Fonti del diritto internazionale dello spazio

Le fonti del diritto internazionale dello spazio

Le fonti del diritto internazionale dello spazio includono trattati e consuetudini internazionali elaborate a partire dalle Risoluzioni dell’Assemblea Generale

 

Le Risoluzioni ONU come fonti del diritto internazionale dello spazio

In contemporanea all’inizio delle attività di esplorazione spaziale nel contesto della Guerra Fredda, le preoccupazioni di un’escalation nucleare nello spazio extra-atmosferico così come di una militarizzazione dell’area indussero la comunità internazionale ad immaginare un quadro giuridico vincolante sotto l’ombrello di una serie di principi guida fondamentali volti ad orientare la condotta delle superpotenze oltre la superficie terrestre. A tal proposito, i primi tentativi di natura non vincolante di porre un argine alle attività statali nello spazio presero il via in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite verso la fine della decade Cinquanta[1].

Nello specifico, la Risoluzione 1148 (XII) del 14 novembre 1957 ha stabilito che l’invio di oggetti nello spazio dovesse avvenire solo a scopi pacifici[2], mentre la Risoluzione 1348 (XIII) adottata l’anno successivo ha introdotto il principio della necessaria collaborazione tra gli Stati nell’ambito dell’esplorazione ed utilizzo dello spazio[3]. A svolgere un ruolo fondamentale nell’elaborazione delle fonti del diritto internazionale dello spazio fu tuttavia il COPUOS[4], che negli anni successivi divenne la sede di negoziato dei cinque trattati fondamentali che compongono il corpus iuris spatialis e dei successivi atti rilevanti in materia[5].

Di altrettanta importanza la Risoluzione 1721 E (XVI) del 20 dicembre 1961, che ha fissato il principio della libera esplorazione e uso dello spazio da parte di tutti gli Stati, così come del divieto di appropriazione nazionale.

 

Le norme consuetudinarie

Sulla scia delle risoluzioni Onu degli anni Cinquanta e Sessanta, le fonti del diritto internazionale dello spazio – fino a quel momento non vincolanti – si sono arricchite di una serie di norme consuetudinarie poi cristallizzate all’interno dei successivi cinque trattati internazionali alla base del diritto spaziale e riflesse in numerose dichiarazioni politiche che hanno contribuito a creare il quadro normativo per l’azione statale nell’atmosfera[6].

In primo luogo, la convinzione che lo spazio è soggetto alla libera esplorazione da parte di tutta la comunità internazionale corrisponde a norma consuetudinaria. Tale principio fu in seguito codificato nel Trattato sui principi che governano le attività degli Stati in materia di esplorazione ed utilizzazione dello spazio extra-atmosferico compresa la Luna e gli altri corpi celesti (Outer Space Treaty), in cui trova bilanciamento nelle disposizioni che prevedono obbligazioni positive e negative in capo agli Stati al fine di prevenire azioni dannose per l’ambiente spaziale[7]. Allo stesso modo, l’utilizzo dello spazio per meri scopi pacifici è annoverato tra consuetudini internazionali e incluso nei principali trattati che governano lo spazio extra-atmosferico. Da ultimo, risulta diritto consuetudinario anche la responsabilità internazionale degli Stati per attività compiute nello spazio dai propri organi, organizzazioni governative e non-governative aventi la nazionalità dello Stato stesso[8]. Tuttavia, la materia è regolata in maniera più dettagliata dalla Convenzione sulla Responsabilità internazionale per danni causati da oggetti spaziali del 1972[9].

 

L’Outer Space Treaty

Il Trattato sui principi che governano le attività degli Stati in materia di esplorazione ed utilizzazione dello spazio extra-atmosferico compresa la Luna e gli altri corpi celesti (meglio noto come Outer Space Treaty, OST) è il primo fondamentale testo normativo in materia spaziale che sistematizza gli elementi elaborati nelle precedenti risoluzioni dell’Assemblea Generale ONU e, al contempo, introduce nuovi ed importanti principi di diritto internazionale dello spazio.

Aperto alla firma il 27 gennaio 1967 ed entrato in vigore nel mese di ottobre dello stesso anno, l’OST figura tra le prime fonti di diritto internazionale dello spazio a definire lo status giuridico dell’area oltre la superficie terrestre. Ciononostante, l’assenza di definizioni dettagliate della terminologia impiegata nelle disposizioni ha dato luogo a diverse dispute sul valore giuridico attribuibile ad esse[10]. In merito, è necessario tenere in considerazione che lo scopo primario del Trattato era sin dall’inizio limitato all’elaborazione di una base giuridica dalla quale mettere a punto, in un secondo momento, regole più specifiche di pari passo all’evoluzione della materia.

Le norme contenute nell’OST appaiono piuttosto generiche, benché costituiscano il primo esempio di regole condivise dalla comunità internazionale in ambito spaziale. Nello specifico, nei primi due articoli sono contenute le norme fondamentali del diritto internazionale dello spazio, ovvero:

  • l’esplorazione e l’utilizzo dello spazio, della Luna e dei corpi celesti a beneficio e nell’interesse di tutti i Paesi, a prescindere dal loro grado di sviluppo economico o scientifico (art. I);
  • il diritto di libero accesso, libero uso e libera esplorazione dello spazio (art. I);
  • il divieto di appropriazione nazionale dello spazio attraverso proclamazioni di sovranità o mediante utilizzazione od occupazione o con qualsiasi altro mezzo (art. II).

 

Ai sensi dell’Outer Space Treaty, dunque, la lettura dell’art. II in combinazione con l’art. I sottolinea il carattere dello spazio come res communis omnium, a dimostrazione del fatto che gli Stati volessero garantirne la non suscettibilità di appropriazione al fine di assicurarne la pace. Tale configurazione costituisce inoltre la base del principio di libera esplorazione, poiché qualora fosse possibile esercitare diritti di sovranità esclusiva sullo spazio, il diritto in esame risulterebbe ridotto o annullato a danno di un altro Stato.

 

I trattati del corpus iuris spatialis

I successivi trattati delle Nazioni Unite annoverati tra le fonti del diritto internazionale dello spazio furono elaborati a partire dai principi codificati nell’OST e si occuparono di sviluppare un quadro giuridico vincolante relativo a specifiche problematiche. Tra questi, l’Accordo sul Salvataggio e Ritorno degli Astronauti e sulla Restituzione di Oggetti Lanciati nello Spazio del 1968 si occupa, nella prima parte, della cooperazione tra gli Stati per il recupero, l’assistenza e la restituzione dell’equipaggio, con particolare attenzione alle tematiche del luogo di recupero e della riconsegna allo Stato di lancio[11]. In secondo luogo, il Trattato regola il recupero di un oggetto spaziale e la conseguente informazione dello Stato di lancio, al fine di evitare il verificarsi, sulla Terra, di danni causati da elementi pericolosi.[12] Tuttavia, l’assenza della definizione dello status giuridico dell’astronauta è considerato il principale elemento di debolezza del Trattato.

Tra le fonti più rilevanti in materia spaziale figura inoltre la Convenzione sulla Responsabilità Internazionale per i Danni Causati da Oggetti Spaziali del 29 marzo 1972, la quale prevede un doppio regime di responsabilità oggettiva assoluta per danni sulla superficie terrestre o nell’atmosfera ad aeromobili in volo (art. II) e di responsabilità per colpa (art. III) per danni causati nello spazio extra-atmosferico su oggetti spaziali o persone, che prevede l’attribuzione della responsabilità allo Stato di lancio o di nazionalità degli individui che hanno causato l’illecito[13]. La Convenzione definisce inoltre i soggetti responsabili e passivi, così come le procedure – diplomazia o via giudiziaria – per la risoluzione di controversie connesse a danni causati da oggetti spaziali.

Infine, la Convenzione sull’Immatricolazione di oggetti spaziali del 1975 fornisce una definizione dello Stato di lancio e istituisce i registri nazionali ed internazionali a cui è necessario comunicare specifiche informazioni per l’iscrizione di oggetti spaziali. Tale Convenzione è di particolare importanza per la determinazione dello Stato che ha giurisdizione, controllo ed eventualmente responsabilità dell’oggetto spaziale in volo. Tuttavia, sono assenti obblighi di informazione sulle misure preventive e di mitigazione dell’inquinamento spaziale causato da tali oggetti, così come sulla loro successiva vita o inattività[14].

 

L’Accordo sulla Luna

Con la Risoluzione 34/68 del 1979, l’Assemblea Generale ha adottato l’Accordo relativo all’attività degli Stati sulla Luna e gli altri Corpi Celesti[15], il quale rielabora numerose disposizioni dell’Outer Space Treaty con specifica applicazione alla superficie selenica e riafferma l’uso esclusivo dei corpi celesti a scopi pacifici.

In aggiunta, l’Accordo prevede che la Luna e le risorse naturali e minerarie presenti in essa siano da considerarsi patrimonio comune dell’umanità, e auspica l’elaborazione di un regime internazionale per governare lo sfruttamento di tali risorse nel caso l’estrazione diventi fattibile negli anni a venire. Sebbene l’Accordo figuri tra le fonti del diritto internazionale dello spazio, la maggior parte della dottrina concorda con la generale convinzione della debolezza di tale quadro regolatorio: di fatto, al mese di ottobre 2022 solo 18 Stati hanno ratificato l’accordo, e tra essi non sono incluse le principali potenze spaziali di Russia, Cina e Stati Uniti.

 

Le dichiarazioni multilaterali non vincolanti

Accanto alle fonti primarie, il diritto internazionale dello spazio conta una serie di dichiarazioni bi- e multilaterali non vincolanti che contribuiscono alla definizione delle regole secondo cui gli Stati operano fuori dalla Terra. Particolarmente interessanti risultano le Linee Guida per la sostenibilità a lungo termine delle attività nello spazio extra-atmosferico, elaborate nel 2016 dal COPUOS[16].

Di carattere volontario, le linee guida postulano che lo spazio debba rimanere stabile, sicuro ed aperto alla cooperazione e all’esplorazione a soli scopi pacifici, nell’interesse delle generazioni presenti e future di tutti gli Stati. L’accordo sulle prime 12 linee guida è stato raggiunto nel 2018, a cui è seguita l’adozione formale nel 2019. Esse sono dirette tanto agli Stati, agli organi politici e agli operatori spaziali; si basano sulla condivisione di buone pratiche e sono volte alla sicurezza delle operazioni spaziali, al rafforzamento di capacità e consapevolezza (capacity-building e awareness) e allo sviluppo della ricerca tecnico-scientifica in senso sostenibile[17]. Nonostante ciò, le Linee guida incontrano il limite della volontarietà, e, di conseguenza, la loro violazione o inosservanza non determina l’insorgenza della responsabilità degli Stati, delle organizzazioni (inter)governative o degli attori privati che operano nello spazio.

 

Verso la negoziazione di un nuovo trattato sullo spazio?

Nonostante la ricchezza del corpus iuris spatialis, negli ultimi decenni sono emerse numerose problematiche nuove a cui l’attuale quadro giuridico non è in grado di fornire una risposta completamente soddisfacente. In particolare, la materia spaziale coinvolge oggi numerosi settori tra cui la comunicazione, le operazioni finanziarie, l’agricoltura e le previsioni atmosferiche, così come la sorveglianza, la navigazione e il monitoraggio ambientale. Lo spazio inoltre riveste un’importanza fondamentale per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, e sono già realtà i fenomeni del turismo spaziale e dello sfruttamento delle risorse dell’atmosfera a fini commerciali. Pertanto, sia le Nazioni Unite sia la dottrina giuridica hanno sottolineato l’esigenza di “adottare nuovi approcci regolatori per soddisfare i bisogni di nuovi attori e beneficiari tra le nazioni spaziali”[18].

La negoziazione di un nuovo trattato sullo spazio, benché necessaria, sembra tuttavia ancora lontana.

Informazioni

Inserisci qui la bibliografia

[1] V. Chabert, Il diritto internazionale dello spazio: genesi ed evoluzione. Diritto Consenso, 3 ottobre 2022. Disponibile al link: https://www.dirittoconsenso.it/2022/10/03/il-diritto-internazionale-dello-spazio-genesi-ed-evoluzione/.

[2] A/RES/1148 (XII), Regulation, limitation and balanced redution of all armed forces and all armaments; conclusion of an international convention (treaty) on the reduction of armaments and the prohibition of atomic, hydrogen and other weapons of mass destruction, 14 novembre 1957. Disponibile al link: https://www.un.org/disarmament/wp-content/uploads/2017/02/A-RES-1148.pdf.

[3] A/RES/1348 (XIII), Question of the peaceful use of Outer Space, 13 dicembre 1958. Disponibile al link: https://www.unoosa.org/pdf/gares/ARES_13_1348E.pdf.

[4] United Nations Office for Outer Space Affairs (UNOOSA), Committee on the Peaceful Uses of Outer Space. Disponibile al link: https://www.unoosa.org/oosa/en/ourwork/copuos/index.html.

[5] G. Sanna, New Space Economy, ambiente, sviluppo sostenibile. Premesse al diritto aerospaziale dell’economia. G. Giappichelli editore, 2021, p. 14.

[6] C.D. Johnson, Handbook for New Actors in Space, Secure World Foundation, 2021, p. 3.

[7] UNOOSA, Treaty on Principles Governing the Activities of States in the Exploration and Use of Outer Space, including the Moon and Other Celestial Bodies, 1967. Disponibile al link :https://www.unoosa.org/oosa/en/ourwork/spacelaw/treaties/introouterspacetreaty.html.

[8] C.D. Johnson, op.cit., pp. 9-10.

[9] Convenzione sulla responsabilità internazionale per danni cagionati da oggetti spaziali, 1972. La traduzione italiana è disponibile al link: https://fedlex.data.admin.ch/filestore/fedlex.data.admin.ch/eli/cc/1974/784_784_784/20200805/it/pdf-a/fedlex-data-admin-ch-eli-cc-1974-784_784_784-20200805-it-pdf-a.pdf.

[10] G. Sanna, op. cit., p. 28.

[11] Accordo sul Salvataggio e Ritorno degli Astronauti e sulla Restituzione di Oggetti Lanciati nello Spazio, 1968, art. I – IV.

[12] Ivi, art. 5 e ss.

[13] Convenzione sulla Responsabilità Internazionale per i Danni Causati da Oggetti Spaziali, 29 marzo 1972, art. II – III.

[14] Convenzione sull’Immatricolazione di oggetti spaziali, 1975, art. II – IV.

[15] A/RES/34/68, Agreement Governing the Activities of States on the Moon and Other Celestial Bodies, 5 dicembre 1979. Disponibile al link: https://www.unoosa.org/pdf/gares/ARES_34_68E.pdf.

[16] COPUOS, Guidelines for the Long-term Sustainability of Outer Space Activities, 27 giugno 2018.

[17] G. Sanna, op. cit., pp. 116-117.

[18] United Nations, 10th UN Workshop on Space Law, Contribution of Space Law and Policy to Space Governance and Space Security in the 21st century, Vienna International Centre, 5-8 settembre 2016. Disponibile al link: ​​https://www.unoosa.org/documents/pdf/spacelaw/workshops/2016/2016-SLW-draft-programme_29-June-2016.pdf.


Diritto internazionale dello spazio

Il diritto internazionale dello spazio: genesi ed evoluzione

Dagli anni Sessanta, il diritto internazionale dello spazio si è evoluto sulla base delle dichiarazioni non vincolanti dell’Assemblea Generale ONU

 

L’origine del diritto internazionale dello spazio

La genesi del diritto internazionale dello spazio, così come dei prototipi normativi volti alla sua regolamentazione, risale all’epoca che precede il primo conflitto mondiale[1].

Sebbene gli Stati esclusero a lungo una netta definizione delle proprie posizioni e l’assunzione di impegni vincolanti, a partire dal XX secolo il regime giuridico dello spazio aereo divenne oggetto di studi approfonditi a livello teorico. Fu tuttavia il sorvolo della Manica compiuto nel luglio del 1909 dall’aviatore Louis Bleriot[2] a far emergere la questione della normazione giuridica dello spazio aereo sul piano internazionale, a fronte dell’assenza di un quadro vincolante in materia. Pertanto, dietro proposta francese, l’anno successivo Parigi ospitò i rappresentanti di 18 Stati che, ai tavoli negoziali dell’International Air Navigation Conference, discussero a proposito dello status giuridico dello spazio aereo, domandandosi in particolare se vi potessero essere estese considerazioni simili a quelle in vigore per l’alto mare[3]. Disaccordi concernenti il diritto di sorvolo da parte di velivoli stranieri prevennero tuttavia l’adozione di una convenzione internazionale, e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale interruppe il processo di cooperazione iniziato nei decenni precedenti.

Fu perciò solo la fine del conflitto a contribuire alla ripresa del dialogo tra le potenze europee in materia di regolazione aerospaziale: di fatto, poco dopo la Conferenza di pace di Versailles che segnò la fine delle ostilità, fu aperta alla firma la Convenzione di Parigi per la Regolamentazione della Navigazione Aerea, il primo strumento legislativo internazionale in ambito aerospaziale[4]. Tale strumento istituì anche la Commissione Internazionale per la Navigazione Aerea (ICAN), a cui venne assegnato il compito di armonizzare le norme nazionali sulla navigazione aerea[5]. Allo stato attuale, la Convenzione di Parigi non è più in vigore, ed è stata sostituita dalla Convenzione di Chicago del 1944.

 

Lo status dello spazio extra-atmosferico

Il diritto internazionale dello spazio ed in particolare la regolazione dello spazio extra-atmosferico si possono ricondurre al diritto aerospaziale, il quale comprende tanto disposizioni applicabili alla navigazione aerea, quanto alle attività spaziali[6]. Tuttavia, tali norme si configurano come appartenenti a due rami distinti del diritto:

  • la navigazione aerea è infatti regolata da un sistema di norme nazionali, internazionali, pubbliche e private applicabili alle attività dello spazio aereo, mentre
  • le attività degli Stati (e, più recentemente, delle entità private) nello spazio extra-atmosferico sono disciplinate da norme prevalentemente internazionali, codificate a partire dagli anni Sessanta del Novecento.

 

Ulteriore elemento di differenza è lo status dello spazio extra-atmosferico, che, a differenza dello spazio aereo soggetto alla sovranità statale, è aperto a tutti gli Stati e non è suscettibile di rivendicazioni di sovranità[7].

Alla luce di tale premessa, allo stato attuale non è possibile rinvenire una definizione tecnico-giuridica concorde del confine che sussiste tra lo spazio aereo e quello extra-atmosferico, nonché dello stesso spazio extra-atmosferico. Di conseguenza, la questione giuridica del termine dell’applicabilità del diritto dello Stato sovrano e il subentro del diritto internazionale dello spazio rimangono ad oggi irrisolte.

Pertanto, la dottrina è impegnata nella definizione dei confini del diritto spaziale passando al vaglio i diversi criteri impiegati per una sua possibile delimitazione, inclusi, a titolo di esempio, la determinazione spaziale e il criterio funzionale[8]. Nell’attesa di una definizione condivisa e omogenea tra gli Stati che compongono la comunità internazionale, si considera a livello convenzionale ed informale la distanza di 100 km dal livello del mare (il criterio “Von Karman”)[9].

 

L’evoluzione normativa dopo la Seconda Guerra Mondiale

L’inizio delle attività delle potenze spaziali oltre lo spazio aereo prese avvio nei decenni successivi al secondo conflitto mondale, come parte della competizione geopolitica che vedeva contrapposte le ideologie di comunismo e capitalismo nell’era del bipolarismo. Furono il lancio dello Sputnik I da parte dell’Unione Sovietica il 4 ottobre 1957 e l’Explorer I della NASA l’anno successivo a segnare l’inizio dell’era spaziale vera e propria. Al contempo, tali attività diedero avvio al diritto internazionale dello spazio per come si configura oggi, in quanto la necessità di impedire una militarizzazione dell’atmosfera con l’utilizzo dell’arma atomica e gli imperativi di sicurezza hanno richiesto l’adozione di leggi e regole internazionali applicabili alle attività degli Stati sotto la guida del principio fondamentale dell’uso dello spazio a fini pacifici[10].

Se la corsa allo spazio continuò ugualmente a caratterizzarsi come scontro tra potenze, essa assunse tuttavia una natura di confronto tecnico-scientifico e politico-propagandistico, lasciando pertanto in disparte l’elemento militare.

 

Le Risoluzioni dell’Assemblea Generale ONU

La prima risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in materia spaziale risale al 1957, attraverso cui la comunità internazionale stabiliva che l’invio di oggetti nello spazio dovesse esclusivamente perseguire finalità pacifiche[11].

Fecero seguito le risoluzioni 1348 (XIII) e 1472 (XIV) rispettivamente del 1958 e del 1959, che introdussero il principio della necessaria collaborazione fra gli Stati in materia di esplorazione pacifica dello spazio.

In tale contesto venne altresì istituito il COPUOS[12], che da quel momento svolse un ruolo fondamentale nell’elaborazione del diritto internazionale dello spazio e divenne la sede di negoziato dei cinque trattati principali che compongono il corpus iuris spatialis. Dal 1994 il COPUOS ha assunto il carattere di comitato permanente, con l’incarico di mettere a punto bozze di risoluzioni o trattati che verranno in un secondo momento sottoposti all’Assemblea Generale.

Di altrettanta importanza, la Risoluzione 1721 (XVI) del 20 dicembre 1961 ha stabilito che lo spazio e i corpi celesti dovessero rimanere aperti all’esplorazione e all’uso di tutti gli Stati, compresi coloro che non hanno ancora raggiunto lo status di potenza spaziale, e che fosse proibita qualsiasi rivendicazione di sovranità, così come di appropriazione nazionale[13].

 

I cinque trattati del corpus iuris spatialis

Tra le fonti principali che compongono il diritto internazionale dello spazio figurano cinque trattati che raccolgono in maniera sistematica i principi sanciti dalle precedenti risoluzioni dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. In particolare, lo strumento giuridico primario a cui si fa riferimento è il già citato Outer Space Treaty (OST), aperto alla firma il 27 gennaio 1967 ed entrato in vigore nel mese di ottobre dello stesso anno. Ai sensi del trattato, l’esplorazione e l’uso dello spazio extra-atmosferico sono aperti a tutti gli Stati e dovranno avvenire a beneficio e nell’interesse dell’intera umanità. Similmente, la Luna e i corpi celesti non sono suscettibili di appropriazione nazionale, e dovranno essere impiegati per soli scopi pacifici. Gli Stati sono inoltre ritenuti responsabili per le attività poste in essere nello spazio da organizzazioni governative e non, le quali dovranno essere autorizzate e supervisionate dal proprio Stato di appartenenza.

All’Outer Space Treaty hanno fatto seguito quattro trattati regolanti specifici aspetti dell’azione statale nello spazio, in particolare:

  • L’Accordo sul salvataggio e il ritorno degli astronauti e sulla restituzione di oggetti lanciati nello spazio del 1968;
  • La Convenzione sulla responsabilità internazionale per danni causati da oggetti spaziali del 1972;
  • La Convenzione sull’immatricolazione di oggetti spaziali del 1975;
  • L’Accordo relativo all’attività degli Stati sulla Luna e sugli altri corpi celesti del 1979.

 

All’infuori dei Trattati, una pluralità di accordi bi- e multilaterali, norme consuetudinarie e fonti secondarie non vincolanti contribuiscono ad arricchire lo spettro del diritto internazionale dello spazio. Ciononostante, l’emergere delle entità private quali nuovi attori del teatro spaziale e le nuove sfide che vanno oltre al tradizionale uso dello spazio da parte degli Stati pongono nuove problematiche a cui l’assetto normativo sopra descritto sembra non rispondere in maniera totalmente compiuta.

 

Le analogie con il diritto del mare

Il regime giuridico che governa l’alto mare – la Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS)[14] in primis – presenta numerose analogie con le modalità attraverso cui è regolato lo spazio extra-atmosferico. Di fatto, anche allo spazio sono estese le libertà che tradizionalmente risultano in capo agli Stati nell’alto mare, ovvero il diritto di esplorazione anche dei Paesi che non hanno costa, l’impossibilità di avanzare rivendicazioni di sovranità e il compimento di attività a scopi esclusivamente pacifici.

Tuttavia, le possibili operazioni future di sfruttamento dello spazio extra-atmosferico hanno sollevato numerose questioni a livello giuridico: analogamente al regime delle acque internazionali, che prevede la libertà di pesca e di esplorazione ed estrazione di noduli solfurei e poli-metallici sui fondali marini internazionali previa conclusione di specifici contratti con l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini[15], si è sostenuto che sarebbe altrettanto lecito appropriarsi delle risorse minerarie presenti sul suolo spaziale. Ciononostante, il quadro normativo del diritto internazionale dello spazio in riferimento allo sfruttamento delle risorse spaziali risulta particolarmente vago, anche a causa del moltiplicarsi della promulgazione di legislazioni nazionali in materia di estrazione[16].

Informazioni

Inserisci qui la bibliografia

[1] G.Sanna, New Space Economy, ambiente, sviluppo sostenibile. Premesse al diritto aerospaziale dell’economia. G.Giappichelli editore, Torino, 2021, p. 1.

[2] Portale storico della Presidenza della Repubblica, 25 luglio 1909 – Bleriot trasvola la Manica. Disponibile al link: https://archivio.quirinale.it/aspr/gianni-bisiach/AV-002-000346/25-luglio-1909-bleriot-trasvola-manica#:~:text=25%20luglio%201909%2C%20Louis%20Bleriot,compito%20di%20indicargli%20la%20rotta.

[3] J.Cobb Cooper, The International Air Navigation Conference, Paris 1910. Journal of Air Law and Commerce, 1952, vol 19, n. 2. Disponibile al link: https://scholar.smu.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=3551&context=jalc.

[4] Convention Relating to the Regulation of Aerial Navigation, Parigi, 13 ottobre 1919.

[5] G.Sanna, op.cit., p. 3.

[6] Ivi, p. 7.

[7] United Nations Office for Outer Space Affairs (UNOOSA), Trattato sui Principi che regolano le Attività degli Stati nell’Esplorazione e nell’Uso dello Spazio Extra-atmosferico ivi compresi la Luna e gli Altri Corpi Celesti (Outer Space Treaty), 1967, art. I e II. Disponibile al link: https://www.unoosa.org/oosa/en/ourwork/spacelaw/treaties/introouterspacetreaty.html.

[8] Si veda S.B. Rosenfeld, Where air space ends and outer space begins. Journal of Space Law, vol.7, 1979; G.Oduntan, The never ending dispute: legal theories on the spatial demarcation boundary plane between airspace and outer space. Hertfordshire Law Journal, vol.1, n.2, 2003.

[9] Supra (1) p. 10.

[10] V. Mariani, La nuova corsa allo spazio. Una riflessione sulle attuali dinamiche di competizione in campo spaziale e sull’adeguatezza dell’attuale corpus iuris spatialis. Rivista elettronica di Diritto, 2021.

[11] A/RES/1148 (XII), Regulation, limitation and balanced redution of all armed forces and all armaments; conclusion of an international convention (treaty) on the reduction of armaments and the prohibition of atomic, hydrogen and other weapons of mass destruction, 14 novembre 1957. Disponibile al link: https://www.un.org/disarmament/wp-content/uploads/2017/02/A-RES-1148.pdf.

[12] Committee on the Peaceful Uses of Outer Space (COPUOS). Disponibile al link: https://www.unoosa.org/oosa/en/ourwork/copuos/index.html.

[13] A/RES/1721 (XVI), International Cooperation in the peaceful uses of outer space, 20 dicembre 1961. Disponibile al link: https://www.unoosa.org/oosa/en/ourwork/spacelaw/treaties/resolutions/res_16_1721.html.

[14] United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), 1982. Disponibile al link: https://www.un.org/depts/los/convention_agreements/texts/unclos/unclos_e.pdf.

[15] V. Chabert, L’Autorità Internazionale dei Fondali Marini tra diritto ambientale e contrattualizzazione, Diritto Consenso, 1 settembre 2022. Disponibile al link: https://www.dirittoconsenso.it/2022/09/01/autorita-internazionale-dei-fondali-marini-tra-diritto-ambientale-e-contrattualizzazione/.

[16] Supra (1).


Autorità internazionale dei fondali marini

L'Autorità Internazionale dei Fondali Marini: tra diritto ambientale e contrattualizzazione

I contratti conclusi con l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini rappresentano un esempio di contrattualizzazione dei codici di condotta per la protezione dell’ambiente

 

Contrattualizzare i codici di condotta: il ruolo dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini

A fronte della difficoltà di rendere legalmente vincolanti i codici di condotta elaborati a livello intergovernativo, regionale, delle imprese private e delle associazioni di categoria alle quali esse appartengono[1], negli ultimi anni è emersa la tendenza a trasformare gli standard che incorporano la responsabilità sociale ed ambientale in obbligazioni legali attraverso l’inclusione di tali impegni volontari all’interno di contratti, suscettibili di caratterizzare la loro osservazione come obbligatoria[2]. Nello specifico, gli effetti legali dei codici volontari per la protezione dell’ambiente andrebbero a derivare direttamente dalla loro formalizzazione in clausole contrattuali, e – di conseguenza – un contratto potrebbe eventualmente essere terminato su richiesta di una delle parti a causa di presunte o effettive violazioni delle disposizioni riguardanti la responsabilità sociale d’impresa[3].

In via generale, tale pratica appare in linea con l’interpretazione delle Nazioni Unite, ed in particolare con il principio 15 delle Norme delle Nazioni Unite sulla Responsabilità delle Imprese Transnazionali e altre Imprese in tema di Diritti Umani, secondo cui “ogni società transnazionale o impresa commerciale darà attuazione e incorporerà le presenti Norme nei contratti o negli altri regolamenti o accordi con ditte appaltatrici o sub-appaltatrici, fornitori, concessionari, distributori o con ogni altra persona fisica o giuridica con cui le società transnazionali e le altre imprese commerciali stipulano negozi, al fine di assicurare il rispetto e l’applicazione delle presenti Norme[4].

Allo stato attuale, è possibile rilevare esempi della cosiddetta “contrattualizzazione dei codici di condotta” specificatamente in materia di standard di tutela dei diritti umani. Di fatto, la trasformazione di codici di condotta sui diritti umani in clausole contrattuali vincolanti amplifica la possibilità di una maggiore uniformità in un sistema internazionale di Stati il cui livello di protezione dei diritti umani è notevolmente distinto. Allo stesso tempo, la contrattualizzazione impegnerebbe le imprese – specialmente multinazionali e transnazionali – a rispettare i diritti umani sul territorio di Paesi che non hanno ratificato specifici trattati o convenzioni in materia[5]: in effetti, in alcuni casi tale pratica potrebbe verosimilmente garantire un grado più elevato di tutela dei diritti umani fondamentali rispetto al livello assicurato dallo Stato in cui opera l’impresa multinazionale.

A tal proposito, ulteriori aspetti meritano un’adeguata considerazione. In particolare, alla luce del ricorso ad arbitrato come metodo più comune per la risoluzione delle controversie nella comunità degli affari, l’eventuale risoluzione di un contratto a seguito di una violazione degli standard sui diritti umani incorporati in clausole vincolanti sarebbe suscettibile di trasformare in maniera innovativa l’arbitrato in un “foro nuovo e inaspettato per contenziosi in materia di diritti umani in un contesto business to business (tra imprese)[6].

Ciononostante, ai sensi di tale approccio le vittime di violazioni dei diritti umani e soggetti terzi come le Organizzazioni Non Governative (ONG) non troverebbero spazio nel contenzioso se non come testimoni dei presunti illeciti alla base della risoluzione del contratto e della conseguente controversia. Inoltre, sebbene possa verificarsi una violazione delle clausole contrattuali in esame, motivazioni economiche potrebbero indurre le imprese a non terminare il contratto.[7]

In materia di tutela ambientale, un esempio rilevante della contrattualizzazione di standard per la protezione dell’ecosistema interessa la stipulazione di contratti per l’esplorazione e lo sfruttamento delle risorse nei fondali marini conclusi con l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini[8].

 

I contratti di esplorazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS)

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS)[9] – e precisamente la parte XI e l’allegato III – prevede la possibilità per operatori pubblici o privati ​​di esplorare e sfruttare noduli polimetallici e fondali marini internazionali ricchi di solfuri in seguito alla conclusione di specifici accordi con l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini[10]. In particolare, al fine di accedere alle risorse minerarie dei fondali internazionali, l’art. 153 della Convenzione prevede la possibilità per “le persone fisiche o giuridiche che possiedono la cittadinanza di Stati Parte o sono effettivamente controllate da questi o da loro cittadini, quando patrocinate da tali Stati” di stipulare contratti con l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini per la durata di 15 anni (rinnovabili per altri 5 anni). Inoltre, il modello contrattuale è predefinito a livello internazionale e le norme sancite dalla Convenzione UNCLOS fanno parte della normativa applicabile. Eventualmente, qualsiasi potenziale violazione degli obblighi contrattuali può essere sollevata dinanzi alla Seabed Dispute Chamber del Tribunale internazionale per il diritto del mare (ITLOS)[11].

La regolazione delle attività internazionali di esplorazione dei fondali marini risale all’entrata in vigore dell’UNCLOS nel 1982. Da quel momento, i contratti di esplorazione sono stati conclusi da agenzie nazionali e, più recentemente, da imprese private mosse da interessi economici nel campo dell’estrazione di noduli polimetallici. In tale contesto, l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini svolge un ruolo peculiare nell’organizzazione e nel controllo delle operazioni che interessano le risorse minerarie, al fine di preservare l’ambiente marino e simultaneamente prevenire il verificarsi di disastri ambientali derivanti dallo sfruttamento internazionale dei fondali marini[12]. In particolare, secondo l’UNCLOS, le risorse minerarie ubicate nell’area dei fondali internazionali[13] sono da considerarsi patrimonio comune dell’umanità[14]: di conseguenza, tutte le attività intraprese in quell’area devono essere svolte esclusivamente secondo il più ampio interesse dell’umanità nel suo insieme, e, al tempo stesso, nessuno Stato può rivendicare la sovranità su tale porzione di territorio e sulle proprie risorse[15]. Per queste ragioni, l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini si occupa dell’amministrazione delle risorse del territorio, e soprattutto dell’istituzione di un assetto efficiente e non discriminatorio per consentire un’equa distribuzione dei benefici economici derivanti dalle attività di sfruttamento[16].

 

La protezione dell’ambiente tra le clausole contrattuali

Per quanto riguarda la conclusione dei contratti di esplorazione e successivamente di estrazione di risorse, gli appaltatori sono tenuti a presentare un piano dettagliato riguardante sia il progetto che si intende realizzare nell’area, sia le possibili azioni in caso di eventi pericolosi durante l’attività mineraria. Allo stesso tempo, è richiesto un programma di formazione.

Tra le clausole dei contratti stipulati con l’Autorità Internazionale per i Fondali Marini sono inoltre incluse specifiche norme di tutela ambientale: gli Stati contraenti, così come le società private, sono infatti giuridicamente vincolate a conformarsi al principio di precauzione sancito nell’art. 15 della Dichiarazione di Rio, e ad adottare specificatamente tutte le misure necessarie per prevenire, ridurre o mitigare il rischio di danni ambientali durante lo svolgimento di attività di esplorazione e estrazione mineraria in fondali marittimi internazionali[17]. È interessante notare che tali obblighi sono stati presi in considerazione dalla Commissione Legale e Tecnica dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini nelle Raccomandazioni del 2001 per la guida degli appaltatori per la valutazione dei possibili impatti ambientali derivanti dall’esplorazione di noduli polimetallici nell’Area,[18] che prevedono la realizzazione di un valutazione da parte degli appaltatori per il successivo monitoraggio degli impatti delle loro operazioni sull’ambiente marino.

Inoltre, le parti contraenti (Stati o imprese) si impegnano a redigere una relazione sullo stato di avanzamento delle attività, sulle tecnologie impiegate ed infine sugli impatti sull’ambiente da sottoporre all’Autorità Internazionale dei Fondali Marini entro novanta giorni dalla conclusione di ogni anno in cui il contratto è valido. Analogamente, le parti sono tenute ad informare immediatamente l’Autorità in caso di gravi rischi o danni all’ambiente, al fine di consentire una tempestiva adozione dei necessari provvedimenti di emergenza ed eventualmente l’interruzione dei progetti.

Infine, nel mese di marzo del 2020 è stata emessa dalla Commissione Legale e Tecnica dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini una versione più recente delle raccomandazioni per gli appaltatori in materia ambientale, nella quale – tra l’altro – sono descritte le procedure specifiche da seguire per la supervisione e il monitoraggio di potenziali attività dannose.

 

Conclusioni

Nel complesso, pur essendo uno strumento per l’evoluzione dei codici di condotta da soft law a obblighi di legge, la contrattualizzazione degli standard di tutela dei diritti umani e dell’ambiente presenta ancora numerose limitazioni: la presenza di meri obblighi contrattuali non è infatti da considerarsi come una sostituzione significativa ed efficiente di leggi e regolamenti provenienti dagli Stati, e similmente esistono ulteriori carenze in termini di trasparenza. Tuttavia, si può affermare che il caso dei contratti stipulati con l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini è un esempio emblematico di un impegno concreto delle multinazionali nella tutela dell’ambiente, beneficiando al contempo dei vantaggi economici derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali.

Pertanto, ad oggi l’Autorità Internazionale dei Fondali Marini è parte di 22 contratti di esplorazione di noduli polimetallici e solfuri stipulati per lo più con imprese private, le quali sono legalmente vincolate dalle clausole contrattuali già descritte alla tutela dell’ambiente marino durante la realizzazione dei loro progetti.

Informazioni

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[1] V. Chabert, La responsabilità d’impresa nei paesi OCSE. DirittoConsenso. Disponibile al link: https://www.dirittoconsenso.it/2022/06/27/responsabilita-dimpresa-nei-paesi-ocse/ .

[2] M. YAN, D. ZHANG, M. YAN, D. ZHANG, From Corporate Responsibility to Corporate Accountability, Hastings Business Law Journal, Vol.16, No.1, 2020, pp. 53-54. Si veda anche: J. A. ZERK, Multinationals and Corporate Social Responsibility. Limitations and Opportunities  in International Law, Cambridge, Cambridge University Press, 2006, p. 35; F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, p. 267.

[3] W. BENDEK, K. DE FEYTER, F. MARRELLA, Economic Globalization and Human Rights, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, p. 302.

[4] United Nations Sub-Commission for the Promotion and Protection of Human Rights, Norms on the Responsibilities of Transnational Corporations and Other Business Enterprises with regard to Human Rights, E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2, 26th August 2003, Principio 15. Disponibile al link https://undocs.org/en/E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2.

[5] W. BENDEK, K. DE FEYTER, F. MARRELLA, op. cit., p. 305.

[6] Ivi, p. 307.

[7] Ibid.

[8] A. BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012.

[9] United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), 10 dicembre 1982. Disponibile al link: https://www.un.org/depts/los/convention_agreements/texts/unclos/unclos_e.pdf.

[10] L’Autorità Internazionale dei Fondali Marini, con sede a Kingston, Jamaica, fu create nel 1994 e divenne un’organizzazione internazionale autonoma due anni dopo. Conta 168 Stati membri (inclusa l’Unione Europea). Maggiori informazioni sono disponibili al link: https://www.isa.org.jm/.

[11] International Tribunal for the Law of the Sea. Disponibile al link: https://www.itlos.org/en/.

[12] International Seabed Authority, Exploration Contracts. Disponibile al link: https://isa.org.jm/exploration-contracts.

[13] Una mappatura più precisa dell’area dei fondali marini è disponibile al link: https://www.isa.org.jm/media/image/450.

[14] United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), 10 dicembre 1982, art. 136. Disponibile al link: https://www.un.org/depts/los/convention_agreements/texts/unclos/unclos_e.pdf.

[15] A. BONFANTI, op. cit., p. 255.

[16] United Nations Convention on the Law of the Sea (UNCLOS), 10 dicembre 1982, art. 140. Disponibile al link: https://www.un.org/depts/los/convention_agreements/texts/unclos/unclos_e.pdf.

[17] Rio Declaration on Environment and Development, A/CONF.151/26 (Vol. I), 13 giugno 1992, art. 15. Disponibile al link: https://www.un.org/en/development/desa/population/migration/generalassembly/docs/globalcompact/A_CONF.151_26_Vol.I_Declaration.pdf.

[18] International Seabed Authority, Legal and Technical Commission, Recommendations for the guidance of the contractors for the assessment of the possible environmental impacts arising from exploration for polymetallic nodules in the Area. ISBA/7/LTC/Rev.1,10 aprile 2001. Disponibile al link: https://digitallibrary.un.org/record/439782.


Codici di condotta della comunità degli affari

I codici di condotta della comunità degli affari: la responsabilità ambientale d’impresa “dal basso”

Le iniziative per la responsabilità sociale elaborate dalle imprese e associazioni di categoria definiscono i codici di condotta della comunità degli affari

 

I codici di condotta della comunità degli affari: le iniziative individuali

Alla presenza di iniziative non vincolanti elaborate a livello intergovernativo e regionale, si accompagna la recente redazione di codici di condotta della comunità degli affari, sviluppati direttamente a livello delle imprese stesse e delle relative associazioni di categoria – le cosiddette iniziative individuali e collettive incorporanti la responsabilità sociale d’impresa.

I codici di condotta della comunità degli affari formulati a livello individuale da una singola impresa rappresentano iniziative di autoregolamentazione attraverso cui l’azienda integra nello svolgimento delle proprie attività considerazioni di responsabilità sociale ed esprime il proprio impegno al rispetto di standards condivisi per la tutela dell’ambiente e dei diritti umani fondamentali, la protezione dei consumatori e il rispetto dei diritti dei lavoratori[1]. A questo proposito, di uso comune è la pubblicazione periodica da parte delle maggiori imprese multinazionali di report e dati quantitativi a conferma della propria condotta socialmente virtuosa, generalmente accertata in seguito ad una valutazione della conformità ai propri codici di condotta unilaterali avvenuta esclusivamente a livello interno[2].

L’elaborazione di codici di condotta individuali risale agli anni Novanta del secolo scorso, ed in particolare dalla necessità delle imprese multinazionali di placare le accuse derivanti dai numerosi scandali sociali e ambientali in cui risultarono coinvolte. Pertanto, la formulazione di codici di condotta della comunità degli affari e a livello interno ha assunto la funzione di indicatore per il mercato, gli investitori e più in generale per l’opinione pubblica di un certo grado di attenzione dell’impresa per il rispetto di imperativi sociali ed ambientali[3]. Di particolare interesse, sin dalla loro formulazione originaria i codici di condotta individuali sono stati intesi come applicabili tanto alla società madre, come pure alle sussidiarie e alle filiali operanti in paesi terzi[4].

Ciononostante, i codici di condotta adottati dalle singole imprese differiscono significativamente in termini di rilevanza ed efficacia: di fatto, gli aspetti sociali ed ambientali regolati dalle specifiche iniziative individuali variano a seconda del settore in cui operano le aziende, e, allo stesso tempo, delle principali difficoltà a cui esse devono fare fronte. Parimenti, i codici di condotta della comunità degli affari differiscono ulteriormente in merito ai sistemi di monitoraggio: possono infatti essere previsti controlli sia interni che esterni, questi ultimi principalmente volti a garantire un maggior grado di trasparenza e garanzia del rispetto degli standard sanciti dai codici[5].

 

I codici di condotta individuali: un’alternativa efficace?

Un numero consistente di iniziative di responsabilità sociale d’impresa elaborate a livello aziendale richiamano e fanno un preciso riferimento ai codici di condotta per la responsabilità delle imprese sviluppati in ambito intergovernativo e regionale[6]: ne fornisce un chiaro esempio l’iniziativa individuale del colosso petrolifero Total, il cui codice di condotta aziendale ha incluso tra le fonti alla base della propria responsabilità d’impresa il Global Compact delle Nazioni Unite e le Linee Guida dell’OCSE[7].

In tal senso, sembra possibile affermare che l’evocazione di esperienze intergovernative pregresse come il Global Compact delle Nazioni Unite e le Linee Guida OCSE possa contribuire con ogni probabilità al consolidamento del valore e ad una maggiore accettazione di tali strumenti, malgrado la propria natura non vincolante e volontaria. Allo stesso tempo, tale tendenza appare esprimere la creazione, all’interno della comunità degli affari, di un certo grado di consenso a proposito della necessità di rispettare standards ambientali e sociali nella realizzazione delle proprie attività aziendali e, successivamente, di includere tali considerazioni all’interno dei propri processi decisionali, benché nella maggior parte dei casi tale attitudine sia avvalorata per mere motivazioni economiche e di marketing.

Tuttavia, sorgono importanti interrogativi in merito alla natura vincolante dei codici di condotta della comunità degli affari nei rapporti business – to – business: più precisamente, è emersa una diffusa incertezza sulla possibilità di attribuire valore giuridico ad un codice di condotta individuale senza che quest’ultimo venga esplicitamente incorporato all’interno di un contratto.[8] Inoltre, gli standards di responsabilità sociale elaborati dalle singole imprese soffrono ulteriormente della mancanza di sistemi sanzionatori e di monitoraggio efficaci e trasparenti, poiché i casi in cui le società decidono di affidare la valutazione della conformità ai propri codici di condotta interni ad un organismo indipendente ed esterno risultano piuttosto esigui[9].

Nel complesso, il proliferare di codici di condotta per l’autoregolamentazione delle imprese a livello individuale riflette il rifiuto di ogni iniziativa giuridicamente vincolante da parte del mondo imprenditoriale; allo stesso tempo, allo stato attuale i codici di condotta della comunità degli affari sembrano essere il metodo più efficace per fronteggiare le lacune normative e la debole attuazione degli standard sociali e ambientali negli Stati ospitanti, in cui la maggior parte delle attività delle società globali è delocalizzata[10].

 

I Principi Sullivan

Considerati il punto di partenza per lo sviluppo dei codici di condotta individuali, i Principi Sullivan vennero elaborati nel 1977 per iniziativa del reverendo Leon H. Sullivan, membro del consiglio direttivo di General Motors, al fine di indurre le imprese con sede negli Stati Uniti che svolgevano operazioni in Sud Africa ad adottare una serie di codici volti a promuovere politiche contro l’apartheid e la discriminazione sul posto di lavoro, trascendendo le politiche nazionali dell’epoca; fornire pari opportunità di lavoro e pratiche eque ai lavoratori; migliorare le condizioni delle comunità locali, con particolare attenzione alla condizione infantile[11].

Originariamente un insieme di sei principi, dopo un primo allargamento nel 1978 le aziende aderenti ai principi si sono volontariamente impegnate a:

  • promuovere i diritti umani universali, in particolare quelli dei dipendenti, delle comunità in cui operano e delle parti con cui intrattengono rapporti commerciali;
  • favorire pari opportunità per i dipendenti a tutti i livelli dell’azienda, indipendentemente dal colore della pelle, dalla razza, dal genere, dall’età, dall’etnia o dalle convinzioni religiose, e ad operare evitando lo sfruttamento dei bambini, punizioni fisiche per i lavoratori, abusi sulle donne, schiavitù involontaria e altre forme di abuso;
  • rispettare la libertà di associazione volontaria dei dipendenti;
  • garantire un’equa remunerazione ai dipendenti per consentire loro di soddisfare i loro bisogni di base e fornire loro l’opportunità di migliorare le proprie opportunità sociali ed economiche;
  • fornire un luogo di lavoro sicuro e sano; proteggere la salute umana e l’ambiente; promuovere lo sviluppo sostenibile;
  • promuovere una concorrenza leale, compreso il rispetto dei diritti di proprietà intellettuale e di altro tipo;
  • collaborare con il governo e le comunità in cui operano per migliorare la qualità della vita di tali comunità, il loro benessere educativo, culturale, economico e sociale, e fornire opportunità ai lavoratori provenienti da contesti svantaggiati;
  • promuovere l’applicazione di tali principi da parte di coloro con i quali intrattengono rapporti d’affari[12].

 

I Principi Sullivan citano direttamente la tutela della salute umana e dell’ambiente come un aspetto fondamentale di cui le imprese devono tenere conto nello svolgimento delle proprie attività. In particolare, il principio dello sviluppo sostenibile si inserisce come obiettivo da raggiungere anche con l’ausilio delle imprese, che analogamente sono tenute a considerare gli effetti delle proprie attività sulle comunità locali anche dal punto di vista educativo, culturale, economico e sociale. Inoltre, i Sullivan Principles prevedono la valutazione della conformità delle imprese da parte di revisori esterni, al fine di garantire una verifica il più possibile trasparente e indipendente[13].

 

Applicazione dei Principi Sullivan: a che punto siamo?

Dal 1999, i Principi Sullivan sono stati rielaborati con l’appellativo di Principi Sullivan Globali per la Responsabilità Sociale d’Impresa, e sono stati aperti all’adesione di un’ampia gamma di imprese di qualsiasi dimensione ed operanti in ogni settore o area del mondo.

Allo stato attuale, un numero consistente di imprese multinazionali ha espresso il loro impegno all’attuazione dei Principi Sullivan, incluse società commerciali del settore petrolifero e minerario come Shell, Freeport McMoran Cooper & Gold, Chevron Texaco, Unocal e General Motor[14]. Complessivamente, pur essendo uno strumento di soft law privo di forza giuridica vincolante, i Principi Sullivan hanno offerto un contributo ineguagliabile alla considerazione del ruolo delle imprese nel miglioramento delle condizioni sociali, come pure nel campo dei diritti dei lavoratori, e – seppur in modo limitato rispetto ad altre iniziative – dei diritti umani e della tutela dell’ambiente.

In maniera analoga, lo sviluppo dei principi da parte del reverendo Sullivan ha contribuito all’apertura del dibattito sulla misura in cui le imprese transnazionali dovrebbero rispondere delle conseguenze delle loro operazioni sulla società, così come ha fornito un modello per l’elaborazione di successivi codici di condotta individuali formulati a livello di specifiche società operanti in Stati stranieri[15].

 

I codici di condotta della comunità degli affari: le iniziative collettive

Fra i codici di condotta della comunità degli affari, accanto alle iniziative di autodisciplina elaborate dalle singole imprese, sono stati analogamente formulati standard di regolamentazione da parte delle associazioni di categoria operanti in specifici settori.

In tale contesto, la singola impresa è tenuta al rispetto di uno specifico codice elaborato nell’ambito dell’associazione di categoria a cui appartiene[16]: di fatto, a seguito dell’adozione di codici di condotta collettivi da parte di determinate associazioni di categoria, tutte le imprese associate sono tenute al rispetto di tali norme; inoltre, aderendo allo statuto dell’associazione di categoria, le aziende non solo si impegnano ad adottare i modelli contrattuali predisposti dall’ente, bensì anche a rispettare gli standard di responsabilità sociale e ambientale d’impresa elaborati all’interno dell’associazione.

In tal senso, i codici di condotta collettivi sono suscettibili di acquisire forza vincolante anche se esclusivamente per le imprese appartenenti ad una determinata associazione di settore[17]. In pratica, è nell’ambito dei codici di condotta collettivi che è possibile misurare la massima adesione delle imprese alle iniziative di responsabilità sociale d’impresa: i codici di condotta elaborati all’interno dei settori economici e industriali acquisiscono così lo status di standard di diligenza professionale, incoraggiando così il mondo imprenditoriale a conformare le proprie azioni a tale forma di etica aziendale[18].

 

Responsible Care e la responsabilità sociale nell’industria chimica

Esistono diversi esempi di codici di condotta originati nell’ambito delle associazioni imprenditoriali del settore privato che affrontano il tema della responsabilità sociale d’impresa, ed in particolare della tutela ambientale; tra questi, Responsible Care è una delle iniziative di punta nel campo dell’industria chimica[19]. Lanciato nel 1985 dall’associazione nazionale canadese dell’industria chimica e successivamente approvato da aziende di tutto il mondo, il codice sancisce l’impegno delle imprese operanti nel suddetto settore a conformare il proprio comportamento ad una serie di standard, che includono:

  • il miglioramento delle conoscenze e delle prestazioni in materia di ambiente, salute, sicurezza e protezione delle tecnologie, al fine di evitare danni agli individui e all’ambiente;
  • l’utilizzo delle risorse in maniera più efficiente e volto a ridurre al minimo gli sprechi;
  • l’immediata segnalazione di possibili carenze ed inadempimenti;
  • la cooperazione con governi ed organizzazioni nello sviluppo e nell’attuazione di standard efficaci di regolazione;
  • la fornitura di aiuti e consulenze per la promozione della gestione responsabile delle sostanze chimiche[20].

 

Responsible Care è un esempio vivente di cooperazione tra aziende all’interno dell’industria chimica globale per il continuo miglioramento delle proprie prestazioni in merito alla tutela dell’ambiente e della salute e, più in generale, per apportare un pratico contributo al progresso delle comunità locali potenzialmente interessate dalla loro condotta. Tuttavia, sebbene il codice sia teoricamente applicabile in maniera analoga a tutte le aziende aderenti, indipendentemente dal Paese in cui sono ubicate, secondo l’associazione chimica nazionale sono da rimarcare diversi gradi di accuratezza in fase di monitoraggio[21].

 

Gli Equator Principles per le istituzioni finanziarie

Un secondo esempio di codici di condotta della comunità degli affari elaborati a livello collettivo concerne gli Equator Principles[22], un’iniziativa quadro lanciata negli Stati Uniti nel luglio 2003 nell’ambito delle istituzioni finanziarie, al fine di fornire un approccio comune nella considerazione del rischio sociale e ambientale tanto nei processi decisionali, quanto nello svolgimento delle proprie operazioni.

Più precisamente, a partire dall’ultima revisione del luglio 2020, le imprese aderenti e attive nel settore finanziario si impegnano a rispettare i seguenti principi:

  • revisione e categorizzazione;
  • valutazione ambientale e sociale;
  • elaborazione di un piano d’azione per la gestione ambientale e sociale;
  • coinvolgimento degli stakeholder;
  • creazione di un meccanismo di reclamo;
  • revisione indipendente;
  • monitoraggio e rendicontazione indipendenti;
  • rendicontazione e trasparenza[23].

 

Attualmente, i principi si applicano su scala globale, ed in particolare a 118 istituzioni finanziarie in 37 paesi[24], abbracciando dunque la maggior parte dei progetti internazionali relativi al settore della finanza, compreso il finanziamento del debito nei paesi in via di sviluppo.

In particolare, il potenziale impatto ambientale di specifici progetti è al centro degli Equator Principles, i quali prevedono una serie di misure da intraprendere previamente alla decisione di finanziare una particolare iniziativa, ovvero la consultazione con le comunità interessate, la dovuta considerazione degli standard lavorativi e dei diritti delle comunità indigene, e, in definitiva, l’armonizzazione con gli standard sociali e ambientali validi a livello locale. Tuttavia, in materia di applicabilità gli Equator Principles si caratterizzano ancora come iniziative non vincolanti e volontarie, non generando pertanto obblighi di legge in capo alle imprese in caso di adesione[25].

 

I codici di condotta collettivi: una valutazione

Per quanto concerne la valutazione dell’efficacia dei codici di condotta della comunità degli affari collettivi e di settore, è possibile affermare che le associazioni di categoria adottino specifici codici di condotta sociale e ambientale al fine di ridurre la possibilità di danni reputazionali a causa del boicottaggio dei consumatori in reazione alla scarsa considerazione di standard di comportamento incorporanti la responsabilità sociale da parte di specifiche aziende.

Vi è inoltre una crescente tendenza delle associazioni di categoria del settore industriale ad evitare la divulgazione pubblica di informazioni sulla responsabilità delle società inadempienti, elemento che mina ulteriormente l’efficacia dei codici di condotta collettivi nel campo della responsabilità pubblica.

Nel complesso, emergono preoccupazioni in merito alla possibilità di monitorare le prestazioni reali delle imprese multinazionali attraverso la loro mera adesione a codici di condotta settoriali, poiché tali codici sono gestiti principalmente dalle stesse società e associazioni di categoria da cui sono stati elaborati: è pertanto ancora assente una valutazione esterna e indipendente della conformità da parte della comunità imprenditoriale[26].

Informazioni

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[1] W. BENDEK, K. DE FEYTER, F. MARRELLA, Economic Globalization and Human Rights, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, p. 267.

[2] M. KOENIG-ARCHIBUGI, Transnational Corporations and Public Accountability, Government and Opposition, Vol.39, No.2, 2004, p. 251.

[3]  S. R. RATNER, Corporations and Human Rights: a Theory of Legal Responsibility, The Yale Law Journal, Vol. 111, No. 3, 2001, p. 531.

[4] F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, p. 243.

[5] A. BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012, p. 217.

[6] V. CHABERT,  I codici di Condotta delle Nazioni Unite per la responsabilità delle multinazionali. Diritto Consenso, 18 maggio 2022. Disponibile al link: https://www.dirittoconsenso.it/2022/05/18/i-codici-di-condotta-delle-nazioni-unite-per-la-responsabilita-delle-multinazionali/.

[7] TOTAL, Code of conduct: our values in practice, Dicembre 2018. Disponibile al link: https://www.totalenergies.com/sites/g/files/nytnzq111/files/atoms/files/total_code_of_conduct_va_0.pdf

[8] F. MARRELLA, Regolazione internazionale e imprese multinazionali. In L’Impresa Responsabile. Diritti sociali e Corporate Social Responsibility, Milano, Halley, 2007, pp. 50-51.

[9] M. KOENIG-ARCHIBUGI, op. cit., p. 257.

[10]  H. KELLER, Corporate Codes of Conduct and their Implementation: The question of Legitimacy. In R. Wolfrum, V. Röben, Legitimacy in International law, Berlin, Heidelberg, Springer, 2008, p. 12.

[11] The Global Sullivan Principles. Disponibile al link: http://hrlibrary.umn.edu/links/sullivanprinciples.html#:~:text=The%20objectives%20of%20the%20Global,and%20boar.

[12] Ibid.

[13]  W. BENDEK, K. DE FEYTER, F. MARRELLA, op. cit., p. 294.

[14] A. BONFANTI, op. cit., p. 221.

[15] H. KELLER, op. cit., p. 8.

[16] F. MARRELLA, Regolazione internazionale e imprese multinazionali. In L’Impresa Responsabile. Diritti sociali e Corporate Social Responsibility, Milano, Halley, 2007, p. 51.

[17] W. BENDEK, K. DE FEYTER, F. MARRELLA, op. cit., p. 296.

[18] F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, p. 241.

[19] Responsible Care. Disponibile al link: https://cefic.org/responsible-care/ .

[20] Ibid.

[21] H. KELLER, op. cit., p. 26.

[22] The Equator Principles. Disponibile al link: https://equator-principles.com/.

[23] Ibid.

[24] Equator Principles Association Members & Reporting. Disponibile al link: https://equator-principles.com/members-reporting/.

[25] A. DE JONGE, Transnational Corporations and International law. Accountability in the Global Business Environment, Cheltenham, UK, Northampton, MA, USA, Edward Elgar Publishing, 2011, p. 25.

[26] M. KOENIG-ARCHIBUGI, op. cit., p. 252.


Repower EU

Il pacchetto Repower EU

Lo scorso maggio, la Commissione Europea ha presentato il piano di investimenti Repower EU per la transizione verde in Europa

 

Cosa prevede Repower EU?

Vale 300 miliardi – 225 in finanziamenti e sovvenzioni, 75 come prestiti – il piano Repower EU[1], presentato dalla Commissione Europea nella giornata del 18 maggio scorso in risposta alle tensioni nel mercato energetico globale, esacerbate dall’invasione Russa dell’Ucraina lo scorso febbraio[2].

L’iniziativa prende le mosse dalla doppia urgenza di trasformare il sistema energetico europeo:

  • da un lato, porre fine entro 5 anni alla dipendenza dell’Unione dai combustibili fossili di Mosca, utilizzati come arma politica ed economica dagli albori delle tensioni geopolitiche tra i due attori;
  • dall’altro, affrontare la crisi climatica accelerando la transizione verde attraverso un più incisivo risparmio energetico, la diversificazione degli approvvigionamenti e un’accelerata introduzione delle energie rinnovabili per sostituire gas, petrolio e carbone nelle abitazioni, nell’industria e nella produzione di energia[3].

 

Secondo la Commissione, la trasformazione verde sarà in grado di rafforzare la crescita economica, la sicurezza e l’azione per il clima sul continente europeo. Per queste ragioni, il Recovery and Resilience Facility (RRF)[4] a sostegno della pianificazione e il finanziamento coordinato delle infrastrutture nazionali e transfrontaliere costituirà il fulcro del pacchetto Repower EU. Di fatto, lo scorso maggio la Commissione ha avanzato la proposta di modifiche al suddetto regolamento, al fine di integrare capitoli dedicati nei Piani di Ripresa e Resilienza degli Stati membri che possano tener conto delle nuove iniziative del piano Repower[5].

 

Gli incentivi per il risparmio di energia

Attualmente, il risparmio energetico sembra essere il modo più rapido ed economico per affrontare l’attuale crisi del mercato dei combustibili fossili. A tal proposito, Repower EU propone di rafforzare le misure di efficienza energetica a lungo termine, con un aumento dal 9 al 13% dell’Energy Efficiency Target[6] in seno al pacchetto “Fit for 55” del Green Deal Europeo[7].

Di fatto, dal punto di vista strategico il risparmio di energia aiuterà l’Unione a prepararsi alle sfide che potrebbero sorgere durante il prossimo inverno. In questo senso andrà letta la Comunicazione dell’UE[8] sul risparmio energetico pubblicata congiuntamente al piano Repower, che descrive nel dettaglio i cambiamenti comportamentali a breve termine da adottare per ridurre del 5% la domanda di gas e petrolio, delegando agli Stati membri la creazione di specifiche campagne comunicative rivolte alle famiglie e al settore industriale. I Paesi dell’Unione sono inoltre incoraggiati ad implementare misure fiscali per stimolare il risparmio energetico – incluse aliquote IVA ridotte sui sistemi di riscaldamento energicamente efficienti ed isolamento degli edifici[9].

 

La diversificazione dell’approvvigionamento energetico

In seno al pacchetto Repower EU, la Commissione ha stabilito potenziali misure di emergenza da intraprendere in caso di grave interruzione dell’approvvigionamento energetico. Nello specifico, Bruxelles emetterà precisi orientamenti sui criteri di definizione delle priorità per i clienti e faciliterà un piano coordinato di riduzione della domanda dell’UE.

Da diversi mesi l’UE collabora infatti con numerosi partner internazionali per diversificare le forniture, assicurandosi così livelli record di importazione di gas sia in forma liquida, sia attraverso gasdotti[10]. Una nuova piattaforma energetica dell’UE[11], supportata da task force regionali, consentirà pertanto acquisti collettivi di gas e idrogeno, mettendo in comune la domanda e ottimizzando l’uso delle infrastrutture. Successivamente, replicando l’ambizione del programma comune di acquisto di vaccini, la Commissione valuterà lo sviluppo di un meccanismo di acquisto congiunto che permetterà la negoziazione e l’acquisto di gas per conto degli Stati membri partecipanti.

Si esploreranno poi ulteriori misure legislative per richiedere una diversificazione dell’approvvigionamento di gas da parte degli Stati membri nel tempo[12]. A lungo termine, la strategia energetica esterna dell’UE[13] faciliterà la creazione di partenariati con i fornitori – compresa una cooperazione sull’idrogeno e altre tecnologie verdi.

 

Repower EU sostiene la transizione verde

In linea con il Global Gateway[14], la strategia dell’Unione per le sfide globali più urgenti come la lotta ai cambiamenti climatici, il miglioramento dei sistemi sanitari e il rafforzamento della competitività e della sicurezza delle catene di approvvigionamento globali, Repower EU pone al centro l’impegno dei Ventisette per una transizione energetica globale, verde e giusta, volta ad accrescere il risparmio energetico per ridurre la pressione sui prezzi, incentivando tuttavia lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’idrogeno anche tramite una nuova diplomazia energetica.

A questo proposito, nel Mediterraneo e nel Mare del Nord saranno sviluppati importanti corridoi dell’idrogeno, e, a fronte dell’aggressione russa, l’Unione si adopererà per sostenere l’Ucraina, la Moldova, i Balcani occidentali e i Paesi del partenariato orientale, con l’obiettivo di garantire la continuità di un settore energetico funzionante ed efficiente[15].

 

L’impulso alle energie rinnovabili

Un’accelerazione delle energie rinnovabili stimolerà infine la transizione verde e ridurrà, nel tempo, i costi delle forniture energetiche.

Con un aumento dal 40 al 45% dell’obiettivo per le rinnovabili entro il 2030, la Commissione creerà il quadro per nuove iniziative che comprenderanno, tra le altre, una strategia solare per raddoppiare la capacità fotovoltaica entro il 2025, con l’installazione di 600GW nei prossimi 8 anni; l’obbligo legale graduale di installare pannelli solari su nuovi edifici pubblici, commerciali e residenziali; il raddoppiamento del tasso di diffusione delle pompe di calore e misure per integrare l’energia geotermica e solare nei sistemi di riscaldamento.[16]

Su questa linea, la Commissione ha altresì pubblicato una raccomandazione[17] in materia di progetti per le rinnovabili al fine di ridurre la complessità delle procedure di autorizzazione e la lentezza della realizzazione di nuovi impianti, così come una proposta di modifica della direttiva sulle energie rinnovabili[18], affinché queste ultime vengano riconosciute come interesse pubblico prevalente[19]. Alla luce di ciò, i Paesi membri dovranno individuare specifiche zone di riferimento per le rinnovabili e adottare procedure abbreviate o semplificate per l’autorizzazione di nuovi progetti. La Commissione fornirà il proprio supporto attraverso la condivisione di dati sulle zone sensibili a maggiori rischi ambientali, raccolti nell’ambito del proprio strumento di mappatura digitale dei dati geografici[20].

Informazioni

Commissione Europea, Commission Recommendation on speeding up permit-granting procedures for renewable energy projects and facilitating Power Purchase Agreements, C/2022/3219 final,18 maggio 2022. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=PI_COM%3AC%282022%293219&qid=1653033569832.

Commissione Europea, Communication From The Commission To The European Parliament, The European Council, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions Repowereu Plan, EUR-Lex – 52022DC0230, 18 maggio 2022.

Commissione Europea, Communication From The Commission To The European Parliament, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions EU ‘Save Energy‘, COM/2022/240 final, 18 maggio 2022. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A240%3AFIN&qid=1653033053936.

Commissione Europea, Energy Efficiency Targets. Disponibile al link. https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-targets_en.

Commissione Europea, Energy Security: Commission hosts first meeting of EU Energy Purchase Platform to secure supply of gas, LNG and hydrogen, 8 aprile 2022. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_22_2387.

Commissione Europea, Global Gateway. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/stronger-europe-world/global-gateway_it.

Commissione Europea, Joint Communication To The European Parliament, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions EU external energy engagement in a changing world, JOIN/2022/23 final, 18 maggio 2022.

Commissione Europea, Proposal for a Directive Of The European Parliament And Of The Council amending Directive (EU) 2018/2001 on the promotion of the use of energy from renewable sources, Directive 2010/31/EU on the energy performance of buildings and Directive 2012/27/EU on energy efficiency, COM/2022/222 final, 18 maggio 2022.

Commissione Europea, REPowerEU: un piano per ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde, 18 maggio 2022. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_22_3131.

Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council amending Regulation (EU) 2021/241 as regards REPowerEU chapters in recovery and resilience plans and amending Regulation 2021/1060, 2021/2115, 2003/87/EC and Decision 2015/1814. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/info/files/proposal-regulation-european-parliament-and-council-amending-regulation-eu-2021-241-regards-repowereu-chapters-recovery-and-resilience-plans-and-amending-regulation-2021-1060-2021-2115-2003-87-ec-2015-1814_it.

Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 febbraio 2021 che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza, EUR-Lex – 32021R0241.

Francesca Scaini, Green Deal europeo: per un’Europa sostenibile entro il 2050. Diritto Consenso, 25 giugno 2020. Disponibile al link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/06/25/green-deal-europeo-europa-sostenibile-entro-2050/.

Tetto al gas, rinnovabili, idrogeno e fondi: cosa c’è nel piano RePowerEU sull’energia, Startmagazine, 21 maggio 2022. Disponibile al link: https://www.startmag.it/energia/repowereu-brief/.

[1] Commissione Europea, Communication From The Commission To The European Parliament, The European Council, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions Repowereu Plan, EUR-Lex – 52022DC0230, 18 maggio 2022.

[2] Tetto al gas, rinnovabili, idrogeno e fondi: cosa c’è nel piano RePowerEU sull’energia, Startmagazine, 21 maggio 2022. Disponibile al link: https://www.startmag.it/energia/repowereu-brief/.

[3] Commissione Europea, REPowerEU: un piano per ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde, 18 maggio 2022. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_22_3131.

[4] Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 febbraio 2021 che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza, EUR-Lex – 32021R0241.

[5] Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council amending Regulation (EU) 2021/241 as regards REPowerEU chapters in recovery and resilience plans and amending Regulation 2021/1060, 2021/2115, 2003/87/EC and Decision 2015/1814. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/info/files/proposal-regulation-european-parliament-and-council-amending-regulation-eu-2021-241-regards-repowereu-chapters-recovery-and-resilience-plans-and-amending-regulation-2021-1060-2021-2115-2003-87-ec-2015-1814_it.

[6] Commissione Europea, Energy Efficiency Targets. Disponibile al link. https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-targets_en.

[7] Francesca Scaini, Green Deal europeo: per un’Europa sostenibile entro il 2050, Diritto Consenso, 25 giugno 2020. Disponibile al link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/06/25/green-deal-europeo-europa-sostenibile-entro-2050/.

[8] Commissione Europea, Communication From The Commission To The European Parliament, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions EU ‘Save Energy’,COM/2022/240 final, 18 maggio 2022. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A240%3AFIN&qid=1653033053936.

[9] Supra (3).

[10]  Ibid.

[11] Commissione Europea, Energy Security: Commission hosts first meeting of EU Energy Purchase Platform to secure supply of gas, LNG and hydrogen, 8 aprile 2022. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_22_2387.

[12] Supra (3)

[13] Commissione Europea, Joint Communication To The European Parliament, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions EU external energy engagement in a changing world, JOIN/2022/23 final, 18 maggio 2022.

[14] Commissione Europea, Global Gateway. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/stronger-europe-world/global-gateway_it.

[15] Supra (3).

[16] Ibid.

[17] Commissione Europea, Commission Recommendation on speeding up permit-granting procedures for renewable energy projects and facilitating Power Purchase Agreements, C/2022/3219 final,18 maggio 2022. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=PI_COM%3AC%282022%293219&qid=1653033569832.

[18] Commissione Europea, Proposal for a Directive Of The European Parliament And Of The Council amending Directive (EU) 2018/2001 on the promotion of the use of energy from renewable sources, Directive 2010/31/EU on the energy performance of buildings and Directive 2012/27/EU on energy efficiency, COM/2022/222 final, 18 maggio 2022.

[19] Supra (3).

[20] Ibid.


Responsabilità d'impresa nei paesi OCSE

La responsabilità d'impresa nei paesi OCSE

Le Linee Guida e il sistema di monitoraggio dei Punti di Contatto Nazionali garantiscono la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE

 

La responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE: le Linee Guida per le imprese multinazionali

Tra le iniziative elaborate a livello intergovernativo, le Linee Guida per le imprese multinazionali rappresentano il principale strumento volto a garantire la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE.

Adottate originariamente nel 1976 come allegato alla Dichiarazione sugli investimenti internazionali e le imprese multinazionali[1] allo scopo di rafforzare la collaborazione tra i paesi dell’OCSE in un contesto di investimenti esteri, le Linee guida dell’OCSE rappresentano l’iniziativa più considerevole per la regolamentazione della condotta delle imprese aventi sede legale nei territori degli Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ed operanti sia in tali paesi che in Stati ospitanti. Le linee guida si configurano come un insieme di raccomandazioni non vincolanti rivolte direttamente alle imprese; esse identificano principi volontari per una condotta aziendale responsabile, coerente con la legge applicabile e gli standard riconosciuti a livello internazionale[2].

A tal proposito, come nel caso dei codici di condotta delle Nazioni Unite[3], anche la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE si caratterizza per l’assenza di vincolatezza ed imperatività delle disposizioni previste dalle Linee Guida, le quali rimangono pertanto un mero strumento di diritto internazionale soft[4]. Ciononostante, sebbene affrontino in primo luogo la protezione dell’ambiente e il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori, le Linee Guida forniscono standard di comportamento prendendo in esame un più vasto ambito d’azione delle imprese multinazionali, tra cui la divulgazione di informazioni, l’anticorruzione e la tutela dei consumatori, con l’obiettivo di favorire il contributo positivo delle imprese in un’ottica più ampia rispetto alla sola sfera sociale, economica ed ambientale.

In particolare, le Linee Guida dell’OCSE si occupano di regolare la condotta delle multinazionali all’interno delle seguenti aree:

  • divulgazione di informazioni;
  • diritti umani;
  • occupazione e relazioni industriali;
  • ambiente;
  • lotta alla corruzione e all’estorsione;
  • tutela degli interessi dei consumatori;
  • scienza e tecnologia;
  • concorrenza;
  • tassazione.

 

Pur essendo un mero strumento regionale di diritto internazionale non vincolante per la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE, le Linee Guida risultano altresì applicabili ad una serie di Stati terzi che hanno approvato l’iniziativa, tra cui Argentina, Brasile, Egitto, Lettonia, Lituania, Marocco, Perù e Romania[5].

Di fatto, a fronte della maggiore globalizzazione delle attività delle imprese multinazionali, gli Stati membri dell’OCSE sono profondamente incoraggiati a cooperare allineando i propri approcci operativi, al fine di superare le lacune normative ad ostacolo di un’efficace regolamentazione delle società commerciali. In quest’ottica, il tema della cooperazione – preminente lungo tutto il testo delle Linee Guida – si estende a “tutti i paesi”[6].

 

Un esempio virtuoso per la responsabilità d’impresa?

Nonostante la mancanza di vincolatezza giuridica, le Linee Guida veicolano un marcato impegno politico collettivo degli Stati membri dell’OCSE: tale coinvolgimento riflette le aspettative di una condotta aziendale responsabile nei confronti delle imprese che operano a partire da o nei propri territori, consci della propria posizione di fonte principale della maggior parte dei flussi di investimenti diretti globali[7].

Inoltre, a differenza dell’elevata adesione degli Stati alle Nazioni Unite, il numero più limitato di paesi membri dell’OCSE ha positivamente contribuito all’adozione delle Linee guida, definite in seguito come “la strategia dei paesi sviluppati per la creazione del proprio quadro regolatorio per le attività delle multinazionali[8].

In tal senso, la presa di coscienza degli Stati membri dell’OCSE a proposito degli evidenti squilibri di potere fra governi da un lato e multinazionali dall’altro ha svolto un ruolo fondamentale nell’approvazione delle Linee Guida: di fatto, durante le negoziazioni notevoli preoccupazioni furono sollevate in merito all’effetto destabilizzante per i governi dei paesi ospitanti del crescente potere globale delle società commerciali, elemento che, al contrario, non fu debitamente considerato nel contesto delle Nazioni Unite, contribuendo pertanto al fallimento dei primi tentativi di redazione di un Codice di Condotta alla fine degli anni Settanta[9].

A partire dal 1976, le Linee Guida per la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE hanno attraversato numerose fasi di revisione: in particolare, rispetto alla versione originaria sono stati introdotti rilevanti elementi di innovazione nelle formulazioni aggiornate adottate rispettivamente nel 2000 e nel 2011.

Dal punto di vista procedurale, maggiore attenzione è stata dedicata alle obbligazioni di dovuta diligenza e al coinvolgimento degli azionisti nei processi decisionali con riferimento alle operazioni aziendali con potenziali impatti negativi sulle comunità locali vulnerabili; allo stesso modo, un focus sugli standard ambientali si è posto l’obiettivo di migliorare le prestazioni delle imprese e ridurne l’impatto sugli ecosistemi naturali[10].

É stata inoltre inserita un’intera sezione dedicata ai diritti umani, ispirata alla precedente esperienza dei Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani del 2011[11].

 

Le linee guida OCSE e la tutela ambientale

Precisi riferimenti alla necessità che le imprese multinazionali adottino una condotta rispettosa nei confronti dell’ambiente sono presenti in varie sezioni delle Linee Guida. In particolare, la Prefazione ribadisce l’obiettivo di rafforzare il contributo delle società commerciali allo sviluppo sostenibile e migliorare l’apporto positivo delle imprese in ambito sociale, economico ed ambientale. Tuttavia, una specifica attenzione all’ambiente è dedicata all’interno della sezione VI, inserita nel testo delle Linee Guida solo in occasione della revisione del 1991[12]. Fu però l’aggiornamento del 2000 a rappresentare un vero spartiacque per responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE in campo ambientale, in quanto le Linee Guida incorporarono i principi ambientali sanciti dalla Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo Sviluppo e dall’Agenda 21 del 1992, così come precisi riferimenti allo sviluppo sostenibile, ai diritti umani e alla divulgazione di informazioni ambientali alla società civile[13].

Attualmente, il Capitolo VI delinea un quadro in cui le imprese globali sono tenute a rispettare una serie di standard relativi alla salute, alla sicurezza e alla protezione ambientale nello svolgimento delle loro operazioni. Inoltre, le Linee Guida prevedono alcune disposizioni in materia di responsabilità ambientale aziendale che includono un preciso sistema di gestione ambientale, il coinvolgimento e la comunicazione con gli stakeholder, l’attuazione di una valutazione di impatto ambientale ed un’efficiente prevenzione e mitigazione dei rischi derivanti dalle attività dell’impresa[14].

Complessivamente, in accordo con il Principio 4 della Dichiarazione di Rio che implica l’integrazione della protezione dell’ambiente nei processi di sviluppo, il Capitolo VI delle Linee Guida afferma il dovere generale di includere nei processi decisionali delle imprese le potenziali implicazioni negative nei confronti dell’ambiente delle proprie attività. Nonostante ciò, non è possibile ritrovare alcun riferimento alla responsabilità giuridica delle multinazionali per danni ambientali. Sono tuttavia presenti riferimenti sia al principio di precauzione che al principio di prevenzione: di fatto, in assenza di precise prove scientifiche riguardanti i potenziali rischi ambientali legati a specifiche attività, le imprese sono tenute ad agire in modo tale da ridurre al minimo gli eventuali danni agli ecosistemi naturali.

Le Linee Guida suggeriscono poi il mantenimento di piani di emergenza per prevenire, mitigare e controllare i gravi danni all’ambiente e alla salute derivanti dalle loro operazioni, e meccanismi di immediata segnalazione alle autorità competenti[15].

Infine, al fine di ridurre al minimo le conseguenze negative di potenziali danni ambientali, le imprese sono tenute a fornire ai cittadini e alle comunità locali interessate informazioni sulle attività aziendali e sui materiali potenzialmente pericolosi impiegati nei processi produttivi. Al riguardo, le Linee Guida hanno contribuito alla costruzione di un sistema più trasparente in cui le società vengono messe nelle condizioni di comunicare informazioni rilevanti direttamente alle comunità interessate, con l’obiettivo di garantire l’inclusione della società in un quadro multi-partecipativo[16].

 

Implementazione e monitoraggio: i Punti di Contatto Nazionali

Al fine di garantire un’efficace implementazione e monitoraggio delle Linee Guida, la revisione del 2000 ha previsto la creazione di un sistema di Punti di Contatto Nazionali con l’obiettivo di fornire un foro per la gestione delle richieste di indagine e la risoluzione di potenziali controversie derivanti dal mancato rispetto delle Linee Guida.

Più precisamente, i Paesi aderenti sono tenuti ad istituire appositi uffici con il compito di promuovere la corretta applicazione delle Linee Guida sul proprio territorio e chiarire ogni possibile incertezza in merito all’attuazione.

Conformemente ai principi di accessibilità e trasparenza, l’assetto istituzionale dei Punti di Contatto Nazionali dovrebbe includere un’ampia varietà di attori per garantirne il funzionamento in modo imparziale: tra questi, la comunità imprenditoriale, le ONG, le comunità interessate e le organizzazioni dei lavoratori svolgono un ruolo di primo piano nell’ effettiva applicazione delle Linee Guida[17].

I Punti di Contatto Nazionali sono divenuti inoltre una concreta piattaforma di conciliazione per la risoluzione di controversie derivanti da accuse contro società potenzialmente non conformi: a tal proposito, gli Stati membri dell’OCSE, le organizzazioni, i gruppi interessati e le associazioni dei lavoratori possono sporgere denuncia contro una specifica impresa, alla quale seguirà una prima valutazione del caso volta a verificare la necessità di un esame più approfondito della situazione in essere. Successivamente, in caso di risposta affermativa seguiranno consultazioni con terze parti e con il Comitato per gli Investimenti dell’OCSE (CIME), il quale fornirà chiarimenti sulle modalità di applicazione delle Linee Guida in riferimento al caso in esame. Ciononostante, l’obiettivo di tale consultazione è puramente informativo, poiché il CIME non entrerà nel merito della valutazione delle accuse mosse alle società[18].

Infine, in accordo con le parti coinvolte nella controversia, i Punti di Contatto Nazionali agiscono come mediatori attraverso la redazione di un rapporto in cui sono fornite informazioni in merito alla controversia e alle procedure impiegate per promuoverne la risoluzione; tuttavia, il contenuto dell’accordo non viene divulgato, in modo da preservare la riservatezza delle informazioni commerciali. Al contrario, una semplice dichiarazione viene rilasciata nell’eventualità in cui le parti non raggiungano un accordo o scelgano di non collaborare alla procedura di risoluzione della controversia. In ogni caso, tali raccomandazioni non hanno forza vincolante, pertanto dalla procedura non emergeranno sanzioni né alcuna forma di responsabilità della società[19].

 

La garanzia di un’effettiva responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE?

Allo stato attuale, circa 50 governi hanno istituito Punti di Contatto Nazionali sul proprio territorio per sovrintendere all’attuazione delle Linee Guida, tra cui Argentina, Colombia, Messico, Stati Uniti e Giordania. Inoltre, tra il 2000 e il 2018 tali agenzie hanno trattato oltre 420 casi di presunte violazioni delle Linee Guida.

A tal proposito, è interessante notare che i Punti di Contatto Nazionali istituiti negli Stati in cui ha sede la società madre hanno la competenza a considerare casi di presunte inosservanze delle Linee Guida anche in riferimento alle società controllate operanti in paesi terzi, spesso in via di sviluppo: di fatto, ai sensi della possibilità di ricondurre le attività delle sussidiarie alle rispettive controllanti, i Punti di Contatto inglesi, canadesi e olandesi sono stati coinvolti nella verifica della conformità rispetto ad attività di imprese multinazionali in Myanmar, Congo e India[20].

Tuttavia, benché fondamentale nella verifica della conformità dei paesi OCSE alle Linee Guida, il sistema dei Punti di Contatto Nazionali presenta rilevanti criticità. In particolare, le procedure dei Punti di Contatto non hanno natura giudiziaria o quasi-giudiziaria. Di conseguenza, non vi è alcuna possibilità di obbligare le società multinazionali a collaborare ai fini di un’appropriata risoluzione della controversia, così come non verrà imposta alcuna sanzione nei confronti dell’impresa inadempiente[21]. Ciononostante, la natura non vincolante delle raccomandazioni dei Punti di Contatto Nazionali non si traduce automaticamente in una mancata efficacia dell’intero meccanismo: di fatto, una multinazionale la cui condotta è ritenuta non conforme alle Linee Guida potrebbe essere soggetta a gravi danni reputazionali, che indubbiamente incideranno sull’impresa in termini di pubblicità negativa nel caso in cui il nome dell’impresa che avrebbe agito in violazione dei principi sanciti nelle Linee Guida venga divulgato all’opinione pubblica.

Il fatto che i paesi che non aderiscono alle Linee guida dell’OCSE non siano tenuti a istituire un Punto di Contatto Nazionali nonostante ospitino multinazionali la cui società madre abbia sede in un paese aderente rappresenta un ulteriore importante svantaggio per la fase di monitoraggio della conformità di Stati ed imprese. Per questo motivo, il rafforzamento del dialogo e della cooperazione con i paesi terzi appare più che necessario per promuovere un’applicazione universale delle Linee guida dell’OSCE[22].

 

Violazioni delle Linee Guida e Punti di Contatto Nazionali: il caso del Cile

In riferimento a presunte violazioni delle disposizioni a tutela dell’ambiente contenute nelle Linee Guida, il caso del Punto di Contatto Nazionale cileno appare particolarmente interessante.

Nello specifico, nel 2002 l’ONG olandese Milieudefensie ed Ecocéanos Cile hanno sporto denuncia contro la società Marine Harvest Chile S.A., filiale cilena della multinazionale olandese Nutreco, asserendo al mancato rispetto dei principi ambientali contemplati dalle Linee Guida dell’OCSE.

Dal momento che il Cile ha approvato le Linee Guida nel 2000 e, di conseguenza, ha istituito sia il proprio Punto di Contatto Nazionale, sia il proprio Comitato per gli investimenti internazionali (CIME), il Punto di Contatto Nazionale cileno è risultato competente ad offrire i propri buoni uffici per risolvere la controversia tra le parti attraverso la redazione di una serie di raccomandazioni[23].

Più precisamente, le accuse sollevate dalle due ONG riguardavano la destinazione di parte della riserva naturale del litorale nazionale ad attività di acquacoltura, le quali avrebbero eventualmente determinato notevoli impatti ambientali a causa della condotta della multinazionale Marine Harvest. In particolare, l’impresa non avrebbe rispettato il principio di precauzione sancito al punto 5.4 delle Linee Guida, in quanto a seguito delle proprie attività è stata registrata una spropositata proliferazione di alghe tossiche, risultata poi dannosa per l’ambiente marino locale. Allo stesso modo, secondo le ONG la società avrebbe ulteriormente violato il punto 5.3 delle Linee Guida in riferimento alla valutazione d’impatto ambientale, in quanto lo studio condotto sarebbe apparso inadeguato alle attività svolte successivamente.

D’altra parte, l’azienda ha presentato solide evidenze scientifiche per dimostrare che l’origine della fioritura di alghe in questione non fosse associata alle operazioni di acquacoltura, e ha tentato inoltre di dimostrare il proprio impegno a considerare attivamente l’impatto ambientale delle proprie attività tramite continue attività di monitoraggio e mitigazione. In maniera inaspettata, entrambe le parti collaborarono attivamente alla risoluzione della controversia, fornendo informazioni pertinenti ed assistenza tecnica per facilitare l’operato del Punto di Contatto Nazionale: per questo motivo, l’istanza considerata dal Punto di Contatto Nazionale cileno è stata ritenuta vincente nel risolvere la disputa in modo costruttivo per le parti.

Di fatto, nonostante non venne identificata una precisa correlazione scientifica tra le attività di acquacoltura e la proliferazione di alghe nell’area, il Punto di Contatto Cileno ha invitato la multinazionale ad intraprendere una precisa strategia per minimizzare il proprio impatto ambientale, raccomandando inoltre il perseguimento dello sviluppo sostenibile e l’attuazione del principio di precauzione nello svolgimento del proprio operato[24].

 

Conclusioni

In conclusione, è possibile affermare che le Linee Guida rappresentano un fondamentale strumento per garantire la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE. Tuttavia, sebbene presentino numerosi elementi di novità come la copertura di un più ampio ambito d’azione delle imprese multinazionali e la possibile estensione a paesi terzi non appartenenti all’OCSE, le Linee Guida si configurano come diritto internazionale non vincolante, in quanto non prevedono l’imposizione di obblighi in capo agli Stati, né tantomeno alle società operanti in e da tali paesi.

Con riferimento al monitoraggio e alla verifica della conformità, il sistema dei Punti di Contatto Nazionali risulta essere un fondamentale foro di dialogo per la risoluzione di controversie relative alla corretta applicazione delle Linee Guida; ciononostante, le raccomandazioni finali non assumono forza vincolante, e non risulta possibile imporre ad un’impresa riluttante di cooperare alla risoluzione della disputa in essere.

Informazioni

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[1] OCSE, Declaration on International Investment and Multinational Enterprises, 1976. Disponibile al link:https://www.oecd.org/investment/investment-policy/oecddeclarationoninternationalinvestmentandmultinationalenterprises.htm.

[2] OCSE, OECD Guidelines for Multinational Enterpirses, 2011, Part. 1, Concepts and Principles, p. 17. Disponibile al link: https://www.oecd.org/corporate/mne/1922428.pdf.

[3] Per maggiori informazioni invito a consultare: I codici di condotta delle Nazioni Unite per la responsabilità delle multinazionali – DirittoConsenso

[4] H. KELLER, Corporate Codes of Conduct and their Implementation: The question of Legitimacy. In R. Wolfrum, V. Röben, Legitimacy in International law, Berlin, Heidelberg, Springer, 2008, p. 11.

[5] OCSE, OECD Guidelines for Multinational Enterpirses, op.cit., 2011, p. 7, note 1, “Adhering countries”. Disponibile al link: https://www.oecd.org/corporate/mne/1922428.pdf.

[6] A.BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012, p. 99-100.

[7] S. R. RATNER, Corporations and Human Rights: a Theory of Legal Responsibility, The Yale Law Journal, Vol. 111, No. 3, 2001, pp. 487-488.

[8] E. MORGERA, Corporate environmental accountability in International law, 2nd edition, Oxford, Oxford University Press, 2020, p. 120.

[9] Ivi, p. 85.

[10] E. MORGERA, From Corporate Social Responsibility to Accountability Mechanisms: the Role of the Convention on Biological Diversity. In P-M Dupuy & JE Viñuales, Harnessing Foreign Investment to Promote Environmental Protection: Incentives and Safeguards, Cambridge University Press, 2013, p. 5.

[11] UNITED NATIONS, UN Guiding Principles on Business and Human Rights, HR/PUB/11/04, 2011. Disponibile al link: https://www.ohchr.org/documents/publications/guidingprinciplesbusinesshr_en.pdf.

[12] OCSE, OECD Guidelines for Multinational Enterprises, 2011, Preface, para 1, 6. & Chapter VI.  Disponibile al link: https://www.oecd.org/corporate/mne/1922428.pdf.

[13]  E. MORGERA, op. cit., p. 125.

[14] OCSE, OECD Guidelines for Multinational Enterprises, 2011, Chapter VI, p. 42. Disponibile al link: https://www.oecd.org/corporate/mne/1922428.pdf

[15] Ivi, p. 43.

[16] D. IGLESIAS MARQUEZ, The scope of codes of conduct for corporate environmental responsibility, Revista Catalana de Dret Ambiental, Vol.6, No 2, 2015, p.9.

[17] OCSE, National Contact Points for the OECD Guidelines for Multinational Enterprises. Disponibile al link: https://www.oecd.org/investment/mne/ncps.htm.

[18] A.DE JONGE, Transnational Corporations and International law. Accountability in the Global Business Environment, Cheltenham, UK, Northampton, MA, USA, Edward Elgar Publishing, 2011,p. 42.

[19] OCSE, OECD Guidelines For Multinational Enterprises, 2011, Procedural Guidance, p. 73. Disponibile al link: https://www.oecd.org/daf/inv/mne/48004323.pdf .

[20] OCSE, OECD National Contact Points for Responsible Business Conduct: http://mneguidelines.oecd.org/ncps/.

[21] O. DE SHUTTER, Transnational Corporations and Human Rights, Portland, Hart Publishing, 2006, pp. 8-9.

[22]  A. BONFANTI, op. cit., p. 199.

[23] OCSE, Report of the National Contact Point of Chile on the Case of the Multinational Company Marine Harvest Chile S. A., 6 November 2003, p. 1. Disponibile al link: https://www.subrei.gob.cl/docs/default-source/punto-nacional-de-contacto/instancias/report-of-ncp-of-chile-marine.pdf?sfvrsn=5753de62_2.

[24] Ibid.


Codici di condotta delle Nazioni Unite

I codici di condotta delle Nazioni Unite per la responsabilità delle multinazionali

Nonostante la natura non vincolante dei codici di condotta delle Nazioni Unite, la funzione educativa per le imprese rimane di fondamentale importanza

 

I codici di condotta delle Nazioni Unite e gli standard di origine intergovernativa

A fronte dei ripetuti fallimenti delle negoziazioni per l’elaborazione di un trattato multilaterale direttamente applicabile alle imprese multinazionali[1], la possibilità di regolamentarne le operazioni attraverso codici di condotta di natura volontaria e non vincolante che incorporano standard di protezione ambientale e sociale si configura come l’attuale e rinnovata modalità normativa transnazionale e non governativa per la responsabilizzazione di tali società[2]. A tal proposito, i codici di condotta delle Nazioni Unite si inseriscono tra le iniziative messe a punto a livello intergovernativo e direttamente indirizzate alle imprese operanti sul territorio degli Stati facenti parte dell’organizzazione.

Ciononostante, tali codici di condotta si configurano come diritto internazionale soft, e pertanto non impongono alcune obbligazioni in capo alle società commerciali: di fatto, il potere delle organizzazioni intergovernative di emanare norme vincolanti è limitato da ciascun trattato istitutivo, in cui è generalmente previsto che le disposizioni che ne derivano siano rivolte esclusivamente agli Stati membri[3]. In ogni caso, sebbene tali codici di condotta comprendano meramente atti non vincolanti volti a fornire standard generali di comportamento e una guida precisa per gli attori privati in ambito sociale ed ambientale, le iniziative in questione svolgono una funzione istruttiva senza precedenti per le imprese: in particolare, le associazioni di categoria e le società stesse fanno abitualmente riferimento a tali standard come base sulla quale elaborare i propri codici di autoregolamentazione[4].

Pertanto, le iniziative di origine inter-governativa rappresentano un punto di riferimento decisivo per le imprese private, e, al riguardo, i codici di condotta delle Nazioni Unite risultano essere tra gli standard più citati all’interno delle iniziative private delle principali imprese multinazionali operanti a livello globale[5].

 

Il Global Compact

Tra i codici di condotta delle Nazioni Unite, il Global Compact è considerato una delle iniziative più incisive a livello mondiale per lo sviluppo di un sistema di governance delle imprese multinazionali basato sulla responsabilità sociale d’impresa[6].

Lanciato nel 1999 durante il World Economic Forum di Davos dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, il “Global Compact per il ventunesimo secolo” ha definito una serie di dieci principi non vincolanti nell’ambito del rispetto dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori, delle questioni ambientali e della lotta contro la corruzione. Tali principi sono indirizzati direttamente alle imprese, con l’obiettivo di incoraggiare un comportamento più socialmente e ambientalmente responsabile da parte delle società che operano nei mercati globali[7]. Tuttavia, il fatto che il Global Compact si rivolga a tutte le imprese e non solo alle multinazionali si configura tra gli elementi maggiormente innovativi dell’iniziativa, che mira a rimanere il più aperta ed inclusiva possibile[8].

I dieci standard del Global Compact vennero sviluppati sulla base di specifici strumenti giuridici internazionali, i quali includono la Dichiarazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui principi e di diritti fondamentali sul lavoro, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e infine la Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo. Attualmente, più di 12.000 imprese in 160 paesi che rappresentano pressoché ogni settore economico tanto in paesi sviluppati come in via di sviluppo, hanno preso parte al Global Compact[9]; in termini operativi, la verifica dell’adempimento delle società ai principi del Global Compact avviene tramite una rete in cui sono coinvolte non solo le multinazionali, bensì anche Stati, organizzazioni internazionali, Organizzazioni Non Governative (ONG) e, in definitiva, la società civile, al fine di impegnarsi in un insieme di iniziative che  includono partenariati, forum di discussione e progetti di cooperazione[10].

 

Il Global Compact e gli standard di protezione ambientale

All’interno del Global Compact, un preciso riferimento agli standard di tutela ambientale è contenuto nei principi 7, 8 e 9.

In primo luogo, il principio 7 pone notevole enfasi sull’adozione di un approccio precauzionale nel corso dell’intera attività di produzione e distribuzione delle imprese: in particolare, le società commerciali sono tenute ad intraprendere in maniera proattiva azioni preventive finalizzate ad evitare il concretizzarsi di potenziali danni all’ambiente e agli ecosistemi naturali in conseguenza delle proprie azioni. Più precisamente, il Global Compact richiede una valutazione dell’impatto ambientale dell’azienda e dei rischi delle sue specifiche attività, nonché un investimento continuo in ricerca e processi di produzione sostenibili. Inoltre, particolare attenzione è posta all’informazione: di fatto, al fine di garantire la trasparenza e la partecipazione dell’intera società, il Global Compact raccomanda la divulgazione sia di informazioni concernenti eventuali questioni ambientali, sia dei potenziali rischi derivanti dalle attività dell’impresa[11].

In secondo luogo, il principio 8 del Global Compact incoraggia il mondo delle imprese ad intraprendere iniziative volte a rafforzare una maggiore responsabilità ambientale. In particolare, perseguendo un approccio preventivo le società transnazionali sono tenute a mitigare, limitare e ridurre le attività che potrebbero potenzialmente rappresentare un rischio per l’equilibrio degli ecosistemi e per l’ambiente. Tale azione da parte delle imprese è prevista in un momento precedente all’effettiva verifica del danno ambientale ed è indipendente dal fatto che i paesi in cui sono ubicate le filiali o le società sussidiarie possano essere dotate di legislazioni ambientali meno rigorose[12].

Il tema delle tecnologie pulite e rispettose dell’ambiente è affrontato in ultima analisi dal principio 9: a tal proposito, le imprese sono incoraggiate ad utilizzare tecnologie verdi e meno inquinanti all’interno dei loro processi produttivi, e allo stesso tempo ad adottare un approccio sostenibile nell’uso delle risorse.

Al contempo, alle multinazionali è richiesta una partecipazione più attiva nel trasferimento di tecnologie verso i paesi in via di sviluppo, in cui sono generalmente localizzate le proprie sussidiarie, cos’ come nell’equa condivisione dei benefici economici derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali ed umane negli Stati ospite[13].

 

Il Global Compact tra implementazione e monitoraggio

Sebbene non siano previsti meccanismi di monitoraggio, né strumenti di misurazione della conformità delle imprese, all’interno del sistema di codici di condotta delle Nazioni Unite il Global Compact è la sola iniziativa che ha promosso lo sviluppo di un sistema di resoconto su base annuale denominato Comunicazione del Progresso, con l’obiettivo di valutare i progressi delle aziende aderenti ai dieci principi non-vincolanti[14].

Al riguardo, la comunicazione sullo stato di avanzamento è intesa sia a preservare la reputazione e lo sforzo vigoroso dell’iniziativa verso una responsabilizzazione delle imprese, sia a rafforzare l’allineamento di tutte le aziende partecipanti agli impegni assunti. Nello specifico, le società private sono tenute a redigere e presentare annualmente una relazione nella quale condividono informazioni rilevanti e comunicano gli eventuali risultati delle misure poste in essere per l’attuazione dei principi; inoltre, in un’ottica di maggiore trasparenza, le imprese sono tenute a pubblicare il report, in modo tale da renderlo accessibile all’opinione pubblica[15]. Ciononostante, importanti limitazioni emergono nell’eventualità in cui una società non rediga né presenti il report: di fatto, il Global Compact non prevede alcuna sanzione se non l’inserimento in un elenco di società non comunicanti e la sospensione dell’autorizzazione all’uso del logo. Inoltre, l’assenza di una modalità di resoconto standardizzata e omogenea complica la realizzazione di un confronto delle performance delle diverse imprese aderenti equo e ragionevole[16].

Nel complesso, l’assenza di forza vincolante e la mancanza di un meccanismo di monitoraggio rappresentano i principali impedimenti di un Global Compact efficace ed omogeneo. Tuttavia, tra i codici di condotta delle Nazioni Unite, tale iniziativa svolge indubbiamente una rilevante funzione educativa, poiché favorisce la creazione di un ambiente di apprendimento in cui le pratiche aziendali virtuose vengono condivise attraverso il dialogo costante e la divulgazione di informazioni tra le imprese.

 

Le Norme sulla Responsabilità delle Imprese Transnazionali e altre imprese in materia di diritti umani

Le Norme sulla responsabilità delle imprese multinazionali e delle altre imprese in materia di diritti umani si configurano come secondo rilevante esempio di codici di condotta delle Nazioni Unite.

Tali Norme vennero discusse a partire dal 1998 nell’ambito di uno specifico gruppo di lavoro costituito dalla Sottocommissione delle Nazioni Unite per la Protezione e la Promozione dei diritti umani, un organismo indipendente di esperti con il compito di indagare e successivamente elaborare un insieme di norme non vincolanti basate sul diritto dei diritti umani, da indirizzare sia agli Stati che alle imprese multinazionali[17].

In seguito alla formale approvazione nel 2003, rilevanti questioni sono emerse durante la sessantesima sessione della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani. In particolare, numerosi rappresentanti della comunità degli affari respinsero l’idea che fosse necessaria una regolamentazione internazionale delle imprese multinazionali in conseguenza ai presunti impatti negativi derivanti dalle proprie attività economiche[18]; per tale motivo, le Norme vennero ufficialmente abbandonate l’anno successivo in quanto “non richieste” e “prive di valore legale”. Parimenti, la mancanza di sostegno politico, un’eccessiva portata tematica e l’eccessiva imprecisione linguistica delle disposizioni giocarono un ruolo fondamentale nel rigetto delle Norme[19].

Ciononostante, le Norme presentarono importanti elementi di innovazione: il fatto di rivolgersi direttamente alle imprese multinazionali – sebbene in maniera non vincolante – ha elevato queste ultime a portatrici di doveri ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani. Benché tale considerazione abbia contribuito al riconoscimento dell’insufficienza del semplice affidamento agli sforzi degli Stati nell’’effettiva tutela dei diritti umani fondamentali, fu proprio tale aspetto a suscitare le critiche più accese della comunità degli affari, dal momento che le norme sui diritti umani, tradizionalmente riservate agli Stati, non possono in principio creare obblighi vincolanti in capo alle imprese multinazionali[20].

Allo stesso tempo, appare rilevante notare come l’ambito materiale di applicazione delle Norme non sia limitato ai diritti umani, bensì riguardi un ampio spettro di ambiti connessi alle attività delle multinazionali, quali il diritto alla salute, i diritti dei lavoratori, la sicurezza dei consumatori e, da ultimo, la protezione ambientale. Tali codici di condotta delle Nazioni Unite fanno infine riferimento ad un vasto elenco di convenzioni internazionali e dichiarazioni inter-governative, le quali costituiscono la base giuridica delle suddette Norme: il gruppo di lavoro ha infatti inteso differenziare le Norme dalla precedente esperienza del Global Compact deducendo l’autorità giuridica direttamente da principi sanciti da trattati e consuetudini internazionali[21].

Nonostante ciò, lo stato giuridico delle Norme rimane quello di uno strumento di diritto non vincolante, caratterizzando l’esperienza del 2003 come una mera opinione di esperti – sebbene con un alto grado di competenza[22].

 

I Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani

Il dibattito sull’istituzione di un quadro normativo per la responsabilizzazione delle multinazionali in materia di diritti umani, diritti dei lavoratori e tutela ambientale non si concluse con il rigetto delle Norme sulla responsabilità delle imprese transnazionali precedentemente analizzate[23]: di fatto, nel 2005 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha raccomandato alla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani di esplorare la possibilità di identificare una serie di  principi per la responsabilità delle società multinazionali nell’ambito dei diritti umani[24]. A tal fine, il professor John Ruggie fu nominato Rappresentante Speciale presso il Segretario Generale delle Nazioni Unite sul tema dei Diritti Umani e delle imprese transnazionali ed altre imprese, al fine di determinare se esistano standard universali applicabili a violazioni dei diritti umani imputabili alle multinazionali.

Tra il 2007 e il 2008 Ruggie propose un sistema a tre pilastri definito “Protezione, Rispetto e Rimedio”, in cui vennero rimarcati i seguenti elementi:

  • il dovere di tutela degli Stati nei confronti di violazioni dei diritti umani
  • la responsabilità delle imprese di rispettare i diritti umani
  • l’accesso ai meccanismi di ricorso per le vittime di abusi dei diritti umani[25].

 

Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato i Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani soltanto nel 2011. A differenza dei precedenti codici di condotta delle Nazioni Unite, i Principi Guida sono stati accolti positivamente dalla comunità imprenditoriale per la loro natura volontaria e non vincolante[26]. Tuttavia, quest’ultimo aspetto ha suscitato critiche da parte delle ONG, maggiormente a favore di un approccio più vigoroso per l’attribuzione di responsabilità sociali alle multinazionali. Ulteriori critiche riguardarono inoltre il fatto che i Principi Guida si limitassero a privilegiare la mitigazione degli impatti negativi sui diritti umani derivanti da comportamenti aziendali negativi, piuttosto che sottolineare una potenziale incidenza positiva sulla tutela dei diritti umani che potrebbe potenzialmente derivare dal coinvolgimento diretto delle imprese; al contempo, non venne proposta alcuna soluzione pratica alla presenza di specifici ostacoli giuridici a livello nazionale come la dottrina del forum non conveniens e del velo societario.

Nel complesso, I Principi Guida delle Nazioni Unite hanno limitato il riferimento all’ambiente, senza individuare in maniera esplicita precisi standard internazionali in relazione alla condotta ambientale delle imprese. Nonostante ciò, il professor John Ruggie ha successivamente riconosciuto che un numero rilevante di diritti umani fondamentali è suscettibile di essere pregiudicato dal comportamento ambientale sconsiderato delle multinazionali, in particolare il diritto alla vita, alla salute, al cibo e, da ultimo, all’abitazione[27].

 

Conclusioni

Sebbene le iniziative descritte in materia di protezione ambientale e tutela dei diritti umani da parte di imprese multinazionali abbiano acquisito un’indubbia importanza sul piano intergovernativo, i codici di condotta delle Nazioni Unite si caratterizzano tuttavia come strumenti di diritto internazionale non vincolante, non creando pertanto alcun tipo di obbligazione in capo alla comunità degli affari. Al tempo stesso, gli standard dell’ONU svolgono una funzione educativa fondamentale per le imprese, le quali tendono a richiamare proprio tali iniziative nel processo di elaborazione dei propri codici di condotta.

Informazioni

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[1] V. CHABERT, Multinazionali e danni ambientali: verso un quadro giuridico vincolante? Diritto Consenso, 7 Febbraio 2022. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2022/02/07/multinazionali-e-danni-ambientali-verso-quadro-giuridico-vincolante/.

[2] D. U. GILBERT, A. RASCHE, S. WADDOCK, Accountability in a Global Economy: the Emergence of International Accountability Standards, Business Ethics Quarterly, Vol.21, No.1, 2011, pp.23-24.

[3] F. MARRELLA, Regolazione internazionale e imprese multinazionali. In L’Impresa Responsabile. Diritti sociali e Corporate Social Responsibility, Milano, Halley, 2007, p. 44.

[4] W. BENDEK, K. DE FEYTER, F. MARRELLA, Economic Globalization and Human Rights, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, p. 292.

[5]  M. WRIGHT, A. LEHR, Business Recognition of Human Rights: global patterns, regional and sectorial variations. Harvard University, 12 December 2006. Disponibile al link: https://www.hks.harvard.edu/sites/default/files/centers/mrcbg/programs/cri/files/workingpaper_31_wright_lehr.pdf

[6]  L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, Regulating Corporations under International Law: from Human Rights to International Criminal Law and Back Again, Journal of International Criminal Justice, Vol. 8, 2010, p. 728.

[7] A.BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012, p. 16.

[8] E. MORGERA, Corporate environmental accountability in International law, 2nd edition, Oxford, Oxford University Press, 2020, p. 94.

[9] Maggiori informazioni sulle imprese partecipanti sono disponibili al link:  https://www.unglobalcompact.org/interactive .

[10] A. BONFANTI, op. cit.,p. 16.

[11] D. IGLESIAS MARQUEZ, The scope of codes of conduct for corporate environmental responsibility, Revista Catalana de Dret Ambiental, Vol.6, No 2, 2015, p. 12.

[12] A. BONFANTI, op. cit., p. 185.

[13] E. MORGERA, op. cit., p. 98.

[14] E. MORGERA, From Corporate Social Responsibility to Accountability Mechanisms: the Role of the Convention on Biological Diversity. In P-M Dupuy & JE Viñuales, Harnessing Foreign Investment to Promote Environmental Protection: Incentives and Safeguards, Cambridge University Press, 2013, p.15

[15] A.DE JONGE, Transnational Corporations and International law. Accountability in the Global Business Environment, Cheltenham, UK, Northampton, MA, USA, Edward Elgar Publishing, 2011, p. 32.

[16] D. U. GILBERT, A. RASCHE, S. WADDOCK, op. cit., p.37.

[17] United Nations Sub-Commission for the Promotion and Protection of Human Rights, Norms on the Responsibilities of Transnational Corporations and Other Business Enterprises with regard to Human Rights, E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2, 26th August 2003. Disponibile al link: https://undocs.org/en/E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2.

[18] J. WOUTERS, A. L. CHANÉ, Multinational Corporations in International law, Leuven Centre for Global Governance Studies, Institute for International Law (KU Leuven), Working Paper No. 129, 2015, p. 14.

[19] OHCRH, Responsibilities of transnational corporations and related business enterprises with regard to human rights, 2004/116, UN DOC E/CN.4/2004/L.11/Add.7, 20 April 2004.

[20] United Nations Sub-Commission for the Promotion and Protection of Human Rights, Norms on the Responsibilities of Transnational Corporations and Other Business Enterprises with regard to Human Rights, E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2, 26th August 2003, Para 1. Disponibile al link: https://undocs.org/en/E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2 .

[21] E. MORGERA, op. cit., pp. 103-104.

[22] A. DE JONGE, op. cit., p. 41.

[23] J. WOUTERS, A. L. CHANÉ, op. cit., p. 15.

[24] United Nations Human Rights Council, Human Rights and transnational corporations and other business enterprises SRSG mandate, E/CN.4/RES/2005/69, 2005. Disponibile al link: https://www.ohchr.org/en/issues/business/pages/srsgtranscorpindex.aspx.

[25] J. RUGGIE, Protect, Respect and Remedy. A framework for businesses and human rights. Report of the Special Representative of the UN Secretary-General on the issue of Human Rights and Transnational corporations and other business enterprises, 2008. Disponibile al link: https://www.researchgate.net/publication/24090059_Protect_Respect_Remedy_A_Framework_for_Business_and_Human_Rights.

[26] J. WOUTERS, A. L. CHANÉ, op. cit., p. 16

[27] United Nations Human Rights Council, Promotion And Protection Of All Human Rights, Civil, Political, Economic, Social And Cultural Rights, Including The Right To Development Protect, Respect And Remedy: A Framework For Business And Human Rights Report Of The Special Representative Of The Secretary-General On The Issue Of Human Rights And Transnational Corporations And Other Business Enterprises, John Ruggie, UN Doc. A/HRC/8/5, Add. 2, 7 April 2008. Disponibile al link: https://www.undocs.org/A/HRC/8/5.


Regolazione delle multinazionali

Regolazione delle multinazionali tra Stato ospite e Stato d'origine

Un’effettiva regolazione delle multinazionali tra Stato ospite e Stato d’origine risulta essere ostacolata da numerosi impedimenti giuridici e politici

 

Identificare lo Stato competente alla regolazione delle multinazionali

A causa dell’attuale assenza di personalità giuridica e soggettività delle società commerciali nel diritto internazionale[1], la regolazione delle multinazionali è affidata all’azione degli Stati, i quali hanno la competenza di emanare leggi e giudicare casi riguardanti imprese transnazionali con un certo grado di libertà[2]. Tuttavia, appare necessario identificare quale Stato, ai sensi del diritto internazionale, sia tenuto e abbia la competenza a giudicare casi di violazione dei diritti umani, sociali ed ambientali ed illeciti derivanti da attività illegali compiute da imprese transnazionali. Di fatto, la dicotomia tra pluralità giuridica ed unità economica delle multinazionali e la tendenza a delocalizzare i processi produttivi rendono imperativo verificare se lo Stato che è internazionalmente tenuto a regolare le società commerciali sia esclusivamente lo Stato ospite – limitatamente alle attività svolte all’interno dei propri confini – oppure se sia possibile ricondurre alcune obbligazioni allo Stato d’origine, in virtù del controllo esercitato dalla società madre sulle attività delle sussidiarie[3].

 

Regolazione delle multinazionali nello Stato ospite: una base giuridica 

In primo luogo, a fronte della propria sovranità territoriale, l’ordinamento giuridico dello Stato ospite appare il più appropriato per garantire il rispetto della legislazione in materia lavorativa, ambientale e sociale delle imprese operanti all’interno dei propri confini[4]. Di fatto, lo Stato ospite è tenuto ad adottare tutte le misure positive necessarie ad evitare che vengano commessi gravi danni ambientali e violazioni dei diritti umani sotto la propria giurisdizione; di conseguenza, ciò si traduce nel controllo delle società sussidiarie che svolgono le proprie attività produttive e commerciali nello Stato in questione[5].

Tale vigilanza generalmente include due passaggi distinti, tanto precedentemente quanto in seguito all’insediamento di investitori stranieri: un processo di screening è innanzitutto effettuato anteriormente allo stabilimento dell’impresa nel paese. In particolare, la legislazione dello Stato ospitante in merito agli investimenti esteri è tenuta a regolare l’esproprio, la risoluzione delle controversie e gli incentivi in termini di sgravi fiscali, al fine di decidere se consentire o meno l’ammissione di società estere. Devono inoltre essere condotti studi di fattibilità con l’obiettivo di valutare l’impatto del progetto di investimento proposto: a tal proposito, una valutazione di impatto ambientale è altresì necessaria alla verifica del rispetto degli obblighi in materia di tutela dell’ambiente, così come ad un’analisi costi-benefici apportati dal progetto[6]. In secondo luogo, a seguito dell’ingresso della multinazionale nello Stato ospite può avere luogo un successivo controllo amministrativo volto ad esaminare il rispetto delle normative nazionali, posto che l’impresa operante in uno Stato differente da quello in cui ha la propria sede legale sia tenuta al rispetto della legislazione dello Stato territoriale[7].

Appare tuttavia necessario sottolineare come tale processo di screening non risulti da una norma generale di diritto internazionale, bensì il controllo nella fase di entrata dell’investimento estero è soggetto alla discrezionalità dello Stato ospite, il quale si trova spesso limitato da trattati di investimento bilaterali o multilaterali dei quali è parte[8].

 

Ostacoli ad un’effettiva regolazione delle multinazionali nello Stato ospite

Allo stesso tempo, la capacità dello Stato ospite di regolare la condotta di imprese straniere può essere ostacolata da un’ampia varietà di fattori. Nei paesi ospitanti, ad esempio, generalmente è assente un sistema amministrativo, normativo e giudiziario effettivo che possa consentire di supervisionare adeguatamente le attività delle società commerciali operanti sul proprio territorio[9]: nello specifico, risorse in termini di strumenti finanziari e capitale umano risultano spesso insufficienti all’applicazione della legislazione nazionale. Inoltre, la scarsità di informazione e di mezzi tecnologici per la valutazione dei rischi ambientali di particolari attività accentua la difficoltà dello Stato ospite di perseguire una corretta regolazione delle multinazionali[10].

Ulteriori fallimenti nella protezione dei diritti umani e dell’ambiente derivano dalla necessaria volontà dei paesi ospitanti di attrarre investimenti stranieri. In particolare, mentre la competizione globale appare gradualmente dissociarsi dalla dotazione degli Stati in termini di risorse naturali, la crescita economica di numerosi paesi in via di sviluppo risulta strettamente legata agli investimenti esteri. Così, al fine di sedurre imprese transnazionali affinché investano nel proprio Stato, in tali paesi è diffusa la tendenza all’astensione dall’imposizione di regolazioni stringenti in capo alle multinazionali straniere[11]. A tal proposito, il potere negoziale degli Stati non è comparabile a quello degli investitori stranieri, i quali, nella maggior parte dei casi, risultano agevolati da contratti di investimento che favoriscono in larga misura il capitale e stabiliscono la giurisdizione di tribunali esteri in caso di controversie[12]. Pertanto, la capacità dello Stato ospite di imporre leggi ambientali e sociali più stringenti appare decisamente ristretta, in quanto potenziali effetti a detrimento dell’investimento straniero potrebbero implicare un risarcimento alla società investitrice straniera lesa.

Inoltre, specialmente in paesi in via di sviluppo, lo Stato ospite potrebbe essere coinvolto in attività dannose per l’ambiente condotte da imprese multinazionali sia perché le abbia direttamente autorizzate, sia perché sia divenuto parte della società commerciale attraverso l’acquisizione di quote. L’assenza di incentivi economici e politici può costituire un’importante barriera per lo Stato ospite nella regolazione delle multinazionali e nella persecuzione di condotte illecite ai sensi del diritto interno di tale Stato[13].

 

Il contenzioso giudiziario e l’accesso ai mezzi di ricorso nello Stato ospite

Per quanto concerne il contenzioso giudiziario e il risarcimento alle vittime, la configurazione delle multinazionali può eventualmente limitare la possibilità di ottenere una compensazione adeguata: di fatto, la dottrina del velo societario e la personalità giuridica separata dei numerosi soggetti appartenenti ad un unico gruppo transnazionale prevengono la garanzia di un pieno risarcimento nel caso in cui la società controllata che abbia commesso un illecito disponga di risorse limitate per compensare le vittime. In particolare, la società madre risulta tutelata, e non è possibile che venga ritenuta responsabile per le attività delle società affiliate o controllate nonostante facciano parte dello stesso gruppo multinazionale[14].

In quanto ai ricorrenti, il principale impedimento appare essere la mancanza di legittimazione ad agire delle vittime, sia perché la violazione risulta troppo generica, sia perché non coinvolge specificamente un gruppo specifico, come nel caso di un danno ambientale. Le controversie sono inoltre generalmente costose, e i querelanti potrebbero non disporre dei mezzi finanziari necessari ad affrontare i lunghi procedimenti legali. Tuttavia, un miglior accesso alle prove potrebbe risultare un vantaggio rilevante per lo svolgimento dell’azione giudiziaria nei tribunali dello Stato ospite; ciononostante, la probabilità di corruzione o interferenza politica appare nettamente maggiore rispetto allo Stato d’origine. Infine, sebbene in alcuni casi le vittime siano riuscite ad ottenere un risarcimento, le sanzioni inflitte alle multinazionali sono comunque risultate minime. Appare dunque chiaro come, nella maggior parte dei casi, risarcire i danni sia più conveniente per le imprese che adottare comportamenti virtuosi in maniera preventiva al fine di anticipare danni all’ambiente ed eventuali violazioni dei diritti umani e sociali[15].

 

Verso una regolazione delle multinazionali nello Stato d’origine?

Il termine “Stato d’origine” fa riferimento allo Stato di provenienza dell’impresa multinazionale. Allo stesso tempo, tale paese risulta essere il luogo in cui la società ha la propria sede legale e dal quale è esercitato in controllo finanziario e amministrativo sull’intero gruppo[16]. Ciononostante, identificare lo Stato d’origine di una compagnia transnazionale non appare sempre del tutto immediato, così come complicato è valutare quale sia la nazionalità di un’impresa, ai fini di stabilire quale sia lo Stato competente ad esercitare la propria giurisdizione su di essa.

A questo proposito, tre diversi fattori contribuiscono all’attribuzione della nazionalità ai sensi del diritto internazionale pubblico, e precisamente:

  1. il luogo di costituzione,
  2. lo Stato da cui si esercita il controllo sulle operazioni delle multinazionali ed infine
  3. la nazionalità degli azionisti.

 

Se i paesi di common law prediligono il test del luogo di costituzione, i paesi di diritto civile perseguono il criterio della sede reale, in riferimento al paese dal quale viene esercitato il controllo. Tuttavia, un approccio generalmente accettato per l’accertamento della nazionalità dell’impresa ai sensi del diritto internazionale non si è ancora consolidato, e le multinazionali continuano ad essere concepite come un aggregato di entità separate, ciascuna con la propria nazionalità, solitamente attribuita in base al contesto nazionale[17].

Sebbene esistano numerosi impedimenti di natura economica e giuridica, attribuire la competenza della regolazione delle multinazionali allo Stato d’origine è generalmente preferito dalla dottrina. Di fatto, lo Stato d’origine è tipicamente dotato di sistemi normativi, giudiziari ed amministrativi più efficienti, i quali consentono – di conseguenza – una più incisiva attività di prevenzione e persecuzione delle attività dannose delle società commerciali. Inoltre, al fine di limitare il cosiddetto “shopping della normativa e del foro competente a giudicare”, la regolamentazione delle attività svolte all’estero dalle multinazionali può essere realizzata dallo Stato d’origine attraverso la richiesta alla società madre costituita sul proprio territorio nazionale e subordinata al rispetto della propria normativa di non configurarsi complice di gravi danni ambientali o violazioni di diritti umani e sociali nel corso delle proprie operazioni in un paese ospite[18]. Ciò fa riferimento al potere dello Stato di emanare leggi con portata extraterritoriale, il quale ai sensi della pronuncia della Corte Permanente di Giustizia Internazionale nel caso Lotus non è vietato dal diritto internazionale[19]. Tuttavia, sebbene tale possibilità sia, in principio, permessa ai sensi del diritto internazionale, è necessario notare come la competenza legislativa dello Stato sia intrinsecamente territoriale: di fatto, in presenza di uno Stato reclamante l’esercizio della giurisdizione extraterritoriale, è possibile che emergano conflitti di giurisdizione, alla luce del dovere corollario di non intervento (o non ingerenza) negli affari interni degli altri Stati su cui si basa la competenza territoriale[20]. Pertanto, ai fini dell’esercizio della giurisdizione extraterritoriale è richiesta una connessione tra l’illecito commesso all’estero e lo Stato che ne rivendica la giurisdizione[21].

 

L’accesso ai tribunali dello Stato d’origine

In merito al procedimento giudiziario in riferimento a casi di illeciti compiuti da imprese multinazionali, l’inadeguatezza e le difficoltà dell’ottenimento di un risarcimento negli Stati ospite hanno indotto le comunità colpite a richiedere una compensazione dinanzi ai tribunali dello Stato di origine, in cui ha sede il centro decisionale della società. Al riguardo, l’obbligo dello Stato di origine di concedere alle vittime l’accesso ai rimedi in seguito a violazioni avvenute nel paese ospitante non si è consolidato nel diritto internazionale, nonostante quanto auspicato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani nello Studio analitico del 2011 sul rapporto tra diritti umani e ambiente[22].

Tuttavia, al fine di perseguire il centro decisionale delle imprese multinazionali e poter reclamare un risarcimento direttamente alla società madre, è emersa la pratica del contenzioso transnazionale – o responsabilità diretta estera[23]. In particolare, se da un lato la responsabilità diretta estera potrebbe contribuire ad una maggiore attenzione internazionale a proposito delle attività illecite delle multinazionali nei paesi ospite, dall’altro lato la possibilità di intentare azioni legali contro società transnazionali nello Stato d’origine avrebbe la capacità di ostacolare l’eccessiva violazione del diritto internazionale e nazionale ambientale, sociale e dei diritti umani da parte di tali imprese, nonché la loro inclinazione a fare pressioni contro l’inasprimento delle normative interne degli Stati ospite[24].

 

Regolazione delle multinazionali nello Stato d’origine e questioni giurisdizionali

Alla luce dei possibili conflitti di interesse tra i tribunali dello Stato d’origine e di quello ospitante in merito alla giurisdizione a giudicare su casi che coinvolgono attività illecite delle imprese multinazionali commesse all’estero, numerosi ostacoli procedurali impediscono alle vittime di intentare procedimenti giudiziari nello Stato d’origine, tra cui la dottrina del forum non conveniens e la riluttanza a “sollevare” il velo societario.

In primo luogo, con riferimento al forum non conveniens il giudice ha la discrezionalità di decidere se trattare o meno una causa basandosi sul fatto che il foro non è conveniente o è inopportuno per il convenuto. In particolare, tale dottrina emerge nell’eventualità in cui vi sia la possibilità di avviare procedimenti giudiziari in più di un ordinamento. A tal proposito, paesi di common law come gli Stati Uniti e il Regno Unito tendono a interpretare il forum non conveniens come un mezzo per consentire ai ricorrenti di avviare procedimenti legali in un forum più appropriato. Tuttavia, la richiesta di intraprendere un contenzioso in altre giurisdizioni potrebbe anche risultare in un diniego di giurisdizione, nel caso in cui i ricorrenti non siano in grado di chiedere risarcimenti dinanzi ai propri tribunali nazionali[25].

In secondo luogo, il velo societario rappresenta un ulteriore impedimento all’istituzione della giurisdizione dei tribunali dello Stato di origine. In particolare, al fine di stabilire la competenza dei giudici dello Stato di origine, è richiesto un livello minimo di controllo della capogruppo sulla società controllata che ha commesso l’illecito: tuttavia, sia la difficoltà di valutare tale nesso dovuta alla complessa struttura sottostante delle multinazionali e l’avversione degli Stati di origine a “sollevare il velo societario” impedisce il superamento del cavillo giuridico che consente di considerare i singoli enti come indipendenti e, a loro volta, di evitare di ricondurli all’unità della gestione svolta dalla società madre[26].

 

Conclusioni

In ultima analisi, è possibile affermare che la regolazione delle multinazionali sia da parte dello Stato di origine che dello Stato ospite presenta difficoltà su vasta scala, le quali ostacolano lo sviluppo di una risposta adeguata all’esigenza di supervisionare e perseguire i comportamenti irresponsabili di imprese multinazionali che operano nei paesi in via di sviluppo. È pertanto opportuno concludere che le soluzioni giuridiche nazionali volte a ritenere responsabili imprese multinazionali per danni ambientali e violazioni dei diritti umani e sociali appaiono ampiamente insoddisfacenti.

Informazioni

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J. A. ZERK, Multinationals and Corporate Social Responsibility. Limitations and Opportunities in International Law, Cambridge, Cambridge University Press, 2006.

[1] V. CHABERT, Multinazionali e danni ambientali: verso un quadro giuridico vincolante?, Diritto Consenso, 7 febbraio 2022. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2022/02/07/multinazionali-e-danni-ambientali-verso-quadro-giuridico-vincolante/.

[2] E. MORGERA, Corporate environmental accountability in International law, 2nd edition, Oxford, Oxford University Press, 2020, p. 38.

[3] A. BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012, p. 114.

[4] L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, Regulating Corporations under International Law: from Human Rights to International Criminal Law and Back Again, Journal of International Criminal Justice, Vol. 8, 2010 p. 3.

[5] F. MARRELLA, Regolazione internazionale e imprese multinazionali. In L’Impresa Responsabile. Diritti sociali e Corporate Social Responsibility, Milano, Halley, 2007, p. 37.

[6] E. MORGERA, op. cit., p. 25.

[7] F. MARRELLA, op. cit., p. 38.

[8] Ivi, p. 26.

[9] C. Z. WAGNER, Corporate Social Responsibility of Multinational Enterprises and the International Business Law curriculum, p. 4. In Picker et.al, International Economic Law: the State and Future of the discipline, Hart Publishing Ltd, 2008

[10] J.A. ZERK, Multinationals and Corporate Social Responsibility. Limitations and Opportunities in International Law, Cambridge, Cambridge University Press, 2006, p. 57.

[11] O. DE SCHUTTER, Transnational Corporations and Human Rights, Portland, Hart Publishing, 2006, p. 23.

[12] F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, p. 115.

[13]  L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, op. cit. pp. 3-4.

[14] E. MORGERA, op. cit., p. 27.

[15] W. KALECK, M. SAAGE-MAAß, Corporate Accountability for Human Rights Violations amounting to International Crimes, Journal of International Criminal Justice, Vol. 8, 2010, pp. 714-715.

[16] J. A. ZERK, op. cit., p. 146 .

[17] Ivi, pp. 148- 149.

[18] A. BONFANTI, op. cit., p. 138.

[19] Permanent Court of International Justice, The case of S.S. Lotus, Collection of Judgements Series A., No. 10, 7 September 1927. Available from https://www.icj-cij.org/public/files/permanent-court-of-international-justice/serie_A/A_10/30_Lotus_Arret.pdf

[20] G. PERONI, C. MIGANI, La responsabilità sociale dell’impresa multinazionale nell’attuale contesto internazionale, IANUS n.2, 2010, p.10.

[21] J. A. ZERK, op. cit., p. 105.

[22] United Nations High Commissioner for Human Rights, Analytical Study on the Relationship between Human Rights and the Environment, UN A/HRC/19/34, 2011, para 72. Available from http://www.marinacastellaneta.it/wp-content/uploads/2012/03/A-HRC-19-34_en.pdf.

[23] E. MORGERA, op. cit., p. 30.

[24] Ivi, p. 31

[25] A. DE JONGE, Transnational Corporations and International law. Accountability in the Global Business Environment, Cheltenham, UK, Northampton, MA, USA, Edward Elgar Publishing, 2011, p. 108.

[26] A. BONFANTI, op. cit., pp. 140-141.


Consiglio d'Europa

Il Consiglio d'Europa

Con 47 Stati membri, il Consiglio d’Europa è la principale organizzazione internazionale a difesa dei diritti umani sul continente europeo

 

Che cos’è il Consiglio d’Europa?

Il Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo, è la principale organizzazione internazionale a difesa dei diritti umani sull’insieme del continente europeo e oltre i suoi confini. Basato su tre pilastri che comprendono la tutela dei diritti umani fondamentali, la democrazia e lo stato di diritto, l’organizzazione conta 47 Stati membri, con una popolazione complessiva di oltre 830 milioni di persone[1].

Recentemente, in conformità con lo Statuto, il Comitato dei Ministri ha preso la decisione di sospendere con effetto immediato la Federazione Russa dai suoi diritti di rappresentanza a seguito dell’attacco armato sferrato contro l’Ucraina. Dal momento che la sospensione non risulta essere una misura definitiva bensì temporanea, la Russia rimane membro dell’Organizzazione, così come delle sue convenzioni[2]; ciononostante, il 10 marzo scorso la Federazione Russa ha annunciato che, a causa delle sanzioni e delle misure restrittive imposte dall’Occidente, non farà più parte dell’Organizzazione.

Santa Sede, Canada, Giappone, Stati Uniti e Messico godono dello stato di osservatore, mentre Israele partecipa all’Assemblea parlamentare in qualità di osservatore[3].

 

Il funzionamento

Numerosi organismi e figure istituzionali garantiscono il corretto funzionamento del Consiglio d’Europa. Anzitutto, il Segretariato Generale – attualmente retto dalla croata Marija Pejčinović Burić – è responsabile della pianificazione strategica, della gestione efficiente del programma di attività e del bilancio dell’Organizzazione; viene eletto alla guida del Consiglio d’Europa dall’Assemblea parlamentare per un mandato di cinque anni, che con scrutinio separato elegge anche il Vice Segretario generale[4].

Accanto al Segretariato, il Comitato dei Ministri è l’organo decisionale dell’Organizzazione. Composto dai Ministri degli Affari Esteri degli Stati membri o dai loro rappresentanti diplomatici permanenti a Strasburgo, tale organismo definisce la politica dell’Organizzazione e ne approva il bilancio e il programma di attività[5]. D’altra parte, l’Assemblea Parlamentare – composta da membri eletti dei 47 Parlamenti nazionali – costituisce il luogo di dibattito e proposte su problemi sociali e politici dell’Organizzazione.

Tale organismo ha incentivato l’elaborazione di numerose convenzioni, tra cui la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo[6]. Da ultimo, il Congresso dei Poteri Locali e Regionali è incaricato di rafforzare la democrazia a livello locale, regionale e negli Stati membri. Composto dalla Camera dei poteri locali e dalla Camera delle Regioni, rappresenta gli interessi di oltre 150.000 enti territoriali[7].

 

Le convenzioni: la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU)

Il Consiglio d’Europa ha elaborato oltre 220 trattati destinati a promuovere i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto; si tratta di accordi giuridicamente vincolanti per gli Stati membri che li hanno sottoscritti e ratificati, il cui rispetto delle disposizioni e conformità delle politiche è regolarmente esaminata attraverso specifici meccanismi di monitoraggio e valutazione[8]. In primo piano, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), entrata in vigore nel 1950, garantisce un insieme di diritti fondamentali civili e politici che includono:

  • il diritto alla vita;
  • il diritto ad un equo processo;
  • la libertà di espressione, di pensiero e di religione.

 

Parallelamente, la Convenzione proibisce la tortura, il lavoro forzato, la pena di morte ed ogni forma di discriminazione.

Allo stato attuale, la Convenzione tutela un numero maggiore di diritti e libertà fondamentali rispetto al testo originale adottato nel 1950, i quali sono stati inclusi nei successivi protocolli addizionali adottati nel corso degli anni. Inoltre, la CEDU costituisce il primo strumento giuridico internazionale che ha cristallizzato e dato forza vincolante ai diritti sanciti all’interno della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.

Al riguardo, l’organizzazione in esame ha sviluppato un sistema di tutela dei diritti umani il cui meccanismo più noto è la Corte Europea dei diritti dell’uomo, istituita nel 1959 con sede a Strasburgo al fine di controllare l’applicazione della CEDU nei 47 Stati membri. La Corte può essere adita da governi, singoli individui o gruppi, indipendentemente dalla nazionalità nell’eventualità in cui si è in presenza di asserite violazioni dei diritti umani e contemporaneamente sussistano determinati requisiti, incluso l’esperimento di tutte le vie di ricorso interne previste dall’ordinamento del paese membro in questione[9].

 

Le convenzioni: la Convenzione di Istanbul

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza di genere (Convenzione di Istanbul) è il trattato internazionale sui diritti umani più progressista ed ambizioso per l’eliminazione della violenza contro le donne basata sul genere[10]. Il testo della Convenzione è stato adottato dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e aperto alla firma ad Istanbul l’11 maggio 2011; in seguito alla decima ratifica da parte di Andorra il 22 aprile 2014, lo strumento è entrato in vigore il 1° agosto 2014.

La Convenzione fornisce agli Stati che l’hanno ratificata un quadro complessivo di politiche e misure basate sulle migliori prassi per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica; sebbene sia stata elaborata in Europa, essa ha portata globale; pertanto, qualsiasi stato può aderirvi o impiegarla come modello di riferimento per le proprie politiche e legislazioni nazionali e regionali.

Il campo di applicazione della Convenzione si estende a tutte le forme di violenza, compresa la violenza domestica, che “colpisce le donne in modo sproporzionato[11]. Quattro i pilastri della Convenzione:

  1. prevenzione della violenza,
  2. protezione delle vittime,
  3. procedimento penale nei confronti dei responsabili,
  4. politiche organiche e coordinate da parte degli Stati.

 

La Convenzione ha avuto un notevole impatto positivo in tutta Europa: in particolare, essa ha contribuito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’urgente necessità di intervenire in maniera immediata sulla questione, come pure ha stimolato e ispirato modifiche importanti e progressiste alle leggi e alle politiche nazionali relative alla violenza di genere. In maniera analoga, la Convenzione ha evidenziato la necessità di un maggior numero di centri di assistenza e di servizi per le donne vittime di violenza[12]. Non da ultimo, le Parti alla Convenzione di Istanbul sono incoraggiate ad estenderne l’applicazione a tutte le persone a rischio di violenza domestica, compresi uomini, bambini e anziani, in considerazione del fatto che anche gli uomini subiscono alcune forme di violenza contemplate dallo strumento giuridico in esame, sebbene meno di frequente e spesso in forme meno gravi[13].

 

Le convenzioni: la Convenzione sulla criminalità informatica

La Convenzione sulla criminalità informatica (Convenzione di Budapest) è entrata in vigore il 1° luglio 2004 e fornisce orientamenti e linee guida per tutti i paesi desiderosi di sviluppare una legislazione coerente e completa in materia di cybercriminalità. In tale campo, si tratta dell’unico strumento internazionale giuridicamente vincolante.

La Convenzione di Budapest è più di un documento legale; è un quadro che consente a centinaia di professionisti di condividere esperienze e creare relazioni che facilitino la cooperazione in casi specifici – anche in situazioni di emergenza – al di là delle disposizioni specifiche previste dalla Convenzione[14].

La Convenzione è il primo trattato internazionale sui crimini commessi tramite Internet e altre reti informatiche; essa tratta in modo particolare le violazioni dei diritti d’autore, le frodi informatiche, la pornografia infantile e le violazioni della sicurezza delle reti. Tra gli obiettivi principali, enunciati nel preambolo, vi è il perseguimento di una politica penale comune, finalizzata alla protezione dell’intera società da minacce e atti criminali commessi in rete, nello specifico attraverso l’adozione di una legislazione adeguata negli Stati membri e la promozione di una maggiore cooperazione internazionale[15].

 

La Commissione di Venezia

La Commissione Europea per la promozione della Democrazia attraverso il diritto (Commissione di Venezia) fornisce supporto legale agli Stati membri e, in particolare, aiuta gli Stati desiderosi di allineare le proprie strutture legali ed istituzionali agli standard europei e alle esperienze internazionali in termini di democrazia, diritti umani e stato di diritto. La Commissione di Venezia contribuisce inoltre alla disseminazione e al consolidamento di un patrimonio costituzionale comune, svolgendo un ruolo di primo piano nella gestione dei conflitti e nella fornitura di “aiuto costituzionale d’emergenza” a Stati in via di transizione.

I 47 Stati del Consiglio d’Europa figurano tra i membri della Commissione, ai quali si aggiungono altri 14 Paesi fuori dai confini europei, inclusi Brasile, Cile, Costa Rica, Israele e Kosovo. I membri individuali della Commissione di Venezia comprendono docenti di diritto internazionale pubblico e privato, giudici delle Corti Supreme e Costituzionali e membri dei Parlamenti nazionali. Essi sono eletti per un periodo di quattro anni dai singoli Stati membri, ma agiscono secondo capacità individuale.

La Commissione opera in tre aree principali:

  1. istituzioni democratiche e diritti fondamentali;
  2. giustizia ordinaria e costituzionale;
  3. elezioni, referendum e partiti politici.

 

Il Segretariato permanente è localizzato a Strasburgo, nelle sedi del Consiglio d’Europa; tuttavia, le sessioni plenarie della Commissione si tengono presso la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista di Venezia, nei mesi di marzo, giugno, ottobre e dicembre[16].

 

Il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea

Benché spesso le due Organizzazioni vengano erroneamente sovrapposte, il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea sono due organizzazioni distinte, con ruoli diversi ma complementari. In particolare, l’UE condivide la base valoriale fondamentale su cui poggia l’azione del Consiglio d’Europa nella sua interezza, e, al contempo, una vasta gamma di programmi congiunti con Bruxelles contribuisce al sostentamento delle riforme giuridico-istituzionali sia nel continente europeo, sia in Nord Africa.

Su questa linea, le due organizzazioni collaborano strettamente nei settori di comune interesse, quali la promozione dei diritti umani e della democrazia in Europa e nelle regioni limitrofe; inoltre, il perseguimento del comune obiettivo della pace viene attuato tramite lo stanziamento di cospicue risorse finanziarie a sostegno di specifici programmi[17]. Parimenti, al fine di contribuire alla creazione di uno spazio giuridico europeo comune con riferimento alla tutela dei diritti umani fondamentali, il Trattato di Lisbona ha previsto l’adesione dell’Unione Europea alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU); ciononostante, a seguito di alcune pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea concernenti specifiche questioni giurisdizionali e di competenza, il processo di adesione dell’UE non ha ancora avuto luogo[18].

Tuttavia, è necessario ricordare il ruolo del Consiglio d’Europa come precursore nel processo di integrazione europea: di fatto, nessuno Stato ha aderito all’Unione Europea senza prima divenire membro del Consiglio d’Europa. Fondato nel 1949, all’indomani della Seconda guerra mondiale, l’Organizzazione ha garantito la ricostruzione politica dell’Europa facendo leva su un insieme di valori fondamentali, il cui declino era stato responsabile della devastazione del Vecchio continente negli anni precedenti.

Di notevole importanza, il Consiglio d’Europa è la prima delle istituzioni internazionali ad aprire le porte all’integrazione dei paesi dell’Europa centrale ed orientale in seguito alla caduta del Muro di Berlino, svolgendo altresì una funzione di primo piano nel sostenere tali paesi a realizzare le necessarie riforme politiche, costituzionali, legislative e giudiziarie necessarie[19]. In ultima analisi, la bandiera europea – raffigurante 12 stelle dorate disposte in cerchio su di uno sfondo blu – è stata ideata dal Consiglio d’Europa nel 1955 ed adottata dall’UE nel 1985, divenendo così un simbolo comune della costruzione europea oltre l’appartenenza ad una specifica istituzione[20].

 

L’Italia e il Consiglio d’Europa: la presidenza del Comitato dei Ministri

Lo scorso 17 novembre, dopo più di vent’anni l’Italia ha assunto la Presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per il semestre novembre 2021 – maggio 2022[21].

Il passaggio di consegne dall’Ungheria all’Italia è avvenuto alla presenza dei rappresentanti degli Stati membri e del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Luigi di Maio[22], il quale ha delineato le priorità della presidenza semestrale, in linea con le tematiche tradizionalmente centrali all’azione dell’Italia e della sua naturale vocazione multilateralista: il rafforzamento dei principi e dei valori fondanti dell’organizzazione; la promozione dei diritti delle donne, dei minori e degli adolescenti; la costruzione di un futuro a misura di persona attraverso la valutazione delle nuove sfide poste dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale nei confronti dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto[23].

Il semestre italiano presterà inoltre particolare attenzione alla tutela del patrimonio culturale, strumento fondamentale di dialogo ed inclusione sociale che, per il proprio legame con l’ambiente e il paesaggio, apporta un contributo tangibile alla qualità della vita in Europa[24].

Insieme ad altri nove Stati, l’Italia figura tra i paesi fondatori del Consiglio d’Europa[25]: di fatto, il nostro paese è tra i principali contribuenti al budget dell’Organizzazione, i cui valori fondanti sono altresì sanciti all’interno della Costituzione e tradizionalmente al centro della politica estera italiana[26].

Nel 2011, il Consiglio d’Europa ha aperto il suo ufficio di rappresentanza in Italia, ed in particolare nella città di Venezia, a riconoscimento della ricchezza artistico-culturale della città e della sua storica vocazione democratica e di rispetto dei diritti umani[27].

Informazioni

Consiglio d’Europa, 47 Stati membri. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/47-members-states.

Consiglio d’Europa, Assemblea Parlamentare, La convenzione di Istanbul: uno strumento potente per mettere fine alla violenza di genere, p.16.

Consiglio d’Europa, Assemblea Parlamentare. Disponibile al link: https://pace.coe.int/en/.

Consiglio d’Europa, Budapest Convention. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/cybercrime/the-budapest-convention.

Consiglio d’Europa, Comitato dei Ministri. Disponibile al link: ​https://www.coe.int/en/web/cm.

Consiglio d’Europa, Congresso dei poteri Locali e Regionali. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/congress.

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Resoconto Stenografico Commissioni Congiunte Affari esteri, emigrazione del Senato della Repubblica e Affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, Comunicazioni Del Ministro Degli Affari Esteri E Della Cooperazione Internazionale sulle linee programmatiche del suo dicastero, 7° seduta, 31 ottobre 21.

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S. DELLERBA, La Convenzione di Istanbul, Diritto Consenso. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2021/11/19/convenzione-di-istanbul/.

[1] Il Consiglio d’Europa in breve. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/about-us/who-we-are.

[2] Il Consiglio d’Europa sospende i diritti di rappresentanza della Russia, 25 febbraio 2022. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/-/council-of-europe-suspends-russia-s-rights-of-representation.

[3] 47 Stati membri. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/47-members-states.

[4] Secretary General. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/secretary-general/home.

[5] Comitato dei Ministri. Disponibile al link: ​https://www.coe.int/en/web/cm.

[6] Assemblea Parlamentare. Disponibile al link: https://pace.coe.int/en/.

[7] Congresso dei poteri Locali e Regionali. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/congress.

[8] Il Consiglio d’Europa: breve panoramica. Per la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto, Council of Europe Publications, p. 8.

[9] Council of Europe, European Court of Human Rights. Disponibile al link: https://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=home.

[10] S. DELLERBA, La Convenzione di Istanbul, Diritto Consenso. Disponibile al link:  http://www.dirittoconsenso.it/2021/11/19/convenzione-di-istanbul/.

[11] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), 2011, art. 3.

[12] S. DE VIDO, Donne, violenza e diritto internazionale. La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011. Mimesis, 2016.

[13] Consiglio d’Europa, Assemblea Parlamentare, La convenzione di Istanbul: uno strumento potente per mettere fine alla violenza di genere, p.16.

[14] Consiglio d’Europa, Budapest Convention. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/cybercrime/the-budapest-convention.

[15] Consiglio d’Europa, Convention on Cybercrime, 2004. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/conventions/full-list?module=treaty-detail&treatynum=185.

[16] Consiglio d’Europa, Venice Commission. Disponibile al link: https://www.venice.coe.int/webforms/events/.

[17] Consiglio d’Europa, Da non confondere. Disponibile al link:  https://www.coe.int/it/web/about-us/do-not-get-confused.

[18] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Opinion 2/94 on Accession by the Communities to the Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms, 28 marzo 1996. Disponibile al link: https://www.cvce.eu/content/publication/2001/8/22/db253212-9e45-4545-8179-f6d51dd059c0/publishable_en.pdf; Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Opinion 2/13 on accession to the ECHR, 18 dicembre 2014. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A62013CV0002.

[19] Consiglio d’Europa, Il Consiglio d’Europa: breve panoramica. Per la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto, Council of Europe Publications, p. 3.

[20] Maggiori informazioni sono disponibili al link: https://www.coe.int/it/web/about-us/the-european-flag.

[21] V. CHABERT, L’Italia assume la Presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, Opinio Juris – Law and Politics Review, 18 novembre 2021. Disponibile al link: https://www.opiniojuris.it/litalia-assume-la-presidenza-del-comitato-dei-ministri-del-consiglio-deuropa/.

[22] Council of Europe, Italy takes over the Chairmanship of the Committee of Ministers, 17 Novembre 2021. Disponibile al link:https://www.coe.int/en/web/portal/full-news/-/asset_publisher/y5xQt7QdunzT/content/italy-takes-over-the-chairmanship-of-the-committee-of-ministe-1?_101_INSTANCE_y5xQt7QdunzT_viewMode=view/.

[23] Council of Europe, Priorities of the Italian Presidency of the Committee of Ministers of the Council of Europe (17 November 2021- 20 May 2022). Disponibile al link: https://search.coe.int/cm/Pages/result_details.aspx?ObjectID=0900001680a48d39 .

[24] Ibid.

[25] Consiglio d’Europa, Italia. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/italy.

[26] Resoconto Stenografico Commissioni Congiunte Affari esteri, emigrazione del Senato della Repubblica e Affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, Comunicazioni Del Ministro Degli Affari Esteri E Della Cooperazione Internazionale sulle linee programmatiche del suo dicastero, 7° seduta, 31.10.21.

[27] Consiglio d’Europa, Ufficio di Venezia. Disponibile al link:   https://www.coe.int/it/web/venice/cooperation.


Personalità giuridica delle multinazionali

La personalità giuridica delle multinazionali nel diritto internazionale

Nonostante la progressiva espansione dei soggetti del diritto internazionale contemporaneo, la questione della personalità giuridica delle multinazionali risulta essere particolarmente controversa

 

La personalità giuridica delle multinazionali e i soggetti di diritto internazionale

A partire dal 1648, il sistema westfaliano delle relazioni internazionali è incentrato sulla presenza di Stati sovrani ed indipendenti, i quali occupano un ruolo primario nella gerarchia dei soggetti di diritto internazionale1. Di fatto, gli Stati risultano essere i soggetti tradizionali dell’ordinamento giuridico internazionale2, i quali detengono il potere sovrano “in riferimento ad una porzione del globo, di esercitare all’interno di essa, ad esclusione di ogni altro Stato, le funzioni dello Stato”3. Ciononostante, la fine del secondo conflitto mondiale ha portato ad una progressiva espansione dello scopo e della struttura del diritto internazionale contemporaneo, alla quale è corrisposta una crescente eterogeneità di soggetti e nuove aree di applicazione del diritto4. In particolare, sulla scena internazionale sono emersi nuovi e numerosi attori e soggetti, tra cui Organizzazioni Internazionali, Organizzazioni Non Governative (ONG), organizzazioni terroristiche e, da ultimo, imprese multinazionali5: pertanto, tale evoluzione ha messo direttamente in discussione il sistema Statocentrico di Westphalia, che fino a quel momento aveva rappresentato il fondamento dell’organizzazione delle relazioni transnazionali fra le Nazioni6. A tale riguardo, sebbene gli Stati sovrani conservino il loro tradizionale ruolo fondamentale nel sistema di diritto internazionale corrente, una varietà di nuovi attori globali ha preso parte alla creazione di norme internazionali. Le società multinazionali forniscono un’ evidente esemplificazione del rinnovato ruolo internazionale di attori considerati storicamente secondari agli Stati: imprese private hanno infatti acquisito un ruolo via via più incisivo nello sviluppo del diritto ambientale globale, derivante in parte anche dalla crescente capacità di dialogare a pari livello con i governi in termini economici e finanziari7. In tale contesto, la questione della personalità giuridica delle multinazionali appare tanto rilevante quanto controversa alla luce delle possibili e contrastanti interpretazioni della condizione fondamentale in presenza della quale è possibile affermare l’esistenza della soggettività internazionale, ovvero la “capacità di possedere diritti e doveri internazionali e di mantenere i propri diritti presentando rivendicazioni internazionali”8.

 

Il diniego della personalità giuridica delle multinazionali: la prospettiva tradizionale

All’interno della dottrina, un primo approccio tradizionalista non ritiene possibile considerare le imprese private transnazionali come soggetti di diritto internazionale, negando quindi ogni possibile evoluzione verso una (anche limitata) personalità giuridica delle multinazionali9. Secondo tale prospettiva, il diritto internazionale pubblico interessa in maniera esclusiva i diritti e i doveri di Stati ed Organizzazioni internazionali. Di conseguenza, la prospettiva classica non prevede alcuna soggettività internazionale per le multinazionali ai sensi della loro operatività all’interno della sovranità dello Stato in cui vengono localizzati i loro processi produttivi e le attività commerciali, così come dell’impossibilità di citare in giudizio una controparte di fronte ad un tribunale internazionale, accessibile per contro solo a Stati e – su base accessoria – Organizzazioni Internazionali10.

Le società commerciali vengono tuttavia designate come “oggetti” di diritto internazionale, la cui responsabilità può essere accertata solamente nel contesto dello Stato ospite o, più difficilmente, dello Stato d’origine in cui la società madre ha la propria sede legale11. Pertanto, la maggioranza della dottrina sostiene l’approccio secondo il quale anche qualora le multinazionali figurino tra i recipienti finali di norme internazionali ad esse indirizzate, l’interesse del diritto internazionale a regolarne le attività transnazionali rimane generalmente indiretto, in quanto è in ogni caso necessaria la mediazione del diritto interno.

Un maggiore consolidamento della prospettiva tradizionale contro la personalità giuridica delle multinazionali ha infine origine nell’operatività delle multinazionali come intermediarie all’interno del sistema relazioni internazionali, in quanto la capacità di concludere trattati internazionali o contribuire alla creazione di consuetudini internazionali attraverso le proprie pratiche commerciali risulta essere assente12.

 

Una limitata personalità giuridica internazionale?

Con l’obiettivo di dare un giusto riconoscimento all’innegabile rilevanza delle imprese multinazionali sullo scenario globale, una seconda tendenza all’interno della dottrina legale considera la possibilità di concedere alle società private una limitata personalità giuridica internazionale13. In particolare, gli studiosi di diritto internazionale a sostegno di tale approccio ritengono che a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale le multinazionali abbiano gradualmente infranto lo stampo tradizionale del diritto internazionale classico, che negava loro ogni forma di personalità giuridica. Tali società, con l’accordo di numerosi Stati, si sono tuttavia appropriate di una certa personalità internazionale14.

Il peculiare ruolo delle multinazionali nel diritto internazionale che giustificherebbe una possibile soggettività internazionale deriva dalla capacità di stipulare contratti tanto con altre società private, quanto con Stati ed Organizzazioni internazionali: di fatto, i contratti tra le sette maggiori compagnie petrolifere Inglesi e Statunitensi (le cosiddette “Sette Sorelle”) e i governi dei paesi dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) conclusi agli inizi degli anni 70 a Tripoli e Teheran costituiscono un precedente determinante in tal senso15. Allo stesso modo, con riferimento alla regolazione di alcune attività internazionali nel campo dei trasporti, la stipulazione di accordi nel contesto delle Conferenze sul Traffico dell’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) rappresentano un ulteriore esempio al riguardo16: di fatto, attraverso lo sviluppo di cartelli ed accordi commerciali, tali compagnie sono in grado di influenzare profondamente le relazioni economiche internazionali.

Le multinazionali hanno inoltre la possibilità di sottoporre le proprie conferenze ad arbitrato, accedendo dunque a meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie: grazie al proprio potere economico infatti, le imprese transnazionali sono in grado di imporre clausole arbitrali agli Stati al fine di ottenere la deroga della giurisdizione Statale in favore di collegi arbitrali internazionali, in cui Stati e società multinazionali si confrontano sullo stesso piano a livello sostanziale17.

 

Imprese multinazionali come attori ed interlocutori nel diritto internazionale

Una terza prospettiva relativa alla personalità giuridica delle multinazionali è incentrata sulla presente ed innegabile rilevanza delle multinazionali in quanto attori non-statali ed interlocutori nei confronti di Stati ed Organizzazioni Internazionali.

Di fatto, tale approccio ha l’obiettivo di superare il modello classico e passivo che oppone soggetti ed oggetti di diritto internazionale: a tal proposito, esso considera le società commerciali come partecipanti nel sistema di diritto internazionale, ponendo dunque attenzione sulla necessità di ritornare ad una visione del diritto internazionale come un processo decisionale in cui non vi sono “soggetti” ed “oggetti”, bensì solamente “partecipanti”18. In tale contesto, il giudice della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) Rosalyn Higgins ha indicato le multinazionali come soggetti partecipanti sullo stesso piano di Stati, organizzazioni internazionali e gruppi privati non governativi19.

 

La personalità giuridica delle multinazionali nel diritto internazionale dei diritti umani

È infine rilevante sottolineare come fra tutte le aree di diritto internazionale la questione della personalità giuridica delle multinazionali sia stata esplorata con maggiore attenzione all’interno del diritto internazionale dei diritti umani20. A tal riguardo, il fatto che le multinazionali possano avere diritti e doveri ai sensi del diritto internazionale e che, di conseguenza, la violazione di norme fondamentali a tutela dei diritti umani possa risultare nella responsabilità internazionale di queste ultime rappresenta la principale e controversa implicazione del riconoscimento di una certa soggettività internazionale delle multinazionali (benché limitata). Tuttavia, poiché allo stato attuale il dibattito internazionale è evoluto verso una negazione totale della personalità giuridica delle multinazionali, è possibile affermare che non è imposto alcun obbligo vincolante direttamente in capo alle società commerciali per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, così come non è emersa alcuna forma di responsabilità giuridica in caso di violazioni di tali norme.

In particolare, le imprese transnazionali possono solamente essere ritenute responsabili di violazioni di diritti umani ed ambientali in maniera indiretta, configurando l’illecito come contravvenzione del diritto interno di uno Stato: di fatto, sul piano internazionale “solo gli Stati possono essere indicati direttamente come responsabili di illeciti compiuti da società multinazionali attraverso la dottrina delle obbligazioni positive21.

In effetti, sebbene la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo affermi che “tutti sono portatori di doveri”22, il diritto internazionale dei diritti umani difficilmente si adatta alla realtà delle persone giuridiche, per il fatto di essere sviluppato con un focus sugli individui.

 

Conclusioni

Alla luce dell’attuale contesto di diritto internazionale, è possibile concludere che lo status legale dell’impresa multinazionale rimane particolarmente controverso e in una fase embrionale di sviluppo. Sebbene non sia possibile affermare che si sia sviluppato un ampio consenso a favore della personalità giuridica delle multinazionali, è tuttavia necessario sottolineare come un numero consistente di strumenti giuridici internazionali di diritto internazionale non vincolante siano indirizzati proprio a tali compagnie, il cui inconfutabile ruolo predominante sullo scenario globale sembra necessariamente richiedere un adattamento della normativa internazionale verso il riconoscimento di una (seppur limitata) soggettività.

Informazioni

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1 D. CARREAU, F. MARRELLA, Diritto Internazionale, 2° edizione, Milano, Giuffré Editore, 2018,p. 39.

2 A. CASSESE, Diritto Internazionale, Bologna, Il Mulino Editore, 2006, p. 68.

3 Island of Palmas Case, The Netherlands v. The United States of America, 4 April 1928. In Reports of International Arbitral Awards, Volume II, pp. 829-871. Disponibile al link: https://legal.un.org/riaa/cases/vol_II/829-871.pdf.

4 H. KELLER, Corporate Codes of Conduct and their Implementation: The question of Legitimacy. In R. Wolfrum, V. Röben, Legitimacy in International law, Berlin, Heidelberg, Springer, 2008, p. 33.

5 D. VERALDI, La tutela internazionale dell’ambiente, Diritto Consenso, 12 novembre 2020. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2020/11/12/la-tutela-internazionale-ambiente/.

6 D. CARREAU, F. MARRELLA, op.cit., p. 38.

7 K. KULOVESI, M. MEHLING, E. MORGERA, Global Environmental Law: Context and Theory, Challenge and Promise, Transnational Environmental Law, 8(3), 2019, pp. 405-435. p. 408.

8 International Court of Justice, Reparation for Injuries Suffered in the Service of the United Nations, in ICJ Reports, 1949, 174 -179.

9 F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, p. 190.

10 E. MORGERA, Corporate environmental accountability in International law, 2nd edition, Oxford, Oxford University Press, 2020, p. 61.

11 F. MARRELLA, op. cit., p. 192.

12 G. PERONI, C. MIGANI, La responsabilità sociale dell’impresa multinazionale nell’attuale contesto internazionale, IANUS n.2, 2010, p. 13.

13 D. CARREAU, F. MARRELLA, op.cit., p. 193.

14 D. CARREAU, Droit International, Paris, Pedone,10ème edit., 2009. p. 439.

15 D. CARREAU, F.MARRELLA, op. cit., p. 505.

16 Ibid.

17 Ivi, pp. 506-507.

18 L. LIBERTI, La responsabilité des entreprises en droit international: chimère ou réalité, Forum du Droit International, Vol. 7, 2005, pp. 236.

19 R. HIGGINS, Problems and Process: International Law and How We Use It, Oxford, Clarendon Press, 1994, p 50.

20 E. MORGERA, op.cit., p. 63.

21 L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, Regulating Corporations under International Law: from Human Rights to International Criminal Law and Back Again, Journal of International Criminal Justice, Vol. 8, 2010, pp. 727.

22 United Nations General Assembly, Universal Declaration of Human Rights, A/RES/ 3/217, 10 December 1948, preamble and art. 29.