Come le fonti del diritto internazionale si sono adattate ai cambiamenti della comunità internazionale

Si può affermare, con un margine d’incertezza abbastanza ridotto, che le fonti di diritto internazionale siano mutate nel corso del tempo. Questo breve articolo vuole determinare se, e come, esse si siano adattate ai cambiamenti nei bisogni e nei valori della comunità internazionale

 

Le fonti di diritto internazionale: l’Articolo 38 dello Statuto della CIG ed altre fonti

La nostra analisi partirà dall’articolo 38 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia. Come notato da Roberts e Sivakumaran, questo è il classico punto di partenza per identificare le fonti di diritto internazionale[1]. Si effettuerà inoltre una panoramica su altre – potenziali – fonti non incluse nell’articolo 38, con lo scopo di far vedere come tale materiale possa essere considerato fonte di diritto internazionale, e come anch’esso possa essere cambiato nel corso del tempo. Particolare attenzione verrà riservata al diritto internazionale consuetudinario, sottolineando la differenza tra le cosiddette consuetudini “tradizionali” e “moderne”. Infine, verranno riportate le visioni critiche di alcuni studiosi sulla questione.

 

L’articolo 38 dello Statuto della Corte Internazionale di Giustizia afferma quanto segue:

The Court, whose function is to decide in accordance with international law such disputes as are submitted to it, shall apply:

  • a) international conventions, whether general or particular, establishing rules expressly recognized by the contesting states;
  • b) international custom, as evidence of a general practice accepted as law;
  • c) the general principles of law recognized by civilized nations;
  • d) subject to the provisions of Article 59, judicial decisions and the teachings of the most highly qualified publicists of the various nations, as subsidiary means for the determination of rules of law.

This provision shall not prejudice the power of the Court to decide a case ex aequo et bono, if the parties agree thereto[2].

 

Per quanto sia datato[3], l’articolo 38 rappresenta ancora la base per l’individuazione delle fonti di diritto internazionale[4]. Questo grazie alla clausola inclusa nel primo paragrafo, che afferma che la Corte applicherà il diritto internazionale nelle sue decisioni; ciò quindi suggerisce che quanto elencato nell’articolo 38 costituisca fonte di diritto internazionale[5].

Tuttavia, i cambiamenti occorsi in seno alla comunità internazionale nel corso degli ultimi settant’anni sembrano mettere alla prova le disposizioni dell’articolo 38, almeno nel senso che le fonti ivi elencate costituiscano le sole fonti di diritto internazionale. È pensiero diffuso, infatti, che altro materiale, come ad esempio le dichiarazioni unilaterali da parte degli Stati, vadano considerate come fonti di diritto internazionale[6]. Per di più, anche le risoluzioni degli organi dell’ONU hanno acquisito una certa importanza nel corso degli ultimi anni[7]. Questo è, in particolar maniera, il caso delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Durante la Guerra Fredda, a causa delle divisioni presenti in seno alla comunità internazionale, esso mancava della coesione interna necessaria per adottare alcuni regimi regolatori su determinate questioni. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e specialmente dopo il 2001, si è però assistito ad un mutamento in questo senso, con il Consiglio di Sicurezza che ha adottato varie misure risultate poi efficaci, ad esempio nell’affrontare le crisi nell’ex Jugoslavia o nella lotta al terrorismo[8].

Anche il cosiddetto jus cogens, costituito da norme inderogabili che creano obblighi erga omnes per gli Stati, è da alcuni studiosi considerato come fonte di diritto internazionale, in costante mutamento e adattamento ai bisogni ed ai valori della comunità internazionale. La questione è però dibattuta, in quanto lo jus cogens viene da alcuni considerato come prassi generale dal valore legale accettato (“general practice accepted as law”), da altri come parte del diritto internazionale consuetudinario e da altri ancora come elemento a sé stante[9]. Lo stesso contenuto delle norme di jus cogens è elemento di dibattito tra i giuristi, per cui non si entrerà nel merito della questione limitandosi a menzionarne l’esistenza.

 

Il diritto internazionale consuetudinario: consuetudini tradizionali vs. consuetudini moderne

Un’interessante trasformazione nelle “classiche” fonti di diritto internazionale, forse – o probabilmente, nell’opinione di chi scrive – dovuto al loro adattamento ai cambiamenti avvenuti in seno alla comunità internazionale, può essere osservato nel diritto internazionale consuetudinario[10]. Per formare una consuetudine sono necessari due elementi, uno oggettivo e l’altro soggettivo: rispettivamente, la prassi degli Stati e l’opinio juris sive necessitatis[11]. Questa sembra essere una regola accettata nel diritto internazionale, come affermato anche dalla Corte internazionale di giustizia nel suo giudizio sul caso Nicaragua[12]. In sostanza, il primo elemento va identificato in una prassi coerente e generalizzata da parte degli Stati[13], cioè nelle loro azioni[14]. Il secondo elemento va invece individuato nei documenti e nelle dichiarazioni ufficiali da parte degli Stati[15].

Questa può sembrare una semplificazione eccessiva per distinguere i due elementi, ma non è questa la sede per risolvere tale annosa questione. Ciò che importa nella presente analisi è che sembra possibile riconoscere due tendenze differenti nell’identificazione delle norme consuetudinarie, che Roberts e Sivakumaran definiscono consuetudini “tradizionali” e “moderne”[16]. Come i due giuristi fanno notare, per identificare le consuetudini “tradizionali” viene usato un processo induttivo[17]. Ci si concentra sulla prassi degli Stati, mentre l’opinio juris è rilegato ad un ruolo secondario, atto a distinguere tra strumenti giuridici e non giuridici[18]. La Corte di giustizia internazionale, nel caso North Sea Continental Shelf, ha affermato che “State practice…should [be] both extensive and virtually uniform in the sense of the provision invoked[19] e che “it should moreover have occurred in such way as to show a general recognition that a rule of law or legal obligation is involved.”[20].

D’altro canto, l’approccio adottato per derivare le consuetudini “moderne” prevede una metodologia deduttiva, che mette in primo piano l’importanza dell’opinio juris[21]. Un esempio a supporto di questa tesi si può trovare nel giudizio sul Nicaragua case della CIG. In questo caso, la Corte “[did] not consider that, for a rule to be established as customary, the corresponding practice must be in absolutely rigorous conformity with the rule.[22]. Infatti, ha ritenuto “sufficient that the conduct of States should, in general, be consistent with such rules.”[23]. Se uno Stato non agisce in conformità a detta norma e rivendica la legalità delle sue azioni facendo appello a presunte eccezioni della norma stessa, allora “the significance of that attitude is to confirm rather than to weaken the rule.”[24].

Una delle ragioni dietro a questo cambiamento di approccio da parte della CIG potrebbe essere dovuta ai mutamenti intercorsi in seno alla comunità internazionale negli ultimi settant’anni. Come fa notare Murphy, c’è una divergenza tra i Paesi avanzati e quelli in via di sviluppo su cosa costituisca prassi statuale[25]. I primi tendono a considerare solo gli atti dei governi, i secondi tendono ad espandere tale concetto anche a dichiarazioni e legislazioni non vincolanti redatte da attori non statali come la Commissione del diritto internazionale o l’Assemblea generale dell’ONU[26].

 

Un punto di vista critico

Posizioni come quella espressa da Murphy originano un altro problema. Se le dichiarazioni adottate a maggioranza, come ad esempio le risoluzioni dell’Assemblea generale, creano norme di diritto internazionale, allora gli Stati più deboli potrebbero trovarsi avvantaggiati nel plasmare delle nuove consuetudini[27], una possibilità di certo non considerata dai – relativamente pochi – membri dell’ONU nei primi anni di vita dell’organizzazione[28]. Come notato da d’Aspremont, “[the] international norm-making has undergone an intricate and multi-fold pluralization[29] e ciò risulta in un’autorità normativa, un tempo in mano ai soli Stati, estesa anche ad attori non statali[30]. La questione ivi sollevata è che l’inclusione di soggetti non statuali nel processo legislativo abbia in un certo senso portato ad una “deformalizzazione” nell’identificazione delle norme di diritto internazionale[31], causando un distacco da “questions of law ascertainment[32], sempre più percepite come “irrilevanti”[33].

Positivo o negativo che sia, questo allargamento della base di attori che prendono parte al processo legislativo internazionale, volto ad includere anche quelli non statuali, dimostra come le fonti di diritto internazionale si siano adattate ai cambiamenti intercorsi nella comunità internazionale.

 

Conclusioni

Riassumendo, le fonti di diritto internazionale, inizialmente identificate esclusivamente dall’articolo 38 dello Statuto della Corte internazionale di giustizia, non si limitano (più) a quanto ivi elencato. Esse hanno inoltre subito un mutamento nella loro stessa natura[34]. Ciò è particolarmente evidente quando si prendono in esame le norme consuetudinarie ed il loro processo di formazione, come asserito dalla stessa CIG[35]. Rispetto alle consuetudini moderne, le consuetudini tradizionali richiedevano più tempo e più prassi statuale per formarsi[36]; mentre negli ultimi anni si è assistito ad un notevole incremento del ruolo giocato dall’opinio juris[37]. Ciò ha addirittura portato alcuni a concludere che sia possibile assistere alla nascita di consuetudini “istantanee”[38]. Nella presente analisi non è importante se il valore legale di quest’ultime sia accettato o meno: esse sono comunque indicative delle trasformazioni che le fonti di diritto internazionale hanno subito nell’adattarsi ai cambiamenti avvenuti nella comunità internazionale dal secondo dopoguerra in poi.

 

Nicolò Brugnera

Informazioni

Nicaragua v. United States of America [1986] ICJ Rep 14 [1986]

North Sea Continental Shelf [1969] ICJ Rep 3 [1969]

Statuto della Corte internazionale di giustizia 1945 (disponibile su https://www.icj-cij.org/en/statute, ultimo accesso 25/10/19)

D’Amato A, The concept of custom in international law (Cornell University Press 1971)

D’Aspremont J, Formalism and the Sources of International Law (Oxford University Press 2011)

Evans M (ed), International Law (Oxford University Press 2018)

Murphy J F, The Evolving Dimensions of International Law (Cambridge University Press 2010)

Shaw M N, International Law (8th edn, Cambridge University Press 2017

Shelton D, Soft Law in Handbook of International Law (Routledge Press 2008)

Sinagra A e Bargiacchi P, Lezioni di Diritto internazionale pubblico (Giuffrè 2016)

Kammerhofer J, ‘Uncertainty in the Formal Sources of International Law: Customary International Law and Some of Its Problems’ (2004) 15 EJIL 523

[1] Anthea Roberts e Sandesh Sivakumaran, ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 90

[2] Statuto della Corte internazionale di giustizia 1945 disponibile su https://www.icj-cij.org/en/statute (ultimo accesso 25/10/19)

[3] Lo Statuto della CIG risale al 1945, ed è basato su quello della Corte permanente di giustizia internazionale, stabilita contestualmente alla Società delle Nazioni dal Covenant nel 1922

[4] Anthea Roberts e Sandesh Sivakumaran, ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 90

[5] ibid 90-91

[6] ibid 100-101

[7] ibid 101

[8] Malcolm N. Shaw, International Law (8th edn, Cambridge University Press 2017) 948

[9] Anthea Roberts e Sandesh Sivakumaran, ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 101-102

[10] Nel presente articolo si è scelto di distinguere tra i concetti di “diritto internazionale consuetudinario” e “diritto internazionale generale”. Sebbene alcuni autori, come Sinagra e Bargiacchi in Lezioni di Diritto internazionale pubblico (Giuffrè 2016) considerino le due diciture sinonimi, per una maggiore chiarezza ci si riferisce solamente al diritto internazionale consuetudinario, considerando i principi generali come una fonte differente. L’autore si allinea perciò con la visione di Roberts e Sivakumaran in ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 92

[11] John F. Murphy, The Evolving Dimensions of International Law (Cambridge University Press 2010) 16-17; Anthea Roberts e Sandesh Sivakumaran, ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 92

[12] Nicaragua v. United States of America [1986] ICJ Rep 14 [1986], [183]

[13] Anthea Roberts e Sandesh Sivakumaran, ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 92

[14] Anthony D’Amato, The concept of custom in International Law (Cornell University Press 1971) 89-90

[15] ibid 160

[16] Anthea Roberts e Sandesh Sivakumaran, ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 104

[17] ibid

[18] ibid

[19] North Sea Continental Shelf [1969] Icj Rep 3 [1969], [74]

[20] ibid

[21] Anthea Roberts e Sandesh Sivakumaran, ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 104

[22] Nicaragua v. United States of America [1986] ICJ Rep 14 [1986], [186]

[23] ibid

[24] ibid

[25] John F. Murphy, The Evolving Dimensions of International Law (Cambridge University Press 2010) 17

[26] ibid

[27] ibid

[28] ibid

[29] Jean d’Aspremont, Formalism and the Sources of International Law (Oxford University Press 2011) 2

[30] ibid

[31] ibid 4

[32] ibid 1

[33] ibid

[34] Anthea Roberts e Sandesh Sivakumaran, ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 100

[35] Nicaragua v. United States of America [1986] ICJ Rep 14 [1986], [183]

[36] Si veda, ad esempio, North Sea Continental Shelf [1969] ICJ Rep 3 [1969], [74]

[37] Anthea Roberts e Sandesh Sivakumaran, ‘The Theory and Reality of the Sources of International Law’ in Malcolm Evans (ed), International Law (Oxford University Press 2018) 100

[38] John F. Murphy, The Evolving Dimensions of International Law (Cambridge University Press 2010) 18


Terrorismo: una (nuova) sfida del XXI secolo?

La lotta al terrorismo rappresenta una delle maggiori sfide dei nostri tempi. Alcuni ritengono addirittura che viviamo in un mondo “post 9/11”. Gran parte dei governi, perlomeno quelli delle nazioni occidentali, investono ogni anno un elevato numero di risorse per combatterlo. Le immagini, lo sconcerto degli attacchi che hanno insanguinato l’Europa negli anni passati sono ancora vividi nei nostri ricordi. Ma quali sono le misure che sono state adottate per fronteggiare la minaccia terroristica? E, inoltre, questa minaccia è rappresentata solamente dal fondamentalismo islamico?

 

Una definizione condivisa di terrorismo

È innanzitutto bene partire dalla definizione di terrorismo. Uno dei fondamenti del diritto penale, fin dal tempo degli antichi romani, è infatti quello del “nullum crimen sine lege”. Risulta quindi lampante che, senza una definizione condivisa, sia difficile mettersi d’accordo su cosa si stia combattendo. Ciò vale specialmente a livello sovranazionale, ad esempio di Unione Europea, quando ci si trova a dover fronteggiare un fenomeno che è da molti considerato come terrorismo “internazionale”.

È dunque interessante notare come non esista una definizione univoca di terrorismo. Infatti, le Nazioni Unite hanno cercato, senza successo, di dare una definizione di tale concetto fin dal massacro delle Olimpiadi di Monaco del 1972[1]. Tuttavia, non è mai stata adottata una definizione univoca e condivisa da tutti gli Stati membri. Ciò è essenzialmente dovuto alle simpatie che alcuni governi, da tutte le parti del mondo, nutrivano (e nutrono) nei confronti di alcune organizzazioni, perciò non sono disposti ad etichettarle come “terroristiche”[2].

In questo senso, torna in mente la massima che recita:

One man’s terrorist is another man’s freedom fighter

 

Come notato da più parti, questa rappresenta uno dei più grossi ostacoli nella lotta al terrorismo dei nostri giorni[3].

Molte delle definizioni adottate dai più rilevanti organismi a livello mondiale nell’ambito del controterrorismo presentano dunque carattere arbitrario, essendo state adottate “ad interim” e quasi più per necessità immediata che a seguito di uno studio approfondito. Di seguito sono riportati alcuni esempi. Una delle definizioni più diffuse[4] è quella adottata nel 1983 dal Dipartimento di Stato americano: “[terrorism is] premeditated, politically motivated violence perpetrated against noncombatant targets by subnational groups or clandestine agents, usually intended to influence an audience.[5] Il Governo olandese, nell’ambito della lotta al terrorismo, ha definito tale fenomeno come “[…] threatening,  making preparations for or perpetrating, for ideological reasons, acts of serious violence directed at people or other acts intended to cause property damage that could spark social disruption, for the purpose of bringing about social change, creating a climate of fear among the general public, or influencing political decision-making[6].

Date le differenze che intercorrono tra i vari Stati, l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha stilato una tabella per mettere a confronto alcune delle definizioni ed interpretazioni date ai termini “terrorismo” e “atto di terrorismo”[7]. Da questa si evince, ad esempio, l’Australia definisce atto terroristico “action done or threat made, with the intention of advancing a political, religious or ideological cause, with the intention of coercing or influencing by intimidation the government of Australia or the Australian States or Territories, or a foreign country, or intimidating the public”. La Germania definisce tali atti come “acts committed for political, religious, ethnic or ideological purposes suitable to create fear in the population or any section of the population and thus to influence a government or public body”.

Il Regno Unito si concentra sull’aspetto politico degli stessi, in quanto individua gli esecutori di tali atti come “persons acting on behalf of, or in connection with, any organization which carries out activities directed towards the overthrowing or influencing, by force or violence, of her Majesty’s government in the United Kingdom or any other government de jure or de facto”.

La Francia, invece, individua una “list of offences”, tra cui “Deliberate attempts on people’s lives, deliberate attacks on people’s wellbeing, abduction and false imprisonment, as well as the hijacking of aircraft, ships and any other means of transport; theft, extortion, destruction and damage, as well as computer-related crime; offences relating to combat groups and movements that have been disbanded”.

Interessante, infine, notare come la Svizzera specifichi, tra i mezzi e i metodi usati per perpetrare l’atto, che la definizione di terrorismo non rientra tra le cosiddette “violenze di piazza” e che, quindi, i fautori delle stesse non siano perseguibili per terrorismo.

Tuttavia, non è questa la sede per risolvere l’annosa questione di una definizione condivisa, o quale sia la migliore: ci si limiterà a notare alcuni tratti comuni. Sembra infatti che più o meno tutte le parti che hanno dato una definizione di terrorismo siano concordi sul fatto che esso sia compiuto da individui non (direttamente) riconducibili ad uno Stato, che esso comporti atti di violenza rivolti verso cose e/o persone, solitamente civili, e che esso sia perpetrato come mezzo per ottenere un fine politico[8].

Nonostante il gran numero di definizioni disponibili sembra dunque che il fenomeno abbia una portata ben circoscritta. Sorge così spontanea la domanda se tali definizioni siano del tutto esaustive.

È perciò interessante andare ad analizzare alcuni tentativi di definizione “globale” effettuati da alcuni accademici. Ad esempio, Joshua Sinai si è espresso così nel 2008:

Terrorism is a tactic of war- fare involving premeditated, politically motivated violence perpetrated by subnational groups or clandestine agents against any citizen of a state, whether civilian or military, to influence, coerce, and, if possible, cause mass casualties and physical destruction upon their targets. Unlike guerrilla forces, terrorist groups are less capable of overthrowing their adversaries’ governments than on inflicting discriminate or indiscriminate de- struction that they hope will coerce them to change policy.[9]

 

Si noti come venga evidenziato il fatto che le vittime dei terroristi possano essere sia civili che militari. Ciò è particolarmente rilevante al giorno d’oggi, se si pensa che la maggioranza degli atti di terrorismo sono compiuti in Paesi attualmente coinvolti da conflitti, quali Afghanistan ed Iraq.

Ma il terrorismo è un fenomeno recente, legato solamente al fondamentalismo islamico, o affonda le sue radici nel passato?

 

La storia del terrorismo: le “Quattro Ondate”

Per comprendere meglio questo fenomeno è importante analizzarne la storia. Sebbene vi siano tracce di azioni potenzialmente considerabili “terroristiche” risalenti a molti secoli fa – si pensi alla setta degli Assassini nel XIII secolo – la storia del moderno terrorismo risale all’Ottocento. David Rapoport, nel 2002[10], ha individuato quattro diverse correnti che hanno fatto ricorso a metodi terroristici per perseguire i loro scopi. Ognuna di queste correnti ha una durata di circa quarant’anni, al termine dei quali la maggior parte delle organizzazioni ad essa appartenenti cessa semplicemente la propria attività. La prima è quella di matrice anarchica, che agì grossomodo tra gli anni ’80 del XIX secolo e gli anni ’20 del XX. Tra gli atti più eclatanti di questa prima ondata si possono ricordare gli assassinii dello Zar Alessandro II e del re d’Italia Umberto I.

In seguito, all’incirca tra il 1920 ed il 1960, si assistette alla cosiddetta ondata anticolonialista. L’IRA, ad esempio, ebbe origine proprio durante questo periodo.

La terza ondata è quella definita della “New Left”, originatasi secondo Rapoport a seguito dell’esperienza della Guerra del Vietnam, dove i guerriglieri comunisti attuavano tattiche che si possono considerare terroristiche contro i soldati americani. Diversi gruppi in tutto il mondo adottarono strategie simili: la mente corre subito alle Brigate Rosse, agli anni di piombo e alla strategia della tensione.

La quarta ed ultima ondata è quella del terrorismo di matrice religiosa. Le azioni dell’OLP negli anni ’70, in questo senso, sembrano fare da trait d’union con la precedente ondata della New Left, così come gli attentati Vietcong per quella anticolonialista. Le organizzazioni terroristiche che si rifanno a questa ondata sono spesso di ispirazione islamica, come Al Qaeda, ma non sono limitate a questo credo religioso[11]. L’attentato avvenuto ad Oklahoma City nel 1995, ad esempio, è stato effettuato da un’organizzazione di stampo cristiano[12].

È interessante notare come vi siano alcuni tratti ricorrenti negli attentati eseguiti nel corso di queste correnti: gli anarchici effettuavano spesso attentati dinamitardi, con l’attentatore che si “sacrificava” per dimostrare di non essere un criminale comune[13], mentre i dirottamenti degli aerei venivano effettuati già negli anni ’70 e ’80. La durata di ogni organizzazione terroristica varia però molto da caso a caso: se l’IRA è sopravvissuta per decenni, alcune gruppi della New Left non superavano i due anni di vita[14]. Anche la suscettibilità alla perdita del leader, la cosiddetta decapitazione, sembra variare da caso a caso[15]. Ciò sembra dimostrare che ogni gruppo sia peculiare, e perciò difficilmente inquadrabile o prevedibile da parte delle forze di antiterrorismo.

 

Come reagire di fronte alla minaccia terroristica?

David Rapoport ha stimato che l’ondata religiosa si esaurirà nei prossimi cinque anni[16]. Tuttavia, le agenzie di antiterrorismo non possono contare solamente su tale stima, e più di qualche studioso ha notato che il fenomeno terrorismo resta immutato, nonostante il continuo susseguirsi delle organizzazioni che ne fanno uso. Dunque, c’è da chiedersi quale sia la prossima, imminente, ondata. Alcuni avvenimenti, come gli attentati effettuati da Anders Breivik, Dylan Roof e Luca Traini, fanno pensare che possa trattarsi di un fenomeno di estrema destra, neonazista e ultranazionalista.

Quale che sia la matrice degli attacchi, però, è importante da parte degli Stati e delle organizzazioni internazionali saper mantenere un piano d’azione chiaro e condiviso. Il primo passo in questo senso sembra perciò essere una definizione largamente accettata del fenomeno terrorismo, che comprenda il concetto della paura che accompagna gli attacchi: questo è infatti un fenomeno chiave nelle strategie terroirstiche. Ad essa dovrebbe far seguito una legislazione chiara, efficace, basata sul diritto internazionale generale e pattizio, ma non per questo limitativa delle libertà personali della popolazione – si pensi ad esempio agli sforzi di controllo e profilazione effettuati da vari governi –  od abusiva nei confronti dei terroristi stessi. Infatti, nonostante i membri di organizzazioni terroristiche come l’ISIS sembrino far vanto del non rispettare le leggi stabilite dagli Stati e della comunità internazionale, sembra utile ricordare quanto scritto da Gary D. Solis, ex ufficiale dei Marines e giurista internazionale:

Nonstate terrorism tests the limits of the Geneva Conventions as no previous armed conflict has, raising objections that the Conventions are no longer adequate. Such comments are incorrect. No law will deter the lawless. […] Even in an age of transnational terrorism, the 1949 Conventions remain both relevant and applicable.[17]

Solis si concentra qui sulle Convenzioni di Ginevra del 1949, ma il discorso vale per tutte le norme di diritto. Nessuna legge funge infatti da deterrente per il fuorilegge: sta per l’appunto alle forze dell’ordine rispettarla e farla rispettare. E sta proprio qui la sostanziale differenza tra noi ed i terroristi.

 

Nicolò Brugnera

Informazioni

BRUCE, G. Definition of Terrorism Social and Political Effects, Journal of Military and Veterans’ Health, Vol. 21, n. 2: May 2013

SINAI, J. How to Define Terrorism, Perspective on Terrorism, Vol. II, Is. 4, February 2008

SOLIS, G. D. The Law of Armed Conflict, New York, Cambridge University Press, 2010

United States Department of State, Patterns of Global Terrrorism 2003, Washington DC, Office of the Secretary of State, Office of the Coordinator for Counterterrorism, April 2004

http://anthropoetics.ucla.edu/ap0801/terror/

https://www.belfercenter.org/sites/default/files/files/publication/Price.pdf

https://english.nctv.nl/organisation/counterterrorism/to-counter-terrorism/index.aspx

https://www.hrw.org/report/2012/06/29/name-security/counterterrorism-laws-worldwide-september-11

https://www.ict.org.il/Article/1123/Defining-Terrorism-Is-One-Mans-Terrorist-Another-Mans-Freedom-Fighter#gsc.tab=0

https://www.oecd.org/daf/fin/insurance/TerrorismDefinition-Table.pdf

http://www.terrorismanalysts.com/pt/index.php/pot/article/download/33/67

[1] Gregor Bruce, Definition of Terrorism Social and Political Effects, Journal of Military and Veterans’ Health, Vol. 21, n. 2: May 2013, p. 26

[2] Ibidem

[3] https://www.ict.org.il/Article/1123/Defining-Terrorism-Is-One-Mans-Terrorist-Another-Mans-Freedom-Fighter#gsc.tab=0 (Ultimo accesso 21/6/19)

[4] Joshua Sinai, How to Define Terrorism, Perspective on Terrorism, Vol. II, Is. 4, February 2008, p. 9

[5] United States Department of State, Patterns of Global Terrrorism 2003, Washington DC, Office of the Secretary of State, Office of the Coordinator for Counterterrorism, April 2004, p. XII

[6] https://english.nctv.nl/organisation/counterterrorism/to-counter-terrorism/index.aspx (Ultimo accesso 21/6/19)

[7] https://www.oecd.org/daf/fin/insurance/TerrorismDefinition-Table.pdf (Ultimo accesso 21/6/19)

[8] https://www.hrw.org/report/2012/06/29/name-security/counterterrorism-laws-worldwide-september-11 (Ultimo accesso 24/6/19)

[9] http://www.terrorismanalysts.com/pt/index.php/pot/article/download/33/67 (Ultimo accesso 24/6/19)

[10] http://anthropoetics.ucla.edu/ap0801/terror/ (Ultimo accesso 24/6/19)

[11] Ibidem

[12] Ibidem

[13] Ibidem

[14] Ibidem

[15] https://www.belfercenter.org/sites/default/files/files/publication/Price.pdf (Ultimo accesso 25/6/19)

[16] Ibidem

[17] Gary D. Solis, The Law of Armed Conflict, New York, Cambridge University Press, 2010, p. 108