Repower EU

Il pacchetto Repower EU

Lo scorso maggio, la Commissione Europea ha presentato il piano di investimenti Repower EU per la transizione verde in Europa

 

Cosa prevede Repower EU?

Vale 300 miliardi – 225 in finanziamenti e sovvenzioni, 75 come prestiti – il piano Repower EU[1], presentato dalla Commissione Europea nella giornata del 18 maggio scorso in risposta alle tensioni nel mercato energetico globale, esacerbate dall’invasione Russa dell’Ucraina lo scorso febbraio[2].

L’iniziativa prende le mosse dalla doppia urgenza di trasformare il sistema energetico europeo:

  • da un lato, porre fine entro 5 anni alla dipendenza dell’Unione dai combustibili fossili di Mosca, utilizzati come arma politica ed economica dagli albori delle tensioni geopolitiche tra i due attori;
  • dall’altro, affrontare la crisi climatica accelerando la transizione verde attraverso un più incisivo risparmio energetico, la diversificazione degli approvvigionamenti e un’accelerata introduzione delle energie rinnovabili per sostituire gas, petrolio e carbone nelle abitazioni, nell’industria e nella produzione di energia[3].

 

Secondo la Commissione, la trasformazione verde sarà in grado di rafforzare la crescita economica, la sicurezza e l’azione per il clima sul continente europeo. Per queste ragioni, il Recovery and Resilience Facility (RRF)[4] a sostegno della pianificazione e il finanziamento coordinato delle infrastrutture nazionali e transfrontaliere costituirà il fulcro del pacchetto Repower EU. Di fatto, lo scorso maggio la Commissione ha avanzato la proposta di modifiche al suddetto regolamento, al fine di integrare capitoli dedicati nei Piani di Ripresa e Resilienza degli Stati membri che possano tener conto delle nuove iniziative del piano Repower[5].

 

Gli incentivi per il risparmio di energia

Attualmente, il risparmio energetico sembra essere il modo più rapido ed economico per affrontare l’attuale crisi del mercato dei combustibili fossili. A tal proposito, Repower EU propone di rafforzare le misure di efficienza energetica a lungo termine, con un aumento dal 9 al 13% dell’Energy Efficiency Target[6] in seno al pacchetto “Fit for 55” del Green Deal Europeo[7].

Di fatto, dal punto di vista strategico il risparmio di energia aiuterà l’Unione a prepararsi alle sfide che potrebbero sorgere durante il prossimo inverno. In questo senso andrà letta la Comunicazione dell’UE[8] sul risparmio energetico pubblicata congiuntamente al piano Repower, che descrive nel dettaglio i cambiamenti comportamentali a breve termine da adottare per ridurre del 5% la domanda di gas e petrolio, delegando agli Stati membri la creazione di specifiche campagne comunicative rivolte alle famiglie e al settore industriale. I Paesi dell’Unione sono inoltre incoraggiati ad implementare misure fiscali per stimolare il risparmio energetico – incluse aliquote IVA ridotte sui sistemi di riscaldamento energicamente efficienti ed isolamento degli edifici[9].

 

La diversificazione dell’approvvigionamento energetico

In seno al pacchetto Repower EU, la Commissione ha stabilito potenziali misure di emergenza da intraprendere in caso di grave interruzione dell’approvvigionamento energetico. Nello specifico, Bruxelles emetterà precisi orientamenti sui criteri di definizione delle priorità per i clienti e faciliterà un piano coordinato di riduzione della domanda dell’UE.

Da diversi mesi l’UE collabora infatti con numerosi partner internazionali per diversificare le forniture, assicurandosi così livelli record di importazione di gas sia in forma liquida, sia attraverso gasdotti[10]. Una nuova piattaforma energetica dell’UE[11], supportata da task force regionali, consentirà pertanto acquisti collettivi di gas e idrogeno, mettendo in comune la domanda e ottimizzando l’uso delle infrastrutture. Successivamente, replicando l’ambizione del programma comune di acquisto di vaccini, la Commissione valuterà lo sviluppo di un meccanismo di acquisto congiunto che permetterà la negoziazione e l’acquisto di gas per conto degli Stati membri partecipanti.

Si esploreranno poi ulteriori misure legislative per richiedere una diversificazione dell’approvvigionamento di gas da parte degli Stati membri nel tempo[12]. A lungo termine, la strategia energetica esterna dell’UE[13] faciliterà la creazione di partenariati con i fornitori – compresa una cooperazione sull’idrogeno e altre tecnologie verdi.

 

Repower EU sostiene la transizione verde

In linea con il Global Gateway[14], la strategia dell’Unione per le sfide globali più urgenti come la lotta ai cambiamenti climatici, il miglioramento dei sistemi sanitari e il rafforzamento della competitività e della sicurezza delle catene di approvvigionamento globali, Repower EU pone al centro l’impegno dei Ventisette per una transizione energetica globale, verde e giusta, volta ad accrescere il risparmio energetico per ridurre la pressione sui prezzi, incentivando tuttavia lo sviluppo delle energie rinnovabili e dell’idrogeno anche tramite una nuova diplomazia energetica.

A questo proposito, nel Mediterraneo e nel Mare del Nord saranno sviluppati importanti corridoi dell’idrogeno, e, a fronte dell’aggressione russa, l’Unione si adopererà per sostenere l’Ucraina, la Moldova, i Balcani occidentali e i Paesi del partenariato orientale, con l’obiettivo di garantire la continuità di un settore energetico funzionante ed efficiente[15].

 

L’impulso alle energie rinnovabili

Un’accelerazione delle energie rinnovabili stimolerà infine la transizione verde e ridurrà, nel tempo, i costi delle forniture energetiche.

Con un aumento dal 40 al 45% dell’obiettivo per le rinnovabili entro il 2030, la Commissione creerà il quadro per nuove iniziative che comprenderanno, tra le altre, una strategia solare per raddoppiare la capacità fotovoltaica entro il 2025, con l’installazione di 600GW nei prossimi 8 anni; l’obbligo legale graduale di installare pannelli solari su nuovi edifici pubblici, commerciali e residenziali; il raddoppiamento del tasso di diffusione delle pompe di calore e misure per integrare l’energia geotermica e solare nei sistemi di riscaldamento.[16]

Su questa linea, la Commissione ha altresì pubblicato una raccomandazione[17] in materia di progetti per le rinnovabili al fine di ridurre la complessità delle procedure di autorizzazione e la lentezza della realizzazione di nuovi impianti, così come una proposta di modifica della direttiva sulle energie rinnovabili[18], affinché queste ultime vengano riconosciute come interesse pubblico prevalente[19]. Alla luce di ciò, i Paesi membri dovranno individuare specifiche zone di riferimento per le rinnovabili e adottare procedure abbreviate o semplificate per l’autorizzazione di nuovi progetti. La Commissione fornirà il proprio supporto attraverso la condivisione di dati sulle zone sensibili a maggiori rischi ambientali, raccolti nell’ambito del proprio strumento di mappatura digitale dei dati geografici[20].

Informazioni

Commissione Europea, Commission Recommendation on speeding up permit-granting procedures for renewable energy projects and facilitating Power Purchase Agreements, C/2022/3219 final,18 maggio 2022. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=PI_COM%3AC%282022%293219&qid=1653033569832.

Commissione Europea, Communication From The Commission To The European Parliament, The European Council, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions Repowereu Plan, EUR-Lex – 52022DC0230, 18 maggio 2022.

Commissione Europea, Communication From The Commission To The European Parliament, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions EU ‘Save Energy‘, COM/2022/240 final, 18 maggio 2022. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A240%3AFIN&qid=1653033053936.

Commissione Europea, Energy Efficiency Targets. Disponibile al link. https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-targets_en.

Commissione Europea, Energy Security: Commission hosts first meeting of EU Energy Purchase Platform to secure supply of gas, LNG and hydrogen, 8 aprile 2022. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_22_2387.

Commissione Europea, Global Gateway. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/stronger-europe-world/global-gateway_it.

Commissione Europea, Joint Communication To The European Parliament, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions EU external energy engagement in a changing world, JOIN/2022/23 final, 18 maggio 2022.

Commissione Europea, Proposal for a Directive Of The European Parliament And Of The Council amending Directive (EU) 2018/2001 on the promotion of the use of energy from renewable sources, Directive 2010/31/EU on the energy performance of buildings and Directive 2012/27/EU on energy efficiency, COM/2022/222 final, 18 maggio 2022.

Commissione Europea, REPowerEU: un piano per ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde, 18 maggio 2022. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_22_3131.

Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council amending Regulation (EU) 2021/241 as regards REPowerEU chapters in recovery and resilience plans and amending Regulation 2021/1060, 2021/2115, 2003/87/EC and Decision 2015/1814. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/info/files/proposal-regulation-european-parliament-and-council-amending-regulation-eu-2021-241-regards-repowereu-chapters-recovery-and-resilience-plans-and-amending-regulation-2021-1060-2021-2115-2003-87-ec-2015-1814_it.

Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 febbraio 2021 che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza, EUR-Lex – 32021R0241.

Francesca Scaini, Green Deal europeo: per un’Europa sostenibile entro il 2050. Diritto Consenso, 25 giugno 2020. Disponibile al link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/06/25/green-deal-europeo-europa-sostenibile-entro-2050/.

Tetto al gas, rinnovabili, idrogeno e fondi: cosa c’è nel piano RePowerEU sull’energia, Startmagazine, 21 maggio 2022. Disponibile al link: https://www.startmag.it/energia/repowereu-brief/.

[1] Commissione Europea, Communication From The Commission To The European Parliament, The European Council, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions Repowereu Plan, EUR-Lex – 52022DC0230, 18 maggio 2022.

[2] Tetto al gas, rinnovabili, idrogeno e fondi: cosa c’è nel piano RePowerEU sull’energia, Startmagazine, 21 maggio 2022. Disponibile al link: https://www.startmag.it/energia/repowereu-brief/.

[3] Commissione Europea, REPowerEU: un piano per ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e accelerare la transizione verde, 18 maggio 2022. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_22_3131.

[4] Regolamento (UE) 2021/241 del Parlamento europeo e del Consiglio del 12 febbraio 2021 che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza, EUR-Lex – 32021R0241.

[5] Proposal for a Regulation of the European Parliament and of the Council amending Regulation (EU) 2021/241 as regards REPowerEU chapters in recovery and resilience plans and amending Regulation 2021/1060, 2021/2115, 2003/87/EC and Decision 2015/1814. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/info/files/proposal-regulation-european-parliament-and-council-amending-regulation-eu-2021-241-regards-repowereu-chapters-recovery-and-resilience-plans-and-amending-regulation-2021-1060-2021-2115-2003-87-ec-2015-1814_it.

[6] Commissione Europea, Energy Efficiency Targets. Disponibile al link. https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-targets_en.

[7] Francesca Scaini, Green Deal europeo: per un’Europa sostenibile entro il 2050, Diritto Consenso, 25 giugno 2020. Disponibile al link: https://www.dirittoconsenso.it/2020/06/25/green-deal-europeo-europa-sostenibile-entro-2050/.

[8] Commissione Europea, Communication From The Commission To The European Parliament, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions EU ‘Save Energy’,COM/2022/240 final, 18 maggio 2022. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=COM%3A2022%3A240%3AFIN&qid=1653033053936.

[9] Supra (3).

[10]  Ibid.

[11] Commissione Europea, Energy Security: Commission hosts first meeting of EU Energy Purchase Platform to secure supply of gas, LNG and hydrogen, 8 aprile 2022. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_22_2387.

[12] Supra (3)

[13] Commissione Europea, Joint Communication To The European Parliament, The Council, The European Economic And Social Committee And The Committee Of The Regions EU external energy engagement in a changing world, JOIN/2022/23 final, 18 maggio 2022.

[14] Commissione Europea, Global Gateway. Disponibile al link: https://ec.europa.eu/info/strategy/priorities-2019-2024/stronger-europe-world/global-gateway_it.

[15] Supra (3).

[16] Ibid.

[17] Commissione Europea, Commission Recommendation on speeding up permit-granting procedures for renewable energy projects and facilitating Power Purchase Agreements, C/2022/3219 final,18 maggio 2022. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=PI_COM%3AC%282022%293219&qid=1653033569832.

[18] Commissione Europea, Proposal for a Directive Of The European Parliament And Of The Council amending Directive (EU) 2018/2001 on the promotion of the use of energy from renewable sources, Directive 2010/31/EU on the energy performance of buildings and Directive 2012/27/EU on energy efficiency, COM/2022/222 final, 18 maggio 2022.

[19] Supra (3).

[20] Ibid.


Responsabilità d'impresa nei paesi OCSE

La responsabilità d'impresa nei paesi OCSE

Le Linee Guida e il sistema di monitoraggio dei Punti di Contatto Nazionali garantiscono la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE

 

La responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE: le Linee Guida per le imprese multinazionali

Tra le iniziative elaborate a livello intergovernativo, le Linee Guida per le imprese multinazionali rappresentano il principale strumento volto a garantire la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE.

Adottate originariamente nel 1976 come allegato alla Dichiarazione sugli investimenti internazionali e le imprese multinazionali[1] allo scopo di rafforzare la collaborazione tra i paesi dell’OCSE in un contesto di investimenti esteri, le Linee guida dell’OCSE rappresentano l’iniziativa più considerevole per la regolamentazione della condotta delle imprese aventi sede legale nei territori degli Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico ed operanti sia in tali paesi che in Stati ospitanti. Le linee guida si configurano come un insieme di raccomandazioni non vincolanti rivolte direttamente alle imprese; esse identificano principi volontari per una condotta aziendale responsabile, coerente con la legge applicabile e gli standard riconosciuti a livello internazionale[2].

A tal proposito, come nel caso dei codici di condotta delle Nazioni Unite[3], anche la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE si caratterizza per l’assenza di vincolatezza ed imperatività delle disposizioni previste dalle Linee Guida, le quali rimangono pertanto un mero strumento di diritto internazionale soft[4]. Ciononostante, sebbene affrontino in primo luogo la protezione dell’ambiente e il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori, le Linee Guida forniscono standard di comportamento prendendo in esame un più vasto ambito d’azione delle imprese multinazionali, tra cui la divulgazione di informazioni, l’anticorruzione e la tutela dei consumatori, con l’obiettivo di favorire il contributo positivo delle imprese in un’ottica più ampia rispetto alla sola sfera sociale, economica ed ambientale.

In particolare, le Linee Guida dell’OCSE si occupano di regolare la condotta delle multinazionali all’interno delle seguenti aree:

  • divulgazione di informazioni;
  • diritti umani;
  • occupazione e relazioni industriali;
  • ambiente;
  • lotta alla corruzione e all’estorsione;
  • tutela degli interessi dei consumatori;
  • scienza e tecnologia;
  • concorrenza;
  • tassazione.

 

Pur essendo un mero strumento regionale di diritto internazionale non vincolante per la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE, le Linee Guida risultano altresì applicabili ad una serie di Stati terzi che hanno approvato l’iniziativa, tra cui Argentina, Brasile, Egitto, Lettonia, Lituania, Marocco, Perù e Romania[5].

Di fatto, a fronte della maggiore globalizzazione delle attività delle imprese multinazionali, gli Stati membri dell’OCSE sono profondamente incoraggiati a cooperare allineando i propri approcci operativi, al fine di superare le lacune normative ad ostacolo di un’efficace regolamentazione delle società commerciali. In quest’ottica, il tema della cooperazione – preminente lungo tutto il testo delle Linee Guida – si estende a “tutti i paesi”[6].

 

Un esempio virtuoso per la responsabilità d’impresa?

Nonostante la mancanza di vincolatezza giuridica, le Linee Guida veicolano un marcato impegno politico collettivo degli Stati membri dell’OCSE: tale coinvolgimento riflette le aspettative di una condotta aziendale responsabile nei confronti delle imprese che operano a partire da o nei propri territori, consci della propria posizione di fonte principale della maggior parte dei flussi di investimenti diretti globali[7].

Inoltre, a differenza dell’elevata adesione degli Stati alle Nazioni Unite, il numero più limitato di paesi membri dell’OCSE ha positivamente contribuito all’adozione delle Linee guida, definite in seguito come “la strategia dei paesi sviluppati per la creazione del proprio quadro regolatorio per le attività delle multinazionali[8].

In tal senso, la presa di coscienza degli Stati membri dell’OCSE a proposito degli evidenti squilibri di potere fra governi da un lato e multinazionali dall’altro ha svolto un ruolo fondamentale nell’approvazione delle Linee Guida: di fatto, durante le negoziazioni notevoli preoccupazioni furono sollevate in merito all’effetto destabilizzante per i governi dei paesi ospitanti del crescente potere globale delle società commerciali, elemento che, al contrario, non fu debitamente considerato nel contesto delle Nazioni Unite, contribuendo pertanto al fallimento dei primi tentativi di redazione di un Codice di Condotta alla fine degli anni Settanta[9].

A partire dal 1976, le Linee Guida per la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE hanno attraversato numerose fasi di revisione: in particolare, rispetto alla versione originaria sono stati introdotti rilevanti elementi di innovazione nelle formulazioni aggiornate adottate rispettivamente nel 2000 e nel 2011.

Dal punto di vista procedurale, maggiore attenzione è stata dedicata alle obbligazioni di dovuta diligenza e al coinvolgimento degli azionisti nei processi decisionali con riferimento alle operazioni aziendali con potenziali impatti negativi sulle comunità locali vulnerabili; allo stesso modo, un focus sugli standard ambientali si è posto l’obiettivo di migliorare le prestazioni delle imprese e ridurne l’impatto sugli ecosistemi naturali[10].

É stata inoltre inserita un’intera sezione dedicata ai diritti umani, ispirata alla precedente esperienza dei Principi Guida delle Nazioni Unite su Imprese e Diritti Umani del 2011[11].

 

Le linee guida OCSE e la tutela ambientale

Precisi riferimenti alla necessità che le imprese multinazionali adottino una condotta rispettosa nei confronti dell’ambiente sono presenti in varie sezioni delle Linee Guida. In particolare, la Prefazione ribadisce l’obiettivo di rafforzare il contributo delle società commerciali allo sviluppo sostenibile e migliorare l’apporto positivo delle imprese in ambito sociale, economico ed ambientale. Tuttavia, una specifica attenzione all’ambiente è dedicata all’interno della sezione VI, inserita nel testo delle Linee Guida solo in occasione della revisione del 1991[12]. Fu però l’aggiornamento del 2000 a rappresentare un vero spartiacque per responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE in campo ambientale, in quanto le Linee Guida incorporarono i principi ambientali sanciti dalla Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo Sviluppo e dall’Agenda 21 del 1992, così come precisi riferimenti allo sviluppo sostenibile, ai diritti umani e alla divulgazione di informazioni ambientali alla società civile[13].

Attualmente, il Capitolo VI delinea un quadro in cui le imprese globali sono tenute a rispettare una serie di standard relativi alla salute, alla sicurezza e alla protezione ambientale nello svolgimento delle loro operazioni. Inoltre, le Linee Guida prevedono alcune disposizioni in materia di responsabilità ambientale aziendale che includono un preciso sistema di gestione ambientale, il coinvolgimento e la comunicazione con gli stakeholder, l’attuazione di una valutazione di impatto ambientale ed un’efficiente prevenzione e mitigazione dei rischi derivanti dalle attività dell’impresa[14].

Complessivamente, in accordo con il Principio 4 della Dichiarazione di Rio che implica l’integrazione della protezione dell’ambiente nei processi di sviluppo, il Capitolo VI delle Linee Guida afferma il dovere generale di includere nei processi decisionali delle imprese le potenziali implicazioni negative nei confronti dell’ambiente delle proprie attività. Nonostante ciò, non è possibile ritrovare alcun riferimento alla responsabilità giuridica delle multinazionali per danni ambientali. Sono tuttavia presenti riferimenti sia al principio di precauzione che al principio di prevenzione: di fatto, in assenza di precise prove scientifiche riguardanti i potenziali rischi ambientali legati a specifiche attività, le imprese sono tenute ad agire in modo tale da ridurre al minimo gli eventuali danni agli ecosistemi naturali.

Le Linee Guida suggeriscono poi il mantenimento di piani di emergenza per prevenire, mitigare e controllare i gravi danni all’ambiente e alla salute derivanti dalle loro operazioni, e meccanismi di immediata segnalazione alle autorità competenti[15].

Infine, al fine di ridurre al minimo le conseguenze negative di potenziali danni ambientali, le imprese sono tenute a fornire ai cittadini e alle comunità locali interessate informazioni sulle attività aziendali e sui materiali potenzialmente pericolosi impiegati nei processi produttivi. Al riguardo, le Linee Guida hanno contribuito alla costruzione di un sistema più trasparente in cui le società vengono messe nelle condizioni di comunicare informazioni rilevanti direttamente alle comunità interessate, con l’obiettivo di garantire l’inclusione della società in un quadro multi-partecipativo[16].

 

Implementazione e monitoraggio: i Punti di Contatto Nazionali

Al fine di garantire un’efficace implementazione e monitoraggio delle Linee Guida, la revisione del 2000 ha previsto la creazione di un sistema di Punti di Contatto Nazionali con l’obiettivo di fornire un foro per la gestione delle richieste di indagine e la risoluzione di potenziali controversie derivanti dal mancato rispetto delle Linee Guida.

Più precisamente, i Paesi aderenti sono tenuti ad istituire appositi uffici con il compito di promuovere la corretta applicazione delle Linee Guida sul proprio territorio e chiarire ogni possibile incertezza in merito all’attuazione.

Conformemente ai principi di accessibilità e trasparenza, l’assetto istituzionale dei Punti di Contatto Nazionali dovrebbe includere un’ampia varietà di attori per garantirne il funzionamento in modo imparziale: tra questi, la comunità imprenditoriale, le ONG, le comunità interessate e le organizzazioni dei lavoratori svolgono un ruolo di primo piano nell’ effettiva applicazione delle Linee Guida[17].

I Punti di Contatto Nazionali sono divenuti inoltre una concreta piattaforma di conciliazione per la risoluzione di controversie derivanti da accuse contro società potenzialmente non conformi: a tal proposito, gli Stati membri dell’OCSE, le organizzazioni, i gruppi interessati e le associazioni dei lavoratori possono sporgere denuncia contro una specifica impresa, alla quale seguirà una prima valutazione del caso volta a verificare la necessità di un esame più approfondito della situazione in essere. Successivamente, in caso di risposta affermativa seguiranno consultazioni con terze parti e con il Comitato per gli Investimenti dell’OCSE (CIME), il quale fornirà chiarimenti sulle modalità di applicazione delle Linee Guida in riferimento al caso in esame. Ciononostante, l’obiettivo di tale consultazione è puramente informativo, poiché il CIME non entrerà nel merito della valutazione delle accuse mosse alle società[18].

Infine, in accordo con le parti coinvolte nella controversia, i Punti di Contatto Nazionali agiscono come mediatori attraverso la redazione di un rapporto in cui sono fornite informazioni in merito alla controversia e alle procedure impiegate per promuoverne la risoluzione; tuttavia, il contenuto dell’accordo non viene divulgato, in modo da preservare la riservatezza delle informazioni commerciali. Al contrario, una semplice dichiarazione viene rilasciata nell’eventualità in cui le parti non raggiungano un accordo o scelgano di non collaborare alla procedura di risoluzione della controversia. In ogni caso, tali raccomandazioni non hanno forza vincolante, pertanto dalla procedura non emergeranno sanzioni né alcuna forma di responsabilità della società[19].

 

La garanzia di un’effettiva responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE?

Allo stato attuale, circa 50 governi hanno istituito Punti di Contatto Nazionali sul proprio territorio per sovrintendere all’attuazione delle Linee Guida, tra cui Argentina, Colombia, Messico, Stati Uniti e Giordania. Inoltre, tra il 2000 e il 2018 tali agenzie hanno trattato oltre 420 casi di presunte violazioni delle Linee Guida.

A tal proposito, è interessante notare che i Punti di Contatto Nazionali istituiti negli Stati in cui ha sede la società madre hanno la competenza a considerare casi di presunte inosservanze delle Linee Guida anche in riferimento alle società controllate operanti in paesi terzi, spesso in via di sviluppo: di fatto, ai sensi della possibilità di ricondurre le attività delle sussidiarie alle rispettive controllanti, i Punti di Contatto inglesi, canadesi e olandesi sono stati coinvolti nella verifica della conformità rispetto ad attività di imprese multinazionali in Myanmar, Congo e India[20].

Tuttavia, benché fondamentale nella verifica della conformità dei paesi OCSE alle Linee Guida, il sistema dei Punti di Contatto Nazionali presenta rilevanti criticità. In particolare, le procedure dei Punti di Contatto non hanno natura giudiziaria o quasi-giudiziaria. Di conseguenza, non vi è alcuna possibilità di obbligare le società multinazionali a collaborare ai fini di un’appropriata risoluzione della controversia, così come non verrà imposta alcuna sanzione nei confronti dell’impresa inadempiente[21]. Ciononostante, la natura non vincolante delle raccomandazioni dei Punti di Contatto Nazionali non si traduce automaticamente in una mancata efficacia dell’intero meccanismo: di fatto, una multinazionale la cui condotta è ritenuta non conforme alle Linee Guida potrebbe essere soggetta a gravi danni reputazionali, che indubbiamente incideranno sull’impresa in termini di pubblicità negativa nel caso in cui il nome dell’impresa che avrebbe agito in violazione dei principi sanciti nelle Linee Guida venga divulgato all’opinione pubblica.

Il fatto che i paesi che non aderiscono alle Linee guida dell’OCSE non siano tenuti a istituire un Punto di Contatto Nazionali nonostante ospitino multinazionali la cui società madre abbia sede in un paese aderente rappresenta un ulteriore importante svantaggio per la fase di monitoraggio della conformità di Stati ed imprese. Per questo motivo, il rafforzamento del dialogo e della cooperazione con i paesi terzi appare più che necessario per promuovere un’applicazione universale delle Linee guida dell’OSCE[22].

 

Violazioni delle Linee Guida e Punti di Contatto Nazionali: il caso del Cile

In riferimento a presunte violazioni delle disposizioni a tutela dell’ambiente contenute nelle Linee Guida, il caso del Punto di Contatto Nazionale cileno appare particolarmente interessante.

Nello specifico, nel 2002 l’ONG olandese Milieudefensie ed Ecocéanos Cile hanno sporto denuncia contro la società Marine Harvest Chile S.A., filiale cilena della multinazionale olandese Nutreco, asserendo al mancato rispetto dei principi ambientali contemplati dalle Linee Guida dell’OCSE.

Dal momento che il Cile ha approvato le Linee Guida nel 2000 e, di conseguenza, ha istituito sia il proprio Punto di Contatto Nazionale, sia il proprio Comitato per gli investimenti internazionali (CIME), il Punto di Contatto Nazionale cileno è risultato competente ad offrire i propri buoni uffici per risolvere la controversia tra le parti attraverso la redazione di una serie di raccomandazioni[23].

Più precisamente, le accuse sollevate dalle due ONG riguardavano la destinazione di parte della riserva naturale del litorale nazionale ad attività di acquacoltura, le quali avrebbero eventualmente determinato notevoli impatti ambientali a causa della condotta della multinazionale Marine Harvest. In particolare, l’impresa non avrebbe rispettato il principio di precauzione sancito al punto 5.4 delle Linee Guida, in quanto a seguito delle proprie attività è stata registrata una spropositata proliferazione di alghe tossiche, risultata poi dannosa per l’ambiente marino locale. Allo stesso modo, secondo le ONG la società avrebbe ulteriormente violato il punto 5.3 delle Linee Guida in riferimento alla valutazione d’impatto ambientale, in quanto lo studio condotto sarebbe apparso inadeguato alle attività svolte successivamente.

D’altra parte, l’azienda ha presentato solide evidenze scientifiche per dimostrare che l’origine della fioritura di alghe in questione non fosse associata alle operazioni di acquacoltura, e ha tentato inoltre di dimostrare il proprio impegno a considerare attivamente l’impatto ambientale delle proprie attività tramite continue attività di monitoraggio e mitigazione. In maniera inaspettata, entrambe le parti collaborarono attivamente alla risoluzione della controversia, fornendo informazioni pertinenti ed assistenza tecnica per facilitare l’operato del Punto di Contatto Nazionale: per questo motivo, l’istanza considerata dal Punto di Contatto Nazionale cileno è stata ritenuta vincente nel risolvere la disputa in modo costruttivo per le parti.

Di fatto, nonostante non venne identificata una precisa correlazione scientifica tra le attività di acquacoltura e la proliferazione di alghe nell’area, il Punto di Contatto Cileno ha invitato la multinazionale ad intraprendere una precisa strategia per minimizzare il proprio impatto ambientale, raccomandando inoltre il perseguimento dello sviluppo sostenibile e l’attuazione del principio di precauzione nello svolgimento del proprio operato[24].

 

Conclusioni

In conclusione, è possibile affermare che le Linee Guida rappresentano un fondamentale strumento per garantire la responsabilità d’impresa nei Paesi OCSE. Tuttavia, sebbene presentino numerosi elementi di novità come la copertura di un più ampio ambito d’azione delle imprese multinazionali e la possibile estensione a paesi terzi non appartenenti all’OCSE, le Linee Guida si configurano come diritto internazionale non vincolante, in quanto non prevedono l’imposizione di obblighi in capo agli Stati, né tantomeno alle società operanti in e da tali paesi.

Con riferimento al monitoraggio e alla verifica della conformità, il sistema dei Punti di Contatto Nazionali risulta essere un fondamentale foro di dialogo per la risoluzione di controversie relative alla corretta applicazione delle Linee Guida; ciononostante, le raccomandazioni finali non assumono forza vincolante, e non risulta possibile imporre ad un’impresa riluttante di cooperare alla risoluzione della disputa in essere.

Informazioni

A.BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012.

V. CHABERT, I codici di condotta delle Nazioni Unite per la responsabilità delle multinazionali, DirittoConsenso, 18 maggio 2022 . Link: I codici di condotta delle Nazioni Unite per la responsabilità delle multinazionali – DirittoConsenso

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[1] OCSE, Declaration on International Investment and Multinational Enterprises, 1976. Disponibile al link:https://www.oecd.org/investment/investment-policy/oecddeclarationoninternationalinvestmentandmultinationalenterprises.htm.

[2] OCSE, OECD Guidelines for Multinational Enterpirses, 2011, Part. 1, Concepts and Principles, p. 17. Disponibile al link: https://www.oecd.org/corporate/mne/1922428.pdf.

[3] Per maggiori informazioni invito a consultare: I codici di condotta delle Nazioni Unite per la responsabilità delle multinazionali – DirittoConsenso

[4] H. KELLER, Corporate Codes of Conduct and their Implementation: The question of Legitimacy. In R. Wolfrum, V. Röben, Legitimacy in International law, Berlin, Heidelberg, Springer, 2008, p. 11.

[5] OCSE, OECD Guidelines for Multinational Enterpirses, op.cit., 2011, p. 7, note 1, “Adhering countries”. Disponibile al link: https://www.oecd.org/corporate/mne/1922428.pdf.

[6] A.BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012, p. 99-100.

[7] S. R. RATNER, Corporations and Human Rights: a Theory of Legal Responsibility, The Yale Law Journal, Vol. 111, No. 3, 2001, pp. 487-488.

[8] E. MORGERA, Corporate environmental accountability in International law, 2nd edition, Oxford, Oxford University Press, 2020, p. 120.

[9] Ivi, p. 85.

[10] E. MORGERA, From Corporate Social Responsibility to Accountability Mechanisms: the Role of the Convention on Biological Diversity. In P-M Dupuy & JE Viñuales, Harnessing Foreign Investment to Promote Environmental Protection: Incentives and Safeguards, Cambridge University Press, 2013, p. 5.

[11] UNITED NATIONS, UN Guiding Principles on Business and Human Rights, HR/PUB/11/04, 2011. Disponibile al link: https://www.ohchr.org/documents/publications/guidingprinciplesbusinesshr_en.pdf.

[12] OCSE, OECD Guidelines for Multinational Enterprises, 2011, Preface, para 1, 6. & Chapter VI.  Disponibile al link: https://www.oecd.org/corporate/mne/1922428.pdf.

[13]  E. MORGERA, op. cit., p. 125.

[14] OCSE, OECD Guidelines for Multinational Enterprises, 2011, Chapter VI, p. 42. Disponibile al link: https://www.oecd.org/corporate/mne/1922428.pdf

[15] Ivi, p. 43.

[16] D. IGLESIAS MARQUEZ, The scope of codes of conduct for corporate environmental responsibility, Revista Catalana de Dret Ambiental, Vol.6, No 2, 2015, p.9.

[17] OCSE, National Contact Points for the OECD Guidelines for Multinational Enterprises. Disponibile al link: https://www.oecd.org/investment/mne/ncps.htm.

[18] A.DE JONGE, Transnational Corporations and International law. Accountability in the Global Business Environment, Cheltenham, UK, Northampton, MA, USA, Edward Elgar Publishing, 2011,p. 42.

[19] OCSE, OECD Guidelines For Multinational Enterprises, 2011, Procedural Guidance, p. 73. Disponibile al link: https://www.oecd.org/daf/inv/mne/48004323.pdf .

[20] OCSE, OECD National Contact Points for Responsible Business Conduct: http://mneguidelines.oecd.org/ncps/.

[21] O. DE SHUTTER, Transnational Corporations and Human Rights, Portland, Hart Publishing, 2006, pp. 8-9.

[22]  A. BONFANTI, op. cit., p. 199.

[23] OCSE, Report of the National Contact Point of Chile on the Case of the Multinational Company Marine Harvest Chile S. A., 6 November 2003, p. 1. Disponibile al link: https://www.subrei.gob.cl/docs/default-source/punto-nacional-de-contacto/instancias/report-of-ncp-of-chile-marine.pdf?sfvrsn=5753de62_2.

[24] Ibid.


Codici di condotta delle Nazioni Unite

I codici di condotta delle Nazioni Unite per la responsabilità delle multinazionali

Nonostante la natura non vincolante dei codici di condotta delle Nazioni Unite, la funzione educativa per le imprese rimane di fondamentale importanza

 

I codici di condotta delle Nazioni Unite e gli standard di origine intergovernativa

A fronte dei ripetuti fallimenti delle negoziazioni per l’elaborazione di un trattato multilaterale direttamente applicabile alle imprese multinazionali[1], la possibilità di regolamentarne le operazioni attraverso codici di condotta di natura volontaria e non vincolante che incorporano standard di protezione ambientale e sociale si configura come l’attuale e rinnovata modalità normativa transnazionale e non governativa per la responsabilizzazione di tali società[2]. A tal proposito, i codici di condotta delle Nazioni Unite si inseriscono tra le iniziative messe a punto a livello intergovernativo e direttamente indirizzate alle imprese operanti sul territorio degli Stati facenti parte dell’organizzazione.

Ciononostante, tali codici di condotta si configurano come diritto internazionale soft, e pertanto non impongono alcune obbligazioni in capo alle società commerciali: di fatto, il potere delle organizzazioni intergovernative di emanare norme vincolanti è limitato da ciascun trattato istitutivo, in cui è generalmente previsto che le disposizioni che ne derivano siano rivolte esclusivamente agli Stati membri[3]. In ogni caso, sebbene tali codici di condotta comprendano meramente atti non vincolanti volti a fornire standard generali di comportamento e una guida precisa per gli attori privati in ambito sociale ed ambientale, le iniziative in questione svolgono una funzione istruttiva senza precedenti per le imprese: in particolare, le associazioni di categoria e le società stesse fanno abitualmente riferimento a tali standard come base sulla quale elaborare i propri codici di autoregolamentazione[4].

Pertanto, le iniziative di origine inter-governativa rappresentano un punto di riferimento decisivo per le imprese private, e, al riguardo, i codici di condotta delle Nazioni Unite risultano essere tra gli standard più citati all’interno delle iniziative private delle principali imprese multinazionali operanti a livello globale[5].

 

Il Global Compact

Tra i codici di condotta delle Nazioni Unite, il Global Compact è considerato una delle iniziative più incisive a livello mondiale per lo sviluppo di un sistema di governance delle imprese multinazionali basato sulla responsabilità sociale d’impresa[6].

Lanciato nel 1999 durante il World Economic Forum di Davos dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, il “Global Compact per il ventunesimo secolo” ha definito una serie di dieci principi non vincolanti nell’ambito del rispetto dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori, delle questioni ambientali e della lotta contro la corruzione. Tali principi sono indirizzati direttamente alle imprese, con l’obiettivo di incoraggiare un comportamento più socialmente e ambientalmente responsabile da parte delle società che operano nei mercati globali[7]. Tuttavia, il fatto che il Global Compact si rivolga a tutte le imprese e non solo alle multinazionali si configura tra gli elementi maggiormente innovativi dell’iniziativa, che mira a rimanere il più aperta ed inclusiva possibile[8].

I dieci standard del Global Compact vennero sviluppati sulla base di specifici strumenti giuridici internazionali, i quali includono la Dichiarazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro sui principi e di diritti fondamentali sul lavoro, la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e infine la Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo. Attualmente, più di 12.000 imprese in 160 paesi che rappresentano pressoché ogni settore economico tanto in paesi sviluppati come in via di sviluppo, hanno preso parte al Global Compact[9]; in termini operativi, la verifica dell’adempimento delle società ai principi del Global Compact avviene tramite una rete in cui sono coinvolte non solo le multinazionali, bensì anche Stati, organizzazioni internazionali, Organizzazioni Non Governative (ONG) e, in definitiva, la società civile, al fine di impegnarsi in un insieme di iniziative che  includono partenariati, forum di discussione e progetti di cooperazione[10].

 

Il Global Compact e gli standard di protezione ambientale

All’interno del Global Compact, un preciso riferimento agli standard di tutela ambientale è contenuto nei principi 7, 8 e 9.

In primo luogo, il principio 7 pone notevole enfasi sull’adozione di un approccio precauzionale nel corso dell’intera attività di produzione e distribuzione delle imprese: in particolare, le società commerciali sono tenute ad intraprendere in maniera proattiva azioni preventive finalizzate ad evitare il concretizzarsi di potenziali danni all’ambiente e agli ecosistemi naturali in conseguenza delle proprie azioni. Più precisamente, il Global Compact richiede una valutazione dell’impatto ambientale dell’azienda e dei rischi delle sue specifiche attività, nonché un investimento continuo in ricerca e processi di produzione sostenibili. Inoltre, particolare attenzione è posta all’informazione: di fatto, al fine di garantire la trasparenza e la partecipazione dell’intera società, il Global Compact raccomanda la divulgazione sia di informazioni concernenti eventuali questioni ambientali, sia dei potenziali rischi derivanti dalle attività dell’impresa[11].

In secondo luogo, il principio 8 del Global Compact incoraggia il mondo delle imprese ad intraprendere iniziative volte a rafforzare una maggiore responsabilità ambientale. In particolare, perseguendo un approccio preventivo le società transnazionali sono tenute a mitigare, limitare e ridurre le attività che potrebbero potenzialmente rappresentare un rischio per l’equilibrio degli ecosistemi e per l’ambiente. Tale azione da parte delle imprese è prevista in un momento precedente all’effettiva verifica del danno ambientale ed è indipendente dal fatto che i paesi in cui sono ubicate le filiali o le società sussidiarie possano essere dotate di legislazioni ambientali meno rigorose[12].

Il tema delle tecnologie pulite e rispettose dell’ambiente è affrontato in ultima analisi dal principio 9: a tal proposito, le imprese sono incoraggiate ad utilizzare tecnologie verdi e meno inquinanti all’interno dei loro processi produttivi, e allo stesso tempo ad adottare un approccio sostenibile nell’uso delle risorse.

Al contempo, alle multinazionali è richiesta una partecipazione più attiva nel trasferimento di tecnologie verso i paesi in via di sviluppo, in cui sono generalmente localizzate le proprie sussidiarie, cos’ come nell’equa condivisione dei benefici economici derivanti dallo sfruttamento delle risorse naturali ed umane negli Stati ospite[13].

 

Il Global Compact tra implementazione e monitoraggio

Sebbene non siano previsti meccanismi di monitoraggio, né strumenti di misurazione della conformità delle imprese, all’interno del sistema di codici di condotta delle Nazioni Unite il Global Compact è la sola iniziativa che ha promosso lo sviluppo di un sistema di resoconto su base annuale denominato Comunicazione del Progresso, con l’obiettivo di valutare i progressi delle aziende aderenti ai dieci principi non-vincolanti[14].

Al riguardo, la comunicazione sullo stato di avanzamento è intesa sia a preservare la reputazione e lo sforzo vigoroso dell’iniziativa verso una responsabilizzazione delle imprese, sia a rafforzare l’allineamento di tutte le aziende partecipanti agli impegni assunti. Nello specifico, le società private sono tenute a redigere e presentare annualmente una relazione nella quale condividono informazioni rilevanti e comunicano gli eventuali risultati delle misure poste in essere per l’attuazione dei principi; inoltre, in un’ottica di maggiore trasparenza, le imprese sono tenute a pubblicare il report, in modo tale da renderlo accessibile all’opinione pubblica[15]. Ciononostante, importanti limitazioni emergono nell’eventualità in cui una società non rediga né presenti il report: di fatto, il Global Compact non prevede alcuna sanzione se non l’inserimento in un elenco di società non comunicanti e la sospensione dell’autorizzazione all’uso del logo. Inoltre, l’assenza di una modalità di resoconto standardizzata e omogenea complica la realizzazione di un confronto delle performance delle diverse imprese aderenti equo e ragionevole[16].

Nel complesso, l’assenza di forza vincolante e la mancanza di un meccanismo di monitoraggio rappresentano i principali impedimenti di un Global Compact efficace ed omogeneo. Tuttavia, tra i codici di condotta delle Nazioni Unite, tale iniziativa svolge indubbiamente una rilevante funzione educativa, poiché favorisce la creazione di un ambiente di apprendimento in cui le pratiche aziendali virtuose vengono condivise attraverso il dialogo costante e la divulgazione di informazioni tra le imprese.

 

Le Norme sulla Responsabilità delle Imprese Transnazionali e altre imprese in materia di diritti umani

Le Norme sulla responsabilità delle imprese multinazionali e delle altre imprese in materia di diritti umani si configurano come secondo rilevante esempio di codici di condotta delle Nazioni Unite.

Tali Norme vennero discusse a partire dal 1998 nell’ambito di uno specifico gruppo di lavoro costituito dalla Sottocommissione delle Nazioni Unite per la Protezione e la Promozione dei diritti umani, un organismo indipendente di esperti con il compito di indagare e successivamente elaborare un insieme di norme non vincolanti basate sul diritto dei diritti umani, da indirizzare sia agli Stati che alle imprese multinazionali[17].

In seguito alla formale approvazione nel 2003, rilevanti questioni sono emerse durante la sessantesima sessione della Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani. In particolare, numerosi rappresentanti della comunità degli affari respinsero l’idea che fosse necessaria una regolamentazione internazionale delle imprese multinazionali in conseguenza ai presunti impatti negativi derivanti dalle proprie attività economiche[18]; per tale motivo, le Norme vennero ufficialmente abbandonate l’anno successivo in quanto “non richieste” e “prive di valore legale”. Parimenti, la mancanza di sostegno politico, un’eccessiva portata tematica e l’eccessiva imprecisione linguistica delle disposizioni giocarono un ruolo fondamentale nel rigetto delle Norme[19].

Ciononostante, le Norme presentarono importanti elementi di innovazione: il fatto di rivolgersi direttamente alle imprese multinazionali – sebbene in maniera non vincolante – ha elevato queste ultime a portatrici di doveri ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani. Benché tale considerazione abbia contribuito al riconoscimento dell’insufficienza del semplice affidamento agli sforzi degli Stati nell’’effettiva tutela dei diritti umani fondamentali, fu proprio tale aspetto a suscitare le critiche più accese della comunità degli affari, dal momento che le norme sui diritti umani, tradizionalmente riservate agli Stati, non possono in principio creare obblighi vincolanti in capo alle imprese multinazionali[20].

Allo stesso tempo, appare rilevante notare come l’ambito materiale di applicazione delle Norme non sia limitato ai diritti umani, bensì riguardi un ampio spettro di ambiti connessi alle attività delle multinazionali, quali il diritto alla salute, i diritti dei lavoratori, la sicurezza dei consumatori e, da ultimo, la protezione ambientale. Tali codici di condotta delle Nazioni Unite fanno infine riferimento ad un vasto elenco di convenzioni internazionali e dichiarazioni inter-governative, le quali costituiscono la base giuridica delle suddette Norme: il gruppo di lavoro ha infatti inteso differenziare le Norme dalla precedente esperienza del Global Compact deducendo l’autorità giuridica direttamente da principi sanciti da trattati e consuetudini internazionali[21].

Nonostante ciò, lo stato giuridico delle Norme rimane quello di uno strumento di diritto non vincolante, caratterizzando l’esperienza del 2003 come una mera opinione di esperti – sebbene con un alto grado di competenza[22].

 

I Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani

Il dibattito sull’istituzione di un quadro normativo per la responsabilizzazione delle multinazionali in materia di diritti umani, diritti dei lavoratori e tutela ambientale non si concluse con il rigetto delle Norme sulla responsabilità delle imprese transnazionali precedentemente analizzate[23]: di fatto, nel 2005 l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha raccomandato alla Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani di esplorare la possibilità di identificare una serie di  principi per la responsabilità delle società multinazionali nell’ambito dei diritti umani[24]. A tal fine, il professor John Ruggie fu nominato Rappresentante Speciale presso il Segretario Generale delle Nazioni Unite sul tema dei Diritti Umani e delle imprese transnazionali ed altre imprese, al fine di determinare se esistano standard universali applicabili a violazioni dei diritti umani imputabili alle multinazionali.

Tra il 2007 e il 2008 Ruggie propose un sistema a tre pilastri definito “Protezione, Rispetto e Rimedio”, in cui vennero rimarcati i seguenti elementi:

  • il dovere di tutela degli Stati nei confronti di violazioni dei diritti umani
  • la responsabilità delle imprese di rispettare i diritti umani
  • l’accesso ai meccanismi di ricorso per le vittime di abusi dei diritti umani[25].

 

Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha approvato i Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani soltanto nel 2011. A differenza dei precedenti codici di condotta delle Nazioni Unite, i Principi Guida sono stati accolti positivamente dalla comunità imprenditoriale per la loro natura volontaria e non vincolante[26]. Tuttavia, quest’ultimo aspetto ha suscitato critiche da parte delle ONG, maggiormente a favore di un approccio più vigoroso per l’attribuzione di responsabilità sociali alle multinazionali. Ulteriori critiche riguardarono inoltre il fatto che i Principi Guida si limitassero a privilegiare la mitigazione degli impatti negativi sui diritti umani derivanti da comportamenti aziendali negativi, piuttosto che sottolineare una potenziale incidenza positiva sulla tutela dei diritti umani che potrebbe potenzialmente derivare dal coinvolgimento diretto delle imprese; al contempo, non venne proposta alcuna soluzione pratica alla presenza di specifici ostacoli giuridici a livello nazionale come la dottrina del forum non conveniens e del velo societario.

Nel complesso, I Principi Guida delle Nazioni Unite hanno limitato il riferimento all’ambiente, senza individuare in maniera esplicita precisi standard internazionali in relazione alla condotta ambientale delle imprese. Nonostante ciò, il professor John Ruggie ha successivamente riconosciuto che un numero rilevante di diritti umani fondamentali è suscettibile di essere pregiudicato dal comportamento ambientale sconsiderato delle multinazionali, in particolare il diritto alla vita, alla salute, al cibo e, da ultimo, all’abitazione[27].

 

Conclusioni

Sebbene le iniziative descritte in materia di protezione ambientale e tutela dei diritti umani da parte di imprese multinazionali abbiano acquisito un’indubbia importanza sul piano intergovernativo, i codici di condotta delle Nazioni Unite si caratterizzano tuttavia come strumenti di diritto internazionale non vincolante, non creando pertanto alcun tipo di obbligazione in capo alla comunità degli affari. Al tempo stesso, gli standard dell’ONU svolgono una funzione educativa fondamentale per le imprese, le quali tendono a richiamare proprio tali iniziative nel processo di elaborazione dei propri codici di condotta.

Informazioni

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[1] V. CHABERT, Multinazionali e danni ambientali: verso un quadro giuridico vincolante? Diritto Consenso, 7 Febbraio 2022. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2022/02/07/multinazionali-e-danni-ambientali-verso-quadro-giuridico-vincolante/.

[2] D. U. GILBERT, A. RASCHE, S. WADDOCK, Accountability in a Global Economy: the Emergence of International Accountability Standards, Business Ethics Quarterly, Vol.21, No.1, 2011, pp.23-24.

[3] F. MARRELLA, Regolazione internazionale e imprese multinazionali. In L’Impresa Responsabile. Diritti sociali e Corporate Social Responsibility, Milano, Halley, 2007, p. 44.

[4] W. BENDEK, K. DE FEYTER, F. MARRELLA, Economic Globalization and Human Rights, Cambridge, Cambridge University Press, 2007, p. 292.

[5]  M. WRIGHT, A. LEHR, Business Recognition of Human Rights: global patterns, regional and sectorial variations. Harvard University, 12 December 2006. Disponibile al link: https://www.hks.harvard.edu/sites/default/files/centers/mrcbg/programs/cri/files/workingpaper_31_wright_lehr.pdf

[6]  L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, Regulating Corporations under International Law: from Human Rights to International Criminal Law and Back Again, Journal of International Criminal Justice, Vol. 8, 2010, p. 728.

[7] A.BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012, p. 16.

[8] E. MORGERA, Corporate environmental accountability in International law, 2nd edition, Oxford, Oxford University Press, 2020, p. 94.

[9] Maggiori informazioni sulle imprese partecipanti sono disponibili al link:  https://www.unglobalcompact.org/interactive .

[10] A. BONFANTI, op. cit.,p. 16.

[11] D. IGLESIAS MARQUEZ, The scope of codes of conduct for corporate environmental responsibility, Revista Catalana de Dret Ambiental, Vol.6, No 2, 2015, p. 12.

[12] A. BONFANTI, op. cit., p. 185.

[13] E. MORGERA, op. cit., p. 98.

[14] E. MORGERA, From Corporate Social Responsibility to Accountability Mechanisms: the Role of the Convention on Biological Diversity. In P-M Dupuy & JE Viñuales, Harnessing Foreign Investment to Promote Environmental Protection: Incentives and Safeguards, Cambridge University Press, 2013, p.15

[15] A.DE JONGE, Transnational Corporations and International law. Accountability in the Global Business Environment, Cheltenham, UK, Northampton, MA, USA, Edward Elgar Publishing, 2011, p. 32.

[16] D. U. GILBERT, A. RASCHE, S. WADDOCK, op. cit., p.37.

[17] United Nations Sub-Commission for the Promotion and Protection of Human Rights, Norms on the Responsibilities of Transnational Corporations and Other Business Enterprises with regard to Human Rights, E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2, 26th August 2003. Disponibile al link: https://undocs.org/en/E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2.

[18] J. WOUTERS, A. L. CHANÉ, Multinational Corporations in International law, Leuven Centre for Global Governance Studies, Institute for International Law (KU Leuven), Working Paper No. 129, 2015, p. 14.

[19] OHCRH, Responsibilities of transnational corporations and related business enterprises with regard to human rights, 2004/116, UN DOC E/CN.4/2004/L.11/Add.7, 20 April 2004.

[20] United Nations Sub-Commission for the Promotion and Protection of Human Rights, Norms on the Responsibilities of Transnational Corporations and Other Business Enterprises with regard to Human Rights, E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2, 26th August 2003, Para 1. Disponibile al link: https://undocs.org/en/E/CN.4/Sub.2/2003/12/Rev.2 .

[21] E. MORGERA, op. cit., pp. 103-104.

[22] A. DE JONGE, op. cit., p. 41.

[23] J. WOUTERS, A. L. CHANÉ, op. cit., p. 15.

[24] United Nations Human Rights Council, Human Rights and transnational corporations and other business enterprises SRSG mandate, E/CN.4/RES/2005/69, 2005. Disponibile al link: https://www.ohchr.org/en/issues/business/pages/srsgtranscorpindex.aspx.

[25] J. RUGGIE, Protect, Respect and Remedy. A framework for businesses and human rights. Report of the Special Representative of the UN Secretary-General on the issue of Human Rights and Transnational corporations and other business enterprises, 2008. Disponibile al link: https://www.researchgate.net/publication/24090059_Protect_Respect_Remedy_A_Framework_for_Business_and_Human_Rights.

[26] J. WOUTERS, A. L. CHANÉ, op. cit., p. 16

[27] United Nations Human Rights Council, Promotion And Protection Of All Human Rights, Civil, Political, Economic, Social And Cultural Rights, Including The Right To Development Protect, Respect And Remedy: A Framework For Business And Human Rights Report Of The Special Representative Of The Secretary-General On The Issue Of Human Rights And Transnational Corporations And Other Business Enterprises, John Ruggie, UN Doc. A/HRC/8/5, Add. 2, 7 April 2008. Disponibile al link: https://www.undocs.org/A/HRC/8/5.


Regolazione delle multinazionali

Regolazione delle multinazionali tra Stato ospite e Stato d'origine

Un’effettiva regolazione delle multinazionali tra Stato ospite e Stato d’origine risulta essere ostacolata da numerosi impedimenti giuridici e politici

 

Identificare lo Stato competente alla regolazione delle multinazionali

A causa dell’attuale assenza di personalità giuridica e soggettività delle società commerciali nel diritto internazionale[1], la regolazione delle multinazionali è affidata all’azione degli Stati, i quali hanno la competenza di emanare leggi e giudicare casi riguardanti imprese transnazionali con un certo grado di libertà[2]. Tuttavia, appare necessario identificare quale Stato, ai sensi del diritto internazionale, sia tenuto e abbia la competenza a giudicare casi di violazione dei diritti umani, sociali ed ambientali ed illeciti derivanti da attività illegali compiute da imprese transnazionali. Di fatto, la dicotomia tra pluralità giuridica ed unità economica delle multinazionali e la tendenza a delocalizzare i processi produttivi rendono imperativo verificare se lo Stato che è internazionalmente tenuto a regolare le società commerciali sia esclusivamente lo Stato ospite – limitatamente alle attività svolte all’interno dei propri confini – oppure se sia possibile ricondurre alcune obbligazioni allo Stato d’origine, in virtù del controllo esercitato dalla società madre sulle attività delle sussidiarie[3].

 

Regolazione delle multinazionali nello Stato ospite: una base giuridica 

In primo luogo, a fronte della propria sovranità territoriale, l’ordinamento giuridico dello Stato ospite appare il più appropriato per garantire il rispetto della legislazione in materia lavorativa, ambientale e sociale delle imprese operanti all’interno dei propri confini[4]. Di fatto, lo Stato ospite è tenuto ad adottare tutte le misure positive necessarie ad evitare che vengano commessi gravi danni ambientali e violazioni dei diritti umani sotto la propria giurisdizione; di conseguenza, ciò si traduce nel controllo delle società sussidiarie che svolgono le proprie attività produttive e commerciali nello Stato in questione[5].

Tale vigilanza generalmente include due passaggi distinti, tanto precedentemente quanto in seguito all’insediamento di investitori stranieri: un processo di screening è innanzitutto effettuato anteriormente allo stabilimento dell’impresa nel paese. In particolare, la legislazione dello Stato ospitante in merito agli investimenti esteri è tenuta a regolare l’esproprio, la risoluzione delle controversie e gli incentivi in termini di sgravi fiscali, al fine di decidere se consentire o meno l’ammissione di società estere. Devono inoltre essere condotti studi di fattibilità con l’obiettivo di valutare l’impatto del progetto di investimento proposto: a tal proposito, una valutazione di impatto ambientale è altresì necessaria alla verifica del rispetto degli obblighi in materia di tutela dell’ambiente, così come ad un’analisi costi-benefici apportati dal progetto[6]. In secondo luogo, a seguito dell’ingresso della multinazionale nello Stato ospite può avere luogo un successivo controllo amministrativo volto ad esaminare il rispetto delle normative nazionali, posto che l’impresa operante in uno Stato differente da quello in cui ha la propria sede legale sia tenuta al rispetto della legislazione dello Stato territoriale[7].

Appare tuttavia necessario sottolineare come tale processo di screening non risulti da una norma generale di diritto internazionale, bensì il controllo nella fase di entrata dell’investimento estero è soggetto alla discrezionalità dello Stato ospite, il quale si trova spesso limitato da trattati di investimento bilaterali o multilaterali dei quali è parte[8].

 

Ostacoli ad un’effettiva regolazione delle multinazionali nello Stato ospite

Allo stesso tempo, la capacità dello Stato ospite di regolare la condotta di imprese straniere può essere ostacolata da un’ampia varietà di fattori. Nei paesi ospitanti, ad esempio, generalmente è assente un sistema amministrativo, normativo e giudiziario effettivo che possa consentire di supervisionare adeguatamente le attività delle società commerciali operanti sul proprio territorio[9]: nello specifico, risorse in termini di strumenti finanziari e capitale umano risultano spesso insufficienti all’applicazione della legislazione nazionale. Inoltre, la scarsità di informazione e di mezzi tecnologici per la valutazione dei rischi ambientali di particolari attività accentua la difficoltà dello Stato ospite di perseguire una corretta regolazione delle multinazionali[10].

Ulteriori fallimenti nella protezione dei diritti umani e dell’ambiente derivano dalla necessaria volontà dei paesi ospitanti di attrarre investimenti stranieri. In particolare, mentre la competizione globale appare gradualmente dissociarsi dalla dotazione degli Stati in termini di risorse naturali, la crescita economica di numerosi paesi in via di sviluppo risulta strettamente legata agli investimenti esteri. Così, al fine di sedurre imprese transnazionali affinché investano nel proprio Stato, in tali paesi è diffusa la tendenza all’astensione dall’imposizione di regolazioni stringenti in capo alle multinazionali straniere[11]. A tal proposito, il potere negoziale degli Stati non è comparabile a quello degli investitori stranieri, i quali, nella maggior parte dei casi, risultano agevolati da contratti di investimento che favoriscono in larga misura il capitale e stabiliscono la giurisdizione di tribunali esteri in caso di controversie[12]. Pertanto, la capacità dello Stato ospite di imporre leggi ambientali e sociali più stringenti appare decisamente ristretta, in quanto potenziali effetti a detrimento dell’investimento straniero potrebbero implicare un risarcimento alla società investitrice straniera lesa.

Inoltre, specialmente in paesi in via di sviluppo, lo Stato ospite potrebbe essere coinvolto in attività dannose per l’ambiente condotte da imprese multinazionali sia perché le abbia direttamente autorizzate, sia perché sia divenuto parte della società commerciale attraverso l’acquisizione di quote. L’assenza di incentivi economici e politici può costituire un’importante barriera per lo Stato ospite nella regolazione delle multinazionali e nella persecuzione di condotte illecite ai sensi del diritto interno di tale Stato[13].

 

Il contenzioso giudiziario e l’accesso ai mezzi di ricorso nello Stato ospite

Per quanto concerne il contenzioso giudiziario e il risarcimento alle vittime, la configurazione delle multinazionali può eventualmente limitare la possibilità di ottenere una compensazione adeguata: di fatto, la dottrina del velo societario e la personalità giuridica separata dei numerosi soggetti appartenenti ad un unico gruppo transnazionale prevengono la garanzia di un pieno risarcimento nel caso in cui la società controllata che abbia commesso un illecito disponga di risorse limitate per compensare le vittime. In particolare, la società madre risulta tutelata, e non è possibile che venga ritenuta responsabile per le attività delle società affiliate o controllate nonostante facciano parte dello stesso gruppo multinazionale[14].

In quanto ai ricorrenti, il principale impedimento appare essere la mancanza di legittimazione ad agire delle vittime, sia perché la violazione risulta troppo generica, sia perché non coinvolge specificamente un gruppo specifico, come nel caso di un danno ambientale. Le controversie sono inoltre generalmente costose, e i querelanti potrebbero non disporre dei mezzi finanziari necessari ad affrontare i lunghi procedimenti legali. Tuttavia, un miglior accesso alle prove potrebbe risultare un vantaggio rilevante per lo svolgimento dell’azione giudiziaria nei tribunali dello Stato ospite; ciononostante, la probabilità di corruzione o interferenza politica appare nettamente maggiore rispetto allo Stato d’origine. Infine, sebbene in alcuni casi le vittime siano riuscite ad ottenere un risarcimento, le sanzioni inflitte alle multinazionali sono comunque risultate minime. Appare dunque chiaro come, nella maggior parte dei casi, risarcire i danni sia più conveniente per le imprese che adottare comportamenti virtuosi in maniera preventiva al fine di anticipare danni all’ambiente ed eventuali violazioni dei diritti umani e sociali[15].

 

Verso una regolazione delle multinazionali nello Stato d’origine?

Il termine “Stato d’origine” fa riferimento allo Stato di provenienza dell’impresa multinazionale. Allo stesso tempo, tale paese risulta essere il luogo in cui la società ha la propria sede legale e dal quale è esercitato in controllo finanziario e amministrativo sull’intero gruppo[16]. Ciononostante, identificare lo Stato d’origine di una compagnia transnazionale non appare sempre del tutto immediato, così come complicato è valutare quale sia la nazionalità di un’impresa, ai fini di stabilire quale sia lo Stato competente ad esercitare la propria giurisdizione su di essa.

A questo proposito, tre diversi fattori contribuiscono all’attribuzione della nazionalità ai sensi del diritto internazionale pubblico, e precisamente:

  1. il luogo di costituzione,
  2. lo Stato da cui si esercita il controllo sulle operazioni delle multinazionali ed infine
  3. la nazionalità degli azionisti.

 

Se i paesi di common law prediligono il test del luogo di costituzione, i paesi di diritto civile perseguono il criterio della sede reale, in riferimento al paese dal quale viene esercitato il controllo. Tuttavia, un approccio generalmente accettato per l’accertamento della nazionalità dell’impresa ai sensi del diritto internazionale non si è ancora consolidato, e le multinazionali continuano ad essere concepite come un aggregato di entità separate, ciascuna con la propria nazionalità, solitamente attribuita in base al contesto nazionale[17].

Sebbene esistano numerosi impedimenti di natura economica e giuridica, attribuire la competenza della regolazione delle multinazionali allo Stato d’origine è generalmente preferito dalla dottrina. Di fatto, lo Stato d’origine è tipicamente dotato di sistemi normativi, giudiziari ed amministrativi più efficienti, i quali consentono – di conseguenza – una più incisiva attività di prevenzione e persecuzione delle attività dannose delle società commerciali. Inoltre, al fine di limitare il cosiddetto “shopping della normativa e del foro competente a giudicare”, la regolamentazione delle attività svolte all’estero dalle multinazionali può essere realizzata dallo Stato d’origine attraverso la richiesta alla società madre costituita sul proprio territorio nazionale e subordinata al rispetto della propria normativa di non configurarsi complice di gravi danni ambientali o violazioni di diritti umani e sociali nel corso delle proprie operazioni in un paese ospite[18]. Ciò fa riferimento al potere dello Stato di emanare leggi con portata extraterritoriale, il quale ai sensi della pronuncia della Corte Permanente di Giustizia Internazionale nel caso Lotus non è vietato dal diritto internazionale[19]. Tuttavia, sebbene tale possibilità sia, in principio, permessa ai sensi del diritto internazionale, è necessario notare come la competenza legislativa dello Stato sia intrinsecamente territoriale: di fatto, in presenza di uno Stato reclamante l’esercizio della giurisdizione extraterritoriale, è possibile che emergano conflitti di giurisdizione, alla luce del dovere corollario di non intervento (o non ingerenza) negli affari interni degli altri Stati su cui si basa la competenza territoriale[20]. Pertanto, ai fini dell’esercizio della giurisdizione extraterritoriale è richiesta una connessione tra l’illecito commesso all’estero e lo Stato che ne rivendica la giurisdizione[21].

 

L’accesso ai tribunali dello Stato d’origine

In merito al procedimento giudiziario in riferimento a casi di illeciti compiuti da imprese multinazionali, l’inadeguatezza e le difficoltà dell’ottenimento di un risarcimento negli Stati ospite hanno indotto le comunità colpite a richiedere una compensazione dinanzi ai tribunali dello Stato di origine, in cui ha sede il centro decisionale della società. Al riguardo, l’obbligo dello Stato di origine di concedere alle vittime l’accesso ai rimedi in seguito a violazioni avvenute nel paese ospitante non si è consolidato nel diritto internazionale, nonostante quanto auspicato dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani nello Studio analitico del 2011 sul rapporto tra diritti umani e ambiente[22].

Tuttavia, al fine di perseguire il centro decisionale delle imprese multinazionali e poter reclamare un risarcimento direttamente alla società madre, è emersa la pratica del contenzioso transnazionale – o responsabilità diretta estera[23]. In particolare, se da un lato la responsabilità diretta estera potrebbe contribuire ad una maggiore attenzione internazionale a proposito delle attività illecite delle multinazionali nei paesi ospite, dall’altro lato la possibilità di intentare azioni legali contro società transnazionali nello Stato d’origine avrebbe la capacità di ostacolare l’eccessiva violazione del diritto internazionale e nazionale ambientale, sociale e dei diritti umani da parte di tali imprese, nonché la loro inclinazione a fare pressioni contro l’inasprimento delle normative interne degli Stati ospite[24].

 

Regolazione delle multinazionali nello Stato d’origine e questioni giurisdizionali

Alla luce dei possibili conflitti di interesse tra i tribunali dello Stato d’origine e di quello ospitante in merito alla giurisdizione a giudicare su casi che coinvolgono attività illecite delle imprese multinazionali commesse all’estero, numerosi ostacoli procedurali impediscono alle vittime di intentare procedimenti giudiziari nello Stato d’origine, tra cui la dottrina del forum non conveniens e la riluttanza a “sollevare” il velo societario.

In primo luogo, con riferimento al forum non conveniens il giudice ha la discrezionalità di decidere se trattare o meno una causa basandosi sul fatto che il foro non è conveniente o è inopportuno per il convenuto. In particolare, tale dottrina emerge nell’eventualità in cui vi sia la possibilità di avviare procedimenti giudiziari in più di un ordinamento. A tal proposito, paesi di common law come gli Stati Uniti e il Regno Unito tendono a interpretare il forum non conveniens come un mezzo per consentire ai ricorrenti di avviare procedimenti legali in un forum più appropriato. Tuttavia, la richiesta di intraprendere un contenzioso in altre giurisdizioni potrebbe anche risultare in un diniego di giurisdizione, nel caso in cui i ricorrenti non siano in grado di chiedere risarcimenti dinanzi ai propri tribunali nazionali[25].

In secondo luogo, il velo societario rappresenta un ulteriore impedimento all’istituzione della giurisdizione dei tribunali dello Stato di origine. In particolare, al fine di stabilire la competenza dei giudici dello Stato di origine, è richiesto un livello minimo di controllo della capogruppo sulla società controllata che ha commesso l’illecito: tuttavia, sia la difficoltà di valutare tale nesso dovuta alla complessa struttura sottostante delle multinazionali e l’avversione degli Stati di origine a “sollevare il velo societario” impedisce il superamento del cavillo giuridico che consente di considerare i singoli enti come indipendenti e, a loro volta, di evitare di ricondurli all’unità della gestione svolta dalla società madre[26].

 

Conclusioni

In ultima analisi, è possibile affermare che la regolazione delle multinazionali sia da parte dello Stato di origine che dello Stato ospite presenta difficoltà su vasta scala, le quali ostacolano lo sviluppo di una risposta adeguata all’esigenza di supervisionare e perseguire i comportamenti irresponsabili di imprese multinazionali che operano nei paesi in via di sviluppo. È pertanto opportuno concludere che le soluzioni giuridiche nazionali volte a ritenere responsabili imprese multinazionali per danni ambientali e violazioni dei diritti umani e sociali appaiono ampiamente insoddisfacenti.

Informazioni

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[1] V. CHABERT, Multinazionali e danni ambientali: verso un quadro giuridico vincolante?, Diritto Consenso, 7 febbraio 2022. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2022/02/07/multinazionali-e-danni-ambientali-verso-quadro-giuridico-vincolante/.

[2] E. MORGERA, Corporate environmental accountability in International law, 2nd edition, Oxford, Oxford University Press, 2020, p. 38.

[3] A. BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012, p. 114.

[4] L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, Regulating Corporations under International Law: from Human Rights to International Criminal Law and Back Again, Journal of International Criminal Justice, Vol. 8, 2010 p. 3.

[5] F. MARRELLA, Regolazione internazionale e imprese multinazionali. In L’Impresa Responsabile. Diritti sociali e Corporate Social Responsibility, Milano, Halley, 2007, p. 37.

[6] E. MORGERA, op. cit., p. 25.

[7] F. MARRELLA, op. cit., p. 38.

[8] Ivi, p. 26.

[9] C. Z. WAGNER, Corporate Social Responsibility of Multinational Enterprises and the International Business Law curriculum, p. 4. In Picker et.al, International Economic Law: the State and Future of the discipline, Hart Publishing Ltd, 2008

[10] J.A. ZERK, Multinationals and Corporate Social Responsibility. Limitations and Opportunities in International Law, Cambridge, Cambridge University Press, 2006, p. 57.

[11] O. DE SCHUTTER, Transnational Corporations and Human Rights, Portland, Hart Publishing, 2006, p. 23.

[12] F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, p. 115.

[13]  L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, op. cit. pp. 3-4.

[14] E. MORGERA, op. cit., p. 27.

[15] W. KALECK, M. SAAGE-MAAß, Corporate Accountability for Human Rights Violations amounting to International Crimes, Journal of International Criminal Justice, Vol. 8, 2010, pp. 714-715.

[16] J. A. ZERK, op. cit., p. 146 .

[17] Ivi, pp. 148- 149.

[18] A. BONFANTI, op. cit., p. 138.

[19] Permanent Court of International Justice, The case of S.S. Lotus, Collection of Judgements Series A., No. 10, 7 September 1927. Available from https://www.icj-cij.org/public/files/permanent-court-of-international-justice/serie_A/A_10/30_Lotus_Arret.pdf

[20] G. PERONI, C. MIGANI, La responsabilità sociale dell’impresa multinazionale nell’attuale contesto internazionale, IANUS n.2, 2010, p.10.

[21] J. A. ZERK, op. cit., p. 105.

[22] United Nations High Commissioner for Human Rights, Analytical Study on the Relationship between Human Rights and the Environment, UN A/HRC/19/34, 2011, para 72. Available from http://www.marinacastellaneta.it/wp-content/uploads/2012/03/A-HRC-19-34_en.pdf.

[23] E. MORGERA, op. cit., p. 30.

[24] Ivi, p. 31

[25] A. DE JONGE, Transnational Corporations and International law. Accountability in the Global Business Environment, Cheltenham, UK, Northampton, MA, USA, Edward Elgar Publishing, 2011, p. 108.

[26] A. BONFANTI, op. cit., pp. 140-141.


Consiglio d'Europa

Il Consiglio d'Europa

Con 47 Stati membri, il Consiglio d’Europa è la principale organizzazione internazionale a difesa dei diritti umani sul continente europeo

 

Che cos’è il Consiglio d’Europa?

Il Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo, è la principale organizzazione internazionale a difesa dei diritti umani sull’insieme del continente europeo e oltre i suoi confini. Basato su tre pilastri che comprendono la tutela dei diritti umani fondamentali, la democrazia e lo stato di diritto, l’organizzazione conta 47 Stati membri, con una popolazione complessiva di oltre 830 milioni di persone[1].

Recentemente, in conformità con lo Statuto, il Comitato dei Ministri ha preso la decisione di sospendere con effetto immediato la Federazione Russa dai suoi diritti di rappresentanza a seguito dell’attacco armato sferrato contro l’Ucraina. Dal momento che la sospensione non risulta essere una misura definitiva bensì temporanea, la Russia rimane membro dell’Organizzazione, così come delle sue convenzioni[2]; ciononostante, il 10 marzo scorso la Federazione Russa ha annunciato che, a causa delle sanzioni e delle misure restrittive imposte dall’Occidente, non farà più parte dell’Organizzazione.

Santa Sede, Canada, Giappone, Stati Uniti e Messico godono dello stato di osservatore, mentre Israele partecipa all’Assemblea parlamentare in qualità di osservatore[3].

 

Il funzionamento

Numerosi organismi e figure istituzionali garantiscono il corretto funzionamento del Consiglio d’Europa. Anzitutto, il Segretariato Generale – attualmente retto dalla croata Marija Pejčinović Burić – è responsabile della pianificazione strategica, della gestione efficiente del programma di attività e del bilancio dell’Organizzazione; viene eletto alla guida del Consiglio d’Europa dall’Assemblea parlamentare per un mandato di cinque anni, che con scrutinio separato elegge anche il Vice Segretario generale[4].

Accanto al Segretariato, il Comitato dei Ministri è l’organo decisionale dell’Organizzazione. Composto dai Ministri degli Affari Esteri degli Stati membri o dai loro rappresentanti diplomatici permanenti a Strasburgo, tale organismo definisce la politica dell’Organizzazione e ne approva il bilancio e il programma di attività[5]. D’altra parte, l’Assemblea Parlamentare – composta da membri eletti dei 47 Parlamenti nazionali – costituisce il luogo di dibattito e proposte su problemi sociali e politici dell’Organizzazione.

Tale organismo ha incentivato l’elaborazione di numerose convenzioni, tra cui la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo[6]. Da ultimo, il Congresso dei Poteri Locali e Regionali è incaricato di rafforzare la democrazia a livello locale, regionale e negli Stati membri. Composto dalla Camera dei poteri locali e dalla Camera delle Regioni, rappresenta gli interessi di oltre 150.000 enti territoriali[7].

 

Le convenzioni: la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU)

Il Consiglio d’Europa ha elaborato oltre 220 trattati destinati a promuovere i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto; si tratta di accordi giuridicamente vincolanti per gli Stati membri che li hanno sottoscritti e ratificati, il cui rispetto delle disposizioni e conformità delle politiche è regolarmente esaminata attraverso specifici meccanismi di monitoraggio e valutazione[8]. In primo piano, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), entrata in vigore nel 1950, garantisce un insieme di diritti fondamentali civili e politici che includono:

  • il diritto alla vita;
  • il diritto ad un equo processo;
  • la libertà di espressione, di pensiero e di religione.

 

Parallelamente, la Convenzione proibisce la tortura, il lavoro forzato, la pena di morte ed ogni forma di discriminazione.

Allo stato attuale, la Convenzione tutela un numero maggiore di diritti e libertà fondamentali rispetto al testo originale adottato nel 1950, i quali sono stati inclusi nei successivi protocolli addizionali adottati nel corso degli anni. Inoltre, la CEDU costituisce il primo strumento giuridico internazionale che ha cristallizzato e dato forza vincolante ai diritti sanciti all’interno della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.

Al riguardo, l’organizzazione in esame ha sviluppato un sistema di tutela dei diritti umani il cui meccanismo più noto è la Corte Europea dei diritti dell’uomo, istituita nel 1959 con sede a Strasburgo al fine di controllare l’applicazione della CEDU nei 47 Stati membri. La Corte può essere adita da governi, singoli individui o gruppi, indipendentemente dalla nazionalità nell’eventualità in cui si è in presenza di asserite violazioni dei diritti umani e contemporaneamente sussistano determinati requisiti, incluso l’esperimento di tutte le vie di ricorso interne previste dall’ordinamento del paese membro in questione[9].

 

Le convenzioni: la Convenzione di Istanbul

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza di genere (Convenzione di Istanbul) è il trattato internazionale sui diritti umani più progressista ed ambizioso per l’eliminazione della violenza contro le donne basata sul genere[10]. Il testo della Convenzione è stato adottato dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e aperto alla firma ad Istanbul l’11 maggio 2011; in seguito alla decima ratifica da parte di Andorra il 22 aprile 2014, lo strumento è entrato in vigore il 1° agosto 2014.

La Convenzione fornisce agli Stati che l’hanno ratificata un quadro complessivo di politiche e misure basate sulle migliori prassi per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica; sebbene sia stata elaborata in Europa, essa ha portata globale; pertanto, qualsiasi stato può aderirvi o impiegarla come modello di riferimento per le proprie politiche e legislazioni nazionali e regionali.

Il campo di applicazione della Convenzione si estende a tutte le forme di violenza, compresa la violenza domestica, che “colpisce le donne in modo sproporzionato[11]. Quattro i pilastri della Convenzione:

  1. prevenzione della violenza,
  2. protezione delle vittime,
  3. procedimento penale nei confronti dei responsabili,
  4. politiche organiche e coordinate da parte degli Stati.

 

La Convenzione ha avuto un notevole impatto positivo in tutta Europa: in particolare, essa ha contribuito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’urgente necessità di intervenire in maniera immediata sulla questione, come pure ha stimolato e ispirato modifiche importanti e progressiste alle leggi e alle politiche nazionali relative alla violenza di genere. In maniera analoga, la Convenzione ha evidenziato la necessità di un maggior numero di centri di assistenza e di servizi per le donne vittime di violenza[12]. Non da ultimo, le Parti alla Convenzione di Istanbul sono incoraggiate ad estenderne l’applicazione a tutte le persone a rischio di violenza domestica, compresi uomini, bambini e anziani, in considerazione del fatto che anche gli uomini subiscono alcune forme di violenza contemplate dallo strumento giuridico in esame, sebbene meno di frequente e spesso in forme meno gravi[13].

 

Le convenzioni: la Convenzione sulla criminalità informatica

La Convenzione sulla criminalità informatica (Convenzione di Budapest) è entrata in vigore il 1° luglio 2004 e fornisce orientamenti e linee guida per tutti i paesi desiderosi di sviluppare una legislazione coerente e completa in materia di cybercriminalità. In tale campo, si tratta dell’unico strumento internazionale giuridicamente vincolante.

La Convenzione di Budapest è più di un documento legale; è un quadro che consente a centinaia di professionisti di condividere esperienze e creare relazioni che facilitino la cooperazione in casi specifici – anche in situazioni di emergenza – al di là delle disposizioni specifiche previste dalla Convenzione[14].

La Convenzione è il primo trattato internazionale sui crimini commessi tramite Internet e altre reti informatiche; essa tratta in modo particolare le violazioni dei diritti d’autore, le frodi informatiche, la pornografia infantile e le violazioni della sicurezza delle reti. Tra gli obiettivi principali, enunciati nel preambolo, vi è il perseguimento di una politica penale comune, finalizzata alla protezione dell’intera società da minacce e atti criminali commessi in rete, nello specifico attraverso l’adozione di una legislazione adeguata negli Stati membri e la promozione di una maggiore cooperazione internazionale[15].

 

La Commissione di Venezia

La Commissione Europea per la promozione della Democrazia attraverso il diritto (Commissione di Venezia) fornisce supporto legale agli Stati membri e, in particolare, aiuta gli Stati desiderosi di allineare le proprie strutture legali ed istituzionali agli standard europei e alle esperienze internazionali in termini di democrazia, diritti umani e stato di diritto. La Commissione di Venezia contribuisce inoltre alla disseminazione e al consolidamento di un patrimonio costituzionale comune, svolgendo un ruolo di primo piano nella gestione dei conflitti e nella fornitura di “aiuto costituzionale d’emergenza” a Stati in via di transizione.

I 47 Stati del Consiglio d’Europa figurano tra i membri della Commissione, ai quali si aggiungono altri 14 Paesi fuori dai confini europei, inclusi Brasile, Cile, Costa Rica, Israele e Kosovo. I membri individuali della Commissione di Venezia comprendono docenti di diritto internazionale pubblico e privato, giudici delle Corti Supreme e Costituzionali e membri dei Parlamenti nazionali. Essi sono eletti per un periodo di quattro anni dai singoli Stati membri, ma agiscono secondo capacità individuale.

La Commissione opera in tre aree principali:

  1. istituzioni democratiche e diritti fondamentali;
  2. giustizia ordinaria e costituzionale;
  3. elezioni, referendum e partiti politici.

 

Il Segretariato permanente è localizzato a Strasburgo, nelle sedi del Consiglio d’Europa; tuttavia, le sessioni plenarie della Commissione si tengono presso la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista di Venezia, nei mesi di marzo, giugno, ottobre e dicembre[16].

 

Il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea

Benché spesso le due Organizzazioni vengano erroneamente sovrapposte, il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea sono due organizzazioni distinte, con ruoli diversi ma complementari. In particolare, l’UE condivide la base valoriale fondamentale su cui poggia l’azione del Consiglio d’Europa nella sua interezza, e, al contempo, una vasta gamma di programmi congiunti con Bruxelles contribuisce al sostentamento delle riforme giuridico-istituzionali sia nel continente europeo, sia in Nord Africa.

Su questa linea, le due organizzazioni collaborano strettamente nei settori di comune interesse, quali la promozione dei diritti umani e della democrazia in Europa e nelle regioni limitrofe; inoltre, il perseguimento del comune obiettivo della pace viene attuato tramite lo stanziamento di cospicue risorse finanziarie a sostegno di specifici programmi[17]. Parimenti, al fine di contribuire alla creazione di uno spazio giuridico europeo comune con riferimento alla tutela dei diritti umani fondamentali, il Trattato di Lisbona ha previsto l’adesione dell’Unione Europea alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU); ciononostante, a seguito di alcune pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea concernenti specifiche questioni giurisdizionali e di competenza, il processo di adesione dell’UE non ha ancora avuto luogo[18].

Tuttavia, è necessario ricordare il ruolo del Consiglio d’Europa come precursore nel processo di integrazione europea: di fatto, nessuno Stato ha aderito all’Unione Europea senza prima divenire membro del Consiglio d’Europa. Fondato nel 1949, all’indomani della Seconda guerra mondiale, l’Organizzazione ha garantito la ricostruzione politica dell’Europa facendo leva su un insieme di valori fondamentali, il cui declino era stato responsabile della devastazione del Vecchio continente negli anni precedenti.

Di notevole importanza, il Consiglio d’Europa è la prima delle istituzioni internazionali ad aprire le porte all’integrazione dei paesi dell’Europa centrale ed orientale in seguito alla caduta del Muro di Berlino, svolgendo altresì una funzione di primo piano nel sostenere tali paesi a realizzare le necessarie riforme politiche, costituzionali, legislative e giudiziarie necessarie[19]. In ultima analisi, la bandiera europea – raffigurante 12 stelle dorate disposte in cerchio su di uno sfondo blu – è stata ideata dal Consiglio d’Europa nel 1955 ed adottata dall’UE nel 1985, divenendo così un simbolo comune della costruzione europea oltre l’appartenenza ad una specifica istituzione[20].

 

L’Italia e il Consiglio d’Europa: la presidenza del Comitato dei Ministri

Lo scorso 17 novembre, dopo più di vent’anni l’Italia ha assunto la Presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per il semestre novembre 2021 – maggio 2022[21].

Il passaggio di consegne dall’Ungheria all’Italia è avvenuto alla presenza dei rappresentanti degli Stati membri e del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Luigi di Maio[22], il quale ha delineato le priorità della presidenza semestrale, in linea con le tematiche tradizionalmente centrali all’azione dell’Italia e della sua naturale vocazione multilateralista: il rafforzamento dei principi e dei valori fondanti dell’organizzazione; la promozione dei diritti delle donne, dei minori e degli adolescenti; la costruzione di un futuro a misura di persona attraverso la valutazione delle nuove sfide poste dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale nei confronti dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto[23].

Il semestre italiano presterà inoltre particolare attenzione alla tutela del patrimonio culturale, strumento fondamentale di dialogo ed inclusione sociale che, per il proprio legame con l’ambiente e il paesaggio, apporta un contributo tangibile alla qualità della vita in Europa[24].

Insieme ad altri nove Stati, l’Italia figura tra i paesi fondatori del Consiglio d’Europa[25]: di fatto, il nostro paese è tra i principali contribuenti al budget dell’Organizzazione, i cui valori fondanti sono altresì sanciti all’interno della Costituzione e tradizionalmente al centro della politica estera italiana[26].

Nel 2011, il Consiglio d’Europa ha aperto il suo ufficio di rappresentanza in Italia, ed in particolare nella città di Venezia, a riconoscimento della ricchezza artistico-culturale della città e della sua storica vocazione democratica e di rispetto dei diritti umani[27].

Informazioni

Consiglio d’Europa, 47 Stati membri. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/47-members-states.

Consiglio d’Europa, Assemblea Parlamentare, La convenzione di Istanbul: uno strumento potente per mettere fine alla violenza di genere, p.16.

Consiglio d’Europa, Assemblea Parlamentare. Disponibile al link: https://pace.coe.int/en/.

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Consiglio d’Europa, Comitato dei Ministri. Disponibile al link: ​https://www.coe.int/en/web/cm.

Consiglio d’Europa, Congresso dei poteri Locali e Regionali. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/congress.

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[1] Il Consiglio d’Europa in breve. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/about-us/who-we-are.

[2] Il Consiglio d’Europa sospende i diritti di rappresentanza della Russia, 25 febbraio 2022. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/-/council-of-europe-suspends-russia-s-rights-of-representation.

[3] 47 Stati membri. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/47-members-states.

[4] Secretary General. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/secretary-general/home.

[5] Comitato dei Ministri. Disponibile al link: ​https://www.coe.int/en/web/cm.

[6] Assemblea Parlamentare. Disponibile al link: https://pace.coe.int/en/.

[7] Congresso dei poteri Locali e Regionali. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/congress.

[8] Il Consiglio d’Europa: breve panoramica. Per la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto, Council of Europe Publications, p. 8.

[9] Council of Europe, European Court of Human Rights. Disponibile al link: https://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=home.

[10] S. DELLERBA, La Convenzione di Istanbul, Diritto Consenso. Disponibile al link:  http://www.dirittoconsenso.it/2021/11/19/convenzione-di-istanbul/.

[11] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), 2011, art. 3.

[12] S. DE VIDO, Donne, violenza e diritto internazionale. La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011. Mimesis, 2016.

[13] Consiglio d’Europa, Assemblea Parlamentare, La convenzione di Istanbul: uno strumento potente per mettere fine alla violenza di genere, p.16.

[14] Consiglio d’Europa, Budapest Convention. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/cybercrime/the-budapest-convention.

[15] Consiglio d’Europa, Convention on Cybercrime, 2004. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/conventions/full-list?module=treaty-detail&treatynum=185.

[16] Consiglio d’Europa, Venice Commission. Disponibile al link: https://www.venice.coe.int/webforms/events/.

[17] Consiglio d’Europa, Da non confondere. Disponibile al link:  https://www.coe.int/it/web/about-us/do-not-get-confused.

[18] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Opinion 2/94 on Accession by the Communities to the Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms, 28 marzo 1996. Disponibile al link: https://www.cvce.eu/content/publication/2001/8/22/db253212-9e45-4545-8179-f6d51dd059c0/publishable_en.pdf; Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Opinion 2/13 on accession to the ECHR, 18 dicembre 2014. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A62013CV0002.

[19] Consiglio d’Europa, Il Consiglio d’Europa: breve panoramica. Per la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto, Council of Europe Publications, p. 3.

[20] Maggiori informazioni sono disponibili al link: https://www.coe.int/it/web/about-us/the-european-flag.

[21] V. CHABERT, L’Italia assume la Presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, Opinio Juris – Law and Politics Review, 18 novembre 2021. Disponibile al link: https://www.opiniojuris.it/litalia-assume-la-presidenza-del-comitato-dei-ministri-del-consiglio-deuropa/.

[22] Council of Europe, Italy takes over the Chairmanship of the Committee of Ministers, 17 Novembre 2021. Disponibile al link:https://www.coe.int/en/web/portal/full-news/-/asset_publisher/y5xQt7QdunzT/content/italy-takes-over-the-chairmanship-of-the-committee-of-ministe-1?_101_INSTANCE_y5xQt7QdunzT_viewMode=view/.

[23] Council of Europe, Priorities of the Italian Presidency of the Committee of Ministers of the Council of Europe (17 November 2021- 20 May 2022). Disponibile al link: https://search.coe.int/cm/Pages/result_details.aspx?ObjectID=0900001680a48d39 .

[24] Ibid.

[25] Consiglio d’Europa, Italia. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/italy.

[26] Resoconto Stenografico Commissioni Congiunte Affari esteri, emigrazione del Senato della Repubblica e Affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, Comunicazioni Del Ministro Degli Affari Esteri E Della Cooperazione Internazionale sulle linee programmatiche del suo dicastero, 7° seduta, 31.10.21.

[27] Consiglio d’Europa, Ufficio di Venezia. Disponibile al link:   https://www.coe.int/it/web/venice/cooperation.


Personalità giuridica delle multinazionali

La personalità giuridica delle multinazionali nel diritto internazionale

Nonostante la progressiva espansione dei soggetti del diritto internazionale contemporaneo, la questione della personalità giuridica delle multinazionali risulta essere particolarmente controversa

 

La personalità giuridica delle multinazionali e i soggetti di diritto internazionale

A partire dal 1648, il sistema westfaliano delle relazioni internazionali è incentrato sulla presenza di Stati sovrani ed indipendenti, i quali occupano un ruolo primario nella gerarchia dei soggetti di diritto internazionale1. Di fatto, gli Stati risultano essere i soggetti tradizionali dell’ordinamento giuridico internazionale2, i quali detengono il potere sovrano “in riferimento ad una porzione del globo, di esercitare all’interno di essa, ad esclusione di ogni altro Stato, le funzioni dello Stato”3. Ciononostante, la fine del secondo conflitto mondiale ha portato ad una progressiva espansione dello scopo e della struttura del diritto internazionale contemporaneo, alla quale è corrisposta una crescente eterogeneità di soggetti e nuove aree di applicazione del diritto4. In particolare, sulla scena internazionale sono emersi nuovi e numerosi attori e soggetti, tra cui Organizzazioni Internazionali, Organizzazioni Non Governative (ONG), organizzazioni terroristiche e, da ultimo, imprese multinazionali5: pertanto, tale evoluzione ha messo direttamente in discussione il sistema Statocentrico di Westphalia, che fino a quel momento aveva rappresentato il fondamento dell’organizzazione delle relazioni transnazionali fra le Nazioni6. A tale riguardo, sebbene gli Stati sovrani conservino il loro tradizionale ruolo fondamentale nel sistema di diritto internazionale corrente, una varietà di nuovi attori globali ha preso parte alla creazione di norme internazionali. Le società multinazionali forniscono un’ evidente esemplificazione del rinnovato ruolo internazionale di attori considerati storicamente secondari agli Stati: imprese private hanno infatti acquisito un ruolo via via più incisivo nello sviluppo del diritto ambientale globale, derivante in parte anche dalla crescente capacità di dialogare a pari livello con i governi in termini economici e finanziari7. In tale contesto, la questione della personalità giuridica delle multinazionali appare tanto rilevante quanto controversa alla luce delle possibili e contrastanti interpretazioni della condizione fondamentale in presenza della quale è possibile affermare l’esistenza della soggettività internazionale, ovvero la “capacità di possedere diritti e doveri internazionali e di mantenere i propri diritti presentando rivendicazioni internazionali”8.

 

Il diniego della personalità giuridica delle multinazionali: la prospettiva tradizionale

All’interno della dottrina, un primo approccio tradizionalista non ritiene possibile considerare le imprese private transnazionali come soggetti di diritto internazionale, negando quindi ogni possibile evoluzione verso una (anche limitata) personalità giuridica delle multinazionali9. Secondo tale prospettiva, il diritto internazionale pubblico interessa in maniera esclusiva i diritti e i doveri di Stati ed Organizzazioni internazionali. Di conseguenza, la prospettiva classica non prevede alcuna soggettività internazionale per le multinazionali ai sensi della loro operatività all’interno della sovranità dello Stato in cui vengono localizzati i loro processi produttivi e le attività commerciali, così come dell’impossibilità di citare in giudizio una controparte di fronte ad un tribunale internazionale, accessibile per contro solo a Stati e – su base accessoria – Organizzazioni Internazionali10.

Le società commerciali vengono tuttavia designate come “oggetti” di diritto internazionale, la cui responsabilità può essere accertata solamente nel contesto dello Stato ospite o, più difficilmente, dello Stato d’origine in cui la società madre ha la propria sede legale11. Pertanto, la maggioranza della dottrina sostiene l’approccio secondo il quale anche qualora le multinazionali figurino tra i recipienti finali di norme internazionali ad esse indirizzate, l’interesse del diritto internazionale a regolarne le attività transnazionali rimane generalmente indiretto, in quanto è in ogni caso necessaria la mediazione del diritto interno.

Un maggiore consolidamento della prospettiva tradizionale contro la personalità giuridica delle multinazionali ha infine origine nell’operatività delle multinazionali come intermediarie all’interno del sistema relazioni internazionali, in quanto la capacità di concludere trattati internazionali o contribuire alla creazione di consuetudini internazionali attraverso le proprie pratiche commerciali risulta essere assente12.

 

Una limitata personalità giuridica internazionale?

Con l’obiettivo di dare un giusto riconoscimento all’innegabile rilevanza delle imprese multinazionali sullo scenario globale, una seconda tendenza all’interno della dottrina legale considera la possibilità di concedere alle società private una limitata personalità giuridica internazionale13. In particolare, gli studiosi di diritto internazionale a sostegno di tale approccio ritengono che a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale le multinazionali abbiano gradualmente infranto lo stampo tradizionale del diritto internazionale classico, che negava loro ogni forma di personalità giuridica. Tali società, con l’accordo di numerosi Stati, si sono tuttavia appropriate di una certa personalità internazionale14.

Il peculiare ruolo delle multinazionali nel diritto internazionale che giustificherebbe una possibile soggettività internazionale deriva dalla capacità di stipulare contratti tanto con altre società private, quanto con Stati ed Organizzazioni internazionali: di fatto, i contratti tra le sette maggiori compagnie petrolifere Inglesi e Statunitensi (le cosiddette “Sette Sorelle”) e i governi dei paesi dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) conclusi agli inizi degli anni 70 a Tripoli e Teheran costituiscono un precedente determinante in tal senso15. Allo stesso modo, con riferimento alla regolazione di alcune attività internazionali nel campo dei trasporti, la stipulazione di accordi nel contesto delle Conferenze sul Traffico dell’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) rappresentano un ulteriore esempio al riguardo16: di fatto, attraverso lo sviluppo di cartelli ed accordi commerciali, tali compagnie sono in grado di influenzare profondamente le relazioni economiche internazionali.

Le multinazionali hanno inoltre la possibilità di sottoporre le proprie conferenze ad arbitrato, accedendo dunque a meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie: grazie al proprio potere economico infatti, le imprese transnazionali sono in grado di imporre clausole arbitrali agli Stati al fine di ottenere la deroga della giurisdizione Statale in favore di collegi arbitrali internazionali, in cui Stati e società multinazionali si confrontano sullo stesso piano a livello sostanziale17.

 

Imprese multinazionali come attori ed interlocutori nel diritto internazionale

Una terza prospettiva relativa alla personalità giuridica delle multinazionali è incentrata sulla presente ed innegabile rilevanza delle multinazionali in quanto attori non-statali ed interlocutori nei confronti di Stati ed Organizzazioni Internazionali.

Di fatto, tale approccio ha l’obiettivo di superare il modello classico e passivo che oppone soggetti ed oggetti di diritto internazionale: a tal proposito, esso considera le società commerciali come partecipanti nel sistema di diritto internazionale, ponendo dunque attenzione sulla necessità di ritornare ad una visione del diritto internazionale come un processo decisionale in cui non vi sono “soggetti” ed “oggetti”, bensì solamente “partecipanti”18. In tale contesto, il giudice della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) Rosalyn Higgins ha indicato le multinazionali come soggetti partecipanti sullo stesso piano di Stati, organizzazioni internazionali e gruppi privati non governativi19.

 

La personalità giuridica delle multinazionali nel diritto internazionale dei diritti umani

È infine rilevante sottolineare come fra tutte le aree di diritto internazionale la questione della personalità giuridica delle multinazionali sia stata esplorata con maggiore attenzione all’interno del diritto internazionale dei diritti umani20. A tal riguardo, il fatto che le multinazionali possano avere diritti e doveri ai sensi del diritto internazionale e che, di conseguenza, la violazione di norme fondamentali a tutela dei diritti umani possa risultare nella responsabilità internazionale di queste ultime rappresenta la principale e controversa implicazione del riconoscimento di una certa soggettività internazionale delle multinazionali (benché limitata). Tuttavia, poiché allo stato attuale il dibattito internazionale è evoluto verso una negazione totale della personalità giuridica delle multinazionali, è possibile affermare che non è imposto alcun obbligo vincolante direttamente in capo alle società commerciali per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, così come non è emersa alcuna forma di responsabilità giuridica in caso di violazioni di tali norme.

In particolare, le imprese transnazionali possono solamente essere ritenute responsabili di violazioni di diritti umani ed ambientali in maniera indiretta, configurando l’illecito come contravvenzione del diritto interno di uno Stato: di fatto, sul piano internazionale “solo gli Stati possono essere indicati direttamente come responsabili di illeciti compiuti da società multinazionali attraverso la dottrina delle obbligazioni positive21.

In effetti, sebbene la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo affermi che “tutti sono portatori di doveri”22, il diritto internazionale dei diritti umani difficilmente si adatta alla realtà delle persone giuridiche, per il fatto di essere sviluppato con un focus sugli individui.

 

Conclusioni

Alla luce dell’attuale contesto di diritto internazionale, è possibile concludere che lo status legale dell’impresa multinazionale rimane particolarmente controverso e in una fase embrionale di sviluppo. Sebbene non sia possibile affermare che si sia sviluppato un ampio consenso a favore della personalità giuridica delle multinazionali, è tuttavia necessario sottolineare come un numero consistente di strumenti giuridici internazionali di diritto internazionale non vincolante siano indirizzati proprio a tali compagnie, il cui inconfutabile ruolo predominante sullo scenario globale sembra necessariamente richiedere un adattamento della normativa internazionale verso il riconoscimento di una (seppur limitata) soggettività.

Informazioni

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1 D. CARREAU, F. MARRELLA, Diritto Internazionale, 2° edizione, Milano, Giuffré Editore, 2018,p. 39.

2 A. CASSESE, Diritto Internazionale, Bologna, Il Mulino Editore, 2006, p. 68.

3 Island of Palmas Case, The Netherlands v. The United States of America, 4 April 1928. In Reports of International Arbitral Awards, Volume II, pp. 829-871. Disponibile al link: https://legal.un.org/riaa/cases/vol_II/829-871.pdf.

4 H. KELLER, Corporate Codes of Conduct and their Implementation: The question of Legitimacy. In R. Wolfrum, V. Röben, Legitimacy in International law, Berlin, Heidelberg, Springer, 2008, p. 33.

5 D. VERALDI, La tutela internazionale dell’ambiente, Diritto Consenso, 12 novembre 2020. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2020/11/12/la-tutela-internazionale-ambiente/.

6 D. CARREAU, F. MARRELLA, op.cit., p. 38.

7 K. KULOVESI, M. MEHLING, E. MORGERA, Global Environmental Law: Context and Theory, Challenge and Promise, Transnational Environmental Law, 8(3), 2019, pp. 405-435. p. 408.

8 International Court of Justice, Reparation for Injuries Suffered in the Service of the United Nations, in ICJ Reports, 1949, 174 -179.

9 F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, p. 190.

10 E. MORGERA, Corporate environmental accountability in International law, 2nd edition, Oxford, Oxford University Press, 2020, p. 61.

11 F. MARRELLA, op. cit., p. 192.

12 G. PERONI, C. MIGANI, La responsabilità sociale dell’impresa multinazionale nell’attuale contesto internazionale, IANUS n.2, 2010, p. 13.

13 D. CARREAU, F. MARRELLA, op.cit., p. 193.

14 D. CARREAU, Droit International, Paris, Pedone,10ème edit., 2009. p. 439.

15 D. CARREAU, F.MARRELLA, op. cit., p. 505.

16 Ibid.

17 Ivi, pp. 506-507.

18 L. LIBERTI, La responsabilité des entreprises en droit international: chimère ou réalité, Forum du Droit International, Vol. 7, 2005, pp. 236.

19 R. HIGGINS, Problems and Process: International Law and How We Use It, Oxford, Clarendon Press, 1994, p 50.

20 E. MORGERA, op.cit., p. 63.

21 L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, Regulating Corporations under International Law: from Human Rights to International Criminal Law and Back Again, Journal of International Criminal Justice, Vol. 8, 2010, pp. 727.

22 United Nations General Assembly, Universal Declaration of Human Rights, A/RES/ 3/217, 10 December 1948, preamble and art. 29.


Multinazionali e danni ambientali

Multinazionali e danni ambientali: verso un quadro giuridico vincolante?

Sebbene vi sia uno stretto rapporto fra imprese multinazionali e danni ambientali, impedimenti di natura giuridica prevengono lo sviluppo di un quadro regolatorio vincolante nel diritto internazionale direttamente applicabile a tali società

 

Imprese multinazionali e danni ambientali: una prospettiva storica

La questione della responsabilità delle imprese multinazionali per danni ambientali trae le sue radici nell’epoca del colonialismo europeo, durante il quale le società commerciali inglesi e danesi occuparono una posizione di primo piano nei territori d’oltremare: di fatto, fornire assistenza alla madrepatria nell’amministrazione delle colonie permise a tali compagnie di avere accesso alle immense ricchezze naturali dei nuovi insediamenti europei e, di conseguenza, di sfruttarne le risorse ambientali e il capitale umano in condizioni estremamente vantaggiose[1].

Durante il periodo dell’industrializzazione, ad un aumento dell’attività economica è corrisposta una più stretta corrrelazione fra multinazionali e danni ambientali le risorse naturali si rivelarono infatti la principale fonte necessaria ai processi industriali, risultando tuttavia in un maggiore inquinamento atmosferico e in un consumo di materie prime senza precedenti[2].

Allo stesso modo, le multinazionali si sono imposte come solidi attori internazionali nel mondo dell’economia e della finanza, sia in quanto motori della globalizzazione, sia come risultato diretto di tale fenomeno: in particolare, la fine della Seconda Guerra Mondiale e la conseguente ondata di decolonizzazione hanno segnato un punto di svolta negli equilibri internazionali, tanto da portare un numero crescente di Stati appena indipendenti ed accomunati da una condizione comune di arretratezza economica e sociale – il cosiddetto “Terzo Mondo” – a rivendicare un Nuovo Ordine Economico Internazionale[3] all’interno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e, allo stesso tempo, la propria sovranità permanente sulle risorse naturali localizzate sul proprio territorio, che continuavano ad essere sfruttate dalle società estere con sede nei paesi cosiddetti “sviluppati” nonostante il compimento del processo di decolonizzazione a livello formale[4].

 

Il modello economico neoliberista e le imprese multinazionali

Allo stesso tempo, tuttavia, le imprese multinazionali si sono affermate come motori fondamentali della trasformazione sociale di tali paesi, con un impatto senza precedenti a livello politico, economico ed ambientale: tali compagnie divennero di fatto i principali vettori per i trasferimenti di tecnologie ed altresì un canale fondamentale per gli investimenti diretti esteri, tanto da portare i paesi ospiti ad una “corsa verso il basso” volta a sedurre le società straniere offrendo le migliori condizioni in termini di manodopera a basso costo, esenzione totale o parziale dalla tassazione e, in maniera più rilevante, una regolazione ambientale meno stringente[5]. Tale tendenza fu altrettanto favorita dall’adozione di un approccio economico neoliberista, attraverso il quale gli Stati accolsero con entusiasmo l’ideologia del mercato libero con il supporto delle principali istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio[6].

La delocalizzazione dei processi produttivi si è tradotta inoltre in una maggiore inclinazione delle multinazionali a provocare una serie di esternalità negative particolarmente dannose per lo stato di salute degli ecosistemi naturali, tra cui:

  • l’inquinamento marino ed atmosferico,
  • lo sfruttamento di risorse non rinnovabili,
  • il movimento transfrontaliero di materiali pericolosi,
  • l’inquinamento da petrolio e, da ultimo,
  • la deforestazione[7].

 

Attualmente, si stima che più della metà delle emissioni di anidride carbonica siano provocate da attività dannose di imprese multinazionali, le quali sono a loro volta responsabili della maggior parte dei rifiuti tossici generati dal settore dell’industria chimica e manifatturiera.[8]

Ciononostante, il rapporto fra le multinazionali e danni ambientali ha assunto una natura progressivamente dualista: se da un lato tali società hanno consolidato una crescente tendenza alla degradazione ambientale conseguente ad attività dannose e alla scarsa considerazione per imperativi ambientali, dall’altro lato le risorse economico-finanziarie in loro possesso permetterebbero loro di sostenere i costi per l’innovazione e il miglioramento delle condizioni ambientali delle aree in cui vengono delocalizzati i processi produttivi[9].

 

Responsabilità ambientale e struttura delle multinazionali: questioni giuridiche

Nonostante la comunità internazionale sia impegnata nella definizione di un quadro giuridico vincolante da più di quarant’anni, numerosi impedimenti legati alla struttura delle società multinazionali e alla loro controversa natura giuridica nel diritto internazionale hanno precluso lo sviluppo di una regolazione omogenea e direttamente applicabile all’impresa che ha perpetrato la condotta ambientale illecita.

In primo luogo, le multinazionali sono create come entità giuridiche sulla base del diritto interno di un determinato Stato; ciononostante, la struttura economica e giuridica di tali imprese si caratterizza per la pratica della delocalizzazione, attraverso cui le società trasferiscono i propri processi di produzione presso Stati terzi – la maggior parte dei quali paesi “in via di sviluppo”, in cui il costo della manodopera è inferiore, così come meno stringenti sono le legislazioni ambientali e gli standard di sicurezza. In particolare, la struttura multinazionale non include una singola impresa, bensì una società composta da più sussidiarie e filiali integrate sia secondo una struttura gerarchica -attraverso la costituzione di società controllate – sia mediante l’acquisizione di azioni o altre forme di titolarità di società con sede estera (i cosiddetti “Stati ospiti”)  rispetto al paese in cui ha sede la società madre (o Stato di origine)[10]. Allo stesso modo, l’integrazione di imprese indipendenti nelle catene di fornitura e distribuzione può derivare dalla stipulazione di contratti di agenzia, cooperazione, licenza o franchising, i quali mirano a massimizzare il profitto ed i guadagni degli azionisti.

Alla luce di ciò, l’impresa è multinazionale in quanto esiste un singolo piano economico, attuato tuttavia da un gruppo di più di centinaia di filiali e sussidiarie di nazionalità straniera, costituite secondo il diritto interno di paesi in cui la legislazione appare vantaggiosa per la società madre in termini economici, sociali ed ambientali[11]. L’unità economica risulta perciò in contrasto con la pluralità giuridica, e, di conseguenza, un’unica legge regolamentare che disciplini l’attività delle multinazionali così come un’unica corte competente rimangono assenti[12].

Di fatto, l’abilità degli Stati di legiferare e giudicare casi che coinvolgono attività illegali compiute da imprese multinazionali è vincolata e non va di pari passo con il carattere progressivamente transfrontaliero delle loro operazioni. Ciò costituisce peraltro una sfida cruciale in termini di giurisdizione dei tribunali tanto dello Stato d’origine quanto dello Stato ospite, che si trovano a dover giudicare casi concernenti illeciti ambientali perpetrati da multinazionali e verificatosi sul territorio di un paese estero.

Le multinazionali tendono inoltre a celare la propria struttura interna alla luce dei vantaggi apportati dal cosiddetto “velo societario”, ovvero la distinzione giuridica fra la società madre e le proprie sussidiarie e filiali. Ogni entità è infatti giuridicamente autonoma, e, di conseguenza, alla società capogruppo è consentito rimanere estranea alle relazioni di responsabilità che potrebbero generarsi a seguito di attività illecite commesse dalle sussidiarie[13]. La questione della personalità giuridica separata si spiega quindi con la possibilità che essa costituisca un minimizzatore di rischi per la società madre, la quale non sarà dunque ritenuta responsabile per eventuali violazioni compiute dalle proprie controllate, sebbene mantenga il controllo quasi completo su tali attività.

 

Verso lo sviluppo di un quadro regolatorio per la protezione dell’ambiente?

La stretta correlazione fra multinazionali e danni ambientali e la propensione a perpetrare attività dannose e pericolose per l’ambiente ha reso chiara la necessità di sviluppare un quadro normativo volto a limitare gli impatti negativi sugli ecosistemi e superare le strategie di crescita economica secondo principi di business as usual. A tal proposito, la possibilità concreta di una tale regolamentazione è stata dibattuta dalla comunità internazionale per più di quarant’anni, e, più recentemente, anche nell’ambito del diritto internazionale dell’ambiente[14]: nonostante ciò, un quadro vincolante nel diritto internazionale per l’attribuzione della responsabilità civile alle multinazionali in seguito a gravi danni ambientali risulta ancora assente, e pertanto non vengono imposti obblighi di natura ambientale direttamente in capo a tali società. Esistono infatti mere iniziative multi-partecipative e di natura volontaria il cui obiettivo appare quello di rilanciare un’attitudine maggiormente partecipativa ed una crescente trasparenza da parte delle imprese: esse includono, tra gli altri, codici di condotta non vincolanti e strumenti giuridici di soft law.

 

La responsabilità delle multinazionali nei vertici internazionali sull’ambiente

Il dibattito attorno alla formulazione di un trattato vincolante direttamente applicabile alle imprese multinazionali risale agli anni Settanta del secolo scorso: in particolare, nel 1974 una Commissione sulle Imprese Transnazionali fu creata in applicazione delle risoluzioni 1913(LVII) e 1908(LVII) del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, al fine di analizzare l’impatto di tali società sullo sviluppo economico globale e, da ultimo, vagliare la possibilità di redigere un codice di condotta[15].

Tuttavia, le divergenze tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo condussero in primo luogo allo stallo ed in seguito al collasso delle negoziazioni nel 1992. Di fatto, il G77 – organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite che include la maggior parte dei paesi in via di sviluppo – sostenuto dal gruppo dei paesi socialisti, promosse un approccio incentrato sul potere dello Stato ospite di controllare le multinazionali con sede in paesi stranieri, in modo tale da evitare ogni potenziale abuso del loro potere economico e, al contempo, qualsiasi tipo di pressione politica sul governo locale.

Al contrario, i paesi occidentali – i principali esportatori di capitali – favorirono la protezione esclusiva degli investimenti esteri, guardando pertanto alla bozza di codice di condotta con scetticismo e temendo una possibile restrizione ai movimenti di capitali.[16] Alla luce della polarizzazione e dell’incompatibilità di tali posizioni, il codice non venne mai adottato.

Negli anni successivi, la necessità di un ruolo maggiormente proattivo delle imprese multinazionali nel campo della protezione ambientale venne discusso in seno alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano del 1972,[17] durante la quale l’inclusione di considerazioni ambientali all’interno dei processi decisionali delle imprese emerse come priorità.

Similmente, il dibattito sul ruolo della comunità degli affari nella tutela degli ecosistemi naturali si rinnovò vent’anni dopo, in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992: per la prima volta diplomatici, scienziati e rappresentanti del settore industriale sedettero ai tavoli negoziali fianco a fianco, discutendo in modo particolare a proposito della posizione delle imprese multinazionali rispetto al principio emergente dello sviluppo sostenibile. In ogni caso, l’“Earth Summit” fu considerato un’occasione mancata, dal momento che la dichiarazione finale di Rio non menzionò esplicitamente la precisa contribuzione delle multinazionali alla protezione delle risorse naturali.

Il progetto di un trattato vincolante per la responsabilità delle multinazionali in seguito a gravi danni ambientali si rivelò fallimentare anche in seguito alle negoziazioni portate avanti durante il Vertice Internazionale sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg (2002), mentre l’emergere delle nuove teorie economiche legate alla green economy mitigarono considerevolmente l’attenzione per lo sviluppo di un quadro normativo vincolante per le multinazionali nel corso della Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile tenutosi a Rio de Janeiro nel 2012.

 

Questioni aperte

Alla luce di ciò, sebbene il coinvolgimento sistemico delle società multinazionali in condotte ambientali illecite richieda la presenza di un regime regolatorio appropriato e vincolante, la persistenza di numerosi ostacoli di natura giuridica ed un’effettiva mancanza di volontà politica da parte degli Stati continuano ad impedire lo sviluppo di un quadro normativo efficace ed effettivo per l’attribuzione della responsabilità alle imprese multinazionali nel diritto internazionale.

Informazioni

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[1] S. R. RATNER, Corporations and Human Rights: a Theory of Legal Responsibility, The Yale Law Journal, Vol. 111, No. 3, 2001, pp. 452-453.

[2] M. EWING-CHOW, D. SOH, The Evolution of Enwironmental Law and the Role of Multinational Corporations, Indiana Journal of Legal Studies, Vol. 16, No.1, 2009, p.200.

[3] UNITED NATIONS GENERAL ASSEMBLY, Declaration on the Establishment of a New International Economic Order, A/RES/3201(S-VI), 9 Maggio 1974. Disponibile al link: https://digitallibrary.un.org/record/218450 (ultimo accesso 08.01.22).

[4] D. IGLESIAS MARQUEZ, The scope of codes of conduct for corporate environmental responsibility, Revista Catalana de Dret Ambiental, Vol.6, No 2, 2015, p.3.

[5] M. MONSHIPOURI, C.E. WELCH, E.T. KENNEDY, Multinational Corporations and the Ethics of Global Responsibility: Problems and Possibilities, Human Rights Quarterly, No. 25, 2003, pp. 972.

[6] F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, pp. 49-53.

[7] M. FITZMAURICE, D.M. ONG, P. MERKOURIS, Research Handbook on International Environmental law, Celtenham, UK, Edward Elgar Publishing, 2010, p. 304.

[8] M. KOENIG-ARCHIBUGI, Transnational Corporations and Public Accountability, Government and Opposition, Vol.39, No.2, 2004, p. 244.

[9] A tal proposito, “Transnational corporations can play a critical role in a sustainable managed world or serve as major impediment to this transition”, ovvero “le imprese transnazionali possono avere un ruolo fondamentale nella gestione sostenibile del mondo, oppure fungere da principale impedimento verso tale transizione”. H. GLECKMAN, Transnational corporations’ Strategic Responses to Sustainable Development. In H.O. Bergenses, G. Parmann and O.B. Thommessen, Green Globe Yearbook of International Cooperation on Environment and Development, Oxford, Oxford University Press, 1995, pp.93-106.

[10] A. BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012, p. 2.

[11] F. MARRELLA, op. cit., p. 53.

[12] G. PERONI, C. MIGANI, La responsabilità sociale dell’impresa multinazionale nell’attuale contesto internazionale, IANUS n.2, 2010, pp. 6-7.

[13] A. DE JONGE, Transnational Corporations and International law. Accountability in the Global Business Environment, Cheltenham, UK, Northampton, MA, USA, Edward Elgar Publishing, 2011, p. 83.

[14] E. MORGERA, Benefit-sharing as a bridge between the Environmental and Human Rights Accountability of Multinational Corporations, Edinburgh School of Law Research Paper No. 2014/13, 2014, p. 4.

[15] UNITED NATIONS COMMISSION ON TRANSNATIONAL CORPORATIONS, Proposed Text of the Draft Code of Conduct on Transnational Corporations, UN Doc. E/1990/94, 12 giugno 1990.

[16] UNITED NATIONS COMMISSION ON TRANSNATIONAL CORPORATIONS, Information Paper on Negotiations to Complete the Code of Conduct on Transnational Corporations, UN. Doc. E/C.10/1983/S/2, 4 January 1983. Disponibile al link: https://digitallibrary.un.org/record/43903 (ultimo accesso 12.01.22).

[17] A. FEDERICO, Un’introduzione al diritto internazionale dell’ambiente, DirittoConsenso, 11 gennaio 2022. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2022/01/11/unintroduzione-al-diritto-internazionale-dellambiente/ (ultimo accesso 13.01.22).