Omotransfobia

Verso una legge contro l'omotransfobia?

La strada in salita del ddl Zan: una legge contro l’omotransfobia a breve?

 

I diritti LGBT in Italia

Una delle proposte di legge più discusse degli ultimi mesi è senza dubbio il ddl Zan, meglio nota come “legge contro l’omotransfobia”. Al momento in cui si scrive, la discussione della proposta di legge in sede di Camera dei deputati è stata ufficialmente posticipata ad ottobre[1]. Se approvato, il testo dovrà affrontare un ulteriore passaggio in Senato; difficilmente riuscirà ad entrare in vigore entro la fine dell’anno.

A partire dal 1982 la normativa italiana prevede la possibilità di ottenere la rettifica dei documenti anagrafici perché possano corrispondere alle caratteristiche sessuali ottenute a seguito di interventi chirurgici. Nel caso delle coppie omosessuali, fino all’approvazione della legge sulle unioni civili era la giurisprudenza – sulla scia dell’orientamento tracciato dalla Corte costituzionale – ad attribuire, in casi specifici, taluni trattamenti analoghi a quelli previsti per le coppie sposate (sent. 138/2010).

Con l’adozione della legge 76/2016, le coppie dello stesso sesso possono avere un riconoscimento legale della propria unione, qualificata come “formazione sociale” e a cui corrisponde un nucleo inderogabile di diritti e doveri reciproci, analogo sotto molti profili a quanto previsto dalla disciplina codicistica sul matrimonio[2]. Dal punto di vista del diritto antidiscriminatorio, in Italia è presente il decreto legislativo n. 216/2003, che recepisce una diretta europea contro la discriminazione sul posto di lavoro verso alcuni soggetti “a rischio” tra cui la comunità LGBT.

Tuttavia, manca una disciplina che abbia la finalità specifica di contrastare l’omotransfobia, l’avversione nei confronti delle persone LGBT.

 

Perché una legge contro l’omotransfobia?

La proposta di legge esamina condotte già previste come reato dal codice penale italiano. La legge 205/1993, meglio nota come legge Mancino ha introdotto sanzioni penali per la violenza o istigazione alla violenza nel caso in cui tali atti siano motivati da odio razziale, etnico o religioso. Viene altresì punita la costituzione e partecipazione ad associazioni aventi lo scopo di propagandare idee basate sulla supremazia razziale, etnica o religiosa.

Durante il dibattito sul disegno di legge Mancino, fu discussa a lungo la possibilità – esclusa nel testo finale – di inserire l’orientamento sessuale tra i “motivi d’odio” assieme all’appartenenza ad un determinato gruppo etnico, razziale o religioso.

Nota anche come “legge anti-naziskin”, la legge Mancino è nata con la finalità di contrastare atti penalmente rilevanti motivati da ideologie di stampo neofascista o neonazista e compiuti nei confronti di soggetti ritenuti “inferiori” a causa della propria appartenenza ad un determinato gruppo sociale. Ad essere colpita, dunque, non è solo l’integrità fisica della vittima ma anche la sua dignità umana e sociale. In altri termini, le previsioni della legge 205/1993 possono essere ritenute una specificazione dell’aggravante dei “futili motivi” che qui trova un fondamento criminologico nella necessità di contrastare qualsiasi nuova manifestazione dell’ideologia fascista, imposta dalla XII disposizione transitoria della Costituzione italiana.

La proposta di legge ad iniziativa Zan-Scalfarotto mira a colmare questo vuoto per estendere la legge Mancino e le previsioni degli artt. 604bis e ter del codice penale al caso in cui l’aggressione sia motivata dall’orientamento sessuale o identità di genere della vittima. Se il termine di “orientamento sessuale” si riferisce all’attrazione sessuale e/o romantica, la seconda definizione invece riguarda la percezione di sé che ha il soggetto. Quando il genere assegnato alla nascita non corrisponde alla propria identità di genere si parla di transgenderismo.

Le numerose indagini svolte sulla popolazione LGBT hanno rilevato come la componente più vulnerabile e a maggior rischio di violenza e autolesionismo sia proprio l’identità trans[3]; è quindi auspicabile l’inserimento di questa seconda definizione nell’ottica general-preventiva a cui il diritto penale deve ispirarsi.

L’articolo 3 della Costituzione afferma che tutti i cittadini della Repubblica godano di pari dignità sociale di fronte alla legge, senza distinzione per le proprie condizioni personali e sociali. Tuttavia, la Costituzione non si limita ad affermare l’uguaglianza formale di tutti i cittadini dal momento che vincola lo Stato ad adottare azioni finalizzate a “rimuovere gli ostacoli” per una piena uguaglianza e dignità sociale dei propri cittadini (uguaglianza in senso sostanziale). Al riconoscimento formale dell’affettività LGBT dato dalla legge 76/2016 (legge Cirinnà) non corrisponde una speculare svalutazione, da parte dello Stato, dell’atteggiamento di odio o avversione nei confronti di queste soggettività. Diversi Paesi europei, come Belgio e Svezia, prevedono misure specifiche per contrastare i crimini d’odio verso le persone LGBT: solo con una normativa specifica l’omotransfobia può diventare uno degli ostacoli all’uguaglianza sostanziale di cui è lo Stato è vincolato ad occuparsi.

È in questa prospettiva che la seconda parte del testo di legge Zan introduce una giornata nazionale contro l’omotransfobia per sensibilizzare la collettività su questo tema e impone all’ISTAT di effettuare indagini statistiche ufficiali sui fenomeni di aggressione omotransfobica. Viene incrementato inoltre il fondo per le pari opportunità a sostegno di progetti statali contro l’omotransfobia, quali la creazione di un sistema di case rifugio.

Al momento, tuttavia, il disegno di legge deve ancora essere discusso in assemblea alla Camera e, se approvato, passerà in esame al Senato. Tra gli emendamenti proposti, si segnala l’approvazione della clausola “salva-idee” che afferma sia in ogni caso «consentita la libera espressione di convincimenti ed opinioni, nonché le condotte legittime, riconducibili al pluralismo delle idee e alla libertà delle scelte». La formulazione, considerata eccessivamente generica dalla Commissione Affari Costituzionali, pone delle incertezze soprattutto in relazione alla sua interpretazione in sede giurisdizionale e sulla sua (a dire il vero poco convincente) potenziale qualifica di scriminante nel caso di condotte penalmente rilevanti.

 

Conclusione

Qualche mese fa la Germania ha introdotto una legge per criminalizzare la conversion therapy, la terapia psicologica finalizzata a modificare l’orientamento sessuale del minore per “farlo diventare eterosessuale”, bandita da diversi Paesi europei[4]. Priva di alcun fondamento scientifico, la conversion therapy si è rivelata dannosa nei confronti della salute mentale del minore, tanto da essere stata definita come una forma di tortura dall’International Rehabilitation Council for Torture Victims. Terapie psicologiche finalizzate alla “conversione dell’orientamento sessuale”, in ogni modo, restano al di fuori del testo attuale del disegno di legge Zan.

L’ambito medico e sanitario in generale non viene toccato dal testo. In altri termini, la proposta di legge contro l’omotransfobia si caratterizza nella sua essenza come una proposta di estensione della legge Mancino confinata all’ambito penalistico.

Tuttavia, nonostante tali limiti e l’incognita dell’emendamento Costa (la cd “clausola salva-idee”), si tratterrebbe del primo strumento che imporrebbe allo Stato di occuparsi di un problema a lungo passato sotto silenzio, almeno sul piano giuridico: l’avversione verso le persone LGBT. Ed è il suo impatto culturale, forse, quello realmente temuto.


Women of the Wall

Le Women of the Wall e il diritto di pregare

La lotta per la libertà religiosa in Israele passa da un piccolo gruppo di donne noto come Women of the Wall

 

Le Women of the Wall

Un movimento affascinante in Israele, ancora poco noto all’estero, sono le Women of the Wall. Si tratta di un gruppo di donne, attivo dagli anni Ottanta, che riunisce ebree di varie denominazioni e provenienza accomunate dal desiderio di poter pregare in modo egualitario al Muro Occidentale, meglio noto in Italia con il termine “Muro del Pianto”.

L’interpretazione prevalente dell’Ebraismo ortodosso prevede che solo gli uomini possano officiare pubblicamente la tefillah (preghiera pubblica), leggere dal sefer (rotolo della Bibbia) ed indossare ornamenti sacri chiamati tefillin. Le correnti dell’Ebraismo riformato e conservative, ma anche alcune comunità che si identificano come Modern Orthodox, al contrario consentono, ed anzi incoraggiano, le fedeli ad adottare tali pratiche religiose. L’ebraismo progressista è prevalente negli Stati Uniti ma resta una minoranza sia in Europa che in Israele.

Non deve quindi destare sorpresa la scelta delle autorità israeliane, dopo la conquista di Gerusalemme nel 1967, di affidare l’amministrazione del Kotel (Muro Occidentale) ad un rabbino ortodosso e trasformare quindi lo spazio antistante al Muro in un luogo di preghiera secondo i canoni dell’ebraismo ortodosso. Donne e uomini, di conseguenza, sono stati separati da una mekhizà. Si tratta di una barriera divisoria che garantisce il rispetto delle regole di modestia. Secondo tali standard, le letture pubbliche della Torah possono avvenire solo nell’area maschile ed è considerato offensivo che una donna indossi in pubblico gli ornamenti sacri riservati agli uomini o preghi a voce alta.

Nel 1988 un gruppo di partecipanti alla Jewish Feminist Conference a Gerusalemme si è incontrato per la prima volta per pregare al Muro e da questo evento ha preso vita il primo nucleo delle Women of the Wall, che a partire dal 1988 si riunisce regolarmente, ancora oggi, per pregare assieme.

Gli eventi hanno incontrato da subito l’aperta ostilità di altri presenti, sia uomini che donne. Non di rado tali scontri hanno portato a pestaggi veri e propri che hanno reso necessario l’intervento della polizia.

A seguito di alcuni episodi particolarmente seri, le Women of the Wall hanno deciso di avviare una lunga battaglia, sia politica che legale, per poter pregare secondo le proprie usanze nel luogo-simbolo dell’ebraismo contemporaneo.

 

La battaglia legale

Nel 1989 le Women of the Wall hanno presentato un’ufficiale petizione al governo perché venisse loro consentito di poter pregare[1] indisturbate al Kotel. A tale richiesta il governo ha opposto un secco rifiuto, affermando che le azioni del gruppo fossero in contrasto con i “costumi locali” e rischiassero di offendere la sensibilità degli altri fedeli.

Il gruppo ha quindi deciso di appellarsi alla Corte Suprema, avviando un lungo contenzioso.

Nel 2002 la Corte Suprema si è pronunciata a favore delle Women of the Wall, ma la decisione è stata ribaltata in appello. Nella decisione del 2003, la Corte ha ritenuto le preghiere del movimento in contrasto con la sicurezza e l’ordine pubblico. Le funzioni avrebbero dovuto spostarsi in una piattaforma vicina, il Robinson’s Arch, sul sito archeologico adiacente al Kotel. Trattandosi di una piattaforma secondaria non utilizzata a scopi liturgici, avrebbe dovuto essere adattata per diventare luogo di culto. In ogni caso, la soluzione non ha pienamente soddisfatto le Women of the Wall, che hanno iniziato a tenere funzioni presso il Robinson’s Arch a partire dal 2004 ma hanno in parte proseguito ad officiare e indossare gli ornamenti da preghiera al Muro[2].

Diverse esponenti del movimento sono state arrestate[3], dal momento che la decisione della Corte Suprema aveva dichiarato tali pratiche illegali al di fuori dell’area designata.

A partire dal 2012 il governo israeliano si è impegnato per cercare di trovare una soluzione per la questione.

Dopo aver stabilito che le pratiche religiose delle Women of the Wall non fossero in contrasto con i costumi locali e le stesse non usassero violenza fisica o verbale verso gli altri fedeli, un tribunale ha autorizzato il movimento a pregare liberamente al Kotel, in contrasto con la decisione della Corte suprema del 2003[4]. Nel gennaio 2016, il governo israeliano ha approvato un piano per costruire uno spazio idoneo da adibire per la preghiera egualitaria al Kotel, fuori dal controllo del Rabbinato ortodosso[5].

Tale decisione è stata tuttavia avversata dagli esponenti più conservatori del governo e dalle autorità religiose ortodosse. Contro tale intervento si è pronunciato anche il Waqf islamico, responsabile della gestione delle moschee della Spianata del Tempio[6], in quanto le modifiche che la creazione di una nuova area comporterebbe potrebbero mettere a rischio lo status quo dei luoghi sacri. Ad ogni modo, nel 2017 il piano è stato sospeso a causa di contrasti sorti all’interno dello stesso governo, della cui coalizione facevano parte partiti ultra-ortodossi. La lotta delle Women of the Wall, ad ogni modo, non è finita: in attesa della creazione di un’area “pluralistica”, continuano a ritrovarsi al Muro e cercare, tramite campagne ed altre azioni, di ottenere visibilità e consenso nella società civile israeliana[7].

 

Israele come sistema “neo-millet”

Lo Stato di Israele ha un sistema giuridico peculiare, che presenta caratteri sia di civil che di common law. Il tratto più caratterizzante, tuttavia, rimane la sua configurazione come sistema “neo-millet”.

Il termine “millet”, traducibile come nazioni, designava nell’Impero Ottomano i gruppi nazional-religiosi a cui era conferita una particolare autonomia in virtù del favor che il diritto islamico attribuiva loro in quanto dhimmi, confessioni religiose “tollerate”. Tale autonomia trovava espressione non solo in ambito religioso ma anche in ambito giuridico, in relazione alla disciplina giuridica sullo status personale. La normativa sul diritto di famiglia e successioni, dunque, trovava applicazione non su base territoriale bensì personale. Differenti appartenenze religiose, in altre parole, comportavano l’assoggettamento a distinte sfere di competenza giuridica.

L’attuale Israele è stato costola dell’Impero Ottomano fino al suo crollo, a seguito della Prima guerra mondiale. Nel 1920, con il Mandato Britannico sulla Palestina, il common law iniziò a penetrare nel sistema giuridico ma le autorità inglesi preferirono non intervenire in un’area sensibile come il diritto di famiglia, confinando l’applicazione del diritto inglese all’ambito commerciale e penale. Nel 1948, con la nascita dello Stato di Israele, la discussione su quale assetto dare allo Stato ebraico fu posticipata sia per la necessità di affrontare un conflitto armato che su pressione della minoranza palestinese, che guardava con sospetto ad eventuali interventi statali in settori delicati come il diritto familiare.

Le contingenze storiche hanno finito, di fatto, per cristallizzare l’ossatura del sistema pre-esistente. Israele è quindi rimasto un sistema neo-millet, al pari del Libano e, sorprendentemente, la Grecia. Will Kymlicka, uno dei principali teorici del multiculturalismo liberale, riteneva il sistema dei millet incapace di tutelare gli individui dalle cd “restrizioni interne”[8], le discriminazioni attuale dal gruppo nei confronti di alcuni membri, dal momento che, contestualmente all’identificazione dei gruppi, richiede l’individuazione di un vertice. Durante l’epoca ottomana, il Patriarca e il Gran rabbino di Costantinopoli ricoprivano tale funzione.

Per i 6 milioni di cittadini israeliani di religione ebraica, la giurisdizione in ambito di matrimonio e divorzio è di esclusiva competenza delle corti religiose del Rabbinato ortodosso. Su questa ossatura si sono inserite delle normative che, in qualche modo, “limitano” il carattere neo-millet. La legge sulle convivenze attribuisce ai conviventi more uxorio diritti analoghi a quelli delle coppie sposate. Viene altresì riconosciuto il diritto del partner non ebreo a chiedere la cittadinanza congiuntamente al coniuge, anche se il matrimonio è tra persone dello stesso sesso. Sono riconosciuti i matrimoni contratti all’estero, prassi diventata assai comune per coppie miste o laici. Tuttavia, la celebrazione di matrimoni ebraici non ortodossi resta proibita e lo status personale dell’individuo, inclusa la propria appartenenza alla religione ebraica (o, potremmo dire, al ‘millet’), viene determinato dal Rabbinato ortodosso.

La lotta delle Women of the Wall si inserisce in una richiesta più ampia di riconoscimento e, in ultima analisi, cerca di portare l’attenzione sul delicato problema della libertà religiosa in Israele.

Finora contingenze storiche e politiche hanno spostato tale dibattito in secondo piano, ma la questione resta aperta e tocca il cuore dell’identità dell’odierno Stato di Israele, Stato che fin dalle origini cerca di identificarsi come “ebraico e democratico”, nonché “patria nazionale del popolo ebraico”: sì, ma quale ebraismo? Per Anat Hoffman, leader delle Women of the Wall, “esiste più di un modo di essere ebrei”[9].

Informazioni


Double jeopardy clause

La double jeopardy clause nel diritto americano

Il divieto di doppia incriminazione, double jeopardy clause, è un principio fondamentale della Costituzione americana. Tuttavia, la teoria della doppia sovranità ha messo in discussione la sua effettiva portata

 

Il principio sotteso nella double jeopardy clause

“Nessuno potrà essere sottoposto due volte per lo stesso delitto ad un procedimento che comprometta la sua vita o le sue membra”, afferma il comma 2 del V emendamento della Costituzione americana[1]. Assieme agli emendamenti IV, VI e VIII, il V emendamento costituisce una bill of rights per i soggetti posti in stato di accusa. Il divieto di double jeopardy, o doppia incriminazione, è una garanzia per l’accusato presente anche nei sistemi di civil law con la denominazione di ne bis in idem. Tale principio, nato nel diritto penale (“un procedimento che comprometta la vita o le membra”, quindi che preveda una sanzione che comporti limitazione della libertà personale o pena di morte), rappresenta un rifiuto del processo inquisitorio a favore del sistema accusatorio, introdotto nelle Corti inglesi nel Seicento. Nelle Corti ecclesiastiche dell’epoca, il processo veniva condotto in segreto e l’assoluzione veniva pronunciata unicamente “allo stato dei fatti”, senza che su tale pronuncia cadesse il giudicato.

Il divieto di doppia incriminazione (double jeopardy clause) trova applicazione nel caso in cui lo stesso soggetto venga accusato dello stesso delitto. La giurisprudenza americana, nel caso United States v. Felix, ha escluso che la cospirazione per commettere un delitto e il delitto compiuto configurino un’unica offesa ai sensi della double jeopardy clause[2], restringendo il campo di applicazione del divieto.

Nel caso in cui la stessa fattispecie si ponga in violazione di più previsioni normative, è necessario utilizzare un test elaborato dalla Corte Suprema per verificare se costituisca o meno doppia incriminazione: nel caso in cui il secondo reato non richieda requisiti probatori differenti, si tratta di uno stesso delitto ai sensi del V emendamento e, dunque, non può essere perseguito[3].

 

La teoria della doppia sovranità

La double jeopardy clause si lega necessariamente alle previsioni in materia di res judicata e sistema di impugnazioni. Una doppia incriminazione si può realizzare all’interno di uno stesso Stato nel caso in cui Corti distinte perseguano due volte la stessa condotta attuata dal medesimo soggetto. Tuttavia, nel caso di un crimine commesso e perseguito all’estero, il singolo Stato può in determinati casi dichiarare ugualmente la propria competenza per l’esercizio dell’azione penale.

In Italia tale possibilità è prevista agli artt. 6-9 del codice ed è stata esercitata in particolare per reprimere reati politici perseguiti all’estero. La presenza di distinti livelli di sovranità consente, in taluni casi, la possibilità di una doppia incriminazione per una stessa condotta criminosa.

Nel caso degli Stati Uniti, vi è una coesistenza originaria di due livelli di sovranità dal momento che l’ordinamento federale[4] delineato dalla Costituzione non sostituisce ma si aggiunge agli ordinamenti dei singoli Stati della federazione: ordinamento statale e federale, sebbene interconnessi, restano indipendenti e distinti. Questo dualismo è stato riscontrato per la prima volta nel caso Fox vs. State of Ohio (1847), avente ad oggetto la contraffazione di dollari. Dal momento che solo il Congresso detiene il potere di coniare moneta, solo lo Stato federe ha il potere di perseguire i crimini legati alla contraffazione di moneta in quanto reati federali. La teoria della doppia sovranità è stata affermata in modo più esaustivo nel noto United States vs. Cruiskshank (1976), in cui la Corte Suprema ha dichiarato:

È la naturale conseguenza di una cittadinanza che comporta fedeltà nei confronti di due sovranità e chiede protezione da entrambe. Il cittadino non può lamentarsi dato che si è volontariamente sottomesso a tale forma di governo. Deve fedeltà a questi sistemi e nelle loro rispettive sfere deve essere soggetto alle sanzioni che ciascuno prevede per la disobbedienza alle proprie leggi. In compenso, può chiedere protezione a ciascuno all’interno della propria giurisdizione”[5].

 

Questa caratteristica ha forti implicazioni nel sistema giudiziario nel suo complesso e ai fini della double jeopardy clause in quanto, se il sistema statale e federale costituiscono due distinti livelli di sovranità, potrebbe venir meno il divieto di doppia incriminazione.

 

Il caso Hennis: tre processi per omicidio

Nel 1985 Katie Eastburn, moglie di un militare, viene trovata uccisa a coltellate nella propria abitazione assieme ai figli Kara e Erin. I sospetti si concentrano subito sul militare Tim Hennis, identificato da alcune testimonianze con lo sconosciuto che era stato visto uscire dal luogo del delitto la sera dell’omicidio. Sebbene condannato in primo grado, nel giudizio d’appello le testimonianze contro di lui crollano e viene assolto con sentenza definitiva. All’epoca dei fatti e del giudizio la genetica forense non era ancora sviluppata ma, nel 2006, vengono trovate tracce di DNA nel corpo di Katie, che era stata violentata prima dell’omicidio, compatibili con un campione del DNA di Hennis.

Dal momento che l’esercito è considerato un ramo dell’ordinamento federale, gode di alcune forme di autonomia tra cui la giurisdizione sui propri soldati per crimini commessi contro i civili. Introdotta dopo l’invasione americana del Messico nel 1846, la giurisdizione militare è stata prima ristretta nel 1969 ai soli crimini commessi “nell’esercizio del proprio ruolo militare”[6]. Nel 1987 la Corte Suprema aveva nuovamente esteso tale giurisdizione a qualsiasi reato contro i civili compiuto da membri dell’esercito, a cui Hennis era stato di nuovo iscritto dopo l’assoluzione. Il soldato viene quindi nuovamente sottoposto a processo penale dalla Corte militare e infine condannato nel 2010 sulla base della prova genetica. Sebbene vi fosse già un precedente nel caso Rodney King (1991), il terzo processo nei confronti di Hennis, concluso 25 anni dopo il delitto, ha destato grande preoccupazione nei giuristi americani per il rispetto del double jeopardy clause e di eguale trattamento.

Al momento in cui si scrive, il militare si trova ancora nel braccio della morte in un carcere militare del Kansas in attesa di un verdetto definitivo della Corte suprema militare[7], dopo aver perso l’appello[8].

 

L’eccezionalità dell’intervento federale

Il caso di Tim Hennis, sebbene paradossale, resta un’eccezione per il sistema americano. Se in teoria sarebbe possibile perseguire a livello federale un crimine già processato da Corti statali, in pratica ciò può essere ammesso solo in situazioni eccezionali pena la violazione del V emendamento e con l’autorizzazione del’Assistant General Attorney. Nella decisione Petite v. United States (1960), la Corte Suprema afferma che “diversi crimini derivanti da una singola condotta dovrebbero essere perseguiti nello stesso processo, sia come garanzia nei confronti degli accusati che per esigenze di economia processuale[9].

Il governo federale quindi consente ad un limite del proprio intervento, sulla base del principio che la Corte statale sia in grado di pronunciarsi anche su questioni di interesse federale all’interno di tali procedimenti. I casi in cui tale presunzione viene meno sono quindi notevolmente circoscritti e devono essere accertati, come anticipato, dall’Assistant Attoney General degli Stati Uniti; tali casi includono incompetenza o corruzione della Corte, jury nullification manifestamente infondata e la scoperta di una prova che nel precedente giudizio era stata esclusa per manifesto errore di diritto, accostandosi al modello dell’impugnazione straordinaria della revisione previsto nel diritto processuale italiano.

Rimane tuttavia da sottolineare come le linee guida “Petite” rimangano una policy governativa, e dunque non possano essere utilizzate in giudizio dall’imputato sul presupposto che la propria incriminazione abbia violato tali linee di condotta[10].

 

Il caso Heath v. Alabama

Nel 1981 Larry Gene Heath si reca dall’Alabama alla Georgia per commissionare l’omicidio della propria moglie. Dichiaratosi colpevole dell’uccisione, viene condannato all’ergastolo dal momento che la legislazione della Georgia non prevede la pena di morte. Tuttavia, una Great Jury dell’Alabama inziò un secondo processo per il medesimo omicidio sul presupposto che la moglie era stata rapita in Alabama e, dunque, parte del crimine era avvenuto in questo Stato. Heath viene quindi condannato a morte per omicidio premeditato; la Corte Suprema dell’Alabama, a seguito di un rinvio certiorari, ha confermato la decisione. Il caso, arrivato alla Corte Suprema degli Stati Uniti, è stato deciso richiamando nuovamente la dottrina della doppia sovranità, questa volta applicata in riferimento agli ordinamenti di due diversi Stati entrambi parte della Federazione:

“La teoria della doppia sovranità comporta che successive incriminazioni da parte di due Stati per la stessa condotta non siano pregiudicate dal divieto di doppia incriminazione. La teoria della doppia sovranità si fonda sull’idea del common law che concepisce il crimine come un’offesa contro la sovranità del governo. Quando l’imputato in un singolo atto viola la ‘pace e dignità’ di due diverse autorità statali, commette due crimini distinti”. La Corte, inoltre, rileva come il X emendamento lasci all’autorità dei singoli Stati tutte le materie non direttamente attribuite al governo federale. Di conseguenza, Heath viene condannato a morte.

 

Sulla double jeopardy clause e il sistema federale: conclusione

Il rapporto dialettico Stati-Federazione che caratterizza gli Stati Uniti non è scevro di contraddizioni. Le limitazioni della portata del divieto di ne bis in idem come conseguenza della teoria della doppia sovranità e la presenza della pena di morte solo in alcuni Stati rappresentano solo alcune delle criticità del sistema penale americano. Gli ordinamenti sono concepiti come distinte fonti di autorità derivanti dall’esercizio di poteri costituendi diversi. La Costituzione degli Stati Uniti, in altri termini, rappresenta un contratto sociale distinto e sovrapposto a quello statale; dunque, si possono creare conflitti tra questi distinti ordinamenti nel momento in cui chiedono di esercitare la propria autorità sui cittadini. Ma, quando tali conflitti entrano nel processo penale, possono giustificare la disparità di trattamento?

Per David Glazier, docente di Diritto militare, “I padri costituenti volevano chiaramente impedire che l’esercito potesse avere autorità sui crimini commessi contro civili; anche se violasse l’idea attuale del divieto di doppia incriminazione certamente violava la concezione dei Padri costituendi”. Il giudice Marshall, nella propria dissenting opinion in Heath vs. Alabama, il secondo processo non poteva essere imparziale dato che la giuria già era a conoscenza della decisione della Corte della Georgia. Difficile non essere d’accordo.

Informazioni

David Stewart Rudstein, Double Jeopardy (Reference Guides to the United States Constitution), Praeger Publishers, 2004

[1] “[N]or shall any person be subject for the same offence to be twice put in jeopardy of life or limb”

[2] https://www.law.cornell.edu/supct/html/90-1599.ZS.html

[3] Blockburger vs Us, https://law.justia.com/cases/federal/appellate-courts/F2/50/795/1549257/ .

[4] L’ordinamento americano è inoltre distinto dal sistema dei check and balances. Su DirittoConsenso ne ha parlato Angela Federico: https://www.dirittoconsenso.it/2020/05/27/check-and-balances-ordinamento-usa/

[5] “…this does not, however, necessarily imply that the two governments possess powers in common, or bring them into conflict with each other. It is the natural consequence of a citizenship which owes allegiance to two sovereignties, and claims protection from both. The citizen cannot complain, because he has voluntarily submitted himself to such a form of government. He owes allegiance to the two departments, so to speak, and within their respective spheres must pay the penalties which each exacts for disobedience to its laws. In return, he can demand protection from each within its own jurisdiction.” in: https://www.law.cornell.edu/supremecourt/text/92/542

[6] https://www.newyorker.com/magazine/2011/11/14/three-trials-for-murder

[7] https://www.stripes.com/news/soldier-on-death-row-will-ask-the-military-s-highest-court-to-overturn-his-conviction-1.603983

[8] https://www.armfor.uscourts.gov/newcaaf/opinions/2017OctTerm/170263.pdf

[9]several offenses arising out of a single transaction should be alleged and tried together and should not be made the basis of multiple prosecutions, a policy dictated by considerations both of fairness to defendants and of efficient and orderly law enforcement” in: https://www.law.cornell.edu/supremecourt/text/361/529

[10] D. S. Rudstein, Double Jeopardy (Reference Guides to the United States Constitution), Praeger Publishers, 2004


Aborto in polonia

L'aborto in Polonia: una legge che scontenta tutti

Una riflessione storica sulla legge più restrittiva d’Europa in tema di interruzione di gravidanza: la legge sull’aborto in Polonia

 

L’aborto in Polonia: cenni storici e quadro legislativo attuale

Prima di parlare dell’aborto in Polonia dobbiamo fare un passo indietro. Il primo Stato al mondo a mondo a legalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza è stata l’Unione Sovietica nel 1920. La legalizzazione avvenne nel contesto di una campagna politica su vasta scala che mirava a garantire a tutte le cittadine sovietiche l’accesso a procedure mediche sicure per l’interruzione della gravidanza, indipendentemente dal proprio reddito e dalla classe sociale di appartenenza. A tale scopo l’aborto era consentito su richiesta e a titolo gratuito. Nel 1936 Josif Stalin, a seguito di un calo demografico, abroga la legislazione previgente, ripristinata nel 1955 dopo la sua morte. Sebbene riformato anche nei decenni successivi, l’impianto originario della legge sovietica sull’interruzione volontaria di gravidanza è rimasto in tutti gli ex Stati membri dell’U.R.S.S., con un’unica eccezione.

In Polonia l’aborto è stato depenalizzato nel 1932 esclusivamente per motivi terapeutici e stupro. A tali cause di giustificazione una riforma del 1956 ha aggiunto il caso in cui la madre si trovasse “condizioni di vita difficoltose”, nozione che è stata interpretata a partire dagli anni Sessanta in un senso molto ampio. La legislazione vigente in Polonia negli anni Sessanta e Settanta ha consentito, de facto, l’aborto su richiesta[1], configurandosi come una delle più liberali dell’epoca. In questo periodo la Polonia è diventata una delle principali destinazioni europee del turismo abortivo, sia per la propria legislazione che per i costi molto bassi degli interventi chirurgici. Tale fenomeno ha coinvolto un numero di donne difficile da quantificare, provenienti da altri Paesi europei in cui erano previste normative più restrittive, in particolare dalla Svezia.

Il crollo del regime comunista ha segnato un netto cambiamento di direzione. Le prime elezioni parzialmente libere, tenute nel 1989, attribuirono tutti i seggi disponibili al partito guidato da Lech Wałęsa, il leader del sindacato di ispirazione cattolica Solidarność. Il processo di democratizzazione era stato sostenuto con vigore dalla Chiesa cattolica, duramente repressa negli anni del comunismo, e a partire dagli anni Novanta le istituzioni ecclesiastiche hanno iniziato ad esercitare una forte influenza sulla società polacca. Le spinte della Chiesa e la sua visione dell’aborto hanno portato il Parlamento polacco ad introdurre progressive restrizioni all’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza già nel 1990[2]. Nel 1993 Il Parlamento approvò una riforma che eliminava definitivamente la scriminante delle “difficili condizioni di vita”, portando al regime vigente ancora oggi.

La legislazione attuale stabilisce che l’aborto non costituisca reato in tre casi tassativi: seria minaccia alla vita o alla salute della madre, attestata da due medici; stupro o incesto accertato con sentenza del tribunale; grave e irrimediabile problema di salute al feto, certificato da due medici. Con la diffusione dei test prenatali, il terzo caso corrisponde alla netta maggioranza degli aborti legalmente praticati in Polonia. È inoltre previsto il diritto all’obiezione di coscienza da parte del personale medico e sanitario.

Il rapporto della Polonia nei confronti dell’interruzione volontaria rappresenta un doppio unicum: si tratta sia dell’unico Stato ex sovietico ad aver adottato una legislazione così restrittiva nei confronti dell’aborto che dell’unico Stato membro dell’Unione europea ad essere passato da una normativa pro-choice ad una proibizionista.

 

Le decisioni della CEDU in tema di interruzione volontaria di gravidanza

La giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha affrontato in diverse occasioni l’argomento dei diritti riproduttivi. Nella nota decisione A, B, C vs Ireland[3]la Corte di Strasburgo ha negato che l’articolo 8 (rispetto della libertà privata) sancisca un diritto all’aborto; al tempo stesso, nel caso Vo v. France[4], ha negato la qualifica di “persona” al feto nel caso di un errore medico che aveva comportato un aborto spontaneo. La scelta della Corte di Strasburgo è di lasciare al margine di apprezzamento degli Stati la valutazione se il feto sia o meno una persona e le conseguenti scelte in tema di interruzione volontaria; tuttavia, ha condannato diverse volte la Polonia per violazione dell’articolo 8 nel caso in cui tali scelte in tema di aborto hanno comportato la violazione di diritti fondamentali per le donne.

Nella sentenza R.R. v. Poland[5] del 2011 la Corte si è pronunciata su un caso di una donna che era diventata madre di una bambina affetta da una grave patologia genetica. Durante la gravidanza, a seguito di una scansione ad ultrasuoni, aveva motivo di ritenere che il proprio feto fosse portatore di un’anomalia genetica. Tuttavia, l’amniocentesi venne ripetutamente negata da medici obiettori di coscienza e fu effettuata dopo 6 settimane, comportando per la donna il superamento del limite legale previsto per poter praticare l’interruzione. In questo caso la Corte di Strasburgo ha riscontrato una violazione dell’art 3 (proibizione trattamenti inumani e degradanti) e dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) per aver ingiustificatamente negato un test genetico e aver reso l’appellante nella posizione di non poter effettuare una decisione informata in ambito medico.

La pronuncia P. and S. v. Poland[6] del 2012, invece, riguardava il caso di una 14enne polacca rimasta incinta a seguito di violenza sessuale. La minore si era rivolta presso l’ospedale pubblico di Lublino. I medici però l’avevano fatta incontrare senza avvertimento con un sacerdote al fine di persuaderla a non abortire. Dopo numerosi tentativi falliti di ottenere risposte dal personale sanitario, alla madre della minore era stata tolta dal Tribunale dei minori la custodia della 14enne con l’accusa di aver convinto lei la figlia ad abortire. A seguito di un’ufficiale protesta al Ministro della Salute, la minore è riuscita ad abortire presso una clinica situata oltre 500 km dalla propria abitazione ed è tornata presso la propria famiglia. La Corte EDU ha in questo caso riconosciuto una grave violazione del rispetto della vita privata e familiare.

 

Criticità e prospettive future

Sebbene la legge non abbia subito cambiamenti dal 1993, l’aborto resta uno degli argomenti più scottanti nel dibattito pubblico in Polonia.

I tentativi di restringere ulteriormente i casi ammessi per arrivare ad un’abolizione pressoché totale sono stati numerosi negli ultimi anni; in particolare, il caso più frequente di aborto – gravi anomalie genetiche del feto – è stato accusato di rappresentare un tentativo di eugenetica da esponenti di spicco del governo[7]. Nel 2016 una legge di iniziativa popolare, sostenuta da un gruppo pro-life, è stata discussa in Parlamento e, se approvata, avrebbe proibito l’aborto in tutti casi ad eccezione del pericolo di vita per la madre. A seguito delle Czarny Protests, che hanno coinvolto oltre 30mila donne polacche, il Parlamento ha deciso di ritirare la proposta di legge.

In queste settimane, una nuova proposta di iniziativa popolare in tale direzione sarà sottoposta a discussione alla Sejm (Parlamento). I movimenti femministi, a causa delle restrizioni per fronteggiare l’epidemia di covid-19, hanno deciso di protestare con iniziative online non potendo tenere manifestazioni pubbliche[8].

Tra le maggiori criticità denunciate vi è il problema degli aborti clandestini[9]. Gli aborti praticati ufficialmente ogni anno si aggirano tra i 1000 e i 2000, ma si stima che il totale arrivi ad 80mila aborti l’anno. La stragrande maggioranza degli aborti, infatti, avviene clandestinamente o all’estero[10]. Tra le destinazioni principali del turismo abortivo vi sono Slovacchia, Ucraina, Germania e Regno Unito[11]. Gruppi femministi pro-choice offrono aiuto logistico e anche economico alle donne polacche costrette ad abortire, rischiando sanzioni penali: il codice penale polacco, infatti, sanziona anche il concorso in interruzione volontaria di gravidanza[12].

Sebbene la maggioranza dei polacchi si affermi contraria all’aborto per motivi etico-religiosi, il tasso di laicizzazione presso le nuove generazioni è molto elevato e lascia prospettare un cambiamento radicale nei prossimi decenni[13]. Il dibattito sull’aborto in Polonia, ad ogni modo, non riguarda solo la dimensione etica: si lega a stabili eredità storiche e alle scelte fondative alla base dello Stato polacco post-sovietico. In quanto tali, non saranno facili da sradicare.

Informazioni

Jerome S. Legge, Abortion Policy: An Evaluation of the Consequences for Maternal and Infant Health, State University of New York Press

A. Kulczucki, The Abortion Debate in the World Arena, edizioni Palgrave Macmillian

Abbiamo anche parlato dei diritti di ogni uomo, in questo articolo di Perla Lo Giudice

[1] Jerome S. Legge, Abortion Policy: An Evaluation of the Consequences for Maternal and Infant Health, State University of New York Press, pag. 62.

[2] A. Kulczucki, The Abortion Debate in the World Arena, edizioni Palgrave Macmillian, pag. 111.

[3] Corte Europea Diritti dell’Uomo, ricorso 25579/05, http://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-102332

[4] Corte Europea Diritti dell’Uomo, Grande Camera, ricorso 5324/00, http://hudoc.echr.coe.int/eng-press?i=003-1047783-1084371

[5] Corte Europea Diritti dell’Uomo, ricorso 27617/04, http://hudoc.echr.coe.int/eng?i=001-104911

[6] Corte Europea Diritti dell’Uomo, ricorso 57375/08, http://hudoc.echr.coe.int/fre?i=001-114098

[7] https://rmx.news/article/article/polish-president-calls-eugenic-abortion-murder

[8] https://notesfrompoland.com/2020/04/14/as-abortion-ban-returns-to-parliament-polish-women-find-ways-to-protest-amid-lockdown/

[9] A. Kulczucki, The Abortion Debate in the World Arena, edizioni Palgrave Macmillian, pag 113-114.

[10] https://edition.cnn.com/2018/03/23/europe/poland-abortion-bill-germany-intl/index.html

[11] https://time.com/poland-abortion-laws-protest/

[12] https://abortion.eu

[13] http://thenews.pl/1/11/Artykul/385757,Church-attendance-in-Poland-plummeting-report?fbclid=IwAR1aSCzeJpmDccdW6pNiUknePlRgC7Gq72-3V_5sBSS-1JjNr22zUvskDNM