Consiglio d'Europa

Il Consiglio d'Europa

Con 47 Stati membri, il Consiglio d’Europa è la principale organizzazione internazionale a difesa dei diritti umani sul continente europeo

 

Che cos’è il Consiglio d’Europa?

Il Consiglio d’Europa, con sede a Strasburgo, è la principale organizzazione internazionale a difesa dei diritti umani sull’insieme del continente europeo e oltre i suoi confini. Basato su tre pilastri che comprendono la tutela dei diritti umani fondamentali, la democrazia e lo stato di diritto, l’organizzazione conta 47 Stati membri, con una popolazione complessiva di oltre 830 milioni di persone[1].

Recentemente, in conformità con lo Statuto, il Comitato dei Ministri ha preso la decisione di sospendere con effetto immediato la Federazione Russa dai suoi diritti di rappresentanza a seguito dell’attacco armato sferrato contro l’Ucraina. Dal momento che la sospensione non risulta essere una misura definitiva bensì temporanea, la Russia rimane membro dell’Organizzazione, così come delle sue convenzioni[2]; ciononostante, il 10 marzo scorso la Federazione Russa ha annunciato che, a causa delle sanzioni e delle misure restrittive imposte dall’Occidente, non farà più parte dell’Organizzazione.

Santa Sede, Canada, Giappone, Stati Uniti e Messico godono dello stato di osservatore, mentre Israele partecipa all’Assemblea parlamentare in qualità di osservatore[3].

 

Il funzionamento

Numerosi organismi e figure istituzionali garantiscono il corretto funzionamento del Consiglio d’Europa. Anzitutto, il Segretariato Generale – attualmente retto dalla croata Marija Pejčinović Burić – è responsabile della pianificazione strategica, della gestione efficiente del programma di attività e del bilancio dell’Organizzazione; viene eletto alla guida del Consiglio d’Europa dall’Assemblea parlamentare per un mandato di cinque anni, che con scrutinio separato elegge anche il Vice Segretario generale[4].

Accanto al Segretariato, il Comitato dei Ministri è l’organo decisionale dell’Organizzazione. Composto dai Ministri degli Affari Esteri degli Stati membri o dai loro rappresentanti diplomatici permanenti a Strasburgo, tale organismo definisce la politica dell’Organizzazione e ne approva il bilancio e il programma di attività[5]. D’altra parte, l’Assemblea Parlamentare – composta da membri eletti dei 47 Parlamenti nazionali – costituisce il luogo di dibattito e proposte su problemi sociali e politici dell’Organizzazione.

Tale organismo ha incentivato l’elaborazione di numerose convenzioni, tra cui la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo[6]. Da ultimo, il Congresso dei Poteri Locali e Regionali è incaricato di rafforzare la democrazia a livello locale, regionale e negli Stati membri. Composto dalla Camera dei poteri locali e dalla Camera delle Regioni, rappresenta gli interessi di oltre 150.000 enti territoriali[7].

 

Le convenzioni: la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (CEDU)

Il Consiglio d’Europa ha elaborato oltre 220 trattati destinati a promuovere i diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto; si tratta di accordi giuridicamente vincolanti per gli Stati membri che li hanno sottoscritti e ratificati, il cui rispetto delle disposizioni e conformità delle politiche è regolarmente esaminata attraverso specifici meccanismi di monitoraggio e valutazione[8]. In primo piano, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), entrata in vigore nel 1950, garantisce un insieme di diritti fondamentali civili e politici che includono:

  • il diritto alla vita;
  • il diritto ad un equo processo;
  • la libertà di espressione, di pensiero e di religione.

 

Parallelamente, la Convenzione proibisce la tortura, il lavoro forzato, la pena di morte ed ogni forma di discriminazione.

Allo stato attuale, la Convenzione tutela un numero maggiore di diritti e libertà fondamentali rispetto al testo originale adottato nel 1950, i quali sono stati inclusi nei successivi protocolli addizionali adottati nel corso degli anni. Inoltre, la CEDU costituisce il primo strumento giuridico internazionale che ha cristallizzato e dato forza vincolante ai diritti sanciti all’interno della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo.

Al riguardo, l’organizzazione in esame ha sviluppato un sistema di tutela dei diritti umani il cui meccanismo più noto è la Corte Europea dei diritti dell’uomo, istituita nel 1959 con sede a Strasburgo al fine di controllare l’applicazione della CEDU nei 47 Stati membri. La Corte può essere adita da governi, singoli individui o gruppi, indipendentemente dalla nazionalità nell’eventualità in cui si è in presenza di asserite violazioni dei diritti umani e contemporaneamente sussistano determinati requisiti, incluso l’esperimento di tutte le vie di ricorso interne previste dall’ordinamento del paese membro in questione[9].

 

Le convenzioni: la Convenzione di Istanbul

La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza di genere (Convenzione di Istanbul) è il trattato internazionale sui diritti umani più progressista ed ambizioso per l’eliminazione della violenza contro le donne basata sul genere[10]. Il testo della Convenzione è stato adottato dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e aperto alla firma ad Istanbul l’11 maggio 2011; in seguito alla decima ratifica da parte di Andorra il 22 aprile 2014, lo strumento è entrato in vigore il 1° agosto 2014.

La Convenzione fornisce agli Stati che l’hanno ratificata un quadro complessivo di politiche e misure basate sulle migliori prassi per prevenire e combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica; sebbene sia stata elaborata in Europa, essa ha portata globale; pertanto, qualsiasi stato può aderirvi o impiegarla come modello di riferimento per le proprie politiche e legislazioni nazionali e regionali.

Il campo di applicazione della Convenzione si estende a tutte le forme di violenza, compresa la violenza domestica, che “colpisce le donne in modo sproporzionato[11]. Quattro i pilastri della Convenzione:

  1. prevenzione della violenza,
  2. protezione delle vittime,
  3. procedimento penale nei confronti dei responsabili,
  4. politiche organiche e coordinate da parte degli Stati.

 

La Convenzione ha avuto un notevole impatto positivo in tutta Europa: in particolare, essa ha contribuito ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sull’urgente necessità di intervenire in maniera immediata sulla questione, come pure ha stimolato e ispirato modifiche importanti e progressiste alle leggi e alle politiche nazionali relative alla violenza di genere. In maniera analoga, la Convenzione ha evidenziato la necessità di un maggior numero di centri di assistenza e di servizi per le donne vittime di violenza[12]. Non da ultimo, le Parti alla Convenzione di Istanbul sono incoraggiate ad estenderne l’applicazione a tutte le persone a rischio di violenza domestica, compresi uomini, bambini e anziani, in considerazione del fatto che anche gli uomini subiscono alcune forme di violenza contemplate dallo strumento giuridico in esame, sebbene meno di frequente e spesso in forme meno gravi[13].

 

Le convenzioni: la Convenzione sulla criminalità informatica

La Convenzione sulla criminalità informatica (Convenzione di Budapest) è entrata in vigore il 1° luglio 2004 e fornisce orientamenti e linee guida per tutti i paesi desiderosi di sviluppare una legislazione coerente e completa in materia di cybercriminalità. In tale campo, si tratta dell’unico strumento internazionale giuridicamente vincolante.

La Convenzione di Budapest è più di un documento legale; è un quadro che consente a centinaia di professionisti di condividere esperienze e creare relazioni che facilitino la cooperazione in casi specifici – anche in situazioni di emergenza – al di là delle disposizioni specifiche previste dalla Convenzione[14].

La Convenzione è il primo trattato internazionale sui crimini commessi tramite Internet e altre reti informatiche; essa tratta in modo particolare le violazioni dei diritti d’autore, le frodi informatiche, la pornografia infantile e le violazioni della sicurezza delle reti. Tra gli obiettivi principali, enunciati nel preambolo, vi è il perseguimento di una politica penale comune, finalizzata alla protezione dell’intera società da minacce e atti criminali commessi in rete, nello specifico attraverso l’adozione di una legislazione adeguata negli Stati membri e la promozione di una maggiore cooperazione internazionale[15].

 

La Commissione di Venezia

La Commissione Europea per la promozione della Democrazia attraverso il diritto (Commissione di Venezia) fornisce supporto legale agli Stati membri e, in particolare, aiuta gli Stati desiderosi di allineare le proprie strutture legali ed istituzionali agli standard europei e alle esperienze internazionali in termini di democrazia, diritti umani e stato di diritto. La Commissione di Venezia contribuisce inoltre alla disseminazione e al consolidamento di un patrimonio costituzionale comune, svolgendo un ruolo di primo piano nella gestione dei conflitti e nella fornitura di “aiuto costituzionale d’emergenza” a Stati in via di transizione.

I 47 Stati del Consiglio d’Europa figurano tra i membri della Commissione, ai quali si aggiungono altri 14 Paesi fuori dai confini europei, inclusi Brasile, Cile, Costa Rica, Israele e Kosovo. I membri individuali della Commissione di Venezia comprendono docenti di diritto internazionale pubblico e privato, giudici delle Corti Supreme e Costituzionali e membri dei Parlamenti nazionali. Essi sono eletti per un periodo di quattro anni dai singoli Stati membri, ma agiscono secondo capacità individuale.

La Commissione opera in tre aree principali:

  1. istituzioni democratiche e diritti fondamentali;
  2. giustizia ordinaria e costituzionale;
  3. elezioni, referendum e partiti politici.

 

Il Segretariato permanente è localizzato a Strasburgo, nelle sedi del Consiglio d’Europa; tuttavia, le sessioni plenarie della Commissione si tengono presso la Scuola Grande di San Giovanni Evangelista di Venezia, nei mesi di marzo, giugno, ottobre e dicembre[16].

 

Il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea

Benché spesso le due Organizzazioni vengano erroneamente sovrapposte, il Consiglio d’Europa e l’Unione Europea sono due organizzazioni distinte, con ruoli diversi ma complementari. In particolare, l’UE condivide la base valoriale fondamentale su cui poggia l’azione del Consiglio d’Europa nella sua interezza, e, al contempo, una vasta gamma di programmi congiunti con Bruxelles contribuisce al sostentamento delle riforme giuridico-istituzionali sia nel continente europeo, sia in Nord Africa.

Su questa linea, le due organizzazioni collaborano strettamente nei settori di comune interesse, quali la promozione dei diritti umani e della democrazia in Europa e nelle regioni limitrofe; inoltre, il perseguimento del comune obiettivo della pace viene attuato tramite lo stanziamento di cospicue risorse finanziarie a sostegno di specifici programmi[17]. Parimenti, al fine di contribuire alla creazione di uno spazio giuridico europeo comune con riferimento alla tutela dei diritti umani fondamentali, il Trattato di Lisbona ha previsto l’adesione dell’Unione Europea alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU); ciononostante, a seguito di alcune pronunce della Corte di Giustizia dell’Unione Europea concernenti specifiche questioni giurisdizionali e di competenza, il processo di adesione dell’UE non ha ancora avuto luogo[18].

Tuttavia, è necessario ricordare il ruolo del Consiglio d’Europa come precursore nel processo di integrazione europea: di fatto, nessuno Stato ha aderito all’Unione Europea senza prima divenire membro del Consiglio d’Europa. Fondato nel 1949, all’indomani della Seconda guerra mondiale, l’Organizzazione ha garantito la ricostruzione politica dell’Europa facendo leva su un insieme di valori fondamentali, il cui declino era stato responsabile della devastazione del Vecchio continente negli anni precedenti.

Di notevole importanza, il Consiglio d’Europa è la prima delle istituzioni internazionali ad aprire le porte all’integrazione dei paesi dell’Europa centrale ed orientale in seguito alla caduta del Muro di Berlino, svolgendo altresì una funzione di primo piano nel sostenere tali paesi a realizzare le necessarie riforme politiche, costituzionali, legislative e giudiziarie necessarie[19]. In ultima analisi, la bandiera europea – raffigurante 12 stelle dorate disposte in cerchio su di uno sfondo blu – è stata ideata dal Consiglio d’Europa nel 1955 ed adottata dall’UE nel 1985, divenendo così un simbolo comune della costruzione europea oltre l’appartenenza ad una specifica istituzione[20].

 

L’Italia e il Consiglio d’Europa: la presidenza del Comitato dei Ministri

Lo scorso 17 novembre, dopo più di vent’anni l’Italia ha assunto la Presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per il semestre novembre 2021 – maggio 2022[21].

Il passaggio di consegne dall’Ungheria all’Italia è avvenuto alla presenza dei rappresentanti degli Stati membri e del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale Luigi di Maio[22], il quale ha delineato le priorità della presidenza semestrale, in linea con le tematiche tradizionalmente centrali all’azione dell’Italia e della sua naturale vocazione multilateralista: il rafforzamento dei principi e dei valori fondanti dell’organizzazione; la promozione dei diritti delle donne, dei minori e degli adolescenti; la costruzione di un futuro a misura di persona attraverso la valutazione delle nuove sfide poste dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale nei confronti dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto[23].

Il semestre italiano presterà inoltre particolare attenzione alla tutela del patrimonio culturale, strumento fondamentale di dialogo ed inclusione sociale che, per il proprio legame con l’ambiente e il paesaggio, apporta un contributo tangibile alla qualità della vita in Europa[24].

Insieme ad altri nove Stati, l’Italia figura tra i paesi fondatori del Consiglio d’Europa[25]: di fatto, il nostro paese è tra i principali contribuenti al budget dell’Organizzazione, i cui valori fondanti sono altresì sanciti all’interno della Costituzione e tradizionalmente al centro della politica estera italiana[26].

Nel 2011, il Consiglio d’Europa ha aperto il suo ufficio di rappresentanza in Italia, ed in particolare nella città di Venezia, a riconoscimento della ricchezza artistico-culturale della città e della sua storica vocazione democratica e di rispetto dei diritti umani[27].

Informazioni

Consiglio d’Europa, 47 Stati membri. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/47-members-states.

Consiglio d’Europa, Assemblea Parlamentare, La convenzione di Istanbul: uno strumento potente per mettere fine alla violenza di genere, p.16.

Consiglio d’Europa, Assemblea Parlamentare. Disponibile al link: https://pace.coe.int/en/.

Consiglio d’Europa, Budapest Convention. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/cybercrime/the-budapest-convention.

Consiglio d’Europa, Comitato dei Ministri. Disponibile al link: ​https://www.coe.int/en/web/cm.

Consiglio d’Europa, Congresso dei poteri Locali e Regionali. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/congress.

Consiglio d’Europa, Convention on Cybercrime, 2004. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/conventions/full-list?module=treaty-detail&treatynum=185.

Consiglio d’Europa, Da non confondere. Disponibile al link:  https://www.coe.int/it/web/about-us/do-not-get-confused.

Consiglio d’Europa, Il Consiglio d’Europa in breve. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/about-us/who-we-are.

Consiglio d’Europa, Il Consiglio d’Europa sospende i diritti di rappresentanza della Russia, 25 febbraio 2022. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/-/council-of-europe-suspends-russia-s-rights-of-representation.

Consiglio d’Europa, Il Consiglio d’Europa: breve panoramica. Per la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto, Council of Europe Publications.

Consiglio d’Europa, Italia. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/italy.

Consiglio d’Europa, Secretary General. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/secretary-general/home.

Consiglio d’Europa, Ufficio di Venezia. Disponibile al link:   https://www.coe.int/it/web/venice/cooperation.

Consiglio d’Europa, Venice Commission. Disponibile al link: https://www.venice.coe.int/webforms/events/.

Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), 2011.

Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Opinion 2/13 on accession to the ECHR, 18 dicembre 2014. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A62013CV0002.

Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Opinion 2/94 on Accession by the Communities to the Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms, 28 marzo 1996. Disponibile al link: https://www.cvce.eu/content/publication/2001/8/22/db253212-9e45-4545-8179-f6d51dd059c0/publishable_en.pdf

Council of Europe, European Court of Human Rights. Disponibile al link: https://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=home.

Council of Europe, Italy takes over the Chairmanship of the Committee of Ministers, 17 novembre 2021. Disponibile al link:https://www.coe.int/en/web/portal/full-news/-/asset_publisher/y5xQt7QdunzT/content/italy-takes-over-the-chairmanship-of-the-committee-of-ministe-1?_101_INSTANCE_y5xQt7QdunzT_viewMode=view/.

Council of Europe, Priorities of the Italian Presidency of the Committee of Ministers of the Council of Europe (17 November 2021- 20 May 2022). Disponibile al link: https://search.coe.int/cm/Pages/result_details.aspx?ObjectID=0900001680a48d39.

Resoconto Stenografico Commissioni Congiunte Affari esteri, emigrazione del Senato della Repubblica e Affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, Comunicazioni Del Ministro Degli Affari Esteri E Della Cooperazione Internazionale sulle linee programmatiche del suo dicastero, 7° seduta, 31 ottobre 21.

S. DE VIDO, Donne, violenza e diritto internazionale. La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011. Mimesis, 2016.

S. DELLERBA, La Convenzione di Istanbul, Diritto Consenso. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2021/11/19/convenzione-di-istanbul/.

[1] Il Consiglio d’Europa in breve. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/about-us/who-we-are.

[2] Il Consiglio d’Europa sospende i diritti di rappresentanza della Russia, 25 febbraio 2022. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/-/council-of-europe-suspends-russia-s-rights-of-representation.

[3] 47 Stati membri. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/47-members-states.

[4] Secretary General. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/secretary-general/home.

[5] Comitato dei Ministri. Disponibile al link: ​https://www.coe.int/en/web/cm.

[6] Assemblea Parlamentare. Disponibile al link: https://pace.coe.int/en/.

[7] Congresso dei poteri Locali e Regionali. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/congress.

[8] Il Consiglio d’Europa: breve panoramica. Per la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto, Council of Europe Publications, p. 8.

[9] Council of Europe, European Court of Human Rights. Disponibile al link: https://www.echr.coe.int/Pages/home.aspx?p=home.

[10] S. DELLERBA, La Convenzione di Istanbul, Diritto Consenso. Disponibile al link:  http://www.dirittoconsenso.it/2021/11/19/convenzione-di-istanbul/.

[11] Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), 2011, art. 3.

[12] S. DE VIDO, Donne, violenza e diritto internazionale. La Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011. Mimesis, 2016.

[13] Consiglio d’Europa, Assemblea Parlamentare, La convenzione di Istanbul: uno strumento potente per mettere fine alla violenza di genere, p.16.

[14] Consiglio d’Europa, Budapest Convention. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/cybercrime/the-budapest-convention.

[15] Consiglio d’Europa, Convention on Cybercrime, 2004. Disponibile al link: https://www.coe.int/en/web/conventions/full-list?module=treaty-detail&treatynum=185.

[16] Consiglio d’Europa, Venice Commission. Disponibile al link: https://www.venice.coe.int/webforms/events/.

[17] Consiglio d’Europa, Da non confondere. Disponibile al link:  https://www.coe.int/it/web/about-us/do-not-get-confused.

[18] Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Opinion 2/94 on Accession by the Communities to the Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms, 28 marzo 1996. Disponibile al link: https://www.cvce.eu/content/publication/2001/8/22/db253212-9e45-4545-8179-f6d51dd059c0/publishable_en.pdf; Corte di Giustizia dell’Unione Europea, Opinion 2/13 on accession to the ECHR, 18 dicembre 2014. Disponibile al link: https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A62013CV0002.

[19] Consiglio d’Europa, Il Consiglio d’Europa: breve panoramica. Per la difesa dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto, Council of Europe Publications, p. 3.

[20] Maggiori informazioni sono disponibili al link: https://www.coe.int/it/web/about-us/the-european-flag.

[21] V. CHABERT, L’Italia assume la Presidenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, Opinio Juris – Law and Politics Review, 18 novembre 2021. Disponibile al link: https://www.opiniojuris.it/litalia-assume-la-presidenza-del-comitato-dei-ministri-del-consiglio-deuropa/.

[22] Council of Europe, Italy takes over the Chairmanship of the Committee of Ministers, 17 Novembre 2021. Disponibile al link:https://www.coe.int/en/web/portal/full-news/-/asset_publisher/y5xQt7QdunzT/content/italy-takes-over-the-chairmanship-of-the-committee-of-ministe-1?_101_INSTANCE_y5xQt7QdunzT_viewMode=view/.

[23] Council of Europe, Priorities of the Italian Presidency of the Committee of Ministers of the Council of Europe (17 November 2021- 20 May 2022). Disponibile al link: https://search.coe.int/cm/Pages/result_details.aspx?ObjectID=0900001680a48d39 .

[24] Ibid.

[25] Consiglio d’Europa, Italia. Disponibile al link: https://www.coe.int/it/web/portal/italy.

[26] Resoconto Stenografico Commissioni Congiunte Affari esteri, emigrazione del Senato della Repubblica e Affari esteri e comunitari della Camera dei deputati, Comunicazioni Del Ministro Degli Affari Esteri E Della Cooperazione Internazionale sulle linee programmatiche del suo dicastero, 7° seduta, 31.10.21.

[27] Consiglio d’Europa, Ufficio di Venezia. Disponibile al link:   https://www.coe.int/it/web/venice/cooperation.


Personalità giuridica delle multinazionali

La personalità giuridica delle multinazionali nel diritto internazionale

Nonostante la progressiva espansione dei soggetti del diritto internazionale contemporaneo, la questione della personalità giuridica delle multinazionali risulta essere particolarmente controversa

 

La personalità giuridica delle multinazionali e i soggetti di diritto internazionale

A partire dal 1648, il sistema westfaliano delle relazioni internazionali è incentrato sulla presenza di Stati sovrani ed indipendenti, i quali occupano un ruolo primario nella gerarchia dei soggetti di diritto internazionale1. Di fatto, gli Stati risultano essere i soggetti tradizionali dell’ordinamento giuridico internazionale2, i quali detengono il potere sovrano “in riferimento ad una porzione del globo, di esercitare all’interno di essa, ad esclusione di ogni altro Stato, le funzioni dello Stato”3. Ciononostante, la fine del secondo conflitto mondiale ha portato ad una progressiva espansione dello scopo e della struttura del diritto internazionale contemporaneo, alla quale è corrisposta una crescente eterogeneità di soggetti e nuove aree di applicazione del diritto4. In particolare, sulla scena internazionale sono emersi nuovi e numerosi attori e soggetti, tra cui Organizzazioni Internazionali, Organizzazioni Non Governative (ONG), organizzazioni terroristiche e, da ultimo, imprese multinazionali5: pertanto, tale evoluzione ha messo direttamente in discussione il sistema Statocentrico di Westphalia, che fino a quel momento aveva rappresentato il fondamento dell’organizzazione delle relazioni transnazionali fra le Nazioni6. A tale riguardo, sebbene gli Stati sovrani conservino il loro tradizionale ruolo fondamentale nel sistema di diritto internazionale corrente, una varietà di nuovi attori globali ha preso parte alla creazione di norme internazionali. Le società multinazionali forniscono un’ evidente esemplificazione del rinnovato ruolo internazionale di attori considerati storicamente secondari agli Stati: imprese private hanno infatti acquisito un ruolo via via più incisivo nello sviluppo del diritto ambientale globale, derivante in parte anche dalla crescente capacità di dialogare a pari livello con i governi in termini economici e finanziari7. In tale contesto, la questione della personalità giuridica delle multinazionali appare tanto rilevante quanto controversa alla luce delle possibili e contrastanti interpretazioni della condizione fondamentale in presenza della quale è possibile affermare l’esistenza della soggettività internazionale, ovvero la “capacità di possedere diritti e doveri internazionali e di mantenere i propri diritti presentando rivendicazioni internazionali”8.

 

Il diniego della personalità giuridica delle multinazionali: la prospettiva tradizionale

All’interno della dottrina, un primo approccio tradizionalista non ritiene possibile considerare le imprese private transnazionali come soggetti di diritto internazionale, negando quindi ogni possibile evoluzione verso una (anche limitata) personalità giuridica delle multinazionali9. Secondo tale prospettiva, il diritto internazionale pubblico interessa in maniera esclusiva i diritti e i doveri di Stati ed Organizzazioni internazionali. Di conseguenza, la prospettiva classica non prevede alcuna soggettività internazionale per le multinazionali ai sensi della loro operatività all’interno della sovranità dello Stato in cui vengono localizzati i loro processi produttivi e le attività commerciali, così come dell’impossibilità di citare in giudizio una controparte di fronte ad un tribunale internazionale, accessibile per contro solo a Stati e – su base accessoria – Organizzazioni Internazionali10.

Le società commerciali vengono tuttavia designate come “oggetti” di diritto internazionale, la cui responsabilità può essere accertata solamente nel contesto dello Stato ospite o, più difficilmente, dello Stato d’origine in cui la società madre ha la propria sede legale11. Pertanto, la maggioranza della dottrina sostiene l’approccio secondo il quale anche qualora le multinazionali figurino tra i recipienti finali di norme internazionali ad esse indirizzate, l’interesse del diritto internazionale a regolarne le attività transnazionali rimane generalmente indiretto, in quanto è in ogni caso necessaria la mediazione del diritto interno.

Un maggiore consolidamento della prospettiva tradizionale contro la personalità giuridica delle multinazionali ha infine origine nell’operatività delle multinazionali come intermediarie all’interno del sistema relazioni internazionali, in quanto la capacità di concludere trattati internazionali o contribuire alla creazione di consuetudini internazionali attraverso le proprie pratiche commerciali risulta essere assente12.

 

Una limitata personalità giuridica internazionale?

Con l’obiettivo di dare un giusto riconoscimento all’innegabile rilevanza delle imprese multinazionali sullo scenario globale, una seconda tendenza all’interno della dottrina legale considera la possibilità di concedere alle società private una limitata personalità giuridica internazionale13. In particolare, gli studiosi di diritto internazionale a sostegno di tale approccio ritengono che a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale le multinazionali abbiano gradualmente infranto lo stampo tradizionale del diritto internazionale classico, che negava loro ogni forma di personalità giuridica. Tali società, con l’accordo di numerosi Stati, si sono tuttavia appropriate di una certa personalità internazionale14.

Il peculiare ruolo delle multinazionali nel diritto internazionale che giustificherebbe una possibile soggettività internazionale deriva dalla capacità di stipulare contratti tanto con altre società private, quanto con Stati ed Organizzazioni internazionali: di fatto, i contratti tra le sette maggiori compagnie petrolifere Inglesi e Statunitensi (le cosiddette “Sette Sorelle”) e i governi dei paesi dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (OPEC) conclusi agli inizi degli anni 70 a Tripoli e Teheran costituiscono un precedente determinante in tal senso15. Allo stesso modo, con riferimento alla regolazione di alcune attività internazionali nel campo dei trasporti, la stipulazione di accordi nel contesto delle Conferenze sul Traffico dell’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo (IATA) rappresentano un ulteriore esempio al riguardo16: di fatto, attraverso lo sviluppo di cartelli ed accordi commerciali, tali compagnie sono in grado di influenzare profondamente le relazioni economiche internazionali.

Le multinazionali hanno inoltre la possibilità di sottoporre le proprie conferenze ad arbitrato, accedendo dunque a meccanismi alternativi di risoluzione delle controversie: grazie al proprio potere economico infatti, le imprese transnazionali sono in grado di imporre clausole arbitrali agli Stati al fine di ottenere la deroga della giurisdizione Statale in favore di collegi arbitrali internazionali, in cui Stati e società multinazionali si confrontano sullo stesso piano a livello sostanziale17.

 

Imprese multinazionali come attori ed interlocutori nel diritto internazionale

Una terza prospettiva relativa alla personalità giuridica delle multinazionali è incentrata sulla presente ed innegabile rilevanza delle multinazionali in quanto attori non-statali ed interlocutori nei confronti di Stati ed Organizzazioni Internazionali.

Di fatto, tale approccio ha l’obiettivo di superare il modello classico e passivo che oppone soggetti ed oggetti di diritto internazionale: a tal proposito, esso considera le società commerciali come partecipanti nel sistema di diritto internazionale, ponendo dunque attenzione sulla necessità di ritornare ad una visione del diritto internazionale come un processo decisionale in cui non vi sono “soggetti” ed “oggetti”, bensì solamente “partecipanti”18. In tale contesto, il giudice della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) Rosalyn Higgins ha indicato le multinazionali come soggetti partecipanti sullo stesso piano di Stati, organizzazioni internazionali e gruppi privati non governativi19.

 

La personalità giuridica delle multinazionali nel diritto internazionale dei diritti umani

È infine rilevante sottolineare come fra tutte le aree di diritto internazionale la questione della personalità giuridica delle multinazionali sia stata esplorata con maggiore attenzione all’interno del diritto internazionale dei diritti umani20. A tal riguardo, il fatto che le multinazionali possano avere diritti e doveri ai sensi del diritto internazionale e che, di conseguenza, la violazione di norme fondamentali a tutela dei diritti umani possa risultare nella responsabilità internazionale di queste ultime rappresenta la principale e controversa implicazione del riconoscimento di una certa soggettività internazionale delle multinazionali (benché limitata). Tuttavia, poiché allo stato attuale il dibattito internazionale è evoluto verso una negazione totale della personalità giuridica delle multinazionali, è possibile affermare che non è imposto alcun obbligo vincolante direttamente in capo alle società commerciali per quanto riguarda la tutela dei diritti umani, così come non è emersa alcuna forma di responsabilità giuridica in caso di violazioni di tali norme.

In particolare, le imprese transnazionali possono solamente essere ritenute responsabili di violazioni di diritti umani ed ambientali in maniera indiretta, configurando l’illecito come contravvenzione del diritto interno di uno Stato: di fatto, sul piano internazionale “solo gli Stati possono essere indicati direttamente come responsabili di illeciti compiuti da società multinazionali attraverso la dottrina delle obbligazioni positive21.

In effetti, sebbene la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo affermi che “tutti sono portatori di doveri”22, il diritto internazionale dei diritti umani difficilmente si adatta alla realtà delle persone giuridiche, per il fatto di essere sviluppato con un focus sugli individui.

 

Conclusioni

Alla luce dell’attuale contesto di diritto internazionale, è possibile concludere che lo status legale dell’impresa multinazionale rimane particolarmente controverso e in una fase embrionale di sviluppo. Sebbene non sia possibile affermare che si sia sviluppato un ampio consenso a favore della personalità giuridica delle multinazionali, è tuttavia necessario sottolineare come un numero consistente di strumenti giuridici internazionali di diritto internazionale non vincolante siano indirizzati proprio a tali compagnie, il cui inconfutabile ruolo predominante sullo scenario globale sembra necessariamente richiedere un adattamento della normativa internazionale verso il riconoscimento di una (seppur limitata) soggettività.

Informazioni

D. CARREAU, Droit International, Paris, Pedone,10ème edit., 2009.

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1 D. CARREAU, F. MARRELLA, Diritto Internazionale, 2° edizione, Milano, Giuffré Editore, 2018,p. 39.

2 A. CASSESE, Diritto Internazionale, Bologna, Il Mulino Editore, 2006, p. 68.

3 Island of Palmas Case, The Netherlands v. The United States of America, 4 April 1928. In Reports of International Arbitral Awards, Volume II, pp. 829-871. Disponibile al link: https://legal.un.org/riaa/cases/vol_II/829-871.pdf.

4 H. KELLER, Corporate Codes of Conduct and their Implementation: The question of Legitimacy. In R. Wolfrum, V. Röben, Legitimacy in International law, Berlin, Heidelberg, Springer, 2008, p. 33.

5 D. VERALDI, La tutela internazionale dell’ambiente, Diritto Consenso, 12 novembre 2020. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2020/11/12/la-tutela-internazionale-ambiente/.

6 D. CARREAU, F. MARRELLA, op.cit., p. 38.

7 K. KULOVESI, M. MEHLING, E. MORGERA, Global Environmental Law: Context and Theory, Challenge and Promise, Transnational Environmental Law, 8(3), 2019, pp. 405-435. p. 408.

8 International Court of Justice, Reparation for Injuries Suffered in the Service of the United Nations, in ICJ Reports, 1949, 174 -179.

9 F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, p. 190.

10 E. MORGERA, Corporate environmental accountability in International law, 2nd edition, Oxford, Oxford University Press, 2020, p. 61.

11 F. MARRELLA, op. cit., p. 192.

12 G. PERONI, C. MIGANI, La responsabilità sociale dell’impresa multinazionale nell’attuale contesto internazionale, IANUS n.2, 2010, p. 13.

13 D. CARREAU, F. MARRELLA, op.cit., p. 193.

14 D. CARREAU, Droit International, Paris, Pedone,10ème edit., 2009. p. 439.

15 D. CARREAU, F.MARRELLA, op. cit., p. 505.

16 Ibid.

17 Ivi, pp. 506-507.

18 L. LIBERTI, La responsabilité des entreprises en droit international: chimère ou réalité, Forum du Droit International, Vol. 7, 2005, pp. 236.

19 R. HIGGINS, Problems and Process: International Law and How We Use It, Oxford, Clarendon Press, 1994, p 50.

20 E. MORGERA, op.cit., p. 63.

21 L. VAN DER HERIK, J.L. CERNIC, Regulating Corporations under International Law: from Human Rights to International Criminal Law and Back Again, Journal of International Criminal Justice, Vol. 8, 2010, pp. 727.

22 United Nations General Assembly, Universal Declaration of Human Rights, A/RES/ 3/217, 10 December 1948, preamble and art. 29.


Multinazionali e danni ambientali

Multinazionali e danni ambientali: verso un quadro giuridico vincolante?

Sebbene vi sia uno stretto rapporto fra imprese multinazionali e danni ambientali, impedimenti di natura giuridica prevengono lo sviluppo di un quadro regolatorio vincolante nel diritto internazionale direttamente applicabile a tali società

 

Imprese multinazionali e danni ambientali: una prospettiva storica

La questione della responsabilità delle imprese multinazionali per danni ambientali trae le sue radici nell’epoca del colonialismo europeo, durante il quale le società commerciali inglesi e danesi occuparono una posizione di primo piano nei territori d’oltremare: di fatto, fornire assistenza alla madrepatria nell’amministrazione delle colonie permise a tali compagnie di avere accesso alle immense ricchezze naturali dei nuovi insediamenti europei e, di conseguenza, di sfruttarne le risorse ambientali e il capitale umano in condizioni estremamente vantaggiose[1].

Durante il periodo dell’industrializzazione, ad un aumento dell’attività economica è corrisposta una più stretta corrrelazione fra multinazionali e danni ambientali le risorse naturali si rivelarono infatti la principale fonte necessaria ai processi industriali, risultando tuttavia in un maggiore inquinamento atmosferico e in un consumo di materie prime senza precedenti[2].

Allo stesso modo, le multinazionali si sono imposte come solidi attori internazionali nel mondo dell’economia e della finanza, sia in quanto motori della globalizzazione, sia come risultato diretto di tale fenomeno: in particolare, la fine della Seconda Guerra Mondiale e la conseguente ondata di decolonizzazione hanno segnato un punto di svolta negli equilibri internazionali, tanto da portare un numero crescente di Stati appena indipendenti ed accomunati da una condizione comune di arretratezza economica e sociale – il cosiddetto “Terzo Mondo” – a rivendicare un Nuovo Ordine Economico Internazionale[3] all’interno dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e, allo stesso tempo, la propria sovranità permanente sulle risorse naturali localizzate sul proprio territorio, che continuavano ad essere sfruttate dalle società estere con sede nei paesi cosiddetti “sviluppati” nonostante il compimento del processo di decolonizzazione a livello formale[4].

 

Il modello economico neoliberista e le imprese multinazionali

Allo stesso tempo, tuttavia, le imprese multinazionali si sono affermate come motori fondamentali della trasformazione sociale di tali paesi, con un impatto senza precedenti a livello politico, economico ed ambientale: tali compagnie divennero di fatto i principali vettori per i trasferimenti di tecnologie ed altresì un canale fondamentale per gli investimenti diretti esteri, tanto da portare i paesi ospiti ad una “corsa verso il basso” volta a sedurre le società straniere offrendo le migliori condizioni in termini di manodopera a basso costo, esenzione totale o parziale dalla tassazione e, in maniera più rilevante, una regolazione ambientale meno stringente[5]. Tale tendenza fu altrettanto favorita dall’adozione di un approccio economico neoliberista, attraverso il quale gli Stati accolsero con entusiasmo l’ideologia del mercato libero con il supporto delle principali istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio[6].

La delocalizzazione dei processi produttivi si è tradotta inoltre in una maggiore inclinazione delle multinazionali a provocare una serie di esternalità negative particolarmente dannose per lo stato di salute degli ecosistemi naturali, tra cui:

  • l’inquinamento marino ed atmosferico,
  • lo sfruttamento di risorse non rinnovabili,
  • il movimento transfrontaliero di materiali pericolosi,
  • l’inquinamento da petrolio e, da ultimo,
  • la deforestazione[7].

 

Attualmente, si stima che più della metà delle emissioni di anidride carbonica siano provocate da attività dannose di imprese multinazionali, le quali sono a loro volta responsabili della maggior parte dei rifiuti tossici generati dal settore dell’industria chimica e manifatturiera.[8]

Ciononostante, il rapporto fra le multinazionali e danni ambientali ha assunto una natura progressivamente dualista: se da un lato tali società hanno consolidato una crescente tendenza alla degradazione ambientale conseguente ad attività dannose e alla scarsa considerazione per imperativi ambientali, dall’altro lato le risorse economico-finanziarie in loro possesso permetterebbero loro di sostenere i costi per l’innovazione e il miglioramento delle condizioni ambientali delle aree in cui vengono delocalizzati i processi produttivi[9].

 

Responsabilità ambientale e struttura delle multinazionali: questioni giuridiche

Nonostante la comunità internazionale sia impegnata nella definizione di un quadro giuridico vincolante da più di quarant’anni, numerosi impedimenti legati alla struttura delle società multinazionali e alla loro controversa natura giuridica nel diritto internazionale hanno precluso lo sviluppo di una regolazione omogenea e direttamente applicabile all’impresa che ha perpetrato la condotta ambientale illecita.

In primo luogo, le multinazionali sono create come entità giuridiche sulla base del diritto interno di un determinato Stato; ciononostante, la struttura economica e giuridica di tali imprese si caratterizza per la pratica della delocalizzazione, attraverso cui le società trasferiscono i propri processi di produzione presso Stati terzi – la maggior parte dei quali paesi “in via di sviluppo”, in cui il costo della manodopera è inferiore, così come meno stringenti sono le legislazioni ambientali e gli standard di sicurezza. In particolare, la struttura multinazionale non include una singola impresa, bensì una società composta da più sussidiarie e filiali integrate sia secondo una struttura gerarchica -attraverso la costituzione di società controllate – sia mediante l’acquisizione di azioni o altre forme di titolarità di società con sede estera (i cosiddetti “Stati ospiti”)  rispetto al paese in cui ha sede la società madre (o Stato di origine)[10]. Allo stesso modo, l’integrazione di imprese indipendenti nelle catene di fornitura e distribuzione può derivare dalla stipulazione di contratti di agenzia, cooperazione, licenza o franchising, i quali mirano a massimizzare il profitto ed i guadagni degli azionisti.

Alla luce di ciò, l’impresa è multinazionale in quanto esiste un singolo piano economico, attuato tuttavia da un gruppo di più di centinaia di filiali e sussidiarie di nazionalità straniera, costituite secondo il diritto interno di paesi in cui la legislazione appare vantaggiosa per la società madre in termini economici, sociali ed ambientali[11]. L’unità economica risulta perciò in contrasto con la pluralità giuridica, e, di conseguenza, un’unica legge regolamentare che disciplini l’attività delle multinazionali così come un’unica corte competente rimangono assenti[12].

Di fatto, l’abilità degli Stati di legiferare e giudicare casi che coinvolgono attività illegali compiute da imprese multinazionali è vincolata e non va di pari passo con il carattere progressivamente transfrontaliero delle loro operazioni. Ciò costituisce peraltro una sfida cruciale in termini di giurisdizione dei tribunali tanto dello Stato d’origine quanto dello Stato ospite, che si trovano a dover giudicare casi concernenti illeciti ambientali perpetrati da multinazionali e verificatosi sul territorio di un paese estero.

Le multinazionali tendono inoltre a celare la propria struttura interna alla luce dei vantaggi apportati dal cosiddetto “velo societario”, ovvero la distinzione giuridica fra la società madre e le proprie sussidiarie e filiali. Ogni entità è infatti giuridicamente autonoma, e, di conseguenza, alla società capogruppo è consentito rimanere estranea alle relazioni di responsabilità che potrebbero generarsi a seguito di attività illecite commesse dalle sussidiarie[13]. La questione della personalità giuridica separata si spiega quindi con la possibilità che essa costituisca un minimizzatore di rischi per la società madre, la quale non sarà dunque ritenuta responsabile per eventuali violazioni compiute dalle proprie controllate, sebbene mantenga il controllo quasi completo su tali attività.

 

Verso lo sviluppo di un quadro regolatorio per la protezione dell’ambiente?

La stretta correlazione fra multinazionali e danni ambientali e la propensione a perpetrare attività dannose e pericolose per l’ambiente ha reso chiara la necessità di sviluppare un quadro normativo volto a limitare gli impatti negativi sugli ecosistemi e superare le strategie di crescita economica secondo principi di business as usual. A tal proposito, la possibilità concreta di una tale regolamentazione è stata dibattuta dalla comunità internazionale per più di quarant’anni, e, più recentemente, anche nell’ambito del diritto internazionale dell’ambiente[14]: nonostante ciò, un quadro vincolante nel diritto internazionale per l’attribuzione della responsabilità civile alle multinazionali in seguito a gravi danni ambientali risulta ancora assente, e pertanto non vengono imposti obblighi di natura ambientale direttamente in capo a tali società. Esistono infatti mere iniziative multi-partecipative e di natura volontaria il cui obiettivo appare quello di rilanciare un’attitudine maggiormente partecipativa ed una crescente trasparenza da parte delle imprese: esse includono, tra gli altri, codici di condotta non vincolanti e strumenti giuridici di soft law.

 

La responsabilità delle multinazionali nei vertici internazionali sull’ambiente

Il dibattito attorno alla formulazione di un trattato vincolante direttamente applicabile alle imprese multinazionali risale agli anni Settanta del secolo scorso: in particolare, nel 1974 una Commissione sulle Imprese Transnazionali fu creata in applicazione delle risoluzioni 1913(LVII) e 1908(LVII) del Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, al fine di analizzare l’impatto di tali società sullo sviluppo economico globale e, da ultimo, vagliare la possibilità di redigere un codice di condotta[15].

Tuttavia, le divergenze tra paesi sviluppati ed in via di sviluppo condussero in primo luogo allo stallo ed in seguito al collasso delle negoziazioni nel 1992. Di fatto, il G77 – organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite che include la maggior parte dei paesi in via di sviluppo – sostenuto dal gruppo dei paesi socialisti, promosse un approccio incentrato sul potere dello Stato ospite di controllare le multinazionali con sede in paesi stranieri, in modo tale da evitare ogni potenziale abuso del loro potere economico e, al contempo, qualsiasi tipo di pressione politica sul governo locale.

Al contrario, i paesi occidentali – i principali esportatori di capitali – favorirono la protezione esclusiva degli investimenti esteri, guardando pertanto alla bozza di codice di condotta con scetticismo e temendo una possibile restrizione ai movimenti di capitali.[16] Alla luce della polarizzazione e dell’incompatibilità di tali posizioni, il codice non venne mai adottato.

Negli anni successivi, la necessità di un ruolo maggiormente proattivo delle imprese multinazionali nel campo della protezione ambientale venne discusso in seno alla Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano del 1972,[17] durante la quale l’inclusione di considerazioni ambientali all’interno dei processi decisionali delle imprese emerse come priorità.

Similmente, il dibattito sul ruolo della comunità degli affari nella tutela degli ecosistemi naturali si rinnovò vent’anni dopo, in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992: per la prima volta diplomatici, scienziati e rappresentanti del settore industriale sedettero ai tavoli negoziali fianco a fianco, discutendo in modo particolare a proposito della posizione delle imprese multinazionali rispetto al principio emergente dello sviluppo sostenibile. In ogni caso, l’“Earth Summit” fu considerato un’occasione mancata, dal momento che la dichiarazione finale di Rio non menzionò esplicitamente la precisa contribuzione delle multinazionali alla protezione delle risorse naturali.

Il progetto di un trattato vincolante per la responsabilità delle multinazionali in seguito a gravi danni ambientali si rivelò fallimentare anche in seguito alle negoziazioni portate avanti durante il Vertice Internazionale sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg (2002), mentre l’emergere delle nuove teorie economiche legate alla green economy mitigarono considerevolmente l’attenzione per lo sviluppo di un quadro normativo vincolante per le multinazionali nel corso della Conferenza sullo Sviluppo Sostenibile tenutosi a Rio de Janeiro nel 2012.

 

Questioni aperte

Alla luce di ciò, sebbene il coinvolgimento sistemico delle società multinazionali in condotte ambientali illecite richieda la presenza di un regime regolatorio appropriato e vincolante, la persistenza di numerosi ostacoli di natura giuridica ed un’effettiva mancanza di volontà politica da parte degli Stati continuano ad impedire lo sviluppo di un quadro normativo efficace ed effettivo per l’attribuzione della responsabilità alle imprese multinazionali nel diritto internazionale.

Informazioni

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[1] S. R. RATNER, Corporations and Human Rights: a Theory of Legal Responsibility, The Yale Law Journal, Vol. 111, No. 3, 2001, pp. 452-453.

[2] M. EWING-CHOW, D. SOH, The Evolution of Enwironmental Law and the Role of Multinational Corporations, Indiana Journal of Legal Studies, Vol. 16, No.1, 2009, p.200.

[3] UNITED NATIONS GENERAL ASSEMBLY, Declaration on the Establishment of a New International Economic Order, A/RES/3201(S-VI), 9 Maggio 1974. Disponibile al link: https://digitallibrary.un.org/record/218450 (ultimo accesso 08.01.22).

[4] D. IGLESIAS MARQUEZ, The scope of codes of conduct for corporate environmental responsibility, Revista Catalana de Dret Ambiental, Vol.6, No 2, 2015, p.3.

[5] M. MONSHIPOURI, C.E. WELCH, E.T. KENNEDY, Multinational Corporations and the Ethics of Global Responsibility: Problems and Possibilities, Human Rights Quarterly, No. 25, 2003, pp. 972.

[6] F. MARRELLA, Protection internationale des droits de l’homme et activités des sociétés transnationales, Recueil des cours de l’Académie de Droit International de la Haye, vol.385, Leiden-Boston, Massachussets (USA), Brill/Nijhoff, 2017, pp. 49-53.

[7] M. FITZMAURICE, D.M. ONG, P. MERKOURIS, Research Handbook on International Environmental law, Celtenham, UK, Edward Elgar Publishing, 2010, p. 304.

[8] M. KOENIG-ARCHIBUGI, Transnational Corporations and Public Accountability, Government and Opposition, Vol.39, No.2, 2004, p. 244.

[9] A tal proposito, “Transnational corporations can play a critical role in a sustainable managed world or serve as major impediment to this transition”, ovvero “le imprese transnazionali possono avere un ruolo fondamentale nella gestione sostenibile del mondo, oppure fungere da principale impedimento verso tale transizione”. H. GLECKMAN, Transnational corporations’ Strategic Responses to Sustainable Development. In H.O. Bergenses, G. Parmann and O.B. Thommessen, Green Globe Yearbook of International Cooperation on Environment and Development, Oxford, Oxford University Press, 1995, pp.93-106.

[10] A. BONFANTI, Imprese multinazionali, diritti umani e ambiente. Profili di diritto internazionale pubblico e privato, Milano, Giuffré Editore, 2012, p. 2.

[11] F. MARRELLA, op. cit., p. 53.

[12] G. PERONI, C. MIGANI, La responsabilità sociale dell’impresa multinazionale nell’attuale contesto internazionale, IANUS n.2, 2010, pp. 6-7.

[13] A. DE JONGE, Transnational Corporations and International law. Accountability in the Global Business Environment, Cheltenham, UK, Northampton, MA, USA, Edward Elgar Publishing, 2011, p. 83.

[14] E. MORGERA, Benefit-sharing as a bridge between the Environmental and Human Rights Accountability of Multinational Corporations, Edinburgh School of Law Research Paper No. 2014/13, 2014, p. 4.

[15] UNITED NATIONS COMMISSION ON TRANSNATIONAL CORPORATIONS, Proposed Text of the Draft Code of Conduct on Transnational Corporations, UN Doc. E/1990/94, 12 giugno 1990.

[16] UNITED NATIONS COMMISSION ON TRANSNATIONAL CORPORATIONS, Information Paper on Negotiations to Complete the Code of Conduct on Transnational Corporations, UN. Doc. E/C.10/1983/S/2, 4 January 1983. Disponibile al link: https://digitallibrary.un.org/record/43903 (ultimo accesso 12.01.22).

[17] A. FEDERICO, Un’introduzione al diritto internazionale dell’ambiente, DirittoConsenso, 11 gennaio 2022. Disponibile al link: http://www.dirittoconsenso.it/2022/01/11/unintroduzione-al-diritto-internazionale-dellambiente/ (ultimo accesso 13.01.22).