine sequestrata, le ATS con il più grande mercato a livello globale, hanno raggiunto un nuovo record, con 228 tonnellate equivalenti, nel 2018.

Informazioni

https://www.emcdda.europa.eu/best-practice/briefings/addressing-misuse-medicines_it

World Drug Report 2020, UNODC – reperibile nella rete interconnessa

[1] Ne ho parlato in un altro articolo citando le attività dell’Interpol durante la pandemia: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/23/le-attivita-dellinterpol-ai-tempi-del-covid-19/

[2] Il termine “uso scorretto di farmaci” si riferisce all’uso di farmaci psicoattivi a fini di automedicazione, ricreativi o stimolanti, con o senza prescrizione medica e al di fuori delle indicazioni terapeutiche ufficiali, eventualmente nel contesto della poliassunzione. Per maggiori informazioni si veda: https://www.emcdda.europa.eu/best-practice/briefings/addressing-misuse-medicines_it

[3] Sul traffico di droga bisogna agire a livello internazionale, rivedendo le politiche antidroga: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/08/traffico-di-droga-nel-diritto-internazionale/

[4] https://www.who.int/hiv/topics/idu/en/


IOCTA 2019

IOCTA 2019

Lo IOCTA 2019 è un report dell’Europol che riguarda l’impatto di internet e della criminalità organizzata

 

Tecnologia e criminalità: cos’è lo IOCTA 2019

Lo IOCTA[1] 2019 è ad oggi il più recente dossier dell’Europol sul binomio internet e criminalità organizzata. Si presenta con 63 pagine contenenti informazioni sulle minacce, sui casi e sugli sviluppi emergenti della criminalità informatica.

Lo IOCTA è un documento che viene pubblicato ogni anno dall’EC3, lo European Cybercrime Centre. Fondato dall’Europol[2] nel 2013 per rispondere specificamente alla minaccia della criminalità informatica[3] fa parte di Europol a tutti gli effetti insieme ad altri centri specializzati. L’ampia categoria di cybercrime è al centro d’attenzione dell’EC3 e di Europol perché si tratta di una forma di criminalità inserita nella lista delle attività più pericolose della 2018–2021 EU Policy Cycle[4]. Tanto preoccupante che, come sottolineato a pagina 7 del Report Do Criminals dream of electric sheep? How technology shapes the future of crime and law enforcement si legge:

Technology has been a key driver in the evolution of crime and terrorism over recent years. Technological developments and the way they transform the criminal landscape present new, emerging challenges for law enforcement authorities. Developments in Artificial Intelligence, quantum computing and 5G, among others, are set to have a profound impact on the criminal landscape and the ability of law enforcement authorities to respond to emerging threats.

 

Con il progresso tecnologico sono quindi richieste nuove misure[5]. Per adottarne di efficaci, bisogna conoscere e studiare i nuovi fenomeni criminali, come appunto la criminalità informatica. Pertanto l’importanza dello IOCTA è che vengono così resi noti i pericoli di tutti quei reati che rientrano nella competenza dell’EC3. I reati sono:

  • Cybercrime: una forma di criminalità che prende di mira o utilizza un computer, una rete di computer o un dispositivo di rete.
  • Sfruttamento sessuale dei minori: da intendersi come abuso sessuale di una persona di età inferiore ai 18 anni, nonché la produzione di immagini di tale abuso e la condivisione di tali immagini online.
  • Frode con carta di pagamento[6]: può essere distinta in frode con carta non presente (CNP, card not present), che si verifica in gran parte online per il furto di dati per i buchi di sicurezza o per il fenomeno dell’ingegneria sociale[7], e la frode con carta presente, che di solito si verifica in negozi e punti vendita e negli sportelli automatici di prelievo di contanti.
  • L’acquisto di beni o servizi illeciti sui mercati illegali online: genericamente parlando, la Darknet[8], un mondo complesso e particolarmente attivo. Tale mondo viene solitamente descritto come un arcipelago dove i siti rappresentano le isole.

 

Oltre a questi, si deve fare riferimento a una serie di manipolazioni o attività che facilitano la commissione dei reati, come il phishing, lo smishing e il vishing, strumenti di anonimizzazione o oscuramento, l’uso di criptovalute e il money muling.

 

Contenuti dello IOCTA 2019

Lo IOCTA 2019 contiene molte informazioni frutto della raccolta di dati a livello europeo. Ha per scopo informare le autorità nazionali a livello strategico, politico e tattico nella lotta alla criminalità informatica, per orientare l’attenzione operativa delle forze dell’ordine dell’UE.

Lo IOCTA 2019 infatti, riprendendo in parte quando detto nel SOCTA 2017[9], considera la criminalità informatica una realtà che, seppur ormai al centro dell’attenzione delle autorità da tempo, riesce a innovarsi per modalità, attori coinvolti e sistemi operativi e tecnologici.

Andando in dettaglio, si legge nel report che:

  • il ransomware rimane la minaccia più grave e sarà probabilmente così fin quando con questo mezzo si potranno causare danni che possano generare un profitto ai criminali. Nel 2019 in particolare si è diffuso il GermanWiper, un ransomware (che si è rifatto sul modello di Ordinypt/HSDFSDCrypt) in grado, oltre a distruggere dati, di bloccare contenuti chiedendo un pagamento;
  • sono sempre più comuni i BEC, sistemi che colpiscono il settore privato. Si tratta dei Business Email Compromise, una pratica informatica presente da tempo ma in evoluzione, con cui si attaccano le strutture e si scardinano i sistemi interni di verifica di pagamento delle società[10];
  • sono ancora usati i DDoS, acronimo che indica il Destributed Denial of Service, ossia attacchi che generalmente riguardano il blocco o l’intasamento di un sito internet. L’attacco è, in base alle informazioni raccolte, solitamente effettuato per richiedere un riscatto per lo sblocco del sito. La maggior parte dei DDoS colpiscono soprattutto a fini di estorsione ma sono anche presenti attacchi di natura ideologica o politica. Nel 2018 si è conclusa l’operazione Power Off che ha portato alla chiusura di webstresser.org, un sito che offriva servizi DDoS;
  • si assiste all’incremento del materiale di CSE[11]. I file in tema di Child Sexual Exploitation sono molti e richiedono spesso operazioni lunghe e costose per essere rimossi perché è difficile individuare i responsabili. In aggiunta a ciò aumenta il fenomeno del Live Distant Child Abuse, ossia la pratica che prevede l’uso di una webcam per trasmettere in tempo reale episodi di abusi sessuali su minori in località remote;
  • l’uso e il furto di dati personali, rivenduti su piattaforme online illegali oppure direttamente riusati, rappresenta un’attività lucrosa ma poca usata. Sono una minaccia moderata i cosiddetti banking Trojans ossia quei virus che colpiscono specificamente i dati economico-finanziari[12];
  • è ancora vivo il fenomeno della diffusione di contenuti inneggianti al terrorismo, pur essendo stato negli ultimi mesi dimenticato o passato inosservato anche a causa della sconfitta dell’ISIS. La difficile risposta alla lotta al terrorismo passa anche dalla mole di informazioni reperibile o consultabile. La propaganda online infatti si diffonde con forum, siti di condivisione file, pastebins, siti di streaming/condivisione video, servizi di accorciamento URL, blog, applicazioni di messaggistica/trasmissione, siti web di notizie, piattaforme di streaming live, siti di social media e vari servizi a supporto della creazione e dell’hosting di siti web.
  • la chiusura di grosse piattaforme del darkweb, in cui erano offerti beni e servizi illeciti, porta verso altri siti. Ad esempio, dopo il blocco di Silk Road, nel maggio 2019 sono stati chiusi altri due grosse realtà: si tratta di Wall Street Market e Valhalla. È probabile che si formino nuovi mercati per sopperire alla sparizione di queste piattaforme;
  • è possibile che vi siano spostamenti verso forme di comunicazioni criptate in piccolo, quindi non affidandosi a siti ma a singoli canali di comunicazione fornite da diverse app anche notissime. La facilità di tutto questo risiede infatti nel collegamento diretto tra venditori e compratori nonché sulla facilità di cancellazione del canale.

 

Cosa può essere migliorato secondo l’Europol

Il testo dello IOCTA 2019 riporta metodologie che dovrebbero essere considerate per la lotta alle attività criminali menzionate fino ad adesso[13]. In particolare:

  • una riconsiderazione parziale o totale del principio di territorialità almeno in ambito europeo perché a minacce transnazionali si deve rispondere con una legislazione condivisa in tema di indagini, informazioni, prove, etc.;
  • una miglior cooperazione tra le autorità degli Stati membri a causa della complessità delle minacce online così come usufruire delle misure di cooperazione fornite dalle agenzie europee di Europol e Eurojust[14];
  • la creazione di un registro dati dei passeggeri per prevenire il fenomeno dei viaggi verso destinazioni note per il turismo sessuale che sia accessibile alla squadra Travel Intelligence dell’Europol;
  • consentire alle autorità giudiziarie di adottare i primi passi per attribuire un caso a uno Stato in cui non è evidente alcun legame iniziale a causa di problemi di anonimato (tema questo collegato all’anonimizzazione o all’oscuramento dell’indirizzo IP);
  • il funzionamento dei sistemi di encryption delle comunicazioni, usate da chiunque e che possono per tale motivo essere usati dai criminali;
  • un complesso normativo uniforme perché i sistemi normativi dei singoli Stati, soprattutto in relazione alle indagini e alla lotta al cybercrime, sono distanti tra loro;
  • un rapporto più armonioso tra il settore pubblico e il privato perché è proprio quest’ultimo a disporre di un’enorme mole di dati di utenti.
  • prestare attenzione allo sviluppo degli usi dell’intelligenza artificiale, considerato uno strumento fondamentale nei prossimi anni per moltissime attività economiche e produttive. Tra queste potrebbe rientrare anche un uso da parte delle organizzazioni criminali;
  • attendere e successivamente analizzare risultati e impatto dell’AMLD 5, la direttiva europea contro il riciclaggio di denaro che comprende, tra le misure, il regolamento delle piattaforme di monete virtuali
  • dare maggior importanza al tema della privacy, sempre in bilico tra esigenze di sicurezza nazionale e economia dei dati.

 

È immaginabile che nello IOCTA 2020 saranno presenti temi strettamente legati al Covid-19. A dimostrazione del fatto che in poco tempo una pandemia possa generare effetti a catena del confinamento, dell’interruzione delle attività economiche e dell’uso di internet basti infatti guardare anche il traffico di droga[15]. Lo IOCTA 2020 riserverà sicuramente nuove soprese, forse maggiori di quelle dello IOCTA 2019.

Informazioni

Internet Organised Crime Threat Assessment (IOCTA) 2019 – Report – reperito nella rete interconnessa

Do Criminals dream of electric sheep? How technology shapes the future of crime and law enforcement – Report – reperito nella rete interconnessa

[1] L’acronimo sta per Internet Organised Crime Threat Assessment

[2] Per conoscere la struttura e il funzionamento dell’Europol rimando a questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/04/leuropol/

[3] “Combating crime in a digital age”

[4] In merito si legga: https://www.consilium.europa.eu/en/policies/eu-fight-against-organised-crime-2018-2021/

[5] La lotta al crimine informatico riguarda tanto le sue forme attuali quanto le proiezioni future. Le nuove minacce non derivano solo dalle nuove tecnologie, ma, come spesso dimostrato, provengono da vulnerabilità note nelle tecnologie esistenti

[6] La contraffazione delle carte di pagamento avviene solitamente con la tecnica dello skimming ossia con la duplicazione della banda magnetica di una carta

[7] Con cui si identifica una serie di tecniche usate dai criminali per spingere gli utenti a rivelare password o informazioni bancarie

[8] Rimando alla lettura di un altro articolo di DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2019/02/06/la-darknet-e-il-mercato-della-droga/

[9] Ho parlato del Serious and Organised Crime Threat Assessment del 2017 in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2018/03/26/europol-e-il-socta-2017-analisi-sulla-criminalita/

[10] Secondo l’Internet Crime Complaint Center, tra dicembre 2016 e maggio 2018, si è registrato un aumento del 136% delle perdite esposte globali identificate e oltre 12 miliardi di dollari di perdite dall’ottobre 2013

[11] Nello IOCTA si legge: “Online CSE refers to the sexual abuse and exploitation of children via internet. Whereas the sexual abuse or exploitation very much takes place in the physical world, the subsequent sharing of images and videos depicting this abuse significantly aggravates the impact of this crime.” (Pag. 29)

[12] Tra i più recenti si conta il phishing software Cerberus

[13] Tali metodi, è sottolineato nel report, sono relazionati alle tecnologie ad oggi in uso

[14] Ho parlato di quest’altra agenzia per la sicurezza e per la cooperazione giudiziaria penale in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2018/01/07/il-ruolo-di-eurojust-per-la-cooperazione-giudiziaria-penale/

[15] Sull’improbabile ma effettivo rapporto causa-effetto del traffico di droga e del Covid-19 ne ho parlato qui: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/14/traffico-di-droga-e-covid-19/


Parole di diritto

10 parole di diritto usate durante la pandemia di Covid-19

In questi mesi abbiamo sentito e usato parole di diritto dalla mattina alla sera. Quante di queste sono state usate correttamente? Conosciamo bene i significati?

 

Parole di diritto e informazioni durante la pandemia da Covid-19

Prima di passare alle parole di diritto, sento il bisogno di fare qualche precisazione sul perché ho scritto questo articolo. Ho passato molto tempo nello studio e nell’approfondimento del linguaggio giuridico usato durante la quarantena. Nelle tante settimane tra le mura di casa ho posto l’informazione al centro del mio tempo libero. La natura eccezionale della pandemia ha dato spazio a nuovi temi (o non visti prima?) e a concetti rivisitati a fini politici-propagandistici. Pensiamo allo smartworking[1], alla tutela del made in Italy e all’economia e all’ambiente[2].

Detto questo, intendo dare un’occhiata a quanto diverso sia il glossario giuridico e a quanto importante sia conoscere la lingua italiana prima che la lingua del diritto, che mai come oggi appare alla maggioranza della popolazione come il linguaggio dell’Azzeccagarbugli e come un odiosissimo burocratese. Potrà cambiare questo sentimento? Oppure sarà sempre così e bisogna solo sperare che le persone intendano informarsi ed approfondire una materia che ha un vocabolario così ampio e complesso?

 

10 parole e i motivi della scelta

Ecco l’elenco delle 10 parole di diritto:

  1. DPCM: è l’acronimo usato per Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, un atto amministrativo. I DPCM, per dirla breve, sono tutti quegli atti di cui abbiamo sentito parlare in tema di riaperture, spostamenti, visite dai parenti e amici, etc. Attenzione a non confondere i DPCM[3] quindi con gli strumenti dei decreti legge e dei decreti legislativi.
  2. Condono: si tratta di un atto che prevede, da parte, solitamente, del Governo o di un’autorità, l’annullamento di una sanzione o di una pena. L’Italia, nella storia repubblicana, può definirsi la terra dei condoni[4].
  3. Scarcerazione: la lettera ‘S’ è prefisso, in questo caso, per indicare un’interruzione o un’azione contraria alla parola a cui è legata. Fine della carcerazione, quindi, là dove sia tutto regolare e in ottemperanza ad un provvedimento delle autorità competenti. Ma legare automaticamente “scarcerazione” a “mala-giustizia” o “inefficienza dell’amministrazione della Giustizia” è fuori luogo oltre che miserevole. Quest’idea che tutti la facciano franca è vecchia, è uno schiaffo a chi ha lottato per una società migliore e per il buon funzionamento dell’apparato giudiziario.
  4. Ammenda: confusa con multa perché per entrambe ci sono pene pecuniarie, l’ammenda è pena per le contravvenzioni. La confusione di questi termini durante l’emergenza è stata grande visto che si è parlato di multa per le contravvenzioni che riguardavano l’inosservanza delle disposizioni inerenti il corretto uso delle mascherine[5].
  5. Libertà: dal lockdown alle proteste di Hong Kong, da quella di manifestare a quella di culto, il termine libertà evoca una lunghissima evoluzione storica. È un concetto tanto richiamato quanto abusato, che va per molti a spizzichi e bocconi. La forma più paradossale è “Libertà sì, ma …”.
  6. BCE: questa sconosciuta. La Banca Centrale Europea ha diverse funzioni come previsto dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (art. 127, par. 2) e dallo Statuto della BCE. Se è certo che la BCE non è l’unico organo dell’Unione Europea, è anche vero che basta poco per informarsi quanto meno sul cosa faccia[6].
  7. Congiunti: il termine più ricercato da inizio maggio ma che, paradossalmente, non trova una definizione nel DPCM del 26 aprile 2020 che dava il via alla “fase 2”. Dal punto di vista dispositivo, è presente nel codice penale[7] la categoria di “prossimi congiunti”. Così si è scherzato ricordando il proverbio “parenti serpenti”, mentre altri hanno giustamente fatto notare che tra i “prossimi congiunti” non rientrassero alcune categorie di persone. Aiutiamoci tutti allora usando il termine “affetti stabili”.
  8. DPI: ormai noti a tutti, i dispositivi di protezione individuale sono quelli gergalmente noti come mascherine. Presentandosi invece con differenze interne per protezione e uso[8], anche alcune aziende hanno avuto la rapidità di riconvertire la loro produzione per la vendita di DPI tanto ricercati e tanto oggetto di critiche in relazione al prezzo stabilito dal commissario Michele Arcuri. Si può evitare un’epidemia[9] senza i DPI?
  9. Protezione civile: mobilita e coordina tutte le risorse nazionali utili ad assicurare assistenza alla popolazione in caso di grave emergenza. Il Dipartimento della Protezione Civile, questo il nome completo, opera con le Regioni e le Province autonome: non esiste la Protezione Civile lombarda o emiliana. Infine, un grande riconoscimento deve essere fatto ai volontari[10] della Protezione Civile che rappresentano solo una parte dell’apparato in questione.
  10. Golden Power: non è un termine strettamente giuridico e non trova una specifica traduzione in italiano. Con questa espressione si individuano i settori di fondamentale importanza per l’economia di uno Stato tanto da richiedere un intervento di questo[11]. La funzione che sta alla base dell’adozione del Decreto del 28 aprile 2020 è proprio quella di proteggere gli assets strategici in un periodo di vulnerabilità finanziaria aggravata dalla pandemia. Non è un caso quindi che con il Decreto di aprile siano stati ampliati i settori che si ritengono siano di vitale importanza.

 

La scelta di queste parole è stata fatta perché in questi mesi c’è stata la possibilità per molti di avvicinarsi a tanti temi, non solo politici. Il diritto è parte integrante delle nostre vite, non ce ne rendiamo conto, ma è così. Le parole di diritto in elenco sono, oltre probabilmente ad essere quelle tra le più cercate sui motori di ricerca, anche quelle che hanno maggiormente suscitato l’interesse e la curiosità di individuare un certo argomento. Ma non basta: un linguaggio specialistico come quello del diritto richiede attenzione e precisione. Un uso scorretto provoca infatti non pochi problemi.

A ben rivedere la lista, avrei potuto aggiungere anche parole che riguardano altri sistemi normativi, come “Bundesverfassungsgericht”[12], “racial profiling”[13] o “Knesset” ma sarebbero state troppo specifiche e meno note alla maggior parte dei lettori italiani.

Per concludere, tra alcuni termini che probabilmente dimenticheremo o non useremo con frequenze, altri saranno per molto tempo al centro di dibattito.

Informazioni

[1] Carlotta Pellecchia ha parlato dello smartworking in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/20/lo-smart-working/

[2] Un tema poco conosciuto ma che ha notevole impatto economico è il Green Public Procurement. Elisa Goglio ha spiegato il suo funzionamento qui: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/12/il-gpp-green-public-procurement/

[3] Su DirittoConsenso ne ha parlato Gennaro De Lucia per evidenziare il carattere al limite della legge del ricorso a tale strumento: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/04/dpcm-e-ordinanze-regionali-al-limite-della-legge/

[4] L’opinione di Paolo Fallai: https://www.corriere.it/scuola/18_novembre_02/condono-quello-che-significa-concessione-un-bel-regalo-f5115d6a-dd14-11e8-989f-9f5167836d06.shtml

[5] Sulle mascherine e, ancora meglio, sui DPI l’articolo di Roberto Giuliani: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/24/i-dpi-alla-luce-dellemergenza-coronavirus/

[6] https://www.ecb.europa.eu/explainers/topic/html/index.it.html

[7] L’articolo è il 307, “Assistenza ai partecipi di cospirazione o di banda armata”: “Chiunque, fuori dei casi di concorso nel reato o di favoreggiamento, dà rifugio o fornisce vitto, ospitalità, mezzi di trasporto, strumenti di comunicazione a taluna delle persone che partecipano all’associazione o alla banda indicate nei due articoli precedenti, è punito con la reclusione fino a due anni.

La pena è aumentata se l’assistenza è prestata continuatamente.

Non è punibile chi commette il fatto in favore di un prossimo congiunto.

Agli effetti della legge penale, s’intendono per i prossimi congiunti gli ascendenti, i discendenti, il coniuge, la parte di un’unione civile tra persone dello stesso sesso, i fratelli, le sorelle, gli affini nello stesso grado, gli zii e i nipoti: nondimeno, nella denominazione di prossimi congiunti, non si comprendono gli affini, allorché sia morto il coniuge e non vi sia prole

[8] Su DirittoConsenso ne ha parlato Roberto Giuliani con questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/24/i-dpi-alla-luce-dellemergenza-coronavirus/

[9] Luca Lotti ha parlato in particolare dell’epidemia colposa: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/26/cose-lepidemia-colposa/

[10] Il volontariato di protezione civile si articola in organizzazioni nazionali e locali su tutto il territorio nazionale ed è rappresentato dal nuovo Comitato nazionale, previsto dall’art. 42 del Codice di protezione civile

[11] La “minaccia di grave pregiudizio” per gli interessi pubblici viene valutata dal Governo tenendo conto dei principi di proporzionalità e ragionevolezza. I poteri di intervento riconosciuti al Governo, diversi a seconda dei casi e da esercitare sulla base di criteri oggettivi e non discriminatori, sono sostanzialmente l’opposizione all’acquisto di partecipazioni; il veto all’adozione di delibere societarie e l’imposizione di specifiche prescrizioni e condizioni

[12] È la Corte Costituzionale tedesca, BVerfG

[13] Sicuri che sia solo negli Stati Uniti?


Accertamento tecnico

L'accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente

Il narcotest è solo uno delle modalità di accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente. Perché allora fare analisi specialistiche e quale è l’orientamento giurisprudenziale?

 

Perché si compie l’accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente?

Nell’ambito dei procedimenti per droga un ruolo chiave è assunto dall’accertamento tecnico sulla qualità e sulla quantità della sostanza stupefacente. Il fondamento normativo di tale accertamento è l’articolo 359 c.p.p.. È consentito al pubblico ministero, che intenda procedere ad accertamenti o ad altra operazione per cui appaiano necessarie specifiche competenze, di nominare e di avvalersi di consulenti i quali non possono rifiutare la loro prestazione.

La norma citata prevede che:

Il pubblico ministero, quando procede ad accertamenti, rilievi segnaletici, descrittivi o fotografici e ad ogni altra operazione tecnica per cui sono necessarie specifiche competenze, può nominare e avvalersi di consulenti, che non possono rifiutare la loro opera.

Il consulente può essere autorizzato dal pubblico ministero ad assistere a singoli atti di indagine.

 

Un potere analogo è conferito alla polizia giudiziaria ai sensi dell’articolo 348 c.p.p. al fine di assicurare le fonti di prova. Testualmente:

Anche successivamente alla comunicazione della notizia di reato [347], la polizia giudiziaria continua a svolgere le funzioni indicate nell’articolo 55 raccogliendo in specie ogni elemento utile alla ricostruzione del fatto e alla individuazione del colpevole.

Al fine indicato nel comma 1, procede, fra l’altro:

a) alla ricerca delle cose e delle tracce pertinenti al reato nonché alla conservazione di esse e dello stato dei luoghi;

b) alla ricerca delle persone in grado di riferire su circostanze rilevanti per la ricostruzione dei fatti;

c) al compimento degli atti indicati negli articoli seguenti.

 

Dopo l’intervento del pubblico ministero, la polizia giudiziaria compie gli atti a essa specificamente delegati a norma dell’articolo 370, esegue le direttive del pubblico ministero ed inoltre svolge di propria iniziativa, informandone prontamente il pubblico ministero, tutte le altre attività di indagine per accertare i reati ovvero richieste da elementi successivi emersi e assicura le nuove fonti di prova.

La polizia giudiziaria, quando, di propria iniziativa o a seguito di delega del pubblico ministero, compie atti od operazioni che richiedono specifiche competenze tecniche, può avvalersi di persone idonee le quali non possono rifiutare la propria opera.

 

Peraltro la polizia può compiere di propria iniziativa le analisi sulla sostanza rinvenuta, compiendo accertamenti non particolarmente complessi. Il narcotest in dotazione alle forze di polizia infatti è un esame basato su semplici reazioni chimiche al contatto di determinati reagenti con le droghe sequestrate. In alternativa, si è diffuso l’uso del drogometro[1] che, al pari dell’etilometro, permette di accertare l’assunzione di sostanze stupefacenti (cocaina, oppiacei, cannabinoidi – hashish e marijuana – , anfetamine e metanfetamine).

La polizia giudiziaria può inoltre far eseguire esami più approfonditi della sostanza rinvenuta previa trasmissione del reperto sequestrato per accertamenti medico-legali e tossicologico-forensi ad istituti di medicina legale[2], laboratori universitari di tossicologia forense[3], strutture delle forze di polizia o strutture pubbliche di base per stabilire la quantità del principio attivo presente nella sostanza sequestrata.

C’è quindi da sottolineare questo binomio tra l’accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente e la consulenza tossicologica.

 

La perizia e la specificità di tipo tossicologico

La consulenza tecnica o la perizia vengono disposte quando vi è la necessità di svolgere indagini o acquisire dati o valutazioni che richiedono specifiche competenze. Si tratta quindi di integrare le conoscenze di una delle parti del processo (pubblico ministero, difensore o giudice) grazie al lavoro svolto di un esperto. Nei casi in cui è bene conoscere una data sostanza stupefacente, e gli effetti che questa produce, è necessaria propria una consulenza. La norma base è l’articolo 201 c.p.c. e in ambito giudiziario si suole fare la distinzione in consulente tecnico d’ufficio (CTU) e consulente tecnico di parte (CTP).

L’importanza del ricorso alla perizia sono state sottolineate dalla Cassazione nel 2014[4]:

Per valutare l’attendibilità di una teoria occorre esaminare gli studi che la sorreggono; le basi fattuali sui quali essi sono condotti; l’ampiezza, la rigorosità, l’oggettività della ricerca; il grado di sostegno che i fatti accordano alla tesi; la discussione critica che ha accompagnato l’elaborazione dello studio, focalizzata sia sui fatti che mettono in discussione l’ipotesi sia sulle diverse opinioni che nel corso della discussione si sono formate; l’attitudine esplicativa dell’elaborazione teorica. Ancora, rileva il grado di consenso che la tesi raccoglie nella comunità scientifica. Infine, dal punto di vista del giudice, che risolve casi ed esamina conflitti aspri, è di preminente rilievo l’identità, l’autorità indiscussa, l’indipendenza del soggetto che gestisce la ricerca, le finalità per le quali si muove.

 

Detto ciò, è proprio in tema di insorgenza di patologie poco note che vengono in rilievo elementi causali particolarmente difficili da individuare. Il fondamento scientifico[5] dunque è alla base delle indagini dei consulenti ed il giudice darà conto di quanto spiegato dagli esperti nella motivazione.

In relazione agli stupefacenti, si parla di perizia tossicologica, ossia una tipologia di perizia giudiziaria strettamente legata alla medicina legale che viene svolta da istituti specializzati. La perizia in questione consiste per lo più nella ricerca e nello studio sulle droghe e sui veleni e su ogni possibile implicazione clinica, fisica e legale dovuta all’uso di tali droghe e veleni.

Ricordo che per droga, ai fini della rilevanza penale, si considera solo quella inserita nelle Tabelle allegate al DPR 309/90[6].

 

L’orientamento della giurisprudenza

Secondo i più recenti orientamenti della Cassazione, risulta ormai consolidata la rilevanza dell’accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente, sia essa condotta dal pubblico ministero, sia dalla polizia giudiziaria.

Nel 2013 la Corte ha stabilito[7], in relazione ad un caso di modestissima quantità di eroina che:

“… infatti, solo un accertamento tecnico specifico avrebbe consentito di quantificare la percentuale e la quantità di principio attivo effettivamente presente in ciascuna delle confezioni e nelle tre confezioni complessivamente considerate. La mancanza di detto accertamento rende impossibile affermare con certezza che il quantitativo modestissimo della sostanza sequestrata possieda livelli di principio attivo tali da avere concreti effetti stupefacenti e da comportare quelle possibili alterazioni dell’organismo che costituiscono l’offesa al bene protetto oggetto di sanzione penale. L’incertezza sulla offensività concreta della condotta fa venire meno uno degli elementi costitutivi del reato contestato e genera un vuoto ricostruttivo non superabile in virtù del richiamo al rito adottato.

 

La Cassazione nel 2013 ha stabilito che in tema di reati concernenti le sostanze stupefacenti, il giudice non ha alcun dovere di procedere a perizia o ad accertamento tecnico per stabilire la qualità e la quantità del principio attivo di una sostanza drogante, in quanto, da un lato, egli può attingere tale conoscenza dalle diverse fonti di prova acquisite, e, dall’altro, grava sul pubblico ministero il rischio di mancata prova in ordine agli elementi a carico dell’imputato. Questo altro non è che un’ulteriore affermazione del principio accusatorio, garanzia fondamentale del processo.

L’accertamento della natura stupefacente di una sostanza passa per il c.d. narcotest non essendo necessario svolgere alcuna perizia tossicologica o accertamento tecnico irripetibile ai sensi dell’articolo 360 c.p.p.. Infatti in tema di reati concernenti le sostanze stupefacenti, l’accertamento svolto con il narcotest “consente di provare la natura stupefacente di una determinata sostanza, ma non fornisce la prova relativa alla quantità del principio attivo contenuto[8].

Per quanto attiene invece alla verifica dell’entità o dell’indice dei principi attivi contenuti nei reperti, è necessario svolgere un accertamento peritale chimico-tossicologico sulla sostanza. Come è stato stabilito dalla Cassazione “per stabilire l’effettiva natura stupefacente di una determinata sostanza è sufficiente il narcotest, senza che sia indispensabile far ricorso ad una perizia chimica tossicologica, tale ultimo accertamento tecnico è necessario, invece, ove occorra valutare l’entità o l’indice dei principi attivi contenuti nei reperti (…) e il giudice non possa attingere tale conoscenza anche da altre fonti di prova acquisite agli atti[9].

 

Con tali (ed altre non citate) pronunce si sottolinea quindi l’importanza della figura del consulente e della consulenza tossicologica per determinare qualsiasi forma di accertamento tecnico sulla sostanza stupefacente di volta in volta esaminata.

Informazioni

Marcheselli, F., La consulenza tecnica di parte in ambito clinico-forense: aspetti pratici, metodologici e formativi, 2012

Guadalupi, S., Commentario sistematico al codice di procedura penale, 2016

[1] Si tratta infatti di un esame medico a tutti gli effetti, realizzato attraverso un test basato sull’uso di enzimi che reagiscono in presenza dei metaboliti assumendo una colorazione particolare

[2] Come quello di Torino: https://www.unito.it/media-gallery/detail/2093/53851

[3] Come quello dell’Università Statale di Milano: http://www.disbioc.unimi.it/ecm/home/ricerca/sezione-tossicologia-forense

[4] Cass. Pen., Sez IV, 8 maggio 2014, n. 18933/2014 (sull’accelerazione dell’evoluzione della malattia nei lavoratori esposti all’amianto)

[5] In tema di dati scientifici e di ragionevole probabilità scientifica invito a leggere questo articolo di Giulia Annunzi per DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2019/06/05/il-nesso-di-causalita-tra-vaccini-e-autismo-limportanza-del-dato-scientifico-quale-fondamento-di-un-giudizio-obiettivo/

[6] Ho parlato in particolare dell’articolo 73 del DPR 309/90 in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/05/le-condotte-punite-nell-art-73-dpr-309-90/

[7] Cass. Pen., Sez III, 4 novembre 2013, n. 44420

[8] Cass. Pen., Sez VI, 26 settembre 2013, n. 43226 (su un caso relativo all’accertamento svolto su della ketamina)

[9] Cass. Pen., Sez VI, 12 aprile 2017, n. 18405 (su un caso relativo ad un fungo allucinogeno contenente psilocibina)


La delimitazione territoriale degli Stati

Sul mappamondo è possibile vedere Stati dalle forme più variegate. La delimitazione territoriale degli Stati infatti segue alcuni criteri molto particolari

 

Cos’è una frontiera?

La delimitazione del territorio di uno Stato si esprime per mezzo di uno strumento giuridico e politico che conosciamo tutti come frontiera. Questa altro non è che la linea che segna il limite del territorio dentro il quale uno Stato può esercitare i propri diritti di sovranità. Ciò è possibile per gli Stati esistenti, ossia per gli Stati che oggi sono riconosciuti nel diritto internazionale.

Stabilire una frontiera è possibile seguendo un processo che è costituito da due fasi: la delimitazione e la demarcazione. La delimitazione è la parte più complessa per la costituzione di una frontiera. Normalmente la frontiera viene individuata o stabilita di comune accordo tra gli Stati confinanti. Pensiamo alla frontiera tra Italia e Austria o tra Stati Uniti e Canada. Tale accordo ovviamente si riflette in un trattato internazionale che viene appunto definito trattato di frontiera: in caso di mancato raggiungimento dell’accordo sorge una controversia che solitamente viene risolta attraverso l’arbitrato internazionale[1] o la Corte Internazionale di Giustizia[2]. Con la sentenza quindi verrà stabilita la delimitazione territoriale degli Stati coinvolti.

 

I criteri di delimitazione territoriale degli Stati

Da questo momento, le cose però possono complicarsi. Il limite adottato può essere un limite preesistente. Questo succede nei casi in cui si applica il principio dell’uti possidetis iuris (traducibile in “così come possedete”) o di successione ai trattati di frontiera per gli Stati che hanno ottenuto l’indipendenza, nei quali le frontiere dei nuovi Stati sono i limiti che avevano quando erano colonie.

È possibile però stabilire anche un nuovo limite. Quando avviene il fenomeno della successione di Stati nella ipotesi di Stati che hanno ottenuto da poco l’indipendenza, il successore succede ai limiti che erano dello Stato predecessore. Il nuovo Stato quindi manterrà i confini preesistenti. L’aspetto più importante in questi casi è relativo ai trattati di frontiera. Qui infatti vige il principio della continuità dei trattati di frontiera, la cui formulazione si ritrova nell’articolo 11 della Convenzione di Vienna sulla successione degli Stati in materia di trattati del 1978.

In base appunto all’articolo 11, nel caso in cui fossero esistiti trattati internazionali che stabilissero limiti, lo Stato successore è obbligato a rispettare le frontiere preesistenti così come i trattati che le hanno stabilite. Esempi di applicazione di questi titoli giuridici sono:

  • Il caso della controversia territoriale tra Libia e Chad del 1994, la cui soluzione è stata raggiunta dalla Corte Internazionale di Giustizia sulla base del trattato franco-libico del 1955 stabilendo la sovranità del Ciad sulla striscia di Aouzou
  • Il caso della frontiera terreste e marittima tra Camerun e Nigeria del 2002, per il quale la Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che le regioni del Lago Chad e di Bakassi fossero di sovranità camerunense basandosi sui trattati franco-britannico del 1919 e del 1931 (nel caso del Lago Chad) e dell’accordo anglo-tedesco del 1913 (nel caso della penisola e delle isole di Bakassi)

 

Il principio dell’uti possidetis iuris

La regola dell’uti possidetis iuris è strettamente legata al fenomeno della decolonizzazione. Tale principio[3] può essere definito come il criterio in base al quale i nuovi Stati devono rispettare e mantenere come frontiere i limiti coloniali esistenti al momento dell’ottenimento dell’indipendenza, nel modo in cui erano stati stabiliti dal diritto interno del precedente Stato colonizzatore.

Teniamo presente che per decolonizzazione, indipendentemente se preceduta da un conflitto o dal semplice riconoscimento con un processo di transizione pacifico, intendiamo quel fenomeno in cui Stati che erano stati colonizzati da potenze straniere raggiunsero l’indipendenza tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni70[4]. Tale percorso ha accomunato perlopiù paesi africani e asiatici. Con l’ottenimento dell’indipendenza viene così riconosciuta la soggettività giuridica di diritto internazionale per uno Stato. Con questo mutamento dello scenario internazionale si assistette ad un vero e proprio boom dei membri delle Nazioni Unite. Basti guardare che dal 1950 al 1980 si passò da 60 a 154 Stati membri delle Nazioni Unite.

Il principio quindi dell’uti possidetis iuris svolge un doppio ruolo nei conflitti territoriali: è un criterio giuridico acquisitivo della sovranità su un territorio così come un criterio delimitatore delle frontiere. Attenzione però. Il principio in questione richiede che i nuovi Stati debbano essere della stessa potenza coloniale (un esempio potrebbe essere del caso di Ruanda e Burundi, ex colonie belghe, o di Uganda e Kenya, ex colonie britanniche). Nel caso in cui i limiti siano tra due nuovi Stati che abbiano avuto due potenze coloniali diverse allora è necessario un trattato di frontiera (come è avvenuto per esempio tra Mozambico e Sudafrica, antiche colonie rispettivamente di Portogallo e Regno Unito).

 

I criteri di delimitazione territoriale degli Stati

Detto questo, bisogna identificare i limiti degli Stati. Per tracciare le frontiere esistono vari criteri:

  • Criteri naturali, sono quelli segnati dalla presenza di elementi come montagne, fiumi e laghi. Alcuni esempi sono la cordigliera della Ande tra Argentina e Cile, il Danubio che segna in parte il confine tra Bulgaria e Romania e la regione dei Grandi Laghi tra Canada e Stati Uniti
  • Criteri artificiali, sono quelli che implicano l’azione dell’uomo o che si relazionino a edifici o a strutture. Alcuni esempi sono la Grande Muraglia cinese, il Muro di Berlino o il Vallo di Adriano (alcuni di questi sono ovviamente esempi storici e non più adattabili ad oggi)
  • Criteri immaginari, sono quelli che si sovrappongono a limiti astronomici o geometrici. Limiti astronomici sono la frontiera tra Stati Uniti e Canada che è fissata in relazione al 45esimo parallelo nord o la frontiera tra l’Alaska e Canada che segue il 140esimo meridiano ovest, oppure, per un esempio storico, il 38esimo parallelo nord che segnava la divisione tra le due Coree prima dello scoppio della Guerra di Corea. Limiti geometrici invece sono le frontiere stabilite tra Egitto e Libia o tra Siria e Giordania

 

 

La demarcazione della frontiera

La demarcazione, come abbiamo detto prima, è la seconda fase del trattato di frontiera. Rappresenta la parte che, potremmo definire, più tecnica: si tratta di un insieme di operazioni materiali che stabiliscono direttamente sul terreno il tracciato della frontiera stabilita. A questo proposito, gli Stati coinvolti devono nominare una “Commissione di demarcazione”, composta da tecnici esperti che si occuperanno della segnalazione della frontiera collocando pietre miliari e punti di riferimento.

 

La delimitazione territoriale e le contese territoriali

Le contese territoriali hanno storicamente causato (o sono state il pretesto, a volte neanche tanto velato) i conflitti militari tra Stati. Ad oggi, sperando di non rivivere episodi di guerra tra attori internazionali, ci sono ancora molte contese territoriali aperte.

L’elenco è molto lungo e potremmo considerare vari elementi che spiegano come mai le contese non siano state risolte. Ne elenco 7 che sono, a mio giudizio, particolarmente interessanti individuando dapprima l’area geografica.

  • L’Antartide: è il continente in cui non ci sono Stati ma che è contesa da Stati vicini ad esso (come Cile, Argentina, Nuova Zelanda e Australia) e Stati con legami e interessi economici come Francia, Regno Unito e Norvegia.
  • Il mar cinese meridionale: è un’area marittima in cui sono presenti da tempo diverse contese territoriali tra Cina, Filippine, Giappone, Vietnam, Indonesia, Maleysia e Brunei. L’influenza cinese nella regione è quella più forte[5].
  • Il confine tra Egitto e Sudan: i due Stati sono in contrasto su due zone al confine. Si tratta del triangolo di Hala’ib (un’area di circa 20.000 km2) e Bir Tawil che rappresenta una modesta zona di territorio che, forse per la prima volta nel diritto internazionale, ad oggi non è rivendicata da nessuno Stato.
  • Le isole Curili: isole divise geograficamente in Curili settentrionali, centrali e meridionali, sono il motivo di disputa territoriale dalla fine della seconda guerra mondiale tra Giappone e Russia ma trattati internazionali precedenti alla guerra hanno creato questa lunga contesa. Il Giappone infatti rivendica quattro isole delle Curili meridionali e i negoziati si protraggono[6] tra alti e bassi dal 1956.
  • Il Kashmir: territorio conteso da India e Pakistan e in misure minore dalla Cina, è motivo di contesa dal 1947. Un problema di non poco conto è la continua contesa tra India e Pakistan, stati con composizione religiosa, sociale ed economica molto diversa. Non meno particolare, entrambi gli Stati detengono armi nucleari ma non sono parte del Trattato di Non Proliferazione Nucleare[7].
  • Cipro: la contesa ovviamente non riguarda l’isola, ma la particolare situazione di divisione. Cipro infatti è un’isola segnata dalla distinzione in Repubblica di Cipro (greco-cipriota) e Repubblica Turca di Cipro del Nord (che occupa la parte settentrionale dell’isola).
  • Olivenza: in Europa, oltre a Cipro, si assiste ad una contesa che riguarda Portogallo e Spagna. La città di Olivenza infatti è motivo di contesa da più di 200 anni a seguito della Guerra delle Arance.

 

A ben vedere quindi il tema della delimitazione territoriale degli Stati è tutt’altro che arcaico e stabilito in forme cristalline. La comunità internazionale infatti è attiva anche su queste tematiche, tra lunghi negoziati in stallo e visibili tensioni.

Informazioni

María Teresa Infante Caffi, Las fronteras desde la perspectiva del Derecho Internacional in Estud. int. (Santiago, en línea) vol. 48 no. 185, Santiago, 2016

https://www.icj-cij.org/files/case-related/83/6687.pdf

https://www.britannica.com/place/Nigeria/Bakassi-Peninsula-dispute#ref953498

https://scielo.conicyt.cl/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0719-37692016000300004

[1] Come nel caso tra Etiopia ed Eritrea del 2002

[2] Come nel caso tra Benin e Niger del 2005

[3] http://www.enciclopedia-juridica.com/it/d/uti-possidetis/uti-possidetis.htm

[4] Ma con casi assai più recenti, come Macao nel 1999

[5] Un’analisi geopolitica su quest’area è stata fatta da Luca Giro in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/07/22/mar-cinese-meridionale-geografia-e-diritto-internazionale/

[6] https://www.bbc.com/news/world-asia-pacific-11671514

[7] Di questo trattato ne ha parlato Giuseppe Guerra in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/10/il-regime-di-non-proliferazione-nucleare/


UNESCO

L'UNESCO e i trattati contro il traffico illecito dei beni culturali

Un’organizzazione internazionale tanto importante come l’UNESCO è al centro della lotta al traffico illecito dei beni culturali. Ma in che modo?

 

Introduzione alla tutela del patrimonio culturale nel diritto internazionale

Il moderno diritto internazionale relativo alla protezione del patrimonio culturale è iniziato nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale. Dopo l’istituzione delle Nazioni Unite è nata l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’istruzione, la scienza e la cultura (UNESCO) nel 1945. Non meno importante è l’adozione della Dichiarazione Universale sui Diritti Umani (UDHR) nel 1948[1]. A partire poi dagli anni 50, tutto il diritto internazionale ha avuto un rapido crescendo: il diritto dei trattati, i conflitti a livello regionale, pronunce dei tribunali internazionali e chi più ne ha più ne metta.

Si tratta di un processo anche interessante se si considera la molteplicità dei temi. Quello a cui voglio dare spazio in questo articolo riguarda appunto la tutela dei beni culturali[2] e, più specificamente, si tratta di capire quanto sia importante il ruolo dell’UNESCO nella lotta al traffico illecito dei beni culturali.

 

Alcune informazioni sull’UNESCO

L’UNESCO è un istituto specializzato dell’ONU. La Convenzione istitutiva dell’UNESCO, che conta 15 articoli, è stata firmata a Londra il 16 novembre 1945 ed è entrata in vigore, a seguito del deposito del ventesimo strumento di ratifica, il 4 ottobre 1946. Lo scopo dell’UNESCO è di contribuire alla pace ed alla sicurezza internazionali promuovendo la collaborazione tra gli Stati attraverso l’educazione, la scienza e la cultura. Tra le competenze, spicca quella di cui all’articolo 1 par. 2 lett. c) dato che l’UNESCO:

Maintain, increase and diffuse knowledge:

By assuring the conservation and protection of the world’s inheritance of books, works of art and monuments of history and science, and recommending to the nations concerned the necessary international conventions;

By encouraging cooperation among the nations in all branches of intellectual activity, including the international exchange of persons active in the fields of education, science and culture and the exchange of publications, objects of artistic and scientific interest and other materials of information;

By initiating methods of international cooperation calculated to give the people of all countries access to the printed and published materials produced by any of them.

 

L’UNESCO deve tuttavia astenersi, ex articolo 1, par. 3, dall’intervenire in materie riservate alla competenza esclusiva degli Stati, così da assicurare l’indipendenza e l’integrità dei suoi membri, nonché la diversità delle loro culture e dei loro sistemi di istruzione. Per questo motivo il sistema della protezione dei beni culturali si basa su più strumenti internazionali e sulla necessaria partecipazione dei singoli Stati e delle organizzazioni internazionali (come l’Interpol, l’UNIDROIT, l’ICOM, etc.)

 

La struttura dell’UNESCO

La struttura organizzativa dell’UNESCO è formata da un organo intergovernativo assembleare, la Conferenza Generale, da un organo intergovernativo esecutivo, il Consiglio Esecutivo, e un Segretario Generale.

La Conferenza Generale è costituita dai rappresentanti degli Stati membri dell’UNESCO e il compito della Conferenza è quello di determinare le politiche e le linee principali di azione dell’organizzazione. Questo organo si riunisce ogni due anni in sessioni ordinarie alle quali partecipano, oltre ai rappresentanti degli Stati membri, anche gli Stati Associati, gli osservatori degli Stati non membri, le organizzazioni intergovernative e quelle non governative. È possibile inoltre fissare delle sessioni straordinarie se lo richiedono i componenti della Conferenza Generale o Consiglio Esecutivo o un terzo degli Stati membri[3].

Il Consiglio Esecutivo è il secondo organo ed è composto da 58 membri, eletti dalla Conferenza Generale, e si riunisce in due sessioni annuali ordinarie. Il ruolo del Consiglio Esecutivo è di due tipi: di responsabilità verso l’esterno, ossia nei confronti dell’intero sistema dell’Organizzazione, e di supporto all’attività della Conferenza Generale.

Il terzo organo dell’UNESCO è il Segretario Generale, formato dal Direttore Generale[4] e dal suo personale. Il Direttore Generale partecipa, senza diritto di voto, a tutte le riunioni della Conferenza Generale, del Consiglio Esecutivo e dei Comitati dell’UNESCO. Inoltre il Segretariato Generale ha il compito di preparare il bilancio e il programma generale dell’UNESCO che deve essere sottoposto al Consiglio Esecutivo. Si contano numerose risoluzioni adottate dalla Conferenza Generale dell’UNESCO sull’argomento della protezione dei beni culturali e sul traffico di tali beni[5].

E per quanto riguarda il diritto dei trattati?

 

I trattati più importanti

In tema di protezione dei beni culturali ci sono molti trattati sia a livello internazionale che a livello regionale, come la Convenzione di Nicosia[6].

Grazie all’UNESCO sono stati firmati i seguenti trattati per arginare il fenomeno del traffico illecito internazionale dei beni culturali:

  • La Convenzione dell’Aia del 1954[7]
  • La Convenzione UNESCO del 1970[8] e le Operational Guidelines
  • La Convenzione per la Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale del 1972[9]
  • La Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo del 2001[10]
  • La Convenzione sulla Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale del 2003[11]

 

I trattati più importanti in materia sono i primi due dell’elenco appena riportato.

 

Il primo trattato citato: la Convenzione dell’Aia del 1954

Il percorso che porta alla Convenzione dell’Aia del 1954 è segnato da numerosi negoziati.

Su iniziativa dei Paesi Bassi, l’UNESCO ha adottato la Risoluzione 6.42 durante la Quarta Sessione della Conferenza Generale (Parigi, 1949). Il Segretariato ha quindi intrapreso i lavori, i cui risultati sono stati presentati nella Quinta Sessione della Conferenza Generale (Firenze, 1950), che ha adottato la Risoluzione 4.44 che autorizza il Direttore Generale a “preparare e presentare agli Stati membri un progetto per una convenzione internazionale per la protezione, in caso di guerra, di monumenti e altri oggetti di valore culturale”. Ciò è stato trasmesso agli Stati membri e le risposte dei loro governi sono state sottoposte alla Sesta Sessione della Conferenza Generale (Parigi, 1951). Il progetto è stato quindi rielaborato dal Consiglio Internazionale sui Monumenti, sui Siti Artistici e Storici e sugli Scavi Archeologici[12], quindi ripresentato ai governi e rivisto dal Segretariato in seguito ai loro commenti. La revisione finale da parte di un Comitato di Esperti Governativi ha prodotto tre documenti separati (un Commento, un Progetto di Convenzione e dei Progetti di Regolamento per la sua Esecuzione), che sono stati sottoposti alla Settima Sessione della Conferenza Generale (Parigi, 1952). A seguito dei lavori di questa Sessione, l’UNESCO ha accettato l’offerta del governo dei Paesi Bassi di ospitare una conferenza intergovernativa. Questa conferenza, che si è tenuta all’Aia dal 21 aprile al 14 maggio 1954, ha portato all’adozione della Convenzione per la Protezione dei Beni Culturali in caso di Conflitto Armato, del Regolamento di Esecuzione, del Protocollo e di tre risoluzioni il 14 maggio 1954 o più comunemente nota come Convenzione dell’Aia del 1954.

 

Il secondo trattato citato: la Convenzione del 1970

Nel 1960 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato la Dichiarazione sulla Concessione dell’Indipendenza ai Paesi e ai Popoli Coloniali (UNGA 1514 (XV)).

Durante i decenni seguenti i nuovi Stati indipendenti erano intenzionati a recuperare elementi importanti del loro patrimonio culturale, molti dei quali si trovavano nei musei degli ex Stati colonizzatori. Erano anche molto preoccupati per la continua perdita del patrimonio culturale a causa dello sfruttamento da parte dei saccheggiatori in un momento in cui tali Stati avevano relativamente poche risorse per contrastare i saccheggi di beni culturali. Gran parte del dibattito iniziale si concentrò su queste due questioni, ma il mercato e gli Stati di destinazione dei beni culturali erano contrari a restituire oggetti culturali ricevuti in passato soprattutto dal momento che tali beni si trovavano nei loro musei o nelle collezioni private. Erano tuttavia disposti a fare qualcosa per fermare le perdite lamentate principalmente dagli Stati in via di sviluppo. Questi problemi si sono ovviamente riflessi anche all’interno dell’UNESCO.

La risoluzione 4.412 della Conferenza Generale dell’UNESCO[13] alla sua undicesima sessione del 1960 autorizzava il Direttore Generale a preparare le consultazioni per l’adozione di nuove misure per combattere il traffico illecito dei beni culturali.

Il progetto prese forma quando si espresse la volontà di redigere una nuova convenzione. Ciò è avvenuto nel 1964 quando l’UNESCO ha nominato un Comitato di esperti provenienti da trenta Stati. Nel novembre di quell’anno la Conferenza Generale ha adottato la Raccomandazione sui Mezzi per Proibire e Prevenire l’Esportazione, l’Importazione e il Trasferimento Illeciti della Proprietà di Beni Culturali[14]. Durante la tredicesima sessione tenutasi a Parigi, si è concretizzata con la Risoluzione 3.334[15] l’autorizzazione del Comitato a redigere una bozza. Successivamente il Direttore Generale dell’UNESCO, René Maheu, nominò un esperto principale e quattro consulenti per redigere il testo della convenzione, per una successiva revisione da parte di ciascuno Stato membro. A seguito dei commenti ricevuti dagli Stati, il testo fu rivisto e, dopo la revisione, fu inviato a un comitato speciale di esperti governativi, che preparò una bozza finale intorno all’aprile 1970. Tale bozza fu la base del testo della Convenzione UNESCO e fu presentato alla sedicesima Conferenza Generale tenutasi il 14 novembre 1970.

 

Un’ultima considerazione

Fin qui ho descritto il ruolo dell’UNESCO nel favorire la cooperazione tra gli Stati, incoraggiando negoziazioni per la firma di trattati. Questi trattati, pur costituendo il nucleo duro della tutela dei beni culturali, non sono attuali.

Ciò che deve essere fatto però in senso ampio è molto di più: è il caso di favorire un unico trattato che oltrepassi il binomio Convenzione 1954 e Convenzione 1970[16] e di adottare misure più incisive a livello nazionale. E di coinvolgere maggiormente l’opinione pubblica, che non fa mai male.

Informazioni

Convenzione di Londra del 16 novembre 1945

Scovazzi, Il traffico illecito di beni culturali: non soltanto una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali, in Triggiani, Cherubini, Ingravallo, Nalin E Virzo, Dialoghi con Ugo Villani, Bari, 2017, pp. 197 – 205

O’Keefe, P. J., Commentary on the UNESCO 1970 Convention on the means of prohibiting and preventing the illicit import, export and transfer of ownership of cultural property, Builth Wells, 2007

https://rm.coe.int/raising-the-awareness-on-the-illicit-trafficking-of-cultural-property-/1680983428

[1] G.A. Res. A/3/217A – reperibile nella rete interconnessa

[2] È un tema che ho già trattato in altri articoli, come questo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/linterpol-nella-lotta-al-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[3] Sino ad ora la Conferenza Generale si è riunita 39 volte in sessioni ordinarie e 4 volte in sessioni straordinarie

[4] Dal 2017 è la francese Audrey Azoulay:

[5] Recommendation on International Principles Applicable to Archaeological Excavations (new Delhi, 1956), Recommendation on the Means of Prohibiting and Preventing the Illicit Export, Import and Transfer of Ownership of Cultural Property (Paris, 1964), Recommendation on the Preservation of Cultural Property Endangered in Public of Private Works (Paris, 1968), Recommendation on the International Exchange of Cultural Property (Nairobi, 1976), Recommendation on the Protection of Movable Cultural Property (Paris, 1978)

[6] Ho parlato della Convenzione in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/26/la-convenzione-di-nicosia/

[7] Convention for the Protection of Cultural Property in the Event of Armed Conflict with Regulations for the Execution of the Convention

[8] Convention on the Means of Prohibiting and Preventing the Illicit Import, Export and Transfer of Ownership of Cultural Property

[9] Convention concerning the Protection of the World Cultural and Natural Heritage

[10] Convention on the Protection of the Underwater Cultural Heritage

[11] Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage

[12] International Council on Monuments, Artistic and Historical Sites and Archaeological Excavations

[13] United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization, Records of the General Conference, Eleventh Session, Paris, 1960 – reperibile nella rete interconnessa

[14] Recommendation on the Means of Prohibiting and Preventing the Illicit Export, Import and Transfer of Ownership of Cultural Property, 19 novembre 1964 – reperibile nellla rete interconnessa

[15] Records of the General Conference, Thirteenth Session, Paris 1964, Resolutions, UNESCO – reperibile nella rete interconnessa

[16] Le due convenzioni infatti sono sempre state riconosciute come un unicum del diritto internazionale. Le falle di ciascuna di queste sarebbero “annullate” nell’applicazione congiunta delle disposizioni interne


Traffico di droga e Covid-19

Traffico di droga e Covid-19

Un’analisi sulla relazione traffico di droga e Covid-19: impatto e possibili conseguenze di questo binomio nei mesi a seguire

 

Premessa

L’emergenza in corso ha stravolto la maggior parte delle attività economiche. Tra queste anche quelle illecite. La presente analisi riguarda il binomio traffico di droga e Covid-19.

I due fenomeni hanno un diretto rapporto causale? In parte no, perché bisogna contestualizzare moltissimi dati dai quali ancora non è possibile offrire una descrizione completa. Sono stati raccolti in questi mesi del 2020 documenti ufficiali di 35 Stati membri dell’UNODC ed è nato un documento informativo molto interessante.

I temi affrontati nel report “COVID-19 and the drug supply chain: from production and trafficking to use sono vari:

  • Domanda e offerta fino ad aprile 2020
  • Andamento dei mercati nel medio e lungo periodo (si tratta ovviamente di stime)
  • Politiche adottate dagli Stati per un bilanciamento tra la lotta al Covid-19 e la lotta al traffico di droga
  • Situazioni in cui si trovano alcune categorie di tossicodipendenti a rischio (come i detenuti, i sieropositivi e pazienti con epatite)
  • Il delicatissimo rapporto tra restrizione delle libertà e trattamenti sanitari per persone tossicodipendenti.

 

Da un punto di vista globale[1] il traffico di droga è dipendente dal traffico delle merci[2]. Non è una novità: se vuoi illegalmente spostare merci o prodotti illeciti lo fai sfruttando percorsi o rotte di traffico già esistenti[3]. Così gli Stati, per affrontare il problema della rapida diffusione del virus hanno preso diverse misure che vanno da un contenimento morbido, passando per la chiusura delle attività fino al completo lockdown. E ciò ha conseguenze sul traffico di droga.

 

Oppio e eroina

Iniziamo concentrandosi su un dato stagionale: i mesi chiave della raccolta dell’oppio in Afghanistan sono i mesi tra marzo e giugno. È probabile che con l’attuale emergenza la produzione di oppio possa sensibilmente diminuire per tutta una serie di fattori[4] che determineranno una diminuzione dell’offerta. Si discute però se, data la chiusura di attività e la perdita dei posti di lavoro, non siano le donne a rimpiazzare i vuoti lasciati dagli uomini nei campi perché la lavorazione è inoltre largamente basata su lavoratori stagionali con migrazioni di lavoratori anche dal Pakistan. Inoltre è bene sottolineare che la chiusura delle frontiere con Iran e Pakistan (rispettivamente a febbraio e marzo) non ha incluso il traffico delle merci. E fin qui non è possibile sapere cosa faranno i cosiddetti non-state actors.

In Birmania però la raccolta dell’oppio non coincide con quella afgana per clima e terreno. La produzione quindi è stata comunque possibile ma le restrizioni non permettono la mobilità delle persone e di conseguenza la possibilità di smerciare il prodotto. Il mercato locale ha avuto un forte colpo data la vicinanza con la Cina (perchè primo Stato da cui è partita la diffusione del Covid-19) e per un importante operazione antidroga nella regione del Mekong[5]. In breve, si potrebbe assistere ad un accumulo delle sostanze prodotte pronte per essere vendute con la riapertura dei mercati.

Al momento si conosce poco degli effetti del virus sulla produzione di oppio in Messico. Una particolarità: l’oppio messicano (amapola) non conosce stagioni. È prodotto tutto l’anno dato il clima molto vario tra nord e sud dello Stato e tra rilievi e zone tropicali. Non meno importante è stata registrata la diminuzione dell’anidride acetica, un precursore chimico che si usa per la raffinazione dell’oppio per ottenere l’eroina date le numerose restrizioni poste da Stati Uniti e governo centrale messicano per arginare l’attraversamento del confine.

 

Produzione di cocaina e sostanze chimiche

Documenti ufficiali della Colombia indicano che la campagna di distruzione delle colture delle foglie di coca (che va avanti da anni) continua dato che, tra l’altro, i produttori di cocaina pare siano a corto di gasolina, sostanza usata in abbondanza durante il processo per ottenere cocaina. Dall’altra parte, in Bolivia le coltivazioni sono aumentate a causa dell’instabilità politica presente dal 2019 con la fuga di Evo Morales. Il triangolo d’oro della produzione di cocaina pare non stia vivendo un particolare periodo di magra dato che la pianta di coca, nel rispetto delle condizioni naturali, è perenne.

In Perù, l’agenzia nazionale sul controllo della droga (DEVIDA)[6] ha riportato un crollo del 46% del prezzo della foglia di coca da gennaio ad aprile 2020. Si presume che il prezzo della cocaina sia diminuito a causa delle difficoltà per i produttori di trasportarla e questo potrebbe scoraggiare i coltivatori ad aumentare la coltivazione. Tuttavia il facile guadagno con i ricavi della coltivazione garantirebbe ai cocaleros quei guadagni per sopravvivere alla perdita del lavoro o al mancato guadagno dalla vendita di frutta e verdura. Bisogna infatti considerare che le economie dei paesi andini non possono minimamente essere paragonate a quelle del Messico, né tanto meno degli Stati Uniti (il paese di destinazione della cocaina per eccellenza).

Per quanto riguarda invece le droghe sintetiche (NPS, new psychoactive substances). L’irreperibilità, o la difficoltà di ottenere, precursori chimici sta influenzando generalmente la produzione di mefedrone, metanfetamina, fentanyl e altri tipi di sostanze di tipo anfetaminico come il captagon.

 

Il traffico in senso stretto

Il traffico di stupefacenti presenta, nella maggior parte dei casi, rotte transnazionali. Pensiamo alla rotta dei Balcani. La diffusione del virus ha causato un duro colpo agli spostamenti tra cui spicca quello offerto dalle compagnie aeree. Le droghe sintetiche solitamente sono appunto inviate per via aerea e alcuni Stati diventano centri di smercio per i grandi aeroporti. Si presume quindi che il grande impatto sul traffico di droga sarà visibile negli Stati in cui già transitavano ingenti quantità di stupefacenti. Inoltre, fattori geografici naturali in relazione all’interruzione dei collegamenti aerei con l’estero determineranno una quasi totale distruzione del mercato, come in Giappone o in Australia.

Il trasporto che non è venuto meno è invece quello via mare: potrebbero quindi sorgere nuove rotte che sfruttano i collegamenti marittimi perché con una diminuzione pressoché globale del trasporto aereo, aumenterebbe il trasporto con navi e navi container. Se così fosse, il traffico di eroina si sposterebbe per esempio sui container che legano gli scali portuali dell’Iran fino all’Europa. Il traffico di cocaina verso il vecchio continente sfrutterebbe proprio le grandi navi provenienti dal Sud America tanto che i sequestri di stupefacenti non sono diminuiti nonostante la pandemia.

Con il lockdown inoltre si è assistito ad un aumento del consumo di cannabis favorendo un gran da fare per i produttori nordafricani e europei nel breve futuro. Il consumo della sostanza infatti pare non abbia scalfito la produzione di questa sostanza così comune perché la produzione è sempre più geograficamente vicina ai consumatori.

 

Ulteriori fattori da tenere in considerazione

Gli Stati stanno affrontando la situazione di emergenza come ho detto con politiche diverse. Traffico di droga e Covid-19 sono un problema e come tali devono essere affrontati rispondendo (anche) con l’impegno delle forze dell’ordine. Tuttavia, nei paesi con limitate capacità di contrasto all’uno e all’altro, l’applicazione di misure per contrastare la diffusione di Covid-19 può distogliere risorse dagli sforzi contro la droga, rendendo il traffico di droga e la produzione meno rischiosi per i gruppi criminali organizzati e fornendo un ambiente favorevole per attività illecite.

In Italia per esempio è stato segnalato più volte il pericolo concreto che la criminalità organizzata si sostituisse allo Stato o si adoperasse a fornire credito, beni, servizi o qualsiasi bene per chi fosse in difficoltà.

Inoltre, a livello internazionale, vi sono indicazioni del fatto che i gruppi di trafficanti di droga stanno adattando le proprie strategie al fine di continuare le loro operazioni e che alcuni hanno iniziato a sfruttare la situazione in modo da migliorare la propria immagine tra la popolazione fornendo servizi, in particolare ai più vulnerabili come accade in Messico.

Considerando quindi un breve elenco dei comportamenti generali che impattano sul mercato degli stupefacenti:

  • Le restrizioni alle libertà degli individui
  • La diminuzione del commercio a livello globale
  • I diversi livelli di contrasto al traffico di droga posto da ciascun Stato
  • La recessione economica può portare a un aumento a lungo termine del traffico e del consumo illecito di stupefacenti
  • L’interesse della politica alla cooperazione internazionale

 

Per quanto concerne le organizzazioni criminali è possibile individuare i seguenti scenari:

  • Il cambio delle modalità di trasporto e delle rotte di traffico più ricorrenti per rotte meno rischiose (e ancora aperte) o per sfruttare le debolezze nei controlli alle frontiere;
  • Il ricorso a tipologie di vendita sempre più alternative, quali Darknet e servizi postali;
  • Lo stoccaggio vero e proprio di stupefacenti (in attesa della revoca delle restrizioni imposte dagli Stati).

 

Considerazione personale su traffico di droga e Covid-19

Traffico di droga e Covid-19 se considerati nel complesso compongono un quadro della situazione che è determinante sotto molti punti di vista. Mercato, salute ed economia sono oggi più legati che mai e gli effetti di questo intreccio potrebbero portare, se non verranno prese misure precise, a conseguenze gravi e inaspettate.

Informazioni

[1] Ho parlato della transnazionalità del traffico di droga in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/03/06/il-crimine-transnazionale-del-narcotraffico/

[2] Ho parlato del traffico di merci e dell’economia dei container in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/08/05/il-wco-container-control-programme-dellunodc/

[3] Si parla di ciclo del traffico di stupefacenti e rotte di traffico qui: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/08/traffico-di-droga-nel-diritto-internazionale/

[4] Come ad esempio lo spostamento dei raccoglitori da una regione ad un’altra, il numero di contagi in un’area dove ci sono molti terreni per la coltivazione dell’oppio, la chiusura della frontiera con il Pakistan

[5] Qui i dettagli dell’operazione: http://www.cincds.gov.mm/node/6847

[6] http://www.pcm.gob.pe/etiqueta/comision-nacional-para-el-desarrollo-y-vida-sin-drogas-devida/


Patrimonio culturale subacqueo

La Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo

La tutela del patrimonio culturale subacqueo è un obiettivo della Convenzione UNESCO del 2001. È possibile proteggere i beni culturali subacquei?

 

La protezione del patrimonio culturale subacqueo

La Convenzione più recente in tema di protezione dei beni culturali è la Convenzione del 2001 sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo[1]. È anche nota come Convenzione UNESCO del 2001 e conta 35 articoli e un Allegato. L’Italia ha dato esecuzione alla Convenzione con legge 23 ottobre 2009, n. 157[2].

In ragione appunto della specificità del patrimonio culturale subacqueo, la comunità internazionale ha avvertito la necessità di adottare criteri uniformi di regolamentazione a tutela di questi beni. Nel Preambolo della Convenzione si sottolinea la crescente importanza del patrimonio culturale subacqueo. L’interesse mostrato verso tale patrimonio però non è solo di tipo educativo e culturale ma riguarda soprattutto l’interesse che la criminalità[3] ha verso tali beni. Per poter garantire la protezione e la conservazione del patrimonio culturale subacqueo è necessario adottare misure più forti contro le attività non autorizzate[4] che riguardano soprattutto la vendita, l’acquisto e il baratto di questo patrimonio.

 

La definizione di patrimonio culturale subacqueo

L’articolo 1 della Convenzione include alcune definizioni usate nel trattato, tra cui si sottolinea quella di “underwater cultural heritage”:

(a) “Underwater cultural heritage” means all traces of human existence having a cultural, historical or archaeological character which have been partially or totally under water, periodically or continuously, for at least 100 years such as:

    (i) sites, structures, buildings, artefacts and human remains, together with their archaeological and natural context;

    (ii) vessels, aircraft, other vehicles or any part thereof, their cargo or other contents, together with their archaeological and natural context; and

    (iii) objects of prehistoric character.

(b) Pipelines and cables placed on the seabed shall not be considered as underwater cultural heritage.

(c) Installations other than pipelines and cables, placed on the seabed and still in use, shall not be considered as underwater cultural heritage.

 

Il rapporto con la Convenzione UNCLOS del 1982 sul diritto del mare

È sorprendente vedere che agli inizi di un trattato vi sia una norma che richiami la relazione con un altro trattato internazionale. All’articolo 4 infatti si legge:

Nothing in this Convention shall prejudice the rights, jurisdiction and duties of States under international law, including the United Nations Convention on the Law of the Sea. This Convention shall be interpreted and applied in the context of and in a manner consistent with international law, including the United Nations Convention on the Law of the Sea.

 

L’articolo 4 invece include un tema delicato sul recupero dei beni culturali subacquei che si trovino in tutte quelle zone (zone contigue di 24 miglia marine) in cui si applica la “law of salvage or law of finds”. L’articolo prevede che:

Any activity relating to underwater cultural heritage to which this Convention applies shall not be subject to the law of salvage or law of finds, unless it:

  • is authorized by the competent authorities, and
  • is in full conformity with this Convention, and
  • ensures that any recovery of the underwater cultural heritage achieves its maximum protection.

 

Bisogna ricordare che la zona contigua coincide con l’area archeologica e che il patrimonio culturale subacqueo situato all’interno delle acque interne marine è soggetto alla giurisdizione dello Stato costiero.

Il problema della “law of salvage or law of finds” è che nell’attuale sistema di diritto internazionale la tutela dei beni culturali è imperfetta perché c’è la possibilità concreta della regola “primo arrivato, meglio servito” ai danni degli interessi dello Stato costiero e dello Stato di origine dei beni ove questi non coincidano. Purtroppo infatti il pericolo che ci siano attività incontrollate è concreto poiché l’articolo 303, par. 3, della Convenzione UNCLOS stabilisce che:

Nothing in this article affects the rights of identificable owners, the law of salvage or other rule of admiralty, or laws and practices with respect to cultural exchanges

 

Altre disposizioni per la tutela del patrimonio culturale subacqueo

In base all’articolo 7 gli Stati membri, nell’esercizio della loro sovranità nelle loro acque interne, hanno il diritto esclusivo di regolare e autorizzare le attività dirette al patrimonio culturale subacqueo. L’articolo 8 invece dà la possibilità agli Stati membri di regolare e autorizzare attività dirette al patrimonio culturale subacqueo all’interno della loro zona contigua nel rispetto degli articoli 9 e 10.

L’articolo 9 prevede che tutti gli Stati Parte hanno la responsabilità di proteggere il patrimonio culturale subacqueo nella zona economica esclusiva e sulla piattaforma continentale tanto che ogni Stato deve essere avvisato per qualsiasi attività riguardante il patrimonio culturale nelle proprie acque e che qualora sia un altro Stato a scoprire qualcosa nella zona economica esclusiva o sulla piattaforma continentale di un altro Stato deve comunicare la scoperta fatta e, se fatta un’attività, presentare un documento rapidamente. Al paragrafo 5 è stabilito un principio di collaborazione poco efficace: ogni Stato membro infatti può dichiarare (may declare) allo Stato Parte nella cui zona economica esclusiva o sulla cui piattaforma continentale si trova il patrimonio culturale subacqueo di essere consultato su come garantire l’efficace protezione di quel patrimonio culturale subacqueo. La disposizione inoltre precisa che la dichiarazione deve basarsi su un collegamento verificabile, in particolare un collegamento culturale, storico o archeologico, con il patrimonio culturale subacqueo interessato ma non offre una sufficiente tutela nelle parole che ho riportato in parentesi sopra. La possibilità non porta alcun obbligo.

L’articolo 10 dispone che uno Stato parte può proibire o autorizzare qualsiasi attività nei confronti dei beni culturali subacquei che si trovino nella sua zona economica esclusiva o sulla sua piattaforma continentale nel rispetto della giurisdizione stabilita dalla Convenzione UNCLOS. Infatti, qualora uno Stato scopra del patrimonio culturale subacqueo dovrà:

  1. consultare tutti gli altri Stati parte che hanno dichiarato un interesse ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 5, su come proteggere al meglio il patrimonio culturale subacqueo;
  2. coordinare tali consultazioni come “Stato coordinatore”, a meno che non dichiari espressamente di non volerlo fare, nel qual caso gli Stati Parte che hanno dichiarato un interesse ai sensi dell’articolo 9, paragrafo 5, nomineranno uno Stato coordinatore.

 

Lo Stato coordinatore infatti adotta misure per tutelare il patrimonio scoperto e per condurre ricerche preliminari purché tutti gli Stati consultori (cioè quelli che hanno dichiarato l’interesse ex. articolo 9, paragrafo 5) siano d’accordo.

 

Le misure che gli Stati possono adottare

In base all’articolo 14, gli Stati adottano misure per impedire l’ingresso nel loro territorio, nonché il commercio o il possesso di beni culturali subacquei esportati e/o recuperati illecitamente.

L’articolo 17 invece chiede agli Stati parte di adottare sanzioni e che queste siano adeguate in termini di gravità per poter essere considerate efficaci nel garantire la conformità con la Convenzione e per poter scoraggiare le violazioni ovunque si verifichino. Inoltre le sanzioni devono privare i trasgressori dei benefici derivanti dalle loro attività illegali. Questa norma è legata all’articolo 18, in base al quale si dispone che gli Stati devono adottare le misure necessarie per il sequestro nel loro territorio del patrimonio culturale subacqueo che sia stato recuperato in maniera non conforme alla Convenzione. I beni così recuperati sono soggetti a un regime speciale in nome del “public benefit”, prendendo in considerazione il bisogno di conservazione e di ricerca, di ricomposizione di una collezione perduta e di un legame verificabile con un altro Stato. In nome di tale tutela, risponde appieno l’articolo 19. Tale articolo stabilisce che lo scambio di informazioni sia di assoluta importanza per la condivisione di fattori che possano aiutare alla tutela e allo studio del patrimonio culturale subacqueo. La Convenzione poi procede sottolineando sia il dovuto coinvolgimento dell’opinione pubblica sia della cooperazione nell’addestramento e nella formazione in archeologia sottomarina.

Di notevole impatto, almeno in teoria, è la volontà di sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore e l’importanza del patrimonio culturale subacqueo e sull’importanza di proteggerlo (anche) ai sensi della presente Convenzione.

Informazioni

[1] UNESCO Convention on the Protection of the Underwater Cultural Heritage

[2] Ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, con Allegato, adottata a Parigi il 2 novembre 2001, e norme di adeguamento dell’ordinamento interno, in GU n. 262 del 10 novembre 2009

[3] In tema di criminalità si veda: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/05/il-traffico-illecito-di-beni-culturali/

[4] Attività di recupero dei beni culturali sono favorite anche da organizzazioni di polizia oltre che da trattati tra Stati. Ho parlato quindi in un altro articolo dell’Interpol e della cooperazione nella lotta al traffico illecito dei beni culturali: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/linterpol-nella-lotta-al-traffico-illecito-di-beni-culturali/


Art. 73 DPR 309/90

Art. 73 DPR 309/90: le condotte punite

In tema di produzione e traffico di droga l’art. 73 DPR 309/90 è norma base dei reati in materia di stupefacenti.Un’analisi delle condotte punite

L’art. 73 DPR 309/90: il testo della disposizione

L’art. 73 DPR 309/90[1] è la pietra angolare dei reati in materia di stupefacenti. Sottolineando che il testo unico in materia di stupefacenti intende tutelare il bene giuridico della salute pubblica, si discute da tempo dell’efficacia di un assetto normativo così complesso proprio per il tema della salvaguardia di diritti fondamentali. Sono state tipizzate varie condotte che devono essere represse per la tutela dell’ordine pubblico e della salute a partire dalla firma di trattati internazionali di cui l’Italia è parte.

Tornando all’art. 73, la norma prevede che:

1. Chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’art. 17, coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope di cui alla tabella I prevista dall’art. 14, è punito con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000.

1-bis. Con le medesime pene di cui al comma 1 è punito chiunque, senza l’autorizzazione di cui all’art. 17, importa, esporta, acquista, riceve a qualsiasi titolo o comunque illecitamente detiene:

a) sostanze stupefacenti o psicotrope che per quantità, in particolare se superiore ai limiti massimi indicati con decreto del Ministro della salute emanato di concerto con il Ministro della giustizia sentita la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento nazionale per le politiche antidroga, ovvero per modalità di presentazione, avuto riguardo al peso lordo complessivo o al confezionamento frazionato, ovvero per altre circostanze dell’azione, appaiono destinate ad un uso non esclusivamente personale;

b) medicinali contenenti sostanze stupefacenti o psicotrope elencate nella tabella II, sezione A, che eccedono il quantitativo prescritto. In questa ultima ipotesi, le pene suddette sono diminuite da un terzo alla metà.

2. Chiunque, essendo munito dell’autorizzazione di cui all’art. 17, illecitamente cede, mette o procura che altri metta in commercio le sostanze o le preparazioni indicate nelle tabelle I e II di cui all’art. 14, è punito con la reclusione da sei a ventidue anni e con la multa da euro 26.000 a euro 300.000.

3. Le stesse pene si applicano a chiunque coltiva, produce o fabbrica sostanze stupefacenti o psicotrope diverse da quelle stabilite nel decreto di autorizzazione.

4. Quando le condotte di cui al comma 1 riguardano i medicinali ricompresi nella tabella II, sezioni A, B, C e D, limitatamente a quelli indicati nel numero 3-bis) della lettera e) del comma 1 dell’art. 14 e non ricorrono le condizioni di cui all’art. 17, si applicano le pene ivi stabilite, diminuite da un terzo alla metà.

5. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente art. che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329.

5-bis. Nell’ipotesi di cui al comma 5, limitatamente ai reati di cui al presente art. commessi da persona tossicodipendente o da assuntore di sostanze stupefacenti o psicotrope, il giudice, con la sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti a norma dell’art. 444 del codice di procedura penale, su richiesta dell’imputato e sentito il pubblico ministero, qualora non debba concedersi il beneficio della sospensione condizionale della pena, può applicare, anziché le pene detentive e pecuniarie, quella del lavoro di pubblica utilità di cui all’art. 54 del decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274, secondo le modalità ivi previste. Con la sentenza il giudice incarica l’ufficio locale di esecuzione penale esterna di verificare l’effettivo svolgimento del lavoro di pubblica utilità. L’ufficio riferisce periodicamente al giudice. In deroga a quanto disposto dal citato art. 54 del decreto legislativo n. 274 del 2000, il lavoro di pubblica utilità ha una durata corrispondente a quella della sanzione detentiva irrogata. Esso può essere disposto anche nelle strutture private autorizzate ai sensi dell’art. 116, previo consenso delle stesse. In caso di violazione degli obblighi connessi allo svolgimento del lavoro di pubblica utilità, in deroga a quanto previsto dal citato art. 54 del decreto legislativo n. 274 del 2000, su richiesta del pubblico ministero o d’ufficio, il giudice che procede, o quello dell’esecuzione, con le formalità di cui all’art. 666 del codice di procedura penale, tenuto conto dell’entità dei motivi e delle circostanze della violazione, dispone la revoca della pena con conseguente ripristino di quella sostituita. Avverso tale provvedimento di revoca è ammesso ricorso per cassazione, che non ha effetto sospensivo. Il lavoro di pubblica utilità può sostituire la pena per non più di due volte.

5-ter. La disposizione di cui al comma 5-bis si applica anche nell’ipotesi di reato diverso da quelli di cui al comma 5, commesso, per una sola volta, da persona tossicodipendente o da assuntore abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope e in relazione alla propria condizione di dipendenza o di assuntore abituale, per il quale il giudice infligga una pena non superiore ad un anno di detenzione, salvo che si tratti di reato previsto dall’art. 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale o di reato contro la persona.

6. Se il fatto è commesso da tre o più persone in concorso tra loro, la pena è aumentata.

7. Le pene previste dai commi da 1 a 6 sono diminuite dalla metà a due terzi per chi si adopera per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, anche aiutando concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti.

7-bis. Nel caso di condanna o di applicazione di pena su richiesta delle parti, a norma dell’art. 444 del codice di procedura penale, è ordinata la confisca delle cose che ne sono il profitto o il prodotto, salvo che appartengano a persona estranea al reato, ovvero quando essa non è possibile, fatta eccezione per il delitto di cui al comma 5, la confisca di beni di cui il reo ha la disponibilità per un valore corrispondente a tale profitto o prodotto.

 

Il primo comma dell’art. 73 DPR 309/90

Partendo dal presupposto che l’art. 73 DPR 309/90 si lega all’art. 75, disposizione che rappresenta il fulcro del sistema sanzionatorio amministrativo, è bene comprendere di cosa si parli a livello di condotte punite. L’architettura repressiva del Testo Unico sugli stupefacenti infatti è costruita secondo un modello di “doppio binario” in cui ai fatti penalmente rilevanti individuati dall’art. 73 si affiancano gli illeciti amministrativi dell’art. 75. Quando vi è rilevanza penale e quando amministrativa? Dipende dalla destinazione della droga: se questa è a uso esclusivamente personale si considera l’illecito amministrativo. Ciò deve essere dimostrato dal giudice, caso per caso. Ricordo inoltre che soltanto alcune delle condotte previste dall’art. 73 sono considerate compatibili con l’uso personale: l’importazione illecita, l’esportazione, l’acquisto, la ricezione a qualsiasi titolo, la detenzione.

Ora, tenendo in considerazione che le condotte di produzione, fabbricazione, estrazione e raffinazione sono incriminate dall’art. 73 DPR 309/90 e che queste consistono in attività materiali finalizzate ad ottenere sostanze stupefacenti, la coltivazione fa parte di condotte neutre che possono essere finalizzate tanto all’uso personale quanto alla cessione. Sul tema della coltivazione ad uso personale infatti vi è una sterminata quanto tortuosa serie di pronunce giurisprudenziali.

Nell’art. 73 DPR 309/90, nei commi 1 e 1 bis, sono elencati i processi che riguardano gli stupefacenti ed è quindi meglio cercare di capire cosa si intenda per ciascuno di questi termini. Vediamoli con un breve elenco:

  • Coltivazione: riguarda l’attività di ottenere un rendimento dal terreno in uso. Questo ovviamente non è possibile per le sostanze chimiche.
  • Produzione: è l’attività volta ad ottenere la sostanza stupefacenti dalle spese vegetali. È quindi l’attività successiva alla “Coltivazione”.
  • Fabbricazione: è un’attività simile a quella di “Produzione” dato che la fabbricazione si occupa in realtà di una preparazione della droga dal punto di vista di processi chimici o sintetici.
  • Estrazione: è l’attività che consiste nella separazione dal principio attivo dal vegetale che lo contiene.
  • Raffinazione: è l’attività che consiste nel ricavare, a partire dal prodotto grezzo o naturale, la sostanza stupefacente attraverso metodi chimici o fisici. La raffinazione riguarda specificamente l’eroina[2], sostanza ricavata dall’oppio.

 

Il primo comma dell’art. 73 DPR 309/90 menziona la tabella 1. Che cos’è? La Tabella in questione[3], aggiornata al 23 dicembre 2019[4], contiene le sostanze più pericolose (e più ricorrenti nei ritrovamenti delle operazioni antidroga) come l’oppio e i derivati oppiacei, le foglie di coca e i derivati, anfetamina e sostanze affini e gli allucinogeni. La presenza di queste sostanze nella Tabella I è lo specchio della politica antidroga e proibizionista. I prodotti menzionati infatti non sono soltanto collegati al sistema sanzionatorio italiano ma rappresentano quelle sostanze su cui la comunità internazionale da anni ha posto al centro della “war on drugs” e dei trattati internazionali[5] la massima forma repressiva.

 

Le condotte punite

I primi 4 commi dell’art. 73 DPR 309/90 circoscrivono i fatti non lievi. I commi 5, 5-bis e 5-ter sono invece i fatti di lieve entità. Anche nella valutazione della lieve entità c’è molta giurisprudenza.

Il comma 1 punisce un ampio stretto di condotte, come ho spiegato prima, riconducibili alla produzione, traffico e detenzione delle sostanze elencate nella tabella I dell’art. 14 del Testo Unico sugli stupefacenti. Le condotte sanzionate sono quelle senza l’autorizzazione di cui all’art. 17. È un elemento negativo del reato così che le condotte tipizzate per essere punibili devono essere state realizzate senza autorizzazione. Tale certificazione infatti è indispensabile per “coltivare, produrre, fabbricare, impiegare, importare, esportare, ricevere per transito, commerciare a qualsiasi titolo o comunque detenere per il commercio sostanze stupefacenti o psicotrope”.  In base poi ai commi 2 e 3 si prevede che:

2. Dall’obbligo dell’autorizzazione sono escluse le farmacie, per quanto riguarda l’acquisto di sostanze stupefacenti o psicotrope e per l’acquisto, la vendita o la cessione di dette sostanze in dose e forma di medicamenti.

3. L’importazione, il transito o l’esportazione di sostanze stupefacenti o psicotrope da parte di chi è munito dell’autorizzazione di cui al comma 1, sono subordinati alla concessione di un permesso rilasciato dal Ministro della sanità in conformità delle convenzioni internazionali e delle disposizioni di cui al titolo V del presente testo unico.

 

Bisogna ricordare che è sufficiente anche una sola delle condotte (coltivazione, produzione, fabbricazione, estrazione, raffinazione) in assenza dell’autorizzazone per la configurazione del reato.

I commi 2 e 3 dell’art. 73 DPR 309/90 prevedono due figure di reato proprio e riguardano il soggetto munito dell’autorizzazione di cui all’art. 17. Al comma 2 sono punite le condotte di illecita cessione o commercio di droghe “pesanti”, mentre al comma 3 sono incriminati fatti di coltivazione, produzione e fabbricazione di sostanze diverse da quelle autorizzate. Ci sono tra l’altro sanzioni molto più severe per chi coltivi, produca e fabbrichi sostanze diverse da quelle autorizzate ex comma 3: reclusione da 8 a 22 anni e multa da 25.882 a 309.874 euro.

Il comma 4 stabilisce che se taluno dei fatti individuati ai commi 1, 2 e 3 riguarda le sostanze di cui alle tabelle II e IV previste dall’art. 14 (droghe “leggere”), si applicano sanzioni più lievi rispetto a quelle previste per le droghe “pesanti”.

Il comma 5 prevede la lieve entità per i fatti descritti in relazione a, testualmente, “la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze”. La pena è comunque la reclusione da 6 mesi a 4 anni.

In base al comma 6 vi è un aumento della pena se il fatto è commesso da 3 o più persone in concorso tra loro. Si tratta di un’aggravante prevista dal testo dell’art. 14 comma 1, 26 giugno 1990, n. 162, poi trasfuso nell’art. 73 DPR 309/90 e non più modificato.

Infine, il comma 7 prevede l’attenuante della collaborazione. Si prevede con questa uno sconto di pena piuttosto elevato che va dalla metà ai due terzi. Particolarmente importante è la sentenza della Corte Costituzionale n. 74 del 2016 e alla relazione della collaborazione con il risultato da raggiungere: non basta fornire informazioni per ottenere uno sconto di pena ma bisogna valutare concretamente il contributo offerto in relazione al risultato raggiunto.

Informazioni

Insolera, G., Della Ragione, L. and Spangher, G. (2019) I reati in materia di stupefacenti : fattispecie monosoggettive, criminalità organizzata, profili processuali. Giuffrè Francis Lefebvre (Teoria e pratica Maior. Penale e processo)

Gambardella, M. (2017) Norme incostituzionali e nuovo sistema degli stupefacenti. Sapienza Università editrice (Studi e ricerche. Diritto, politica, economia; 56)

https://archiviodpc.dirittopenaleuomo.org/upload/1393668560quadro%20storico%20nuovo.pdf

[1] Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza

[2] Non è un caso se l’eroina è ottenuta in “raffinerie”: da 10 kg di sostanza di base si ottiene mediamente 1 kg di prodotto raffinato

[3] Qui l’intera lista delle sostanze della Tabella I: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pagineAree_3729_0_file.pdf

[4] Le tabelle sono aggiornate generalmente con Decreto ministeriale (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana) ogniqualvolta se ne presenti la necessità

[5] Ne ho parlato in quest’altro art.: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/08/traffico-di-droga-nel-diritto-internazionale/