Afghanistan traffico illecito beni culturali

L'Afghanistan e il traffico illecito di beni culturali

Perché l’Afghanistan è una miniera d’oro per il traffico illecito di beni culturali? Una serie concatenate di cause spiega il motivo

 

Le ferite aperte dell’Afghanistan e il traffico illecito di beni culturali

L’Afghanistan è uno Stato che da molti anni soffre un’instabilità generale. Tra i tanti problemi[1], anche se è poco conosciuto, c’è il traffico illecito di beni culturali[2]. Ci sono infatti numerosi studi che confermano che l’Afghanistan sia uno stato di origine dei beni culturali. Con questa espressione si indica uno Stato il cui patrimonio culturale[3] sia stato rubato e illegittimamente esportato. E non si cada nell’errore che la qualifica (come viene detto in inglese di source country) sia una condizione esclusiva dell’Afghanistan[4].

La presenza di inestimabili beni culturali però non fa gola solamente ai commercianti disonesti, ai curatori d’aste compiacenti o ai compratori che intendono rimanere anonimi il più a lungo possibile. Infatti anche i gruppi terroristi intendono mettere le mani su queste ricchezze. Pezzi antichi, ori, statue e preziosi finemente lavorati rappresentano ottimi investimenti per il finanziamento delle attività terroristiche. Se poi a queste attività si aggiunge la distruzione dei beni, l’Afghanistan è forse lo Stato che più ha subito l’onta della riduzione in polvere (letteralmente, e vedremo perchè) del proprio patrimonio culturale.

 

Più cause, un unico sconfitto: il patrimonio culturale afgano

L’Afghanistan è severamente colpito dal traffico illecito dei beni culturali. La difficile situazione interna a seguito di due invasioni militari e poi il conflitto tra governo centrale e gruppi dei talebani dagli anni 90 crea deboli presupposti per una salvaguardia sufficiente del patrimonio nazionale. Tra le cause del danneggiamento del patrimonio afgano, ricchissimo e oggetto di influenze di numerose civiltà[5], vi è, sorprendentemente, l’urbanizzazione e la crescita della popolazione nelle città[6].

Inoltre la presenza di gruppi terroristici non aiuta ad arginare il fenomeno del traffico illecito, specie del saccheggio dei beni culturali[7] e della distruzione dei beni culturali: il caso più eclatante è stata la distruzione delle statue dei Buddah di Bamiyan nel 2001 da parte dei talebani. Ma c’è di più. Le ricerche effettuate e i casi scoperti nel traffico internazionale di beni culturali hanno mostrato diverse forme organizzative criminali. Negli ultimi anni si è data sempre più importanza al rapporto tra il furto o il saccheggio di opere d’arte o di beni archeologici e il finanziamento di attività illecite[8].

Come citato[9] in Charney:

I gruppi terroristici fondamentali si affidano alle antichità saccheggiate come una delle principali fonti di finanziamento. Mohammed Atta ha cercato di vendere antichità saccheggiate nel 1999 come fonte di finanziamento per gli attacchi dell’11 settembre. In regioni come l’Afghanistan, gli agricoltori locali scavano tesori sotterranei e li vendono a organizzazioni criminali o governative locali per una piccola frazione del loro valore effettivo. Le antichità poi vengono contrabbandate all’estero, con una falsa provenienza e vendute, spesso su un mercato aperto, a ignari musei e collezionisti che non immaginerebbero mai che il loro acquisto possa finanziare indirettamente i talebani. Uno dei modi più importanti per convincere il pubblico in generale e i governi a prendere sul serio il crimine artistico tanto quanto merita è quello di evidenziare i modi in cui questa categoria di crimine apparentemente innocua non solo esaurisce e danneggia l’arte del mondo e la sua comprensione di essa, ma alimenta anche il commercio di armi, il traffico di droga e l’attività terroristica.[10].

 

Il saccheggio di beni culturali

Il saccheggio di beni culturali, in particolare[11], avviene per cause economiche e per la povertà dei cittadini. In Van Krieken-Pieters si legge:

Il problema più importante attualmente è il saccheggio indiscriminato di siti archeologici conosciuti e sconosciuti. Interi siti sono stati scavati utilizzando pale e bulldozer. Ad Aï Khanoum, una città greca probabilmente fondata da Alessandro Magno, furono scoperte tracce di un teatro, una palestra e dei mosaici. Tutto ciò che resta oggi è un campo adatto solo alla coltivazione. Altri esempi di siti che sono caduti vittima di scavatori illegali che lavorano per commercianti senza scrupoli sono i numerosi siti buddisti di Hadda e le montagne dorate di Tellya Tepe. È impossibile proteggere i siti in un Paese che è ancora soggetto a guerre latenti e dove è troppo pericoloso avviare scavi ufficiali.[12].

 

Inoltre nei risultati ottenuti dall’analisi sul saccheggio dei beni culturali in Afghanistan di Hammer et al. si legge[13]:

La nostra analisi indica una tempistica prolungata per i saccheggi in Afghanistan, con quantità significative di danni ai siti verificatisi prima e dopo l’invasione degli Stati Uniti e che continuano fino ad oggi. I danni ai siti in Afghanistan sono causati da una pluralità di fattori non direttamente motivati dalla vendita di antichità saccheggiate. Tuttavia, questi fattori (in particolare l’agricoltura e lo sviluppo) distruggono i siti e aprono possibilità di saccheggio dei manufatti. I saccheggi in corso si verificano in tutto il paese, ma sono fortemente concentrati nelle aree settentrionali che non sono state roccaforti talebane. Ciò suggerisce che attori di varie fazioni e affiliazioni etniche siano coinvolti nel saccheggio e nel traffico di antichità, non solo i talebani estremisti.[14].

 

Afghanistan e il traffico illecito dei beni culturali: bastano i trattati internazionali?

Una maggior cooperazione internazionale sarebbe auspicabile dato che l’attuale sistema dei trattati[15] non consente una tutela piena ed efficace. Nonostante infatti l’ampia rete di collegamenti e di sforzi comuni delle organizzazioni internazionali (ICCROM, INTERPOL, UNICRI, UNIDROIT, a capo delle quali vi è simbolicamente l’UNESCO[16]), è richiesto, a parere di chi scrive, un impegno più costante nella lotta al traffico illecito dei beni culturali.

Tra i progetti a conduzione UNESCO da menzionare, vi è quello dell’International Coordination Committee for the Safeguarding of Afghanistan’s Cultural Heritage (ICC). Si intravedono inoltre spiragli di luce anche con il ripristino di collezioni del Museo Nazionale Afghano[17] oppure la restaurazione del tetto dell’antica moschea di Haji Pyada[18]. A tutto questo dovrà seguire un impegno profondo frutto sia di una scelta politica precisa che dell’impegno della società afghana: la lotta al traffico illecito di beni culturali in Afghanistan passa soprattutto da qui.

Informazioni

Campbell, The illicit antiquities trade as a transnational criminal network: characterizing and anticipating trafficking of cultural heritage, in International Journal of Cultural Property, 2013, p. 126

Charney, Denton and Kleberg, Protecting Cultural Heritage from Art Theft: International Challenge, Local Opportunity, in FBI Law Enforcement Bulletin, 2012

Hammer et al., Remote assessments of the archaeological heritage situation in Afghanistan, in Journal of Cultural Heritage, 2018

Kristy, The impact of urban sprawl on cultural heritage in Herat, Afghanistan: a GIS analysis, in Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage, 2018, p. e00086

https://www.unodc.org/unodc/en/about-unodc/campaigns/list-of-further-resources-on-trafficking-in-cultural-property.html

https://whc.unesco.org/en/activities/245/

[1] Sulla situazione più recente dell’Afghanistan da un punto di vista politico e istituzionale rimando all’articolo di Annarita Silverii: https://www.dirittoconsenso.it/2021/01/16/afghanistan-e-talebani-difficili-trattative/

[2] Deve essere chiaro che il problema del traffico illecito di beni culturali è di dimensione internazionale anche se meno noto di altre forme di criminalità transnazionale. Rimando in particolare agli sforzi dell’INTERPOL come organizzazione internazionale per la lotta al fenomeno criminale: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/interpol-lotta-traffico-illecito-beni-culturali/

[3] È interessante notare che Italia e Afghanistan hanno intrapreso misure per la tutela del patrimonio culturale. L’Italia ad esempio ha lanciato la Ghazni Italian Archaeological Mission in Afghanistan. Grazie a specifici accordi con l’Archaeology Institute of Afghanistan, la Missione collabora agli scavi di siti buddhisti nella zona di Kabul. Impegnata nella conservazione non solo fisica dei beni archeologici e artistici, ma anche del loro valore di testimonianza storica, la Missione ne cura il restauro, la corretta documentazione e lo studio e ne promuove e condivide la conoscenza, anche attraverso risorse digitali condivisibili. Maggior informazioni si trovano a questo indirizzo: http://ghazni.bradypus.net/archaeological_mission

[4] Nella categoria di source countries rientrano l’Italia, la Grecia, gli Stati del sud-est asiatico e del Medio Oriente e, in forme minori, l’America meridionale

[5] L’Enciclopedia Treccani riporta nella storia dell’Afghanistan un continuo crocevia di popoli (greci, turchi, iranici in passato, oggi Pashtun, Hazara, Uzbeki, Balkh e altri minori), regni (dinastia degli Achemenidi, Impero seleucida, dinastia dei Ghaznavidi, etc.), culture e religioni (paganesimo, zoroastrismo, buddismo e islamismo).

[6] Kristy, The impact of urban sprawl on cultural heritage in Herat, Afghanistan: a GIS analysis, in Digital Applications in Archaeology and Cultural Heritage, 2018, p. e00086

[7] Van Krieken-Pieters, Afghanistan’s cultural heritage an exceptional case? In Brodie, Kersel, Luke and Tubb, Archaeology, cultural heritage, and the antiquities trade, Gainesville, Florida, 2006, pp. 227-235

[8] Anche il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si è espresso negli ultimi anni. Si contano alcune risoluzioni sulla vendita dei beni culturali rubati da istituti culturali e musei iracheni o illecitamente scavati o rimossi da contesti archeologici in Iraq e venuti dall’ISIS. In particolare si consiglia la lettura della risoluzione 2347/2017 del Consiglio di Sicurezza, la prima che si concentra esclusivamente sulla protezione dei beni culturali, ribadisce la necessità di fermare il traffico illecito di beni culturali sottolineando il legame tra tale attività e il finanziamento delle attività terroristiche.

[9] Charney, Denton and Kleberg, Protecting Cultural Heritage from Art Theft: International Challenge, Local Opportunity, in FBI Law Enforcement Bulletin, 2012, p. 2

[10] Traduzione dall’inglese. Testo originale: “Fundamental terrorist groups rely on looted antiquities as a major funding source. Mohammed Atta tried to sell looted antiquities in 1999 as a funding source for the 9/11 attacks. In regions, such as Afghanistan, local farmers dig up treasure troves beneath the soil and sell them to local criminal or government organizations for a tiny fraction of their actual value. The antiquities then are smuggled abroad, given a false provenance, and sold, often on an open market to unsuspecting museums and collectors who never would imagine that their purchase might indirectly fund the Taliban. One of the most important ways to get the general public and governments alike to take art crime as seriously as it warrants is to highlight the ways in which this seemingly innocuous category of crime not only depletes and damages the world’s art and its understanding of it but also fuels the arms trade, drug trafficking, and terrorist activity.

[11] È bene ricordare infatti che le cause interne alla rimozione di beni culturali o alla distruzione di questi varia da Stato a Stato o addirittura da regione a regione. Per esempio in Italia è noto il fenomeno dei tombaroli nonostante l’operato di questi criminali non sia dettato dal bisogno di sopravvivere perché in condizioni di indigenza o di conflitti interni. Ho scritto un articolo su queste figure, di seguito il link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/07/13/chi-sono-i-tombaroli/

[12] Traduzione dall’inglese. Testo originale: “The most important problem at present is the indiscriminate plundering of both known and unknown archaeological sites. Complete sites have been dug up using shovels and bulldozers. At Aï Khanoum, a Greek town probably founded by Alexander the Great, traces of a theatre, gymnasium, and mosaics were discovered. All that is left today is a field that is fit only for growing crops. Other examples of sites that have fallen victim to illegal diggers working for unscrupulous dealers are the numerous Buddhist sites of Hadda and the golden mounds of Tellya Tepe. It is impossible to protect sites in a country that is still subject to latent war and where it is too dangerous to start official excavations.

[13] Hammer et al., Remote assessments of the archaeological heritage situation in Afghanistan, in Journal of Cultural Heritage, 2018, p. 142

[14] Traduzione dall’inglese. Testo originale: “Our analysis indicates a protracted timeline for looting in Afghanistan, with significant amounts of damage to sites occurring before and after the US invasion and continuing up to the present. Damage to sites in Afghanistan is caused by a plurality of factors not directly motivated by the sale of looted antiquities. Nonetheless, these factors (especially agriculture and development) destroy sites and open up possibilities for the looting of artifacts. Ongoing looting occurs across the country, but it is heavily concentrated in northern areas that have not been Taliban strongholds. This suggests that actors of various factions and ethnic affiliations engage in looting and antiquities trafficking, not just the extremist Taliban.

[15] Bisogna citare principalmente la Convenzione dell’Aia del 1954 e la Convenzione UNESCO del 1970 (che costituiscono un sistema cosiddetto complementare) più altre convenzioni minori. Anche il patrimonio culturale subacqueo è tutelato, non dimentichiamolo. In merito si veda: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/13/convenzione-protezione-patrimonio-culturale-subacqueo/

[16] Ho parlato dell’UNESCO e delle Convenzioni del 1954 e del 1970 che regolano la materia della restituzione dei beni culturali in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/21/unesco-trattati-contro-traffico-illecito-beni-culturali/

[17] Più in dettaglio si veda: https://whc.unesco.org/en/activities/503

[18] Più in dettaglio si veda: https://whc.unesco.org/en/activities/256


Linguaggio giuridico

Una critica al linguaggio giuridico

Perché il linguaggio giuridico è così complesso? Cosa ci può aiutare nella comprensione di un linguaggio così tecnico e specifico?

 

Cos’è il linguaggio giuridico?

Il linguaggio giuridico è un linguaggio settoriale della lingua italiana. Un linguaggio settoriale è quello proprio di uno specifico ambito, in particolare tecnico o scientifico. Esso viene utilizzato in testi di vario genere: dalle norme di legge, alle sentenze, alle ordinanze, fino alle monografie e agli articoli[1].

Una caratteristica distingue il linguaggio giuridico dagli altri linguaggi settoriali: descrive ed al tempo stesso crea il diritto. Ad esempio, se la parola utilizzata per descrivere una fattispecie di reato è assente in un ordinamento, in quell’ordinamento un certo comportamento non configurerà reato e non sarà perseguibile dalla legge.

Proprio per questo motivo è importante che il linguaggio giuridico sia semplice e preciso. Se il diritto serve a fornire ai singoli individui che compongono la società le regole per una corretta convivenza non è forse logico che essi siano messi nella condizione di comprendere[2] simili regole?

Dando poi per vero che gli stessi problemi di comprensione non si ripropongano per gli operatori del diritto (cioè coloro che, a vario titolo, con il diritto ci lavorano ogni giorno), è comunque possibile osservare la mutevolezza del linguaggio nei vari tipi di atti giuridici. Si pensi alla differenza tra il linguaggio utilizzato in una sentenza della Corte di Cassazione e quello utilizzato in una disposizione di legge o un atto amministrativo.

Stiamo quindi partendo dal presupposto che gli addetti ai lavori comprendano bene il linguaggio giuridico, ma, se al momento di utilizzarlo, essi producono testi non chiari e non efficaci, è davvero così oppure esiste uno spazio residuale in cui possono insinuarsi dei ragionevoli dubbi?

 

Una lunga tradizione…

La trasparenza comunicativa riguarda tutti i settori, non solo quello giuridico, ma in questo caso la chiarezza del linguaggio utilizzato sembrerebbe una scelta politica: una maggiore o minore trasparenza dei contenuti è sinonimo della volontà di coinvolgere il cittadino. In altre parole, trasparenza è sinonimo di democraticità.

Tutto questo in teoria, ma storicamente il linguaggio giuridico è ancora un po’ quello descritto da Manzoni nell’Azzeccagarbugli o del brigadiere alle prese con la “fedele” trascrizione di un interrogatorio nell’Antilingua di Calvino.

A parere di chi scrive ci troviamo di fronte ad un caso di elephant in the room, ossia di fronte ad un problema del tutto evidente che (quasi) nessuno “nella stanza” ha però ha il coraggio di riconoscere e affrontare.

 

… Alla quale possiamo sostituirne di nuove

Il tecnicismo è presente perché, entro un certo limite, svolge quella funzione creatrice del diritto di cui parlavamo poco fa. Così come un’arteria è cosa diversa da una vena, una legge è cosa diversa da un decreto legge ed è necessario e funzionale che i due concetti vengano lessicalmente distinti.

È però la morfosintassi a creare numerosi grattacapi per chi non “mastica” il diritto. La morfosintassi è quella branca della linguistica che studia il rapporto tra le varie parole di una frase affinché siano correttamente coordinate tra loro. Ad esempio, l’uso di congiunzioni tra periodi, di participi e di forme impersonali sembra a volte finalizzato solo a rendere la frase più formale che a comunicare efficacemente un concetto.

Quella che a prima vista sembrerebbe una banale questione stilistica ha invece un impatto del tutto pratico-concreto sulla vita delle persone. Per ovviare a questo genere di problemi, oltre che ai criteri di chiarezza e precisione, Danovi suggerisce[3] di rifarsi a quelli di:

  1. Logicità,
  2. Completezza,
  3. Sintesi.

 

Un esempio di (brutto) linguaggio giuridico

Per l’anno 2020, al fine di rafforzare l’offerta sanitaria e sociosanitaria territoriale, necessaria a fronteggiare l’emergenza epidemiologica conseguente alla diffusione del virus SARS-Cov-2 soprattutto in una fase di progressivo allentamento delle misure di distanziamento sociale, con l’obiettivo di implementare e rafforzare un solido sistema di accertamento diagnostico, monitoraggio e sorveglianza della circolazione di SARS-CoV-2, dei casi confermati e dei loro contatti al fine di intercettare tempestivamente eventuali focolai di trasmissione del virus, oltre ad assicurare una presa in carico precoce dei pazienti contagiati, dei pazienti in isolamento domiciliare obbligatorio, dimessi o paucisintomatici non ricoverati e dei pazienti in isolamento fiduciario, le regioni e le province autonome adottano piani di potenziamento e riorganizzazione della rete assistenziale.” (primo periodo dell’Art. 1 del D.l. 19 maggio 2020, n. 34[4])

 

È un periodo lunghissimo – di 115 parole – che conta almeno 10 termini tecnici del linguaggio settoriale medico (tra cui spiccano per grado di tecnicismo “paucisintomatici” e “isolamento fiduciario”) senza contare il numero di subordinate che formano il periodo. Esattamente il contrario di quanto espresso nella “Guida alla redazione dei testi normativi” del 2001[5].

Infine, riporto qui un passaggio della sentenza Cass. SS.UU. num. 964/2017 che tratta proprio del binomio sinteticità-chiarezza.

Quanto agli ulteriori aspetti della mancanza di sinteticità e chiarezza, questa Corte di Cassazione ha già avuto modo di chiarire che queste condizioni sono ora fissate nel nostro ordinamento dall’art. 3 c.p.a., comma 2, che esprime un principio generale del diritto processuale, destinato ad operare anche nel processo civile, la cui mancanza espone il ricorrente al rischio di una declaratoria di inammissibilità dell’impugnazione, in quanto rischia di pregiudicare l’intelligibilità delle questioni, rendendo oscura l’esposizione dei fatti di causa e confuse le censure mosse alla sentenza gravata, con ciò ponendosi in contrasto con il principio di ragionevole durata del processo, costituzionalizzato con la modifica dell’art. 111 Cost., e, per altro verso, con il principio di leale collaborazione tra le parti processuali e tra queste ed il giudice risolvendosi, in definitiva, in un impedimento al pieno e proficuo svolgimento del contraddittorio processuale (cfr. Cass. n. 11199/12, Cass. n. 21297/16)” (Cass. SS.UU. num. 964/2017).

 

Anche in questo caso, la struttura della frase potrebbe essere migliorata, ma almeno stiamo assistendo al riconoscimento della necessità di maggior chiarezza del testo da parte della stessa Corte di Cassazione a Sezioni Unite.

 

Verso un diritto più vicino a tutti

Il fatto che, nella stessa sentenza appena riportata, il linguaggio giuridico potrebbe essere impiegato meglio, è prova della difficoltà che gli operatori del diritto incontrano nell’esprimersi, perché, entro un certo grado, non è possibile fare a meno di utilizzare termini tecnici onde evitare distorsioni del concetto che stanno veicolando. Allo stesso tempo, va però anche evidenziata la tendenza degli stessi a non liberarsi da vizi stilistici tipici dell’ormai passato e duri a morire.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese

 

A parere di chi scrive, alla luce del comma 2 dell’art. 3 della Costituzione appena riportato, un impiego più efficace del linguaggio giuridico è garanzia essenziale per il cittadino di uno Stato democratico. È pertanto (o dovrebbe essere) impegno improrogabile del legislatore incoraggiare una riforma dell’attività di produzione degli atti giuridici in modo tale che l’intenzione non resti affermata sulla carta ma diventi la quotidianità di chiunque si accinga ad utilizzare il linguaggio giuridico.

Un migliore impiego del linguaggio giuridico è garanzia essenziale per il cittadino di uno Stato democratico ed è pertanto impegno irrinunciabile procedere a una riforma dello stesso che non si fermi sulla carta, ma diventi attività esercitata quotidianamente e con coscienza da chiunque si accinga ad utilizzarlo.

Informazioni

https://www.palestradellascrittura.it/ricerche/scriverediritto/

Costituzione italiana

“Linguaggio settoriale”, voce dell’Enciclopedia Treccani

F. Danovi, Il linguaggio del processo, Giuffré Editore, 2018

F. Galgano, Le insidie del linguaggio giuridico, Il Mulino, 2010

[1] Il bell’articolo (semplice!) di Roberto Giuliani sul legal design: https://www.dirittoconsenso.it/2020/04/22/legal-design/ per comprendere un nuovo tema del diritto.

[2] Sono diffusi i concetti di burocratese e giuridichese, che danno l’idea peggiorativa di una lingua.

[3] Danovi, p. 181.

[4] Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19. Attenzione inoltre a non confondersi tra i tanti DPCM adottati nel 2020. Su cosa siano i DPCM e sul loro uso rimando a: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/04/dpcm-e-ordinanze-regionali-al-limite-della-legge/

[5] Sconosciuta ai più, la “Guida alla redazione dei testi normativi” del 2001 afferma che “Il precetto normativo ha la valenza di un ordine. Esso, dunque, è efficace ed autorevole solo se è preciso, sintetico e chiaro per il destinatario”.


Cos'è una ndrina

Cos'è una ndrina?

Quando si parla di Ndrangheta bisogna sapere cos’è una ndrina e quali sono i suoi elementi fondanti per conoscere la base organizzativa di questa criminalità

 

Cos’è una ndrina: tra famiglia e territorio

Da anni si sente parlare di Ndrangheta[1] e delle sue ramificazioni in Italia, in Europa e in altri continenti. Innumerevoli operazioni[2] in nome della lotta alla criminalità organizzata dimostrano la potenza di questa organizzazione. Prestando bene attenzione è possibile notare che non è facile colpire l’intera compagine ma è più facile colpire, pur tra tante difficoltà, una o più ndrine. Ma cos’è una ndrina?

Una ndrina è un gruppo familiare. Al centro di questo microcosmo c’è una famiglia di sangue, attorno alla quale si estende una vasta rete di parentele. Una ndrina controlla un territorio, un’area. A capo della famiglia, quindi della ndrina c’è una persona: il capobastone. La ndrina non nasce senza un disegno preciso: si forma dopo l’autorizzazione del locale principale ed è una famiglia nota a tutte le locali.

Il vincolo di sangue è il mezzo per rendere impermeabile la ndrina. La dimensione numerica della cosca è una variabile fondamentale per determinare il potere del suo capo, poiché da essa dipendono la sua forza, in termini di personale disponibile allo scontro armato, nonché la sua capacità di controllare il territorio e di influenzare la vita della comunità. Le ndrine numerose comandano, quelle meno soccombono o devono allearsi con le più potenti.

La coesione interna, continuamente rinsaldata dalla pratica di matrimoni incrociati, e il coinvolgimento di congiunti nelle attività illecite pongono la ndrina al riparo da delazioni e tradimenti.

 

Che differenza c’è tra una ndrina e una cosca?

Cos’è una ndrina? L’abbiamo in parte trattata ma allora cos’è una cosca? Si assiste spesso soprattutto nel gergo giornalistico all’uso di quest’espressione a mò di equivalenza a ndrina. Per essere precisi però la cosca intende un gruppo più ampio rispetto alla ndrina. La cosca è l’intero gruppo di affiliati ad una ndrina.

La cosca intende quindi un gruppo più ampio, fatto di persone che eventualmente oltre a non appartenere a livello parentale con la famiglia dell’omonima cosca non è neanche membro di Ndrangheta.

Inoltre per completare il quadro organizzativo e gerarchico minore, più ndrine nella stessa zona formano il locale. Ciascun locale ha un proprio capobastone (detto sacra corona) , un contabile[3] e un crimine[4].

 

Come si fonda una ndrina?

Ed è proprio il locale ad assumere importanza dato che, secondo una gerarchia di tipo verticistica, questo ha una struttura simile a quella della ndrina. Dopo aver inquadrato cos’è una ndrina bisogna individuare come nasce una ndrina.

Quando il capo di una famiglia (famiglia appartenente ad una ndrina) raggiunge un numero superiore a 49, può chiedere al capobastone nella ndrina di appartenenza di poter creare una ndrina distaccata[5]. Il capofamiglia si reca a San Luca[6] chiedendo l’autorizzazione alla creazione della nuova ndrina. Dovrà però comunicare dove sarà operante la nuova ndrina al capobastone del locale sito fuori dal territorio di origine.

Può anche succedere in un altro modo. Il capobastone di una ndrina può creare altre ndrine distaccate in altri territori. In questo caso è assente la richiesta di autorizzazione ma ha il solo dovere di comunicare al capo del locale (cioè il capobastone di locale, noto anche come sacra corona o mammasantissima) nel cui territorio la ndrina distaccata andrà ad insediarsi.

È per questo motivo che anche qui si ricorre ad espressioni più familiari al grande pubblico come ramificazione delle ndrine, diffusione, colonizzazione o aree di influenza quando in realtà si tratta di ndrine distaccate e non più in alcuni casi direttamente collegate tra loro. Questi sono infatti i casi di ndrine fondate nel nord Italia o in altri Stati, specie Stati Uniti, Canada e Australia.

 

Rapporti tra le ndrine: non è tutto rose e fiori

Anche se la ndrina rappresenta la realtà di tipo familiare o di più gruppi familiari[7] non è affatto detto che una ndrina non entri in conflitto in un contesto in cui siano presenti altre famiglie ndranghetiste. Tutt’altro. Le guerre tra queste possono raggiungere centinaia di vittime nel corso degli anni. Tali conflitti interfamiliari e non raramente anche intrafamiliari sono caratterizzati dalla ferocia e dalla violenza esplosiva: sono le violentissime faide.

Un esempio raccapricciante ma che racchiude in sé questa violenza semi-tribale è quello riportato da Enzo Ciconte in Processo alla ‘Ndrangheta riguardante la faida di Taurianova:

Venerdì 3 maggio 1991. Giorno di vendetta [dopo l’uccisione di Rocco Zagari]. Del tutto prevedibile; anzi addirittura prevista. Quattro le vittime. Una di loro è Giuseppe Grimaldi. Colpito da una raffica violenta di lupara, cade per terra. Il suo assassinio afferra il pesante coltello di acciaio che Grimaldi usava per il lavoro di salumaio, mozza la testa della sua vittima, l’afferra per i capelli e la lancia in aria mentre un suo compagno spara contro quella testa mozzata. Colpita, rimbalza e vola ancora più in alto. […] Una ventina di persone, annichilite dalla scena atroce, sono testimoni dell’ultimo episodio della “guerra civile” di Taurianova […].”

 

La faida si conclude o nel peggiore dei modi, cioè con l’eliminazione della cosca rivale, oppure con un accordo di pace. Alcune faide però sono riesplose[8] dopo anni di silenzio. Celeberrimo rimane anche a distanza di anni la strage di Duisburg.

Cos’è una ndrina allora? È l’embrione della Ndrangheta, una realtà apparentemente minuscola ma che può di per sé contare già una potenza di fuoco, un’organizzazione interna[9] e un codice che non discosta dalle altre. L’essenza pura e cruda della Ndrangheta, di una criminalità organizzata apparentemente invincibile.

Informazioni

N. Gratteri, A. Nicaso, La Malapianta, 2011

E. Ciconte, Processo alla ‘Ndrangheta, 1996

[1] Per comodità riporto la forma priva dell’aspirazione iniziale (‘ndrina, ‘ndrangheta, ‘ndranghetista, etc.). Interessantissima è tra le tante cose l’etimologia di questa parola, che deriverebbe dal greco, per indicare gli uomini d’onore.

[2] Tra queste una delle più recenti è quella che ha coinvolto il presidente del consiglio regionale calabrese e la cosca Grande Aracri: https://catanzaro.gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2020/11/19/la-ndrangheta-investe-sulle-farmacie-colpo-ai-grande-aracri-19-indagati-coinvolto-un-politico-e9f1a370-0d1f-4aec-9cb7-2bd2aed7d89a/ . È chiaro infatti che politica e ndrangheta comunicano tra loro creando un contesto di corruzione, clientelismo e favori di vario genere. Questo argomento l’ho trattato anche in quest’altro articolo per DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2020/02/26/larticolo-416-ter-del-codice-penale-italiano/

[3] Il contabile è colui che gestisce le finanze.

[4] Il crimine è il giudice delle controversie interne, governa le modalità di regolamento dei conti con le cosche rivali, organizzando omicidi, estorsioni e agguati.

[5] La ndrina nascente viene definita bastarda perché si allontana dal contesto originario.

[6] La mamma di San Luca è la locale dell’omonimo paese, di imprescindibile valenza storica per la Ndrangheta.

[7] Legati tra loro per accordi di alleanza, spessissimo via matrimonio.

[8] Come la faida di Oppido Mamertina o quella più antica ma non meno violenta di Motticella.

[9] Composta da varie figure con specifici ruoli come lo sgarrista, il santista, il vangelo etc.


Obiettivi del GAFI/FATF

Gli obiettivi del GAFI/FATF

Gli obiettivi del GAFI sono ben precisi. A cosa rispondono esattamente? E che storia hanno avuto negli ultimi trent’anni?

 

Introduzione al GAFI/FATF

Prima di trattare gli obiettivi del GAFI (Groupe d’Action Financière) faccio una breve introduzione. Il GAFI, che è anche conosciuto con la sigla inglese FATF (Financial Action Task Force on Money Laundering), è un’organizzazione internazionale intergovernativa[1] dedita al contrasto del riciclaggio di denaro[2] e del finanziamento del terrorismo.

Nel 1990 sono state pubblicate le 40 Raccomandazioni[3] del FATF, che negli anni hanno costituito la base di un ampio piano d’azione e di pratiche di prevenzione del riciclaggio di denaro. Con il passare del tempo il FATF si è anche occupato del finanziamento del terrorismo con 9 Raccomandazioni speciali.

Dalla sua fondazione, il numero di membri FATF è cresciuto da 16 a, fine 2020, 39. Ma ciò non basta, specie se, come si vedrà tra poco, si tengono a mente gli obiettivi del GAFI.

 

Gli obiettivi del GAFI

Gli obiettivi del GAFI sono principalmente 3:

  • monitorare i progressi dei paesi membri nell’attuazione delle Raccomandazioni GAFI;
  • analizzare le tecniche e le contromisure di riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo;
  • promuovere l’adozione e l’applicazione delle Raccomandazioni FATF in tutto il mondo.

 

Il FATF incoraggia l’espansione dello sforzo internazionale attraverso gruppi regionali, i cui paesi membri sono sottoposti a valutazioni reciproche sulla stessa linea di quelli applicati ai membri GAFI. Attualmente ci sono 9 gruppi regionali che, insieme al GAFI, si sommano a una rete di circa 190 paesi impegnati per l’integrità del sistema finanziario internazionale.

Diventando membri del GAFI, i paesi si impegnano ad accettare una rigida disciplina per sottoporsi a valutazioni reciproche periodiche. Queste informazioni vengono raccolte e analizzate al fine di guidare l’organizzazione nella sua politica di garantire la conformità con le sue Raccomandazioni. Nel processo di valutazione reciproca, ogni paese viene valutato attraverso la visita di un team di esperti dei governi degli altri paesi membri. Obiettivo del report generato dalla missione è evidenziare la fase di sviluppo delle istituzioni antiriciclaggio del Paese, oltre a individuare le aree che necessitano di maggiore attenzione.

 

Cos’è successo negli ultimi 30 anni per il GAFI

In un’analisi cronologica degli ultimi 30 anni, gli obiettivi del GAFI hanno dovuto rispondere a vari problemi[4]. Teniamo bene a mente che il FATF nasce in un periodo in cui il traffico di droga è già su scala globale: è quindi facile capire perché il primo capitolo della pubblicazione Financial Task Force – 30 years sia “A new task force to keep drug money out of the financial system”. La lotta al reimpiego dei proventi ottenuti dal traffico di stupefacenti è da sempre sotto la costante attenzione delle organizzazioni internazionali, anche del GAFI.

Il secondo ed il terzo capitolo sono invece già incentrati da una parte su quanto raggiunto, dall’altra su cosa si potrà fare. Interessante ad esempio è ripercorrere il report del 2009 Money laundering through the Football Sector oppure, del 2018, un report che colpiva per l’enorme attualità della questione migratoria: il Financial Flows from Human Trafficking. Non ultime, le revisioni delle 40 Raccomandazioni come detto prima.

Il futuro è pieno di nuove sfide. Gli obiettivi del FATF ormai posti da tanti anni dovranno essere considerati adatti per l’innovazione crescente nel settore economico. Pensiamo ai virtual assets[5], al terrorismo più recente o alla proliferazione delle armi di distruzione di massa. Non solo. Testualmente si parla di: “There has been progress, but more has to be done”. Questa frase potrebbe essere adottata da qualsiasi altra organizzazione internazionale che sia impegnata in qualche forma di criminalità organizzata transnazionale.

È per questo che anche il GAFI richiama:

  • ad una maggiore collaborazione tra gli Stati in tema di AML/CFT
  • a migliorare gli strumenti antiriciclaggio costruiti fino ad oggi
  • a criminalizzare il riciclaggio di denaro nei sistemi legali nazionali.

 

Una conclusione con uno sguardo all’Europa

Nel complesso le funzioni del GAFI sono un ottimo insieme di attività per creare misure condivise ed uguali al contrasto al riciclaggio. Questo rappresenta una visione che anche l’Europa può pensare di adottare, magari anche con maggior forza. Dentro un’organizzazione complessa e in un continente in cui la libertà di movimento, la libertà economica e gli scambi commerciali sono pane quotidiano, sarebbe quindi auspicabile che la stessa UE[6] si faccia diretta portatrice delle Raccomandazioni del GAFI.

Informazioni

[1] Ho parlato della sua fondazione in quest’altro articolo per DirittoConsenso: https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/20/il-financial-action-task-force/

[2] La storia della lotta al riciclaggio di denaro è molto particolare. Alcuni ritengono ad esempio che sia stata l’Italia il primo Stato a combattere il fenomeno del riciclaggio dai proventi ottenuti dai sequestri di persona. Altri invece ritengono che la prima forma di lotta al riciclaggio fossero le operazioni delle forze di polizia americane contro la mafia italo-americana negli anni del Proibizionismo del secolo scorso. Personalmente sono più per la prima ipotesi dato che, a seguito del sequestro e dell’uccisione del Primo Ministro Aldo Moro, in Italia, fu emanato il decreto legge 21 marzo 1978, n. 59. Per una visione più recente del fenomeno invito a leggere questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/04/23/il-riciclaggio-internazionale-di-denaro/

[3] Queste sono state riviste e aggiornate nel 1996, nel 2003 e nel 2009 al fine di riflettere le modifiche alle tecniche e alle tendenze del riciclaggio di denaro. Le Raccomandazioni del 2003 rappresentano il risultato più importante, in particolare per quanto riguarda l’identificazione dei clienti e i requisiti di due diligence, i requisiti di segnalazione delle transazioni sospette e i meccanismi di sequestro e congelamento.

[4] Basti pensare, ma senza essere per questo esaustivo, che in origine il GAFI/FATF non prevedeva la lotta al finanziamento del terrorismo. Questo è avvenuto solo dopo l’attentato dell’11 settembre 2001. Per questo motivo si ricorre spesso all’acronimo AML/CFT (Anti Money Laundering / Combating the Financing of Terrorism) in ambito internazionale, non più solo nel GAFI.

[5] Il GAFI ha recentemente posto sotto la propria lente di ingrandimento proprio queste nuove formule economiche-finanziarie.

[6] Per un approfondimento sulla normativa europea antiriciclaggio: https://www.dirittoconsenso.it/2020/10/26/la-normativa-europea-antiriciclaggio-quadro-generale/


Riciclaggio di denaro in Brasile

Il riciclaggio di denaro in Brasile

Il contrasto al riciclaggio di denaro in Brasile si fonda su un intricato sistema di disposizioni che con il tempo è cresciuto sempre di più

 

Dove avviene il riciclaggio di denaro in Brasile?

Il Brasile è oggi un centro finanziario di primaria importanza. Non solo per l’America Latina, ma a livello globale riveste una buona posizione[1] economica.  Il Paese è però anche centro per i transiti di droga[2], data la vicinanza con le aree di produzione della pianta di coca. Non è un caso che la frontiera con Colombia, Perù e Bolivia[3] sia sottoposta a controlli con risultati altalenanti. Ma il riciclaggio di denaro in Brasile deriverebbe solamente dai proventi della grande distribuzione di cocaina o c’è dell’altro?

Il riciclaggio di denaro in Brasile è abbastanza presente. Le attività di riciclaggio sono connesse anche ad altre attività della criminalità locale come il gioco d’azzardo, la corruzione e il contrabbando. I principali canali per le operazioni di riciclaggio sono costituiti dal sistema bancario, dagli investimenti immobiliari, dal mercato degli assets finanziari, dall’acquisto dei beni di lusso e in maniera diffusa dalle attività commerciali.

 

Il sistema di lotta al riciclaggio di denaro in Brasile

Prima di vedere la normativa, qualche informazione di base sul sistema di lotta al riciclaggio. Il Brasile ha firmato i principali trattati internazionali che contengano disposizioni per arginare il fenomeno del riciclaggio, uno su tutti, la Convenzione di Vienna del 1988. Inoltre è parte del GAFI/FATF[4] dal 2000 così come del gruppo regionale collegato al GAFI, il GAFILAT. La lotta al riciclaggio di denaro in Brasile passa anche dalle regole stabilite in tema di prevenzione del riciclaggio e di finanziamento del terrorismo[5].

Il Ministero della Giustizia e della Pubblica Sicurezza (MJSP – Ministério da Justiça e Segurança Pública) è responsabile della pianificazione e dell’attuazione delle politiche pubbliche che promuovono la lotta contro il riciclaggio di denaro e la corruzione.

 

La principale normativa antiriciclaggio

In Brasile ci sono stati vari interventi legislativi. In ordine cronologico si contano:

  • Decreto nº 154, del 1991, che ratifica la Convenzione contro il traffico illecito di stupefacenti e sostanze psicotrope.
  • Lei nº 9613, del 1998, che prevede reati di riciclaggio o occultamento di beni, diritti e valori; impedisce l’utilizzo del sistema finanziario per le attività illecite previste dalla presente legge; crea il Conselho de Controle de Atividades Financeiras – COAF e adotta altre misure.
  • Lei nº 12.683, del 2012, che modifica la legge nº 9.613, del 1998, per rendere più efficiente il perseguimento penale dei reati di riciclaggio di denaro
  • Lei nº 13.170, del 2015, che disciplina l’azione di indisponibilità di beni, diritti o valori a seguito della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul terrorismo
  • Lei nº 13.260, del 2016, che regola la disposizione di cui al punto XLIII dell’art. 5 della Costituzione federale (che disciplina il terrorismo) si occupa di disposizioni investigative e procedurali e riformula il concetto di organizzazione terroristica; e modifica le leggi 7.960 del 1989 e 12.850 del 2013
  • Lei nº 13.810, del 2019, che prevede il rispetto delle sanzioni imposte dalle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, inclusa l’indisponibilità di beni di persone fisiche e giuridiche ed entità, e la designazione nazionale delle persone indagate o accusate di terrorismo, il loro finanziamento o le azioni da intraprendere contro queste; abroga la Lei nº 13.170 del 2015.

 

Il riciclaggio è di casa?

Per citare le informazioni presenti sul sito del Ministério da Economia, si legge[6]:

Nel marzo 1998, continuando gli impegni internazionali assunti dopo la firma della Convenzione di Vienna del 1988, il Brasile ha approvato la legge sul riciclaggio di denaro o la legge n. 9613 del 1998.

Questa legge conferiva a persone fisiche e giuridiche di diversi settori economici e finanziari una maggiore responsabilità per l’identificazione dei clienti e la conservazione delle registrazioni di tutte le transazioni e la segnalazione di transazioni sospette, sottoponendole ulteriormente a sanzioni amministrative per inadempienza agli obblighi.

 

Adeguamento quindi sin dal 1998 e che continua ancora oggi, nell’ottica anche di temi più recenti. Si pensi ai criteri di KYC (know your customer) o alla lotta del finanziamento del terrorismo.

Dal punto di vista mediatico il Brasile ricopre da tempo uno scenario tutto suo data la rilevanza economica. Ci sono stati casi eclatanti in Brasile, che hanno coinvolto spesso politici e grandi imprese. Il caso Lava Jato è il più eclatante[7] per la lotta alla corruzione e al riciclaggio di denaro. Secondo Veja[8] ad esempio il Brasile sarebbe il leader mondiale del riciclaggio perché, per il contesto proprio di questo Stato, rilevano altri importanti fattori come il sistema di compliance, la diffusione della corruzione e l’adozione di protezioni che contrastino gli attacchi cyber. Insomma, un sistema che per le sue lacune offre spazi di manovra. Lava Jato è solo uno. Ma c’è il caso Banestado (solo per citarne un altro di epiche dimensioni). E poi Mensalâo. E tanti altri.

 

Enti, sezioni e organi contro il riciclaggio

Attualmente esistono vari enti ed istituzioni nel campo dei controlli dei movimenti finanziari. Ecco quali:

  • la Soprintendenza delle Assicurazioni Private (Superintendência de Seguros Privados – SUSEP), un organismo direttamente collegato al Ministero delle Finanze e che provvede all’attività di supervisione e di controllo delle assicurazioni;
  • il COFECI (Conselho Federal de Corretores de Imóveis), organo responsabile del controllo sull’etica degli agenti immobiliari in tutto il paese;
  • il BC/BACEN (Banco Central do Brasil), organo collegato al Ministero delle Finanze[9] e principale autorità monetaria del paese con funzioni e competenze specifiche;
  • il PREVIC (Superintendência Nacional de Previdência Complementar), organismo indipendente, legato al Ministero della Previdenza Sociale, preposto alla vigilanza del sistema dei fondi pensione;
  • il Consiglio di Controllo delle Attività Finanziarie (Conselho de Controle de Atividades Financeiras – COAF), un’unità di informazione finanziaria incaricata di raccogliere tutte le informazioni sui movimenti finanziari sospetti e di denunciarli all’ufficio del pubblico ministero o alla polizia federale per avviare le indagini. Creata con la Legge num. 9613 del 3 marzo 1998[10], la legge più importante fino ad oggi sul tema del riciclaggio;
  • la Polizia Federale (Polícia Federal – PF), che ha poteri investigativi in materia di riciclaggio. Solo da pochi anni, per essere precisi, è stato creato un reparto specifico per le indagini finanziarie con personale specializzato e con l’obiettivo di creare una rete in questo settore nonostante la carenza di personale;
  • il Consiglio Nazionale di Giustizia (Conselho Nacional de Justiça – CNJ), ente che ha messo a punto nel 2003 la Strategia Nazionale per la Lotta alla Corruzione e al Riciclaggio di Denaro (Estratégia Nacional de Combate à Corrupção e à Lavagem de Dinheiro – ENCCLA) in Brasile. Ha inoltre lo scopo di coordinare l’azione tra le agenzie governative che lavorano nel settore della prevenzione e del contrasto a tali reati. Ulteriore obiettivo è la creazione di un sistema di raccolta dati per le informazioni sui beni confiscati nell’ambito di procedimenti penali a livello nazionale;
  • il Dipartimento per il Recupero dei Beni e la Cooperazione Giuridica Internazionale del Segretariato Nazionale della Giustizia (DRCI – Departamento de Recuperação de Ativos e Cooperação Jurídica Internacional da Secretaria Nacional de Justiça / Senajus), organo che ha la competenza, stabilita con decreto 9.662, del 1 gennaio 2019, di articolare, integrare e proporre azioni tra più organi[11] per contrastare la corruzione, il riciclaggio di denaro e la criminalità organizzata transnazionale, anche nell’ambito dell’ENCCLA oltre a coordinare la Rete Nazionale dei Laboratori Tecnologici Antiriciclaggio (Rede-LAB);
  • la SEOPI (Secretaria de Operações Integradas), ente pubblico superiore federale, collegato al Ministero della Giustizia e della Pubblica Sicurezza, il cui obiettivo è l’integrazione delle forze di polizia brasiliane nella lotta alla criminalità organizzata. La SEOPI è stata istituita nel gennaio 2019, con l’articolo 2 del Decreto 9.662 e dopo pochi mesi è stata al centro di grandi polemiche per la redazione di un dossier in cui venivano raccolti dati personali di persone apertamente anti-Bolsonaro e oppositori di governo tanto da essere stilato un “dossiê antifascista”.

 

La lotta (mite) al riciclaggio

L’assetto normativo brasiliano è complesso e assai diverso da quello italiano. La legislazione brasiliana è caratterizzata da un segreto bancario relativamente elevato. Solo da pochi anni è prevista la responsabilità delle persone giuridiche. Inoltre non è presente nell’ordinamento brasiliano il reato di autoriciclaggio.

Il reato di riciclaggio in Brasile prevede solo una lista di reati-presupposto tra i quali il traffico di droga[12], il terrorismo od il suo finanziamento, il contrabbando, il traffico di armi ed i reati contro la pubblica amministrazione[13]. Ciò significa che un rimpiego di capitali illeciti ottenuti da altri reati non costituisce reato di riciclaggio di denaro. Una vistosa lacuna che, a pandemia in corso, non risulta al centro delle riforme del governo.

Due elementi che in poche righe fanno storcere il naso a molti, ma non proprio a tutti.

Informazioni

[1] Da tenere a mente che il Brasile era uno dei paesi del cosiddetto BRICS o Gruppo BRICS, sigla che oggi non appare più opportuna (specialmente considerando che India e Cina non sono più seconde economie). Ultimamente comunque l’economia brasiliana costituisce il motore trainante dell’America Latina e rappresenta un partner commerciale di riferimento

[2] Un esempio: https://dialogo-americas.com/articles/brazil-combats-drug-trafficking-on-the-border/

[3] Per quanto riguarda la geografia del traffico di stupefacenti, ne ho parlato in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/03/06/il-crimine-transnazionale-del-narcotraffico/

[4] Ho parlato del GAFI/FATF in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/20/il-financial-action-task-force/

[5] Prevenção à Lavagem de Dinheiro de Combate ao Financiamento do Terrorismo (PLD/CFT)

[6] Nella forma originale: “Em março de 1998, dando continuidade a compromissos internacionais assumidos a partir da assinatura da Convenção de Viena de 1988, o Brasil aprovou a Lei de Lavagem de Dinheiro ou Lei nº 9613, de 1998.

Essa lei atribuiu às pessoas físicas e jurídicas de diversos setores econômico-financeiros maior responsabilidade na identificação de clientes e manutenção de registros de todas as operações e na comunicação de operações suspeitas, sujeitando-as ainda às penalidades administrativas pelo descumprimento das obrigações.

[7] http://www.mpf.mp.br/grandes-casos/lava-jato/entenda-o-caso

[8] https://veja.abril.com.br/economia/brasil-e-o-maior-do-mundo-em-lavagem-de-dinheiro/

[9] Il già citato Ministério da Economia

[10] http://www.planalto.gov.br/ccivil_03/Leis/L9613compilado.htm

[11] Principalmente il potere esecutivo, la Magistratura e la Procura della Repubblica

[12] Tra le recenti operazioni contro il riciclaggio si rimanda all’Operação Teseu, un’operazione che mira allo smantellamento economico di un’organizzazione criminale operante nel riciclaggio di proventi derivanti dal traffico di droga. Link dal sito della Polizia Federale brasiliana: https://www.gov.br/pf/pt-br/assuntos/noticias/2020/08-noticias-de-agosto-de-2020/pf-deflagra-a-3a-fase-da-operacao-teseu-para-desarticular-esquemas-de-lavagem-de-dinheiro-do-narcotrafico

[13] In Italia la lotta alla corruzione nella Pubblica Amministrazione è strutturata su più livelli. Ne ha parlato Deborah Veraldi per DirittoConsenso in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/10/08/lotta-alla-corruzione-pubblica-amministrazione/


Normativa europea antiriciclaggio

La normativa europea antiriciclaggio: quadro generale

Da quali atti è composta la normativa europea antiriciclaggio? Di certo non è un elenco completo. È un’evoluzione di direttive che continua e che si aggiorna

 

Premessa

Prima di elencare la normativa europea antiriciclaggio devo fare una premessa. Non mi stancherò di ripetere quanto l’armonizzazione legislativa[1] e la sua pratica applicazione a livello mondiale siano determinanti nel contrasto di un fenomeno a carattere tipicamente ampio. La trasferibilità del denaro, ancor più possibile grazie ad internet, permette il camuffamento o quanto meno la ridotta tracciabilità del denaro illegalmente costituito e trasferito. Non è un caso che sia anche l’intera comunità internazionale ad aver costruito sistemi e organizzazioni[2] dedite alla lotta al riciclaggio di denaro.

 

I fattori che hanno permesso l’elaborazione della normativa europea antiriciclaggio

Ricordo inoltre quanto il riciclaggio tenda ad essere un reato a carattere tipicamente transnazionale[3]. Il denaro spesso defluisce verso quegli Stati in cui sia più semplice e conveniente eseguirne il reimpiego, facendo leva sugli arbitraggi normativi e/o applicativi. In Europa infatti le differenze normative interne non erano di per sé sufficienti a contrastare il fenomeno: era quindi necessario un complesso di misure di più ampio respiro[4].

Per questi motivi, l’Unione Europea ha inteso perseguire la lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento al terrorismo su scala regionale individuando di volta in volta le migliori pratiche per arginare il fenomeno criminale.

Ma allora perché l’UE ha elaborato una normativa contro il riciclaggio? Ci sono vari motivi.

I fattori che hanno determinato l’evoluzione della normativa europea antiriciclaggio sono:

  • In primo luogo, il generale recepimento di principi di diritto internazionale derivanti sia dalla firma di trattati internazionali che di misure antiriciclaggio di organizzazioni internazionali
  • In secondo luogo, la considerazione che l’Europa sia unita sotto molti aspetti tra cui l’economia: dall’integrazione economica alla facilitazione degli scambi e degli affari ci sono però anche maggiori opportunità per la criminalità.

 

L’attuale normativa europea antiriciclaggio

L’attuale normativa europea antiriciclaggio non si basa solo sull’ultima e importante Sesta Direttiva. C’è stata invece un’importante evoluzione che negli ultimi 30 anni ha segnato la lotta al riciclaggio di denaro.

  • Direttiva 1991/308/CE[5], Direttiva 91/308/CEE del Consiglio, del 10 giugno 1991, relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività illecite
  • Direttiva 2001/97/CE[6], recante modifica della direttiva 91/308/CEE del Consiglio relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività illecite – Dichiarazione della Commissione
  • Direttiva 2005/60/CE[7], relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a scopo di riciclaggio dei proventi di attività criminose e di finanziamento del terrorismo
  • Direttiva 2006/70/CE, recante misure di esecuzione della direttiva 2005/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto riguarda la definizione di persone politicamente esposte e i criteri tecnici per le procedure semplificate di adeguata verifica della clientela e per l’esenzione nel caso di un’attività finanziaria esercitata in modo occasionale o su scala molto limitata
  • Direttiva 2015/847, riguardante i dati informativi che accompagnano i trasferimenti di fondi e che abroga il regolamento (CE) n. 1781/2006
  • Direttiva 2015/849[8], relativa[9] alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo, che modifica il regolamento (UE) n. 648/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio e che abroga la direttiva 2005/60/CE del Parlamento europeo e del Consiglio e la direttiva 2006/70/CE della Commissione
  • Direttiva 2018/843[10], che modifica la direttiva (UE) 2015/849 relativa alla prevenzione dell’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo e che modifica le direttive 2009/138/CE e 2013/36/UE
  • Direttiva 2018/1673, sulla lotta al riciclaggio nel diritto penale
  • Del. 2019/758, che integra la direttiva (UE) 2015/849 del Parlamento europeo e del Consiglio per quanto riguarda le norme tecniche di regolamentazione per l’azione minima e il tipo di misure supplementari che gli enti creditizi e gli istituti finanziari devono intraprendere per mitigare il rischio di riciclaggio e di finanziamento del terrorismo in taluni paesi terzi
  • Direttiva 2019/878, che modifica la direttiva 2013/36/UE per quanto riguarda le entità esentate, le società di partecipazione finanziaria, le società di partecipazione finanziaria mista, la remunerazione, le misure e i poteri di vigilanza e le misure di conservazione del capitale
  • Direttiva 2019/1153, che reca disposizioni per agevolare l’uso di informazioni finanziarie e di altro tipo a fini di prevenzione, accertamento, indagine o perseguimento di determinati reati, e che abroga la decisione 2000/642/GAI del Consiglio
  • Direttiva 2019/1937, riguardante la protezione delle persone che segnalano violazioni del diritto dell’Unione (la Direttiva sugli informatori – Whistleblowers).

 

Verso la Sesta Direttiva

Giunti infatti alla Quinta Direttiva, dobbiamo aspettarci una Sesta Direttiva. La normativa antiriciclaggio in Europa richiede un aggiornamento veloce. Il diritto insegue i rapidi cambiamenti dell’economia e della finanza e sul riciclaggio è ovvio che l’Unione non può perdere tempo.

Ritengo fondamentale, per concludere, che tutti gli Stati membri adottino nei rispettivi ordinamenti i contenuti delle direttive perché non vi siano lacune nel già frammentato sistema antiriciclaggio. Per questo motivo è la stessa Commissione Europea[11] che garantisce l’effettiva applicazione di questa legislazione riesaminando il recepimento del diritto dell’UE.

Informazioni

Cerqua, L. D. and Cappa, E. (2012) Il riciclaggio del denaro: il fenomeno, il reato, le norme di contrasto. Giuffrè

Hyttinen, T. and Heinikoski, S. (2019) ‘Justification of Supranational Criminal Law – Analysis of Collective Securitization in the EU-Level Harmonization of Money Laundering Provisions’, Maastricht Journal of European and Comparative Law, 26(6), pp. 815–832

Mitsilegas, V. and Vavoula, N. (no date) ‘The Evolving EU Anti-Money Laundering Regime: Challenges for Fundamental Rights and the Rule of Law’, Maastricht Journal of European and Comparative Law, 23(2), pp. 261–293

https://ec.europa.eu/info/business-economy-euro/banking-and-finance/financial-supervision-and-risk-management/anti-money-laundering-and-counter-terrorist-financing_en

[1] Il tema dell’armonizzazione è ampiamente dibattuto in Unione Europea. Tra le tante materie, spicca quella del diritto d’autore: https://www.dirittoconsenso.it/2020/06/18/processo-armonizzazione-diritto-autore-in-europa/

[2] Si pensi al GAFI/FATF. Ne ho parlato in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/20/il-financial-action-task-force/

[3] Sul perché il riciclaggio sia un reato transnazionale si veda: https://www.dirittoconsenso.it/2019/04/23/il-riciclaggio-internazionale-di-denaro/

[4] Si parla ormai da anni infatti anche di diritto penale europeo, un ramo del diritto europeo che con il tempo si è evoluto ma sul quale gli studiosi non sono del tutto d’accordo a confermarne l’esistenza: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/01/diritto-penale-europeo-sogno-o-realta/

[5] La c.d. Prima Direttiva

[6] La c.d. Seconda Direttiva

[7] La c.d. Terza Direttiva

[8] La c.d. Quarta Direttiva

[9] Ai sensi dell’art. 66 di tale direttiva “Le direttive 2005/60/CE e 2006/70/CE sono abrogate con effetto dal 26 giugno 2017. I riferimenti alle direttive abrogate si intendono fatti alla presente direttiva e si leggono secondo la tavola di concordanza di cui all’allegato IV.”

[10] La c.d. Quinta Direttiva

[11] È la Commissione europea stessa ad effettuare valutazioni del rischio al fine di identificare e rispondere ai rischi che incidono sul mercato interno dell’UE


Delitto di riciclaggio

Il delitto di riciclaggio e l'art. 648 bis c.p.

Il delitto di riciclaggio, oggi previsto all’art. 648 bis del codice penale, ha un’interessante evoluzione. Il legislatore ha introdotto nell’ordinamento questa norma al fine di contrastare la criminalità organizzata

 

Il delitto di riciclaggio: evoluzione storica

Il concetto di riciclaggio è riassumibile nella definizione fornita nel 1984 dalla Commissione Presidenziale statunitense sul crimine organizzato[1]. Già allora si sviluppò il concetto di delitto di riciclaggio, inquadrabile nell’ordinamento statunitense, e da lì si diffuse un’idea: follow the money è il principio attraverso cui bisogna colpire la criminalità organizzata.

Per riciclaggio si devono intendere i mezzi attraverso i quali si nasconde l’esistenza, la fonte illegale o l’utilizzo illegale di redditi e poi si camuffano questi redditi per farli apparire legittimi. Senza soffermarmi sulle fasi[2] del riciclaggio, è bene ricordare che il primo intervento legislativo in Italia diretto a reprimere le operazioni di riciclaggio risale al 1978.

L’art. 3 del D.L. 21 marzo 1978, n. 59, convertito con modificazioni dalla L. 18 maggio 1978, n. 191, aveva introdotto nel sistema del codice penale l’art. 648 bis che puniva con la reclusione da 4 a 10 anni e con la multa da 1 milione a 20 milioni di lire chiunque (“fuori dei casi di concorso del reato”) compiva fatti o atti diretti a sostituire denaro o valori provenienti da tali delitti con denaro o altri valori.

Il fenomeno del riciclaggio crebbe sempre di più. A questo effetto, il legislatore ha modificato la norma soprattutto per far fronte agli obblighi derivanti dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro il traffico di sostanze stupefacenti, adottata a Vienna nel 1988. La Convenzione è stata infatti ratificata e resa esecutiva in Italia con la L. 19 marzo 1990, n. 55. L’art. 23 di detta legge modificò la rubrica in “riciclaggio”, ampliò la categoria dei reati-presupposto sino a ricomprendervi i delitti concernenti la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope e riformulò la condotta tipica[3].

 

La formulazione attuale della norma

La formulazione attuale dell’art. 648 bis c.p. è stata introdotta dall’art. 4 della L. 9 agosto 1993, n. 328[4].

In base alla norma si legge:

Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo; ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da euro 5.000 a euro 25.000.

La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale.

La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni.

Si applica l’ultimo comma dell’articolo 648.

 

Per affrontare il nocciolo della questione del riciclaggio, è bene conoscere non solo il fenomeno, ma anche come il diritto penale italiano configura il reato.

 

I punti chiave del delitto di riciclaggio

Il delitto di riciclaggio è un reato:

  • plurioffensivo, perché è delitto contro il patrimonio (è inserito infatti in questa sezione del codice) ma anche perché è l’amministrazione della giustizia ad essere un bene tutelato
  • comune a soggettività ristretta: una sorta di terzo genere che si colloca tra il reato comune, effettivamente rimproverabile a chiunque, ed il reato proprio, il cui destinatario la norma vincola a qualifiche formali
  • di mera condotta, privo di evento naturalistico
  • di pericolo concreto, perché nessuna condotta è punibile ai sensi dell’art. 648 bis c.p. se non è riscontrabile in essa l’attitudine ad ostacolare la ricostruzione del paper trail, cioè della pista di carta che conduce dal bene apparentemente legittimo, attraverso tutti i passaggi e le operazioni di lavaggio, sino all’originaria provenienza delittuosa
  • istantaneo e molto spesso come a consumazione prolungata: ciò si verifica nei casi in cui la condotta si articola in una serie di operazioni collegate l’una all’altra, frammentarie o progressive, compiute sulla medesima somma di denaro/medesimo bene e finalizzate a far perdere le tracce dell’origine delittuosa.

 

Non è un caso quindi che il reato sia inserito nel Titolo XIII – Dei delitti contro il patrimonio, Capo II – Dei delitti contro il patrimonio mediante frode.

In tale prospettiva, è chiara l’utilità di una norma di questo tipo nel novero delle disposizioni[5] contro la criminalità, anche per le tante pronunce giurisprudenziali.

Informazioni

Petrucci, R. and Marino, R. (2019) Codice penale: annotato con la giurisprudenza. 25. ed. Edizioni giuridiche Simone

https://www.unodc.org/unodc/en/money-laundering/introduction.html?ref=menuside

[1] The Cash Connection: Organized Crime, Financial Institutions, and Money Laundering

[2] Placement, Layering and Integration. Ne ho parlato in quest’altro articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/08/17/riciclare-denaro-fenomeno-e-attivita/

[3] Veniva infatti punita la condotta di chi (“fuori dei casi di concorso del reato”) sostituiva “denaro, beni o altre utilità provenienti dai delitti” indicati “con altro denaro, altri beni o altre utilità” ovvero ostacolava “l’identificazione della loro provenienza dai delitti suddetti”

[4] Con questa legge è stata ratificata e data esecuzione alla Convenzione sul riciclaggio, la ricerca, il sequestro e la confisca dei proventi di reato, adottata dal Consiglio d’Europa a Strasburgo l’8 novembre 1990

[5] Si pensi all’art. 416 bis c.p.: https://www.dirittoconsenso.it/2018/06/07/l-articolo-416-bis-del-codice-penale-italiano/


Riciclaggio e beni culturali

Il riciclaggio di denaro e il traffico di beni culturali

Riciclaggio di denaro e traffico di beni culturali possono certamente coesistere. Un sistema potenzialmente difficile da sconvolgere per vari motivi analizzati in questo articolo

 

Il binomio riciclaggio di denaro e beni culturali e la Convenzione di Palermo

Per inquadrare il rapporto tra riciclaggio di denaro e il traffico di beni culturali è necessario specificare alcuni fattori che riguardano direttamente la comunità internazionale. Sia il riciclaggio che il traffico illecito di beni culturali sono oggetto di trattazione di trattati internazionali. Infatti è ampio lo sforzo non solo dei singoli Stati ma anche di organizzazioni internazionali: gli Stati dispongono di norme punitive del riciclaggio e del traffico di beni culturali mentre i trattati, oltre a richiamare l’attenzione sulla pericolosità di questi fenomeni[1], invocano la collaborazione tra gli Stati e l’adozione di criteri comuni.

Il trattato internazionale più importante per la lotta alla criminalità internazionale è la Convenzione di Palermo del 2000, che non è specifica: non punisce un singolo reato. È il trattato contro la criminalità transnazionale, cioè quella che trascende i confini nazionali nelle attività e nei gruppi criminali. La Convenzione abbraccia un ampio ventaglio di reati di natura internazionale e include le importanti definizioni sui serious crimes[2] e sulla transnational offence[3].

La Convenzione di Palermo[4] estende pertanto l’ambito dei reati di riciclaggio di denaro oltre quello del (tipico) traffico di droga a quelli come i crimini contro il patrimonio culturale. La Convenzione elenca una serie di reati (crimes) ai sensi del diritto internazionale e richiede agli Stati parte di attuare misure per combattere questi reati. In considerazione di ciò, gli articoli 6 e 7 si riferiscono specificamente al riciclaggio di denaro come un crimine che deve essere stabilito dalla legge nazionale di quello Stato parte o attraverso altre misure.

I sistemi di tutela e protezione non sono (ahinoi) perfetti e su molti di questi ci sarebbe da discutere. Il binomio riciclaggio di denaro e beni culturali è forse la parte più oscura del mondo criminale per varie ragioni qui considerate.

 

Come può esserci riciclaggio per un bene culturale?

Procedendo in un ordine tendenzialmente cronologico si presume che:

  • Un certo bene sia rimosso da un contesto archeologico, rubato o illecitamente esportato
  • Questo bene sia poi venduto da un intermediario[5] ad un privato o ad un collezionista che intenda a sua volta rivenderlo
  • Il bene, ricomparso in forma pulita sul mercato, sia ormai esposto (rimanendo tale fin quando non si scopra che il bene sia stato oggetto di furto, esportazione illecita, etc.).

 

Questo un esempio di ciò che avviene nel mercato illecito dei beni culturali. In tale ordine, il riciclaggio può avvenire tra i passaggi di proprietà (illecita). Le possibilità sono che accada questo:

  • Chi ha rimosso il bene lo vende ad un intermediario e quest’ultimo acquista con i proventi di un’altra transazione riguardante un diverso bene rubato
  • Il privato che abbia ricevuto il denaro da un collezionista si comporterà in modo tale per cui quei proventi siano falsamente dichiarati leciti

 

Nelle parole di Burroughs[6] si legge come esempio:

The archetypical example follows. Criminal proceeds are collected by a money launderer and placed in bank accounts or used to purchase a series of monetary instruments that are deposited into accounts at another location. The money launderer layers the funds by using a complex chain of domestic and international shell company accounts, utilizing virtual currencies or by using trade-based techniques such as purchasing high-value goods and then shipping and reselling the goods overseas. Finally, the laundered funds are returned to clients for investment or asset acquisition, which could include the purchase of luxury goods.

 

Il riciclatore di denaro[7] dovrebbe acquisire una certa conoscenza del mondo dell’arte prima di utilizzare questo metodo, ma non è necessario che questi abbia perfetta familiarità con tutti gli aspetti del mercato dei beni culturali. Questo, si può facilmente immaginare, non è sempre agevole.

In ogni caso, chi vorrà riciclare il denaro si concentrerà su pezzi meno conosciuti anziché su quelli che potenzialmente potrebbero attirare l’attenzione nelle aste pubbliche: manipolare i loro prezzi sarebbe infatti assai più rischioso. Colui che ricicla denaro non vuole affatto questo[8] e, pertanto, eviterà sia le aste che i pezzi, specie se di altissimo prestigio, che sono apparsi di recente nelle aste.

 

Quando la realtà si complica

A volte il legame tra riciclaggio e beni culturali è ancora più complesso, specie se di mezzo vi è un’organizzazione criminale o terroristica.

I beni culturali infatti possono essere acquistati direttamente con il denaro[9] proveniente da attività come la tratta di persone, il traffico di stupefacenti, la compravendita di armi, la contraffazione di documenti etc. Sono affascinanti i casi di antichità, quadri famosi e beni dal valore incalcolabile ritrovati nei nascondigli dei boss mafiosi così come beni archeologici misteriosamente (è ironico) rimossi o rubati in Iraq, Siria e Iran.

Complicazione, segreto e trattative: i commercianti d’arte spesso non sono tenuti a identificare, figuriamoci a voler conoscere, la loro controparte. Questo è utilissimo per i criminali che vogliono nascondere la propria identità.

Ricordiamoci che il mercato delle antichità è caratterizzato da ricavi elevati. I beni di grande valore, specie se antichi, possono essere venduti per ingenti somme di denaro senza destare sospetti. A peggiorare le cose, è quasi impossibile definire oggettivamente il valore di un determinato oggetto: il prezzo pagato è spesso un riflesso di criteri soggettivi e preferenze personali. Gonfiando il prezzo un riciclatore ottiene ciò che vuole: in altre parole, se un bene che è stato precedentemente acquistato per 15.000 euro viene rivenduto a 30.000 euro, il riciclatore lo comprerà per questa seconda cifra senza problemi pur di riciclare il denaro.

Pare inoltre che negli ultimi anni i beni culturali antichi siano una gradita fonte di reddito per i terroristi. Lo Stato Islamico e organizzazioni simili traggono vantaggio finanziario dall’occupazione di aree e dal sequestro[10] di tali beni fisici ai legittimi proprietari. Tuttavia, poiché gli oggetti sono di per sé di scarsa utilità per i terroristi, questi devono venderli per ottenere il denaro necessario per poter acquistare armi e pagare i loro combattenti. Con un mercato di beni così liquido, la vendita di oggetti rimossi o rubati è un’ottima fonte di guadagno.

 

Che misure prendere?

Le misure antiriciclaggio e le disposizioni riguardanti la salvaguardia dei beni culturali devono quindi essere efficacemente e simultaneamente applicate. La restituzione dei beni culturali deve andare di pari passo alle regole sul sequestro e sulla confisca, le misure di lotta al finanziamento del terrorismo devono essere adottate per impedire la vendita di beni archeologici rubati.

Tra le misure che potrebbero avere maggior impatto nella lotta al riciclaggio e al traffico di beni culturali ci sono quelle sull’identità dei compratori e dei venditori (KYC requirements). Senza i requisiti KYC, i fornitori di beni di lusso e i commercianti d’arte possono continuare a sostenere di essere stati fuorviati dai riciclatori di denaro internazionali ed esprimere simpatia per coloro che sono stati danneggiati, senza assumersi la responsabilità.

Infine, le raccomandazioni del FATF/GAFI[11] risultano ancora più fondamentali per arginare il riciclaggio e il traffico di beni culturali.

Informazioni

Hufnagel, S. and King, C. (2020) “Anti-money laundering regulation and the art market,” Legal Studies. Cambridge University Press, 40(1), pp. 131–150

Burroughs, T. E. (2019) ‘US and EU Efforts to Combat International Money Laundering in the Art Market are no Masterpiece’, Vanderbilt Journal of Transnational Law, 52(4), pp. 1061–1096

Dombrowski, E. (2018) ‘Addressing Art Trafficking and Restitution through Anti-Money Laundering Legal Regimes’, Tulane Journal of International and Comparative Law, 27(1), pp. 111–130

Ulph, J. (2011) ‘The Impact of the Criminal Law and Money Laundering Measures upon the Illicit Trade in Art and Antiquities’, Art Antiquity and Law, 16(1), pp. 39–52

[1] Oltre a determinare una stima del valore complessivo delle attività illegali menzionate

[2] “’Serious crime’ shall mean conduct constituting an offence punishable by a maximum deprivation of liberty of at least four years or a more serious penalty”

[3] “[…] an offence is transnational in nature if: (a) It is committed in more than one State; (b) It is committed in one State but a substantial part of its preparation, planning, direction or control takes place in another State; (c) It is committed in one State but involves an organized criminal group that engages in criminal activities in more than one State; or (d) It is committed in one State but has substantial effects in another State

[4] Ho parlato delle misure di prevenzione della Convenzione di Palermo in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/01/16/le-misure-di-prevenzione-nella-convenzione-di-palermo/

[5] E magari sia stato un tombarolo ad averlo venduto all’intermediario. Su chi sono i tombaroli: https://www.dirittoconsenso.it/2020/07/13/chi-sono-i-tombaroli/

[6] Burroughs, T. E. (2019) ‘US and EU Efforts to Combat International Money Laundering in the Art Market are no Masterpiece’, Vanderbilt Journal of Transnational Law, 52(4), p. 1066

[7] Che potrebbe anche essere un soggetto che intenda finanziare il terrorismo. In diritto internazionale infatti si ricorre alla sigla AML/CFT

[8] La segretezza è un’arma potente nel mondo dell’arte tanto quanto per riciclare denaro. Sotto questo aspetto cito le 3 modalità per riciclare denaro: placement, layering e integration. Ne ho parlato approfonditamente qui: https://www.dirittoconsenso.it/2020/08/17/riciclare-denaro-fenomeno-e-attivita/

[9] Le disponibilità economiche delle organizzazioni potrebbero variare: saranno maggiormente disponibili ad organizzazioni strutturate e ben ramificate anziché ad organizzazioni piccole e locali

[10] Non solo la distruzione di imponenti scavi o siti archeologici come è successo a Palmira o a Mosul

[11] Ho parlato del FATF in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/20/il-financial-action-task-force/


Modi per riciclare denaro

12 modi per riciclare denaro

Tra le tante forme per poter riciclare denaro, esistono alcuni modi più ricorrenti rispetto ad altri. Oro, conti bancari e società possono essere perfetti per occultare il denaro sporco

 

Quali sono i modi per riciclare denaro?

Il riciclaggio di denaro trova attuazione con schemi complessi e contorti. Le autorità negli ultimi 50 anni hanno scoperto trame nazionali ed internazionali in cui sono spesso apparsi politici, grandi imprenditori e rinomati istituti bancari. I modi per riciclare denaro sono quindi sempre al centro di attenzione, sia da chi intende usarli, sia da chi intende regolarli e/o sottoporli a precisi controlli.

Il riciclaggio è punito in Italia dall’articolo 648 del codice penale[1]. La norma nulla dice sul modus operandi del riciclaggio (non vengono infatti disciplinate le varie fasi che costituiscono il riciclaggio) ed è indubbia la natura di reato plurioffensivo.

Detto questo, ed in riferimento ad altri schemi di riciclaggio di cui ho già parlato[2], bisogna approfondire questi modi che, ancora oggi, richiamano l’attenzione degli inquirenti e fanno scattare i controlli finanziari e tributari. Si tratta di 12 modi per riciclare denaro che possono nascondere i proventi illeciti in men che non si dica.

 

Le attività, una per una

Prima di procedere, ricordo che l’attuale pressione sul settore finanziario per attuare rigorosi meccanismi di antiriciclaggio non porterà ai risultati desiderati fintanto che è possibile riciclare denaro in altri settori economici o in Stati con normative permissive.

Ecco 12 modi per riciclare denaro.

  1. Oro. L’oro sembra essere particolarmente apprezzato sia per la fase di placement che per il layering del processo di riciclaggio[3]. La principale sfida dell’oro per i riciclatori di denaro è la documentazione della sua origine: solitamente infatti si nasconde la provenienza dell’oro e quindi dell’acquisto con i proventi illeciti con la scusa che sia stato ereditato da un parente (e le autorità potrebbero compiere le indagini sul patrimonio di questa verosimile eredità). Il passaggio che rende quasi impossibile scoprire l’origine illecita dell’oro avviene quando l’oro viene fuso.
  2. Gioielli. Del tutto simili all’oro, i gioielli risultano maggiormente anonimi per il fatto che non è possibile predeterminare un prezzo di acquisto e di vendita. Un esempio per essere più chiari. Immaginiamo di avere 5.000 euro (tutti di origine illecita) in contanti e volessimo comprare un collier di rubini. A settembre 2020 potremmo rivendere i preziosi a 8.000 euro e ottenere, oltre al riciclaggio dei 5.000 euro, anche un guadagno importante (per la differenza ottenuta). Oltre a questo caso, c’è inoltre la possibilità di gestire un’attività di gioielleria per dimostrare entrate legali con beni ottenuti illecitamente inventando clienti inesistenti. È più semplice del previsto: questo metodo prevede la creazione di una vera e propria attività di gioielleria, che potrebbe includere l’apertura di un negozio, il lancio di un sito Web e l’offerta di acquistare gioielli in determinati eventi per essere poi rivenduti (è questo il passaggio chiave) ad un prezzo maggiore e chiudere così il ciclo del riciclaggio.
  3. Diamanti grezzi. I diamanti vengono solitamente trasportati nelle tasche dei riciclatori o conservati in deposito gratuitamente. Esempio: si costituisce una società di commercio di diamanti e, trovati i diamanti sul mercato, si paga 50% del valore con proventi leciti e 50% del valore con proventi illeciti. Così è sufficiente acquistare certificati di origine e vendere i diamanti a terzi al loro valore effettivo. Il guadagno sarà totalmente lecito. In più, specifico del mercato dei diamanti, è che un prezzo di acquisto vantaggioso può essere giustificato da un aumento di valore ottenuto durante il processo di taglio della pietra.
  4. Beni antichi. I beni antichi sono, come i diamanti e i gioielli, beni particolari: il loro più grande vantaggio sembra essere il loro valore incerto e difficile da misurare. La pericolosità che il riciclaggio possa essere attività a fine di acquisto di beni culturali è sottolineata da tempo da molte organizzazioni internazionali ma ancora non ci sono stati dei casi in cui beni di grandissimo valore siano stati al centro di casi di riciclaggio.
  5. Arte. Allargando la portata dei beni artistici, e quindi non soltanto quelli antichi, il mercato dell’arte può rappresentare un mercato d’élite in cui i riciclatori, tanto quanto i tombaroli, i mercanti d’arte disonesti e gli intermediari, siano in un ambiente proficuo per gli affari perché noto per il suo silenzio e per i segreti sulle identità di compratori e venditori (figurarsi sulla provenienza degli oggetti). Il settore è al vaglio negli ultimi anni di organizzazioni internazionali, tra cui l’Interpol[4], perché, come per i gioielli e i diamanti, è necessaria una competenza tecnica, soprattutto a causa della volatilità dei mercati dei beni antichi e del rischio di acquistare prodotti contraffatti. Un’ulteriore sfida per i riciclatori di denaro è che quando si trasportano beni culturali, si deve essere consapevoli dei controlli doganali e della maggiore attenzione delle forze dell’ordine dovuta al fatto che alcune organizzazioni terroristiche hanno cercato di vendere antichità rubate.
  6. Società di consulenze. Le società di consulenza sembrano essere realtà popolari tra i riciclatori di denaro. Fintanto che si evitino settori ampiamente regolamentati, come, è ovvio, la gestione patrimoniale, queste società di solito non sono soggette a particolari controlli. Inoltre, è utile che i prezzi e le prestazioni siano piuttosto soggettivi e difficili da misurare. Per fare un esempio, desteranno sospetti operazioni cicliche di pagamenti ad una società di consulenza che siano effettuate con cifre giusto al di sotto di segnalazioni. Per utilizzare con successo questo metodo, il riciclatore di denaro deve ovviamente evitare sospetti conservando i beni ottenuti illecitamente in un conto bancario all’estero rispetto alla sede della società, nonché nominando direttori designati con una buona reputazione (nel caso in cui ci si avvalga di prestanome). Ulteriori rischi associati a questo metodo includono l’analisi delle transazioni bancarie e l’attenzione delle autorità se la società ha ricavi elevati e spese molto basse.
  7. Mergers and acquisitions. Le operazioni di M&A, in italiano traducibili come fusioni e acquisizioni (di società), sembrano essere un altro popolare metodo per il layering e l’integration. L’acquisto di aziende in difficoltà, facili da trovare e il cui valore può essere valutato da un contabile o un commercialista corrotto, può essere utilizzato per creare pratiche cartacee confacenti all’acquisto al ribasso. L’attenzione viene posta in particolare sulla figura del business angel/angel investor ossia un investitore che solitamente si appassiona a una startup, la finanzia e l’aiuta, portando, oltre al capitale, la propria esperienza, conoscenze, contatti. Se questa figura dovesse essere in realtà un riciclatore c’è solo da immaginarsi quanto sia facile immettere nell’economia legale i guadagni illeciti
  8. Apertura di conti correnti. È un modo ricorrente per riciclare denaro. L’apertura in sé di un conto corrente non desta sospetti. Ciò che rileva sono i controlli sulle transazioni, i limiti delle soglie, etc. Un attento titolare del conto potrà eventualmente gestire più conti (ma i controlli aumenteranno in ragione dello stile di vita, dell’occupazione, pagamento delle tasse ed evasione fiscale, etc.)
  9. Collocamento in depositi o cassette di sicurezza. La liquidità dei proventi illeciti può essere mantenuta nel caso in cui un soggetto intenda depositare il denaro sporco. Il modo per riciclare denaro ricorrendo ai depositi o alle cassette di sicurezza è spesso privo di grandi controlli. Il denaro così salvaguardato potrà essere usato nel tempo gradualmente, senza destare quell’attenzione così detestata dai riciclatori.
  10. Cambio valuta. Sia che il cambio sia attraverso l’iter legale (quindi attraverso la richiesta ad una banca) o illegale (tra organizzazioni criminali operanti in Stati con valute differenti), il passaggio da una moneta ad un’altra può essere fatto se all’interno di un istituto economico o finanziario sia presente un contatto che favorisca il riciclaggio. Questo metodo generalmente ha due controindicazioni: nel caso di cambio valuta attraverso il metodo legale, è necessario avere contatti di alto livello e conoscere il sistema antiriciclaggio di un certo Stato. Nel caso invece che ci sia uno scambio di valute (pensiamo, da rubli a euro) tra due organizzazioni criminali c’è il rischio di ricevere soldi falsi.
  11. Settore immobiliare. È il settore privilegiato per il riciclaggio di denaro in particolare quando si porti avanti l’acquisto di proprietà immobiliare in disuso o in rovina nelle grandi città che richiedano un rinnovamento o un restauro. È tra i modi per riciclare denaro più in uso in Europa, specie in Germania secondo DW[5]. Negli aspetti più pratici del caso, è ovvio che le società del settore immobiliare saranno dotate di una figura di facciata (prestanome) per i lavori menzionati perché è importante mantenersi, qui forse più che in altri rami, soggetti plausibili. La facilità di questo metodo dipende dal fatto che solitamente chi sia intenzionato a “sbarazzarsi” di una proprietà sia molto più intenzionato a ricevere il compenso in contanti e il più in fretta possibile.
  12. Trasferimenti su conti esteri, con particolare riguardo verso istituti bancari in paradisi fiscali. Basti pensare ai Panama Papers[6], il caso di riciclaggio internazionale più incredibile degli ultimi 25 anni. In genere i paradisi fiscali sono piccoli Stati[7], per i quali i proventi delle attività correlate alla registrazione delle società e all’intermediazione finanziaria costituiscono una parte cospicua delle entrate. Nonostante nell’immaginario collettivo si faccia spessissimo riferimento agli Stati caraibici, anche in Europa ci sono Austria, Belgio, Lussemburgo e Svizzera. Solitamente gli Stati considerati paradisi fiscali sono dotati di regole particolarmente rigide sul segreto bancario che consentono di compiere transazioni coperte.

 

Un auspicio generico, ma mai banale

Cosa si può imparare[8] dai casi di riciclaggio e dai modi per riciclare denaro? Che non si deve abbassare la guardia. Sia le disposizioni interne, sia gli scambi di informazioni utili per combattere organizzazioni criminali e terroristiche necessitano di un più ampio sistema di disposizioni che accomunino gli Stati alla lotta al riciclaggio. Se è vero che questo sembri verosimilmente raggiungibile nell’Unione Europea[9], è altrettanto importante rafforzare i sistemi di red flags e allarme per le operazioni sospette.

Informazioni

https://www.int-comp.com/ict-views/posts/2016/07/22/top-5-money-laundering-cases-of-the-last-30-years/

Razzante, R. (2014) Il riciclaggio come fenomeno transnazionale : normative a confronto. Giuffrè

Teichmann, F. M. J. (2017) ‘Twelve methods of money laundering’, Journal of Money Laundering Control, 20(2), p. 130

Gilmour, N. (2020) ‘Illustrating the incentivised steps criminals take to launder cash while avoiding government anti-laundering measures’, Journal of Money Laundering Control, 23(2), pp. 515–526

[1] È punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da 5.000 a 25.000 euro ma la pena è aumentata quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività professionale

[2] In questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/05/02/alcuni-metodi-di-riciclaggio-di-denaro/

[3] In questo articolo l’iter per il compimento di un modello di riciclaggio: https://www.dirittoconsenso.it/2020/08/17/riciclare-denaro-fenomeno-e-attivita/

[4] Tra le varie attività di contrasto alla criminalità organizzata, l’Interpol si occupa anche del recupero dei beni culturali rubati. Ne ho parlato in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2019/10/21/interpol-lotta-traffico-illecito-beni-culturali/

[5] https://www.dw.com/en/germany-sees-record-spike-in-money-laundering-cases-report/a-54603783

[6] Scoppiata la bolla, è arrivato il conto da pagare. La preziosa ricostruzione del’ICIJ: https://www.icij.org/investigations/panama-papers/what-happened-after-the-panama-papers/

[7] Con l’espressione “paradiso fiscale” si fa riferimento a Stati o territori autonomi nei quali il prelievo fiscale sui redditi è comparativamente assai ridotto o del tutto assente, consentendo quindi notevoli risparmi a quei soggetti (persone singole o imprese) che vi stabiliscono la residenza o la sede legale

[8] Un imperativo divenuto importante anche per il Basel Institute of Governance. Qui un recente articolo su casi di riciclaggio nel 2018 e 2019: https://www.baselgovernance.org/blog/what-can-we-learn-recent-money-laundering-cases

[9] Quanto dovremo attendere perché ci sia un diritto penale europeo? Ne ho parlato in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/01/diritto-penale-europeo-sogno-o-realta/


Riciclare denaro

Riciclare denaro: fenomeno e attività

Riciclare denaro è un’attività necessaria per occultare la natura illegale di proventi da attività illecite. È un’attività semplice? Come si articola?

 

Perchè riciclare denaro?

Studiare il riciclaggio significa studiare sia un fenomeno che una serie più o meno complessa di attività. È un fenomeno ampio, incalcolabile[1] e fortemente legato a strutture economiche e finanziarie cresciute enormemente con la globalizzazione. In aggiunta a questo quadro, si tenga a mente l’indiscussa presenza di organizzazioni criminali, sia italiane sia straniere, che hanno tutto l’interesse per riciclare denaro.

È ovvio infatti che se da un lato un’economia di origine illecita deve essere resa lecita a tutti gli effetti, è anche vero che bisogna approfondire il concetto di trasformazione di potere d’acquisto potenziale in effettivo. Questo concetto è il tema centrale del riciclaggio. Su che cosa si intenda per potere di acquisto potenziale è facile: è Il reddito illecito. Un uso diretto del reddito illecito aumenta la possibilità di scoperta dei reati commessi dal reo. Perché solo quando il potere di acquisto è effettivo le cose cambiano: questo è il risultato che il riciclaggio è andato a buon fine.

Ma non basta individuare chi, bisogna comprendere come e dove.

Affrontare il fenomeno del riciclaggio di denaro, anche a livello internazionale[2], richiede la massima attenzione su almeno 3 fattori generici:

  • I flussi finanziari,
  • le ricchezze/beni (intesi come momenti terminali di tali flussi), e
  • i soggetti titolari delle ricchezze e dei beni

 

L’attività di riciclare denaro è specifica rispetto ad altre attività criminali. Se queste ultime sono tipicamente di accumulo e rimpiego, il riciclaggio segue il seguente criterio: l’operazione di laundering permette di trasformare un potere di acquisto potenziale in potere di acquisto effettivo.

I soggetti titolari accumulano risorse (illegali) e nel momento stesso in cui vi è accumulo si pone il problema di riciclarle. Per questo motivo in gergo comune si usano le espressioni “soldi sporchi” e “soldi puliti”, proprio ad indicare come i soldi puliti siano immacolati, intoccabili e di maggior valore rispetto ai soldi sporchi. Il reo infatti non ambisce ad altro che a ripulire tutti i soldi sporchi e al contempo non essere scoperto.

Per avviare l’attività di riciclaggio il reo detentore della liquidità proveniente da attività illecita deciderà se porre in atto un illecito specifico (il riciclaggio) valutando due elementi ben precisi:

  1. La probabilità di essere scoperto
  2. La relativa pena che si confronta con i guadagni attesi

 

Nel calcolo, per così dire, dei costi e dei benefici, il riciclaggio continua grazie ai tanti reati a monte: traffico di stupefacenti, sequestro di persona, traffico di organi, sfruttamento della prostituzione, evasione fiscale, finanziamento del terrorismo ed altri più recenti, certamente favoriti dall’uso della tecnologia e del mondo digitale.

 

L’attività in più fasi del riciclaggio

Se si studia il fenomeno del riciclaggio è possibile effettuare una distinzione delle attività che lo compongono. La dottrina infatti, sia nordamericana che europea, si occupa del problema del riciclaggio da almeno 50 anni.

In passato, il riciclaggio era considerata un’attività snodabile in due fasi:

  1. Il lavaggio (money laundering), individuato nelle operazioni a brevi termine volte a camuffare l’origine illecita del denaro o di altri beni, e
  2. L’impiego (recycling), consistente in operazioni a medio o a lungo termine volte a reimmettere i capitali “lavati” nel ciclo economico lecito.

 

Tale suddivisione rappresenta la disciplina penale italiana: si prevede infatti la fattispecie di riciclaggio (art. 648 bis c.p.) e la fattispecie di ricettazione[3] (art. 648 ter c.p.).

Con il passare del tempo si è passati ad un’analisi più complessa delle attività. Potendo infatti queste essere collegate tra loro, o addirittura simultanee, si è optato per lo studio del riciclaggio individuando 3 tipi di attività:

  1. il collocamento materiale dei proventi da reato nel sistema legale (placement),
  2. la dissimulazione o stratificazione (layering), consistente in operazioni dirette alla separazione dei proventi illeciti dalla loro fonte,
  3. l’integrazione definitiva con le ricchezze di provenienza lecita (integration).

 

Vediamole più nello specifico.

 

Il Placement

Questa prima fase consiste nel collocamento materiale dei proventi di reato presso istituzioni o intermediari finanziari direttamente nel mercato (interno o esterno). Tipico di quest’inizio di operazioni è il frazionamento delle operazioni effettuate su denaro contante (smurfing) allo scopo di sfuggire agli obblighi di segnalazione. Sotto queste soglie infatti le operazioni sono perfettamente legittime.

Oggigiorno ci sono anche altre attività non strettamente finanziarie sulle quali ha esercitato un forte influsso l’avvento delle modalità tipiche della net economy. Basti pensare al banking on line, al trading on line, alla moneta elettronica e alle carte prepagate.

 

Il Layering

La seconda fase, nota anche come dissimulazione o stratificazione, consiste nel compimento di una serie di operazioni finanziarie dirette a separare il capitale dalla sua origine illecita. È qui che generalmente (ma forse in maniera troppo romanzata) si fa riferimento ai grandi circuiti internazionali del riciclaggio di denaro in cui sono presenti professionisti dell’alta finanza capaci di dirottare i soldi sporchi. Il denaro infatti è indirizzato verso le istituzioni finanziarie di molti Stati e tra questi si tende a preferire i paradisi off shore.

I trasferimenti elettronici di fondi costituiscono il metodo più moderno e insidioso per i vantaggi connessi alla velocità delle transazioni, alla distanza delle successive allocazioni, alle minime tracce nei passaggi. Rispetto alle classiche operazioni bancarie, i trasferimenti elettronici sono le nuove frontiere del riciclaggio (anche se c’è da citare sempre di più il cyberlaundering).

 

L’Integration

Terza fase, infine, che è costituita dallo sforzo di integrare (da qui il nome) nei circuiti dell’economia lecita i capitali di origine delittuosa.  È qui che si conclude la suddivisione delle attività del riciclaggio.

Tuttavia, accanto a percorsi decisamente più facili, come il cash smuggling, ci sono percorsi più contorti e che richiedono il concorso di altre persone, come il ricorso al metodo dello shell company, specie professionisti ed esperti delle legislazioni antiriciclaggio.

Giungere a questa fase non è sempre facile, fortunatamente. Durante tutte queste fasi infatti esistono numerosissimi controlli sia a livello locale che internazionale (specie se il riciclaggio viene operato con un modello su larga scala).

 

Un’ultima considerazione

È opportuno segnalare che l’attuale sistema per il contrasto del riciclaggio si sviluppa su più livelli, legati tra loro. Non è possibile passare in rassegna l’intera normativa antiriciclaggio ma mi pare corretto far notare che esistono altre norme di contrasto al riciclaggio che riguardano: la prevenzione del riciclaggio sotto il profilo finanziario, la collaborazione attiva sia del sistema bancario[4] che dei professionisti, la responsabilità degli enti e le norme provenienti dal diritto internazionale.

Questa considerazione infatti mi sembra opportuna per non dare l’idea che riciclare denaro sia, oltre che facile e alla portata di tutti, attività da emulare.

Informazioni

Cerqua, L. D. and Cappa, E. (2012) Il riciclaggio del denaro : il fenomeno, il reato, le norme di contrasto. Giuffrè

Razzante, R. (2011) Il riciclaggio nella giurisprudenza : normativa e prassi applicative. Giuffrè

https://www.lexology.com/library/detail.aspx?g=1fd0f7c7-f9ab-457a-9972-e2b0e8239a1f

https://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/testi/07231dl.htm

[1] Perché un’economia sconosciuta è difficilmente calcolabile. Si parla infatti di stime dell’impatto del riciclaggio. Tra le organizzazioni più impegnate a livello internazionale si considerino l’UNODC e il FATF/GAFI

[2] Ho scritto sul riciclaggio internazione di denaro un altro articolo sempre per DirittoConsenso. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2019/04/23/il-riciclaggio-internazionale-di-denaro/

[3] Nella cui norma si fa ricomprendere anche l’autoriciclaggio. Ho spiegato cosa sia in questo articolo: https://www.dirittoconsenso.it/2020/03/18/autoriciclaggio-la-norma/

[4] Si veda il D. Lgs. 231/2007 (riportata in bibliografia con link ipertestuale)