Chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG)

La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari e l’attuazione di una nuova concezione delle misure di sicurezza detentive

 

Premessa

Le Legge n. 81 del 2014Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 31 marzo 2014, n. 52, recante disposizioni urgenti in materia di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari”, ha scritto la definitiva parola fine a un trattamento  – sovente disumano –  degli internati.

Il lungo percorso legislativo che ha condotto alla creazione degli O.P.G. è iniziato circa 150 anni fa, più precisamente nel 1876 con l’istituzione all’interno della Casa Penale di Aversa di una “sezione per maniaci”. Si trattava di un reparto ad hoc, destinato ad accogliere i detenuti considerati – secondo la mentalità dell’epoca – sostanzialmente pazzi, e che poteva essere considerato come il primo manicomio criminale del Regno d’Italia[1].

Negli anni successivi saranno aperti altri istituti per “maniaci” o “impazziti” a: Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia, Mantova, Messina e Napoli.

È solamente negli anni Settanta del secolo scorso che il modello dei manicomi entra in crisi, grazie alla diffusione della nuova psichiatria proposta da Franco Basaglia, nonché a causa di numerosi casi di malagestio ed abusi all’interno delle strutture.

Uno tra tutti: “In particolare ricordiamo la denuncia del 1974 di Aldo Trivini che, durante l’internamento, con una cinepresa, riprende lo scandalo delle condizioni inumane in cui sono tenuti gli internati, testimonia abusi e morti sospette, violenza e contenzioni punitive lunghissime, come privilegi incondizionati e omertosi per alcuni[2].

Al fine di superare questa concezione positivista della malattia mentale e, di conseguenza, del trattamento per i rei ritenuti infermi, sono stati istituiti gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Nonostante le intenzioni innovative, si sono rivelati inadatti agli scopi preposti, al punto da rendersi necessario il processo di smantellamento.

 

La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari: la questione preliminare della non imputabilità del “reo folle”

Per comprendere al meglio il contesto giuridico e culturale sottostante alla nascita degli O.P.G., occorre fare un passo indietro e approfondire la questione della non imputabilità del “reo folle”.

A tale riguardo il Codice penale albertino, in vigore al momento della costituzione della sezione di Aversa, annoverava tra le cause di non imputabilità dell’autore di reato la malattia mentale.

Nel periodo successivo, con il completamento dell’unità nazionale, è stato emanato un nuovo codice: il c.d. “Codice Zanardelli”. Codice di stampo liberale, il Codice Zanardelli era ispirato principi illuministici come: l’abolizione dei lavori forzati, la mitigazione delle pene ed il riconoscimento delle attenuanti generiche, il riconoscimento del diritto di sciopero, il divieto di estradizione per i reati politici, l’abolizione della pena di morte; pertanto, si contrapponeva alla visione positivista giuridica diffusa all’epoca.

Il codice del 1889, invero, ha proposto un approccio al diritto penale diverso e meno rigido e: “Fu un segnale di grande civiltà che l’Italia, ultima arrivata nel consesso europeo in seguito all’unificazione del 1861, diede alle altre nazioni del continente che in larga maggioranza continuavano a prevedere e ad applicare la pena capitale[3].

 

L’impronta di umanizzazione del diritto penale ha interessato anche la questione della non imputabilità dell’infermo di mente. Nello specifico, l’articolo 46 prevedeva che:

Non è punibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto, era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza o la libertà dei propri diritti. Il giudice, nondimeno, ove stimi pericolosa la liberazione dell’imputato prosciolto, ne ordina la consegna all’Autorità competente per i provvedimenti di legge”.

 

Il successivo codice Rocco, tutt’ora vigente, prevede che: “Nel caso di totale incapacità di intendere e volere, definita attraverso perizia, il giudice stabilisce che la persona non è imputabile e la proscioglie: non si riconosce cioè alla stessa una responsabilità personale ma è la malattia che ha condizionato e sovradeterminato il gesto reato. La persona prosciolta non partecipa al processo e se riconosciuta “pericolosa socialmente”, si ritiene cioè che possa reiterare il reato, viene sottoposta alla misura di sicurezza detentiva nell’Ospedale psichiatrico giudiziario (…), in relazione alla gravità e all’efferatezza del reato. Nel caso in cui la persona sia giudicata semi-inferma di mente, permanendo una seppur ridotta capacità di intendere e di volere, questa è imputabile e viene sottoposta al processo. In caso di condanna la pena è diminuita di un terzo ma, se la persona è riconosciuta pericolosa socialmente, dopo la detenzione viene inviata in O.P.G.[4].

 

Dal manicomio criminale agli O.P.G.

Quanto sino ad ora riportato era identificabile, dal punto di vista dell’organizzazione dell’esecuzione delle misure di sicurezza detentive, con i “manicomi criminali”.

Lo stesso codice penale del 1930, all’art. 222, individuava in questo tipo di struttura il luogo ove eseguire tali misure.

È con l’avvento dei cambiamenti culturali in campo medico, giuridico e sociale degli anni Settanta che si assiste alla trasformazione da manicomi a Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Nel concreto, la Legge n. 354 del 1975 ha stravolto il sistema carcerario italiano, inculcando nell’ordinamento la finalità di rieducazione del detenuto con atti adeguati alla dignità umana[5]. Le condizioni degli internati, però, non hanno subito alcun cambiamento radicale: gli O.P.G. risultarono essere un mero cambio di definizione, per una realtà – quella dei manicomi – sostanzialmente rimasta invariata.

Per questo motivo si è giunti alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari.

 

La legge n. 81 del 2014

L’iter che ha condotto alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari è iniziato nel 1999 con il D.lgs. 22 giugno 1999, n. 230Riordino della medicina penitenziaria a norma dell’articolo 5, della legge 30 novembre 1998, n. 419“. A seguire una serie di atti normativi sino al 2013 con la L. 23 maggio 2013, n. 57 di conversione del decreto legge n. 24/2013 che stabiliva il programma regionale in cui definire “tempi certi e impegni precisi per il superamento degli OPG[6].

La svolta è avvenuta con la Legge n. 81 del 2014 che ha apportato, in sede di conversione di un decreto legge, significative modifiche volte a sancire il superamento dell’ottica meramente repressiva che aveva contraddistinto la gestione degli O.P.G.

In primo luogo, è stabilita una diversa prassi per l’applicazione delle misure di sicurezza degli infermi di mente:

Il giudice dispone nei confronti dell’infermo di mente e del seminfermo di mente l’applicazione di una misura di sicurezza, anche in via provvisoria, diversa dal ricovero in un ospedale psichiatrico giudiziario o in una casa di cura e custodia, salvo quando sono acquisiti elementi dai quali risulta che ogni misura diversa non è idonea ad assicurare cure adeguate e a fare fronte alla sua pericolosità sociale, il cui accertamento è effettuato sulla base delle qualità soggettive della persona e senza tenere conto delle condizioni di cui all’articolo 133, secondo comma, numero 4, del codice penale”. (Art. 1, comma 1, lettera b).

 

La Legge di conversione in esame amplia la portata del dettato sopradescritto anche alle decisioni – sempre in tema di misure di sicurezza – della magistratura di sorveglianza. L’articolo 1, comma 1, lettera b) si conclude, infatti, con la seguente previsione:

Allo stesso modo provvede il magistrato di sorveglianza quando interviene ai sensi dell’articolo 679 del codice di procedura penale. Non costituisce elemento idoneo a supportare il giudizio di pericolosità sociale la sola mancanza di programmi terapeutici individuali”.

 

Un ulteriore punto cardine della chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari è il trattamento dei soggetti internati:

I percorsi terapeutico-riabilitativi individuali di dimissione di ciascuna delle persone ricoverate negli ospedali psichiatrici giudiziari alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, di cui ai commi 5 e 6 dell’articolo 3-ter del decreto-legge 22 dicembre 2011, n. 211, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 febbraio 2012, n. 9, e successive modificazioni, devono essere obbligatoriamente predisposti e inviati al Ministero della salute e alla competente autorità giudiziaria entro quarantacinque giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto (…). Per i pazienti per i quali è stata accertata la persistente pericolosità sociale, il programma documenta in modo puntuale le ragioni che sostengono l’eccezionalità e la transitorietà del prosieguo del ricovero”. (Art. 1-ter).

 

La pericolosità sociale rimane, dunque, l’elemento pregnante per la prosecuzione del ricovero, in quelle che saranno le R.E.M.S.. Se suddetto elemento non è riscontrato, la persona assumerà la qualifica di detenuto.

Infine, la Legge stabilisce che:

Le misure di sicurezza detentive provvisorie o definitive, compreso il ricovero nelle residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva prevista per il reato commesso, avuto riguardo alla previsione edittale massima. Per la determinazione della pena a tali effetti si applica l’articolo 278 del codice di procedura penale. Per i delitti puniti con la pena dell’ergastolo non si applica la disposizione di cui al primo periodo”. (Art. 1-quater).

 

Si tratta di un criterio basilare per l’abolizione dei c.d. “ergastoli bianchi”, ossia la prassi diffusa in passato che consisteva nel prorogare all’infinito le misure di sicurezza detentive.

 

Conclusioni

Gli O.P.G. sono stati definiti in molti modi: manicomi criminali, nell’accezione più cruenta; “non luoghi” della giustizia italiana, adattando la definizione di Marc Augé di un luogo non identitario, non relazionale e a-storico[7].

La chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari segna così il passaggio ad una nuova era nella gestione dei rei infermi di mente: il “pazzo delinquente” diventa un paziente da curare e riabilitare, il cui vizio di mente non è più considerato alla stregua di una predisposizione genetica o antropologica.

La mente è diventata oggetto di uno studio scientifico lontano dall’analisi lombrosiana, che ha contribuito in modo decisivo alla fondazione dei manicomi criminali. Tutto ciò premesso, occorre evitare una reinterpretazione – sebbene moderna – di schemi del passato, al punto che: “Pare senz’altro condivisibile l’opinione di quanti ritengono non necessaria, e nemmeno auspicabile, una rifondazione del diritto penale su basi neuroscientifiche[8].

Informazioni

G. Casavola, 30 giugno 1889 – promulgato il Codice Zanardelli, https://massimedalpassato.it/30-giugno-1889-il-codice-zanardelli/.

G. Del Giudice, Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono chiusi, ma le misure di sicurezza (in particolare quelle detentive) sono dure a morire, “La Magistratura” (Anno LXVII n. 8), Quarantennale della Legge Basaglia.

P. Di Nicola, La chiusura degli O.P.G.: un’occasione mancata, Diritto penale contemporaneo.

A. Olivieri, “Pena di morte, dal codice Zanardelli al codice Rocco, profili storici e giuridici, https://www.lanternaweb.it/pena-di-morte-dal-codice-zanardelli-al-codice-rocco-profili-storici-e-giuridici/.

C. Pellecchia, Neuroscienze e diritto penale, www.dirittoconsenso.it.

[1] G. Del Giudice, Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono chiusi, ma le misure di sicurezza (in particolare quelle detentive) sono dure a morire, “La Magistratura” (Anno LXVII n. 8), Quarantennale della Legge Basaglia.

[2] Ibidem.

[3] A. Olivieri, “Pena di morte, dal codice Zanardelli al codice Rocco, profili storici e giuridici, https://www.lanternaweb.it/pena-di-morte-dal-codice-zanardelli-al-codice-rocco-profili-storici-e-giuridici/, 02/02/2021. G. Casavola, 30 giugno 1889 – promulgato il Codice Zanardelli, https://massimedalpassato.it/30-giugno-1889-il-codice-zanardelli/, 30/06/2021.

[4] Del Giudice, cit.

[5] P. Di Nicola, La chiusura degli O.P.G.: un’occasione mancata, Diritto penale contemporaneo, 13/03/2015.

[6] Ibidem.

[7] Del Giudice, cit.

[8] C. Pellecchia, Neuroscienze e diritto penale, www.dirittoconsento.it, 23/12/2019.


Funzioni della polizia scientifica

Le funzioni della polizia scientifica

 

Una piccola premessa

In Italia, ma in generale nel panorama europeo, la popolarità della polizia scientifica ha raggiunto l’apice all’inizio degli anni Duemila grazie alla serie televisiva americana “C.S.I.: Crime Scene Investigation”. Il fascino suscitato dalle avanzate tecniche di indagine, oltre ad una nuova concezione del ruolo dell’investigatore – specializzato e coadiuvato da strumenti informatici all’avanguardia – hanno contribuito a sviluppare l’interesse per questa particolare struttura della Polizia di Stato.

Al di là degli aspetti mediatici, è indubbiamente vero che il contributo delle tecniche scientifiche di indagine ha migliorato l’attività degli investigatori. Nessuna questione, quindi, sull’importanza dei progressi fatti dal 1902 – anno della costituzione della prima Scuola superiore per la polizia scientifica italiana – ad oggi.

 

Di cosa si occupa la polizia scientifica?

La polizia scientifica è un’articolazione o struttura specializzata della Polizia di Stato, dedita alla parte tecnica dell’attività investigativa. Al fine di espletare le sue funzioni, si avvale di conoscenze interdisciplinari che abbracciano diversi ambiti, ad esempio: la chimica, l’informatica, la fisica, la biologia, della balistica.

In concreto gli agenti della polizia scientifica forniscono un apporto settoriale all’investigazione, mediante la raccolta e l’analisi di elementi reperiti sulla “scena del crimine”. Con questa terminologia si fa riferimento sia al luogo ove si è verificato un determinato fatto costituente reato (la c.d. “scena primaria”), sia a tutti i luoghi in cui si trovano degli indizi (la c.s. “scena secondaria”)[1].

Si pensi ad un omicidio: la scena primaria potrebbe essere la stanza in cui è stato commesso il delitto, mentre la scena secondaria il bagno dove il colpevole ha cercato di eliminare le tracce dell’evento criminale, ad esempio pulendo le mani, i vestititi e l’arma dal sangue.

La Polizia Scientifica interviene ed effettua un primo sopralluogo, finalizzato alla ricostruzione della dinamica relativa allo svolgimento dei fatti, nonché al tracciamento del “profilo” criminale.

Tutto presuppone che gli appartenenti a tale corpo di polizia debbano possedere requisiti di formazione e competenze, adatti all’espletamento delle specifiche mansioni loro richieste.

 

Le funzioni della polizia scientifica

Le funzioni della polizia scientifica sono strutturate in modo da integrare il lavoro svolto dalla “polizia ordinaria”: «In altre parole, la polizia scientifica interviene solamente quando l’attività investigativa non potrebbe proseguire con i propri mezzi. La polizia scientifica è di aiuto per la raccolta e l’analisi scientifica, ma una volta ricavata l’informazione e trasmessa alla squadra investigativa, il suo compito è finito»[2].

Nello specifico, la polizia scientifica[3]:

  • effettua il test del DNA, umano o animale, sui reperti biologici;
  • procede al segnalamento fotodattiloscopico;
  • raccoglie e identifica le impronte digitali;
  • ricostruisce tridimensionalmente il delitto;
  • traccia il profilo criminale (profiling), per ottenere un identikit della persona sospettata, applicando metodi psicologici o criminologici;
  • compie perizie grafologiche;
  • esamina documenti ed effettua indagini grafiche;
  • impiega conoscenze di biologia forense per il riconoscimento di pollini e vegetali;
  • elabora una ricostruzione dei volti;
  • promuove corsi di aggiornamento per colleghi di altri Paesi, con programmi didattici e di scambio[4].

 

Devesi tuttavia mettere nel dovuto rilievo, che le funzioni sopraelencate possono essere considerate invasive dell’integrità fisica della persona, basti pensare al prelievo del DNA. La l. 30 giugno 2009 n. 85 ha inserito nel l’art. 224-bis codice di procedura penale, al fine di delineare il perimetro di azione per i provvedimenti del giudice che implicano il compimento di atti idonei ad incidere sulla libertà personale.

La polizia scientifica opera in tale perimetro, con particolare riguardo ad alcune disposizioni contenute nei commi 1, 2, 3, 4, 5, 6 e 7 dell’art. 224-bis. In estrema sintesi, il qui citato articolo stabilisce i principi da osservare durante l’assolvimento delle funzioni della polizia scientifica[5]:

  • l’esecuzione coattiva di atti: «idonei ad incidere sulla libertà personale, quali il prelievo di capelli, di peli o di mucosa del cavo orale su persone viventi ai fini della determinazione del profilo del DNA o accertamenti medici», solo se assolutamente indispensabili per poter provare i fatti;
  • l’indicazione del reato per il quale si procede, la descrizione dei fatti, oltre l’avviso specifico del tipo di prelievo/accertamento da compiere e delle motivazioni che lo rendono assolutamente indispensabile per le indagini;
  • il compimento della notifica alle parti almeno 3 giorni prima della data scelta per l’esecuzione delle operazioni peritali;
  • il divieto di condurre operazioni che violano divieti di legge e possono mettere in pericolo la vita, l’integrità fisica e la salute della persona fisica (nascituro compreso);
  • il divieto di operazioni che possono provocare sofferenze non lievi;
  • il rispetto della dignità e del pudore, con la predilezione per le tecniche meno invasive;
  • l’uso dei mezzi di coercizione fisica solo per il tempo ritenuto strettamente necessario all’esecuzione del prelievo o dell’accertamento (in caso di esecuzione coattiva);
  • la nullità assoluta dell’atto se la persona non è assistita dal difensore, trattandosi di un’ipotesi di assistenza difensiva obbligatoria. Non bisogna dimenticare che: «Potendo questa persona subire esami molto invasivi da parte dell’autorità giudiziaria (quali intercettazioni, perquisizioni, sequestri, interrogatori, prelievi coattivi di campioni biologici, ecc.), il codice di procedura penale all’articolo 61 sancisce l’estensione temporale del diritto di difesa anche durante le indagini»[6].

 

 Le tecniche utilizzate

Le tecniche di indagine maggiormente utilizzate della polizia scientifica sono le seguenti[7]:

1) La balistica

Consente di effettuare prove di sparo con le armi sequestrate, al fine di verificare l’impatto dei proiettili sulle superfici o corpi, nonché la ricostruzione della traiettoria da essi compiuta sulla scena del crimine. Gli addetti alla balistica sono chiamati a rispondere ad uno dei quesiti principali degli inquirenti: se l’arma esaminata ha sparato. A sostegno di questa tecnica interviene il sistema IBIS (Integrated Ballistics Identification System)[8], che consente il confronto tra il bossolo rinvenuto e gli altri presenti nella banca dati.

 

2) La dattiloscopia giudiziaria

Questa può essere definita come la tecnica più tradizionale della polizia scientifica, incentrata sull’analisi manuale delle impronte digitali e sulla successiva ricerca di correlazioni nel sistema AFIS (Automated Fingerprint Identification System)[9]. Prima di tutto gli addetti alla dattiloscopia giudiziaria vagliano l’utilizzabilità delle impronte, per poi procedere con i confronti nella banca dati.

 

3) La ricostruzione 3D e realtà virtuale

Per ottimizzare questa tecnica è stato creato un laboratorio interdisciplinare, in cui si assiste all’evoluzione dell’elaborazione della scena del crimine – un tempo basata su immagini e disegni –ed ora realizzata con l’impiego di tecnologie e prassi come la “motion capture[10].

 

4) La dattiloscopia preventiva

tale tecnica, confluita nella sezione “divisione identità” della polizia scientifica, è strettamente connessa con la dattiloscopia giudiziaria. Si fonda, infatti, sull’esame e su tutta la fase comparativa delle impronte digitali.

 

5) La genetica forense

Può essere definita come la tecnica più “affascinante”, da sempre enfatizzata dal cinema o da autori di romanzi polizieschi. La genetica forense ruota attorno all’analisi del DNA, partendo da tracce di sangue, epitelio o da altri reperti biologici. È un’analisi sempre più dettagliata, grazie alla continua progressione tecnologica, impiegata per: delitti, ricerca di persone scomparse, incidenti, nonché nel progetto di riconoscimento dei caduti della Grande Guerra riemersi dal terreno a seguito delle modificazioni geologiche. Il punto di partenza sono le parti biologiche, che vengono analizzate e inserite nella “Banca Dati Genetica del DNA” per ottenere un riscontro.

 

6) Le impronte latenti

È la tecnica adottata per fare emergere le impronte nascoste su oggetti di diversa natura, presenti sulla scena del crimine. Per fare ciò la polizia scientifica ricorre a composti chimici, adatti a rendere visibili i frammenti di impronte.

 

I requisiti necessari

Le funzioni della polizia scientifica sono ormai imprescindibili per le indagini, pertanto occorrono requisiti specifici per entrare a farne parte. Fatti salvi i requisiti comuni ai concorsi pubblici per le forze armate (maggiore età, cittadinanza italiana e idoneità psicofisica al servizio), il candidato deve essere in possesso di una laurea specialistica. Tale titolo di studio deve essere adeguato allo svolgimento dei vari campi di indagini, ad esempio: biologia, fisica, informatica, psicologia, ingegneria, architettura.

Nell’ottica della formazione continua, specie in un settore lavorativo iperspecializzato ed in continua evoluzione come questo, gioca un ruolo importante anche l’aggiornamento giuridico. È essenziale, invero, la conoscenza dei cambiamenti normativi e giurisprudenziali. Basti pensare alla questione del prelievo del DNA in assenza del consenso da parte dell’interessato[11], la cui complessità necessita di una cognizione a completamento delle funzioni tenico-scientifiche.

Informazioni

Acquaviva M., Polizia scientifica: cosa fa?, www.laleggepertutti.it

Guerci A., Polizia scientifica come funziona? Cosa fa realmente, www.studiolegalebearzotti.it

Strada A., Il diritto di difesa dell’indagato, www.dirittoconsenso.it .

www.deiurecriminalibus.altervista.org

www.dejure.it

www.poliziadistato.it

www.profilecrime.it

www.sicurezzaegiustizia.com

[1] A. Guerci, Polizia scientifica come funziona? Cosa fa realmente, www.studiolegalebearzotti.it.

[2] M. Acquaviva, Polizia scientifica: cosa fa?, www.laleggepertutti.it.

[3] Ibidem.

[4] Ad esempio l’accordo di collaborazione tra la Polizia Scientifica e il Vanderbilt Institute of Nanoscale Engineering (VINSE) del 2017 (Fonte: https://www.poliziadistato.it/statics/35/la-firma-dell-accordo-scientifica-universita-usa.pdf).

[5] Fonte: https://deiurecriminalibus.altervista.org/la-perizia-coattiva/.

[6] A. Strada, Il diritto di difesa dell’indagato, www.dirittoconsenso.it, 15/05/2021.

[7] Fonte: sito internet istituzionale della Polizia di Stato, www.poliziadistato.it/articolo/la-polizia-scientifica-1-

[8] È la banca dati informatica con cui i reparti di polizia scientifica effettuano correlazioni balistiche di proiettili e bossoli, mediante l’analisi delle striature prodotte dalla canna dell’arma da fuoco su di essi. (Fonte: https://www.sicurezzaegiustizia.com/la-balistica-delle-indagini-scientifiche-ii-parte/).

[9] Tradotto come il “Sistema Automatizzato di Identificazione delle Impronte”: «Nasce dalla necessità di ridurre i tempi normali di acquisizione e catalogazione dei cartellini decadattilari e dalla necessità di effettuare una ricerca rapida ed efficace delle impronte (…). Le ricerche vengono eseguite sia su set di 10 impronte, sia su frammenti d’impronta digitale sia sulle impronte palmari, rilevati dagli organi di polizia sulla scena del crimine». (Fonte: http://www.profilecrime.it/IMPRONTE1.htm).

[10] Si tratta di un processo di registrazione de movimenti corporei (umani e non), mediante l’applicazione di un dispositivo fotogrammetico, o di telecamere (infrarosse o di altro tipo).

[11] Sull’argomento si possono consultare diverse sentenze, ad esempio: Cassazione Penale, Sez. I, 16/06/2021, n. 43295; Cassazione Penale, Sez. II, 28/09/2021, n. 3773; Cassazione Penale, Sez. I, 08/03/2019, n. 37830; Cassazione Penale, Sez. I, 20/12/2018, n. 1046.


Tutela dell'ambiente e degli animali in Costituzione

Tutela dell'ambiente e degli animali in Costituzione: gli articoli 9 e 41

La tutela dell’ambiente e degli animali in Costituzione: le modifiche degli articoli 9 e 41 della nostra Costituzione. Cosa cambia?

 

Premessa

La tutela dell’ambiente e degli animali è entrata in Costituzione: l’8 febbraio 2022 si è concluso il lungo iter parlamentare, necessario per approvare le nuove modifiche agli articoli 9 e 41.

Si tratta di un cambiamento che – per la sua portata – è già stato definito epocale e frutto delle moderne esigenze di tutela, nonché di una mutata sensibilità sulle tematiche ecologiche.

Sino a pochi decenni fa una simile trasformazione alla Carta Costituzionale sarebbe apparsa quantomeno “bizzarra”, ma oggi rispecchia il grande cambiamento valoriale che sta coinvolgendo la società.

Il valore della tutela ambientale – spesso percepito in passato come distante dalla vita quotidiana – oppure la previsione nella nostra fonte primaria della protezione degli animali, non sono altro che l’estrinsecazione di quella che Ronald Inglehart definiva la “rivoluzione silenziosa”: un lento e progressivo cambiamento di valori, ideologie, che segna il passaggio dalla società materialistica a quella post-materialistica.

La tutela dell’ambiente e degli animali in Costituzione giuridicamente è un punto di svolta: ambiente ed animali, dunque, non sono più percepiti come mere “res”, in conformità anche all’orientamento eurounitario, bensì come – rispettivamente – valore primario e esseri dotati di dignità.

 

L’art. 9: la tutela dell’ambiente e degli animali in Costituzione

La tutela dell’ambiente e degli animali in Costituzione, ascritta tra i principi fondamentali, a conferma della sua stessa rilevanza.

Per quanto riguarda l’ambiente, si tratta di un ampliamento di quanto previsto dal testo originario che tutelava il paesaggio e il patrimonio storico ed artistico. Con tale aggiunta è consacrata anche la tutela ambientale, in un senso maggiormente più ampio.

La nuova disposizione, infatti, stabilisce che:

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni”.

 

L’ambiente, così descritto, è elevato a valore primario meritevole di protezione costituzionale, in sintonia con le fonti superprimarie europee:

«La modifica è in linea con la normativa europea; si ricorda, infatti, che la Carta di Nizza (Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea), si occupa della tutela dell’ambiente all’art. 37, stabilendo che “Un livello elevato di tutela dell’ambiente e il miglioramento della sua qualità devono essere integrati nelle politiche dell’Unione e garantiti conformemente al principio dello sviluppo sostenibile”. Anche il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) all’art. 191 definisce la politica comunitaria in ambito ambientale individuando gli obiettivi da raggiungere».

 

Ciò che colpisce è la chiosa finale della nuova norma in tema ambientale: “Anche nell’interesse delle future generazioni”, non solo perché rimanda allo sviluppo sostenibile – principio basilare del diritto dell’ambiente[1] – ma perché esprime la capacità del Legislatore costituzionale di volgere lo sguardo al futuro. È una sorta di eredità in termini di tutela giuridica e valoriale, tant’è che è annoverata tra i principi fondamentali, adeguata al mutamento sociale e resa possibile dalla natura stessa della Costituzione.

L’altra modifica all’articolo 9 è la seguente “La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Tale previsione è una misura di civiltà, che segue anch’essa (come la tutela dell’ambiente) la normativa dell’Unione Europea. L’art. 13 del Trattato sul Funzionamento dell’UE precisa che:

“l’Unione e gli Stati Membri devono, poiché gli animali sono esseri senzienti, porre attenzione totale alle necessità degli animali, sempre rispettando i provvedimenti amministrativi e legislativi degli Stati Membri relativi in particolare ai riti religiosi, tradizioni culturali ed eredità regionali. L’importanza di questa norma consiste nel riconoscere dignità agli animali che non vengono più considerati alla stregua di cose”.

 

Con la tutela dell’ambiente e degli animali in Costituzione lo Stato ha avocato a sé il potere di regolamentare, mediante riserva di legge assoluta, i modi e le forme della stessa per quanto concerne degli animali. La riserva in questione è una tra le massime garanzie dello Stato di diritto, volta a prevedere che la materia sia disciplinata interamente dalla legge ordinaria[2].

Tutto ciò premesso, è utile citare anche la clausola di salvaguardia per l’applicazione del principio di tutela degli animali: «La legge dello Stato che disciplina i modi e le forme di tutela degli animali, di cui all’articolo 9 della Costituzione, come modificato dall’articolo 1 della presente legge costituzionale, si applica alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano nei limiti delle competenze legislative ad esse riconosciute dai rispettivi statuti».

 

L’art. 41: l’ambiente e la salute come limiti all’iniziativa economica privata

La tutela dell’ambiente e degli animali in Costituzione coinvolge anche le altre modifiche approvate dal Parlamento, comprendendo l’immissione nell’articolo 41 di due ulteriori limiti all’iniziativa economica privata: la salute e l’ambiente.

Il testo previgente recitava:

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.

 

Gli innesti relativi ai limiti sulla salute e l’ambiente sono i seguenti: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali».

 

Al secondo comma sono state aggiunte la salute e l’ambiente, al novero di cause limitative già enucleate per l’iniziativa economica privata. Il Legislatore ha voluto rimarcare l’importanza di queste nuove modifiche, strutturando diversamente l’ordine dei limiti: «I primi due limiti (salute e ambiente) vengono anteposti agli altri, dando in tal modo attuazione al novellato art. 9 Cost. che menziona la tutela dell’ambiente come valore primario da tutelare. Inoltre, la destinazione e il coordinamento dell’attività economica pubblica e privata avvengono non solo per fini sociali ma anche per fini ambientali».

 

La ratio del sopracitato dettato costituzionale è la prevalenza, in caso di contrasto, dell’interesse pubblico sul privato. Nello specifico, per le nuove modifiche: «Un conto, insomma, è permettere di svolgere liberamente un’attività imprenditoriale e cosa ben diversa è tollerare che tale attività possa inquinare più del dovuto con i conseguenti danni per il pianeta e per chi ci abita»[3].

Informazioni

Basile G., L’ambiente in Costituzione: modificati gli articoli 9 e 41. Ecco le novità, https://edizioni.simone.it/2022/02/10/ambiente-costituzione-modifica/ .

Fiore D., La riserva di legge: forma di garanzia dello Stato di diritto, www.dirittoconsenso.it .

A. Greco, Articolo 41 Costituzione italiana: spiegazione e commento, https://www.laleggepertutti.it/542046_articolo-41-costituzione-italiana-spiegazione-e-commento

[1] G. Basile, L’ambiente in Costituzione: modificati gli articoli 9 e 41. Ecco le novitàhttps://edizioni.simone.it/2022/02/10/ambiente-costituzione-modifica/.

[2] D. Fiore, La riserva di legge: forma di garanzia dello Stato di diritto, www.dirittoconsenso.it, 13/12/2021.

[3] A. Greco, Articolo 41 Costituzione italiana: spiegazione e commento, https://www.laleggepertutti.it/542046_articolo-41-costituzione-italiana-spiegazione-e-commento, 09/02/2022.


Investigazioni private online

Le investigazioni private online

L’utilizzo dell’informatica e il trattamento dei dati personali per le investigazioni private online

 

Premessa

La figura dell’investigatore privato ha sempre suscitato una certa attrattiva, specie in ambito letterario e cinematografico. Basti pensare alle serie televisive di produzione americana e anglosassone, oppure alle opere letterarie di Agathe Chistie, per comprendere come sia allettante l’immagine di un investigatore – privo di una divisa – che si adopera per la ricerca della verità.

In Italia gli investigatori privati autorizzati sono abilitati ad operare in diversi settori, tra cui: il diritto societario e commerciale; le controversie familiari (ad es.: in caso di separazione coniugale o questioni ereditarie); i rapporti bancari e il diritto penale. Quest’ultimo amplia notevolmente le opportunità per i professionisti del settore investigativo privato, oltre fornire loro un riconoscimento – per così dire – ufficiale da parte del Legislatore.

L’art. 391-bis, comma 1 del codice di procedura penale, infatti, prevede che: “Per acquisire notizie il difensore, il sostituto, gli investigatori privati autorizzati o i consulenti tecnici possano conferire con le persone in grado di riferire circostanze utili ai fini dell’attività investigativa”.

È il principio base delle indagini difensive, introdotte nel nostro ordinamento al fine di potenziare il diritto di difesa, che consente al difensore (o ai suoi ausiliari) di condurre investigazioni nel procedimento penale. Si tratta di un’attività facoltativa e priva, ovviamente, dei poteri coercitivi tipici degli inquirenti[1].

Il difensore può, quindi, svolgere investigazioni per ricercare elementi di prova a favore del proprio assistito, coadiuvato anche da investigatori privati autorizzati.

 

Le investigazioni private online

In un mondo sempre più informatizzato anche il modo di svolgere l’attività di investigatore privato sta cambiando, a tale proposito sono in aumento le agenzie che forniscono direttamente i loro servizi su piattaforme online.

La procedura tipo che il potenziale cliente deve effettuare è molto semplice e si basa sull’invio di una richiesta di “attivazione online dell’indagine”, mediante una piattaforma digitale accessibile ovunque nel cyber-spazio.

Una volta scelto l’argomento sul quale richiedere l’indagine, il richiedente è contattato da un operatore in un’apposita chat dedicata per l’espletamento delle formalità necessarie: l’acquisizione di dati, la comunicazione dei costi ed altre informazioni o chiarimenti. Si tratta di uno strumento consente di avviare un’indagine investigativa da qualsiasi device (ad es.: smartphone, tablet), semplificando così la fruibilità delle operazioni.

Il riconoscimento del cliente avviene con ulteriori e successivi passaggi: l’esibizione e/o invio di un documento in corso di validità e la firma a distanza mediante il sistema OTP (One Time Password)[2], che permette l’apposizione della firma sul contratto stipulato con l’agenzia di investigazioni online[3].

 

L’attività investigativa privata e gli strumenti informatici

Le investigazioni online, come anche quelle tradizionali, si avvalgono di strumenti informatici per espletare le loro mansioni. Su questo punto occorre fare chiarezza e sfatare alcuni luoghi comuni, che vedono questi professionisti liberi di agire quasi “senza regole”.

Il D.M. n. 269 del 2010 enuclea le seguenti aree di intervento dell’investigatore privato:

  • attività di indagine in ambito privato;
  • attività di indagine in ambito aziendale;
  • attività di indagine in ambito commerciale;
  • attività di indagine in ambito assicurativo;
  • attività di indagine difensiva;
  • attività di Informazioni Commerciali;
  • attività previste da leggi speciali o decreti ministeriali.

 

Per ciascuna di esse sono applicabili dei criteri per l’utilizzo di tecnologie informatiche, che comprendono:

  • il divieto di collocare una microspia (art. 615-bisp.: “Interferenze illecite nella vita privata”);
  • la possibilità riconosciuta di ricorrere all’installazione di telecamere nascoste in un’azienda, principalmente al fine di scoprire la commissione di reati da parte dei dipendenti;
  • l’ispezione del computer aziendale, nel rispetto dello Statuto del Lavoratori, per verificare l’uso aderente esclusivamente agli scopi lavorativi della posta elettronica e di internet;
  • il divieto di intercettare, ad eccezione della registrazione consapevole;
  • l’impiego di apparecchiature GPS durante appostamenti o pedinamenti[4].

 

Infine, occorre ricordare che anche per le investigazioni private online vige il divieto di accesso abusivo ad un sistema informatico. La norma di riferimento è l’art. 615-ter del codice penale, volto a proteggere – ex multis – il bene giuridico della riservatezza dei dati, evitando la sottrazione di dati personali, ovvero il loro danneggiamento o distruzione[5].

 

La tutela della privacy

La proliferazione degli investigatori privati pone alcuni problemi in merito alla tutela della privacy per le persone oggetto dell’attività investigativa, nonché per eventuali soggetti terzi coinvolti.

È facilmente intuibile come il potere di “spiare” la vita personale, sebbene per fini leciti legittimati da una base normativa, possa originare abusi.

A prescindere da possibili scenari criminosi, come l’utilizzo dei dati raccolti durante le investigazioni al fine di commettere reati, possono configurarsi problematiche relative al trattamento ed alla conservazione degli stessi.

Nel 1997 il Garante per la Protezione dei Dati Personali affronta tale questione in un parere, dal quale si evince che: “Gli investigatori privati autorizzati potranno raccogliere alcune informazioni relative alla salute e alla vita sessuale, ma solo nel rispetto di precise garanzie a tutela della riservatezza delle persone, qualora ciò sia necessario per permettere a chi affida loro un specifico incarico di far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria ovvero nel caso in cui ricevano, in conformità a quanto previsto dalla normativa in materia di procedimento penale, l´incarico da un difensore di ricercare determinati elementi di prova a favore del relativo assistito (…) I dati raccolti non dovranno eccedere le finalità perseguite nell´incarico affidato all´investigatore, non potranno essere conservati per un periodo superiore a quello strettamente necessario per eseguire l´incarico e dovranno essere comunicati soltanto al soggetto che lo ha conferito[6].

Con l’evoluzione della normativa in tema di privacy il Garante ritorna nuovamente sulla questione relativa al rapporto tra le agenzie investigative private e la tutela dei dati personali, verificando la conformità al Regolamento (UE) 2016/679 delle “Regole deontologiche relative ai trattamenti di dati personali effettuati per svolgere investigazioni o per fare valere o difendere un diritto in sede giudiziaria”, con il Provvedimento n. 512 del 2018.

Il Capo IV delle sopracitate regole, rubricato: “Trattamenti da parte di investigatori privati”, comprende una serie di regole applicabili anche alle investigazioni online, che possono essere così sintetizzate:

  1. deve sussistere un’organizzazione del trattamento, anche non automatizzato[7], dei dati personali in modo da favorire il rispetto dei diritti, delle libertà e della dignità degli interessati, in coerenza con i principi di finalità, proporzionalità e minimizzazione dei dati;
  2. opera un’importante limitazione all’iniziativa investigativa, che impedisce l’azione autonoma in assenza di un incarico;
  3. occorre esprimere in modo inequivocabile il diritto che si intende esercitare in sede giudiziaria, o il procedimento penale collato all’investigazione;
  4. l’investigatore che riceve l’incarico deve eseguirlo personalmente, al più avvalendosi di colleghi espressamente indicati e nominati;
  5. l’informazione sullo stato dell’investigazione al difensore deve essere periodica;
  6. il trattamento dei dati, in qualunque forma, deve cessare al momento della conclusione dell’attività investigativa[8].

 

Tali prescrizioni si applicano a: “Persone fisiche e giuridiche, agli istituti, agli enti, alle associazioni e agli organismi che esercitano una attività di investigazione privata in virtù della apposita licenza rilasciata, ai sensi di legge, dal prefetto[9].

Le investigazioni private online rappresentano la nuova frontiera per la categoria di soggetti destinatari delle Regole qui descritte, soprattutto perché ricorrono esclusivamente strumenti informatici per le fasi cruciali dell’affidamento dell’incarico: contatto da parte del cliente; comunicazione di dati personali; sottoscrizione del contratto.

Informazioni

Della Piazza S., L’accesso abusivo ad un sistema informatico, www.dirittoconsenso.it, 09/09/2021.

Muià P.P., Le prescrizioni del Garante privacy relative al trattamento di particolari categorie di dati da parte degli investigatori privati, www.diritto.it

Polimeni A. e Lo Giudice A., GDPR e trattamento automatizzato dei dati, le definizioni da chiarire, www.agendadigitale.eu,

Redazione Altalex, Le indagini difensive. Caratteristiche, modalità, svolgimento. Il fascicolo del difensore e la sua utilizzazione, www.altalex.it.

investigatori privati, www.diritto.it.

Fonte: www.dogma.it.

Fonte: www.garanteprivacy.it.

Fonte. www.federpol.it.

[1] Redazione Altalex, Le indagini difensive. Caratteristiche, modalità, svolgimento. Il fascicolo del difensore e la sua utilizzazione, www.altalex.it, 26/03/2021.

[2] Si tratta di una password valida una sola volta, che serve per autenticarsi e sottoscrivere un documento. Può essere inviata via SMS o tramite email al destinatario.

[3] Fonte: www.dogma.it.

[4] Fonte. www.federpol.it.

[5] S. Della Piazza, L’accesso abusivo ad un sistema informatico, www.dirittoconsenso.it, 09/09/2021.

[6] Fonte: www.garanteprivacy.it.

[7] Il trattamento automatizzato dei dati prevede l’impiego di mezzi tecnologici, senza il coinvolgimento umano e soggiace sempre alle regole del GDPR. Diversamente il trattamento manuale si realizza solo con l’agere umano, sia in formato cartaceo che digitale e, solamente se archiviati, sono soggetti al GDPR. (A. Polimeni e A. Lo Giudice, GDPR e trattamento automatizzato dei dati, le definizioni da chiarire, www.agendadigitale.eu, 16/09/2019).

[8] Fonte: ibidem.

[9] P.P. Muià, Le prescrizioni del Garante privacy relative al trattamento di particolari categorie di dati da parte degli investigatori privati, www.diritto.it, 16/09/2019.


Giornata del detenuto

La giornata del detenuto

Come è strutturata la giornata del detenuto? E come invece dovrebbe essere nel rispetto di principi di umanità

 

Premessa

«Fui chiamato alla continuazione dell’interrogatorio, e ciò durò tutto quel giorno, e parecchi altri, con nessun altro intervallo che quello de’ pranzi. Finché il processo non si chiuse, i giorni volavano rapidi per me, cotanto era l’esercizio della mente in quell’interminabile rispondere a sì varie dimande, e nel raccogliermi alle ore di pranzo ed a sera, per riflettere a tutto ciò che mi s’era chiesto e ch’io aveva risposto, ed a tutto ciò, su cui probabilmente sarei ancora interrogato», Silvio Pellico, “Le mie prigioni”.

Nel corso dei secoli diversi scrittori hanno narrato lo svolgimento della giornata del detenuto – romanzieri come Alexadre Dumas nel suo “Il conte di Montecristo”, oppure Fëdor Dostoevskij nell’opera “Memorie della casa dei morti” – ovvero prigionieri, per lo più politici, che hanno trasmesso ai posteri la loro esperienza. Nell’immaginare la giornata tipica del detenuto, infatti, affiorano alla mente frammenti di storie tratte dalla letteratura, dalle opere saggistiche o storiche, che descrivono una realtà monotona ed alienante: le ore scandite da rigidi e ripetuti rituali (ad esempio: l’appello, la distribuzione del cibo, le docce) e l’interminabile scorrere del tempo, che conduce alla spersonalizzazione ed a una “mutilazione personale”[1].

Dal momento dell’ingresso in carcere gli individui sono privati di tutto ciò che caratterizza la loro identità per essere inseriti in un circuito standardizzato. Tali meccanismi sono tipici delle “istituzioni totali”[2], volte a soggiogare le persone fisiche internate sotto il controllo dell’autorità ed a un rigido apparato burocratico. Il risultato sarà l’assegnazione di una nuova identità, completamente assoggettata all’istituzione, ossia l’identità del detenuto.

 

La divisione temporale della giornata del detenuto

Per ovviare a questa deriva totalizzante – nonché per attuare la previsione costituzionale della funzione rieducativa della pena –  il nostro legislatore ha previsto la possibilità di strutturare la giornata del detenuto, mediante le attività previste dal trattamento penitenziario. Il riferimento è principalmente al Capo III della Legge 26/07/1975 n. 354 e successive modifiche ed integrazioni, rubricato: “Modalità del trattamento”.

Il sistema carcerario deve, così, gestire la quotidianità della pena detentiva rispettando l’umanità e la dignità del detenuto, ciò si realizza anche tramite gli elementi del trattamento penitenziario[3].

Nel rispetto delle previsioni normative, a ciascun istituto è concesso un margine di autonomia per l’organizzazione della quotidianità. Ad esempio per gli orari delle diverse attività o dei pasti, oppure l’ora della sveglia al mattino[4].

In questo articolo, nella convinzione della loro importanza per uno svolgimento decoroso e costruttivo della giornata del detenuto, saranno trattati alcuni aspetti del trattamento:

  • l’istruzione,
  • il lavoro,
  • la religione e le pratiche di culto,
  • le attività culturali, sportive e ricreative.

 

La giornata del detenuto: gli elementi del trattamento penitenziario

L’art. 15 della L. n. 354/1975 sancisce che:

Il trattamento del condannato e dell’internato è svolto avvalendosi principalmente dell’istruzione, della formazione professionale, del lavoro, della partecipazione a progetti di pubblica utilità, della religione, delle attività culturali, ricreative e sportive e agevolando opportuni contatti con il mondo esterno e i rapporti con la famiglia.

Ai fini del trattamento rieducativo, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurato il lavoro.

Gli imputati sono ammessi, a loro richiesta, a partecipare ad attività educative, culturali e ricreative e, salvo giustificati motivi o contrarie disposizioni dell’autorità giudiziaria, a svolgere attività lavorativa o di formazione professionale, possibilmente di loro scelta e, comunque, in condizioni adeguate alla loro posizione giuridica”.

 

Tutte le attività elencate nel presente articolo riguardano l’impiego del tempo a disposizione del detenuto, affinché preservi la sua integrità psico-fisica ed acquisisca capacità spendibili al momento del reinserimento nella società.

 

L’art. 19: l’istruzione

Al primo comma dell’art. 19 è previsto che: “Negli istituti penitenziari la formazione culturale e professionale, è curata mediante l’organizzazione dei corsi della scuola d’obbligo e di corsi di addestramento professionale, secondo gli orientamenti vigenti e con l’ausilio di metodi adeguati alla condizione dei soggetti”.

Nell’ambito carcerario l’istruzione, diritto costituzionalmente garantito, è ancora oggi interpretato in un’ottica di esclusiva alfabetizzazione. Come riporta il “XIV Rapporto sulle condizioni detentive” dell’Associazione Antigone: “La scuola in carcere è stata e viene ancora utilizzata con lo scopo di alfabetizzare; se nel 1958, al momento dell’istituzione delle Scuole Carcerarie erano quasi esclusivamente gli italiani a dover imparare a leggere e scrivere seguendo quanto indicato da una circolare ministeriale del 1948), oggi i corsi di alfabetizzazione sono per lo più destinati a detenuti non italiani[5].

È un’ottica ristretta, miope dinanzi alle possibilità che l’accesso all’istruzione in carcere può fornire. La scuola non è solamente apprendimento di nozioni manualistiche, seppur basilari e imprescindibili, ma è anche socializzazione ed impiego del tempo in modo propositivo.

Al fine di superare tale visione, occorre potenziare l’attuazione concreta del comma 6 dell’art. 19: “Sono agevolati la frequenza e il compimento degli studi universitari e tecnici superiori, anche attraverso convenzioni e protocolli d’intesa con istituzioni universitarie e con istituti di formazione tecnica superiore, nonché l’ammissione di istruzione e internati ai tirocini di cui alla legge 28 giugno 2012, n. 92”.

L’interpretazione del sopracitato dettato normativo si fonda su una considerazione secondaria degli studi superiori ed universitari, suggellata nel termine: “agevolati”, quasi ad indicare un’importanza minoritaria rispetto alla funzione di alfabetizzazione dell’istruzione dei detenuti[6].

 

Gli articoli compresi tra il 20 e il 21: il lavoro

Il lavoro è ciò che contraddistingue la vita all’interno del consorzio sociale, poiché attribuisce posizioni e ruoli: grazie al lavoro è possibile raggiungere le mete prefissate (ed imposte) dalla società di appartenenza, realizzando la conformità alle stesse.

Il mancato conseguimento degli obiettivi lavorativi può essere pertanto causa di frustrazioni, nonché – in casi più complessi – di marginalità. A seguito di suddette premesse è facile comprendere la peculiarità del lavoro nei soggetti detenuti, specie in previsione della reintroduzione nella società.

Il comma 3 stabilisce che: “L’organizzazione e i metodi del lavoro penitenziario devono riflettere quelli del lavoro nella società libera al fine di far acquisire ai soggetti una preparazione professionale adeguata alle normali condizioni lavorative per agevolarne il reinserimento sociale”.

Il lavoro non è più connotato dal carattere afflittivo – come avveniva in tempi in cui la funzione della pena non tendeva alla rieducazione – ma è un momento centrale nella giornata del detenuto.

È quanto di più simile alla “vita da libero” possa essere proposto al detenuto per vivere le due giornate, sottraendolo ad uno stato di prostrazione che altrimenti caratterizzerebbe lo scorrere del tempo.

 

L’art. 26: la religione e le pratiche di culto

I detenuti e gli internati hanno libertà di professare la propria fede religiosa, di istruirsi in essa e di praticarne il culto.

Negli istituti è assicurata la celebrazione dei riti del culto cattolico.

A ciascun istituto è addetto almeno un cappellano.

Gli appartenenti a religione diversa dalla cattolica hanno diritto di ricevere, su loro richiesta, l’assistenza dei ministri del proprio culto e di celebrarne i riti“.

 

L’inserimento della religione tra gli elementi del trattamento penitenziario è frutto di un retaggio storico-culturale, basato sulle concezioni cattoliche di espiazione e di redenzione del condannato. È però possibile attribuire un nuovo significato alle pratiche di culto in carcere: possono essere un fattore di socializzazione, capace di “spezzare” la routine giornaliera.

La libertà di religione per i detenuti è da tempo oggetto di dibattito, a seguito di cambiamenti – come il fenomeno dell’immigrazione o le conversioni – che modificano sempre di più il tessuto sociale, quindi anche la realtà carceraria. Come riporta il “XIII Rapporto sulle condizioni della detenzione” dell’Associazione Antigone: “Ormai da decenni, all’interno delle prigioni italiane risuonano preghiere recitate in lingue diverse e indirizzate a divinità distinte (…). i detenuti cattolici sono i più numerosi: con 29.568 unità rappresentano il 54,7% del totale; seguono i detenuti musulmani, con 6.138 unità (l’11,4% della popolazione detenuta) principalmente concentrate negli istituti del Centro-Nord. Infine gli ortodossi, con 2.263 unità (il 4,2% del totale). Ci sono poi adepti di altre confessioni quali evangelisti, avventisti del settimo giorno, hindu e via dicendo: ma rappresentano percentuali al di sotto dell’uno per cento[7].

Il “XV Rapporto sulle condizioni della detenzione” di Antigone denunzia la mancanza di luoghi nelle carceri (circa il 22%) riservati ai fedeli delle religioni diverse da quella cattolica.

La problematica relativa all’individuazione ed alla destinazione di spazi dedicati ai culti a-cattolici si ripercuote anche sulla giornata del detenuto. La carenza di tali spazi, infatti, è compensata con la celebrazione di preghiere e riti nelle celle, a discapito della funzione socializzante degli stessi.

 

L’art. 27: attività culturali, ricreative e sportive

Il primo comma dell’art. 27 dispone che: «Negli istituti devono essere favorite e organizzate attività culturali, sportive e ricreative e ogni altra attività volta alla realizzazione della personalità dei detenuti e degli internati, anche nel quadro del trattamento rieducativo».

Si tratta di una previsione importante per la gestione della giornata del detenuto, deputata alla conservazione dell’identità, grazie all’impiego del tempo in occupazioni che “ricordano” la vita sociale esterna al carcere.

La giornata del detenuto deve essere orientata anche alla conservazione dell’identità psico-fisica, id est, alla prevenzione di vere e proprie “patologie da detenzione”. Come afferma Raffaele Cicotti: “Si possono citare quali effetti le frequenti affezioni gastro-intestinali, le neurosi cardiache, alcune forme di reumatismi, sintomi quali la cefalea, l’insonnia, l’astenia, il respiro sospiroso, le laparestesie, i fenomeni allergici ecc…[8].

Le attività enucleate all’art. 27 dell’Ordinamento penitenziario non devono essere intese come un “mero svago”, bensì come un insieme di opportunità per generare cambiamenti positivi e creare una “cultura delle regole” necessaria per il reinserimento sociale.

Informazioni

Antonucci C., Studia che ti passa, XIV Rapporto sulle condizioni della detenzione, www.antigone.it.

Cicotti R., Le attività culturali, ricreative e sportive nel processo rieducativo dei detenuti, www.rassegnapenitenziaria.it.

Goffman E., Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Torino, Einaudi, ed. 2010.

Paterniti Martello C., Figli di un dio minore. La libertà di religione in carcere, XIII Rapporto sulle condizione della detenzione, www.antigone.it.

Pellico S., Le mie prigioni, Milano, Mondadori, ed. 1986.

Stinchelli E., La rieducazione del condannato, www.dirittoconsenso.it 22 ottobre 2021.

Tomba C., Il diritto allo studio in regime restrittivo delle libertà, www.dirittopenitenziarioecostituzione.it.

Fonte: La giornata di un detenuto, www.rai.it.

[1] E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Torino, Einaudi, ed. 2010.

[2] Ibidem.

[3] E. Stinchelli, La rieducazione del condannato, www.dirittoconsenso.it 22 ottobre 2021.

[4] Fonte: La giornata di un detenuto, www.rai.it.

[5] C. Antonucci, Studia che ti passa, XIV Rapporto sulle condizione della detenzione, www.antigone.it .

[6] C. Tomba, Il diritto allo studio in regime restrittivo delle libertà, www.dirittopenitenziarioecostituzione.it.

[7] C. Paterniti Martello, Figli di un dio minore. La libertà di religione in carcere, XIII Rapporto sulle condizione della detenzione, www.antigone.it

[8] R. Cicotti, Le attività culturali, ricreative e sportive nel processo rieducativo dei detenuti, www.rassegnapenitenziaria.it.


Captatore informatico

L'utilizzo del captatore informatico: il "trojan di Stato"

Analisi della normativa e della giurisprudenza sul captatore informatico e la spiegazione del Caso Exodus

 

Premessa

L’utilizzo del captatore informatico suscita molteplici e contrastanti reazioni nel dibattito politico e giuridico – oltre ad una nutrita gamma di “fake news” – soprattutto perché ritenuto lesivo delle libertà personali e del diritto alla privacy delle persone non indagate che possono essere “captate”.

La questione, in realtà, è più complessa: se da un lato occorre evitare la lesione morale dell’indagato, dall’altro lato vi sono esigenze procedurali per delitti ritenuti particolarmente gravi.

Il bilanciamento non è semplice, anche a causa di un quadro normativo complesso e, forse, non esaustivo.

L’articolo propone un’analisi sul tema, partendo dagli aspetti meramente informatici sino alla giurisprudenza recente ed al “Caso Exodus”.

 

Cosa si intende per “captatore informatico”

La denominazione tecnica del captatore informatico è “Trojan horse” ed è un malware che viene inoculato in un device (ad esempio: smartphone, computer, tablet) della persona sottoposta alle indagini.

Tale strumento permette il controllo da remoto di tutte le attività esplicate mediante il dispositivo target, violando eventuali difese ed introducendosi nello stesso. Una volta installato, il captatore informatico assumerà la gestione dell’intero sistema, superando i privilegi necessari al dialogo con l’hardware e diventando – de facto –  l’amministratore del sistema in questione.

Con l’acquisizione dei “poteri di amministrazione” il captatore accederà ad una gamma pressoché illimitata di informazioni, presenti e future, effettuando – ad esempio – screenshot dello schermo, registrando ogni attività della tastiera, copiando i dati contenuti nella memoria[1].

Il materiale intercettato è successivamente trasferito, con procedure che ne assicurano l’integrità, in un archivio digitale. Inoltre al termine delle operazioni il captatore è disattivato.

Come chiarisce un esperto di informatica forense: «I captatori non sono altro che dei software – dei programmi, in sostanza – più simili concettualmente a un malware che a normali App, benché talvolta possano usare normali App come vettori o mascherarsi dietro esse. Come qualunque programma, per PC/Mac o smartphone, i captatori assumono nell’immaginario comune spesso il ruolo di “virus” o “trojan” e per poter infettare un dispositivo e rimanere attivi devono sottostare ai vincoli imposti dal Sistema Operativo, che tende a essere sempre più restrittivo in quanto a permessi e potenzialità d’accesso delle applicazioni a tutela dell’utente»[2].

 

Brevi cenni normativi

L’art. 267 comma 2 bis del codice di rito sancisce che: «Nei casi di cui al comma 2, il pubblico ministero può disporre, con decreto motivato, l’intercettazione tra presenti mediante inserimento di captatore informatico su dispositivo elettronico portatile soltanto nei procedimenti per i delitti di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater e per i delitti dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, determinata a norma dell’articolo 4 (…)».

I casi di cui al citato comma 2 del medesimo articolo sono quelli caratterizzati da urgenza, dal fondato motivo di ritenere che il ritardo possa arrecare un grave pregiudizio alle indagini.

Con il D.lgs. n. 216/2017 il Legislatore prevede in modo inequivocabile il ricorso al captatore informatico, per le indagini condotte sui gravi reati, modificando così il comma 2 dell’art. 266 c.p.p.: «Negli stessi casi è consentita l’intercettazione di comunicazioni tra presenti che può essere eseguita anche mediante l’inserimento di un captatore informatico su un dispositivo elettronico portatile (…)».

L’intercettazione a mezzo del captatore è consentita, per le comunicazioni tra presenti in un domicilio privato, solo se sussiste il fondato motivo di ritenere che sia in corso lo svolgimento di un’attività criminosa. A tale principio fanno eccezione le indagini per i reati “di grave allarme sociale” (art. 51 commi ter e quater c.p.p.), per i quali è possibile “captare” – nel privato domicilio –  anche se non si ravvisano indizi di suddette attività criminose[3].

La legge c.d. “Spazza corrotti” integra l’elenco dei reati per i quali si consente l’uso del “Trojan horse” con i delitti dei pubblici ufficiali contro la P.A., se puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni.

A completezza di questa previsione normativa il decreto legge n. 161/2019 (convertito con modifiche con la L. n. 7/2020) aggiunge, coi i medesimi requisiti di pena edittale, i delitti degli incaricati di pubblico servizio[4].

 

La giurisprudenza recente sul captatore informatico

A partire dal 2016 la Corte di Cassazione si è pronunciata sul captatore informatico per delineare i confini del suo impiego, sia in termini di fattispecie di reato cui è applicabile sia in rapporto alle libertà personali.

Il rischio di abusi, infatti, è concreto in quanto: «È noto che i Trojan sono software “malevoli” perché, all’insaputa del target, sono “iniettati” su pc o dispositivi mobili per captare conversazioni, immagini, messaggi, e anche spostamenti e incontri potendo registrare con videocamera»[5].

In merito all’impiego del “Trojan di Stato” si enucleano, ex multis, le seguenti pronunce giurisprudenziali della Corte di Cassazione.

Sentenza Cassazione SS.UU. n. 26889 del 28/04/2016

La sentenza n. 26889 del 28/04/2016 (la c.s. “Sentenza Scurato”) con la quale le Sezioni Unite penali stabiliscono che l’uso del captatore informatico, al fine di intercettare le conversazioni tra presenti, è consentito esclusivamente per i reati di criminalità organizzata. È così chiarita la spinosa questione delle intercettazioni telematiche, mediante il “Trojan horse”, limitata ai procedimenti citati.

L’installazione in dispositivi portatili, come smartphone o tablet, suscitava dubbi di legittimità per le intercettazioni che venivano “captate”. Si presentava, infatti, il problema della mobilità di tali device, che potevano trovarsi anche fuori dai luoghi di privata dimora mentre il captatore era in funzione. Ne derivava l’ovvia probabilità di coinvolgimento di soggetti terzi nell’intercettazione. I profili da tutelare erano molteplici: da un lato l’integrità delle indagini e dall’altro i diritti – come la privacy –  delle persone coinvolte.

Le Sezioni Unite precisano che tale utilizzo del captatore informatico è possibile per i reati di criminalità organizzata, intesi come: «Non solo quelli elencati nell’art. 51, commi 3 bis e 3 quater, c.p.p., ma anche quelli comunque facenti capo a un’associazione per delinquere ex art. 416 c.p., correlata alle attività più diverse, con esclusione del mero concorso di persone»[6].

 

Sentenza Cassazione V sezione n. 31064 del 23/09/2020

La sentenza n. 31064 del 30 settembre 2020 della Quinta Sezione, che ribadisce quanto già espresso nelle sopracitate Sezioni Unite, legittimando le intercettazioni tra presenti condotte a mezzo del trojan installato in un dispositivo portatile. Le situazioni ove il captatore informatico intercetti conversazioni di cui è vietata la captazione (ad esempio quelle con il difensore), oppure origini atti lesivi della dignità umana, non incideranno sul decreto bensì sulle risultanze delle specifiche intercettazioni lesive di tali principi.

Il trojan è un mero strumento moderno, impiegato per la realizzazione delle intercettazioni, pertanto: «va escluso che il captatore informatico possa inquadrarsi tra “i metodi o le tecniche” idonei ad influire sulla libertà di determinazione del soggetto, come tali vietati dall’art. 188 cod. proc. pen.”dal momento che lo stesso «non esercita alcuna pressione sulla libertà fisica e morale della persona, non mira a manipolare o forzare un apporto dichiarativo, ma, nei rigorosi limiti in cui sono consentite le intercettazioni, capta le comunicazioni tra terze persone, nella loro genuinità e spontaneità»[7].

Si tratta di una sentenza importante anche perché classifica il captatore come una modalità tecnica con cui effettuare le intercettazioni e non un autonomo mezzo di ricerca della prova, pertanto non rileva la disciplina delle “prove atipiche”[8]. Nel decisum il Supremo consesso precisa inoltre che l’intercettazione con il trojan si fonda su due criteri: le indagini devono riguardare il crimine organizzato e l’impossibilità di rivolgersi ad altri strumenti.

 

Sentenza Cassazione V sezione n. 10981 del 30/09/2020

La sentenza n. 10981 emessa sempre il 30 settembre 2020 dalla Quinta Sezione Penale legittima l’intercettazione tra presenti, tramite il captatore informatico, installato in un dispositivo portatile, nell’ambito di indagini per delitti di criminalità organizzata, senza che vi sia stata la necessaria preventiva individuazione dei luoghi in cui la captazione deve essere espletata.

 

Sentenza Cassazione IV sezione n. 10080 del 01/01/2020

La sentenza n. 10080 del 1 gennaio 2020 con la quale la Quarta Sezione conferma l’ampliamento dell’utilizzo del captatore – deciso con la c.d. legge “Spazza corrotti” – anche nel caso in cui si debba procedere contro il privato corruttore nei delitto dei pubblici ufficiali contro la P.A[9].

 

Il “Caso Exodus” e l’intervento del Garante della Privacy

L’utilizzo del captatore informatico può sconfinare in una vera e propria “cattiva gestione”, capace di arrecare danni e pregiudizi ai soggetti coinvolti. Un esempio lampante è il c.d. “Cado Exodus” del 2019, che ha leso la privacy di numerosi cittadini a causa di un malfunzionamento del captatore.

Exodus è un malware utilizzato come captatore dal Ministero degli Interni e dai servizi segreti, noto alla cronaca a seguito di un’inchiesta del programma televisivo Report del 18 novembre 2019.

I giornalisti hanno scoperto che: «Tale software non solo era in grado di controllare moltissime funzionalità del device infettato, ma, una volta installata l’applicazione contenente il malware, il sistema non verificava se il dispositivo potesse essere legittimamente intercettato o no (…). Si ipotizza che quasi quattrocento utenti siano stati intercettati illegalmente»[10].

Come ha specificato il Garante della Privacy, si tratta di un caso grave che evidenzia la pericolosità di questi strumenti informatici – che nonostante la loro indiscussa utilità ai fini delle indagini per gravi reati – rischiano di avere una contropartita elevata in termini di diritti e libertà personali.

Nel commentare la vicenda in esame lo stesso Garante ha ribadito la necessità di introdurre adeguate garanzie nella scelta dei software, al fine di evitare nuove violazioni[11].

Informazioni

Giorli R., Le intercettazioni: il loro impiego quale mezzo di ricerca della prova, www.dirittoconsenso.it , 2001.

Marchi A., Paolo Dal Checco: come funziona il captatore, www.forensicnews.it , 2021.

Morelli C., Trojan di stato, le novità della legge di conversione sul DL intercettazioni, www.altalex.it , 2020.

Palmiotto F., Captatori informatici e diritto alla difesa. Il caso Exodus, www.lalegilazionepenale.eu , 2020.

Redazione L’Eurispes, Trojan e Spyware: ecco come funzionano e quali sono i rischi, www.leurispes.it , 2019.

Stampanoni Bassi G., Il captatore informatico (cd. trojan horse) non rientra tra i metodi o le tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione del soggetto, www.giurisprudenzapenale.com , 2020.

www.brocardi.it

Fonte: “Caso Exodus” – Software spia: Soro, fatto gravissimo, www.garanteprivacy.it , 2019.

www.dejure.it

[1] Redazione L’Eurispes, Trojan e Spyware: ecco come funzionano e quali sono i rischi, www.leurispes.it, 18/11/2019.

[2] A. Marchi, Paolo Dal Checco: come funziona il captatore, www.forensicnews.it, 27/04/2021.

[3] R. Giorli, Le intercettazioni: il loro impiego quale mezzo di ricerca della prova, www.dirittoconsenso.it, 15/09/2021; C. Morelli, Trojan di stato, le novità della legge di conversione sul DL intercettazioni, www.altalex.it, 28/02/2020.

[4] C. Morelli, cit.

[5] Ibidem.

[6] Fonte: www.dejure.it.

[7] G. Stampanoni Bassi, Il captatore informatico (cd. trojan horse) non rientra tra i metodi o le tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione del soggetto, www.giurisprudenzapenale.com, 15/11/2020.

[8] Si tratta delle prove previste all’art. 189 c.p.p., rubricato “Prove non disciplinate dalla legge”, assunte dal giudice – e sentite le parti – se risultano idonee ad assicurare l’accertamento dei fatti e non pregiudicano la libertà morale della persona.

[9] Fonte: www.dejure.it.

[10] F. Palmiotto, Captatori informatici e diritto alla difesa. Il caso Exodus, www.lalegilazionepenale.eu, 16/10/2020.

[11] Fonte: “Caso Exodus” – Software spia: Soro, fatto gravissimo, www.garanteprivacy.it, 30/03/2019.


Giusto processo

Il giusto processo in Italia

Analisi delle garanzie del “giusto processo” sancite dall’articolo 111 della Costituzione italiana

 

Premessa

Il tema del “giusto processo” è sovente posto al centro del dibattito politico, soprattutto per le implicazioni derivate da fatti di cronaca che l’opinione pubblica considera particolarmente esecrabili e meritevoli di una giustizia immediata e certa. Ne consegue una tendenza a demandare punizioni, anche immediate e prima dell’accertamento dei fatti, che si discostano sempre più dai principi della pena sanciti all’art. 27 della nostra Costituzione. Se poi si considera l’influenza della “spettacolarizzazione del crimine”[1] – e, quindi, del diritto penale – sulla percezione dell’amministrazione della giustizia, si ottiene una miscela esplosiva.

Il nostro ordinamento, però, prevede il rispetto di alcune garanzie fondamentali, il cui insieme è definito come “giusto processo”.

L’articolo propone un’analisi dei principi contenuto nei commi dell’art. 111 della Carta Costituzionale.

 

Il giusto processo penale: brevi cenni introduttivi

Dal punto di vista processuale la svolta decisiva per la tutela dei diritti dell’accusato/imputato è il passaggio dal modello inquisitorio a quello accusatorio, estrinsecato nel nostro ordinamento attraverso il “giusto processo”.

In breve: il processo accusatorio si basa su alcuni elementi fondamentali, diametralmente opposti alla gestione penal-processuale inquisitoria di origine medievale. Tali elementi possono essere così sintetizzati:

  • la separazione delle funzioni processuali tra diversi soggetti portatori di interessi contrapposti;
  • il contraddittorio tra le parti, importante ed irrinunciabile per la formazione e l’esame delle prove.

 

Tutto ciò premesso, il processo accusatorio è volto alla ricerca della verità (processuale) grazie alla separazione delle funzioni attribuite alle parti: il pubblico ministero a cui spetta l’azione penale; l’imputato che deve essere posto nella condizione di esercitare a pieno il suo diritto di difesa; la persona offesa, che ricopre un ruolo sempre più importante in ambito processuale. Al giudice, organo super partes e distinto dall’accusatore, è affidato il controllo del rispetto delle regole relative alla contesa tra le parti[2].

La nostra Carta Fondamentale ha recepito e consacrato il modello accusatorio – e il “giusto processo” – all’art. 111. Il primo comma infatti chiarisce che: «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge»[3].

Oltre all’articolo sopracitato, il “giusto processo” è disciplinato anche fonti sovranazionali, ormai inglobate nella gerarchia delle fonti italiane, quali: dall’art. 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e dall’art. 46 comma 2 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (che ha portato all’emanazione della “Legge Pinto”, in tema di riparazione per il pregiudizio derivato dagli eccessivi tempi processuali)[4].

 

L’articolo 111: dal principio del contraddittorio al diritto alla prova

Il cuore del “giusto processo” è contenuto come già detto nell’articolo 111 come modificato dalla Legge Costituzionale n. 2 del 23 novembre 1999. Abbiamo già analizzato il primo comma. Ora dobbiamo passare all’argomentazione dei commi successivi.

 

Il comma 2

Il comma 2 prevede che: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata».

La prima parte del dettato normativo non è altro che l’estrinsecazione del brocardo “Audiatur et altera pars”, con il quale è indicato il diritto all’ascolto della controparte nel processo. Si tratta di un principio cardine del modello accusatorio, grazie al quale è riconosciuta a tutti i contendenti coinvolti nel processo la possibilità di esporre le proprie tesi e ragioni. Il giudice, collocato in una posizione equidistante dalle parti, avrà così l’opportunità di esercitare il suo libero convincimento.

In merito, invece, alla “ragionevole durata” processuale: «L’impegno alla ragionevole durata non rappresenta soltanto un diritto della persona coinvolta nel processo, ma anche una garanzia oggettiva di buon funzionamento della giustizia»[5].

 

Il comma 3

Il comma 3 descrive come: «Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo».

La predetta disposizione è il riconoscimento di una serie di garanzie a lungo negate nella storia processuale penale: la rapida conoscenza degli addebiti ed il diritto di difesa. È proprio su quest’ultimo che il “giusto processo” vede la sua massima realizzazione, dato che consente l’esercizio del diritto più agognato, appunto quello di potersi difendere con tutti i mezzi necessari.

Ci sono voluti secoli per ottenere il riconoscimento del diritto di difesa, pietra miliare del “giusto processo”, nel nostro ordinamento confermato anche all’articolo 24 della Costituzione. Ciò nonostante, attualmente occorre riflettere sulla sua attuazione nei recenti tempi di pandemia causata dalla diffusione del Covid-19. Le maggiori ripercussioni negative hanno interessato il processo penale, a cui è risultato complesso (e sovente ostativo) attuare le disposizioni emergenziali per la gestione delle udienze[6].

 

Il comma 4

Il comma 4 ribadisce che: «Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore».

La formazione della prova così descritta è la regola regina del contraddittorio nel “giusto processo”: le prove si formano nel contraddittorio tra le parti e non più celate alla cognizione dell’imputato, come avveniva nel processo di medievale memoria ove il giudice era un mero inquisitore dedito alla ricerca della verità senza contraddittorio con le parti ed in totale segretezza[7].

Il superamento della “zona buia” processuale inquisitoria, in cui si formavano (sarebbe più appropriato affermare “si fabbricavano”) le prove, ha portato anche ad un’attribuzione della colpevolezza priva di oscuri artifici.

Il “giusto processo”, infatti, prevede che l’imputato non possa essere condannato sulla base di dichiarazioni poste volontariamente al di fuori del perimetro dell’interrogatorio.

 

Il comma 5

In un’ottica garantista la Costituzione specifica – al comma 5 – che è la Legge a regolare le eccezioni alla formazione della prova in contraddittorio, ossia se vi è il consenso dell’imputato o un’accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita.

Le altre garanzie dell’articolo 111: la motivazione dei provvedimenti e il ricorso in Cassazione.

Il raggio di azione del “giusto processo” non si esaurisce con il diritto di difesa e il contraddittorio, ma si estende anche alla fase conclusiva del processo: l’emanazione della sentenza.

 

Il comma 6

L’articolo 111 al comma 6 enuncia un assioma caratterizzante del modello accusatorio: «Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati».

La motivazione della sentenza è dunque un obbligo costituzionale, una condizione di validità dell’atto stesso, che consente un controllo da parte dei cittadini sull’esercizio del potere giurisdizionale. È mediante la motivazione obbligatoria che si assicura il rispetto dei principi costituzionali, quali il più volte citato diritto di difesa e la legalità.

 

Il comma 7

Al comma 7 si comprende come: «Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge (…)».

Questo comma afferma la possibilità di adire l’ultimo grado di giudizio contro gli atti elencati, purché viziati da violazione di legge. Ad una prima lettura sembrerebbe che il legislatore costituzionale intendesse solamente l’ambito del diritto penale, a causa dell’inciso “sulla libertà personale”, ma il consolidato orientamento della Suprema Corte di Cassazione ha chiarito che l’istituto trova applicazione anche nel campo civile[8].

 

Il comma 8

Il comma 8 inserisce una tutela specifica nei confronti delle decisioni assunte dai Giudici speciali: «Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione».

Il concetto di “inerenza alla giurisdizione” non è di facile ed univoca interpretazione, poiché si sono contrapposti due orientamenti contrastanti: «Il primo considera questioni di giurisdizione solo quelle concernenti il riparto di attribuzioni tra i diversi ordini di giurisdizione; il secondo, invece, estende la nozione di giurisdizione comprendendovi ogni manifestazione del potere tipico spettante al giudice»[9].

 

Conclusioni sul giusto processo

Alla luce delle tutele costituzionali, è possibile definire come “giusto” un processo caratterizzato da una ragionevole durata e celebrato nel rispetto del contraddittorio tra le parti, ove si formano le prove e l’imputato è posto in condizione di difendersi dalle accuse mosse a suo carico. Il tutto dinanzi ad un il giudice equidistante, terzo ed imparziale.

È pur vero che si tratta di principi sacri per il nostro ordinamento, ma bisogna garantirne sempre il rispetto nella quotidianità delle aule giudiziarie. La recente emergenza sanitaria ha dimostrato, per la gestione del processo penale, come non sia impossibile limitare o addirittura sacrificare – seppur per proteggere un altro bene costituzionalmente garantito come la salute – le garanzie del “giusto processo”.

Non si teme, ovviamente, il ritorno a metodi in stile “malleus maleficafum”, ma occorre prudenza e non perdere di vista i cardini del modello accusatorio.

Informazioni

Citraro V., Il processo inquisitorio o accusatorio: nozione e differenze, www.deiurecriminalibus.it, 30/08/2018.

Cracolici C. e Curletti A., Ricorso straordinario per cassazione ex art. 111, comma 7 della Costituzione. Ammissibile nelle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento?, www.diritto.it, 26/02/2019.

Ferrua P., La ragionevole durata del processo tra Costituzione e Convenzione europea, www.questionegiustizia.it.

Fiore D., Il diritto di difesa ai tempi del Covid-19, www.dirittoconsenso.it, 04/05/2021.

Giallombardo M., Legge Pinto: il diritto al risarcimento per irragionevole durata del processo, www.studioscicchitano.it, 22/02/2021.

Mazzone G., I motivi inerenti alla giurisdizione nel ricorso per Cassazione ex art. 111 comma 8 della Costituzione, www.diritto.it, 15/05/2019.

SITO INTERNET www.brocardi.it.

Orlandini M.E., I mass media e il processo di spettacolarizzazione del crimine, www.iusinitinere.it, 10/05/2018.

[1] M. E. Orlandini, I mass media e il processo di spettacolarizzazione del crimine, www.iusinitinere.it, 10/05/2018.

[2] V. Citraro, Il processo inquisitorio o accusatorio: nozione e differenze, www.deiurecriminalibus.it, 30/08/2018.

[3] Il primo comma è stato inserito dalla Legge.Costituzionale 23 novembre 1999, n. 2. Per ulteriori approfondimenti: il D.L. 7 gennaio 2000, n. 2 convertito nella l. 25 febbraio 2000 n. 35 (sul giusto processo) e gli artt. 2 ss. l. 24 marzo 2001, n. 89 (la c.d. “Legge Pinto” sulla riparazione per violazione del principio di ragionevole durata del processo) (Fonte: www.brocardi.it).

[4] M. Giallombardo, Legge Pinto: il diritto al risarcimento per irragionevole durata del processo, www.studioscicchitano.it, 22/02/2021

[5] P. Ferrua, La ragionevole durata del processo tra Costituzione e Convenzione europea, www.questionegiustizia.it.

[6] D. Fiore, Il diritto di difesa ai tempi del Covid-19, www.dirittoconsenso.it, 04/05/2021.

[7] V. Citraro, cit.

[8] C. Cracolici e A. Curletti, Ricorso straordinario per cassazione ex art. 111, comma 7 della Costituzione. Ammissibile nelle procedure di composizione della crisi da sovraindebitamento?, www.diritto.it, 26/02/2019.

[9] G. Mazzone, I motivi inerenti alla giurisdizione nel ricorso per Cassazione ex art. 111 comma 8 della Costituzione, www.diritto.it, 15/05/2019.


Funzioni della polizia penitenziaria

Le funzioni della polizia penitenziaria

L’evoluzione delle funzioni della polizia penitenziaria oltre la concezione meramente custodiale

 

Premessa

Le principali funzioni della Polizia Penitenziaria sono efficacemente sintetizzate nel motto “Despondere spem munus nostrum” (garantire la speranza è il nostro compito), trascritto sullo stemma araldico del Corpo.

Il percorso che ha condotto all’attribuzione di tali funzioni è lungo e si intreccia con i mutamenti giuridici e sociali del carcere e della funzione della pena: dall’ottica meramente retributiva ed afflittiva, alla rieducazione e al reinserimento in società dei detenuti.

Oggi la polizia penitenziaria è un Corpo che fa capo al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP), espleta mansioni specialistiche sia all’interno che all’esterno degli istituti penitenziari.

 

Brevi cenni storici sull’evoluzione della polizia penitenziaria

Il 15 dicembre 1990 è stata emanata la legge numero 395 con la quale si prevedeva la smilitarizzazione e l’istituzione del Corpo così come lo conosciamo oggi, comprensivo anche di nuove funzioni della polizia penitenziaria. Nell’arco di cento anni le funzioni della polizia penitenziaria sono passate dalla mera – seppur importante – custodia dei carcerati, alla partecipazione al trattamento.

I passaggi salienti dell’iter di evoluzione e trasformazione, che ha indotto questo epocale mutamento, possono essere così sintetizzati:

  • le Regie Patenti “Regolamento della famiglia di giustizia modificato” del 18 marzo 1817 statuiscono la nascita ufficiale del Corpo. La volontà del sovrano Vittorio Emanuele I era il radicale smantellamento del sistema giuridico francese – soprattutto penale – allora vigente, comprensivo anche della nascita di un sistema carcerario statale[1]. Le “famiglie di giustizia”, cui era affidata la gestione dei detenuti, erano organizzate gerarchicamente: brigadieri (per la città di Torino erano previsti anche un Primo Brigadiere ed un Vice Questore), sotto-brigadieri e soldati semplici. Il testo normativo prevedeva che: «Le funzioni di custode saranno esercitate da brigadieri e sotto-brigadieri di custodia». In base all’organizzazione gerarchica sopracitata, al vertice di ogni Famiglia era collocato un ispettore che vigilava sull’operato dei sottoposti e procedeva a controlli nelle carceri, oltre a svolgere una funzione assistenziale nei confronti dei detenuti. Gli ispettori, infatti, dovevano occuparsi delle esigenze delle persone inferme o malate private delle libertà personali[2];
  • tra il 1860 ed il 1862, in corrispondenza all’unità nazionale, è realizzata una suddivisione più organica degli stabilimenti carcerari e del personale in essi operante: bagni penali, carceri giudiziarie, case di custodia, case penali. Di grande rilievo è stata l’istituzione nel 1861 (R.D. n. 255) della Direzione Generale delle carceri, direttamente alle dipendenze del Ministero dell’Interno;
  • nel 1922 l’amministrazione della polizia penitenziaria è assegnata al Ministero di Grazia e Giustizia, ora nominato solo Ministero della Giustizia, ove rimarrà;
  • la smilitarizzazione del 1990 “cambia volto” alla polizia penitenziaria, tramutandola in una forza di polizia con regolamento civile. Si tratta nello specifico di un “corpo militarmente organizzato”, ossia ispirato ad una struttura organizzativa militare ma privo di militarità[3];
  • la nascita nel 1997 del Gruppo Operativo Mobile (G.O.M.), composto da personale scelto tra i ranghi della Polizia Penitenziaria, ed adibito al mantenimento dell’ordine negli istituti in situazioni critiche.

 

Le funzioni della polizia penitenziaria per le persone private della libertà personale

Quando si pensa alle funzioni della polizia penitenziaria, tendenzialmente, affiora alla mente il compito storico ed universalmente riconosciuto ai “custodi del carcere”: la gestione delle persone sottoposte a provvedimenti di restrizione o di limitazione delle libertà personali.

Tale affermazione, seppur corretta, può risultare tuttavia incompleta ed imprecisa.

L’art. 5 della legge n. 395/1990, infatti, enuclea in modo più dettagliato le mansioni che gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria devono espletare:

  • assicurare l’esecuzione delle misure privative della libertà personale;
  • garantire l’ordine interno e la sicurezza degli istituti di prevenzione e di pena;
  • tradurre i detenuti e gli internati e svolgere il servizio di piantonamento per gli stessi soggetti nei luoghi esterni di cura (ad esempio negli ospedali);
  • partecipare ai servizi di ordine e di pubblica sicurezza o pubblico soccorso;
  • prendere parte alle attività di osservazione e di trattamento rieducativo per i detenuti e gli internati, nei limiti dei compiti di polizia.

 

Quest’ultimo punto assume una rilevanza fondamentale tra le funzioni della Polizia Penitenziaria: non si occupa direttamente del trattamento, ma vi contribuisce fornendo osservazioni che possono rivelarsi utili ai fini della programmazione delle attività. Il regolamento del Corpo, all’art. 34, è chiaro: il personale della penitenziaria vigila ed osserva. È un corpo di polizia, non può avere funzioni trattamentali, ma può dare in tale senso – e nei limiti imposti –  il proprio apporto[4].

Il superamento della concezione tipicamente custodiale delle funzioni della Polizia Penitenziaria è, però, particolarmente evidente nel penitenziario minorile. Il nostro legislatore ha inteso la pena detentiva per i minori come l’extrema ratio, solamente per coloro che hanno già usufruito di misure alternative[5].

Il “poliziotto penitenziario minorile” deve essere in possesso di alcuni requisiti attitudinali, perché in questo caso partecipa attivamente all’équipe psico-sociale tramite un proprio rappresentante (circolare dell’Ufficio Centrale per la Giustizia Minorile del 17 febbraio 2006)[6].

 

Le funzioni della Polizia Penitenziaria fuori dal carcere

In conformità al processo di smilitarizzazione e di riconoscimento dello status di forza di polizia, il nostro ordinamento ha riservato altre funzioni alla polizia penitenziaria.

Un interesse particolare è dato dai nuovi ruoli considerati “maggiormente investigativi”:

  • la presenza negli organi della Direzione Investigativa Antimafia (D.I.A.) e dell’Interpol, sanciti nel D.lgs. n. 218/2012 (il c.d. “codice antimafia”);
  • la gestione della Banca Dati Nazionale del D.N.A. e del Laboratorio Centrale presso il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (L. n. 85/2009), volto a contrastare la criminalità. A tale fine, il regolamento attuativo (D.P.R. 7 aprile 2016, n. 87) ha autorizzato i tecnici della Polizia Penitenziaria al prelievo di campioni biologici utilizzabili a scopo di indagine.

 

Inoltre, i ruoli direttivi del Corpo sono “sostituti ufficiali di pubblica sicurezza”; mentre sono “agenti di pubblica sicurezza” i ruoli subordinati; nonché “ufficiali e agenti di polizia giudiziaria” a seconda delle qualifiche. In riferimento a quest’ultimo punto, è bene sottolineare come i commissari, gli ispettori ed i sovrintendenti siano ufficiali di polizia giudiziaria in tutto il territorio nazionale e, come per le altre forze di polizia, anche fuori servizio.

Infine, ma non di secondaria importanza, le funzioni della Polizia Penitenziaria comprendono anche:

  • servizi di ordine pubblico richiesti dal Prefetto;
  • controllo dei soggetti agli arresti domiciliari;
  • scorta per obiettivi potenzialmente sensibili o personalità sottoposte a misure di protezione (ad esempio i collaboratori di giustizia, oppure i magistrati);
  • controllo durante lo svolgimento delle procedure concorsuali per l’assunzione del personale dipendente del Ministero della Giustizia, ovvero all’esame di abilitazione per la professione forense o al concorso per il notariato. In alcuni tipi di concorso, principalmente destinati al reclutamento di commissari o dirigenti del Corpo, possono essere membri delle commissioni esaminatrici;
  • espletamento dei servizi di polizia stradale, ex 12 lettera f-bis del Codice della strada.

 

 

Il ruolo delle donne nella Polizia Penitenziaria

Con l’entrata in vigore della L. n. 395/1990 è stato definitivamente sancito l’ingresso delle donne nella Polizia Penitenziaria, prima impiegate come vigilatrici o operaie.

Le donne potevano così essere assunte con pari dignità rispetto ai colleghi uomini, per essere assegnate alle sezioni femminili. L’art. 6 comma 2 della medesima legge, infatti, prevedeva che il personale adibito alle diverse sezioni degli istituti penitenziari sia lo stesso dei detenuti o internati.

Alla base di questa suddivisione vi erano esigenze che, al momento dell’emanazione della L. m. 395/1990, apparivano come prioritarie: adibire le donne a ruoli di ascolto e di comunicazione, aiutare le detenute e le internate nella gestione quotidiana della reclusione.

In sintesi, è possibile affermare che – almeno inizialmente – la presenza delle donne era percepita ancora come una “professione di aiuto e cura”.

La concezione di un carcere moderno, attento al trattamento ed alla non completa separazione con la società, poco si coniuga ancora con tale considerazione del ruolo femminile; nonché con una considerazione di cura nettamente arcaica.

La divisione di sesso all’interno delle sezioni rappresenta, inoltre, un’anomalia nell’organizzazione della Polizia Penitenziaria e del carcere stesso. Basti pensare al fatto che ai vertici essa non sussiste, così come non vi è alcuna differenziazione tra uomini e donne per tutti gli altri operatori: educatori, psicologi…[7].

 

La missione all’estero al servizio delle Nazioni Unite

Nelle società occidentali contemporanee, caratterizzate da una stabilità interna, i corpi di polizia sono stati progressivamente impiegati in operazioni all’estero sotto la guida delle Nazioni Unite.

Nel corso degli ultimi trent’anni si sono moltiplicati gli interventi, sia di peacekeeping che di peacebuilding in aree conflittuali del pianeta[8].

Tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila la Polizia Penitenziaria ha partecipato ad un piano di cooperazione con la missione internazionale in Kosovo, mediante l’assegnazione al Penal Management Division Kosovo Correctional – Missione ONU (UNMIK) presso il carcere di Dubrava.

I compiti assegnati prevedevano sia l’addestramento del personale locale dell’istituto di pena, sia la sorveglianza e la traduzione dei detenuti anche dalle prigioni serbe[9].

 

Conclusioni

Nell’incipit dell’articolo è riportato il motto del Corpo: Despondere spem munus nostrum“. Sono parole cariche di impegno nei confronti delle funzioni assegnate, specie alla luce dei cambiamenti sino a questo punto illustrati.

Le funzioni della Polizia Penitenziaria di osservazione e vigilanza ai fini dell’opera rieducativa – consacrata all’art. 27 della Costituzione – così come il coinvolgimento in delicate operazioni all’estero a sostegno di popolazioni afflitte dalla guerra o da persecuzioni, implicano una sentita consapevolezza della locuzione “garantire la speranza”.

Al dì là di ogni retorica, non si tratta di un compito irrealizzabile e lo dimostra la progressiva attribuzione di nuove mansioni, che vanno oltre la tradizionale “custodia dei detenuti”.

Coinvolgimento nel trattamento, ricerca di personale tecnico per i contributi alle indagini, protezione di soggetti rischio… è stata percorsa molta strada dalle prime funzioni prettamente custodiali, altra se ne dovrà ancora percorrere specie per il ruolo delle donne.

Informazioni

Cannizzazo E., Diritto internazionale, Torino, Giappichelli Editore, ed. 2019.

Concas A., La polizia penitenziaria, compiti, funzioni, disciplina giuridica, www.diritto.it , 2017.

Durante G.B., Perché la Polizia Penitenziaria non fa (e non può fare) il trattamento rieducativo dei detenuti, www.poliziapenitenziaria.it .

Pasquali S., Le donne della Polizia Penitenziaria, 2009, www.leduecitta.it , Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Speciale M.C., L’ordinamento penitenziario minorile, 2021, www.dirittoconsenso.it .

Thomas R., Il ruolo della Polizia Penitenziaria minorile per il recupero del minore detenuto, 2020, www.poliziapenitenziaria.it .

Fonte: Le due città. Raccontare il carcere, 2004, www.leduecitta.it , Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

Fonte: Notiziario 2017/2, www.carabinieri.it .

[1] Fonte: sito internet della polizia penitenziaria, www.poliziapenitenziaria.gov.it .

[2] Fonte: Notiziario 2017/2, www.carabinieri.it .

[3] A. Concas, La polizia penitenziaria, compiti, funzioni, disciplina giuridica, www.diritto.it , 2017.

[4] G.B. Durante, Perché la Polizia Penitenziaria non fa (e non può fare) il trattamento rieducativo dei detenuti, www.poliziapenitenziaria.it .

[5] M.C. Speciale, L’ordinamento penitenziario minorile, 2021, www.dirittoconsenso.it .

[6] R. Thomas, Il ruolo della Polizia Penitenziaria minorile per il recupero del minore detenuto, 2020, www.poliziapenitenziaria.it .

[7] S. Pasquali, Le donne della Polizia Penitenziaria, 2009, www.leduecitta.it, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.

[8] Con il termine peacekeeping, tradotto come “mantenimento della pace”, si intendono le attività militari e politiche dei “caschi blu” ONU finalizzate a garantire la pace internazionale. Le operazioni di peacebuilding (costruzione della pace), invece, sono volte alla risoluzione dei conflitti bellici. (E. Cannizzazo, Diritto internazionale, Torino, Giappichelli Editore, ed. 2019)

[9] Fonte: Le due città. Raccontare il carcere, 2004, www.leduecitta.it, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.


Morti bianche

Le morti bianche e la responsabilità penale dei datori di lavoro

Il quadro statistico e giuridico delle “morti bianche” durante l’emergenza sanitaria del 2020-21

 

Premessa sulle morti bianche

Nel linguaggio giornalistico esistono diversi modi per definire gli incidenti mortali sul lavoro, il più noto è sicuramente quello delle “morti bianche”, dove l’aggettivo “bianco” indica l’assenza di una “mano responsabile” in modo diretto.

Anche la locuzione “omicidio del lavoro” è utilizzata frequentemente, così come l’impiego del termine “strage”.

Al dì là della terminologia d’effetto che si può utilizzare per descrivere il fenomeno, ciò che vi è alla base è il verificarsi di un infortunio mortale sui luoghi di lavoro.

Negli ultimi mesi le sezioni di cronaca degli organi di stampa riportano, con cadenza quasi settimanale, i decessi avvenuti durante lo svolgimento delle attività lavorative. Si tratta di casi tragicamente noti: dalla giovanissima operaia (poco più che ventenne) di Prato, morta stritolata da un macchinario, ai due lavoratori cuneesi asfissiati in una cisterna. O, ancora, all’incidente in itinere in cui sono periti cinque operai di ritorno dal ritorno dal cantiere.

 

Le morti bianche tra il 2020 e l’inizio del 2021: analisi del fenomeno nel periodo emergenziale

In base ai dati relativi al 2020, raccolti dall’INAIL, il periodo dell’emergenza sanitaria per la diffusione del Covid-19 è particolarmente gravoso per le morti bianche. Le denunce di infortuni sul lavoro pervenute all’Istituto, infatti, sono state 554.340, delle quali 1.270 con esito mortale, oltre a 13 incidenti plurimi per un totale di 27 decessi[1].

L’analisi dei dati ha rilevato un incremento dei decessi sul lavoro (+16.6%) rispetto al 2019, anno in cui in novero dei deceduti sul lavoro ammontava a 1.089. I 181 casi in più hanno risentito dell’impatto che il virus ha avuto sulla popolazione: le morti di lavoratori causate dal Covid sono state, da inizio pandemia a fine marzo, 551. Facendo un rapido calcolo si evince come esse rappresentino un terzo del totale dei decessi sul lavoro[2].

 

Area geografica, genere e cittadinanza comunitaria o extracomunitaria: le variabili

I dati possono essere aggregati in base a tre variabili significative: area geografica, genere, cittadinanza comunitaria o extracomunitaria.

A livello territoriale le denunce di infortunio con esito mortale sono così articolate:

  • meno nove casi mortali nel Nord-Est (da 251 a 242) e di due al Centro (da 217 a 215);
  • più 136 decessi (da 289 a 425) nel Nord-Ovest, sul quale ha pesantemente inciso il numero della Lombardia (+85);
  • più 50 casi (da 233 a 283) al Sud, 31 dei quali avvenuti in Campania, e le Isole di sei casi (da 99 a 105)[3].

 

Per quanto riguarda il genere, invece, si ravvisa una crescita prevalentemente della componente maschile (+137). Per le donne i casi sono saliti a 44 in più[4].

Infine, in merito alla cittadinanza dei deceduti:

  • per gli italiani si è passati da 884 a 1.080;
  • per i cittadini extracomunitari da 144 a 129;
  • per gli altri cittadini comunitari il dato è invariato (61)[5].

 

Le morti bianche in itinere: di cosa si tratta?

Un altro elemento significativo ricavabile dalle statistiche INAIL del 2020 è una ragguardevole attenuazione delle morti bianche in itinere: da 306 nel 2019 a 214 (-30,1%)[6]. Le cause alla base di questa tendenza al ribasso, probabilmente, sono riconducibili alla minore circolazione stradale durante il periodo emergenziale, oppure al blocco di attività produttive maggiormente esposte al rischio derivante dall’utilizzo di mezzi di trasporto.

Nel primo semestre del 2021 la situazione relativa agli incidenti mortali sul lavoro non è migliorata, rispetto al quadro statistico del 2020: tra gennaio e marzo, infatti, sono pervenute all’INAIL 185 denunce per incidenti mortali, ossia 19 in più delle 166 avvenute nel 2020 (+11,4%). Si parla, in termini più semplici, di oltre due decessi di lavoratori al giorno[7].

Per contrastare il trend negativo sopra descritto è stata inserita, nel c.d. “Decreto sostegni bis del 2021”, una previsione normativa per gli interventi urgenti sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. L’articolo 50 prevede il potenziamento della prevenzione e dell’erogazione dei servizi, tramite il reclutamento straordinario di dirigenti medici e personale tecnico[8].

 

La responsabilità penale dei datori di lavoro tra dolo e colpa

Nel nostro ordinamento la responsabilità del datore di lavoro per la tutela contro gli infortuni sul lavoro – quindi anche delle morti bianche – si fonda su una serie di previsioni costituzionali:

  • la tutela della salute nei luoghi di lavoro (ex 32 Costituzione),
  • la tutela del lavoro sancita all’art. 35 Cost.,
  • la tutela del lavoratore in caso di infortunio o malattia prevista dall’art. 38 Cost.;
  • infine l’iniziativa economica privata che non deve arrecare, nel corso del suo svolgimento, danni alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana (ex 41 Cost.).

 

Per attuare tali principi consacrati nella Carta Costituzionale, il Legislatore nazionale ha previsto tre tipi di responsabilità che possono essere attribuite al datore di lavoro: la responsabilità civile, penale ed amministrativa.

Ai fini della disamina delle morti bianche è considerevole la responsabilità penale, fondata su fattispecie incriminatrici volte a sanzionare sia condotte colpose che dolose.

In massima sintesi, e senza alcuna pretesa di completezza, occorre precisare che: «Il delitto doloso costituisce il modello fondamentale di illecito penale, dal momento che il dolo rappresenta il normale criterio di imputazione soggettiva: lo so desume in via generale dalla prima parte dell’art. 42, comma 2 del codice penale, ove è stabilito che nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto se non l’ha commesso con dolo (salvo i casi di delitto preterintenzionale e colposi ndr)»[9].

Ciò che contraddistingue strutturalmente il dolo è la presenza di due componenti psicologiche: la rappresentazione o coscienza della previsione, e la volontà. Secondo Giovanni Fiandaca e Enzo Musco, infatti, si tratta di due categorie distinte concettualmente, ma poste in una condizione di rapporto reciproco. Gli Autori specificano che: «Una volontà non accompagnata dall’elemento intellettivo finirebbe con l’essere cieca (nihil volitum nisi praecognitum)»[10].

Tale concezione del dolo trova applicazione nel nostro ordinamento, con la definizione legislativa dell’elemento psicologico del reato che statuisce quanto segue: «È doloso, o secondo l’intenzione, quando l’evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell’azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l’esistenza del delitto, è dall’agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione (art. 43 c.p. c.1)».

La nozione di dolo è caratterizzata dalla presenza di: previsione o rappresentazione e volontà del soggetto agente, nei confronti dell’evento dannoso o pericoloso[11].

D’altro canto, la colpa è l’atteggiamento soggettivo di chi, invece, non ha volontà di azione, omissione  e conseguente evento, e talora nemmeno consapevolezza di essi, ma agisce (od omette) e causa l’evento in ragione di un atteggiamento – non deliberato ma – di negligenza, imprudenza o imperizia (c.d. “colpa generica”) o di violazione di leggi regolamenti ordini o discipline (c.d “colpa specifica”, configurabile quindi per la infrazione di regole giuridiche di qualsiasi rango, e, a determinate condizioni, anche di regole di natura esclusivamente tecnica).

La definizione normativa ex art. 43 c. 3 sancisce che: «È colposo, o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline».

Sempre secondo Fiandaca e Musco: «Dal punto di vista psicologico la colpa presuppone, innanzitutto, l’assenza della volontà diretta a commettere il fatto: la realizzazione della fattispecie colposa deve essere non voluta»[12].

La colpa quindi presuppone l’assenza, nell’agente, di volontarietà della condotta – commissiva o omissiva –  e della causazione dell’evento, ma è compatibile con la consapevolezza della prima e la previsione (rappresentazione) del secondo, a condizione che l’agente abbia avuto la convinzione (per un errore determinato da colpa) che l’evento non si sarebbe verificato (c.d. “colpa cosciente”); tale convinzione è il diaframma (talora oltremodo sottile e problematico, come dirò) che distingue la colpa cosciente dal c.d. “dolo eventuale”, nel quale alla volontà della condotta si accompagna la conoscenza del verificarsi dell’evento quale conseguenza di questa, e la consapevole accettazione del rischio che esso effettivamente avvenga (senza la intenzionale e diretta volizione di esso, che caratterizza il dolo, appunto, intenzionale o diretto).

In sintesi la colpa non è nulla di più di una manifestazione di negligenza nel comportamento e priva di volontà.

In base a queste considerazioni al datore di lavoro che intenzionalmente agisce violando una norma – provocando il decesso del lavoratore –  è in linea di principio addebitata una responsabilità, appunto dolosa, più grave rispetto a quella prevista per le fattispecie colpose.

In fondo, se un soggetto preposto alla protezione ed alla sicurezza dei lavoratori compie azioni antisociali, le compie come agente tenuto a conoscere la legge che infrange.

Simili considerazioni aprirebbero lo spazio per valutazioni relative all’oggetto del dolo e della colpa, specie sotto il profilo della consapevolezza, che tuttavia esulano dalla trattazione, ai fini della quale, per completare la premessa, ci si può limitare a ricordare che la consapevolezza dell’antigiuridicità dell’azione o dell’omissione (cioè dell’esistenza di una disposizione che la vieta o che commina una pena per la relativa violazione) non è generalmente ritenuta componente essenziale dell’elemento soggettivo del reato, il quale non investe elementi normativi.

 

Conclusioni

Per arginare il grave problema delle morti bianche occorre investire maggiormente su tre aspetti: la prevenzione, la valutazione dei rischi ed i controlli. In poche parole sarebbe sufficiente un’applicazione rigorosa, da parte dei datori di lavoro e degli organi preposti alla vigilanza, della normativa antinfortunistica contenuta nel D.lgs. 81/2008, oltre alle Direttive europee in materia e – non dimentichiamo – la Costituzione.

Se il primo articolo della Carta Costituzionale individua nel lavoro le fondamenta della Repubblica, non è giustificabile alcun pressapochismo sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori. In realtà non lo sarebbe nemmeno in assenza di suddetto principio, ma poiché i Costituenti hanno voluto consacrarlo – tra l’altro nei primi 12 fondamentali ed immodificabili articoli[13] – occorre garantirne una maggiore ottemperanza.

Informazioni

Inserisci qui la bibliografia

[1] Fonte INAIL, Open data mensili, infortuni sul lavoro nell’anno della pandemia, infortuni mortali sul lavoro: i dati del 2020 influenzati dal Covid-19, le malattie professionali del 2020, NR. 1 gennaio 2021, www.inail.it .

[2] C. Casadei, Nel 2021 oltre due decessi sul lavoro al giorno. Da inizio pandemia, un terzo delle morti bianche dovute al Covid, www.ilsole24ore.com , 05/05/2021.

[3] Fonte INAIL, cit.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

[6] C. Casadei, cit..

[7] Ibidem.

[8] Decreto Legge 25 maggio 2021, n 73, pubblicato in Gazzetta Ufficiale numero 123 del 25/05/2021.

[9] G. Fiandaca e E. Musco, Diritto penale. Parte generale, ed. 2010, Bologna, Zanichelli Editore.

[10] Ibidem.

[11] Nel corso del tempo si sono succedute diverse teorie sulla volontà e rappresentazione nel dolo. Tra le tante, riposto la contrapposizione tra la “teoria della rappresentazione” e la “teoria della volontà”.

Nella prima la volontà e la la rappresentazione o previsione sono fenomeni psichici distinti: la volontà può avere ad oggetto solo il movimento corporeo dell’uomo (ad esempio l’atto fisico del premere il grilletto di una pistola per uccidere), mentre l’evento che modifica il mondo esterno è originato dalla condotta e non dalla volontà (ad esempio l’evento morte).

La seconda teoria, invece, privilegia l’elemento volitivo del dolo estendendo l’oggetto della volontà anche ai risultati della condotta. La rappresentazione, invece, è ritenuta come una sorta di presupposto implicito della volontà. Come a dire che il solo presupposto della rappresentazione non è sufficiente, occorre agire e volere i risultati dell’azione. La volontà, quindi, comprende sia il movimento muscolare sia l’evento provocato.

Fiandaca e Musco propongono di superare questa contrapposizione teorica, poiché secondo la dottrina prevalente (la c.d. “teoria intermedia”) il dolo comprende: l’intenzione, la rappresentazione e la volontà. Ed è un approccio conforme all’art 43 c.1., che parla di “evento preveduto e voluto”. In conclusione, il dolo nel nostro ordinamento comprende: il momento della previsione o rappresentazione ed il momento della volizione (o volontà).

(Fonti: Ibidem; Voce: Il dolo, AltalexPedia).

[12] Ibidem.

[13] G. De Lucia, I diritti costituzionali. I diritti costituzionali sono il nucleo centrale del nostro Stato di diritto, garanti della nostra persona e libertà, www.dirittoconsenso.it, 20/07/2020.


Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro

Salute e sicurezza nei luoghi di lavoro: il caso Amazon

Le prime rivendicazioni per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro all’interno del “gigante dell’e-commerce

 

Brevi cenni sulla normativa in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro

In materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro le fonti interne al nostro ordinamento sono così articolate: in primo luogo la Costituzione, fonte primaria cui si devono conformare le leggi del nostro ordinamento, in particolare il riferimento è agli art. 32 e 38.

In secondo luogo il D.lgs 81/2008 (e successive modifiche) e le leggi in materia di infortunio sul lavoro.

In base a quanto stabilito dall’art. 32, la salute è contemporaneamente un diritto fondamentale ed inviolabile della persona ed un interesse della collettività.

Esso è inviolabile perché si estrinseca nella tutela dell’integrità psico-fisica[1], ed assume una connotazione collettiva tramite l’impegno dello Stato nel raggiungimento del benessere delle persone fisiche[2]. Si tratta di un diritto “proteiforme” e personalissimo, che si ripercuote anche sulla tutela della salute dei lavoratori.

Con l’art. 32 i Costituenti hanno espresso la volontà di attribuire allo Stato il diritto alla salute, superando così la visione “privatista” ottocentesca[3]. Il diritto alla salute ha come finalità il raggiungimento di condizioni qualitativamente migliori della vita, articolato su due livelli: il benessere fisico e l’ambito relazionale delle persone.

Il lavoro è riconducibile a quest’ultimo aspetto, poiché è parte integrante della vita sociale e come tale meritevole di tutele in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

L’art. 38 Cost. enuclea i seguenti diritti: il diritto al mantenimento ed all’assistenza sociale per i cittadini inabili al lavoro (comma 1); il diritto per i lavoratori a ricevere mezzi adeguati alle esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria (comma 2); il diritto all’avviamento professionale per gli inabili ed i minorati (comma 3).

È il dettato costituzionale che consacra lo “stato sociale”, fondato sulla sicurezza e sul rispetto della dignità per i coloro che si trovano in uno stato di bisogno.

In merito alle fonti di rango inferiore, grande rilievo è dato al D.lgs. 81/2008 “T.U. sulla sicurezza sul lavoro” (e le successive modifiche), che sostituisce e riordina la normativa precedente, contenuta principalmente nel D.lgs. 626/1994.

L’obiettivo della Legge è l’eliminazione delle potenziali fonti di pericolo e rischio nei luoghi di lavoro, realizzabile con il coinvolgimento diretto del datore.

Si tratta di un “coinvolgimento obbligatorio”, dal momento che il datore è tenuto ad effettuare una valutazione preventiva dei probabili rischi aziendali presenti ed a adottare le misure idonee per la sicurezza.

Gli aspetti salienti sono: gli adempimenti di tutela, la valutazione di rischi e la sorveglianza sanitaria.

Gli obblighi principali del datore di lavoro comprendono: la valutazione dei rischi, le modalità con cui attuarla; l’assolvimento dei compiti di prevenzione e protezione.

Il Testo Unico del 2008 attribuisce in modo esplicito la responsabilità al datore di lavoro per l’organizzazione o per l’unità produttiva, estendendola così anche ai soggetti che ricoprono incarichi di direzione e gestione.

 

Il codice penale come fonte

Il codice penale contiene disposizioni – ovviamente fattispecie incriminatrici – applicabili alla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

La prima norma utile è l’art. 437 c.p., rubricato: “Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro”. Al primo comma l’articolo prevede che: «Chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni».

 

Si tratta di una disposizione interessante per il seguente motivo:

  • un equivoco potrebbe sorgere interpretando letteralmente la parola “chiunque”; in realtà occorre precisare che il reato in questione nella sua forma omissiva può essere commesso solamente dai soggetti incaricati di realizzare e mantenere i meccanismi di protezione dei lavoratori.

 

Appare difficile ipotizzare che il legislatore, nell’indicare “chiunque” nell’incipit dell’articolo, volesse realmente attribuire la responsabilità per la rimozione o l’omissione dolosa di cautele contro gli infortuni a soggetti privi dei poteri necessari nel contesto lavorativo. A parte, ovviamente, l’omissione; la rimozione ed il danneggiamento, che possono essere commesse da chiunque.

Quello in esame è quindi un reato riconducibile al datore di lavoro, oppure di altre figure dell’organigramma aziendale incaricate di adottare le misure di sicurezza e protezione richieste dalla legge (è pertanto configurabile come reato proprio).

Il secondo comma dell’art. 437 c.p. prevede l’ipotesi di un’aggravante speciale: «Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni».

Il tipo di dolo richiesto è quello generico, che si esplica nella volontà di non adempiere all’obbligo di garantire la sicurezza nei luoghi di lavoro contro gli infortuni.

Le condotte descritte dall’art. 437 c.p. sono previste, nella forma colposa e con una significativa differenza, all’art. 451 c.p., rubricato “Omissione colposa di cautele o difese contro disastri o infortuni sul lavoro”.

È richiesta la colpa, violazione di leggi, regolamenti, ordini, discipline o derivante da imprudenza, imperizia o negligenza che devono essere rapportate alle caratteristiche del soggetto agente (ad esempio: le mansioni svolte ed il ruolo nell’organigramma aziendale).

A prescindere da quanto sopra enunciato, è doveroso ricordare l’applicabilità degli artt. 589 e 590 del codice penale, che disciplinano rispettivamente: “Omicidio colposo” e “Lesioni personali colpose”.

 

Marzo 2021: perché scioperano i lavoratori di Amazon

La salute e la sicurezza dei lavoratori, giuridicamente sintetizzate nel paragrafo precedente, sono sovente oggetto di attenzione mediatica. I casi riguardanti infortuni sul lavoro; mancanza dei sistemi di protezione o sicurezza; oppure ancora le cosiddette “morti bianche”, sono tutt’ora frequenti.

È in questo contesto che si colloca la protesta dei lavoratori italiani di Amazon, scoppiata nel marzo del 2021.

Il 22 marzo alcune sigle sindacali proclamano il primo importante sciopero delle sedi italiane di Amazon: l’obiettivo è ottenere condizioni di lavoro più sicure, capaci di garantire effettivamente la salute e la sicurezza del personale.

La società americana è chiamata ad apportare cambiamenti significativi per la gestione quotidiana del lavoro, come: riduzione dell’orario dei drivers; stabilizzazione dei tempi e rivedere la turnazione; continuità nel rapporto[4].

Lo sciopero di 24 ore, volto a sensibilizzare l’opinione pubblica (ed i consumatori, sovente ignari di “cosa vi è dietro” i comodi acquisti a distanza), ha un impatto notevole. All’improvviso emerge una realtà fino a quel momento taciuta – oppure messa a tacere – caratterizzata da infortuni sul lavoro, patologie e malesseri, turni alienanti.

Gli addetti al magazzino, alla consegna ed alla logistica, intervistati da diverse testate giornalistiche, narrano esperienze simili: dolori e lesioni a tendini o articolazioni, malesseri[5], comparsi dopo giorni intensivi a quella che – a tutti gli effetti –  può essere definita come una “catena di montaggio”.

Tutto ciò corrisponde ad una mancata tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, causa primaria di infortuni e malattie professionali. A questo punto occorre fare chiarezza su questi due termini, in modo da comprendere al meglio i rischi che interessano i lavoratori del colosso americano.

 

Le definizioni di ‘infortunio sul lavoro’ e ‘malattia professionale’

L’infortunio sul lavoro è inteso come: «Ogni lesione originata, in occasione di lavoro, da causa violenta che determini la morte della persona o ne menomi parzialmente o totalmente la capacità lavorativa. Gli elementi integranti l’infortunio sul lavoro sono: la lesione, la causa violenta, l’occasione di lavoro»[6].

La malattia professionale, invece, è definita come: «Un evento dannoso che agisce sulla capacità lavorativa della persona e trae origine da cause connesse allo svolgimento della prestazione lavorativa. La causa agisce lentamente e per gradi sull’organismo del soggetto e deve risultare in diretta relazione con l’esercizio di determinate attività nelle quali trovare la propria origine. Il vigente sistema di tutela si fonda su una presunzione legale del nesso di causalità tra la tecnopatia, elencata in un’apposita tabella, e le corrispondenti lavorazioni nocive»[7].

Queste due definizioni ben si adattano alle conseguenze sull’integrità psico-fisica di magazzinieri, trasportatori, addetti all’imballaggio, contestata dagli scioperanti. L’organizzazione quotidiana delle attività produttive deve coniugarsi con la possibilità di recuperare le energie, oltre a non esercitare pressioni che possono generare situazioni rischiose. Stanchezza, reiterazione frenetica dei compiti da svolgere, carichi sovente insostenibili, possono pregiudicare salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

È su tali premesse che i sindacati, in virtù di un interesse collettivo[8], invitano ad “incrociare le braccia”, per ottenere un ambiente lavorativo più sano.

L’avvento della pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione: da un lato incrementando i tempi necessari – già ritenuti “ossessivi” – per evadere le numerose richieste di consegna, dall’altro lato generando il timore per il contagio tra i lavoratori[9].

 

Lo sciopero italiano non è isolato: la protesta è globale

A livello internazionale si diffondono sempre più notizie riguardanti proteste e scioperi dei dipendenti di Amazon, le cui condizioni poste a garanzia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro sono venute meno.

È da alcuni anni, ad esempio, che “corrono voci” su limitazioni all’accesso al bagno durante l’orario di lavoro. Nel 2021 la società ammette la prassi di urinare in bottigliette a causa della frenesia lavorativa, attribuendola però solo agli autisti[10].

In realtà i casi di lesione alla salute e sicurezza nella filiera di Amazon sarebbero più ampi e complessi: basti pensare alle recenti rivendicazioni inglesi, volte a denunziare sfruttamento ed assenza di tutele. Anche in questo caso si parla di “cattive pratiche di lavoro” come: pressioni sulla produzione; controlli; precarietà[11]. O, ancora, è possibile fare riferimento ad alcuni dati francesi che evidenziano come buona parte dei lavoratori si rivolga ai medici per: malattie professionali, incidenti sul lavoro, stress, problematiche ai muscoli, ossa o articolazioni[12].

Italia, Inghilterra, America… Nel mondo globalizzato non sono solamente le storie a ripetersi, ma anche le forme di mobilitazione: in occasione dello sciopero italiano del 22 marzo giunge la solidarietà da oltre oceano, precisamene dall’Alabama dove si sta votando per “portare il sindacato in Amazon”[13].

 

Conclusioni

La nostra società postmoderna ha modificato ogni aspetto dell’esistenza umana, rendendola – citando le famose parole di Zygmunt Bauman – liquida. Da ciò deriva anche la possibilità di scegliere tra innumerevoli servizi a domicilio, come Amazon, spesso realizzati a discapito della sicurezza e sicurezza dei lavoratori. La società può essere anche liquida, caratterizzata da una fluidità orientata all’innovazione; ma non deve diventare gassosa ed evanescente.

A non dissolversi in nome della corsa estrema al profitto devono essere, tra le altre cose, salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. I principi costituzionali del nostro ordinamento, argomentati nella parte iniziale dell’articolo, non possono essere derogati.

Informazioni

Antolisei F., Manuale di diritto penale. Leggi complementari, I, ed. 2007, Milano, Giuffrè Editore.

Berthelot B., Amazon: un rapport alarmant sur les conditions de travail à Montélimar, www.capital.fr, 26/10/2018

Davies R., UK must compel Amazon to improve worker conditions, say unions, www.theguardian.com, 12/10/2020.

Del Corno M., Sciopero Amazon, Cgil: “Adesioni al 75%”. L’azienda: “Non oltre il 20%”. Solidarietà ai dipendenti anche dagli Usa, www.ilfattoquotidiano.it, pubblicato il 22/03/2021.

Ferraglioni G., Amazon, oggi il primo sciopero dei lavoratori: “Chiediamo più tutele e ritmi di lavoro sostenibili”, www.open.online, pubblicato il 22/3/2021

Ferro E., Oggi lo sciopero Amazon, parlano i lavoratori: “Ecco perché vi chiediamo di non comprare per 24 ore”, www.repubblica.it, pubblicato il 22/03/2021.

Mastrandrea A., Storie e denunce di chi smista i pacchi di Amazon, www.internazionale.it, pubblicato il 18/03/2019.

REDAZIONE LA REPUBBLICA, Usa, Amazon ammette: dipendenti costretti a fare pipì nelle bottiglie, www.repubblica.it, pubblicato il 03/04/2021.

Sidari G., L’infortunio sul lavoro, Università LUISS, tesi di laurea Dipartimento di Giurisprudenza, A.A. 2018-2019.

Topolska V., Il diritto di sciopero. Il diritto di sciopero rappresenta l’astensione collettiva dal lavoro da parte di dipendenti a tutela dei propri interessi, www.dirittoconsenso.it, pubblicato il 09/12/2020. Link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/12/09/il-diritto-di-sciopero/

www.brocardi.it

www.lavoro.org.it

[1] Il riferimento è alla prima parte del comma 1 dell’art. 32: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo», nonché al comma 2: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

[2] Si rimanda alla seconda parte del comma 1 dell’art. 32 in cui è sancita la tutela della salute nell’interesse della collettività e le cure agli indigenti.

[3] G. Sidari, L’infortunio sul lavoro, Università LUISS, tesi di laurea Dipartimento di Giurisprudenza, A.A. 2018-2019.

[4] E. Ferro, Oggi lo sciopero Amazon, parlano i lavoratori: “Ecco perché vi chiediamo di non comprare per 24 ore”, www.repubblica.it, pubblicato il 22/03/2021.

[5] A. Mastrandrea, Storie e denunce di chi smista i pacchi di Amazon, www.internazionale.it, pubblicato il 18/03/2019; E. Ferro, cit.

[6] Definizione ufficiale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sito internet www.lavoro.gov.it.

[7] Definizione ufficiale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, sito internet www.lavoro.gov.it.

[8] V. Topolska, Il diritto di sciopero. Il diritto di sciopero rappresenta l’astensione collettiva dal lavoro da parte di dipendenti a tutela dei propri interessi, www.dirittoconsenso.it, pubblicato il 09/12/2020.

[9] G. Ferraglioni, Amazon, oggi il primo sciopero dei lavoratori: “Chiediamo più tutele e ritmi di lavoro sostenibili”, www.open.online, pubblicato il 22/3/2021

[10] Redazione La Repubblica, Usa, Amazon ammette: dipendenti costretti a fare pipì nelle bottiglie, www.repubblica.it, pubblicato il 03/04/2021.

[11] R. Davies, UK must compel Amazon to improve worker conditions, say unions, www.theguardian.com, 12/10/2020.

[12] B. Berthelot, Amazon: un rapport alarmant sur les conditions de travail à Montélimar, www.capital.fr, 26/10/2018.

[13] M. Del Corno, Sciopero Amazon, Cgil: “Adesioni al 75%”. L’azienda: “Non oltre il 20%”. Solidarietà ai dipendenti anche dagli Usa, www.ilfattoquotidiano.it, pubblicato il 22/03/2021.