Private equity

Il Private Equity

Uno sguardo generale al mondo degli investimenti di c.d. private equity e sulle loro caratteristiche principali

 

Introduzione generale: cosa si intende per private equity?

L’espressione inglese private equity può essere tradotta in italiano con “investimento privato, patrimonio privato”. Tale espressione si utilizza per indicare un’attività finanziaria con cui un soggetto rileva le quote di una società – società target[1]comprando da soggetti terzi azioni già esistenti oppure sottoscrivendone di nuova emissione.

Il soggetto che svolge questo tipo di attività è solitamente un investitore istituzionale. Questo è un operatore economico – intermediario – che effettua investimenti di considerevole natura in maniera sistematica e cumulativa avendo come base ingenti possibilità finanziarie proprie oppure che affidategli da altri. In gergo più tecnico, tale soggetto viene definito come quell’intermediario finanziario la cui attività caratteristica consiste nell’investire un patrimonio per conto di un (altro) soggetto che si trova in surplus – in eccedenza, in sovrappiù sia di finanze, che di merci o prodotti[2] – finanziario[3].

In termini più concreti, il private equity si sostanzia in una forma di investimento alternativa attraverso la quale si investe in capitale non quotato in un mercato finanziario regolamentato – non quotato in borsa[4].

Quando si parla di private equity si intende, quindi, un’operazione finanziaria – generalmente di medio-lungo termine – realizzata da soggetti specializzati e che ha come scopo principale quello di apportare capitale di rischio in una società, in base ad una serie di valutazioni effettuate in relazione all’attitudine di crescita della società stessa, valutazioni che devono aver avuto esito positivo perché possa intraprendersi un’operazione di questo tipo. Le società alle quali si vuole, con tali operazioni, apportare capitale di rischio sono solitamente società non quotate in borsa: per questo motivo, in gergo si parla di investimenti in società extraborsa.

Gli investimenti di private equity, quindi, richiedono normalmente un periodo di tempo medio-lungo per la loro realizzazione. Solo in questo modo, infatti, è possibile assicurare un risanamento, una inversione di tendenza – c.d. turnaround[5] – per le imprese in crisi, oppure anche permettere un c.d. evento di liquidità[6] quale un’offerta pubblica iniziale (IPO[7]) o la vendita ad una società pubblica.

Più nello specifico, la tipologia di attività appena descritta viene generalmente detta private equity financing, mentre gli investitori che svolgono tale attività vengono chiamati private equity investors. La società di private equity viene invece chiamata private equity fund – o firm – e normalmente riveste la forma giuridica di società in accomandita per azioni[8].

Da ultimo, bisogna dire che l’attività di private equity non si sostanzia esclusivamente nell’apporto di capitale di rischio, ma può riguardare anche una serie di attività connesse e strumentali alla realizzazione dell’idea imprenditoriale di base; fondamentale, per ciò, è sicuramente l’apporto professionale che lo stesso investitore istituzionale dà all’attività della società: in concreto, l’investitore istituzionale partecipa alle decisioni strategiche della società, mettendo a disposizione di questa le proprie conoscenze ed esperienze professionali. Lo scopo che si persegue è meramente lucrativo in quanto l’operazione è finalizzata da un lato ad aumentare il valore dell’impresa, dall’altro a garantire al soggetto investitore un ingente guadagno nel momento in cui esce dal capitale.

 

Breve storia del private equity

Nonostante le operazioni di private equity abbiano iniziato ad avere successo “solo” negli ultimi trent’anni, le tattiche e strategie utilizzate in questo settore hanno iniziato ad essere affinate e praticate già a partire dall’inizio dell’ultimo secolo.

A tal proposito, si dice infatti che il primo c.d. leveraged buyout[9] sia stato portato a termine proprio da J.P. Morgan[10] nel 1901, per un ammontare pari a 480 milioni di dollari: l’operazione consisteva nella fusione tra la Carnegie Steel Corporation – all’epoca una tra i principali produttori di acciaio del paese – e altre due importanti compagnie produttrici di acciaio dell’epoca – la Federal Steel Company e la National Tube – al fine di creare la United States Steel, la compagnia più potente di quei tempi[11].

Le società di private equity rimasero ai margini del sistema finanziario dopo la Seconda Guerra Mondiale, fino agli anni ’70 quando attraverso il capitale di rischio si è iniziato a finanziare la rivoluzione tecnologica americana. Verso gli anni ’80, le società di private equity iniziarono a diventare un mezzo molto utilizzato dalle imprese in crisi per raccogliere fondi e capitale in modo diverso dal mercato pubblico.

Gli anni del boom, per gli investimenti di private equity, si ebbero prima della crisi economica e finanziaria del 2007-2008[12].

 

Vantaggi e svantaggi di questa forma di investimento

Per quanto riguarda i vantaggi e gli svantaggi di tale forma di investimento, il private equity offre una serie di vantaggi non indifferenti per imprese e startups[13]:

  • è preferito dalle imprese in quanto permette a queste accesso alla liquidità in modi diversi ed alternativi ai classici meccanismi finanziari;
  • alcune forme di private equity come i venture capital[14] permettono anche di “finanziare idee” ed imprese nella loro fase iniziale. Nello specifico, gli investimenti di private equity appaiono vantaggiosi per gli imprenditori in quanto, attraverso questi, è possibile agevolare la crescita delle piccole e medie imprese, contribuire al rafforzamento della struttura manageriale e favorire l’accesso ai mercati finanziari.

 

In relazione, invece, agli svantaggi del private equity, questo sicuramente presenta una serie di problematiche specifiche:

  • per prima cosa, potrebbe risultare complicato liquidare società di private equity perché, a differenza di quanto accade in un mercato pubblico regolamentato, qui non sempre è possibile avere una perfetta corrispondenza delle esigenze di venditori e acquirenti; infatti, una società di private equity deve sempre e necessariamente intraprendere a tutti gli effetti la “ricerca” di un venditore per poter vendere i propri investimenti;
  • in secondo luogo, il prezzo delle azioni di una società di private equity è determinato dall’andamento delle negoziazioni che avvengono tra venditori e acquirenti e non dalle c.d. forze del mercato (domanda e offerta), come invece normalmente accade in un mercato pubblico regolamentato;
  • infine, anche i diritti degli azionisti di una società di private equity vengono generalmente stabiliti sulla base delle negoziazioni.

 

L’investimento di private equity è, dunque, un investimento nell’economia reale (cioè come già più volte specificato, in società non quotate): proprio per questo motivo, tali società risultano del tutto slegate dal mercato di capitali e dal loro andamento – mercati che sono sicuramente più esposti alla volatilità e alla dinamica delle variabili finanziarie.

Per tutte queste ragioni, quindi, è sempre bene effettuare un’attenta analisi e un ragionato bilanciamento dei vantaggi e degli svantaggi che un’operazione di questo tipo può comportare.

 

Come funzionano, in linea di massima, gli investimenti di private equity?

Le società di private equity raccolgono fondi da investitori istituzionali e da investitori accreditati per fondi che investono in diverse tipologie di attività.

I fondi di private equity, quindi, si caratterizzano proprio per le operazioni d’investimento che realizzano, nell’ambito delle quali i soggetti privati sono chiamati a valutare le diverse opportunità del mercato e ad acquistare le quote societarie in un lasso di tempo di cinque anni.

La fase successiva è una fase di disinvestimento (che dura sempre cinque anni) nel corso della quale si valorizzano le aziende in portafoglio e si procede con la loro liquidazione. Generalmente, un fondo di private equity individua tramite i propri gestori e comitati d’investimento le opportunità (o meno) in cui investire i capitali ricevuti da un investitore istituzionale.

Esistono diverse tipologie di finanziamenti di private equity; tra i principali si ricordano:

  1. Leverage buy-out (acquisizione attraverso debito): consiste nell’acquisizione di una società principalmente tramite il ricorso all’indebitamento; il debito che si genera viene poi compensato attraverso gli utili futuri, oppure con la vendita di una parte dell’attivo patrimoniale della società acquisita. L’operazione si realizza costituendo una nuova società (detta newco) caratterizzata da forte indebitamento, e procedendo poi all’acquisto di un’altra società detta target; si procede poi alla fusione per incorporazione tra le due società, ottenendo uno spostamento del debito sulla società acquisita. In tal caso, si parla di fusione e acquisizione[15].
  2. Venture capital: si tratta di una forma di investimento a medio-lungo termine in imprese non quotate caratterizzate da un alto potenziale di sviluppo e crescita (si parla infatti di high grow companies) che sono in fase di startup. Tale tipologia di investimento viene generalmente realizzata da investitori istituzionali con l’obiettivo principale di ottenere un ingente guadagno in conto capitale, generato dalla vendita delle partecipazioni o dalla quotazione in borsa. Se, poi, la società nella quale si è investito ha successo, l’uscita dell’investitore istituzionale si avrà nel momento in cui la stessa società ha raggiunto lo sviluppo previsto; nel caso, invece, di insuccesso, l’investitore abbandona l’operazione quando comprende che la situazione di crisi è irreversibile. In tale tipologia di operazioni, però, si parla di private equity quando l’investitore istituzionale subentra in una società high growth solo in una fase successiva allo startup[16].

 

In conclusione, bisogna sottolineare che oltre a queste due tipologie, nella pratica le operazioni di private equity si possono realizzare anche seguendo altre modalità. A titolo esemplificativo, si parla di:

  • expansion financing quando l’operazione finanziaria fornisce il capitale necessario a consentirne la sua espansione interna od esterna; e di
  • bridge financing quando l’operazione è volta a portare l’impresa alla quotazione in borsa.

Informazioni

[1] Il termine inglese target, che in italiano può essere tradotto con il termine “obiettivo”, viene generalmente utilizzato in economia per indicare un obiettivo posto come traguardo da raggiungere per una determinata strategia finanziaria, aziendale, commerciale o di marketing.

[2] https://www.treccani.it/enciclopedia/surplus_%28Dizionario-di-Economia-e-Finanza%29/.

[3] Si veda, per ulteriori approfondimenti https://www.borsaitaliana.it/borsa/glossario/investitore-istituzionale.

[4] La borsa valori – nota in inglese con l’espressione stock exchange – è un mercato finanziario regolamentato dove vengono scambiati valori mobiliari e valute estere; siccome è un mercato mobiliare regolamentato, si dice che è un mercato pubblico (c.d. public market).

[5] Si ha un c.d. turnaround quando una società che ha sperimentato un periodo di bassa performance, di crisi, entra in un periodo di risanamento e riequilibrio finanziario.

[6] Nella finanza aziendale, un evento di liquidità consiste in una transazione che permette ai titolari della società di realizzare il valore del loro investimento; esempi di eventi di liquidità sono le fusioni, le acquisizioni o le offerte pubbliche iniziali.

[7] Un’offerta pubblica iniziale (o, in inglese, IPO – Initial Public Offering) consiste in un’offerta al pubblico dei titoli di una società che vuole quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato. Per un approfondimento si rimanda a: https://www.dirittoconsenso.it/2020/12/01/offerta-pubblica-acquisto/

[8] La società in accomandita per azioni – o S.a.p.a. – è una tipologia di società che costituisce una “normale” società per azioni connotata però da un regime speciale rispetto a quello previsto per una S.p.A.; per un approfondimento in relazione alla società in accomandita per azioni, si veda: https://www.treccani.it/enciclopedia/societa-in-accomandita-per-azioni.

[9] Leveraged buy-out (L.B.O.) significa acquisizione attraverso debito, e consiste in una complessa serie di operazioni finanziarie volte all’acquisto di una società (il tema verrà trattato in seguito).

[10] Per una conoscenza approfondita sulla vita di J.P. Morgan, si veda https://www.economia-italia.com/jp-morgan-banchiere-piu-ricco-del-mondo.

[11] Sul punto si veda https://www.americanheritage.com/deal-century.

[12] Per una visuale più ampia circa la storia del private equity, si veda https://www.investopedia.com/privateequity.

[13] Per una definizione di startup, si veda https://www.informazionefiscale.it/Start-up-significato-requisiti-finanziamenti.

[14] A tale forma si farà riferimento nel paragrafo successivo.

[15] https://www.borsaitaliana.it/borsa/glossario/leveraged-buy-out.

[16] https://www.borsaitaliana.it/borsa/glossario/venture-capital.


Fiscal compact

Il Fiscal Compact

Gli sviluppi che hanno portato all’attuazione del Fiscal Compact, il suo contenuto normativo e gli obiettivi con esso perseguiti

 

Cos’è il Fiscal Compact?

L’espressione inglese Fiscal Compact sta genericamente ad indicare quello che è noto come Trattato sulla stabilità, coordinamento e governance nell’Unione economica e monetaria: si intende, con questo, un trattato stipulato dalla maggior parte degli Stati Membri dell’Unione Europea (ad esclusione di Gran Bretagna e Repubblica Ceca) nel marzo 2012 – più precisamente il 2 marzo – con l’obiettivo di andare a rafforzare la disciplina e coordinare le diverse politiche di bilancio ed economiche e la governance[1] dell’area dell’euro[2].

È poi necessario soffermarsi – seppur brevemente – sul significato delle parole che compongono tale espressione: il sostantivo inglese compact, nella sua traduzione italiana, non fa sorgere particolari problemi in quanto indica chiaramente un accordo, un patto tra due o più parti. Al contrario, più controversa sembra essere la traduzione del secondo termine, cioè fiscal, che nella lingua inglese indica ciò che è relativo all’attività finanziaria di uno stato o, più in generale, viene inteso nel significato di “finanziario, economico”; in italiano, invece, il termine fiscal viene erroneamente tradotto con l’aggettivo “fiscale”, che significa invece “tributario”. In sostanza, si può affermare che quando si parla di Fiscal Compact si intende quello che, in Italia, è noto come Patto di bilancio europeo, uno dei più importanti trattati firmati dai paesi europei, relativo alla politica economica e monetaria.

A livello formale, dunque, il Fiscal Compact è a tutti gli effetti un accordo che interessa e coinvolge tutti i paesi firmatari del trattato e che impone, a questi, di inserire nella loro legislazione fondamentale, preferibilmente in Costituzione, il principio dell’equilibrio (o pareggio) di bilancio. Tale accordo contiene una serie di norme – meglio note come “regole d’oro” – e di vincoli di natura economica, i quali hanno il principale obiettivo di contenere e controllare il debito pubblico nazionale di ogni paese.

Con tale trattato, quindi, si è cercato di intervenire direttamente sulla politica fiscale di ogni paese, cosicché ognuno di questi potesse arrivare a cedere, simbolicamente ma anche materialmente, parte della propria sovranità economica ad un ente sovranazionale quale è l’Unione Europea.

 

La storia e gli sviluppi preparatori

La prima tappa che ha portato all’adozione del Fiscal Compact, e su cui ci si deve soffermare, è l’anno 1997, durante il quale i Paesi dell’UE hanno adottato una serie di regole – contenute nel c.d. Patto di Stabilità e Crescita[3] – con lo scopo di disciplinare criteri e politiche di bilancio pubblico in seguito all’introduzione dell’euro. Tale Patto era necessario fondamentalmente per due ragioni:

  1. con questo, i Paesi parte della nuova area monetaria avrebbero potuto finanziare con più facilità i disavanzi pubblici, andando quindi ad indebolire gli incentivi a limitarli;
  2. inoltre, tali deficit, se eccessivi, avrebbero potuto minare la stabilità dell’Eurozona.

 

Il PSC, dunque, introduceva norme per contenere i livelli del disavanzo (entro il 3% del PIL[4]) e del debito (che doveva convergere al 60% del PIL), ma anche sanzioni in caso di inosservanza.

L’inefficacia del Patto divenne evidente nel 2010, quando la crisi finanziaria globale iniziata nel 2007[5] si trasformò in crisi del debito sovrano europeo[6].

Con l’aggravarsi della crisi del debito sovrano, gli Stati dell’UE hanno deciso di predisporre e seguire diverse linee di azione:

  1. nel maggio 2010 è stata predisposta una linea di credito[7] per i Paesi dell’Eurozona al fine di tutelare la stabilità finanziaria di ognuno: si parla, al proposito, di European Financial Stability Facility[8] (EFSF);
  2. nel marzo 2011 è stata proposta una riforma del PSC al fine di rendere automatiche le sanzioni per coloro che violano i parametri del 3% nel rapporto deficit/PIL e del 60% nel rapporto debito/PIL. Nello stesso periodo, inoltre, il coordinamento è stato ampliato ed esteso anche alle politiche strutturali attraverso il c.d. Euro Plus[9];
  3. nel dicembre 2011 i 17 stati parte dell’Eurozona hanno concordato le linee fondamentali del “nuovo” trattato sulla stabilità, irrigidendo i parametri relativi ai rapporti deficit/PIL e debito/PIL. Inoltre, questi erano d’accordo nel ritenere che la nuova governance[10] dell’euro dovesse avere natura costituzionale, presentandosi così la necessità di modificare il Trattato di Lisbona[11]: tale modifica ha però incontrato il veto del Regno Unito, che si è quindi rifiutato di modificare il Trattato di Lisbona a tal fine;
  4. il 30 gennaio 2012, dopo alcuni mesi di trattative, i rappresentanti degli esecutivi degli Stati dell’UE (che formano il Consiglio Europeo), ad esclusione di Regno Unito e Repubblica Ceca, hanno approvato il nuovo Patto di bilancio, denominato appunto Fiscal Compact, entrato in vigore il 1° gennaio 2013.

 

Finalità e contenuti

Lo scopo principale del Fiscal Compact è sicuramente quello di andare a rafforzare la disciplina di bilancio degli Stati parte dell’Eurozona in seguito alla crisi del debito sovrano del 2010. Dunque, tale trattato è stato concepito con la finalità di contenere il debito pubblico di ogni paese (si dice che sia diventato sinonimo dell’austerità).

Tale trattato si compone di 16 articoli che dettano una serie di principi e regole fondamentali ai quali devono attenersi gli Stati che lo hanno ratificato. Tra questi, i punti principali:

  1. l’articolo 3, comma 1, prevede il principio cardine del trattato, cioè il principio dell’equilibrio (o pareggio) di bilancio: in economia, si intende generalmente quella condizione di un ente economico che si verifica quando, nel corso di un anno, le uscite finanziarie sostenute da questo sono uguali (appunto, pareggiano) le entrate conseguite nello stesso periodo, evitando quindi che si verifichino situazioni di deficit. Nello specifico, l’articolo di riferimento, alla lett. a) dispone che “la posizione di bilancio della pubblica amministrazione di una parte contraente è in pareggio o in avanzo”: stabilisce, quindi, che i Paesi interessati da tale disposizione devono impegnarsi ad avere bilanci pubblici in positivo, o perlomeno in equilibrio, al netto del ciclo economico[12]. Inoltre, il trattato obbliga gli stati ad inserire tale principio in “disposizioni vincolanti e di natura permanente – preferibilmente costituzionale”: in Italia è stato inserito nella Costituzione con legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, che ha apportato modifiche all’articolo 81 della carta costituzionale[13];
  2. è previsto, poi, l’obbligo di non superamento della soglia di deficit strutturale[14] superiore allo 0,5% del PIL – e superiore all’1% per i paesi che abbiano debito pubblico inferiore al 60% del PIL: si pone, quindi, il vincolo dello 0,5% di deficit strutturale (quindi che non sia legato a situazioni emergenziali) rispetto al PIL;
  3. altro principio dettato dal Fiscal Compact è quello che prevede, per quei paesi che abbiano un rapporto debito/PIL superiore al 60% (limite, questo, già previsto dal PSC), l’obbligo di ridurre tale rapporto di almeno 1/20esimo all’anno, così da poter raggiungere la percentuale “sana” del 60%;
  4. ancora, il trattato conferma poi un altro principio già previsto dal PSC e contenuto anche nel Trattato di Maastricht: esso riafferma l’obbligo di mantenere al massimo al 3% il rapporto deficit/PIL;
  5. obiettivo, poi, che si pone il trattato è quello di far crescere l’impatto delle raccomandazioni formulate dalla Commissione Europea qualora i deficit dei Paesi dell’Eurozona diventino troppo grandi.

 

Infine, il Fiscal Compact stabilisce che in caso di mancato rispetto dei principi in esso contenuti e di significativo scostamento dai limiti percentuali, i meccanismi di correzione previsti devono attivarsi automaticamente, senza necessari interventi discrezionali da parte delle autorità nazionali.

 

Ratifica, critiche ed effetti sull’economia

Il Fiscal Compact è entrato in vigore – come si è detto – il 1° gennaio 2013, dopo che è stata soddisfatta la condizione dallo stesso prevista, cioè la ratifica del Trattato da parte di almeno 12 Paesi da esso interessati[15].

Ad ogni Stato, dopo che ha ratificato il Trattato, è stato dato tempo fino al 1° gennaio 2014 – quindi, un anno esatto di tempo – per introdurre, nelle leggi del proprio ordinamento nazionale, il principio cardine del Fiscal Compact, cioè quello di pareggio del bilancio; inoltre, solo per gli Stati che lo hanno introdotto entro il 1° marzo 2014 è possibile ottenere eventuali prestiti da parte del MES – Meccanismo Europeo di Stabilità.

Obiettivo ulteriore, dopo l’entrata in vigore del Trattato, era quello di inserirlo nella legislazione europea attuale e vigente: la proposta di direttiva, avanzata in tal senso nel dicembre 2017, però, è ancora in corso d’opera[16].

Diverse, poi, sono state le critiche che i più noti tra gli economisti hanno riservato al Fiscal Compact: infatti, non tutti concordano sui rigidi vincoli imposti da quest’ultimo, arrivando addirittura ad affermare che inserire, nelle Costituzioni dei singoli Stati, il principio di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica del tutto sconsiderata, anzi andrebbe solo a peggiorare la situazione, portando addirittura ad effetti perversi in caso di recessione[17]. Fortemente criticato, poi, è stato anche l’inserimento, nel Trattato, del concetto di deficit strutturale: nello specifico, si critica la sostenibilità teorica e pratica di tale concetto in relazione al suo collegamento con il c.d. output gap[18].

Da ultimo, per quanto riguarda gli effetti che il Fiscal Compact può avere sull’economia, alla base di questo vi è l’idea – generalmente condivisa anche da economisti e Commissione Europea – che deficit e debiti fiscali possano tradursi in una riduzione degli investimenti da parte di privati, potendo anche avere un generale effetto negativo sulle possibilità di crescita dei sistemi economici. Al contrario, il punto di vista keynesiano[19] ritiene che in quelle economie che funzionano comunque ben al di sotto dei propri livelli di piena occupazione, solitamente la spesa pubblica produce un effetto espansivo e positivo sul reddito, sia in modo diretto, che per effetto dell’aumento degli investimenti privati determinati dall’aumento di spesa pubblica[20].

Non volendo addentrarsi nei dettagli più economici, è sufficiente affermare, in conclusione, che una politica fiscale restrittiva che segua alla lettera le regole previste dal Fiscal Compact non determinerà per forza, quindi come conseguenza necessaria, una riduzione netta del rapporto debito pubblico/PIL[21].

Informazioni

[1] In tema di governance si rinvia a quanto specificato alla nota 13.

[2] Generalmente, quando si parla di “area dell’euro” (o di “zona euro”) si intende l’insieme degli Stati Membri dell’Unione Europea che adottano l’euro come valuta ufficiale, ovvero che formano la c.d. Unione economica e monetaria dell’Unione Europea. Il riferimento è alla voce “Fiscal compact”, di I. Angeloni, in Dizionario di Economia e Finanza (Treccani On Line)

[3] Il Patto di Stabilità e Crescita, noto anche con la sigla PSC, è un accordo internazionale sottoscritto e stipulato nel 1997 dagli Stati Membri dell’UE, relativo al controllo delle politiche pubbliche di bilancio di ogni Stato, con l’obiettivo i mantenere fermi i requisiti di adesione all’Unione economica e monetaria dell’UE e, al tempo stesso, di rafforzare il percorso di integrazione monetaria intrapreso nel 1992 attraverso il Trattato di Maastricht – https://eur-lex.europa.eu/summary/glossary/stability_growth_pact.

[4] La sigla PIL indica il c.d. prodotto interno lordo, cioè il valore di prodotti e servizi realizzati all’interno di uno Stato sovrano in un determinato arco di tempo; tale valore risulta da un processo di scambio, ovvero dalla vendita di prodotti e servizi, escludendo quindi da tale calcolo quei prodotti e servizi realizzati per autoconsumo e quelli resi a titolo gratuito – https://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/pil.htm.

[5] Per un approfondimento in merito alla crisi finanziaria del 2007-2008, si veda: https://www.consob.it/web/investor-education/crisi-finanziaria-del-2007-2009.

[6] Nota anche come “crisi della zona euro”; per una spiegazione dettagliata si faccia riferimento a: https://www.consob.it/web/investor-education/crisi-debito-sovrano-2010-2011.

[7] In via generale, una linea di credito è una somma di denaro che viene messa a disposizione di un privato o di un’azienda, concessa da un operatore economico (solitamente si tratta di una banca, ma può trattarsi anche di una finanziaria).

[8] In italiano si parla di Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria, riferendosi – in via generale – allo strumento costituito appositamente dagli Stati parte dell’Eurozona al fine di aiutare, dal punto di vista finanziario, gli Stati Membri, preservando così la stabilità finanziaria dell’Eurozona nell’ipotesi di difficoltà economica. Si deve però sottolineare che dal luglio 2012 questo strumento è stato sostituito dal c.d. MES (Meccanismo Europeo di Stabilità). Per approfondimenti in relazione al MES si veda: https://www.bancaditalia.it/media/fact/2019/mes_riforma/index.html.

[9] L’Euro Plus, noto anche come Patto Euro+, è un piano attraverso il quale alcuni stati membri dell’UE si sono impegnati ad attuare riforme politiche al fine di migliorare la propria solidità fiscale e la propria competitività.

[10] In via generale, con il termine governance si intende l’insieme dei principi, delle regole e delle procedure relative alla gestione e al governo di una società o di una istituzione. Nello specifico, in tema di governance economica dell’euro, si veda: https://www.europarl.europa.eu/factsheets/it/sheet/87/governance-economica.

[11] Per approfondire, si faccia riferimento a: https://www.europarl.europa.eu/italy/it/scoprire-l-europa/il-trattato-di-lisbona.

[12] https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-03-02/ecco-regole-fiscal-compact.

[13] https://leg16.camera.it/.

[14] In tema di deficit strutturale italiano e rapporto con il PIL, si veda: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/12/deficit-strutturale-italiano-una-questione-di-stime-e-di-stima.

[15] I Paesi firmatari del Trattato sono, invece, 25 in totale: inizialmente è stato firmato da tutti i 17 Paesi che all’epoca facevano parte dell’Eurozona – quindi Austria, Belgio, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Slovacchia, Slovenia, Spagna – ai quali si è aggiunta, nel 2014, la Lettonia. In seguito, è stato firmato anche da altri 7 Stati Membri dell’UE, non appartenenti però all’Eurozona, cioè Bulgaria, Danimarca, Lituania, Ungheria, Polonia, Romania, Svezia. In tema di differenza che sussiste tra firma e ratifica di un trattato, si rinvia ad un articolo di DirittoConsenso, intitolato “La differenza tra firma e ratifica di trattato”, di L. Venezia – https://www.dirittoconsenso.it/2021/04/14/differenza-tra-firma-e-ratifica-trattato/.

[16] https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=CELEX%3A52017PC0824.

[17] Così affermano i Premi Nobel per l’Economia K. Arrow, P. Diamond, W. Sharpe, E. Maskin, R. Solow in un appello che hanno rivolto al Presidente Obama – https://scenarieconomici.it/letteraappello-al-presidente-usa-barack-obama-da-parte-dei-premi-nobel-per-leconomia-contro-la-norma-costituzionale-del-pareggio-di-bilancio-parallelismi-con-lue-e-litalia/.

[18] L’output gap è ciò che misura la differenza che sussiste tra il PIL reale di uno stato e il PIL potenziale, cioè quello che si avrebbe nel caso di pieno utilizzo dei fattori produttivi.

[19] Termine utilizzato per descrivere le teorie formulate dall’economista inglese John Maynard Keynes; per approfondire tali teorie, si veda la voce omonima in Treccani Enciclopedia On Line – https://www.treccani.it/enciclopedia/john-maynard-keynes/.

[20] https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/30/fiscal-compact-quali-sono-gli-effetti-macroeconomici/5206983/.

[21] Qualora si decida di ammettere che l’andamento del reddito dipende dalle variazioni che si verificano nelle componenti autonome della domanda aggregata (dove per domanda aggregata, o effettiva, si intende la domanda di beni e servizi formulata da un sistema economico complessivo in un certo periodo di tempo) – https://www.economiaepolitica.it/2019-anno-11-n-17-sem-1/fiscal-compact/.


Elusione fiscale

L'elusione fiscale

L’ambito di applicazione, le condizioni e le caratteristiche dell’elusione fiscale

 

L’elusione fiscale: definizione e contesto normativo

La definizione di elusione fiscale – o abuso del diritto – si trova all’articolo 10 bis, comma 1, del D.L. n. 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente), il quale prevede che “configurano abuso del diritto una o più operazioni prive di sostanza economica che, pur nel rispetto formale delle norme fiscali, realizzano essenzialmente vantaggi fiscali indebiti”.

Si ha dunque elusione fiscale qualora si vadano ad aggirare i principi fiscali, pur nel loro rispetto formale; infatti, in caso di operazioni elusive non si ha violazione di dette norme poiché la condotta tenuta dal soggetto è formalmente conforme a quanto previsto da queste. Ciò a cui tale condotta non è conforme è, invece, la ratio[1] delle norme. Attraverso le condotte elusive il soggetto mira ad ottenere dei vantaggi fiscali: questi, proprio perché realizzati aggirando norme fiscali, saranno vantaggi indebiti[2].

È importante, poi, distinguere l’elusione fiscale dall’evasione: quest’ultima, al contrario della prima, comporta una vera e propria violazione delle norme fiscali; nello specifico, l’evasione rappresenta il comportamento antigiuridico per eccellenza in quanto consiste nell’occultamento, da parte del contribuente, della materia imponibile, occultamento che può avvenire attraverso la semplice adozione di comportamenti omissivi o commissivi, oppure anche attraverso la realizzazione di artifici tipici della frode[3].

Oggi l’elusione fiscale è quindi oggetto di una disciplina lineare raccolta nell’articolo 10 bis dello Statuto, ma così non era in passato: infatti, si aveva una disciplina molto meno uniforme, e ciò era dovuto in particolare al fatto che coesistevano una norma specifica in tema di elusione fiscale – l’articolo 37 bis[4] del d.P.R. 600/1973, oggi abrogato – e una clausola generale antielusiva, non scritta, consistente in un generale divieto di abuso del diritto fiscale, la cui esistenza è stata postulata dalla giurisprudenza; in ciò la nostra giurisprudenza è stata sicuramente influenzata dalla Corte di Giustizia che aveva affermato il principio generale per cui i singoli non possono avvalersi, in modo fraudolento, del diritto comunitario[5]. Sul punto è poi più volte intervenuta la Cassazione, ritenendo applicabile tale principio anche alle imposte dirette[6] (nonostante le sentenze dell’UE siano generalmente vincolanti solo per le imposte armonizzate[7]); inoltre, noncurante delle forti critiche della dottrina[8], la Cassazione aveva più volte ribadito che tale clausola generale trovasse diretto fondamento nel principio di capacità contributiva[9].

Nel nostro ordinamento convivevano, quindi, da un lato la disciplina specifica dell’elusione fiscale ex articolo 37 bis del d.P.R. 600/1973, dall’altro la clausola generale applicata dalla giurisprudenza: la situazione è stata poi armonizzata grazie all’introduzione dell’articolo 10 bis dello Statuto[10].

 

I requisiti che qualificano un’operazione come elusiva ex articolo 10 bis dello Statuto dei diritti del contribuente

L’articolo 10 bis dello Statuto racchiude la disciplina dell’elusione fiscale e, al comma 1, ne detta la definizione. Da questa si evince che tre sono i requisiti che devono sussistere affinché si configuri una situazione di abuso del diritto:

  1. le operazioni realizzate dal soggetto devono essere prive di sostanza economica;
  2. ci deve essere rispetto formale delle norme fiscali;
  3. tali operazioni devono portare a vantaggi fiscali indebiti.

 

Il primo requisito viene specificato al comma 2, lett. a), che chiarisce cosa sono le operazioni prive di sostanza economica: si tratta generalmente di operazioni consistenti in atti, fatti, contratti di per sé “inidonei a produrre effetti significativi diversi dai vantaggi fiscali[11]. Lo stesso comma prosegue poi specificando alcuni indici di mancanza di sostanza economica: in particolare, si fa riferimento alle ipotesi in cui non vi sia coerenza tra la qualificazione delle operazioni e il loro fondamento giuridico, ovvero qualora gli strumenti giuridici vengano utilizzati in modo non conforme alle normali logiche di mercato[12].

Il secondo requisito che deve sussistere affinché vi sia abuso del diritto è il rispetto formale delle norme fiscali: ciò implica quindi che l’operazione elusiva sia conforme alla norma ma non alla sua ratio. È proprio la mancanza di violazione della disposizione fiscale a distinguere l’elusione fiscale dall’evasione; e su questo si sofferma anche lo stesso legislatore, il quale ribadisce, al comma 12, che l’abuso del diritto può configurarsi solo se “i vantaggi fiscali non possono essere disconosciuti contestando la violazione di specifiche disposizioni tributarie”.

Terzo ed ultimo requisito che qualifica un’operazione come elusiva è il fatto che da questa il soggetto ottenga vantaggi fiscali indebiti: a specificare quali vantaggi possano qualificarsi come indebiti subentra il comma 2, lett. b), che dispone che sono indebiti quei vantaggi che vengono realizzati “in contrasto con le finalità delle norme fiscali o con i principi dell’ordinamento tributario”; sostanzialmente, se il soggetto che realizza l’operazione ottiene vantaggi contrari ai principi tributari, detta operazione sarà elusiva.

Infine, l’ordinamento non considera elusive, come specifica il comma 3, quelle operazioni giustificate da “valide ragioni extrafiscali” con finalità di “miglioramento strutturale o funzionale dell’impresa ovvero dell’attività professionale del contribuente”. Si rende però necessario chiarire la portata di tale disposizione e il suo rapporto con la definizione di elusione fiscale ex commi 1 e 2: secondo la dottrina, il comma 3 consiste in nient’altro che un’ulteriore specificazione, seppur con altre parole, del concetto generale già espresso dai commi precedenti[13].

 

Conseguenze, sanzioni e accertamento delle operazioni elusive

La principale conseguenza delle operazioni elusive è la loro inopponibilità all’amministrazione finanziaria: all’avviso di accertamento emesso verso il contribuente, egli non può opporre di non dovere l’imposta perché la condotta che ha tenuto è diversa da quella da cui origina la pretesa fiscale. L’inopponibilità implica quindi che l’amministrazione neghi i vantaggi ottenuti attraverso l’operazione elusiva, determinando i tributi in base alle norme e ai principi elusi[14].

Ai negozi che eludono norme fiscali, poi, non si applica l’articolo 1344 c.c.[15] in quanto si ritiene che le norme imperative a cui questo fa riferimento siano solo le norme civilistiche proibitive, cioè quelle che vietano il compimento di determinati negozi, e non quelle fiscali[16]. Tale impostazione trova conferma anche nel comma 3 dell’articolo 10 bis, che dispone che “le violazioni di disposizioni di rilievo esclusivamente tributario non possono essere causa di nullità del contratto”.

Relativamente, poi, alle sanzioni previste per l’elusione fiscale, il riferimento è al comma 13 che stabilisce che “le operazioni elusive non danno luogo a fatti punibili ai sensi delle leggi penali tributarie”: la norma, se da un lato sancisce l’irrilevanza penale delle condotte elusive[17], dall’altro ha permesso di abbandonare quell’orientamento, sviluppato in passato dalla giurisprudenza, che ravvisava il reato di dichiarazione infedele nelle condotte elusive: tale orientamento oggi non è più condivisibile poiché, in relazione a tali condotte, si è verificata una vera e propria ipotesi di abolitio criminis[18]. Come aggiunge poi il comma 13, “resta ferma l’applicazione delle sanzioni amministrativequalora vi sia differenza tra imposta dichiarata ed imposta accertata.

L’articolo 10 bis si preoccupa anche di disciplinare l’iter di accertamento della condotta elusiva: esso stabilisce che l’avviso di accertamento con cui si accerta l’imposta elusa deve essere preceduto da una fase di interlocuzione tra contribuente e amministrazione finalizzata ad ottenere chiarimenti circa le operazioni sottoposte a controllo; solo nel caso di mancata risposta del contribuente l’amministrazione può procedere all’emanazione dell’atto impositivo. Nella redazione di tale atto, pena la nullità dello stesso, sull’amministrazione grava un preciso e ampio onere di motivazione in relazione alla condotta abusiva, alle norme o ai principi elusi, agli indebiti vantaggi fiscali realizzati, nonché ai chiarimenti forniti dal contribuente”, come specifica il comma 8 della norma.

Da ultimo bisogna specificare che, siccome può esservi dubbio circa l’elusività di una condotta, al contribuente viene data la possibilità di rivolgersi agli uffici competenti per “conoscere se le operazioni costituiscano fattispecie di abuso del diritto, come prevede il comma 5, disciplinando quello che è chiamato “interpello antiabuso”.

 

Le norme con ratio antielusiva e la loro eventuale disapplicazione

Il legislatore tributario provvede a contrastare l’elusione fiscale sia con norme di portata generale, come l’articolo 10 bis dello Statuto (quindi norme espressamente antielusive), sia con la previsione di una serie di norme implicitamente antielusive: si tratta, in quest’ultima ipotesi, di norme il cui carattere antielusivo non è esplicito, ma risiede nella ratio della norma stessa. Sono, generalmente, norme che appartengono alla disciplina sostanziale di un tributo e che rispondono alla finalità di impedire, ai contribuenti, di porre in essere pratiche elusive[19].

Alcuni esempi di norme antielusive specifiche, quindi aventi ratio antielusiva, sono:

  1. la norma relativa al transfer pricing [20] ai sensi dell’articolo 110, comma 7, del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi, d.P.R. 917/1986), la quale prevede che, in relazione a trasferimenti infragruppo, rileva il valore nominale e non il prezzo pattuito: è questa una regola che ha come obiettivo quello di evitare che, tra le società di uno stesso gruppo, si pattuiscano prezzi dei beni difformi dal valore nominale, al fine di eludere le imposte dovute in Italia;
  2. la legislazione CFC (controlled foreign companies[21]), secondo quanto previsto dall’articolo 167 TUIR, che disciplina la tassazione degli utili che derivano dalla partecipazione in società estere controllate che hanno sede in stati a fiscalità privilegiata: la legislazione CFC prevede quindi che tali utili siano tassati secondo il principio di trasparenza[22].

 

Le norme con ratio antielusiva sostanzialmente negano l’ottenimento di determinati benefici: per ciò, però, il legislatore prevede un correttivo consistente nella possibilità, offerta al contribuente, di chiedere la disapplicazione di una norma con ratio antielusiva.

L’articolo 1, comma 3, del d.lgs. 128/2015 dispone infatti che possono essere disapplicate “le norme tributarie che, allo scopo di contrastare comportamenti elusivi, limitano deduzioni, detrazioni, crediti d’imposta o altre posizioni soggettive altrimenti ammesse dall’ordinamento tributario”, qualora non possano verificarsi effetti elusivi; spetta infatti al contribuente, per poter ottenere la disapplicazione di una norma con ratio antielusiva, provare che tali effetti (elusivi) non possono verificarsi. La ratio antielusiva di una norma, quindi, è di per sé giuridicamente rilevante per poter ottenere la disapplicazione della stessa.

Informazioni

Cass. 3 settembre 2001, n. 11351

Cass. 26 ottobre 2005, n. 20816

Cass. 29 settembre 2006, n. 21221

Cass. 23 dicembre 2008, n. 30055

Cass. penale 7 ottobre 2015, n. 40272

Abuso del diritto (diritto tributario), di I. Caraccioli, in Enciclopedia del diritto, Annali X, 2017

F. Tesauro, Divieto comunitario di abuso del diritto (fiscale) e vincolo da giudicato esterno incompatibile con il diritto comunitario, in Giur. it., 2008

F. Tesauro, Elusione e abuso nel diritto tributario italiano, in Diritto e pratica tributaria, 2012

F. Tesauro, Istituzioni di diritto tributario. Parte generale, XIV ed., 2020

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A62002CJ0255

https://temi.camera.it/leg17/post/app_labuso_del_diritto

https://www.dirittoconsenso.it/2021/01/28/transfer-pricing

https://www.treccani.it/enciclopedia/armonizzazione-fiscale

https://www.treccani.it/enciclopedia/evasione

https://www.treccani.it/enciclopedia/trasparenza-dir-trib_(Diritto-on-line)/

[1] Il termine ratio deriva dal latino ed è l’abbreviazione dell’espressione “ratio legis” che, letteralmente, significa “ragione della legge”: nel linguaggio giuridico viene spesso usata per indicare il criterio ispiratore, l’intenzione che sta alla base di una determinata norma.

[2] F. Tesauro, Istituzioni di diritto tributario. Parte generale, XIV ed., 2020.

[3] Si veda sul punto la voce “Evasione”, in Enciclopedia Treccani Online (https://www.treccani.it/enciclopedia/evasione).

[4] Tale articolo disponeva che “Sono inopponibili all’amministrazione finanziaria gli atti, i fatti e i negozi, anche collegati tra loro, privi di valide ragioni economiche, diretti ad aggirare obblighi o divieti previsti dall’ordinamento tributario, e a ottenere riduzioni d’imposte o rimborsi, altrimenti indebiti”.

[5] Il leading case di riferimento è la sentenza Halifax (Corte di giustizia CE, causa C-255/02 del 21.02.2006 – https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX%3A62002CJ0255).

[6] Cass. 29 settembre 2006, n. 21221. Sono imposte dirette quelle che colpiscono manifestazioni dirette di capacità contributiva, quali il reddito o il patrimonio del soggetto.

[7] In via generale, si definisce “armonizzazione fiscale” quel procedimento attraverso il quale si cerca di rendere tra loro conformi le discipline di diversi tributi comuni agli stati europei, così da eliminare diverse interpretazioni di origine fiscale che potrebbero ostacolare la libera concorrenza nel mercato unico (https://www.treccani.it/enciclopedia/armonizzazione-fiscale).

[8] Nello specifico, si veda la critica di F. Tesauro, Divieto comunitario di abuso del diritto (fiscale) e vincolo da giudicato esterno incompatibile con il diritto comunitario, in Giur. it., 2008, p. 1025 ss.

[9] Cass. 23 dicembre 2008, n. 30055.

[10] Si è quindi reso necessario un riordino, al quale ha provveduto l’articolo 5 della legge delega 11 marzo 2014, n. 23, che ha previsto una generale disciplina dell’abuso del diritto in materia fiscale e ha quindi appoggiato l’orientamento giurisprudenziale, anche tenendo conto della Raccomandazione della Commissione Europea relativa al tema della pianificazione fiscale aggressiva (Raccomandazione n. 2012/772/UE del 6 dicembre 2012). La legge delega
n. 23/2014 è stata poi attuata attraverso il d.lgs. 5 agosto 2015, n. 128, che ha introdotto l’articolo 10 bis nello Statuto.

[11] Un esempio di operazione priva di sostanza economica potrebbe essere la costituzione, in un paradiso fiscale, di una società che non svolge alcun tipo di attività, al solo scopo di avere partecipazioni i cui proventi non siano tassati oppure lo siano ma in misura blanda.

[12] F. Tesauro, Istituzioni di diritto tributario. Parte generale, XIV ed., 2020.

[13] Ci si rifà, quindi, alla definizione generale di abuso del diritto, in base alla quale non può aversi elusione qualora i vantaggi fiscali ottenuti dall’operazione non siano indebiti e, comunque, non costituiscano gli effetti essenziali dell’operazione posta in essere. Sul punto si veda la voce “Abuso del diritto (diritto tributario)” di I. Caraccioli, in Enciclopedia del diritto, Annali X, 2017.

[14]  https://temi.camera.it/leg17/post/app_labuso_del_diritto.  

[15] Il quale prevede che è nullo, per illiceità della causa, quel contratto che “costituisce il mezzo per eludere l’applicazione di una norma imperativa”.

[16] Si vedano sul punto anche alcune pronunce della Cassazione: Cass. 3 settembre 2001, n. 11351; Cass. 26 ottobre 2005, n. 20816.

[17] In tema di irrilevanza penale delle condotte abusive, si veda in giurisprudenza: Cass. penale 7 ottobre 2015, n. 40272, nella quale si afferma che si devono “ritenere non più penalmente rilevanti le condotte fiscalmente elusive integranti mero abuso del diritto”.

[18] L’espressione latina abolitio criminis letteralmente significa “abolizione di un crimine” e sta ad indicare, in via generale, l’abrogazione di una fattispecie di reato ad opera del legislatore.

[19] F. Tesauro, Elusione e abuso nel diritto tributario italiano, in Diritto e pratica tributaria, 2012.

[20] Per un’analisi dettagliata della disciplina in materia di transfer pricing si rinvia ad un articolo di DirittoConsenso, intitolato “Transfer pricing”, scritto da S. Micoli – https://www.dirittoconsenso.it/2021/01/28/transfer-pricing.

[21] Tale espressione significa “società estere controllate”, come poi afferma la disciplina; la legislazione CFC è di per sé uno strumento utilizzato dagli ordinamenti UE al fine di evitare possibili fattispecie di elusione fiscale.

[22] Per una spiegazione dettagliata del principio di trasparenza si rinvia a: https://www.treccani.it/enciclopedia/trasparenza-dir-trib_(Diritto-on-line)/.