L'obsolescenza programmata: dalla tutela al consumatore alla gestione rifiuti

Quando siamo stanchi di maneggiare un dispositivo elettronico, oppure ci meravigliamo di come il nostro elettrodomestico non funzioni più, non dovremmo stupirci, probabilmente si tratta di obsolescenza programmata. Ma che cos’è?

 

In breve

Con questo termine si fa riferimento al processo mediante il quale si cerca di instillare nei consumatori il desiderio di sostituire i beni tecnologici o più nello specifico le apparecchiature elettriche ed elettroniche (AEE) di largo consumo. L’obsolescenza programmata si attuerebbe mediante opportuni accorgimenti introdotti in fase di produzione (utilizzo di materiali di scarsa qualità, pianificazione di costi di riparazione superiori rispetto a quelli di acquisto, ecc.), nonché mediante la immissione sul mercato di nuovi modelli ai quali sono apportate modifiche irrilevanti sul piano funzionale, ma sostanziali su quello formale[1].

Il meccanismo, o meglio, la pratica di cui parliamo non è mai stata scientificamente provata, ma nella letteratura economica è considerata presente e costante, emblematici sono state alcune politiche aziendali che hanno intaccato direttamente i consumatori finali, vediamone alcuni:

Il cartello di Phoebus

Quando nel 1924 i principali produttori europei e statunitensi di lampade ad incandescenza si riunirono a Ginevra, si parlò di obsolescenza programmata, fu infatti il primo caso[2]. All’epoca del cartello esistevano diversi tipi non standardizzati di lampadine, per forma, incastro, tensione, potenza e luminosità: i produttori del cartello si imposero di omologare la produzione e fissare un limite da 2.500 a 1.000 ore per la durata di ogni lampadina. A dimostrazione che le lampadine dell’epoca erano molto più performanti è possibile prendere come riferimento la “Centennial Light”, accesa da ben 118 anni[3].

Il caso Apple ed Epson

Apple è stata direttamente multata[4] dall’anti-trust[5] in quanto dolosamente procedeva a diffondere aggiornamenti software che rallentavano i dispositivi più vecchi “costringendo” i consumatori ad acquistare telefoni più recenti. Apple in questa occasione si è impegnata a sostituire le batterie dei telefoni a prezzi agevolati[6]. Ad Epson, in Francia, invece è stato riconosciuto che i chip delle cartucce segnalavano l’esaurimento nonostante fosse presente tra il 20 % e il 50 % di inchiostro residuo[7].

Pur essendo semplici esempi, facilmente ricercabili, queste notizie ci portano ad una domanda scontata: siamo tutelati?

 

La tutela del consumatore

Si, siamo tutelati. Abbiamo dalla nostra parte il codice del consumo[8] (D.lgs. 206/2005) che è quello strumento attraverso il quale i consumatori possono tutelarsi dalle pratiche scorrette che vengono eseguite sul mercato, nei casi di obsolescenza programmata non si ha una tutela diretta, piuttosto ci si può appigliare alla pratiche scorrette dei produttori (artt. 20, 21, 22, 23 e 24) oppure al tema della sicurezza dei prodotti (artt. 102-135). Ma è in campo qualcosa di più specifico, un vero e proprio Disegno di Legge che introduce il concetto di “obsolescenza programmata”.

 

Il Disegno di Legge 615

Già da tempo è presente in cantiere un atto[9] che ha intenzione di introdurre, all’interno del nostro ordinamento, il tema dell’obsolescenza programmata.

I senatori, nella relazione illustrativa, dopo un breve cenno alla storia di questa pratica affermano quanto segue:

“Costruire beni destinati a rompersi in fretta rappresenta una garanzia di continuità per il mercato, con i consumatori costretti a sostituire apparecchi potenzialmente sani, ma nei quali la progettazione iniziale ha inserito un difetto pianificato. Uno studio tedesco intitolato «Obsolescenza programmata – Analisi delle cause – Esempi concreti – Conseguenze negative – Manuale operativo[10]» ha dimostrato come numerosi elettrodomestici e prodotti di uso comune vengono programmati, dagli stessi produttori, per rompersi dopo circa due anni, cioè dopo la scadenza del periodo di garanzia stabilito dalla legge. Attraverso l’obsolescenza programmata si amplia il mercato in senso intensivo e si genera un consumo più rapido, diffuso e frenetico, perpetuando la logica del bene di consumo «usa e getta», generando prodotti più scadenti e quindi provocando un costante incremento di rifiuti di varia natura, molti dei quali di difficile smaltimento. Non è più ammissibile giustificare questo ricorso e questo abuso dell’obsolescenza programmata poiché il sistema sociale globale e quello ambientale-climatico non riescono più a sostenere tale carico.”

Entrando nello specifico, il disegno di legge si compone di nove articoli, nel primo si definisce il concetto di obsolescenza programmata e si intende: “l’insieme di tecniche e di tecnologie tramite cui il produttore […] nella progettazione di un bene di consumo, volutamente accorcia la vita o l’uso potenziale del medesimo bene, al fine di aumentarne il tasso di sostituzione”.

Sono poi previsti alcuni casi tipici di obsolescenza come ad esempio, la più classica: “l’impiego di tecniche di costruzione o di materiali aventi l’effetto di accelerare l’usura del bene, di favorire l’insorgenza di guasti, rotture o malfunzionamenti ovvero l’invecchiamento precoce del medesimo bene”, oppure, “l’utilizzo di componenti software o di sistemi operativi aventi l’effetto di peggiorare le condizioni generali del bene e il suo funzionamento”.

Senza analizzare il testo articolo per articolo, è bene sapere che il legislatore intenderebbe muoversi principalmente in un’ottica di prevenzione. Chiaramente nel mirino del dispositivo vi è il produttore, a cui viene imposto infatti l’obbligo di non mettere in pratica tecniche che possano portare all’obsolescenza programmata e di rendere note tutte le informazioni utili al fine di conoscere la durata della vita dei dispositivi e le possibilità che essi vengano riparati.

Si intende inoltre innalzare il periodo entro il quale il produttore può essere ritenuto responsabile di un difetto dell’apparecchio, la cd. garanzia legale di conformità per i beni di consumo: da 2 a 5 anni per i piccoli elettrodomestici e dieci anni per i grandi. Direttamente collegato al tema della garanzia è il tema delle parti di ricambio dove il produttore o l’importatore dovrebbe impegnarsi al fine di garantire un adeguato servizio.

Vengono anche introdotte le sanzioni penali: Salvo che il fatto costituisca più grave reato, il produttore o il distributore di beni di consumo è punito con la reclusione fino a due anni e con una multa di 300.000 euro se ha ingannato o tentato di ingannare il consumatore”. A parere di chi scrive sono considerabili troppo severe.

Infine viene ampliato il ruolo del consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti. Esso avrà un ruolo di informazione e controllo nell’ambito delle questioni inerenti l’obsolescenza programmata.

Attualmente il testo è al vaglio della 10^ commissione al Senato – Industria, commercio, artigianato. Si spera quanto prima che il testo possa divenire efficace.

 

La questione dei rifiuti

Secondo Brooks Stevens: “Tutta la nostra economia si basa sull’obsolescenza programmata (…) facciamo prodotti buoni, spingiamo le persone ad acquistarli e poi l’anno successivo introduciamo deliberatamente qualcosa che renderà questi prodotti obsoleti[11]”. Possiamo tradurre obsoleto come qualcosa di cui vogliamo o dobbiamo disfarci, che ricalca fondamentalmente la definizione di rifiuto[12] come prevista dal Testo Unico Ambientale.

In effetti con l’obsolescenza programmata, se da un lato le grandi aziende tecnologiche sono spinte all’avanzamento tecnologico (e ai margini di profitto), anche altre due industrie tendono a crescere: quella estrattiva e quella dei rifiuti.

Le aziende estrattive lucrano a causa (o per fortuna) della grande richiesta di materie prime necessarie a comporre questi oggetti. Ad esempio uno smartphone è composto da oro, rame, silicio e dallo sconosciutissimo coltan[13] (columbite-tantalite). Lo sfruttamento di queste risorse determina il peggioramento dello stato dei luoghi ed il deterioramento ambientale generalmente considerato.

Rispetto ai rifiuti è inevitabile non sostenere come vi sia un eccesso rispetto a quanto teoricamente potrebbe generarsi[14], rispettando la normale vita di un dispositivo. Uno studio eseguito dalle Nazioni Unite[15], prendendo in esame sette prodotti, di cui sei appartenenti all’industria tecnologica, ha dimostrato che un televisore, con le dovute accortezze, dovrebbe essere sostituito dopo 8-10 anni ed un telefono addirittura dopo 12. Arrivare a questi archi di tempo, però, potrà essere fatto solo tramite una collaborazione tra industria e consumatore (cd. soluzione win-win).

Dobbiamo poi tenere in considerazione che l’obsolescenza programmata determina una particolare tipologia di rifiuti, i RAEE[16]. I consumatori non sempre sono a conoscenza delle modalità di smaltimento di tali prodotti e anzi non poche volte vengono a crearsi discariche abusive composte da frigoriferi, lavatrici, televisori.

Una soluzione per concretizzare dei miglioramenti è lo sfruttamento dell’economia circolare[17] e della sharing economy, che hanno l’obiettivo di evitare lo spreco di risorse attraverso il riutilizzo delle materie di scarto o attraverso la condivisione di strumenti. Per dare senso a questi due strumenti basti pensare che l’apertura ai mercati commerciali secondari può sensibilmente diminuire l’ammontare dei rifiuti e garantendo a popolazioni meno abbienti la possibilità di acquistare prodotti tecnologicamente avanzati, seppur “obsoleti”.

 

Roberto Giuliani

Informazioni

The Long View – Exploring life product time extention di C.A. Bakker e C.S.C. Schuit

Studie Geplante Obsoleszenz di Schridde, Winzer, Kreiss

I RAEE, di Roberto Giuliani, DirittoConsenso.it

L’anti-trust, di Giuseppe Nicolino, DirittoConsenso.it

www.gazzettaufficiale.it

www.camera.it

www.treccani.it

www.agcm.it

[1] http://www.treccani.it/enciclopedia/obsolescenza-programmata/

[2] http://www.storiainrete.com/11351/xx-secolo/fatto-per-non-durare-phoebus-e-lobsolescenza-programmata/

[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Lampadina_centenaria

[4] Qui la decisione

[5] L’antitrust, di Giuseppe Nicolino, DirittoConsenso, ottobre 2018.

[6] https://www.lastampa.it/tecnologia/news/2017/12/29/news/iphone-rallentati-per-colpa-della-batteria-apple-chiede-scusa-1.34087884

[7] https://ilsalvagente.it/2017/11/10/obsolescenza-programmata-in-francia-azione-legale-contro-epson/

[8] Per maggiori info http://www.codicedelconsumo.it/

[9] Qui il testo integrale

[10] Qui lo studio in lingua originale

[11] Brooks Stevens, industrial designer (1911-1995)

[12] Art. 183 del D.Lgs. 152/2006 (TUA)

[13] Cos’è il coltan?

[14] In Italia, ogni abitante produce in media quasi 20 kg di RAEE e nel 2017 il paese ha prodotto quasi 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici

[15] Qui – The Long View – Exploring life product time extention

[16] Ne parlo in questo articolo: I RAEE

[17] https://www.economiacircolare.com/cose-leconomia-circolare/


Il Dibattito pubblico

Attraverso questo contributo viene analizzata l’utilità del DPCM 76/2018 che introduce, nel nostro ordinamento, un nuovo strumento di partecipazione pubblica in caso di determinate opere che si introducono inevitabilmente nella quotidianità del singolo cittadino o di comunità locali. Grazie a tale strumento si amplia il concetto di democrazia partecipativa

 

La trasparenza necessaria

Circoscrivendo la materia, è necessario specificare che siamo nell’ambito dei contratti pubblici. Il codice, D.Lgs. 50/2016, conosciuto anche come codice appalti, ha posto in essere strumenti di partecipazione, in ottica di trasparenza, coinvolgendo quei soggetti che in relazione a lavori di un certo impatto possono potenzialmente essere lesi.

L’art. 22, co. 1 prevede che: “Le amministrazioni aggiudicatrici e gli enti aggiudicatori pubblicano, nel proprio profilo del committente, i progetti di fattibilità relativi alle grandi opere infrastrutturali e di architettura di rilevanza sociale, aventi impatto sull’ambiente, sulla città o sull’assetto del territorio, nonché gli esiti della consultazione pubblica, comprensivi dei resoconti degli incontri e dei dibattiti con i portatori di interesse. I contributi e i resoconti sono pubblicati, con pari evidenza, unitamente ai documenti predisposti dall’amministrazione e relativi agli stessi lavori”.

Il tenore di questo passaggio ci permette di capire che questa trasparenza deve essere garantita nei casi di grandi opere che, in particolare, possono avere un impatto ambientale[1]. Come deve essere garantita la trasparenza? In sostanza, le amministrazioni si aprono nei confronti del pubblico attraverso due strumenti: la pubblicazione dei progetti di fattibilità (progetti preliminari che sono suscettibili di modificazioni) e la consultazione pubblica. Se per il primo caso è da sempre stato più semplice ed altre procedure (come la VAS prevista dal D.Lgs. 152/2006) ne sono testimoni, la seconda doveva essere necessariamente disciplinata.

L’art. 22, co. 2 sancisce l’obbligo di emanare un atto normativo, entro un anno dall’entrata in vigore del codice, che definisca quando e come si debba applicare il ricorso alla consultazione pubblica: il DPCM 76/2018[2].

 

Il Regolamento recante modalità di svolgimento, tipologie e soglie dimensionali delle opere sottoposte a dibattito pubblico

Così è chiamato il regolamento richiesto dal codice appalti. È a tutti gli effetti un atto tecnico che disciplina passo per passo come e quando debba essere messo in atto il meccanismo del dibattito pubblico, che per definizione si intende: “il processo di informazione, partecipazione e confronto pubblico sull’opportunità, sulle soluzioni progettuali di opere, su progetti o interventi di cui all’Allegato 1[3]”.

I soggetti che muovono la raccolta dei consensi e dei dissensi provenienti dagli interessati sono tre:

  • L’amministrazione aggiudicatrice
  • La commissione nazionale
  • Il coordinatore del dibattito pubblico

Quando si ricade in opere previste dall’allegato 1 è obbligatorio fare il dibattito pubblico. L’amministrazione aggiudicatrice ha il compito di indirlo (art. 5) attraverso la pubblicazione sui propri canali istituzionali, specificando tutto il materiale necessario (progetti di fattibilità, alternative progettuali, comunicazioni ecc.…) da portare all’attenzione degli interessati. Contestualmente deve essere nominato una coordinatore del dibattito (art. 6) che è un soggetto con capacità professionali ed imparziale[4] che ha il compito di organizzare le modalità di svolgimento del dibattito, raccogliere le informazioni, favorire la partecipazione, segnalare anomalie e soprattutto redigere il parere conclusivo al termine della procedura.

Sopra questi soggetti lavora la commissione nazionale (art. 4) che monitora l’andamento della procedura, propone raccomandazioni sul suo svolgimento e vigila sulla corretta pubblicazione della documentazione sulla base dei termini previsti dalla legge.

Al termine della fase di dibattito, dopo che è stato presentato dal coordinatore il parere conclusivo, l’amministrazione presenta il dossier conclusivo che deve essere pubblicato sui canali istituzionali e inoltrato alla commissione nazionale. Tale documento, oltre ad essere un atto di conclusione del procedimento, è necessario ad aprire l’istanza di VIA necessaria alla realizzazione del progetto. Questa fase di dibattito, con eventuali proroghe, può durare fino a 9 mesi.

 

Considerazioni sul dibattito pubblico

È necessario porre l’attenzione, non tanto su come è strutturato questo procedimento, ma piuttosto sul suo ruolo nel contesto attuale in cui ci troviamo. Siamo in un’epoca in cui l’informazione è nettamente cambiata, possiamo reperire qualsiasi tipo di notizia in pochissimo tempo ed è giusto che anche i procedimenti amministrativi mutino.

Il dibattito pubblico è uno strumento che ritengo “potente”, nel senso che permette alle amministrazioni di aprirsi e dimostrare come, in determinati progetti, il ruolo degli interessati sia fondamentale. È poi anche uno strumento necessario, perché abbatte quegli ostacoli che la nostra Costituzione[5] ritiene come limitanti al pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Il dibattito pubblico è la ricerca dell’assenso ad un qualcosa che emerge con il dissenso, favorisce il mutamento del concetto democratico, che se prima veniva messo in atto attraverso i soggetti eletti e che poi si è evoluto con il concetto di concertazione[6], adesso è arrivato ad una fase di partecipazione diretta. Muta il rapporto che insiste tra il raggiungimento del benessere collettivo e quello individuale.

Prendiamo come esempio la costruzione di un inceneritore[7], un impianto che dal trattamento dei rifiuti, produce energia: esso è un chiaro esempio di disinformazione rispetto all’utilità e alla necessità di questi impianti[8]. La società è inevitabilmente spaventata dall’idea che un’altissima torre emetta nell’aria elementi nocivi, ma è disinformata del fatto che abbiamo obblighi europei da rispettare, che le discariche non sono più una soluzione, ma soprattutto che gli inceneritori possono produrre energia e che esistono tecnologie avanzate per limitare l’emissione di elementi nocivi.

Cosa succederebbe se l’amministrazione decidesse di costruirlo senza coinvolgere adeguatamente gli interessati? Ne deriverebbe una contrapposizione netta, portatrice di solo dissenso veicolato da disinformazione. Ecco che il dibattito pubblico entra in gioco portando conoscenza, ma non di un progetto già pronto ed impacchettato per essere messo in gara di appalto, ma di un’opera preliminare che deve essere analizzata anche dagli interessati e il cui contributo deve essere messo per iscritto e portato al tavolo dell’amministrazione aggiudicatrice ai sensi del comma 4 del sopracitato art. 22 del codice appalti, che prevede: “gli esiti del dibattito pubblico e le osservazioni raccolte sono valutate in sede di predisposizione del progetto definitivo e sono discusse in sede di conferenze di servizi relative all’opera sottoposta al dibattito pubblico”.

Il risultato di questo strumento è quindi estremamente utile e, come è stato citato, può essere utilizzato anche in casi non previsti dalla norma. Probabilmente con l’applicazione di questi principi si potrebbero by-passare tutte le manifestazioni di dissenso che, seppur del tutto legittime nei casi applicabili, ostacolano il raggiungimento di un obiettivo, obiettivo che non è necessariamente quello di portare a compimento la costruzione di un’opera. Il dibatto può far emergere anche la non utilità di un nuovo investimento, ma soprattutto può far emergere il vero valore della collettività ed il ruolo delle istituzioni.

 

Roberto Giuliani

Informazioni

Inserisci qui la bibliografia

[1] Opere che devono essere sottoposte alla valutazione di impatto ambientale (VIA) ex. D.Lgs. 152/2006

[2] Qui il testo integrale.

[3] Non solo, le amministrazioni possono ammettere il dibattito pubblico anche fuori da questi casi, valutata l’opportunità in uno o più casi specifici.

[4] Si rileva in particolare che: “non possono assumere l’incarico di coordinatore del dibattito pubblico i soggetti residenti o domiciliati nel territorio di una Provincia o di una Città metropolitana ove la stessa opera è localizzata

[5] Art. 3 della Costituzione della Repubblica Italiana

[6] Qui approfondimento sul termine Concertazione

[7] Tecnicamente si ricadrebbe in dibattito pubblico solo nel caso in cui questo tipo di intervento abbia un investimento superiore a 300 milioni di euro. (Ultimo caso dell’All. 1, DPCM 76/2018)

[8] Approfondimento sul Rapporto del recupero energetico da rifiuti 2019 – ISPRA, qui.


I RAEE

Nell’era moderna siamo circondati da questi oggetti, eppure quando dobbiamo disfarcene per comprare un’oggetto simile, ma tecnologicamente più avanzato, non sappiamo che possiamo consegnarlo al distributore o al centro di raccolta considerato che abbiamo già pagato il suo smaltimento al momento dell’acquisto. Parliamo degli AEE e del loro rifiuto

 

Cos’è un AEE

La norma di riferimento, il Decreto Legislativo 49/2014[1] che attua la direttiva 2012/19/UE ha come finalità di stabilire misure e procedure volte a proteggere l’ambiente e la salute umana prevenendo o riducendo gli impatti negativi derivanti:

  1. dalla progettazione e dalla produzione delle apparecchiature elettriche ed elettroniche
  2. dalla produzione e gestione dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche

Ma cosa sono gli AEE?

Il Decreto di riferimento, tra le definizioni, spiega che le Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (AEE), sono “le apparecchiature che dipendono, per un corretto funzionamento, da correnti elettriche o da campi elettromagnetici e le apparecchiature di generazione, di trasferimento e di misura di queste correnti e campi e progettate per essere usate con una tensione non superiore a 1000 volt per la corrente alternata e a 1500 volt per la corrente continua”.

Il cittadino comune è praticamente spaesato da questa definizione, ma in realtà senza rendersene conto utilizza diversi AEE durante l’arco della propria giornata.

Gli allegati della norma, però, aiutano a comprendere che gli AEE, dal 15 agosto 2018, sono divisi in 6 categorie, di meno rispetto a quelle previste all’entrata in vigore del Decreto, favorendo il cd. “Open scope”:

  1. Apparecchiature per lo scambio di temperatura;
  2. Schermi, monitor ed apparecchiature dotate di schermi con una superficie superiore a 100 cmq;
  3. Lampade;
  4. Apparecchiature di grandi dimensioni (con almeno una dimensione esterna superiore a 50 cm), compresi, ma non solo: elettrodomestici; apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni; apparecchiature di consumo; lampadari; apparecchiature per riprodurre suoni o immagini; apparecchiature musicali; strumenti elettrici ed elettronici; giocattoli e apparecchiature per il tempo libero e lo sport; dispositivi medici; strumenti di monitoraggio e di controllo; distributori automatici;
  5. Apparecchiature di piccole dimensioni (con nessuna dimensione esterna superiore a 50 cm), compresi ma non solo: apparecchiature di consumo; lampadari; apparecchiature per riprodurre suoni o immagini; apparecchiature musicali; strumenti elettrici ed elettronici; giocattoli e apparecchiature per il tempo libero e lo sport; dispositivi medici; strumenti di monitoraggio e di controllo; distributori automatici;
  6. Piccole apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni (con nessuna dimensione esterna superiore a 50 cm).

Per fare alcuni esempi, è considerato RAEE un condizionatore, un frigorifero, ma anche una gaming console, un computer portatile, uno smartphone e le cuffie per ascoltare la musica.

Ecco che così leggendo ci si rende conte che siamo invasi da questi oggetti, eppure la finalità del Decreto è forte e chiara: serve una disciplina per salvaguardare la salute umana, perché?

I principali problemi derivanti da questo tipo di apparecchiature deriva nel momento in cui essi diventano rifiuti (R-AEE: Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). In tali aggeggi vi è la presenza di sostanze considerate tossiche per l’ambiente. La crescente diffusione di apparecchi elettronici determina, insomma, un sempre maggiore rischio di abbandono nell’ambiente o in discariche e termovalorizzatori con conseguenze di inquinamento del suolo, dell’aria, dell’acqua con ripercussioni sulla salute umana.

Questi prodotti vanno trattati correttamente e destinati al recupero differenziato dei materiali di cui sono composti, come il rame, ferro, acciaio, alluminio, vetro, argento, oro, piombo, mercurio, evitando così uno spreco di risorse che possono essere riutilizzate per costruire nuove apparecchiature oltre alla sostenibilità ambientale.

 

Cos’è un R-AEE

Prima di affrontare il concetto di R-AEE, è necessario affrontare il tema di cosa sia un rifiuto: la normativa di riferimento[2] definisce il rifiuto come “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi”. La definizione dunque fa capire che rifiuto è quello oggetto che un soggetto, per obbligo o per volontà, ha deciso di disfarsi[3].

Senza entrare nel merito di cosa succeda successivamente al momento in cui si crea un rifiuto, tornando ai R-AEE, il legislatore europeo con la sua Direttiva[4] applicata dal Decreto in questione, pone l’accento sul principio internazionale “chi inquina paga” obbligando i produttori[5] e i distributori[6] a gestire gli AEE da loro prodotti e venduti ormai esausti.

I produttori e i distributori devono quindi cercare di ottimizzare il recupero dei prodotti da loro venduti e/o distribuiti sensibilizzando il consumatore finale attraverso innanzitutto l’obbligo di informazione: il produttore, deve fornire precise informazioni riguardanti l’obbligo di avviare il R-AEE alla raccolta separata e di non inserirlo tra i rifiuti urbani; della possibilità di riconsegnare al distributore l’apparecchiatura all’atto dell’acquisto di una nuova; dei potenziali effetti sull’ambiente e sulla salute umana delle sostanze pericolose, contenute nelle apparecchiature stesse. Deve infine esporre il simbolo che riconosce univocamente che quell’oggetto è un AEE/RAEE[7].

Sono presenti ulteriori obblighi, ma che si pongono in una posizione secondaria rispetto alla tutela ambientale. Pensiamo ad esempio al fatto che tutta la gestione di tali apparecchiature corre su di una via parallela rispetto le procedure standard della gestione rifiuti, infatti ad esempio tutti i distributori, i trasportatori e installatori e gestori dei centri di assistenza tecnica devono iscriversi all’albo dei gestori ambientali in una specifica categoria[8].

 

Come disfarcene

Il Legislatore, con il D.Lgs. n. 151/2005 ha introdotto il cd. “eco-contributo RAEE”. Facendo sempre riferimento alla necessità di un recupero consapevole e sostenibile, a favore di produttori è stata concessa l’instaurazione di un finanziamento pagato in anticipo dal consumatore/compratore e che deve essere interamente dedicato alla gestione dei Rifiuti derivanti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. In parole povere, acquistando un prodotto parte del suo valore è dedicato per il suo futuro smaltimento.

Tre sono le modalità attraverso le quali è possibile, ad oggi, dire addio ad un RAEE:

La modalità Uno contro Uno

Il DM n. 65/2010 permette di smaltire l’AEE che non vogliamo più utilizzare e dunque di smaltirlo “senza costi aggiuntivi” a fronte dell’acquisto di un nuovo AEE equivalente. Per fare un esempio concreto, potete richiedere il ritiro e lo smaltimento “senza costi aggiuntivi” del vostro vecchio frigorifero al negozio presso il quale state comprando un nuovo frigorifero e così può essere fatto per qualsiasi altro tipo di AEE, dalle cuffie al condizionatore. Condizione necessaria è la equivalenza tra il consegnato e l’acquistato.

La modalità Uno contro Zero

Con il DM n. 121/2016 tutti gli AEE non più funzionanti e che abbiano dimensioni esterne massime di 25 cm possono essere consegnati “senza costi aggiuntivi” e senza l’obbligo di acquistare un AEE equivalente, presso i punti vendita con superficie superiore ai 400 mq. In questo caso siamo nel contesto dei cd. AEE piccoli. Per fare un esempio, è il caso di uno smartphone o di un asciuga capelli.

Consegna presso i centri di raccolta

Infine, e più in generale, è possibile in ogni caso conferire qualsiasi tipologia di AEE presso il Centro di Raccolta della zona in cui si risiede e deputato allo smaltimento RAEE.

 

RAEE, niente di più semplice

Da come si è potuto intendere, tutto sommato, il legislatore ha reso complicata la vita al produttore o al distributore, ma ha reso semplice la vita al consumatore. Dietro alla consegna di un RAEE è presente tutta una filiera[9] che garantisce vantaggi che determinano sicuramente un minor impatto ambientale, ma anche una velocizzazione della crescita tecnologica. Dal RAEE si riesce a recuperare ben il 99% dei suoi componenti.

 

Roberto Giuliani

Informazioni

[1] Qui il link al testo integrale

[2] Decreto Legislativo n. 152/2006, art. 183

[3] Diritto dell’ambiente – a cura di Giampaolo Rossi, Giappichelli, 2017

[4] Qui il link al testo integrale

[5] I produttori ai sensi del D.Lgs. 151/2005 sono tutti coloro che fabbrichino o importino un prodotto elettrico o elettronico, oppure lo commercializzino con proprio marchio indipendentemente dalla provenienza geografica del bene, ovvero tutti coloro che per primi immettono il prodotto sul mercato e dunque ne sono responsabili

[6] I distributori (ovvero i soggetti che vendono i prodotti nuovi agli utenti finali) sono tenuti all’obbligo del ritiro dell’apparecchio da buttare al momento dell’acquisto di un nuovo apparecchio equivalente.

[7] http://www.esageraee.com/index.php/prodotti-e-rifiuti/cosa-sono-i-raee.html

[8] https://www.albonazionalegestoriambientali.it/iscrizionecategorie.aspx

[9] Come ad esempio il Consorzio Remedia


La Due Diligence Ambientale

Approfondimento su uno strumento tecnico, normativo e ambientale per avere un approccio più trasparente ai rischi ed ai problemi connessi alle operazioni immobiliari, industriali e societarie. Parliamo della Due Diligence Ambientale

 

Cos’è la Due Diligence Ambientale

L’espressione Due Diligence indica l’attività di investigazione e di approfondimento di dati e di informazioni relative all’oggetto di una trattativa[1].

La “Due Diligence Ambientale” (di seguito “DDA”) è una procedura di indagine tecnica volta a supportare le operazioni immobiliari, industriali e societarie e costituisce una parte integrante del processo di Due Diligence societaria.

Originariamente questa attività era molto utilizzata nel comparto delle grandi operazioni industriali o immobiliari. Essa affiancava tutte le altre tipologie di accertamento ed indagine di Due Diligence necessarie per una valutazione ponderata di una compravendita.

Solo recentemente si sta maturando la percezione di quanto le passività ambientali, non individuate o non correttamente valutate, possano incidere sul valore reale di una proprietà, arrivando anche a generare pendenze amministrative e penali oppure rappresentare delle limitazioni all’utilizzo del sito[2].

Gli aspetti della Due Diligence

La DDA è lo strumento di verifica nei confronti dei regimi normativi in vigore in materia ambientale.

Tale verifica viene eseguita per individuare sia le potenziali non-conformità, che potrebbero implicare la responsabilità del nuovo proprietario che ignora lo stato del fondo di cui è interessato, sia le non-conformità storiche, le quali, sebbene imputabili ai precedenti proprietari, potrebbero comportare delle passività economiche e/o responsabilità per l’acquirente a causa dell’applicazione dei principi di prevenzione e precauzione ambientali[3] ed infine le potenziali non-conformità associabili al recepimento di nuova normativa fino a quel momento non applicabile.

A titolo esemplificativo e non esaustivo, nell’ambito di una DDA si valutano i seguenti aspetti:

  • suolo, sottosuolo e acque di falda
  • sostanze pericolose e/o soggette a restrizioni[4]
  • conformità autorizzatoria
  • emissioni atmosferiche
  • rischio sismico
  • dissesto idrogeologico
  • aree di tutela paesaggistica

Le fasi della Due Diligence Ambientale

Il processo di Due Diligence viene condotto con una metodologia basata su due differenti livelli di indagine: uno non invasivo e uno invasivo che comprende l’approfondimento dello stato delle matrici ambientali[5].

La Fase I è un’attività non invasiva orientata ad identificare le potenziali passività ambientali e fornire una verifica preliminare della conformità in relazione alla normativa vigente ambientale. Questa fase è finalizzata a definire una valutazione iniziale e prevedere la necessità di eseguire eventuali indagini integrative atte ad individuare e quantificare in termini economici le passività ambientali.

La Fase II invece è un’attività invasiva di indagine diretta che può comprendere una verifica di dettaglio, attraverso attività di campionamento e analisi, delle principali problematiche quali ad esempio suolo, sottosuolo e acque di falda), integrità impianti, amianto, PCB ecc.

Le fasi sopra descritte possono essere anche contestuali, molti sono i casi in cui sono già acclarate le passività ambientali, come l’amianto, tali da permettere un’invasività già dal primo accesso all’area di studio.

Conformità normativa

Il quadro di riferimento normativo ambientale comprende la normativa Europea, la legge nazionale del Paese presso il quale viene eseguita l’attività di DDA e leggi e delibere regionali e locali.

Il Legislatore europeo da diversi anni introduce norme che devono essere prese in considerazione nell’analisi della conformità normativa, pensiamo ad esempio ai Regolamenti Europei REACH[6] e CLP[7] attraverso i quali sono dettati principi ed obblighi in relazione all’utilizzo, al divieto di introduzione ed all’etichettatura delle sostanze pericolose; oppure ai Regolamenti Europei n. 1005/2009 sulle sostanze che riducono lo strato di ozono e 517/2014 sui gas fluorati a effetto serra[8].

Di seguito si riporta in maniera non esaustiva ulteriore normativa europea da applicare ai casi di studio:

  • Direttiva 1994/63/CE – STAGE I, sul controllo delle emissioni di composti organici volatili (COV derivanti dal deposito della benzina e dalla sua distribuzione dai terminali alle stazioni di servizio);
  • Direttiva 1996/59/CE, concernente lo smaltimento dei policlorobifenili e policlorotrifenili (PCB/PCT);
  • Direttiva 2000/60/CE, concernente l’azione comunitaria in materia di acque;
  • Direttiva 2002/49/CE, relativa alla determinazione e alla gestione del rumore ambientale;
  • Direttiva 2006/118/CE, sulla protezione delle acque sotterranee dall’inquinamento e dal deterioramento;
  • Direttiva 2008/105/CE, che definisce gli standard di qualità ambientale nel settore acque;
  • Direttiva IED (Industrial Emission Directive) 2010/75/UE, relativa alla materia di emissioni inquinanti di impianti industriali;
  • Direttiva 2012/18/UE (Seveso III), sul controllo del pericolo di incidenti rilevanti connessi con determinate sostanze pericolose.

A livello nazionale, la legislazione di riferimento è il Codice Ambientale (D.Lgs. n. 152/2006) che riporta i principali dettami per la gestione delle acque, dei rifiuti, delle emissioni.

Nell’analisi della conformità legislativa è necessario verificare:

  • la conformità edilizia degli immobili e delle strutture, nello specifico la titolarità e la conformità con le norme tecniche applicabili;
  • la presenza di tutti i permessi necessari per le operazioni eseguite, quali ad esempio lo stoccaggio di materie prime/prodotti finiti, prodotti chimici e rifiuti, il permesso all’emungimento di acqua, allo scarico idrico, alle emissioni atmosferiche, emissioni sonore e odorigene.

Il rapporto tra l’ambiente ed il reato

L’introduzione dei reati ambientali ha permesso l’ampliamento del modello di gestione e controllo previsto dal D.Lgs. n. 231/2001[9] al fine di evitare le imprese in eventi fautori di responsabilità penali. Tale Decreto infatti, ha sancito la cosiddetta “responsabilità 231” estendendo la responsabilità da reato persone giuridiche oltre che ai loro amministratori.

Nel caso di acquisizione di un asset è necessario verificare la potenziale esposizione della società a reati ambientali e definire idonee azioni tecniche correttive di tutela (i.e. implementazione di un modello di organizzazione e controllo, redazione o implementazione di procedure per la gestione dei rifiuti ecc.).

Tra le fattispecie penali più rilevanti per le società sono evidenziabili:

  • Scarico di acque reflue industriali senza autorizzazione o con autorizzazione sospesa o revocata (Art. 137, commi 2 e 3, Cod. Amb.)
  • Scarico di acque industriali eccedenti limiti tabellari (Art. 137, comma 5, Cod. Amb.)
  • Violazione del divieto di scarico sul suolo, nel suolo e nelle acque sotterranee (Art. 137 comma 11, primo periodo, Cod. Amb.)
  • Gestione di rifiuti non autorizzata (art. 256 co. 1, Cod. Amb.)
  • Omessa bonifica di suolo, sottosuolo, acque sotterranee (art. 257, Cod. Amb.)
  • Mancata comunicazione dell’evento inquinante alle autorità competenti secondo le modalità indicate dall’art. 242 del D.Lgs. 152/2006 (art. 257, Cod. Amb.)
  • Violazione obblighi comunicazione tenuta registri obbligatori e formulari (art. 258, Cod. Amb.)
  • Installazioni e esercizio attività senza autorizzazione o in violazione del provvedimento (art. 279, Cod. Amb.)
  • Emissioni in atmosfera oltre i valori limite previsti dalla legge o dalla autorizzazione (art. 279, Cod. Amb.)
  • Inquinamento Ambientale (art. 452-bis, Cod. Pen.)
  • Disastro Ambientale (Art. 452-quater, Cod. Pen.)
  • Inquinamento doloso e colposo delle acque (art 25-undecies D.Lgs. n. 202/2007)

Conclusioni

La DDA è essenziale per avere piena comprensione delle potenziali criticità e responsabilità associate all’acquisizione di un bene immobiliare.

La presenza di passività ambientali può avere valori paragonabili o superiori al valore del bene stesso; inoltre, eventuali criticità potrebbero rappresentare delle limitazioni o l’interdizione all’utilizzo del sito.

È quindi essenziale che gli aspetti ambientali siano verificati fin dalle fasi preliminari della Due Diligence di un asset.

La valutazione economica delle passività ambientali associate a un asset è sicuramente uno degli obiettivi principali della Due Diligence, tuttavia è estremamente importante che vengano analizzate tutte le potenziali conseguenze associate a una criticità o non-conformità ambientale.

La potenziale presenza di crimini ambientali, il rischio di malattie professionali o l’eventuale danno di immagine, sebbene difficilmente quantificabili, possono essere ritenuti preponderanti rispetto alle potenziali passività economiche.

Roberto Giuliani

Informazioni

[1] Sentenza del Tribunale di Torino, I sez. civ., 3 marzo 2015

[2] Due Diligence, a cura di Fazzini Marco, 2017 – IPSOA

[3] Cfr. Artt. 301 e 304 del D.Lgs. 152/2006

[4] Per altre informazioni vedi l’articolo su tema amianto: https://www.dirittoconsenso.it/2018/07/02/amianto-inquadramento-generale/

[5] Due Diligence, a cura di Fazzini Marco, 2017 – IPSOA

[6] Regolamento CE n. 1907/2006, concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH).

[7] Regolamento CE n. 1272/2008, concernente la classificazione, l’etichettatura e l’imballaggio delle sostanze e delle miscele.

[8] Per altre informazioni vedi l’articolo sul tema dei gas serra: https://www.dirittoconsenso.it/2018/10/29/i-gas-fluorurati-ad-effetto-serra-e-il-global-warming-potential/

[9] Cfr. Linee guida al modello di organizzazione e controllo ex D.Lgs. 231/2001


I gas fluorurati ad effetto serra e il Global Warming Potential

Il tema del surriscaldamento globale, l’allargamento del buco dell’ozono sono temi ampiamente discussi in politica, ma quali sono gli elementi che favoriscono l’espansione di questo problema ambientale e come il legislatore (prevalentemente europeo) tenta di arginare questo problema?

 

Introduzione

Il concetto “ambiente” nel nostro ordinamento non è argomento centralmente considerato, esso infatti compare incidentalemente tra gli articoli fondamentali della nostra Costituzione[1], questa non è di certo una colpa da addebitare ai padri costituenti, ma piuttosto ad una incapacità passata di non riuscire a prospettare cosa ne sarebbe stato del futuro. L’Unione Europea insieme ai partner internazionali ne è invece porta bandiera e tra gli svariati argomenti su cui legifera si è imposta nettamente sul tema dei gas fluorurati ad effetto serra, comunemente riconosciuti come F-Gas, che per intenderci sono le sostanze che troviamo comunemente in tutte le apparacchiature che generano il freddo (condizionatori, frigoriferi ecc…). Tale contributo percorre l’evoluzione normativa nel tempo evidenziando gli obblighi e le limitazioni imposte dal legislatore sull’utilizzo di tali sostanze.

 

I Gas fluorurati ad effetto serra

La storia dei refrigeranti inizia nel 1834 e nel XIX secolo quando i fluidi utilizzati erano tutti “naturali”: acqua, ammoniaca, anidride solforosa, anidride carbonica, eteri. Nel 1912 fu introdotto il protossido d’azoto e nel 1920 furono prodotti impianti frigoriferi funzionanti a etano e propano. Queste sostanze, impiegate in un impianto per la produzione del freddo riescono a garantire il mantenimento di basse temperature, grazie ai cambiamenti di stato.

I refrigeranti si suddividono in:

  • CFC: sono la 1ª generazione di gas fluorurati, banditi sin dagli anni ‘90 a causa del loro alto effetto ozono-lesivo, di cui facevano parte R12-R13-R500-R502-R503. A causa della combinazione tra fluoro e cloro, la composizione dei CFC può rimanere invariata anche per decine di anni, una volta immessi nell’atmosfera. Il gas raggiunge la zona alta della stratosfera, dove il cloro in esso contenuto è libero di reagire con l’ozono, diminuendone la quantità (fenomeno del buco dell’ozono), e quindi la capacità di assorbire i raggi ultravioletti emessi dalle radiazioni solari che sono molto pericolosi per la salute dell’uomo. La stabilità chimica permette ai CFC, inoltre, di accumularsi negli anni in atmosfera, contribuendo ad accentuare il problema dell’effetto serra.
  • HCFC: sono la 2ª generazione di refrigeranti, nati per sostituire i CFC ma già oggi in via di dismissione; è stato possibile infatti il loro utilizzo solo se rigenerati e fino al 31 dicembre 2014; fanno parte di questa classe R22-R408A-R409A: hanno potere ozono-lesivo ridotto rispetto ai CFC; l’unica deroga a tali sostanze prevede che fino al 31 dicembre 2019 possono essere immessi sul mercato per essere riconfezionati e successivamente esportati.
  • HCFC5 dal punto di vista dell’impatto ambientale risultano meno nocivi nel loro potere ozono-lesivo se confrontati con i CFC. Essi, infatti, essendo meno stabili per effetto della presenza residua di atomi di idrogeno nella molecola, che li rende più facilmente attaccabili da parte degli agenti atmosferici, hanno una probabilità minore di raggiungerne gli strati più alti. Questo è il motivo per cui gli HCFC hanno una vita media di 10 volte inferiore ai CFC quando e se liberati in atmosfera.
  • HFC: sono la 3ª generazione di fluidi studiati per sostituire i CFC, gli HCFC e Halon. Molte di queste sostanze hanno un impatto elevato sul riscaldamento globale ma non hanno potere ozono-lesivo. Sono stati creati per il retrofit di impianti funzionanti con CFC e HCFC, i più comuni sono R23, R134A, R404A, R407C, R410A, R507, R508A,R424, R428,R434, R417A, R422A, R422D, R423A, R437A.
  • HFO sono la 4ª generazione di gas refrigeranti fluorurati e sono attualmente la migliore risposta ad un mercato che chiede prodotti sicuri per gli utilizzatori e rispettosi dell’ambiente, si caratterizzano per un Potenziale di Riscaldamento Globale (GWP) estremamente ridotto, in linea con le indicazioni del protocollo di Kyoto

Con gli HFC e gli HFO si è raggiunto l’obiettivo di ODP (Ozone Depletion Potential: potere di danneggiamento dell’ozono) nullo, in cui il cloro è stato completamente eliminato e sostituito dall’Idrogeno. Questo comporta una criticità: se la quantità di idrogeno che compone la sostanza è rilevante, il fluido diventa infiammabile, infatti alcuni HFC (R32, R143A e R152A) risultano essere infiammabili.

Tra i gas con potere di danneggiamento dell’ozono pari a zero (ODP=0) troviamo:

  • R134A: utilizzato negli impianti di condizionamento delle auto e dei trasporti refrigerati, oltre diversi apparecchi domestici. Si utilizza nell’ambito del range di temperature tra – 20 °C a + 10 °C;
  • R407C: viene utilizzato negli impianti di aria condizionata in sostituzione dell’R22. Offre risultati ottimali nel range di temperature da – 40 °C a + 10 °C;
  • R410A: il refrigerante più ecologico presente sul mercato, ideale per nuovi impianti e condizionatori civili e domestici. Sostituisce l’R22 nei piccoli impianti ed in quelli da trasporto. Offre risultati ottimali nel range di temperature da – 40 °c a + 70 °c;
  • R424A, R434A: sono miscele utilizzate per il condizionamento dell’aria, come sostituti dell’R22, riducendo di molto l’impatto ambientale;
  • R32: sebbene come gas puro venga considerato un refrigerante di nuova generazione, l’R32 è già in uso da molti anni. E’ uno dei componenti della miscela più utilizzata di refrigerante R410A, composta per il 50% da gas R32 e per il 50% da gas R125. È considerato gas leggermente infiammabile, Classe A2L – bassa infiammabilità, secondo lo Standard ISO 817:2014.

 

L’evoluzione normativa

Successivamente al protocollo di Kyoto del 2005[2], gli Stati hanno previsto l’introduzione di limitazioni e l’individuazione di obiettivi concreti al fine di determinare un abbattimento dell’innalzamento delle temperature e un contenimento dell’allargamento del buco dell’ozono. A tal proposito i gas refrigeranti sono stati messi al centro della discussione politica prevalentemente sovranazionale.

  • Il Regolamento Europeo n. 842/2006 ha avuto come obiettivo la riduzione delle emissioni dei tre gruppi di gas fluorurati ad effetto serra contemplati dal Protocollo di Kyoto: gli Idroflurocarburi (HFC), i Perfluorocarburi (PFC) e l’Esafluoruro di Zolfo (SF6) utilizzati in alcune tipologie di apparecchiature e applicazioni industriali. Tra le diverse disposizioni, il Regolamento vieta l’immissione sul mercato, a norma dell’articolo 9 e secondo le modalità riportate nell’allegato II, di alcuni prodotti e apparecchiature che contengono F-Gas.
  • Il Regolamento Europeo 1005/2009 stabilisce la tempistica della messa al bando delle ODS attraverso riduzioni graduali di produzione ed uso fino alla loro completa dismissione. Il Regolamento prevede la produzione degli HCFC fino al 31 dicembre 2019. L’uso e l’immissione sul mercato di HCFC riciclati o rigenerati sono stati consentiti fino al 31 dicembre 2014 limitatamente alla manutenzione e assistenza delle apparecchiature di refrigerazione e condizionamento d’aria e di pompe di calore esistenti, alle condizioni previste negli articoli 11, comma 3 e 4 del Regolamento 1005/2009. Fino al 31 dicembre 2019, gli HCFC possono essere immessi sul mercato per essere riconfezionati e successivamente esportati.
  • Il Regolamento Europeo n. 517/2014, oggi in vigore, ha come obiettivo quello di proteggere l’ambiente mediante la riduzione delle emissioni di gas fluorurati ad effetto serra. Esso stabilisce disposizioni in tema di contenimento, uso, recupero e distruzione dei gas fluorurati ad effetto serra; impone condizioni per l’immissione in commercio di prodotti e apparecchiature specifiche che contengono o il cui funzionamento dipende da gas fluorurati ad effetto serra; impone condizioni per particolari usi di gas fluorurati a effetto serra e stabilisce limiti quantitativi per l’immissione in commercio di Idrofluorocarburi.

 

Il concetto di Global Warming Potential – GWP

L’allegato III basa il divieto di immissione sul mercato facendo riferimento al valore di potenziale di riscaldamento globale (GWP) che è una misura dei relativi effetti del riscaldamento globale dei diversi gas serra. L’anidride carbonica è stata scelta dal gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) come gas di riferimento e il suo GWP è 1.

A titolo esemplificativo, prendendo come campione il gas R404A che ha un GWP di 3.922 significa che esso ha una capacità di 3.922 volte più potente della CO2 nel riscaldare il clima.

Prendendo come riferimento il mercato delle apparecchiature di refrigerazione, i gas che dal 2020 non potranno essere immessi nel mercato per l’incompatibilità ambientale e normativa a causa del loro alto GWP saranno: R134A, R407C, R407F, R410A, R407A, R507A, R404A, R22, salvo eventuali deroghe.

Prendendo spunto dall’allegato III del Regolamento Europeo 517/2014[3] è possibile fare due esempi:

  • nel caso di apparecchiature previste nel punto 12, dal 1° gennaio 2020 non potranno essere immessi nel commercio sistemi di refrigerazione con gas R-404A che ha un valore GWP pari a 3.922.
  • nel caso di apparecchiature previste nel punto 15, i sistemi mono split con meno di 3kg di refrigerante immessi nel mercanto non potranno, dal 1° gennaio 2025, contenere i più comuni gas: R410A o R407C che hanno rispettivamente un GWP di 2088 e 1774.

Al contrario, nel lungo termine (>10 anni) gli HFO, come l’R-1234yf e l’R-1234ze(E) e i refrigeranti naturali, in particolare l’R-744 (CO₂), l’R-717 (ammoniaca) e l’R-290 (propano), diventeranno probabilmente i prodotti più diffusi per la refrigerazione, in particolare per le unità condensanti[4], e per le applicazioni di condizionamento in tutto il mondo grazie al GWP più basso tra i refrigeranti. L’unica eccezione è l’R-32 (o soluzioni simili, ad esempio l’R-452B) che, invece, rappresenta il miglior compromesso tra GWP, le limitazioni e l’efficienza per le applicazioni di condizionamento con split (impianti di piccole dimensioni).

 

Lo schema del DPR per l’esecuzione al Regolamento Europeo n. 517/2014 sugli F-gas

Il 13 settembre 2018, il Consiglio di Stato ha dato parere positivo allo schema di Decreto attuativo del Regolamento UE 517/2014 sui gas fluorurati ad effetto serra, già approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso marzo 2018, seppure con qualche raccomandazione relativamente alle discipline sanzionatorie che dovrebbero far parte integrante dello schema di Decreto, altrimenti sarebbe vanificato l’impianto normativo generale.

Il Decreto, nel definire le modalità attuative nell’ordinamento italiano del predetto Regolamento (UE) n. 517/2014 relativo ai gas fluorurati a effetto serra utilizzati come refrigeranti, agenti estinguenti, espandenti, propulsori e isolanti nelle apparecchiature elettriche:

  • individua il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare quale autorità competente ad interloquire con gli operatori e le imprese;
  • interviene sul sistema di certificazione degli organismi di valutazione e di attestazione di formazione delle persone e sul sistema di iscrizione e implementazione del Registro telematico nazionale per le persone fisiche e per le imprese;
  • individua gli organismi di controllo indipendenti competenti per le procedure di verifica dei dati relativi all’immissione in commercio di apparecchiature precaricate con i gas fluorurati;
  • istituisce una Banca Dati per la raccolta e la conservazione delle informazioni su tali gas; stabilisce, infine, l’obbligo di formazione delle persone e di certificazione delle imprese.

Non vengono individuate limitazioni più stringenti in merito alla tipologia di gas fluorurati da immettere nel mercato, rimanendo per tanto come punto di riferimento i divieti previsti dall’allegato III del Regolamento n. 517/2014. E questa mancanza è voluta in quanto così è anche stato con il DPR 42/2013 in attuazione del Regolamento Europeo 842/2006. Il Legislatore italiano si dedica pertanto a disciplinare un ambito più operativo facendo leva sull’imperatività del sovraordinato legislatore Europeo.

 

Conclusioni

La politica normativa ha il potere di influenzare il mercato, ma è prevedibile una situazione globale futura molto chiara: utilizzare i refrigeranti con un basso GWP. Tuttavia, queste sostanze presentano alcune limitazioni che le rendono adatte solo con alcune restrizioni, come l’elevata infiammabilità del propano, l’elevata pressione necessaria per la CO₂, con la relativa bassa efficienza nei climi caldi, oltre all’elevato livello di conoscenze tecniche necessarie, e la loro tossicità e corrosività. Pertanto è “semplicemente” necessario bilanciare la necessità di fermare il surriscaldamento globale a tutto il resto, anche se le soluzioni tecniche in cantiere stanno trovando la loro strada nelle prime naturali tecniche di refrigerazione.

 

Roberto Giuliani

Informazioni

L’ambiente nella Costituzione italiana tra presente e futuro dopo la bocciatura del referendum costituzionale di Cristian Rovito, Tuttoambiente.

I gas refrigeranti in italia impatto ambientale, quantitativi, gestione e recupero degli F-gas nel nostro Paese, Legambiente.

Refrigeranti, regole e tendenze per il futuro prossimo – Carel Industries, Whitepaper

Nascita e storia dei fluidi frigorigeri, dal salnitro ai freon e agli HFO con il ritorno ai refrigeranti naturali.

https://eur-lex.europa.eu/

https://www.fgas.it/

[1] Cfr. artt. 9 e 32 della Costituzione, dove il diritto alla tutela del paesaggio e il diritto alla salute possono incidere sulla necessità di mantenere lo stato dei luoghi salubri ed in grado di garantire un livello di vita adeguato.

[2] Cfr. protocollo di Kyoto.

[3] Cfr. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32014R0517&from=IT

[4] L’unità condensante è un prodotto che comprende almeno un compressore a comando elettrico e un condensatore, in grado di raffreddare e mantenere la temperatura costantemente bassa o media in un impianto o un dispositivo refrigerato, utilizzando un ciclo di compressione del vapore, collegato a un evaporatore e a un dispositivo di espansione.


Amianto, inquadramento generale

Il 1992 è stato un punto di svolta per annientare uno dei nemici più forti conosciuti dall’essere umano, che risultati abbiamo ottenuto a distanza di oltre 25 anni e soprattutto è veramente così ingestibile?

Per chi non lo conoscesse fino in fondo

L’amianto (o asbesto) è un insieme di minerali del gruppo degli inosilicati (serie degli anfiboli) e del gruppo dei fillosilicati (serie del serpentino). Per diventare amianto i minerali di partenza devono subire particolari processi idrotermali di bassa pressione e bassa temperatura. Secondo la normativa italiana sono definiti amianti inalabili minerali formati da singole fibre più lunghe di 5 µm.

Negli anni di sviluppo industriale, l’Italia si attestava tra i principali produttori e tra gli Stati con l’utilizzo più alto di questo materiale: noti alla cronaca sono anche alcuni eventi che hanno spaventato e addolorato numerose famiglie italiane[1].

Il successo dell’utilizzo dell’amianto è fondamentalmente dovuto alla sua presenza naturale ed alle sue straordinarie caratteristiche, esso infatti è:

  • ignifugo
  • impermeabile
  • duraturo
  • anti-abrasivo
  • resistente

Dove lo troviamo?

Nell’utilizzo comune, l’amianto è stato utilizzato in due tipologie di composizione, quella friabile e quella compatta. La prima ha le caratteristiche più pericolose a causa della sua notevole capacità di essere sgretolata e di conseguenza inalata, mentre la seconda è dotata di una parte cementizia che ha reso questo minerale più resistente e danneggiabile solo con attrezzi meccanici.

L’amianto è stato utilizzato fino agli anni ottanta per la coibentazione di edifici, tetti, navi, treni; come materiale da costruzione per l’edilizia sotto forma di composito fibro-cementizio, noto anche con il nome commerciale Eternit®, utilizzato per fabbricare tegole, tubazioni, vernici, canne fumarie, e inoltre nelle tute dei vigili del fuoco, nelle auto (vernici, parti meccaniche, materiali d’attrito per i freni di veicoli, guarnizioni) e anche per la fabbricazione di corde, plastica e cartoni. Inoltre la polvere di amianto è stata largamente utilizzata come coadiuvante nella filtrazione dei vini. Altro uso diffuso era come componente dei ripiani di fondo dei forni per la panificazione.

Inoltre sono state riscontrate tracce di amianto anche in apparecchiature elettrodomestiche come asciuga-capelli, stufe, caldaie.

Tutto questo utilizzo ha fatto nascere i primi quesiti sulla sua pericolosità dato l’incremento di malattie tumorali agli apparati respiratori. La fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello ed è dotata di una notevole capacità di rimpicciolirsi ulteriormente creando le cosiddette fibrille, questo proprio per il notevole rapporto tra lunghezza e spessore.

Dalla sua principale caratteristica si è arrivati a definire questo elemento come letale in quanto è possibile agevolmente una sua inalazione. È proprio inspirando queste fibre che sorgono problematiche dal punto di vista salutare, esse facilmente si depositano nell’apparato respiratorio e la loro capacità di bio-resistenza e bio-persistenza scagionano malattie tumorali, tra le quali le più note asbestosi e mesotelioma pleurico. Le malattie provenienti dall’inalazione di fibre di amianto possono manifestarsi anche dopo diversi anni dall’effettivo contatto.

La Legge 252/1992 e il D.M. Sanità del 1994

La produzione, la lavorazione e la vendita dell’amianto sono fuori legge in Italia dal 1992. La legge n. 257 del 1992, oltre a stabilire termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti all’estrazione e alla lavorazione dell’asbesto, è stata la prima a occuparsi anche dei lavoratori esposti all’amianto.

Insieme al D.M. Sanità del 1994 vengono legiferate le modalità di bonifica dell’amianto nei luoghi, ad oggi sono previste tre tipologie da poter adottare:

  • La rimozione è il procedimento maggiormente utilizzato perché elimina ogni potenziale fonte di esposizione e ogni bisogno di attuare cautele rispettive alle attività che vengono svolte nell’edificio. Gli svantaggi che porta questo tipo di bonifica sono: esposizione dei lavoratori a livelli elevati di rischio, produzione di contaminanti ambientali, produzione di alti quantitativi di rifiuti tossici e nocivi che devono essere smaltiti in determinati depositi, tempi di realizzazione lunghi e costi molto elevati.
  • L’incapsulamento è un trattamento con prodotti penetranti o ricoprenti che permettono di inglobare le fibre di amianto e consente di costituire una pellicola di protezione sulla superficie esposta. I costi e i tempi di intervento appaiono più contenuti, non è necessario applicare un materiale sostitutivo e di conseguenza non vengono prodotti rifiuti tossici. Inoltre il rischio è minore per i lavoratori addetti e per l’ambiente.
  • Il confinamento consiste nel posizionare una barriera a tenuta che divida le aree che vengono utilizzate all’interno dell’edificio dai luoghi dove è collocato l’amianto. Per evitare che le fibre vengano rilasciate all’interno dell’area, il processo deve essere accompagnato da un trattamento incapsulante. Il vantaggio principale è quello di creare una barriera resistente agli urti. Il suo utilizzo è idoneo per materiali facilmente accessibili, soprattutto per quanto riguarda le aree circoscritte. I costi sono accessibili a meno che l’intervento non richieda lo spostamento di impianti, quali elettrico, termoidraulico e di ventilazione.

Anche se, considerate le premesse negative, viene senza dubbio assodato che l’amianto possa essere considerato un nemico, siamo sicuri che sia sempre necessaria una delle operazioni sopracitate?

La legge 27 marzo 1992, n. 257 pur avendo stabilito all’art. 1, comma 2, il divieto di estrazione, importazione, esportazione, commercializzazione e produzione di amianto, di prodotti di amianto o di prodotti contenenti amianto, non impone un obbligo indiscriminato di rimozione e smaltimento dei materiali già esistenti contenenti tale prodotto.

In particolare, l’art. 3, comma 1, stabilisce che “La concentrazione di fibre di amianto respirabili nei luoghi di lavoro ove si utilizza o si trasforma o si smaltisce amianto, nei luoghi ove si effettuano bonifiche, negli ambienti delle unità produttive ove si utilizza amianto e delle imprese o degli enti autorizzati alle attività di trasformazione o di smaltimento dell’amianto o di bonifica delle aree interessate, non può superare i valori limite fissati dall’articolo 31 del Decreto Legislativo 15 agosto 1991, n. 277[2]”.

Dalla lettura della normativa sopra rassegnata non pare potersi evincere un obbligo cogente e generalizzato di rimuovere il materiale contenente amianto già utilizzato negli edifici privati prima dell’entrata in vigore della legge n. 257/1992, salvo che lo stato di manutenzione del medesimo ne renda evidente l’opportunità.

L’evidente opportunità viene calibrata attraverso l’applicazione di metodi, i più diffusi sono la valutazione dell’indice di degrado e la valutazione versar.

La valutazione dello stato di conservazione delle coperture in cemento-amianto è effettuata tramite l’applicazione dell’Indice di Degrado (I.D.) ed è condotta attraverso l’ispezione del manufatto.

 

  1. A) Se il manufatto presenta una superficie danneggiata, ovvero quando sono evidenti ed indiscutibili crepe, fessure, evidenti rotture ecc., in misura superiore al 10% della sua estensione, si procede alla bonifica come indicato dal D.M. 6 settembre 1994, privilegiando l’intervento di rimozione.
  2. B) Se il danno è meno evidente e la superficie della copertura in cemento-amianto appare integra all’ispezione visiva, è necessario quantificare lo stato di conservazione attraverso l’applicazione dell’Indice di Degrado.

Qualora il risultato dell’Indice di Degrado produca un valore che non prevede la rimozione della copertura entro i dodici mesi, il proprietario dell’immobile e/o il responsabile dell’attività che vi si svolge, ai sensi del D.M. 6 settembre 1994 dovrà comunque:

  • comunicare la presenza di amianto all’ASL territorialmente competente
  • designare una figura responsabile con compiti di controllo e coordinamento di tutte le attività manutentive che possono interessare i materiali di amianto
  • tenere un’idonea documentazione da cui risulti l’ubicazione dei materiali contenenti amianto
  • provvedere ogni due anni al ricalcolo dell’indice di verifica e conservare la documentazione
  • garantire il rispetto di efficaci misure di sicurezza durante le attività di pulizia, gli interventi di manutentivi e in occasione di ogni evento che possa causare un disturbo ai materiali contenenti amianto
  • fornire una corretta informazione agli occupanti dell’edificio sulla presenza di amianto nello stabile

La seconda è un metodo americano del 1987 ed è applicabile a vari tipi di materiali contenenti amianto, sia friabili, sia compatti, presenti all’interno di ambienti confinati. Gli indicatori considerati fanno capo a due distinte tipologie di parametri: fattori di danno e fattori di esposizione. A ciascun parametro viene attribuito un punteggio stabilito in modo da limitare la variabilità dovuta alla soggettività del rilevatore. La valutazione deve essere condotta distintamente per ciascun locale o area con caratteristiche omogenee dell’edificio esaminato.

Quindi nel caso in cui non siano superati i valori limite è possibile coesistere, allo stesso tempo però è necessario chiamare in causa un supervisore che nel nostro panorama è definito Responsabile Amianto, cioè un soggetto, riconosciuto dal DM 6/1994 e dotato di idonee competenze che è incaricato dal proprietario del Sito per monitorare annualmente lo stato dei manufatti contenenti amianto, il monitoraggio avviene sia tramite i criteri metodologici sopra citati e ulteriormente avvalorato tramite il monitoraggio delle fibre aero-disperse nelle zone circostanti, in modo da accertare il superamento dei limiti prestabiliti dalla Legge. L’attuazione delle pratiche eseguite dal Responsabile Amianto può definirsi Piano di Manutenzione e Controllo, anch’esso riconosciuto dal DM 6/1994 ed obbligatorio in attuazione delle misure di bonifica di incapsulamento e confinamento.

Il Decreto Legislativo 257/2006

Doveroso è un cenno all’esposizione dei lavoratori all’amianto. Il D.Lgs. 257/2006 ha implementato nel nostro ordinamento una disciplina a parte dedicandosi ai luoghi di lavoro in cui è presente amianto. Questa norma oggi è utilissima in quanto stabilisce i limiti di esposizione massima previsti nei luoghi di lavoro e va ad integrare il D.Lgs. 81/2008 che nel nostro panorama è la norma fondamentale per la prevenzione e protezione nei luoghi di lavoro.

Il provvedimento recepisce la direttiva 2003/18/CE, che a sua volta modifica la direttiva 83/477/CEE sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con una esposizione all’amianto durante il lavoro. La normativa si applica alle attività lavorative che possono comportare, per i lavoratori, il rischio di esposizione ad amianto, quali manutenzione, rimozione dell’amianto o dei materiali contenenti amianto, smaltimento e trattamento dei relativi rifiuti, nonché bonifica delle aree interessate.

Vengono dunque espressi gli obblighi del datore di lavoro[3], le modalità per valutare il rischio, le misure di prevenzione e protezione e quelle per il controllo dell’esposizione ed i valori limite, i requisiti per l’effettuazione di lavori di demolizione o rimozione dell’amianto, nonché le procedure per la formazione dei lavoratori. In particolare il provvedimento prevede che prima dell’inizio dei lavori, il datore di lavoro presenti una notifica all’organo di vigilanza competente per territorio che dovrà comprendere una descrizione sintetica di:

  • ubicazione del cantiere
  • tipi e quantitativi di amianto manipolati
  • attività e procedimenti applicati
  • numero di lavoratori interessati
  • data di inizio dei lavori e relativa durata
  • misure adottate per limitare l’esposizione dei lavoratori all’amianto

Per quanto poi riguarda il valore limite, questo, stabilito per le 8 ore di lavoro, è pari a 0,1 fibre per centimetro cubo d’aria: oltre tale limite il datore è tenuto a individuare al più presto le cause e ad adottare adeguate misure di sicurezza.

Il datore di lavoro è esentato da alcune attività nel caso in cui le attività lavorative ricadano nella cd. ESEDI (Esposizioni sporadiche e di debole intensità):

  • Notifica Amianto
  • Misure di prevenzione e protezione
  • Sorveglianza sanitaria
  • Registro di esposizione e cartelle sanitarie e di rischio

Le attività ESEDI sono state individuate attraverso la circolare 25 gennaio 2011, art. 6 della Commissione consultiva permanente per la salute e la sicurezza sul lavoro:

  1. Brevi attività non continuative di manutenzione durante le quali il lavoro viene effettuato solo su materiali non friabili
  2. Rimozione senza deterioramento di materiali non degradati in cui le fibre di amianto sono fermamente legate ad una matrice
  3. Incapsulamento e confinamento di materiali contenenti amianto che si trovano in buono stato
  4. Sorveglianza e controllo dell’aria e prelievo dei campioni ai fini dell’individuazione della presenza di amianto in un determinato materiale

A che punto siamo?

Nonostante la sua pericolosità, riconosciuta in tutto il mondo tanto da dedicare una giornata in memoria alle vittime di amianto[4], ogni anno vengono lavorate oltre due milioni di tonnellate di amianto. Tra i maggiori Paesi produttori la Russia (un milione di tonnellate prodotte nel 2010), Cina (400 mila), India e Brasile. Tra i maggiori utilizzatori ancora la Cina (oltre 613 mila tonnellate), e poi l’India (426 mila) e la Russia (263 mila).

In Italia, dopo il 1992 a causa dell’alta onerosità degli adempimenti previsti dal Legislatore volto a combattere l’amianto, è stato necessario creare strumenti volti ad incentivare le attività di bonifica. Essi sono prevalentemente resi disponibili da enti nazionali, come l’INAIL che annualmente provvede ad indire il Bando ISI per i finanziamenti per la rimozione dell’Amianto volto a tutelare il luogo di lavoro, oppure ai bandi degli enti locali come quelli della Regione Lombardia o semplicemente le detrazioni fiscali permesse in caso di ristrutturazione edilizia. Nel 2017 le stime (per difetto) di CNR-Inail parlavano di ben 32 milioni di tonnellate ancora da bonificare[5].

Infine il ruolo dell’Unione Europea che ha spinto gli Stati membri a sensibilizzare il tema amianto proponendo una sua completa eliminazione entro il 2023, chiedendo uno sforzo attraverso il censimento dell’amianto negli edifici pubblici o con accesso al pubblico, prodromico agli obblighi attuativi previsti per legge.

In conclusione possiamo dire che, l’inversione di rotta nel 1992 e l’inasprimento del 2006 con la normativa concernente l’esposizione dei lavoratori all’Amianto, ha permesso di instaurare un ciclo favorevole per combattere il materiale finora analizzato.

Roberto Giuliani

Informazioni

[1] Per approfondimento si veda il caso dello stabilimento di produzione di Eternit® di Casale Monferrato o del cementificio Fibronit di Bari ha causato direttamente la morte di 180 dipendenti e nel corso degli anni circa 700 persone hanno perso la vita, con una media di 40 vittime all’anno, spesso per mesotelioma. Si calcola che i residui possano potenzialmente mettere in pericolo la salute dei 40.000 abitanti del quartiere Japigia, dove si trova la fabbrica in stato d’abbandono, in attesa di una completa bonifica degli impianti.

[2] Il D.Lgs. 277/1991 è stato abrogato dal D.Lgs. 81/2008, oggi i limiti di esposizione all’amianto vengono disciplinati dal D.Lgs. 257/2006.

[3] Cfr. D.Lgs. 81/2008 – Artt. 249 e ss.

[4] Ogni anno, il 28 Aprile.

[5] https://www.legambiente.it/contenuti/articoli/giornata-mondiale-vittime-dell-amianto


La privacy e il trattamento dei dati personali

Cos’è la Privacy? Cosa sono i dati personali e come possono essere trattati? Introduzione e stato dell’arte della materia con il nuovo Regolamento Europeo alle porte.

 

Di cosa stiamo parlando

“Lei sta violando la mia Privacy”, quante volte lo avremo detto? Per chi non fosse a conoscenza di questo termine, esso può essere tradotto come quel diritto volto alla riservatezza delle informazioni personali e della vita privata. Attraverso questa espressione, in sostanza, intimiamo qualcuno a non intromettersi nella nostra vita.

Nonostante già nel 1890 era presente, negli USA, una concezione di Privacy[1], individuata come diritto ad esser lasciato solo, nel nostro paese inizia a radicarsi a partire dagli anni ’60. L’evoluzione tecnologica e l’implementazione della comunicazione elettronica portano questo diritto ad un livello più evoluto, tanto è vero che oggi si parla di Privacy soprattutto in chiave negativa: Protezione dei dati personali, dunque un vero e proprio diritto negativo volto a impedire che informazioni sulla nostra persona vengano rivelate.

L’evoluzione normativa che ha portato alla cristallizzazione del diritto alla Privacy trova le sue radici in sistemi legislativi sovra-nazionali. Il primo atto che protegge la propria sfera personale è la Carta Europea dei Diritti dell’Uomo, che stabilisce come non sia possibile ingerire nel diritto alla libertà individuale se non per motivi di sicurezza nazionale, difesa dell’ordine e per la prevenzione di reati.

L’Unione Europea disciplina questo diritto nella sua Carta Fondamentale dei Diritti, l’art. 8 provvede a garantire ad ogni individuo il potere di proteggere i dati di carattere personale che lo riguardano. L’eventuale trattamento deve prevedere una specifica finalità e il consenso da parte di chi fornisce tali informazioni. Infine, la possibilità di rettifica nel caso in cui i dati dovessero variare.

In Italia, la Costituzione non trova una specifica norma sulla Privacy, ma tra i 139 articoli si può latu sensu intravedere qualche riferimento: innanzitutto l’articolo 2 che sancisce come la Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell’uomo […] e poi gli artt. 14, 15 e 21. Successivamente all’emanazione della direttiva comunitaria 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, viene promulgata la legge 675 del 1996 e poi, in sua sostituzione, il Codice in materia di trattamento dei dati personali – D.lgs. 196/2003 – considerato come normativa più completa a livello europeo. Dal prossimo 25 maggio 2018 entrerà in vigore il nuovo Regolamento Europeo 2016/679 “Pacchetto protezione dati” [2].

 

Il trattamento e la protezione dei dati personali

Il Codice è uno strumento qualificabile come completo. In effetti, dopo aver schematizzato gli elementi necessari, crea una vera procedura di trattamento dando anche idonee garanzie nel caso di violazioni[3].

È doverosa una premessa a carattere tecnico per capire i presupposti dell’importanza che viene data al trattamento dei dati personali. Innanzitutto, per dato personale si intende “qualunque informazione relativa a persona fisica, identificata od identificabile, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, ivi compreso un numero di identificazione personale”. I dati personali si dividono in quattro categorie:

  • Dati sensibili: quelli idonei a rivelare “l’origine razziale o etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o di altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni od organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale” di una persona;
  • Dati semi-sensibili: nella quale rientrano dati personali il cui trattamento può arrecare danni al titolare, come i dati relativi alle liste di sospettati di frode, i nominativi inseriti nelle centrali rischi, i dati relativi alla situazione finanziaria;
  • Dati comuni: sono tutte quelle informazioni, come nome, cognome, partita I.V.A., codice fiscale, indirizzo (compreso quello di posta elettronica), numeri di telefono, numero patente, che consentono di individuare una persona fisica o giuridica, sia essa anche un ente od associazione;
  • Dati giudiziari: sono quelle informazioni idonee a rivelare provvedimenti in materia di casellario giudiziale, anagrafe delle sanzioni amministrative dipendenti da reati o carichi pendenti.

Con una tipologia di questi dati, direttamente o indirettamente, è possibile indentificare un soggetto.

Le persone coinvolte nel trattamento dei dati sono quattro:

  • L’Interessato, persona fisica, cioè colui al quale si riferiscono i dati stessi e che può esercitare i diritti di cui all’articolo 7 del D.lgs. 196/2003;
  • Il Titolare, colui che da inizio al trattamento, può essere una persona fisica o giuridica a cui spettano le decisioni in merito alla finalità e alle modalità del trattamento dei dati;
  • Il Responsabile, persona fisica o giuridica, preposto al trattamento dei dati su potere del Titolare. La figura è facoltativa;
  • L’Incaricato, la persona fisica che è autorizzata dal titolare o dal responsabile a compiere materialmente il trattamento.

Quando ci accingiamo a fornire a qualcuno i dati personali, dobbiamo dare lui il consenso al trattamento. Il Titolare o chi per lui deve quindi eseguire una serie di adempimenti che, se non rispettati, possono determinare un illecito amministrativo o penale.

L’iter che permette il trattamento dei dati inizia con la sottoposizione all’interessato dell’Informativa, con essa si informa colui che fornisce i dati che essi verranno trattati. Cosa si intende per trattamento?

Qualsiasi operazione o insieme di operazioni, compiute con o senza l’ausilio di processi automatizzati e applicate a dati personali o insiemi di dati personali, come la raccolta, la registrazione, l’organizzazione, la strutturazione, la conservazione, l’adattamento o la modifica, l’estrazione, la consultazione, l’uso, la comunicazione mediante trasmissione, diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, la limitazione, la cancellazione o la distruzione.

L’informativa risulta essere una comunicazione, essa è dovuta anche nel caso in cui non sia richiesto alcun consenso o all’opposto quando è necessario fornire tali dati in quanto sussiste un obbligo di legge. Nel momento in cui è presente tale comunicazione, che sia scritta o orale, essa deve contenere un contenuto minimo. Secondo l’art. 13 del D.lgs. 196/2003 sono necessari:

  • Finalità e modalità di trattamento
  • Natura obbligatoria o facoltativa del conferimento dei dati
  • I soggetti e le categorie di soggetti ai quali i dati possono essere comunicati
  • I diritti dell’interessato
  • I dati di coloro che effettueranno il trattamento
  • Cessione dei dati a terzi (eventuale)

Soffermandoci su questi punti è doveroso aprire una parentesi di carattere pratica. Molto spesso, quando siamo invitati a compilare un form con i nostri dati, ad esempio per ottenere una fidelity card al supermercato a al negozio che vende indumenti, non facciamo mai caso a quello che è scritto in basso, con un carattere molto piccolo. Siamo in queste occasioni un po’ negligenti per i più svariati motivi. Solitamente questa disattenzione è portatrice di chiamate telefoniche indesiderate da parte di call center o la ricezione di e-mail spam che intendono offrirci prodotti o servizi o ancor più grave, truffarci. Questo avviene in quanto, certamente, abbiamo consentito sia il trattamento dei dati per la finalità principale, ossia ottenere la fidelity card, ma soprattutto abbiamo acconsentito alla cessione dei dati a terzi. Anche per questo motivo è quindi importante leggere o chiedere esattamente cosa comporta rilasciare e sottoscrivere una informativa per il trattamento dei dati personali.

 

I diritti dell’interessato e il Garante per la protezione dei dati personali

L’interessato deve essere messo nella condizione di far valere le proprie pretese. I diritti che andremo ad elencare possono essere richiesti al Titolare o al Responsabile, personalmente o per mezzo di delegato:

  • Diritto di esprimere il consenso al trattamento dei dati;
  • Diritto ad essere informato sull’identità del titolare del trattamento e del responsabile del trattamento dei dati, nonché sulle modalità e finalità del trattamento;
  • Diritto ad ottenere informazioni e modifiche sui dati, in particolare: conferma dell’esistenza di dati che lo riguardano, comunicazione degli stessi, della loro origine e della finalità del loro trattamento, cancellazione o trasformazione n forma anonima o blocco dei dati trattati illegittimamente, aggiornamento, rettifica e integrazione dei dati;
  • Diritto al risarcimento del danno in caso di trattamento illecito;
  • Diritto ad opporsi al trattamento anche se conforme alla finalità dichiarate;
  • Diritto ad opporsi al trattamento dei dati personali effettuato per finalità commerciali, pubblicitarie, di vendita o ricerca di mercato;
  • Diritto ad opporsi al trattamento dei dati personali volto a delineare il profilo o la personalità dell’interessato, salvo le eccezioni di legge.

Il Titolare o il responsabile ha il diritto di chiedere all’interessato di identificarsi, in caso negativo potrà far valere il suo diritto di non portare a compimento la richiesta. Al contrario, se l’identificazione è positiva avrà l’onere di finalizzare la richiesta dell’interessato.

Il Legislatore, al fine di garantire la corretta applicazione della normativa in materia di trattamento dei dati personali, ha creato un organo indipendente che opera un controllo preventivo e successivo sulle attività di trattamento dei dati personali: Il Garante per la protezione dei dati personali, anche conosciuto come “Garante Privacy”.

Il Garante ha poteri istruttivi, consultivi e sanzionatori e principalmente controlla se i trattamenti sono effettuati a norma di legge. Il compito non è tanto autorizzare i trattamenti, ma piuttosto verificare la loro legittimità.

Autonomamente o attraverso altri organi dello Stato, il Garante può chiedere ai soggetti coinvolti nel trattamento dei dati personali l’accesso alle banche dati e/o le ispezioni nei luoghi dove avviene il trattamento dei dati e nel caso di illeciti amministrativi o penali irroga direttamente le sanzioni. La principale sanzione è prevista dall’art. 2050 del codice civile “Responsabilità per l’esercizio di attività pericolose” e prevede il risarcimento del danno provocato all’interessato. In questa fattispecie sarà onere del Titolare del trattamento dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie ad evitare il danno.

Il Garante costituisce il primo grado per il ricorso amministrativo contro le eventuali violazioni della normativa e le sue decisioni, con l’applicazione del contraddittorio, sono impugnabili davanti la magistratura.

Gli illeciti amministrativi riguardano l’omessa o inidonea informativa all’interessato, la cessione dei dati in violazione delle norme, l’omessa o incompleta notificazione, l’omessa informazione o esibizione di documenti richiesti al Garante.

Gli illeciti penali[4] sono diversi: l’art. 167 disciplina il trattamento illecito di dati personali. La consumazione del reato avviene al verificarsi del danno, per cui il nocumento alla persona offesa è elemento costitutivo del fatto.

L’articolo 168 punisce la falsità nelle dichiarazioni e nelle notificazioni al Garante

L’art. 169 prevede l’omessa adozione di misure necessarie alla sicurezza dei dati. In questo caso siamo davanti ad una contravvenzione che prevede anche la possibilità di regolarizzare il trattamento nel termine di sei mesi, nel qual caso l’ammenda è diminuita.

L’art. 170 punisce l’inosservanza del provvedimento del Garante.

 

La privacy e il rapporto con internet

Se fin ora abbiamo parlato di casi in cui è palese la richiesta di trattamento dei dati personali, ora dobbiamo porre la nostra attenzione a forme di trattamento diverse, più sottili e che non sempre sono riconoscibili. Al di là della presenza di diverse fattispecie criminose come l’illecita diffusione dei dati personali, lo spionaggio informatico, la frode informatica ecc., esistono sul web degli strumenti capaci di veicolare i nostri click o i nostri likes e influenzare le nostre scelte o i nostri gusti. Parliamo dei cookies.

I cookies sono programmi che, installandosi nel computer durante la navigazione sul web, facilitano la navigazione in internet.

Il legislatore ha individuato tre tipologie di cookies: cookies tecnici, cookies di profilazione e cookies di profilazione di terze parti. La differenza tra gli ultimi due è che i cookies di profilazione vengono installati dall’editore del sito, mentre gli ultimi vengono installati da terze parti come ad esempio i social network.

I cookies tecnici non producono alcun rischio per la privacy, in quanto essi sono gli unici capaci di rendere effettivamente una navigazione migliore sul web, essi sono utilizzati ad esempio per gli acquisti online o nei sistemi home-banking.

I secondi e i terzi invece vengono utilizzati per scopi fondamentalmente pubblicitari. Dobbiamo considerare che tali programmi rimangono installati nel nostro computer finché l’utente non decide di eliminarli o bloccarli. A causa di ciò molto spesso ci ritroviamo, durante la navigazione, la riproposizione estenuante di pubblicità e banner di prodotti che vorremmo acquistare o servizi di cui vorremmo usufruire. I cookies di terze parti hanno in più la capacità di leggere tutti i cookies che man mano si sono installati sul nostro computer, riuscendo a tracciare tutti i nostri click sul web e dunque i nostri gusti, le nostre scelte e tutto ciò che può interessare la nostra sfera sociale.

Il Garante per porre un freno a questi strumenti ha, nel 2014, emanato una legge per regolare il loro utilizzo. In presenza di cookies di profilazione è necessario che l’interessato venga informato e dia il consenso. Per adempiere a ciò, il soggetto proprietario del sito web deve creare un banner che deve comparire nel momento in cui un soggetto approda sul sito internet, il messaggio deve obbligatoriamente contenere un’informazione che avvisa la presenza di cookies di profilazione; l’eventuale presenza di cookies di profilazione di terze parti e un link che rimanda ad un’informativa più approfondita. Infine, deve indicare che procedendo alla navigazione sul sito web viene acconsentito l’uso di cookies o può essere fatto scegliere all’utente se i cookies possono essere usati o meno.

Il Garante ha individuato due strumenti per bloccare i cookies: può essere utilizzata la navigazione in incognito, fornita dalla maggior parte dei browser di navigazione oppure può essere utilizzato un apposito programma blocca cookies che evita l’intrusione di quelli più invasivi. Infine, è consigliabile cancellare i cookies periodicamente.

 

Il General Data Protection Regulation

GDPR, dal 25 maggio 2018 entrerà in vigore il “General Data Protection Regulation”[5]. Da tale data esso prenderà il posto di tutte le normative Nazionali e dunque anche del nostro Codice Privacy di cui abbiamo fin ora parlato.

La necessità di una norma simile è nata per colmare quel gap normativo che l’Unione Europea aveva nei confronti della globalizzazione e del repentino avanzamento tecnologico. Il percorso di questo Regolamento inizia nel 2012 e dopo un lungo lavoro congiunto di Parlamento, Commissione e Consiglio, nell’aprile 2016 è arrivata l’adozione del testo da parte del Consiglio Europeo e del Parlamento europeo. Il 4 maggio 2016 i testi del Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali e della Direttiva che regola il trattamento dei dati personali sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea.

Naturalmente, come ogni nuova legge, sono state introdotte novità non di poco conto, primo fra tutti il diritto all’oblio[6].

Con la locuzione “diritto all’oblio” si intende, in diritto, una particolare forma di garanzia che prevede la non diffondibilità, senza particolari motivi, di precedenti pregiudizievoli dell’onore di una persona. Nella nuova prescrizione Europea, questo potere è in realtà considerato in chiave generale, infatti l’art. 17 del Regolamento prevede i casi in cui è possibile ottenere la cancellazione dei propri dati personali da parte del titolare del trattamento “senza ingiustificato ritardo” (es. se i dati non sono più necessari per gli scopi rispetto ai quali sono stati raccolti, se i dati sono trattati illecitamente). Il legislatore però ha anche avvertito l’esigenza di bilanciare le posizioni fra le parti e ha riconosciuto come in alcuni casi questi dati non possano essere eliminati: ad esempio perché il trattamento del dato ottempera a imposizioni legali o perché il diritto all’informazione è considerato giuridicamente più rilevante.

Ulteriore importante novità è il diritto alla portabilità dei propri dati personali.  L’art. 20 del GDPR sancisce il diritto dell’interessato di ricevere i dati personali forniti a un titolare, in un formato di uso comune e leggibile da un dispositivo informatico, e di trasmetterli ad altro titolare del trattamento senza ostacoli. L’obiettivo di tale diritto è quello di accrescere il controllo degli interessati sui propri dati personali, facilitandone la circolazione, la copia o la trasmissione tra più ambienti informatici.

Se finora l’uso era pressoché limitato alle compagnie telefoniche, sicuramente nella nostra vita avremo cambiato operatore telefonico senza aver creato un nuovo numero telefonico proprio perché è stata effettuata la sua portabilità, ora riguarda tutti i titolari di trattamento dati, compresi i provider Internet. Un esempio, si potrà cambiare il provider di posta elettronica senza perdere i contatti e i messaggi salvati. Ci saranno però alcune eccezioni che non consentono l’esercizio del diritto: in particolare, quando si tratta di dati contenuti in archivi di interesse pubblico, come ad esempio le anagrafi.

Viene inoltre introdotta la figura del Responsabile della protezione dei dati[7] (Data Protection Officer o DPO). Esso dovrà essere una persona esperta nella materia del trattamento dei dati personali, il suo principale compito sarà quello di gestire correttamente i dati personali nelle imprese e negli enti. Sarà il referente, una sorta di presidio per la privacy in ogni struttura amministrativa. Il DPO è un professionista con conoscenze specialistiche della normativa e delle prassi in materia di protezione dati.

Questa figura è designata direttamente e obbligatoriamente dal titolare e dal responsabile del trattamento in tre occasioni:

1.quando il trattamento è effettuato da un’autorità pubblica o da un organismo pubblico (ad eccetto delle autorità giurisdizionali nell’esercizio delle loro funzioni);

2.quando i trattamenti consistono e richiedono il monitoraggio regolare e sistematico degli interessati su larga scala;

3.quando il trattamento riguarda, su larga scala, dati sensibili o relativi a condanne penali e reati.

In tutti gli altri casi è facoltà dei titolari e responsabili del trattamento. In realtà è comunque auspicabile che le imprese, al fine di garantire standard di sicurezza adeguati, nominino tali figure anche laddove ciò non sia obbligatorio per legge, possibilmente affidando tale compito a soggetti terzi ed esterni: il DPO, infatti, riferisce direttamente ai vertici aziendali e non al titolare/responsabile del trattamento pur essendo questo in posizione gerarchicamente superiore. Il DPO non è comunque considerato un “mestiere” a sé stante, il ruolo potrà essere ricoperto anche da un dipendente dell’azienda o dell’ente purché dimostri le capacità e le competenze necessarie a ricoprire l’incarico.

 

Conclusioni

L’argomento trattato in questo articolo non è sicuramente esaustivo, anzi ha il modesto intento di rendere noto al lettore che, nel mondo attuale, governato dai social network e dalla condivisione delle informazioni, sono presenti dei diritti e delle tutele. La facilità con cui oggi si riesce ad ottenere la risposta ad una domanda rende la nostra vita quotidiana nettamente più leggera, ma rende il lavoro molto più semplice anche a chi ha interesse a carpire informazioni per finalità che rasentano la loro liceità. Il Regolamento Europeo sicuramente porterà una ventata di Diritto uniforme su tutto il suo territorio e le sue regole ritorneranno utili per limitare l’enorme diffusione di informazioni personali che vengono estrapolate fraudolentemente. L’importante è informarsi, come sempre.

Informazioni

La Tutela della privacy negli Stati Uniti d’America e in Europa di U. Pagallo; Giuffrè Editore.

Manuale di diritto alla protezione dei dati personali di M. Maglio – M. Polini – N. Tilli; 2017; Maggioli Editore.

La tutela penale della privacy nell’epoca di Internet di Shenkuo Wu; 2012; Edizioni scientifiche Italiane.

Il nuovo regolamento europeo sulla privacy e sulla protezione dei dati personali; 2017; Zanichelli Editore.

[1] Cfr. La Tutela della privacy negli Stati Uniti d’America e in Europa di U. Pagallo; Giuffrè Editore.

[2] Per approfondimento: Manuale di diritto alla protezione dei dati personali di M. Maglio – M. Polini – N. Tilli; 2017; Maggioli Editore.

[3] Ibidem

[4] Cfr. La tutela penale della privacy nell’epoca di Internet di Shenkuo Wu; 2012; Edizioni scientifiche Italiane

[5] Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati)

[6] Cfr. Il nuovo regolamento europeo sulla privacy e sulla protezione dei dati personali; 2017; Zanichelli Editore.

[7] Vd. Manuale di diritto alla protezione dei dati personali di M. Maglio – M. Polini – N. Tilli; 2017; Maggioli Editore.