Rintraccio dei conti correnti

Rintraccio dei conti correnti: cos'è e quanto costa?

Sapere dove si trovano i conti correnti e conoscere le loro giacenze è essenziale in vari contesti legali e finanziari, in particolare nel recupero crediti

 

Cos’è il rintraccio dei conti correnti?

Il rintraccio bancario è uno strumento fondamentale per gli avvocati, perché consente loro di attivare rapidamente il pignoramento e impedire che il debitore trasferisca i capitali o li nasconda.

Questo servizio di investigazione bancaria è essenziale soprattutto nell’ambito del recupero crediti, poiché fornisce al creditore o al suo rappresentante legale (avvocati e studi legali) le informazioni necessarie per avviare azioni di recupero mirate ed efficaci contro le giacenze aggredibili detenute dall’inadempiente.

Importante è far eseguire il rintraccio di conti correnti con stima della giacenza media inclusa per valutare al meglio la situazione finanziaria del debitore: è cruciale che il rintraccio venga effettuato tempestivamente, prima che la situazione del debitore si deteriori.

Una condizione finanziaria già critica rende molto più difficile trovare capitali aggredibili. Pertanto, l’azione di rintraccio bancario deve essere preventiva e non successiva al decreto ingiuntivo.

Il servizio di rintraccio dei conti correnti può essere rivolto sia alle aziende sia ai privati. L’obiettivo è ottenere informazioni dettagliate sui conti correnti bancari e postali intestati all’inadempiente.

La ricerca può variare in termini di profondità e copertura geografica, spaziando da un’indagine su scala nazionale a una limitata a una specifica area geografica. Questa  comprende tutti gli istituti bancari attivi, incluse le banche con filiali fisiche e quelle che operano esclusivamente online.

Il processo di rintraccio deve essere svolto nel massimo rispetto delle normative vigenti, garantendo che tutti i dati raccolti siano utilizzabili in ambito legale e che i diritti del debitore siano rispettati.

La professionalità e l’affidabilità delle agenzie che conducono queste indagini sono quindi di primaria importanza, poiché un’accurata verifica delle informazioni è fondamentale per il successo delle azioni legali intraprese.

 

Quanto costa il rintraccio dei conti corrente con giacenza?

Nella complessa e variegata realtà di internet, si possono trovare offerte di ogni genere e tipo per il rintraccio dei conti correnti, con prezzi che variano considerevolmente. Tuttavia, queste proposte non sempre garantiscono la qualità dei contenuti offerti.

La ricerca si basa su dati raccolti in conformità con la legge e verificati da informatori commerciali autorizzati.

Investire poco può portare a risultati inaffidabili, richiedendo ulteriori spese per correggere o completare le informazioni inizialmente ottenute.

Per ottenere dati aggiornati, precisi e veritieri, è necessario condurre indagini approfondite, verificando e controverificando gli esiti ottenuti.

 

La nuova legge sul recupero crediti

Il DDL 1246, presentato il 23 giugno 2023, mira a offrire ai debitori ceduti l’opportunità di estinguere la loro posizione con un pagamento maggiorato del 20%.

I beneficiari sarebbero individui e piccole imprese che hanno debiti inferiori a 25 milioni di euro accumulati nel periodo dal 2015 al 2021.

Questa iniziativa rappresenta un tentativo di risolvere in modo più umano e flessibile le situazioni di insolvenza, offrendo una via d’uscita ai debitori senza gravare ulteriormente sulle loro finanze.

In questo contesto, le aziende e, in particolare, le banche si trovano a dover affrontare nuovi flussi di crediti deteriorati. La gestione sostenibile di questi crediti richiede l’implementazione di modelli di business dedicati e specifici.


Elezioni in Portogallo 2024

Elezioni in Portogallo 2024: i risultati

Le elezioni in Portogallo del 2024 hanno segnato un cambiamento di direzione politica nello Stato iberico per diverse ragioni

 

I risultati delle elezioni in Portogallo del 2024

Tra le tante elezioni che si sono tenute fino ad ora, il 2024 ha segnato un altro cambiamento politico. In Europa è il caso del Portogallo che sta da poco vivendo in un governo di destra[1].

Di seguito i dati sui voti ottenuti dai partiti come risultato dalle elezioni in Portogallo tenutesi il 10 marzo:

  • Alleanza Democratica 28,02%
  • Partito Socialista 28,00%
  • Chega 18,07%
  • Iniziativa Liberale 4,94%
  • Blocco di Sinistra 4,36%
  • Coalizione Democratica Unitaria 3,17%
  • Livre 3,16%.

 

I votanti sono stati il 59,84% degli iscritti: hanno votato poco meno di sei milioni e mezzo degli undici milioni di iscritti.

A seguito delle consultazioni elettorali, il Presidente della Repubblica del Portogallo[2], Marcelo Rebelo de Sousa, ha incaricato Luis Montenegro, leader del Partito Social Democratico, PSD, facente parte della coalizione di Alleanza Democratica, di formare un nuovo governo. Quest’ultimo ha prestato giuramento dinanzi al Presidente della Repubblica ed è entrato in carica il 2 aprile.

L’Assembleia da República​​​​​​​​​​​​​ è così composta:

  • 78 parlamentari del Partito Socialista Democratico (partito leader della coalizione Alleanza Democratica)
  • 78 del Partito Socialista
  • 50 di Chega
  • 8 di Iniziativa Liberale
  • 5 del Blocco di Sinistra
  • 4 della Coalizione Democratica Unitaria
  • 4 di Livre
  • 2 del Partito Popolare (partito che fa parte della coalizione di Alleanza Democratica)
  • 1 di Persone-Animali-Natura

 

Questi i numeri del Parlamento portoghese per un totale di 230 membri.

 

Alcune considerazioni

Le elezioni in Portogallo del 2024 sono la conseguenza di una generale riconsiderazione dell’operato del governo dei partiti di sinistra e centro-sinistra – che in verità va avanti da qualche anno – unito al recente scandalo per appalti fraudolenti che ha visto coinvolti politici ed imprenditori, lo scandalo “operação Maestro” che riguarderebbe l’appropriazione indebita di fondi comunitari per una cifra intorno ai 39 milioni di euro[3].

In questo clima di divisioni interne e di riflessioni politiche di vario tipo, come ad esempio la fine della geringonça, si aggiungono problemi interni riguardanti l’economia, l’emigrazione dei giovani, il sistema pensionistico e l’invecchiamento della società.

Da un punto di vista politico dobbiamo però trarre delle conclusioni. Un primo risultato delle elezioni in Portogallo del 2024 è una generale vittoria della destra portoghese. Spicca però il grande balzo in avanti di Chega, il partito di estrema destra, che ha anche ottenuto un notevole sostegno anche dagli elettori portoghesi all’estero[4]. Tuttavia Chega non fa parte della coalizione di Alleanza Democratica: perciò Alleanza Democratica ed il Primo Ministro Montenegro si ritrovano obbligati a ricevere il sostegno da parte di partiti esterni per il programma politico.

Informazioni

Legislativas 2024 (mai.gov.pt).

Costituzione portoghese del 1976, versione aggiornata.

[1] Storicamente il Portogallo ha avuto per tanti anni governi di sinistra e di centro-sinistra, scelta dovuta sia a motivi politici che storici. Per un approfondimento sulla forma di governo del Portogallo e sul perché il Portogallo abbia seguito una politica fatta spesso di intese tra i partiti di sinistra invito a leggere: La forma di governo del Portogallo – DirittoConsenso.

[2] Vedi: I poteri del Presidente della Repubblica del Portogallo – DirittoConsenso.

[3] “Operação Maestro”: O que sabemos até agora sobre o novo caso de corrupção em Portugal | Euronews.

[4] Legislativas 2024 (mai.gov.pt).


Scudo Blu

Cos'è lo Scudo Blu che si vede su alcuni beni culturali?

Lo Scudo Blu non è una semplice targa riconoscitiva né un simbolo di prestigio: è un contrassegno riconosciuto a livello internazionale ad indicare che un bene culturale è protetto. Vediamo perché

 

La Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato del 1954 e lo Scudo Blu

Il ramo del diritto internazionale per il patrimonio culturale prevede delle regole sulla protezione dei beni culturali. Trattandosi di una materia dalla lunga tradizione storica, per capire cos’è lo Scudo Blu e cosa rappresenta bisogna conoscere un trattato: la Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato del 1954.

La Convenzione, firmata all’Aia, è entrata in vigore nel 1956. È un trattato che trova origine in altre convenzioni del diritto internazionale umanitario[1] e nel Patto di Washington del 1935. Da un punto di vista storico, la Convenzione rappresenta il raggiungimento di un trattato che stabilisse regole comuni sull’importanza della protezione dei beni culturali specialmente dopo le distruzioni su larga scala durante le due guerre mondiali. Oggi, a 70 anni dalla sua firma è più attuale che mai.

La protezione che viene individuata in questo trattato è di due tipi: generale e speciale.

Le disposizioni della Convenzione dell’Aia possono essere riassunte come di seguito:

  • gli Stati si impegnano a salvaguardare[2] e a rispettare[3] i beni culturali[4] anche in stato di guerra[5];
  • vale il principio della protezione non solo dal punto di vista politico ma anche militare[6];
  • la protezione dei beni in guerra funziona con misure che devono essere preparate in tempo di pace
  • è possibile concedere la concessione della protezione speciale[7] con tanto di segnalazione di questi beni con lo Scudo Blu, determinare l’immunità dei beni culturali sotto protezione così come sospenderla
  • è possibile trasportare beni culturali anche in caso di urgenza[8]
  • proteggere il personale addetto alla protezione dei beni culturali perché a questi professionisti deve essere ammesso di esercitare le proprie funzioni[9] anche in caso di conflitto armato
  • gli Stati si impegnano a prendere le misure necessarie per perseguire le persone che hanno commesso o abbiano dato l’ordine di commettere un’infrazione della Convenzione.

 

Dove si appone lo Scudo Blu?

La Convenzione dell’Aia del 1954 prevede all’articolo 6 che lo Scudo Blu possa essere usato per identificare un bene culturale. All’articolo 16 invece c’è la descrizione del “segno distintivo”[10]: questo è proprio lo Scudo Blu ed è un simbolo oramai riconosciuto perché indica quando è apposto su un edificio che quello è un bene culturale o un rifugio di beni culturali che deve essere protetto a tutti i costi.

Per essere precisi, l’articolo 17 della Convenzione prevede che lo Scudo Blu può essere impiegato da solo o ripetuto tre volte.

Nel primo caso è impiegato per:

  • i beni culturali che sono sotto protezione speciale
  • le persone incaricate di funzioni di controllo
  • il personale addetto alla protezione dei beni culturali
  • le carte d’identità in possesso delle persone indicate sopra.

Nel secondo caso è impiegato per:

  • i beni culturali immobili sotto protezione speciale
  • i trasporti dei beni culturali
  • i rifugi improvvisati.

 

L’apposizione del simbolo e l’individuazione delle persone competenti sono specificate nel Regolamento per l’esecuzione della Convenzione. Per esempio, le persone che portano lo Scudo Blu devono avere una carta d’identità speciale rilasciata dalle autorità competenti che contenga informazioni personali di chi la porta e sulle sue funzioni.

 

Beni ‘scudati’ in Italia

In Italia oggi ci sono molti monumenti che hanno lo Scudo Blu. L’apposizione degli Scudi è realizzata anche grazie all’instancabile attività della Croce Rossa italiana perché questa realizza diversi progetti in tema di promozione e di divulgazione del diritto internazionale umanitario[11], materia all’interno della quale vi è il principio di non attacco ai beni culturali. Il 2023 per esempio è stato l’anno dell’interessante progetto “Uno scudo per la cultura”[12] che, in coincidenza con l’anno di Bergamo e Brescia come capitale italiana della cultura, ha portato all’apposizione di questi emblemi su tanti monumenti presenti nelle province di Brescia e di Bergamo. Quest’anno spetta al Comitato della Croce Rossa di Pesaro poter portare avanti l’apposizione dello Scudo Blu su monumenti rilevanti della città di Pesaro e dintorni.

Recentissima è invece la notizia dello Scudo Blu apposto sul Castello Sforzesco di Milano: il 10 maggio è stato svelato lo Scudo Blu sotto la Torre del Filarete[13] dando probabilmente così avvio ad una prassi che vada al di là delle attività legate agli eventi di una capitale della cultura.

Informazioni

Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato.

400-IHL-60-EN.pdf (icrc.org).

[1] Come stabilito nel preambolo della Convenzione del 1954, sono le “Convenzioni dell’Aia del 1899 e del 1907”.

[2] L’articolo 3 prevede che: “Le Alti Parti contraenti s’impegnano a predisporre, in tempo di pace, la salvaguardia dei beni culturali sul proprio territorio contro gli effetti prevedibili di un conflitto armato, prendendo tutte le misure che considerano appropriate.”.

[3] L’articolo 4 prevede che: “Le Alti Parti contraenti s’impegnano a rispettare i beni culturali, situati sia sul proprio territorio, sia su quello delle altre Alte Parti contraenti, astenendosi dall’utilizzazione di tali beni, dei loro dispositivi di protezione e delle loro immediate vicinanze, per scopi che potrebbero esporli a distruzione o a deterioramento in caso di conflitto armato, ed astenendosi da ogni atto di ostilità a loro riguardo.

Non si può derogarsi agli obblighi definiti nel primo paragrafo del presente articolo, se non nei casi in cui una necessità militare esiga, in modo imperativo, una simile deroga.

Le Alte Parti contraenti si impegnano, inoltre, a proibire, a prevenire e, occorrendo, a far cessare qualsiasi atto di furto, di saccheggio o di sottrazione di beni culturali sotto qualsiasi forma, nonché qualsiasi atto di vandalismo nei riguardi di detti beni. Esse si impegnano ad astenersi dal requisire i beni culturali mobili situati nel territorio di un’altra Alta Parte contraente.

Esse s’impegnano ad astenersi da ogni misura di rappresaglia diretta contro beni culturali.

Un’Alta Parte contraente non può liberarsi, nei riguardi di un’alta parte contraente, dagli obblighi contratti ai sensi del presente articolo, fondandosi sul motivo che quest’ultima non ha applicato le misure di salvaguardia prescritte all’articolo 3.”.

[4] L’articolo 1 prevede che: “Ai fini della presente Convenzione, sono considerati beni culturali, prescindendo dalla loro origine o dal loro proprietario:

a) i beni, mobili o immobili, di grande importanza per il patrimonio culturale dei popoli, come i monumenti architettonici, di arte o di storia, religiosi o laici; i siti archeologici; i complessi di costruzioni che, nel loro insieme, offrono un interesse storico o artistico; le opere d’arte; i manoscritti, libri e altri oggetti d’interesse artistico, storico o archeologico; nonché le collezioni scientifiche e le collezioni importanti di libri o di archivi o di riproduzioni dei beni sopra definiti;

b) gli edifici la cui destinazione principale ed effettiva è di conservare o di esporre i beni culturali mobili definiti al comma a), quali i musei, le grandi biblioteche, i depositi di archivi, come pure i rifugi destinati a ricoverare, in caso di conflitto armato, i beni culturali mobili definiti al comma a);

c) i centri comprendenti un numero considerevole di beni culturali, definiti ai commi a) e b), detti “centri monumentali“.

[5] L’articolo 5 prevede che: “Le Alte Parti contraenti, che occupano totalmente o parzialmente il territorio di un’altra Alta Parte contraente, sono tenute ad appoggiare, nella misura del possibile, l’azione delle autorità nazionali competenti del territorio occupato, intesa ad assicurare la salvaguardia e la conservazione dei propri beni culturali.

Se un intervento urgente è necessario per la conservazione dei beni culturali situati nel territorio occupato e danneggiati da operazioni militari e se le autorità militari competenti non possono incaricarsene, la Potenza occupante adotta, per quanto possibile, i provvedimenti conservativi più necessari, in stretta collaborazione con tali autorità.

Ogni Alta Parte contraente, il cui governo è considerato dai membri di un movimento di resistenza come loro governo legittimo, richiamerà, se possibile, l’attenzione di questi membri sull’obbligo di osservare quelle disposizioni della Convenzione che si riferiscono al rispetto dei beni culturali.”.

[6] L’articolo 7 prevede che: “Le Alte Parti contraenti si impegnano ad introdurre fin dal tempo di pace nei regolamenti o istruzioni ad uso delle loro truppe, disposizioni atte ad assicurare l’osservanza della presente Convenzione, e ad inculcare, fin dal tempo di pace, nel personale delle loro forze armate, uno spirito di rispetto verso la cultura ed i beni culturali di tutti i popoli.

Esse si impegnano a predisporre o costituire, sin dal tempo di pace, nell’ambito delle proprie forze armate, servizi o personale specializzati, aventi il compito di assicurare il rispetto dei beni culturali e di collaborare con le autorità civili incaricate della loro salvaguardia.”

[7] La collocazione di un bene culturale sotto protezione speciale gli garantisce l’immunità da qualsiasi atto di ostilità e da qualsiasi uso, compreso quello delle sue vicinanze, per scopi militari (CCP, art. 9). Per essere posto sotto protezione speciale, il bene culturale non deve essere usato.

[8] Vedi articoli 12 e 13.

[9] Vedi articolo 15.

[10] L’articolo 16 della Convenzione stabilisce che: “Il segno distintivo della Convenzione consiste in uno scudo appuntito in basso, inquadrato in croce di S. Andrea in blu e bianco (uno scudo, formato da un quadrato blu, uno dei cui angoli è inscritto nella punta dello stemma, e da un triangolo blu al di sopra del quadrato, entrambi delimitanti da dei triangoli bianchi ai due lati).

Il segno distintivo è impiegato da solo o ripetuto tre volte in formazione triangolare (uno scudo in basso), nei casi previsti dall’articolo 17.”

[11] Per un approfondimento sul diritto internazionale umanitario invito a leggere: Il diritto internazionale umanitario: in breve – DirittoConsenso.

[12] Ho parlato di questo progetto con Carolina David in un episodio di AudioConsenso. Link al podcast: https://open.spotify.com/episode/3piMAMGwd8DvkMVeg9sdKp?si=ec7641fa77c44381

[13] 160 Anni di Impegno Umanitario: Croce Rossa Celebra l’Apposizione del primo Scudo Blu di Milano al Castello Sforzesco – Croce Rossa Italiana (cri.it).


Poteri del Presidente della Repubblica del Portogallo

I poteri del Presidente della Repubblica del Portogallo

Quali sono i poteri del Presidente della Repubblica del Portogallo? Cosa può fare il Presidente nell’esercizio delle sue funzioni?

 

Il Presidente della Repubblica portoghese

Il Portogallo è una repubblica democratica parlamentare semipresidenziale. Il Presidente della Repubblica portoghese è la carica dello Stato più importante insieme al Primo Ministro, due figure componenti del semipresidenzialismo portoghese[1].

Se il Primo Ministro è a capo del Governo, il Presidente della Repubblica invece è una figura rappresentativa ed istituzionale[2].

 

I poteri del Presidente della Repubblica del Portogallo in relazione ad altri organi

La Costituzione del Portogallo elenca i poteri del Presidente della Repubblica del Portogallo. Questi è uno degli organi di sovranità assieme al Parlamento, al Governo e ai Tribunali come stabilito dall’articolo 110 della Costituzione.

Il Presidente della Repubblica presiede il Consiglio di Stato – un organo politico di consulenza del Presidente della Repubblica – e può nominare cinque membri del Consiglio di Stato e due membri del Consiglio Superiore dalla Magistratura.

Tra i poteri del Presidente della Repubblica del Portogallo c’è anche quello di convocare in via straordinaria il Parlamento e può scioglierlo secondo le modalità dell’articolo 172.

Spetta al Presidente della Repubblica nominare il Primo Ministro dopo aver sentito i partiti rappresentati nel Parlamento – che ricordo è monocamerale, l’Assembleia da República – tenendo conto dei risultati elettorali. Può anche nominare ed esonerare i membri del Governo su proposta del Primo Ministro e può nominare ed esonerare, sentito il Governo, i Rappresentanti della Repubblica per le regioni autonome che sono l’Arcipelago di Madeira e l’Arcipelago delle Azzorre.

In base alle modalità dell’articolo 131, Il Presidente della Repubblica può rinun­ciare al mandato con messaggio rivolto al Parlamento.

E ancora, può nominare ed esonerare, su proposta del Governo, il Presidente del Tribu­nale dei Conti e il Procuratore Generale della Repubblica.

Infine, come in molti Stati dove il Presidente della Repubblica è considerato figura istituzionale, anche in Portogallo è comandante supremo delle forze armate.

 

I poteri per gli atti propri del Presidente

Un breve elenco di atti propri nell’esercizio delle funzioni da Presidente è previsto all’articolo 134 della Costituzione. Il Presidente può:

  1. Esercitare le funzioni di Comandante Supremo delle Forze Armate;
  2. Promulgare e far pubblicare le leggi, i decreti-legge e i decreti regolamentari, firmare le risoluzioni dell’Assemblea della Repubblica di approvazione degli accordi internazionali e i restanti decreti del Governo;
  3. Sottoporre a referendum questioni di rilevante interesse nazionale;
  4. Dichiarare lo stato d’assedio o lo stato di emergenza;
  5. Pronunciarsi su tutte le emergenze gravi per la vita della Repubblica;
  6. Concedere l’indulto e commutare le pene, sentito il Governo;
  7. Richiedere al Tribunale Costituzionale il controllo preventivo della costituzionalità delle norme contenute in leggi, decreti-legge e convenzioni interna­zionali;
  8. Richiedere al Tribunale Costituzionale la dichiarazione di incostituzionalità delle norme giuridiche, così come la verifica di incostituzionalità per omissione;
  9. Conferire decorazioni, nei termini previsti dalla legge, ed esercitare la funzio­ne di gran-maestro degli ordini onorifici portoghesi.

 

In base all’articolo 135 poi in tema di relazioni internazionali:

  1. Nomina gli ambasciatori e i legati straordinari, su proposta del Governo, e accredita i rappresentanti diplomatici stranieri;
  2. Ratifica i trattati internazionali, dopo che siano stati debitamente approvati;
  3. Dichiara guerra in casi di aggressione effettiva o imminente e conclude la pace, su proposta del Governo, sentito il Consiglio di Stato e mediante autorizzazione dell’Assemblea della Repubblica, o, quando questa non è riunita né è possibile la sua immediata riunione, della sua Commissione Permanente.

 

L’attuale Presidente: Marcelo Rebelo de Sousa

Appartenente al Partito Social Democratico, partito conservatore inquadrabile nella corrente del centro-destra, Marcelo Rebelo de Sousa è Presidente della Repubblica dal marzo 2016. È un politico dalla lunga carriera: è stato Ministro Aggiunto durante il governo di Francisco Balsemão, consigliere comunale di Lisbona, dal 1996 al 1999 è stato a capo proprio del PSD ed è stato anche membro del Consiglio di Stato portoghese. In qualità di giornalista è stato per molti anni analista politico anche con incarichi editoriali e amministrativi.

Sousa è al suo secondo mandato – un mandato dura 5 anni – da Presidente: era stato già eletto nel 2016 ed è stato rieletto per un secondo mandato nel 2021[3].

Informazioni

Costituzione portoghese del 1976, versione aggiornata.

[1] È scorretto parlare di diarchia o di coabitazione come nel modello del semipresidenzialismo francese. Per una visione d’insieme della forma di governo del Portogallo: La forma di governo del Portogallo – DirittoConsenso.

[2] L’articolo 120 della Costituzione portighese stabilisce che il Presidente della Repubblica “rappresenta la Repubblica Portoghese, garantisce l’indipendenza nazionale, l’unità dello Stato ed il regolare funzionamento delle istituzioni democratiche ed è intrinsecamente Comandante Supremo delle Forze Armate”.

[3] Il Presidente della Repubblica è eletto a suffragio uni­versale, diretto e segreto dai cittadini portoghesi elettori, censiti nel territorio nazionale, così come dai cittadini portoghesi residenti all’estero. Il Presidente della Repubblica non può essere rieletto per un terzo mandato consecutivo.


Forma di governo del Portogallo

La forma di governo del Portogallo

Quale è la forma di governo del Portogallo? È una repubblica democratica parlamentare semipresidenziale. Vediamo in dettaglio

 

Come nasce l’attuale forma di governo del Portogallo

Per capire la forma di governo del Portogallo dobbiamo leggere la sua Costituzione. Il testo è legato ad un periodo preciso della storia portoghese: con la morte di António Salazar nel 1970, seguirono anni turbolenti e solamente nel 1976 fu approvata l’attuale costituzione.

Nel 1974 era avvenuto un golpe militare e ne era seguito un periodo di transizione che sfociò nella democrazia moderna. Il 25 luglio è festa nazionale portoghese ed il garofano è stato riconosciuto come simbolo della transizione democratica[1]. Il 25 luglio 1975 – un anno dopo della Rivoluzione – si tennero le elezioni dell’Assemblea Costituente: la volontà popolare si espresse a favore del Partito Socialista, del Partito Social Democratico e del Partito Comunista. Poi iniziò un periodo turbolento di tensioni – in portoghese Verão Quente de 1975 – tra i gruppi di sinistra e di destra e all’interno degli stessi gruppi politici di sinistra. Il periodo terminò con un nuovo tentativo di colpo di Stato da parte dell’estrema sinistra che, fallendo, spianò la strada ad una democrazia. Il 2 aprile 1976 venne così approvata una nuova Costituzione: è quella ancora oggi in vigore seppur con qualche modifica.

Nel preambolo della Costituzione del Portogallo è menzionata una parte di quegli eventi epocali: si ricorda in particolare il 25 aprile 1974 come giorno della sconfitta del regime fascista, della riacquisizione dei diritti e delle libertà fondamentali e del ruolo dell’Assemblea Costituente che in seduta plenaria il 2 aprile 1976 ha approvato la Costituzione della Repubblica Portoghese.

C’è un elemento interessante della Costituzione del Portogallo: è molto lunga, conta 296 articoli[2] ed è divisa in 4 parti[3].

 

La forma di governo del Portogallo: alcuni elementi nei principi fondamentali della Costituzione portoghese

Come la Costituzione italiana, anche quella portoghese ha inizio con i principi fondamentali. Questi sono le basi su cui poi la Costituzione portoghese si sofferma a lungo: per esempio la questione dei diritti delle persone, delle libertà e dei diritti economici.

In base all’articolo 1, il Portogallo è una repubblica sovrana, basata sulla dignità della persona umana e nella volontà popolare ed impegnata nella costruzione di una società libera, giusta e solidale.

L’articolo 2 riguarda lo stato di diritto democratico che è fondato sulla sovranità popolare, sul pluralismo dell’espressione e sull’organizzazione politica democratiche, sul rispetto e sulla garanzia della realizzazione dei diritti e delle libertà fondamentali e nella separazione e interdipendenza dei poteri. Tutto questo è finalizzato alla realizzazione della democrazia economica, sociale e culturale e all’approfondimento della democrazia partecipativa.

L’articolo 3 stabilisce una sovranità unica e indivisibile che risiede nel popolo che la esercita secondo le forme previste dalla Costituzione. Lo Stato è subordinato alla Costituzione. Lo Stato si fonda sulla legalità democratica e la validità delle leggi e degli atti di Stato, delle regioni autonome, del potere locale e di qualsiasi altra entità pubblica dipende dalla sua conformità con la Costituzione.

In base all’articolo 4 sono cittadini portoghesi tutti coloro che siano considerati tali per legge o per convenzione internazionale.

L’articolo 5 invece specifica il territorio: non solo viene fatto riferimento al territorio europeo ma anche agli arcipelaghi delle Azzorre e di Madeira. Precisa anche che la legge definisce l’estensione e il limite delle acque territoriali, della zona economica esclusiva[4] e i diritti del Portogallo ai fondali marini contigui. Non è permessa la vendita del territorio nazionale.

L’articolo 6 cristallizza il concetto di Stato unitario: in poche righe l’articolo in questione stabilisce che lo Stato è unitario e rispetta l’organizzazione, il funzionamento e il regime autonomo delle isole tanto quanto i principi di sussidiarietà, di autonomia delle regioni autonome e della decentralizzazione democratica dell’amministrazione pubblica. Gli arcipelaghi delle Azzorre e di Madeira sono le regioni autonome individuate e dotate di statuti politico-amministrativi e con organi di autogoverno.

Il lungo articolo 7 fa riferimento alle relazioni internazionali. Il Portogallo si basa sulle relazioni internazionali per il riconoscimento di tanti principi di diritto internazionale per portare avanti le relazioni con altri Stati[5]. L’articolo 8 segue l’articolo 7 per l’argomento: il diritto portoghese include le norme ed i principi del diritto internazionale generale o comune tanto quanto le norme delle convenzioni internazionali approvate e ratificate. Allo stesso modo lo Stato portoghese riconosce le disposizioni dei trattati che disciplinano l’Unione Europea.

L’articolo 9 elenca i compiti fondamentali dello Stato, tra cui rileva, per capire soprattutto la forma di governo del Portogallo, quello della lettera c) per la difesa della democrazia politica, assicurando e incentivando la partecipazione democratica dei cittadini nella risoluzione dei problemi nazionali. Questo punto si lega all’articolo 10. Il popolo esercita il potere politico attraverso il suffragio universale, uguale, diretto, segreto e periodico, i referendum e altre forme previste della Costituzione. I partiti politici contribuiscono all’organizzazione e all’espansione della volontà popolare, nel rispetto dei principi di indipendenza nazionale, unità dello Stato e democrazia politica.

Chiude la sezione dei principi fondamentali l’elenco dei simboli nazionali: la bandiera portoghese, l’inno nazionale – A Portuguesa – e la lingua officiale.

 

I punti fondamentali del sistema di governo

Il Portogallo è una repubblica democratica parlamentare semipresidenziale. I poteri sono tre: quello legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario che pur divisi sono interdipendenti. Le istituzioni più importanti sono il Presidente della Repubblica del Portogallo, il Primo Ministro del Portogallo, il Parlamento monocamerale – che è l’Assemblea della Repubblica, Assembleia da República – ed i Tribunali[6].

Tratto caratterizzante della forma di governo del Portogallo è il semipresidenzialismo. Pur essendo la stessa parola usata per indicare quello presente in Francia[7], in realtà quello portoghese presenta delle sue peculiarità che rinviano anche a motivi storici e politici[8]. Di certo le figure centrali del semipresidenzialismo sono il Presidente della Repubblica ed il Primo Ministro. È più interessante però capire che tipo di rapporto ci sia tra queste due figure: il Presidente della Repubblica – a cui è dedicato il Titolo II della Parte III – è eletto a suffragio universale ed esercita i propri poteri per un mandato di cinque anni. Il Primo Ministro è nominato dal Presidente della Repubblica dopo aver sentito i partiti rappresentati nell’Assemblea della Repubblica e tenendo conto dei risultati elettorali[9], è a capo del Governo[10] ed è responsabile davanti al Presidente della Repubblica e, nell’ambito della responsabilità politica, davanti all’Assemblea della Repubblica. Ci sono meno vincoli per il Presidente della Repubblica ma non per questo ci sono minori garanzie tipiche dello stato democratico.

È scorretto parlare di diarchia. La posizione del Presidente della Repubblica è più forte di quella del Primo Ministro. Ma al tempo stesso è simbolo di rappresentanza ed equilibro istituzionale; è moderatore e garantista. L’articolo 120 infatti stabilisce che il Presidente della Repubblica “rappresenta la Repubblica Portoghese, garantisce l’indipendenza nazionale, l’unità dello Stato ed il regolare funzionamento delle istituzioni democratiche ed è intrinsecamente Comandante Supremo delle Forze Armate”.  Non si può parlare perciò neanche di coabitazione come è previsto nella forma di governo semipresidenziale francese.

 

La geringonça

Per concludere, è importante capire un’espressione che identifica la politica recente del Portogallo.

Il termine geringonça, che significa pasticcio o accozzaglia, è stato usato per indicare la coalizione dei partiti di sinistra – Partito socialista, Partito comunista e Bloco de Esquerda – con a capo il primo ministro Antonio Costa del Partito socialista. Quella che era stata considerata una difficile convivenza politica si è rivelata nel tempo una alleanza inaspettatamente longeva: ha funzionato per 6 anni, dal 2015 al 2022, anno in cui Costa ha perso il sostegno parlamentare quando è stata bocciata la legge di bilancio del 2022. Poco dopo, in un quadro di incertezza politica, il Presidente della Repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa, ha indetto nuove elezioni. Il Partito socialista di Costa ha rivinto le elezioni nel marzo 2022 dando inizio al cosiddetto Governo Costa III. Costa si è poi dimesso il 7 novembre 2023 a seguito di un grosso scandalo legato ad appalti fraudolenti che ha coinvolto diversi politici ed imprenditori.

La geringonça è il passato: le elezioni del 10 marzo 2024 hanno dimostrato un cambiamento di rotta da parte degli elettori portoghesi tanto che l’elemento principale di queste elezioni è stato il notevole risultato ottenuto da Chega, il partito di estrema destra.

Informazioni

Costituzione portoghese del 1976, versione aggiornata.

2015: o ano em que António Costa inventou a ‘geringonça’ – Expresso.

[1] In Portogallo si parla di Revolução dos Cravos, rivoluzione dei garofani. Questa espressione si è diffusa perché la storia vuole che una fioraia, Celeste Caeiro, avesse offerto garofani ai soldati e questi li infilassero nelle canne dei fucili.

[2] Per fare un confronto, la Costituzione italiana conta 139 articoli escludendo le disposizioni transitorie e finali, quella francese ne conta 89, la spagnola 169.

[3] Parte I “Diritti e doveri fondamentali”, Parte II “Organizzazione economica”, Parte III “Organizzazione del potere politico” e Parte IV “Garanzia e revisione della costituzione”.

[4] Per un approfondimento su questo argomento del diritto internazionale marittimo: Il diritto internazionale marittimo: la zona economica esclusiva – DirittoConsenso.

[5] L’articolo 7 riconosce proprio i principi di indipendenza nazionale, del rispetto dei diritti dell’uomo, del diritto dei popoli, dell’uguaglianza tra gli Stati, della soluzione pacifica dei conflitti internazionali, della non ingerenza negli affari interni degli altri Stati e della cooperazione con tutti gli altri popoli per l’emancipazione ed il progresso dell’umanità. Il secondo comma stabilisce che lo Stato portoghese è contrario all’imperialismo, al colonialismo e a qualsiasi altra forma di aggressione, dominio ed esplorazione nelle relazioni con gli atri popoli, tanto come nel disarmo generale, simultaneo o controllato, la dissoluzione dei blocchi politici militari e l’affermazione di un sistema di sicurezza collettiva, con vista sulla creazione di un ordine internazionale capace di assicurare la pace e la giustizia nelle relazioni tra i popoli. Il Portogallo riconosce il diritto all’autodeterminazione dei popoli, all’indipendenza e allo sviluppo e allo stesso modo il diritto all’insurrezione contro tutte le forme di oppressione. Il Portogallo mantiene rapporti privilegiati di amicizia e cooperazione con i paesi di lingua portoghese. In più, si impegna nel rafforzamento dell’identità europea e nel rafforzamento dell’azione degli Stati europei a favore della democrazia, della pace, del progresso economico e della giustizia nelle relazioni tra i popoli. In base al comma 6 il Portogallo può, in condizione di reciprocità, con rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto democratico e del principio di sussidiarietà e avendo come riferimento la realizzazione della coesione, economica, sociale e territoriale, di uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia e la definizione ed esecuzione di una politica esterna, di sicurezza e di difesa comune, convenzionare l’esercizio, in comune, in cooperazione o dalle istituzioni dell’Unione, dei poteri necessari alla costruzione e all’approfondimento dell’Unione Europea. Chiude l’articolo il comma 7 che prevede la possibilità per il Portogallo di accettare la giurisdizione del Tribunale Penale Internazionale.

[6] Come indicato dall’articolo 110 della Costituzione.

[7] Ho parlato del semipresidenzialismo francese in questo articolo per DirittoConsenso: Il semipresidenzialismo francese – DirittoConsenso.

[8] Vedi “Il semipresidenzialismo in versione portoghese: esecutivo non diarchico e attivismo presidenziale” di Romano Orrù, DPCE Online.

[9] Vedi articolo 187 della Costituzione.

[10] Costituito anche dai Ministri, dai Segretari e dai Sottosegretari di Stato come indicato dall’articolo 183 della Costituzione.


Elezioni del Presidente della Commissione Europea

L'elezione del Presidente della Commissione Europea

L’elezione del Presidente della Commissione Europea è un preciso momento dell’Unione Europea in cui avvengono cambiamenti politici. Come avviene questo processo?

 

Come si elegge il Presidente della Commissione Europea?

La figura del Presidente della Commissione Europea è centrale: rappresenta l’Unione Europea, guida la politica della Commissione, prende parte alle riunioni più importanti interne ed esterne all’UE[1]. A metà tra una figura presidenziale e un primo ministro statale, il Presidente della Commissione svolge attività precise e lavora con altri organi istituzioni e figure dell’Unione come stabilito dal Trattato sull’Unione Europea (TUE) e dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). L’elezione del Presidente della Commissione Europea è un momento davvero importante e si inserisce in uno in particolare dell’Unione Europea: quello delle elezioni europee.

Da qualche settimana sappiamo che Ursula von der Leyen, l’attuale Presidente, ha intenzione di ricandidarsi[2]. Perché candidarsi? Ci sono due motivi: perché si avvicinano le prossime elezioni dei deputati del Parlamento Europeo[3] – che si terranno a giugno di quest’anno – e perché il mandato da Presidente dura 5 anni a seguito proprio delle elezioni europee[4]. È importante precisare che il Presidente della Commissione Europea non è votato direttamente dai cittadini dell’Unione Europea: non c’è quindi rappresentanza diretta. Tuttavia la Commissione Europea necessita della fiducia del Parlamento Europeo per assumere formalmente le sue funzioni all’inizio del suo mandato.

Perché fare questa scelta adesso? Ursula von der Leyen ha rilasciato delle dichiarazioni in cui dice di sentirsi pronta per un secondo mandato e che dopo le grandi sfide del quinquennio 2019-2024 – pandemia Covid, guerra in Ucraina e crisi energetica – sia necessario lavorare ancora di più per un’Unione Europea più forte. È praticamente cosa certa che sarà la candidata capolista del Partito popolare europeo (PPE) in cui è parte il partito di provenienza della von der Leyen, l’Unione cristiano-democratica di Germania (CDU).

 

L’articolo 17 del Trattato sull’Unione Europea (TUE)

L’elezione del Presidente della Commissione Europea avviene secondo le modalità stabilite dall’articolo 17 del TUE. Quest’articolo è abbastanza lungo. Spiega il ruolo della Commissione Europea, indica le attività, precisa la durata del mandato e dei suoi membri, elenca i poteri del Presidente della Commissione e come la Commissione stessa dialoga con le altre istituzioni dell’Unione Europea.

Per quello che qui interessa per capire l’elezione del Presidente della Commissione Europea, l’articolo 17 stabilisce che è il Consiglio europeo che, dopo aver tenuto conto delle elezioni del Parlamento Europeo e dopo aver effettuato delle consultazioni, propone al Parlamento Europeo un candidato alla carica di Presidente della Commissione. Perché il candidato proposto diventi Presidente della Commissione deve essere eletto dal Parlamento a maggioranza dei membri che lo compongono. Se il candidato non ottiene la maggioranza il Consiglio europeo propone un nuovo candidato entro un mese.

Come è facile intuire anche nel caso dell’elezione del Presidente della Commissione Europea le istituzioni più importanti dell’Unione Europea convergono per le attività congiunte:

  • Da una parte il Consiglio europeo propone un candidato alla carica di Presidente
  • Dall’altra il Parlamento Europeo lo elegge.

 

Chiude l’articolo 17 la previsione che stabilisce che la Commissione è responsabile collettivamente dinanzi al Parlamento Europeo. Collegandosi all’articolo 234 del TFUE, è prevista per il Parlamento Europeo la mozione di censura della Commissione: se questa mozione è adottata, i membri della Commissione Europea si dimettono.

 

Un 2024 ricco di cambiamenti per l’Unione Europea

A seguito dell’elezione del Presidente della Commissione Europea, ci sono degli ulteriori cambiamenti tra le figure dell’Unione. Dopo il Presidente è il turno dei commissari: questi sono designati sulla base di suggerimenti degli Stati membri dell’Unione Europea ed è in questo caso il Consiglio dell’Unione Europea ad adottare un elenco dei commissari in accordo con il Presidente eletto della Commissione Europea. Il Parlamento Europeo in particolare valuta i commissari perché ciascuno di questi deve comparire dinanzi alle commissioni parlamentari dei suoi futuri di competenza (per esempio, il commissario per le politiche in tema di concorrenza farà rapporto alla Commissione IMCO cioè la Commissione del Parlamento Europeo del mercato interno e della protezione dei consumatori).

Inoltre bisogna ricordare anche la nomina dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza[5], la figura centrale in materia di PESC nonché uno dei vicepresidenti della Commissione Europea.

Istituzioni a parte, le sfide della Commissione Europea che verrà sono tantissime: il ruolo dell’Unione Europea come organizzazione internazionale, la questione della guerra in Ucraina e del conflitto israelo-palestinese, lo stato di diritto nell’Unione Europea, i rapporti con gli Stati Uniti dopo le elezioni presidenziali di novembre 2024, e importanti questioni economiche e tecnologiche come i risultati del Recovery Fund e la regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale.

Informazioni

Trattato sull’Unione Europea.

Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.

Diritto dell’Unione Europea, Parte Istituzionale, G. Strozzi, R. Mastroianni, Giappichelli Editore, 2016.

[1] Per fare due esempi: una interna è il discorso sullo stato dell’Unione al Parlamento Europeo, una esterna è la partecipazione alle riunioni del G7.

[2] Ursula von der Leyen annuncia ricandidatura a presidente della Commissione europea | Euronews.

[3] Per un approfondimento sull’istituzione e sulle attività e funzioni: Le funzioni del Parlamento Europeo – DirittoConsenso.

[4] Il rinvio all’articolo della Commissione del 2019 che ho scritto per DirittoConsenso in relazione alle elezioni europee proprio di 5 anni fa: La Commissione Europea che verrà – DirittoConsenso.

[5] Attualmente questa carica è ricoperta da Josep Borrell i Fontelles.


Tutela del patrimonio culturale subacqueo

La tutela del patrimonio culturale subacqueo

Diritto

Come si tutela il patrimonio culturale subacqueo? Spiegazione generale dell’argomento con attenzione al diritto internazionale e alla normativa italiana

 

Introduzione: cosa si intende per patrimonio culturale subacqueo?

Cos’è il patrimonio culturale subacqueo? La risposta a questa domanda richiede alcune precisazioni e qualche esempio. Partiamo dalla definizione.

La definizione di patrimonio culturale subacqueo è presente all’articolo 1 della Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo del 2001. Questa disposizione precisa che per patrimonio culturale subacqueo si debbano intendere tutte le tracce dell’esistenza umana di carattere culturale, storico o archeologico che sono state parzialmente o totalmente sommerse, periodicamente o ininterrottamente, per almeno cento anni. La stessa Convenzione offre degli esempi: siti, strutture, edifici manufatti e resti umani, insieme al loro contesto archeologico e naturale; navi, aeromobili, altri veicoli o parte ad essi, il loro carico o altri contenuti, insieme al loro contesto archeologico e naturale; oggetti di carattere preistorico. Una lista non esaustiva ma che aiuta a capire quanto possa essere variegato il patrimonio culturale subacqueo.

Passiamo ora a qualche esempio per dare l’idea di cosa sia il patrimonio culturale subacqueo.

In Italia tra i siti più noti c’è il relitto di San Pietro in Bevagna: si tratta di un carico di una nave che trasportava sarcofagi in marmo ed era verosimilmente un carico destinato al mercato di Roma. Secondo gli studi della Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo con sede a Taranto, è un relitto avvenuto nel III secolo dopo Cristo. Purtroppo non ci sono resti della nave che trasportava questi sarcofagi. All’estero è interessante conoscere la storia del relitto della nave Avondster. Si tratta di una nave originariamente inglese ma catturata dagli olandesi e che naufragò il 2 luglio del 1659 presso la città di Galle/Tamil nello Sri Lanka. La nave fu scoperta nel 1993, il luogo monitorato per anni da una squadra di archeologi dello Sri Lanka e dal 2001 alla fine del 2004 sono state scavate e conservate importanti sezioni della nave. Poi una catastrofe colpì, tra i tanti Stati, lo Sri Lanka: il terremoto ed il susseguente maremoto nell’Oceano Indiano del 26 dicembre 2004. Il relitto della Avondster fu parzialmente ricoperto da un nuovo strato di sabbia protettivo e così fu risparmiato dalla distruzione dello tsunami[1]. La città di Galle però subì notevoli danni. Incredibilmente, la maggior parte del patrimonio culturale – subacqueo e non – sopravvisse, incluso il relitto della nave Avondster[2].

Il patrimonio culturale subacqueo come concetto rappresenta un insieme del più ampio concetto di patrimonio culturale.

Ultima precisazione prima di chiudere l’introduzione. In inglese questo concetto è espresso con l’espressione underwater cultural heritage. Notate bene: è impreciso usare maritime perché con questo aggettivo si circoscrive il patrimonio culturale dei mari e degli oceani mentre underwater amplia la protezione anche al patrimonio culturale di altre acque come quello presente nei corsi di fiumi o laghi.

 

Alcuni principi da conoscere quando si parla di patrimonio culturale subacqueo

Dato l’argomento, è opportuno riassumere brevemente alcuni principi che hanno a che fare con il patrimonio culturale subacqueo. Quelli che seguono sono menzionati nei trattati internazionali che disciplinano questa materia:

  • Il patrimonio culturale deve essere protetto dalla distruzione mirata e intenzionale, dal traffico illecito, dalla rimozione illegale, da danni o cataclismi ambientali, dalla discriminazione.
  • Il patrimonio culturale è sì tutelato – seppur in forme diverse – dai trattati internazionali ma sono gli Stati ad essere i primi e più diretti soggetti – insieme alle comunità – a dover intervenire.
  • Il patrimonio culturale – materiale o immateriale che sia – è legato a comunità, ambiente e territori per evidenti ragioni storiche, economiche, culturali e sociali.
  • Lo studio e la cooperazione scientifica sono fondamentali per comprendere il patrimonio culturale, tanto quello cronologicamente antico quanto quello vivo e contemporaneo.

 

I trattati internazionali sul tema

La tutela del patrimonio culturale subacqueo è prevista in due trattati internazionali:

  • La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che conta 169 Stati parte
  • La Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo del 2001[3], che conta invece 72 Stati parte.

 

La Convenzione sul diritto del mare del 1982 è il trattato internazionale che disciplina l’uso del mare e degli oceani, definendo anche diritti e responsabilità per gli Stati. La Convenzione, nota con l’acronimo inglese UNCLOS, prevede all’articolo 149 che tutti gli oggetti di natura archeologica o naturale trovati nei fondali marini e oceanici (ed il loro sottosuolo) che sono oltre i limiti della giurisdizione degli Stati devono essere preservati o messi a disposizione per l’umanità e con particolare riferimento ai diritti preferenziali dello Stato o del Paese di origine, o dello Stato di origine culturale, o dello Stato di origine storica e archeologica.

L’articolo 303 invece crea qualche problema interpretativo. Il primo paragrafo indica che gli Stati hanno il dovere di proteggere gli oggetti di natura archeologica e storica trovati e che devono cooperare a tal fine, e fin qui va tutto bene. Il secondo paragrafo riguarda i beni culturali archeologici e storici che si trovano nella zona contigua[4]: questo stabilisce alcuni diritti allo Stato costiero, diritti che però sono poco chiari. Il terzo paragrafo poi sembra spazzare via il concetto di tutela per dare spazio al c.d. ‘law of salvage and other rules of admiralty’, un principio noto in particolare negli Stati che mantengono un modello di common law e che può essere tradotto in questo modo: una persona che scopre un relitto in acque navigabili che è stato a lungo perduto e abbandonato e che riduce la proprietà ad un possesso effettivo diventa proprietario della cosa[5]. Il quarto paragrafo stabilisce che altri strumenti internazionali sono ben accetti per la protezione di beni archeologici[6].

La Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo del 2001 è specifica sul tema di questo articolo. Questa Convenzione è stata adottata il 2 novembre 2001 durante la trentunesima Conferenza Generale dell’UNESCO. Questo trattato, oltre a definire il patrimonio culturale subacqueo come ho riportato all’inizio dell’articolo, include delle disposizioni in parte contrastanti a quelle della Convenzione UNCLOS del 1982. L’articolo 4 è un compromesso raggiunto dagli Stati in tema di ‘law of salvage and finds’[7].

Gli Stati parte della Convenzione preservano il patrimonio a beneficio dell’umanità ed in conformità con le disposizioni del trattato di cui sono parte. Viene poi indicato che la conservazione in situ del patrimonio culturale subacqueo deve essere considerata come la prima opzione per qualsiasi attività diretta a tale patrimonio. Questo ovviamente si spiega se pensiamo che rimuovere relitti o resti di navi e vascelli potrebbe risultare oltre che costoso anche difficile da eseguire rischiando di compromettere l’ambiente e/o danneggiando il patrimonio coinvolto.

L’articolo 2 paragrafo 7 stabilisce che il patrimonio culturale subacqueo non deve essere sfruttato per fini commerciali[8].

 

La normativa italiana sul patrimonio culturale subacqueo

La normativa italiana in tema di patrimonio culturale subacqueo è variegata[9]:

  • Il decreto legislativo 31 marzo 1998 n. 112 che, tra i tanti articoli, prevede all’articolo 148 le definizioni di beni culturali, beni ambientali, tutela, gestione, valorizzazione, attività culturali e promozione
  • Il decreto legislativo 20 ottobre 1998 n. 368 che ha istituito il Ministero per i beni culturali[10]
  • Il decreto legislativo 22 gennaio 2004 n. 42, cioè il noto Codice dei beni culturali e del paesaggio contenente moltissime disposizioni in materia di patrimonio culturale
  • La legge 8 febbraio 2006 n. 61 che istituisce zone di protezione ecologica oltre il limite esterno del mare territoriale
  • La legge 20 febbraio 2006 n. 77 contenente misure speciali di tutela e fruizione dei siti e degli elementi di interesse culturale, paesaggistico e ambientale inseriti nella Lista del Patrimonio Mondiale posti sotto la tutela dell’UNESCO
  • Il decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 in materia ambientale tra le cui disposizioni bisogna menzionare sia i principi dell’azione ambientale (articolo 3 ter) e dello sviluppo sostenibile (3 quater) sia disposizioni come per esempio l’oggetto della valutazione ambientale strategica o la redazione del rapporto ambientale
  • Il decreto ministeriale 9 aprile 2016 n. 198 contenente disposizioni in materia di aree e parchi archeologici, istituti e luoghi della cultura di rilevante interesse nazionale
  • Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 2 dicembre 2019 n. 169 che, oltre a riorganizzare il Ministero per i beni culturali, istituisce all’articolo 33 “Uffici dotati di autonomia speciale” e più in dettaglio all’articolo 37 la Soprintendenza Nazionale per il Patrimonio Culturale Subacqueo con sede a Taranto[11]
  • La legge 9 marzo 2022 n. 22 sui reati contro il patrimonio culturale[12].

 

Com’è facile notare, quando si parla di patrimonio culturale subacqueo il binomio ambiente e cultura è assicurato. Pertanto, si prevede che in particolare per il patrimonio culturale subacqueo ci sia un’attenzione maggiore al contesto in cui un sito, un relitto, uno scavo archeologico o un altro bene si trovi.

Informazioni

Dromgoole, S. (2013) Underwater cultural heritage and international law. Cambridge: Cambridge University Press (Cambridge Studies in International and Comparative Law, v. 101).

Scovazzi, T. (2002) Convention on the Protection of Underwater Cultural Heritage. Environmental Policy and Law, 32(3-4), 152-157.

Garabello, R. (2004) La convenzione UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo. Milano: Giuffrè (Pubblicazioni della Facoltà di giurisprudenza dell’Università degli studi di Milano Bicocca, 19).

Jarvis, C., Ermida, M. P., & Varmer, O. (2023). Threats to Underwater Cultural Heritage from Existing and Future Human Activities. Blue Papers, 2(1), 76–83.

Legge 23 ottobre 2009, n. 157. Ratifica ed esecuzione della Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale subacqueo, con Allegato, adottata a Parigi il 2 novembre 2001, e norme di adeguamento dell’ordinamento interno.

[1] L’acqua è estremamente efficace nel preservare i resti dei relitti che provoca. Non è un caso quindi che si possano visitare musei subacquei e visitare anche i relitti (specie se con le innovazioni tecnologiche è possibile studiare i materiali e sapere come conservarli).

[2] La città vecchia di Galle e le sue fortificazioni sono un sito culturale del patrimonio dell’umanità iscritto nella Lista dell’UNESCO. Per ulteriori informazioni: Old Town of Galle and its Fortifications – UNESCO World Heritage Centre.

[3] Per un approfondimento su questa Convenzione rinvio a quest’altro articolo che ho scritto per DirittoConsenso: La Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo – DirittoConsenso.

[4] Nota anche come fascia contigua, è quella zona individuata dalla Convenzione UNCLOS all’articolo 33 di 24 miglia dalla costa di uno Stato.

[5] E poi la questione può diventare più complessa: la law of salvage si concentra sui relitti con valore monetario, identificando la proprietà originaria e assicurando il risarcimento del salvatore/scopritore. La law of finds, assegnando al primo ritrovatore il ruolo di nuovo proprietario – invece regola generalmente i relitti con un valore più storico che monetario. Per approfondimenti: Wreckonomics: “Finders Keepers” in Maritime Law – JSTOR Daily.

[6] Testo dell’articolo 303: “1. Gli Stati hanno il dovere di proteggere gli oggetti di natura archeologica e storica rinvenuti in mare e devono cooperare a tal fine. 2. Al fine di controllare il traffico di tali oggetti, lo Stato costiero può, nell’applicare l’articolo 33, presumere che la loro rimozione dal fondale marino nella zona di cui a tale articolo, senza la sua approvazione, comporti una violazione nel suo territorio o nel suo mare territoriale delle leggi e dei regolamenti di cui a tale articolo. 3. Nessuna disposizione del presente articolo pregiudica i diritti di proprietari identificabili, il diritto di salvataggio o altre norme di ammiragliato, o le leggi e le pratiche relative agli scambi culturali. 4. Il presente articolo non pregiudica altri accordi internazionali internazionali e le norme di diritto internazionale relative alla protezione degli oggetti di natura archeologici e storici.”.

[7] Testo dell’articolo 4: “Ogni attività relativa al patrimonio culturale subacqueo a cui si applica la presente Convenzione non è soggetta alla legge sul salvataggio o alla legge sui ritrovamenti, a meno che:

(a) sia autorizzata dalle autorità competenti, e

(b) sia pienamente conforme alla presente Convenzione, e

(c) garantisca che qualsiasi recupero del patrimonio culturale subacqueo raggiunga la sua massima protezione.”.

[8] A questa disposizione si deve collegare la Regola numero 2 dell’Allegato della Convenzione che stabilisce che: “Lo sfruttamento commerciale del patrimonio culturale subacqueo a fini commerciali o speculativi o la sua dispersione irrimediabile sono fondamentalmente incompatibili con la protezione e la corretta gestione del patrimonio culturale subacqueo. I beni culturali subacquei non possono essere scambiati, venduti, acquistati o barattati come beni commerciali.

La presente norma non può essere interpretata nel senso di impedire:

(a) la fornitura di servizi archeologici professionali o di servizi necessari ad essi accessori la cui natura e il cui scopo siano pienamente conformi alla presente Convenzione e siano soggetti all’autorizzazione delle autorità competenti;

(b) la deposizione di beni culturali subacquei recuperati nel corso di un progetto di ricerca in conformità con la presente Convenzione, a condizione che tale deposizione non pregiudichi l’interesse scientifico o culturale o l’integrità del materiale recuperato o ne comporti la dispersione irrimediabile; sia conforme alle disposizioni delle Regole 33 e 34 e sia soggetta all’autorizzazione delle autorità competenti.”.

[9] Mi concentro sulla normativa puramente interna. Mi è sembrato superfluo riportare le leggi di ratifica ed esecuzione dei trattati internazionali e dei trattati bilaterali che l’Italia ha firmato con diversi Stati.

[10] Ministero che ha avuto negli anni numerosi interventi di riordino e organizzazione sia negli uffici centrali che in quelli periferici.

[11] Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo – SOPRINTENDENZA NAZIONALE PER IL PATRIMONIO CULTURALE SUBACQUEO (patrimoniosubacqueo.it).

[12] Per un approfondimento sul contenuto di questa legge: I reati contro il patrimonio culturale: la Legge 9 marzo 2022 n. 22 – DirittoConsenso.


Corte europea dei diritti dell'uomo

La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo

Funzioni, attività e sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, una delle Corti più attive a livello internazionale

 

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: inquadramento

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che si trova spessissimo abbreviata in CEDU o Corte EDU, è un tribunale internazionale. Il nome può trarre in inganno: è un tribunale internazionale ma non è parte dell’Unione Europea. Non va quindi confusa con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che si trova invece abbreviata in CGUE.

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha sede a Strasburgo ed è stata fondata nel 1959. La Corte nasce come organo per la tutela dei diritti umani per gli Stati che hanno ratificato la Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali del 1950. Questa Convenzione è spesso indicata per comodità con il nome ‘Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo’ o CEDU (quindi la medesima sigla della Corte di cui ho detto sopra). In questo articolo anche io userò questo nome comune per indicare il trattato in questione. La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo è considerata uno strumento vivente: è stata modificata più volte e sono stati aggiunti diritti che non erano previsti nella forma originaria del 1950[1]. conta 16 Protocolli.

Alla base dell’adozione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo c’è il Consiglio d’Europa (che si può trovare nella sigla CdE, Council of Europe). Quest’organizzazione internazionale non fa parte dell’Unione Europea e non deve essere confusa con il Consiglio europeo e con il Consiglio dell’Unione Europea che invece sono delle istituzioni centrali dell’UE. Il Consiglio d’Europa è un organo che si può riassumere in questo modo: è custode dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto per 700 milioni di cittadini. Perché? Perché il Consiglio d’Europa interviene in tema di democrazia, Stato di diritto e diritti umani e le entità amministrative interne hanno ambiti diversi di lavoro[2].

Il Consiglio d’Europa ha cambiato numero di Stati membri da pochi anni: si è passati da 47 a 46 per l’esclusione della Federazione Russa a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Dei 46 Stati membri attuali, 27 sono Stati anche membri dell’Unione Europea[3].

 

Le attività della Corte e la sua struttura

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo decide ricorsi individuali o statali su questioni che riguardano violazioni di diritti civili e politici stabiliti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Qualsiasi individuo può adire la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: non solamente cittadini degli Stati membri del Consiglio d’Europa ma anche individui che si trovino sotto la loro giurisdizione. Il ricorso può essere presentato da parte di una persona fisica, un’organizzazione non governativa o un gruppo di privati che sostenga d’essere vittima di una violazione da parte di uno degli Stati membri contraenti dei diritti riconosciuti nella Convenzione o nei suoi protocolli.

La Corte non può essere adita se non dopo l’esaurimento delle vie di ricorso interne: ciò significa che prima di poter presentare ricorso alla CEDU è necessario per il ricorrente aver potuto adire la giustizia interna.

I giudici sono 46, tanti quanti gli Stati membri della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Devono rispecchiare i principi di indipendenza, terzietà ed imparzialità.

La Corte ha una struttura interna particolare. Ci sono 5 Sezioni, unità amministrative, le Camere, che sono i collegi giudicanti all’interno di una determinata Sezione, e le Commissioni. La divisione in Sezioni mira a riflettere i diversi sistemi giuridici degli Stati membri. Ogni Sezione ha un Presidente, un Vicepresidente ed altri giudici. Ogni Camera ha il Presidente della Sezione a cui il caso è stato assegnato, il cosiddetto giudice nazionale, cioè il giudice scelto perché della nazionalità dello stesso Stato contro cui vi è il ricorso, e altri 5 giudici designati dal Presidente di Sezione a rotazione. La Grande Camera è composta dal Presidente, dai Vicepresidenti, dai Presidenti di Sezione e dal giudice nazionale insieme ad altri giudici selezionati per sorteggio.

La Corte giudica nelle seguenti composizioni:

  • 1 giudice nei casi considerati manifestamente irricevibili[4]
  • 3 giudici che formano un Comitato nei casi in cui c’è unanimità sulla ricevibilità e sul merito di casi già coperti da una giurisprudenza consolidata della Corte
  • 7 giudici che formano una Camera che si pronuncia a maggioranza
  • 17 giudici della Grande Camera. L’attività della Grande Camera avviene in momenti specifici. Ad esempio la Camera a cui il caso è stato assegnato può rinunciare alla giurisdizione a favore della Grande Camera quando vi è un problema di incoerenza con una precedente decisione della Corte oppure quando vi è un problema serio di interpretazione. È possibile inoltre nel caso in cui le parti del processo intendano chiedere il rinvio del caso alla Grande Camera ma questo deve avvenire entro tre mesi dalla pronuncia della sentenza della Camera. In più la Grande Camera può fornire pareri consultivi ai sensi del Protocollo n. 16[5], dell’articolo 47 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo[6] o dell’articolo 29 della Convenzione di Oviedo[7].

 

La Corte funziona necessariamente con il supporto del Registry, un organo composto da personale con funzioni amministrative e giuridiche e di traduzione.

 

Le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Dal primo caso della Corte del 1960 – il caso Lawless c. Irlanda – ad oggi è cambiata la storia dei diritti fondamentali. Anche qui le parole sono importantissime e nell’operato della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo vengono usati tanti termini: le sentenze della Corte non devono essere confuse con le decisioni – che riguardano la ricevibilità di un ricorso – e con le doglianze – termine con cui si indicano solamente le ragioni per cui è presentato un ricorso e che la Corte esamina per capire se sussistono le condizioni per ricevere un ricorso.

Il primo elemento che bisogna conoscere è che le sentenze della Corte sono vincolanti. In caso di violazione, lo Stato convenuto è tenuto a rispettare la decisione della Corte e a adottare le misure necessarie per evitare che tale violazione possa ripetersi in futuro. Lo Stato condannato deve inoltre porre rimedio al danno causato alla vittima e la Corte può esigere dallo Stato il pagamento di una somma di denaro al ricorrente. Possono anche essere necessarie altre misure specifiche (pensiamo al caso di un soggetto che deve essere scarcerato, al ripristino di una situazione precedente all’esproprio statale o alla reintegrazione nel posto di lavoro).

Si potrebbero riportare migliaia di casi rilevanti, in questo articolo mi pare il caso di riportare qualche caso recente che riguarda l’Italia.

 

Alcuni casi recenti che hanno riguardato l’Italia

Tra i casi recenti degli ultimi sei mesi che hanno riguardato l’Italia ne possiamo ricordare tre.

Nel caso C. contro Italia, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per violazione nei confronti di una bambina del diritto al riconoscimento del rapporto di filiazione con il padre biologico. L’Italia è stata condannata perché colpevole di aver violato il diritto alla vita famigliare e privata della bambina, l’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Il caso riguardava il rifiuto delle autorità italiane di riconoscere il rapporto giuridico genitore-figlio stabilito da un certificato di nascita ucraino tra la ricorrente, una bambina nata attraverso un accordo di maternità surrogata gestazionale all’estero, e il suo padre biologico e la madre designata. Nel ricorso si specifica che il rifiuto delle autorità nazionali di riconoscere il padre biologico e la madre intenzionale come suoi genitori, da un lato, e il fatto che non avesse la cittadinanza, dall’altro, la ponevano in uno stato di grande incertezza giuridica.

Un altro caso interessante è M.A. c. Italia. In questo caso, la Corte ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 3. Il caso riguardava la sistemazione della ricorrente che, all’epoca dei fatti era minorenne non accompagnata, sosteneva di essere stata vittima di abusi sessuali nel centro di accoglienza per adulti a Como per quasi otto mesi e la mancata applicazione delle garanzie procedurali previste per i migranti minorenni. In più l’Italia ha risarcito la ricorrente per un totale di diecimila euro per i danni non pecuniari e per i costi e le spese legali.

Infine, il caso Tarricone c. Italia. In questo caso, la Corte non ha condannato l’Italia. Il ricorso è stato proposto da un detenuto che ha lamentato una violazione dell’articolo 3 per la continuazione della detenzione del ricorrente nonostante i suoi disturbi psichiatrici e l’asserita mancanza di cure durante la detenzione. Il ricorrente infatti soffriva di disturbi psichiatrici ed al momento della presentazione del ricorso era detenuto nel carcere di Campobasso. Nella sentenza che ha rigettato il ricorso, la Corte ha riportato come se è vero che la tortura e le pene inumani e degradanti siano uno dei valori fondamentali dello Stato di diritto e che la giurisprudenza della stessa Corte sul tema è proficua sul caso specifico non vi erano elementi che determinassero che lo stato di salute del ricorrente fosse peggiorato nel tempo per lo stato di detenzione e che avesse preso nota invece del lungo percorso riabilitativo intrapreso dal ricorrente dove erano stati registrati dei miglioramenti. La Corte ha dichiarato, con quattro voti contro tre, che non vi è stata alcuna violazione dell’articolo 3 della Convenzione.

Informazioni

Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

HUDOC – European Court of Human Rights (coe.int)

[1] La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo conta 16 Protocolli. Alcuni di questi però sono andati a modificare il testo originario della Convenzione e non sono perciò testi separati.

[2] Si va dall’efficacia del sistema della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dal Codice europeo di sicurezza sociale alla politica dell’educazione e alla Convenzione di Berna relativa alla conservazione della vita selvatica e dell’ambiente naturale in Europa, dalla politica dell’istruzione e dalla piattaforma per la protezione dei giornalisti al Moneyval sul riciclaggio di capitali e al CCPE, il consiglio consultivo dei procuratori europei.

[3] Per una visione d’insieme sull’Unione Europea considerata da sempre organizzazione internazionale dalla spiccata originalità evolutiva rinvio al seguente articolo pubblicato su DirittoConsenso: L’UE: un’organizzazione peculiare – DirittoConsenso.

[4] La figura del giudice unico ha un fondamento preciso: quello di snellire l’attività per i ricorsi individuali.

[5] Il noto Protocollo n. 16 del 2013 è la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

[6] “1. La Corte può, su richiesta del Comitato dei Ministri, fornire pareri consultivi su questioni giuridiche relative all’interpretazione della Convenzione e dei suoi Protocolli.

2.Tali pareri non devono riguardare questioni inerenti al contenuto o alla portata dei diritti e libertà definiti nel Titolo I della Convenzione e nei Protocolli, né su altre questioni su cui la Corte o il Comitato dei Ministri potrebbero doversi pronunciare in seguito alla presentazione di un ricorso previsto dalla Convenzione.

3. La decisione del Comitato dei Ministri di chiedere un parere alla Corte è adottata con un voto della maggioranza dei rappresentanti che hanno il diritto di avere un seggio in seno al Comitato.”.

[7] La Convenzione di Oviedo è un importante trattato internazionale in tema di diritti umani e di biomedicina.


Patrimonio culturale del Madagascar

Il patrimonio culturale del Madagascar

Il patrimonio culturale del Madagascar lega esseri umani, ambiente, specie endemiche e pratiche culturali. Un approfondimento su quello riconosciuto a livello internazionale

 

Il patrimonio culturale del Madagascar: ambiente, cultura e diversità faunistica

L’isola di Madagascar, quarantaquattresima al mondo per dimensione, è un’isola al largo della costa sud-orientale dell’Africa. Il Madagascar, ufficialmente Repubblica del Madagascar, è uno Stato noto per l’eccezionale biodiversità e per la particolare storia geologica. Tutto questo è visibile nei parchi nazionali così come nelle specie animali e vegetali che prosperano sull’isola, specie che sono endemiche, cioè esclusive di un determinato territorio. Il patrimonio culturale del Madagascar è il riflesso di questo complesso ecosistema: esseri umani, flora e fauna convivono in un luogo unico.

È facile immaginare quindi come in questo sistema che lega ambiente, patrimonio culturale ed esseri umani sia necessario porre particolare enfasi sulla tutela, sulla conservazione e sulla valorizzazione. Gli eventuali danni causati da eventi ambientali o da attività umane possono essere significativi. Il Madagascar è membro di diverse organizzazioni internazionali – tra cui è importante menzionare UNESCO[1], ECOSOC[2], UNCTAD[3], ICCROM[4] – e sul suo territorio sono all’attivo molti progetti[5].

Vediamo in dettaglio il patrimonio culturale del Madagascar riconosciuto a livello internazionale.

 

Il Patrimonio dell’Umanità ed il Madagascar

La Convenzione UNESCO sulla Protezione del Patrimonio Culturale e Naturale dell’Umanità del 1972 è il trattato che ha istituito la Lista del Patrimonio Culturale dell’Umanità, la World Heritage List. In questa Lista dell’UNESCO ci sono tre siti iscritti che si trovano nel territorio del Madagascar.

  • Le foreste secche dell’Andrefana: si tratta di un sito naturale che comprende quattro parchi nazionali e due riserve speciali. All’interno di quest’area si trovano specie animali e vegetali uniche e vanno così a comporre un ecosistema complesso. In passato ha purtroppo subito gli effetti di attività umane come gli incendi per il rinnovamento dei boschi, l’intensificazione dell’agricoltura, la produzione di carbone, il commercio illegale di fauna selvatica e il disboscamento e l’estrazione mineraria illegale. Ad oggi però il sito non è in pericolo dati gli sforzi delle comunità e dello Stato nel preservare l’area.
  • La collina reale di Ambohimanga: questo è un sito culturale. È un complesso composto da una città reale, da un luogo di sepoltura e dei luoghi sacri. È uno dei simboli culturali e religiosi del Madagascar da più di 500 anni tanto che nei luoghi di culto arrivano pellegrini non solo dall’isola ma anche da altri Stati. La collina reale di Ambohimanga comprende un sistema di fortificazioni, palazzi reali, edifici, luoghi sacri, tombe reali e aree verdi. Per i malgasci si tratta di un simbolo della comunità e dell’integrità della nazione tanto da avere una specifica protezione legale a livello nazionale e locale.
  • Le foreste pluviali dell’Atsinanana: questo è un sito naturale che è stato iscritto nel 2007 nella Lista del Patrimonio dell’Umanità ma che dal 2010 è anche nella Lista del Patrimonio dell’Umanità in Pericolo. Le foreste pluviali sono iscritte per la loro importanza nei processi ecologici e biologici, per la loro enorme biodiversità e per le specie minacciate che ospitano. Purtroppo, primati e lemuri sono gli animali più minacciati tra le specie che vivono nelle foreste dell’Atsinanana: a questo problema ce ne sono degli altri collegati tra loro tra cui lo sfruttamento delle risorse nell’area, la debole protezione delle foreste pluviali e la mancanza di strategie di protezione chiare e coordinate.

 

Passiamo al patrimonio culturale immateriale del Madagascar.

 

Il patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’UNESCO

In base alla Convenzione UNESCO del 2003 sulla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, moltissime tradizioni e pratiche culturali trovano riconoscimento internazionale[6]. Il patrimonio culturale del Madagascar può contare sull’iscrizione nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale di tre pratiche:

  • La pratica dell’artigianato del legno degli Zafimaniry. Si tratta di un bagaglio di conoscenze tramandato oggi dalla popolazione Zafimaniry e che in passato era diffusa su tutta l’isola. Il riconoscimento di questo patrimonio è stato ufficializzato nel 2008 dall’UNESCO ed è sbalorditivo: nella scheda di questa pratica sul sito dell’UNESCO si legge che:

“i falegnami e gli artigiani Zafimaniry hanno sviluppato un bagaglio di conoscenze e abilità pratiche che ruotano attorno al legno. […] La competenza degli Zafimaniry nella silvicoltura e nella scultura del legno è visibile nelle costruzioni e negli oggetti di uso quotidiano […] Gli Zafimaniry utilizzano venti diverse specie endemiche di alberi, ognuna adattata a un tipo specifico di costruzione o di funzione decorativa. Le case e le tombe sono assemblate interamente con i tradizionali incastri a mortasa e tenone, senza l’uso di chiodi, cerniere o altri elementi metallici. I granai tradizionali, arroccati su pali rotondi, sono un elemento distintivo del paesaggio montano. I motivi geometrici sono altamente codificati e riflettono non solo le origini austronesiane della comunità, ma anche le influenze arabe nella cultura malgascia. Sebbene il numero di motivi sia limitato, la creatività degli artigiani fa sì che non esistano due pezzi identici. Questi motivi hanno un ricco significato simbolico legato alle credenze e ai valori degli Zafimaniry.”.

  • L’arte oratoria malgascia Kabary. È iscritta nella Lista UNESCO dal 2021. Si tratta di una pratica culturale che è mutata nel tempo: il discorso veniva impostato con funzione ritualistica ed era tenuto dal leader per informare la comunità sulla vita sociale e sull’amministrazione. Con il tempo le stesse comunità hanno usato il Kabary per comunicare e per gli eventi sociali come feste, funerali, cerimonie ufficiali ed eventi popolari. È un bene che la pratica non rischi di scomparire: sebbene sia tradizionalmente eseguito da uomini anziani, oggi è spesso eseguito da giovani e donne. Il Kabary rafforza i legami all’interno della comunità ed è un collante per le generazioni.
  • L’arte performativa Hiragasy degli altipiani centrali del Madagascar. È stata registrata nella Lista nel 2023. È un’arte composta da canzoni, danze e discorsi: i testi degli spettacoli Hiragasy alludono a valori morali, civili e culturali e la musica è eseguita con strumenti tradizionali. Anche questa pratica è cambiata nel corso dei secoli: durante l’epoca reale del Madagascar, l’Hiragasy era usato come mezzo di comunicazione tra i governanti e il popolo per trasmettere un messaggio. Con l’avvento del cristianesimo, è diventato un mezzo per esprimere la fede e la cultura malgasce al di fuori dei templi.

 

È facile intuire come il patrimonio culturale del Madagascar, materiale e immateriale, può essere un volàno per la cultura, il turismo e l’economia dell’isola.

Informazioni

William Frodella et al. (2021) “Hydrography and Geomorphology of Antananarivo High City (madagascar),” 17(4), pp. 215–226.

Ciampalini, A. et al. (2019) “Rapid Assessment of Geo-Hydrological Hazards in Antananarivo (madagascar) Historical Centre for Damage Prevention,” Geomatics, Natural Hazards and Risk, 10(1), pp. 1102–1124.

Narindra Hajatiana Rakotoarijaona (2018) “Développement Et Préservation Des Ressources Naturelles, De La Requalification À La Valorisation Du Patrimoine : Le Cas De La Réserve Forestière D’anjà à Madagascar,” 2.

[1] Il Madagascar è membro dell’UNESCO dal 1960. Per una visione d’insieme: Madagascar | UNESCO.

[2] Il Madagascar è stato membro del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite dall’anno scorso.

[3] La Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e sullo Sviluppo ha incluso il Madagascar tra i 45 Stati meno sviluppati (Least Developed Countries, LDCs). In dettaglio: General Profile (unctad.org).

[4] Il Centro Internazionale per gli Studi sulla Preservazione e Restauro dei Beni Culturali, con sede a Roma, conta il Madagascar tra gli Stati membri dal 3 settembre 1963. Per maggiori informazioni da parte dell’ICCROM: Madagascar [ICCROM Country Profiles].

[5] Per un elenco dei progetti realizzati in Madagascar invito a leggere: Beneficiary profile for Madagascar | Core Data Portal (unesco.org).

[6] Per un approfondimento sul patrimonio culturale immateriale con alcuni esempi del patrimonio culturale italiano rimando al seguente articolo: Patrimonio culturale immateriale italiano: concetto ed esempi – DirittoConsenso.


Incidente auto

Incidente auto: vincono gli automobilisti! Risarcimenti più alti!

Una recente sentenza della Cassazione apre alla possibilità di maggiori risarcimenti in caso di incidente auto

 

Incidente d’auto e risarcimenti

Essere coinvolti in un incidente stradale è sempre un’esperienza spiacevole, ma in particolar modo se si è vittime e non responsabili del sinistro. A seconda della gravità dell’incidente, si possono riportare danni più o meno ingenti, sia alla propria persona che alla vettura.

Dal punto di vista economico la situazione è quasi sempre complessa, soprattutto se si è alla guida di un veicolo che ha già i suoi begli anni di “carriera” alle spalle e il valore che gli viene attribuito non è particolarmente alto. In questi casi, infatti, poteva succedere che la compagnia assicurativa non corrispondesse il risarcimento dell’intero importo, ma solo quello relativo al valore residuo dell’auto.

Si scrive al passato perché, di recente, una sentenza della Corte di Cassazione, ha cambiato le carte in tavola, aprendo la strada a una soglia maggiore di risarcimento anche per le vetture relativamente datate.

Al verificarsi di un incidente stradale, a queste condizioni, dunque, prima ancora che rivolgersi alla propria compagnia assicuratrice, conviene far effettuare stima dei prezzi per uno studio legale che si occupa di incidenti stradali, così da avere chiaro in mente a quanto dovrebbe ammontare l’importo del risarcimento, a prescindere dalle politiche applicate dal player assicurativo.

Capiamo meglio di cosa si tratta.

 

Cos’è il risarcimento per equivalente

Fino a qualche tempo fa la legge ha permesso alle compagnie assicuratrici di risarcire le vittime di incidente stradale per equivalente. In altre parole, se l’ammontare del danno subito dal mezzo si rivelava superiore al valore residuo del veicolo, le compagnie risarcivano solo la somma pari a quest’ultimo valore, mettendo il guidatore di fronte a due opzioni di scelta. Il proprietario, infatti, poteva sistemare la vettura rimettendo il resto di tasca propria o procedere con la rottamazione. Il valore di riferimento, in altre parole, per calcolare il risarcimento, era il valore residuo del veicolo e non il preventivo del carrozziere.

Questo avveniva principalmente perché l’articolo 2058 del Codice Civile lo prevedeva. Questa disposizione di fatto permette all’assicurato di chiedere una reintegrazione al risarcimento in forma specifica, ma solo se la compagnia lo permette. In tal senso, quindi, ogni compagnia poteva decidere liberamente se corrispondere tutto o solo parte del risarcimento. Va da sé, che la maggior parte dei player abbiano sempre optato per un risarcimento che pareggiasse il valore della vettura.

Di recente, però, la norma è cambiata.

 

Cosa è cambiato?

Una recente sentenza della Corte di Cassazione, per l’esattezza la n. 10686 del 20/04/2023, ha di fatto annullato quanto previsto dal Codice, affermando il pieno diritto degli automobilisti di richiedere l’intero importo del risarcimento e l’obbligo da parte della compagnia di corrisponderlo, a patto che questo non incrementasse il valore del mezzo.

Con questa ordinanza, quindi, viene meno la discrezionalità applicata dalla compagnia assicuratrice, permettendo così ai guidatori di ottenere un risarcimento più alto e scongiurare il rischio di rottamazione della vettura.

Questo è tanto più vero se si pensa che l’automobilista può avanzare questa richiesta convalidandola con giustificato motivo, come ad esempio l’importanza per lui di continuare a guidare un’auto con cui ha già confidenza ed esperienza, evitando così il verificarsi di altri sinistri, in caso di cambio mezzo.

Informazioni

Codice civile.

Corte di Cassazione, n. 10866/2023.

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